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I MEDICI - NEL NOME DELLA FAMIGLIA (terza stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/08/2019 - 09:32
Titolo Originale: I medici - Nel nome della famiglia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: James James Dormer, Guy Burt, Chris Hurford, Ian Kershaw, Debbie Oates, Francesco Arlanch, Charlotte Wolf
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema, Big Light Productions, Altice Group
Durata: 8 episodi di 50' su RaiUno e su RaiPlay, nel 2020 su Netflix
Interpreti: Daniel Sharman, Francesco Montanari, Alessandra Mastronardi, Aurora Ruffino, Tobi Regbo, Neri Marcorè, Giorgio Marchesi, Daniele Pecci, Sarah Parish, Bradley James, John Lynch, Sinnove Karlsen.

Firenze 1478. Lorenzo de Medici, ancora sconvolto dalla morte del fratello Giuliano e desideroso di vendetta, si trova a dover superare due ostacoli: il malcontento del popolo fiorentino dopo la scomunica dichiarata per tutta la città da parte del papa Sisto IV (uno dei congiurati impiccati da Lorenzo era l’arcivescovo Salviati) e l’assedio della città da parte delle truppe pontificie capeggiate da Girolamo Riario, nipote del papa e dalle truppe del re di Napoli. Lorenzo si trova di fronte all’ostilità di una maggioranza dei priori di Firenze che non lo autorizzano a fornire ulteriori rinforzi e al tradimento del mercenario a cui aveva affidato la guida delle truppe e non ha ormai altra soluzione che raggiungere Napoli per convincere il sovrano alla pace. Intanto si unisce alla corte medicea il piccolo Giulio, figlio illegittimo di Giuliano e diventa la consolazione di Lucrezia Tornabuoni, la mamma di Lorenzo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione accurata del Rinascimento italiano, nella sua grandezza e nei suoi peccati
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche combattimento potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Scenografie e costumi impeccabili nella loro bellezza. Una sceneggiatura che riesce a scavare nel profondo della storia e dei personaggi. Credibile e convincente Daniel Sharman nella parte di Lorenzo il Magnifico
Testo Breve:

Nella terza stagione Lorenzo de Medici cerca di diventare l’ago della bilancia e il punto di equilibrio della penisola. Un racconto avvincente e una ricostruzione accurata della ricerca del bello ma anche della violenza presenti nel Rinascimento

Riario, il nipote del Papa, già partecipe della congiura che ha causato la morte di Giuliano de Medici, tallona Sisto IV perché stipuli un’alleanza con il re Ferrante di Napoli in modo che i loro due eserciti possano marciare contro Firenze ma il Papa indugia. “Voi dovete agire!” Esclama Riario spazientito. “Io debbo pregare”: è la risposta. 

Questa sequenza da sola rende evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto alle produzioni passate. Non sono poche le serie televisive che hanno visitato il Rinascimento Italiano (sul papa Borgia ne sono state fatte addirittura tre) ma tutte avevano un taglio molto simile. Il Rinascimento usato come ambientazione ideale per molta violenza e sesso, il Vaticano come un covo di prelati viziosi e avidi, e su tutte ha aleggiato un’idea portante: il Rinascimento come prosecuzione di un medioevo primitivo, in attesa che nascesse l’era del capitalismo con la riforma protestante e arrivasse il trionfo della ragione con l’Illuminismo.

Questa terza serie ci restituisce finalmente un Rinascimento molto più aderente al vero. Innanzitutto con la bellezza delle architetture, sia civili che religiose, con le opere d’arte dei grandi del tempo, con i costumi, tutti segni di una civiltà sofisticata. Ma soprattutto evita ogni contrapposizione buoni-cattivi nei confronti dei vari contendenti. Certamente le forze in campo erano in lotta fra loro per conquistare uno i territori dell’altro, nessuno era un santo sicuramente, né Sisto IV che lascia troppa mano libera all’ambizioso nipote né Lorenzo il Magnifico, impegnato a vendicare il fratello, ma al contempo i signori di quell’Italia ancora piccola si conoscevano tutti fra loro, spesso erano imparentati e nessuno, nelle loro contese, superava il livello dell’irragionevolezza fanatica. La fiction, nell’entrare in dettaglio nelle mosse e contromosse dei vari contendenti fa onore alla definizione data dallo storico J.Burckhardt sulla gestione dello stato vista a quel tempo come opera d’arte, fatta di sottile diplomazia, capacità di trattare ma anche simulazione e inganno.

I pregi della sceneggiatura sono molti. Innanzitutto la potremmo definire “democratica”: non c’è un protagonista assoluto, tutti i personaggi sono trattati con uguale cura e profondità, anche  le figure minori. Risaltano non solo i personaggi maschili ma anche quelli femminili e si fa spesso incursione nel mondo dei ragazzi, un microcosmo non privo anch’esso di rivalità. La forte fede cattolica del tempo viene evidenziata sottolineando le opere di carità compiute dai conventi così come lo sconcerto del popolo quando la città viene colpita dalla scomunica; nei dialoghi compaiono frasi che spontaneamente, senza fanatismi, auspicano l’intervento divino ma non si trascura il fenomeno della simonia e Lorenzo che è cosciente del fatto che per riuscire a far eleggere papa uno dei suoi figli dovrà investire molto denaro.

La tensione presente, del racconto, che si percepisce molto bene, viene ottenuta costruendo uno stato di perenne instabilità. Forse sotto l’influsso dei più validi sceneggiatori d’Oltreoceano (come Vince Gilligan di Breaking Bad e Better Call Saul), il racconto non si muove lungo un percorso lineare. Ci si trova di fronte a una forte difficoltà (ad es. Firenze assediata da due eserciti contemporaneamente): si prova allora una mossa, ma questa fallisce. Si cambia direzione, guardando la situazione in una diversa prospettiva ma l’iniziativa fallisce di nuovo, così bisogna trovare una soluzione assolutamente nuova…

Rispondere alla domanda se il serial rispecchi fedelmente la realtà dei fatti storici è impresa ardua, da specialisti. Conviene rifarsi a quanto ha scritto Francesco Arlanch (fra gli sceneggiatori della serie) nel suo libro Vite da Film (edizioni FrancoAngeli): “i biopic ben strutturati non fanno, primariamente, informazione storica. Come ogni forma di finzione, fanno opera di formazione umana. Le attestazioni di verità che caratterizzano la maggior parte dei biopic hanno soprattutto una funzione retorica: accrescono la forza esemplare della forma di vita che il biopic presenta”.

Resta solo un unico, grande, rammarico nel vedere questa terza stagione (come le precedenti del resto): non viene evidenziata la genesi e la struttura del potere finanziario dei Medici ma sono presenti solo pochi accenni. Peccato, perché si sarebbe raggiunta la perfezione di questa ricostruzione del Rinascimento italiano. Si sarebbe affermato con chiarezza che il capitalismo è nato allora e la struttura messa in piedi dai Medici (cambio di valute, prestiti, commercio di lana grezza e tessuti, assicurazioni, trasferimenti di metalli preziosi) non aveva nulla da invidiare alle multinazionali moderne

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BELLE EPOQUE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/06/2019 - 23:20
Titolo Originale: Belle Epoque
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Nicolas Bedos
Sceneggiatura: Nicolas Bedos
Produzione: Pathé Films, Orange Studio, France 2 Cinéma, Hugar Prod, Fils, Umedia
Durata: 110
Interpreti: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi

Victor ha sessant’anni, un matrimonio ormai in declino, un figlio che non riesce a capire e troppi rimpianti nel cuore. Quando un ricco imprenditore, amico di suo figlio, gli regala la possibilità di rivivere un momento del suo passato, Victor chiede di poter tornare al 16 maggio 1974: il giorno in cui ha incontrato la donna della sua vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film nostalgico sull’impossibilità di poter rinuncare d amarere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene a contenuto sessuale
Giudizio Artistico 
 
E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.
Testo Breve:

Un uomo di 60 anni ottiene di poter ricostruire in teatro il giorno che incontrò per la prima volta la sua futura moglie. Una commedia divertente ma melanconica, di ottima fattura

La Belle Èpoque è una versione originale e moderna di una tematica più volte usata nel mondo del cinema, che parte da un’idea stuzzicante per chiunque: poter tornare indietro nel tempo, e rivivere un momento preciso della propria vita (o della vita del mondo). In questo caso però, non c’è nulla di magico o di soprannaturale che permette di cambiare il corso del tempo: tutto infatti avviene su un set, come quelli del cinema o della tv, dove l’agenzia del ricco imprenditore Antoine ricostruisce alla perfezione l’epoca storica in cui i clienti chiedono di poter tornare. Per Victor, quel momento è l’istante in cui ha visto per la prima volta la donna della sua vita, l’istante in cui la sua vita è cambiata per sempre.

Inizia quindi il viaggio di Victor attraverso i ricordi, un viaggio costantemente alternato alle vicende degli altri personaggi del film, vicende che in qualche modo ricalcano e commentano quelle vissute da Victor. Il film si stende quindi su tre piani di racconto, che sembrano essere tre piani temporali differenti ma che invece avvengono tutti nel presente. E ogni piano racconta una storia d’amore: quello appena nato, quello appena finito, e quello che sembra incontrare troppi ostacoli per poter veramente fiorire.

Eppure, nonostante possa sembrare un film esclusivamente sull’amore, La Belle Èpoque è soprattutto un film sulla nostalgia. La nostalgia di quello che è stato e che non sarà più, o la nostalgia di quello che potrebbe essere ma forse non sarà mai. Allo stesso tempo però, la nostalgia de La Belle Èpoque ha in sé qualcosa di gioioso: muta infatti all’interno del film e prende consistenze diverse; se all’inizio è profondamente triste e ricca di rimpianti, nel corso della storia si colora di speranza, fino ad un finale commovente dove la nostalgia diventa il tramite per la possibilità di ricominciare.

Dal ritmo incalzante e coinvolgente, La Belle Èpoque è un film che non annoia ma anzi, trattiene fino all’ultimo fotogramma, che sintetizza perfettamente l’intera pellicola. E’ un film divertente, che regala molte risate ma che fa anche riflettere, e riesce a commuovere nel raccontare come a volte serva tornare indietro per poter andare avanti.

 

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Settimana dell' 8 dicembre 2019

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/05/2019 - 09:50

Frozen 2 – Il segreto di Arendelle – FamilyVerde

Ecco il tanto atteso seguito di un cartone Disney che è rimasto a lungo nella memoria (grazie anche ai tantissimi gadget) delle bambine (molto poco nei maschietti). In effetti anche in questo sequel le figure maschili sono quasi inesistenti e prevalgono quelle femminili fragili, egoiste e problematiche, forse fin troppo contemporanee. Prodigiosa qualità tecnica nella realizzazione delle ambientazioni e dei costumi.

Made in Italy (prima stagione)

Assolutamente giusta e bella l’idea di celebrare la moda italiana, un vanto per la nostra intraprendenza e il gusto per il bello. Mentre a ogni puntata facciamo conoscenza con uno dei nostri grandi stilisti, si sviluppa la storia di fantasia (ma ispirata a un personaggio reale) di Irene, ragazza del Sud che inizia a lavorare in un giornale di moda. Qualche semplificazione nel raccontare gli anni ’70 ma anche alcuni personaggi ben riusciti. Su Amazon Prime Video.

Un giorno di pioggia a New York

Un ragazzo e una ragazza lasciano il college per passare un romantico weekend a New York ma le cose non andranno come previsto. In questo suo ultimo film, Woody Allen, per fortuna, smette di filosofeggiare sull’ineluttabilità del fato; addirittura, di fronte a questi giovani protagonisti mostra alcuni cenni di speranza. Woody conferma la sua preferenza per una vita fatta di sogni e melanconiche fantasie;   il suo tocco è molto leggero e  appena fuori dalla sala l’opera è presto dimenticata

Le Mans 66 - La grande sfida - FamilyVerde

Negli anni ’60 la Ford decide di cercar di battere l’invincibile Ferrari a Le Mans. Un film dalla struttura molto semplice: buoni contro cattivi, spettacolare sequenze di corse automobilistiche, due protagonisti simpaticoni

Buona lettura dalla Redazione di

www.familycinematv.it

settimana dell' 8 dicembre

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/04/2019 - 18:37
url_trailer: https://www.youtube.com/watch?v=IP4mNWJoKq4
Immagine Trailer 2: Ultimo Trailer
url_trailer2: https://www.youtube.com/watch?v=rYqs0htwv4A

LE MANS 66 - LA GRANDE SFIDA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/04/2019 - 18:06
 
Titolo Originale: Ford v Ferrari
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Jez Butterworth, John-Henry Butterworth e Jason Keller
Produzione: 20th Century Fox, Chernin Entertainment
Durata: 152
Interpreti: Matt Damon e Christian Bale

Primi Anni ’60. La Ford, per rilanciarsi, decide di entrare nel mondo delle corse. L’idea è di sfidare nientemeno che la Ferrari e batterla nelle mitica 24 Ore di Le Mans, dove il Cavallino Rampante da lungo tempo è invincibile. Gli americani affidano l’impresa allo spregiudicato team manager Carroll Shelby (Damon), titolare di una scuderia minore, e al suo poco diplomatico pilota Ken Miles (Bale). I due amici tenteranno di mettere a punto una macchina in grado di fronteggiare i bolidi di Maranello. Scopriranno però che, per superare le macchine di Enzo Ferrari, dovranno prima scontrarsi con l’ostilità interna di un alto dirigente, consigliere dell’umorale patron Henry Ford II.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo film c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato dalla moglie e dal figlio, suo primo tifoso.
Pubblico 
Tutti
Alcuni accenni di turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Sequenze indubbiamente spettacolari durante le gare automobilistiche ma la sceneggiatura mostra una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: e la trama non nasconde lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonist
Testo Breve:

Negli anni ’60 la Ford decide di cercar di battere l’invincibile Ferrari a Le Mans. Un film di facile impatto, con evidente contrapposizione buoni/cattivi

Solo spingendosi oltre il limite, l’essere umano può sperare in una risposta sul senso del suo destino. E’ il messaggio di un film di medio livello che pubblico e critica hanno accolto bene, ma che non regge il confronto con Rush, il capolavoro di pochi anni fa, meno fortunato al box office, sulla rivalità tra Lauda e Hunt in Formula 1.

Nella pellicola diretta da Mangold c’è il piacere di stare con personaggi positivi che non si arrendono mai: l’amicizia virile tra i due eroi; gli affetti familiari di Miles, amato da una moglie bella e di temperamento e dal figlio, suo primo tifoso.

C’è anche il gusto del fattore umano che conta più di quello tecnologico e più dei soldi. Per esempio, i nostri che, dove i calcolatori falliscono, riescono a risolvere un problema di aerodinamica con la soluzione da vecchia scuola dei nastri appiccicati alla carrozzeria. Per esempio, ancora, la gigantesca catena di montaggio della Ford, inutile se opposta alla sapienza artigianale della Ferrari.

C’è poi una contrapposizione buoni/cattivi netta, di facile presa: il manager meschino, l’uomo di apparato incapace di sognare, succube di aziendalistici criteri di immagine che non contemplano l’ingaggio di un pilota come Miles, rissoso e non raffinato.

Naturalmente, il film offre sequenze di gara spettacolari, che la storia prova a valorizzare anche dal punto di vista tematico: Carroll, per una patologia cardiaca, ha dovuto smettere di correre, così rivive per tramite dell’amico Miles il brivido di oltrepassare la soglia dei 7 mila giri, quando si accede ad una esperienza metafisica di speciale autoconsapevolezza.

Non mancano, però, i difetti. Le scene di corsa sono alla lunga un po’ ripetitive, e la questione esistenziale della ricerca del senso, lanciata all’inizio e recuperata in extremis alla fine, è per lungo tratto dimenticata. Né i personaggi sono plasmati per rappresentare ciascuno un punto di vista diverso sul tema, come avviene, invece, nei film davvero riusciti.

Lungo la trama, i palati più fini avvertiranno con fastidio lo sforzo degli autori per assicurarsi che il pubblico si carichi di benevolenza per i protagonisti. Una retorica un po’ ingenua che, a volte, manca il segno. Per esempio, quando Henry Ford II, già convinto dai nostri, non senza fatica, a puntare su di loro, ad un certo punto cambia idea, riportando indietro il plot su uno snodo che sembrava ormai acquisito. Per esempio, ancora, quando, durante la gara, Carroll ruba i cronometri dal box della Ferrari, e vi getta un bullone per suscitare confusione nei rivali, insinuando il dubbio di aver avvitato male qualcosa. Nonostante il primo piano celebrativo sullo sguardo furbo di Damon, vien da pensare che il gesto sia comunque una meschinità (i poveri meccanici Ferrari stavano tranquillamente facendo il loro lavoro…). Si può aggiungere che sono troppi i dialoghi tecnici in cui Miles sfoggia la sua capacità taumaturgica di sentire cosa non funziona nell’automobile.

Le pecche più gravi sono nel finale. La sceneggiatura, ligia al dato storico, fa fare una scelta a Miles, in dirittura di arrivo, che contraddice l’impostazione generale del film. Orientata tutta a premiare la grande impresa in contrapposizione alla logica del calcolo utilitaristico, la trama curva di colpo in questa seconda direzione. Il commento della moglie di Miles, che prova a spiegare al figlio come nella mossa del marito ci sia grandezza, suona come un puntello posticcio, inserito per scongiurare la delusione del pubblico.

D’altra parte, siccome il film, alcuni minuti dopo, si chiude senza dare risposte, cioé rinnovando la domanda di partenza sul senso del destino umano, davanti al sacrificio ultimo dell’eroe si resta un po’ con il dubbio che sì, ok il fascino del limite, ma un po’ più di prudenza non avrebbe guastato.

 

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FROZEN II - Il segreto di Arendelle

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/03/2019 - 18:00
 
Titolo Originale: FRozen II
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Buck
Sceneggiatura: Jennifer Lee, Allison Schroeder
Durata: 103

Dopo l’incoronazione, Elsa ed Anna vivono felici ad Arendelle. Ma una notte una voce melodiosa richiama Elsa e, nonostante le sue resistenze, la convincerà a partire alla scoperta di un misterioso segreto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali mentre gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare al primo Frozen, ma si dimostra molto carente sull’intreccio, i personaggi e le musiche
Testo Breve:

Elsa è ormai regina ma una voce melodiosa la invita a partire alla scoperta di un misterioso segreto. Ottimi gli effetti visivi i costumi ma il secondo Frozen non si pone alla parti del primo per l’intreccio e le musiche

Il sequel del fortunatissimo Frozen soffre da subito il paragone con il primo film, meglio riuscito da tanti punti di vista. Se per gli effetti visivi, la grafica e soprattutto gli splendidi abiti delle due eroine non ha nulla da invidiare, si dimostra molto carente sull’intreccio, i  personaggi e le musiche. Questo non significa che non sarà apprezzato da grandi e piccini, come già dimostrano gli ottimi incassi della prima settimana. Gli ingredienti per stupire e intrattenere ci sono tutti e, rispetto a tanti altri film di animazione degli ultimi tempi, non ha nessuna controindicazione: si dimostra delicato e in qualche modo profondo, in perfetto stile Disney. Ma sicuramente non resterà nella storia. Le musiche che, come spesso accade, in traduzione italiana perdono tanto della loro potenza, sono troppe e ridondanti, con testi scontati e ripetitivi, fatto salvo i buffi siparietti di Olaf e la canzone finale, cantata da Giuliano Sangiorgi, che per questa ragione potrebbe forse avere una qualche maggior fortuna locale.

Riguardo all’intreccio, il film parte settando, in modo esageratamente esplicito, un problema del passato che riguarda la famiglia reale: il nonno delle principesse aveva stabilito un trattato di pace con la tribù dei Northuldri, costruendo una diga, ma, per ragioni sconosciute, era scoppiata la guerra e una fitta nebbia era scesa sulla foresta incantata, dove la magia dei quattro elementi da allora tiene prigionieri gli abitanti. Con queste premesse poco rassicuranti la storia riparte ad Arendelle, in una situazione calma, ma che già lascia prevedere una catastrofe imminente che, essendo annunciata in maniera esagerata, arriva senza un reale colpo di scena. Mentre Kristoff vorrebbe chiedere ad Anna di sposarlo, Anna non sembra intenzionata a cambiare una situazione che sembra darle finalmente una stabilità emotiva, Olaf è alle prese con serie domande esistenziali ed Elsa comincia a sentire una strana voce che lei rifiuta inizialmente di ascoltare, temendo di mettere in pericolo l’equilibrio del paese. Tutti i personaggi sono come paralizzati dall’idea che qualcosa possa cambiare, e preferiscono ritrovarsi ogni sera a giocare ai mimi piuttosto che affrontare la realtà. Ma il richiamo è troppo forte, Elsa risveglia gli elementi e parte alla ricerca della verità sulla sua vita e sul suo passato. Anna le correrà appresso e con lei Kristoff, Olaf e la renna Sven. Da qui una serie infinita di personaggi  e situazioni verranno scaraventati sul loro cammino: il popolo, i trolls, le guardie, i northuldri, i quattro elementi, la foresta, il fiume Ahtohallan, e poi il passato, il presente. Troppi luoghi, troppe personalità, troppe storie, e tutto resta superficiale e quindi debole, soprattutto l’antagonista che è quasi completamente inesistente. Elsa è sola a compiere il suo viaggio e troppo facilmente arriva alla soluzione, gli altri la seguono affannati senza sapere bene cosa cercare, né qual è la loro vera missione.

Anna è in preda alle nevrosi più disparate, morbosamente attaccata alla sorella e quasi noncurante dell’amato Kristoff che fa di tutto per farsi notare da lei, incapace di imporsi  e annullandosi ad ogni suo capriccio fino a disperarsi esageratamente quando lei sembra dimenticarsi di lui. Olaf abbandona le sue domande esistenziali tornando il giocherellone di sempre, e il suo timore sul diventare grande si scioglie insieme a lui. Le figure maschili insomma sono quasi inesistenti in questo film, mentre prevalgono figure femminili fragili, egoiste e problematiche, forse fin troppo contemporanee.

E così i personaggi, sinceramente interrogati da principio su cosa regga veramente l’urto del tempo e cosa voglia dire essere se stessi, non fanno un vero percorso di crescita per trovare una risposta. Gli viene calata dall’alto senza tanto effetto sullo spettatore. E così, mentre Elsa sembra aver acquietato le turbe esistenziali trovando il suo senso nella foresta incantata, gli altri apprenderanno che solo l’amore dura per sempre, anche se cosa questo significhi nella dinamica dei rapporti umani rimane ancora tutto da scoprire.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/02/2019 - 15:19
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Luisa Cotta Ramosino, Laura Cotta Ramosino, Paolo Marchesini, Mara Perbellini, Mauro Spinelli, Lea Marina Tafuri
Durata: 8 episodi di 45 minuti su Amazon Prime Video
Interpreti: Greta Ferro, Margherita Buy, Fiammetta Cicogna, Maurizio Lastrico, Sergio Albelli

Milano, 1974. Irene è figlia di immigrati meridionali (il padre lavora in fabbrica) e per mantenersi agli studi (la sua aspirazione è diventare giornalista) entra a far parte dello staff di Appeal, una rivista di moda. Gli anni ’70 sono un’epoca di grandi mutamenti nella moda, stilisti ora diventati famosi stavano facendo i loro primi passi convergendo su Milano. La ragazza viene subito apprezzata per la sua iniziativa: per lei la nuova moda è espressione di emancipazione femminile e anche la sua vita privata subisce uno scossone. Lascia il suo fidanzato storico e si immerge, ormai libera, nello scintillante mondo del fachion…:

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, educata sulle solide tradizioni di una famiglia meridionale, dimostra un disinvolto cambiamento di atteggiamento nella direzione di una libertà sessuale senza vincoli
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione di dipendenza dalla droga. Non ci sono nudità ma alcuni disinvolti comportamenti sessuali, sia etero che omosessuali
Giudizio Artistico 
 
La fiction svolge molto bene il compito divulgativo di fare conoscere al grande pubblico l’entusiasmante storia della moda italiana, i personaggi principali sono ben allineati con alcune eccezioni
Testo Breve:

Negli anni ’70 nasceva a Milano la moda italiana che oggi conosciamo. La storia appassionante di quei grandi stilisti si incrocia con le vicende personali dei redattori di una rivista di moda, alcune ben tratteggiate, altre di meno

Walter Albini (ripreso a villa Necchi,  la più bella villa Liberty di Milano): ha portato la moda a Milano e si può considerare il padre del prêt à porter italiano.
Mariuccia Mandelli (Krizia): non c’è provocazione che abbia lanciato né materiali che non abbia sperimentato. 
Ottavio Missoni: con la moglie Rosita nei loro impianti a Sumirago creano i famosi maglioni – patchwork usando colori che ricordano Lorenzo Balla. 
Il curielino: è l’abito delle signore-bene  milanesi dagli anni sessanta, creato da Raffella Curiel, emblema di via Motenapoleone. 
Giorgio Armani: lontano da qualsiasi eccesso ma con molto stile ha eliminato la rigidità dell’imbottitura e delle contro fodere: i suoi vestiti cadono sul corpo senza imprigionarlo
Giuseppe Modenese:
promotore dell’industria tessile (lo incontriamo a palazzo Castiglioni, emblema dell’Art Nouveau milanese), organizza un convegno di stilisti e di imprenditori del tessuto a Villa Erba di Como e  fa scoprire alla stampa internazionale che la moda italiana non è seconda a nessuno. 
Giovanni Versace è ancora un giovane alle sue prime armi, arrivato a Milano dalla Calabria, dove ha imparato tante cose dalla sua mamma sarta. 
Elio Fiorucci: opera una risolutiva democratizzazione della moda e si può considerare un filosofo della bellezza, noto per i suoi jeans attillati in denim tanto quanto per i suoi poster.

Quando si inizia a vedere questa fiction su Amazon Prime Video, ci si domanda come mai in precedenza non era venuto in mente a nessuno di ricostruire gli anni d’oro della nascita della moda italiana.

Il settore dell’abbigliamento è il secondo in Italia in termini di occupazione e il primo in Europa in termini di valore aggiunto ma è soprattutto espressione dell’amore per il bello di tanti intraprendenti stilisti.

Si sono visti dei commenti non sempre positivi su questo serial, in particolare da parte di riviste del settore, che hanno sottolineato come sarebbe stato necessario approfondire la vita di alcuni stilisti, in particolare Walter Albini ma mi sento di osservare che queste critiche non ci sarebbero state se questo serial non fosse stato prodotto. Ben vengano prossimi lavori dedicati a uno solo per volta di questi sarti famosi ma intanto Made in Italy ha portato a termine un pregevole compito divulgativo che avvicinerà la moda italiana a chi non è strettamente impegnato nel settore.

Ovviamente una fiction non è un documentario (ogni puntata include comunque una scheda sintetica di uno stilista) ed è stata sviluppata una narrazione che raccordasse questa parata di maestri della moda. Lo si è realizzato attraverso la figura di Irene, ragazza alla soglia della laurea che entrando a far parte della rivista Appeal conosce progressivamente i personaggi chiave di questa esplosione di talenti.

In linea teorica si sarebbe potuto sviluppare un fiction di contesto, scelta fatta da alcuni serial americani più recenti (E.R.,  The News Room, The West Wing, House of Cards) dove ciò che prevale è la descrizione minuziosa delle dinamiche dell’ambiente di lavoro, lasciando in secondo piano le storie personali. In questo Made in Italy si è preferita una soluzione classica, forse più consona al pubblico italiano, dove si stabilisce un intreccio fra le vicende private dei protagonisti e le sorti della rivista.

Si tratta di un impegno ambizioso perché si è cercato di fare una fotografia di quei tumultuosi anni ’70, rischiando di mettere molta carne al fuoco.  Era l’epoca delle Brigate Rosse e la redattrice Rita Pasini (Margherita Buy) è angosciata per il figlio che ha scelto la via della lotta armata; l’omosessualità era perseguita (vediamo la polizia che fa irruzione nel locale Macondo, famoso all’epoca) e assistiamo alla relazione tormentata fra Filippo (Maurizio Lastrico) e Flavio (Saul Nanni), un giovane tossico dipendente. Era l’epoca dell’emancipazione femminile e Monica, la collega di Irene, si mostra molto libera (organizza anche incontri con due uomini, anche se  il suo comportamento sarebbe causato da una infanzia senza affetti.

In questo quadro complesso ci sono dei chiaro-scuri: molto bella l’amicizia fra Irene, Filippo e Monica, sempre pronti ad aiutarsi nel lavoro come nella vita privata; Ben riuscita è la figura dell’editore di Appeal, Armando (Giuseppe Cederna) che sa conciliare le esigenze del lavoro con la comprensione dei problemi umani dei suoi collaboratori. Anche la figura di Rita (Margherita Buy) è riuscita nella sua continua pena segreta per il figlio così come la storia tragica fra Filippo e Nanni..

Stranamente la figura che appare più incoerente è proprio la protagonista Rita (Greta Ferro) non certo nella sua ascesa nella redazione della rivista ma nelle sue vicende personali. Di origine meridionale, un’educazione impostata su solide tradizioni, dimostra un comportamento sgradevole nei confronti del suo fidanzato storico, rifiutando l’anello di fidanzamento di fronte agli stessi genitori. Se era stato il suo fidanzato per molti anni, ci si sarebbe aspettata maggiore delicatezza.  In seguito accetterà molto rapidamente e senza crisi di coscienza il suo nuovo ruolo di donna libera, non limitandosi ad avventure di un solo giorno ma finendo per entrare nell’intimità di un uomo già sposato con un figlio. Il bell'esempio di famiglia unita offerta dai suoi genitori avrebbe potuto svolgere un ruolo maggiore.

L’ultima puntata lascia alcune evoluzioni del racconto non risolte, segno che c’è da attendersi una nuova stagione.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UFFICIALE E LA SPIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/25/2019 - 09:36
Titolo Originale: J'accuse
Paese: Franca, Italia
Anno: 2019
Regia: Roman Polański
Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polański
Produzione: Légende Films, RP Productions, Gaumont, France 2 Cinéma, France 3 Cinéma, Eliseo Cinema, Rai Cinema
Durata: 126
Interpreti: Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois

Nel gennaio del 1895, nella corte d’onore della Scuola militare di Parigi, di fronte a tutti gli allievi schierati, il capitano Alfred Dreyfus di origine ebrea, condannato all’ergastolo per esser stato accusato di esser stato un informatore dell’esercito tedesco, viene sottoposto all’umiliante cerimonia della degradazione e poi confinato sull’isola del Diavolo della Guyana francese. Un mese dopo il colonnello George Picquart viene nominato capo dello spionaggio militare. Nel suo nuovo incarico scopre che il flusso di informazioni riservate verso i tedeschi non è cessato e si accorge che il nuovo sospettato, il maggiore Esterhazy, ha una calligrafia identica a quella con cui è stato redatto quel borderò che costituì la motivazione principale dell’arresto di Dreyfus. Il colonnello si affretta a informare i suoi superiori ma tutti lo invitano a non dare seguito alle indagini…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il colonello Picquart ed Emile Zola dimostrano di avere il coraggio di lottare per dei principi che ritengono assoluti come la giustizia, rischiando in proprio e finendo anche in prigione
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di una relazione extraconiugale
Giudizio Artistico 
 
La qualità eccezionale del film è dovuta alla ricostruzione rigorosa, nelle ambientazioni e nei costumi, della Parigi di fine ‘800, alla sapiente regia di Polànsky che riesce ad appassionare lo spettatore immergendolo in una vicenda di pregiudizi e di intolleranza ancora attuali. Nella bravura degli attori a partire da Jean Dujardin
Testo Breve:

Il caso Dreyfus, l’ufficiale ebreo che fu ingiustamente accusato di spionaggio e che scosse la Francia a fine ‘800, è noto a tutti. Il film di Polànky ricostruisce con passione e precisione gli avvenimenti, mostrando che il pregiudizio e l’intolleranza posso essere sempre in agguato

La ricostruzione delle strade, degli interni dei palazzi della Parigi di fine ‘800, è semplicemente impeccabile. I costumi femminili, le divise, i volti maschili con molti baffi e molte barbe, sono ricostruiti con cura meticolosa. Manca il commento musicale, se non per brevi tratti durante il passaggio da una scena all’altra, manca un subplot romantico (tipico espediente per alleggerire i film ricavati dalla storia, a parte qualche fugace cenno alla relazione di Picquart con una donna sposata): tutto insomma concorre a far sì che lo spettatore resti concentrato su un solo tema: le peripezie giudiziarie del caso Dreyfus, che agitò la coscienza della Francia di quel tempo e che in prospettiva, getta una luce profetica sul giorno d’oggi. La bravura di Roman Polànski sta proprio nel ricostruire con rigore i fatti accaduti e nel farlo in un modo che lo spettatore non riesca a distrarsi un secondo dallo schermo: le ragioni frettolose e pregiudiziali della condanna di Dreyfus, le indagini del colonello Picquart per accertare la verità e che comportarono il suo arresto ma anche le reazioni dell’ala più radicale del paese che culminarono con il J’accuse!, la lettera dello srittore Emil Zola indirizzata al Presidente della Repubblica, apparso sul giornale L’Aurore, diretto da Georges Clemanceau..
Polànsky evita il rischio di semplificare la narrazione, contrapponendo i buonissimi che combattono per la giustizia e i cattivissimi che vi si oppongono. Il tema dibattuto è più complesso, perché tutti i protagonisti, da qualunque parte si trovino, sono convinti che la giustizia sia un bene ma il punto sta nel definire se essa sia un valore assoluto o relativo (tema molto vicino a quello dibattuto ai tempi nostri, se la vita sia un bene assoluto o relativo alla felicità attesa). E’significativo il dialogo fra il maggiore Henry e Picquart: “voi mi ordinate di uccidere un uomo? Io lo faccio. Mi dite che è stato un errore? Mi spiace ma non è colpa mia. Questo è l’Esercito”. Picquart è pronto a ribattere: “questo sarà il suo Esercito ma non il mio”. Il tema sul tappeto va quindi al di là della pura correttezza investigativa per scoprire se le prove addotte per la condanna siano vere o false ma se l’onore di un’istituzione come l’Esercito sia un valore comunque superiore all’onore di un uomo, tanto più se questi è un ebreo. La risposta di Picquart è iluminante: l’onore dell’Esercito sussiste solo se viene rispettato quello dei suoi singoli componenti. In questo senso il caso Dreyfus non ha sapore di stantio ma conserva l’odore acro di un tema sempre attuale, quello del pregiudizio verso ciò o chi non si conosce. In varie scene (durante la cerimonia della degradazione di Dreyfus, all’ingresso del tribunale per il processo, Polansky non manca di mettere in scena una folla fanatica che urla contro Dreyfus perché ha già emesso la sua condanna: è un’ebreo, un’estraneo al loro tessuto sociale e solo da lui ci si poteva aspettare un tradimento simile. In un’altra sequenza Polansky sembra direttamente alludere alla situazione attuale, quando fa dire a un ufficiale che ormai Parigi si è riempita di stranieri e che non ci si può più fidare di nessuno.
Questo film mette in evidenza un’altra verità universale: quando il mondo riesce a fare passi avanti nella direzione di una maggiore giustizia, di una maggiore rispetto nei confronti della dignità di qualsiasi uomo, non è sufficiente che ogni singola persona (ipotesi già di per se difficile), nel suo piccolo faccia il suo dovere: il mondo avanza solo quando c’è qualcuno disposto a sacrificare se stesso per dei principi universali e a dare l’esempio per tutti. Nel caso Dreyfus è il colonello Picquart che sacrifica anni della sua vita, va anche in prigione per far liberare un innocente ed Emile Zola che dice con coraggio ciò in cui crede e viene condannato a un anno di prigione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE IRISHMAN

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/23/2019 - 12:37
Titolo Originale: THe Irischman
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Produzione: Fábrica de Cine, STX Entertainment, Sikelia Productions, TriBeCa Productions
Durata: 2019
Interpreti: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Bobby Cannavale, Anna Paquin

Frank Sheeran, ormai vecchio e solo, scontata la sua pena in prigione, vive in un pensionato su una sedia a rotelle. Volge lo sguardo allo spettatore e inizia a raccontare la sua vita. Veterano della Seconda Guerra Mondiale, riprende la sua attività civile come autista di camion ma non disdegna di compiere qualche furto da ciò che trasporta. Viene notato da Russell Bufalino, boss della mafia di Filadelfia, che lo ingaggia come suo uomo di fiducia per operazioni delicate (inclusa la funzione di sicario). Come segno di stima, lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo carismatico del più potente sindacato americano, quello dei camionisti. Ne diventa presto il guardiaspalla più fidato ma intanto Hoffa diventa il bersaglio preferito del nuovo ministro della Giustizia, Robert Kennedy...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Martin Scorsese è capace di farci vivere, con molto realismo, all’interno della logica della malavita americana ma nonostante gli omicidi, le falsità, i tradimenti non ci sono forme di redenzione né riscatto fra i protagonisti perché domina un senso dell’ineluttabilità del fato e le cose vanno come debbono andare. Solo verso la fine si intravede l'avvicinamento alla fede di uno dei protagonisti.
Pubblico 
Maggiorenni
Una sequenza di pestaggio violento
Giudizio Artistico 
 
Una ricostruzione impeccabile, degna della firma di Scorsese e di tre mostri del cinema come De Niro, Al Pacino, Joe Pesci . Ma nel film prevale il meccanismo di leggi spietate, che pone in secondo piano l’umanità dei personaggi
Testo Breve:

La storia della mafia americana dagli anni ’60 fino al ’75 raccontata con la consueta bravura da Martin Scorsese e dai tre magnifici protagonisti. La violenza viene giustificata come stato di necessità in un mondo dove domina l’ineluttabilità del fato

Frank e Russell Bufalino, seduti al tavolo di un bar, iniziano a entrare in confidenza.  Scoprono di potersi scambiare un po’ di parole in italiano: il mafioso perché è originario di Catania mentre Frank, che è un irlandese purosangue, ha imparato qualche parola d’italiano durante la guerra, quando è sbarcato a Salerno e poi ad Anzio. Più volte ricorre nel film il riferimento alla guerra: è lì che Frank ha imparato a usare gli esplosivi ma anche a eseguire ordini sporchi, come quello di fucilare prigionieri tedeschi. Bufalino lo sceglie come suo uomo di fiducia. Per Frank non si tratta solo di guadagnare soldi ma di un rapporto da uomo a uomo, fatto di stima e di rispetto. E’ proprio Frank che, restando nell’ombra, gregario ubbidiente che non ha mai fatto uno sgarbo a nessuno, è riuscito a restare vivo e ora ci può   raccontare la storia della mafia americana nei decenni tumultuosi che vanno dall’elezione di Kennedy fino al 1975, quando Jimmy Hoffa scomparve misteriosamente,

Scorsese sembra voler dire l’ultima definitiva parola sui film di mafia, quando ormai lui, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci hanno superato i settanta e molto probabilmente non vedremo più lavorare  “questi bravi ragazzi” nello stesso film.  Si tratta di un racconto fiume di tre ore e mezza, ricavato dal saggio: L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa di Charles Brandt, sviluppato con gravità e malinconia come si addice a persone mature (a poco serve il ringiovanimento dei volti operato dalla CG). In questo film non ci sono né protagonisti giovani né donne, non viene adottato un montaggio frenetico come in The Wolf of Wall Street ma c’è la tranquilla compostezza di un’opera classica.

Eppure ogni dialogo, ogni incontro fra due uomini è carico di tensione, perché sono dialoghi e incontri di mafia e Scorsese ha una lunga esperienza su come gestirli. Se un boss si dice preoccupato per il comportamento di un “collega” vuol dire che deve morire, a meno che si affretti a chiarire: “non in quel modo” per intendere forme alternative come l’intimidazione. Se due boss alzano i toni nella discussione, c’è da aspettarsi che presto uno cercherà il modo di uccidere l’altro. Ci sono però i “saggi” come Bufalino, che non sono irruenti come gli altri, che non perdono mai il controllo, e poi alla fine sono gli unici che finiscono per morire nel loro letto. Altro canone mafioso confermato è il rispetto per l’istituzione familiare ma soprattutto i figli, perché la moglie può essere anche cambiata.

A vedere bene il vero protagonista di questo film-epopea è proprio questa “società” che si regge su regole inviolabili e i tre protagonisti, intepretati da De Niro, Al Pacino, Joe Pesci non sono dei personaggi dai quali ci si può aspettare qualche trasformazione nel tempo, ma dei caratteri a tipologia fissa (il freddo, l’irascibile, il prudente). E ciò che strazia e quindi scuote lo spettatore è proprio la scoperta della progressiva disumanizzazione a cui i tre vanno incontro.

E’ un aspetto che impatta profondamente sulla prospettiva etica del film. Frank, impegnato a fare il lavoro più sporco, che arriva anche a uccidere, quando glie lo chiedono, i suoi migliori amici, ha il lungo tempo della vecchiaia per riflettere su ciò che ha commesso e per cercare di dargli un senso. L’ex sicario ha anche l’opportunità di confessarsi e alla domanda del sacerdote se prova rimorso, Frank confessa di non percepire questo sentimento. Successivamente, nell'ultima sequenza, Frank sembra tornare alla fede. Un riferimento troppo fragile per comprendere si si è realmente convertito o ha avuto  un approccio superstizioso: "non si sa mai"..Troppe volte lo abbiamo sentito riflettere sul fatto che le cose vanno come debbono andare, regolate da leggi spietate e immutabili: lui ha fatto ciò che andava fatto per obbedienza, per se stesso, per la sua famiglia. 

Scorsese sa bene che ogni coro ben composto ha bisogno di controcanto e lo ha introdotto nella figura di Peggy, la figlia di Frank.  E’ una ragazza intelligente che fin da piccola capisce che suo padre, quando esce tardi la sera o quando lo scopre troppo pensieroso al suo ritorno, ha commesso qualcosa di sbagliato. E’ un personaggio che non parla mai durante tutto il film ma il suo silenzio pesa come un macigno.

Scorsese conferma la sua altissima professionalità, i tre protagonisti sono, come al solito, dei mostri di bravura ed è da applaudire in modo particolare la selezione del casting, con tante tipologie di italoamericani

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NARCOTICA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2019 - 09:53
 
Titolo Originale: Narcotica
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Valerio Cataldi con la collaborazione di Raffaella Pusceddu
Produzione: Rai3
Durata: 5 puntate su RAIPLAY

Nella prima puntata, ci troviamo in Messico, nello stato di Guerrero, dove seguiamo la polizia comunitaria combattere contro i trafficanti che vendono sul mercato internazionale l’oppio coltivato dai contadini. Nelle lotte fra le varie bande e con la polizia, si sono contati più di 33.000 omicidi nel solo 2018. Nella seconda puntata le telecamere si spostano a Catatumbo in Colombia, dove si produce il 70% della droga mondiale e vediamo bambini di 10-13 anni raccogliere le foglie della coca per poi portarli ai centri di smistamento per 3-5 euro al giorno. Nella terza puntata si ritorna in Messico, nel villaggio di Jicayan de Tovar (Guerrero) dove i contadini coltivano l’amapola, il papavero da oppio conteso fra cartelli in perenne lotta mortale fra loro. Nella quarta puntata ci si sposta in Albania, dove la mafia locale sta assumendo il controllo esclusivo del traffico di eroina e cocaina sulla rotta dei Balcani. La quinta ed ultima puntata è un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dell'autobus scomparso in Messico con 43 studenti perché a bordo probabilmente era carico di eroina e sui risvolti dell'omicidio di Javier Valdez, uno dei giornalisti messicani più noti e più esposti nella denuncia dei cartelli di narcotrafficanti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario ha un valore che scaturisce dalla sua capacità di farci conoscere come si vive nei territori del Sudamerica sconvolti dalla guerra fra i cartelli della droga
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di crudeltà operate dalle truppe armate
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha compiuto un lavoro scrupoloso facendoci conoscere tanti personaggi che vivono immersi nel circuito del traffico della droga
Testo Breve:

Con questo documentario ci viene aperta una finestra non solo sulla coltivazione della coca ma ci fa conoscere la realtà di un mondo alla rovescia, dove viene venerata la Madonna della morte, protettrice dei narcotrafficanti

Alcuni bambini, fra i 10 e i 13 anni, mostrano le loro mani piene di lividi per il tempo passato a strappare le foglie di coca dalle piante. Terminata la raccolta si caricano sulle spalle il pesante sacco che contiene le foglie della giornata e si inerpicano su stretti sentieri di montagna per arrivare al centro di raccolta dove ricevono, in funzione del peso del sacco, l’equivalente di 3-5 euro al giorno. I ragazzi, intervistati, si dichiarano soddisfatti perché con quei soldi, sperano di poter andare all’università, riscattandosi dalla loro misera condizione.

Valerio Castaldi, autore del documentario, cerca di fare un po’ di conti: i contadini riescono a ricavare da 1kg di pasta di droga 700 euro. I cartelli le rivendono alle organizzazioni criminali internazionali a 1.500 euro. La n’drangheta calabrese, “leader del settore”, la distribuisce in Europa a 30.000 euro al kg. La coca viene infine tagliata e rivenduta “all’utente finale” a 120.000 euro al kg.

Se qualcuno  avevano vaghe idee su come funzioni il mercato internazionale della droga, questo documentario è in grado di fornirci tantissime risposte.

Abbiamo appena descritto la vita dei bambini della regione di Catatumbo in Colonia, ma il documentario passa presto al modo degli adulti: in Colombia, dopo aver rifiutato gli accordi di pacificazione nazionale, i vari movimenti paramilitari, quelli di destra come le AUC e quelli di sinistra come le FARC, non si combattono più per motivi politici ma per il controllo del traffico della droga e i morti ogni anno si contano a migliaia Le sovvenzioni date dal governo ai contadini per invitarli a convertire la cultura della coca (con un decisivo contributo dagli U.SA.) ha ottenuto l’effetto contrario: anche i contadini che coltivavano solo mais si sono convertiti alla coca e l’offerta di questo ingrediente di  base per stupefacenti è triplicata. In Messico la situazione non è migliore: sui monti di Filo de Caballos nello stato di Guerrero, il capo della milizia Salvador Alamis, intervistato, chiarisce che le sue truppe non fanno prigionieri. I suoi uomini hanno l’ordine di uccidere tutti quelli che sono considerati trafficanti perché nel passato, se in seguito venivano liberati, i trafficanti finivano per vendicarsi uccidendo uno di loro. Il miglior acquirente della droga messicana è la n’drangheta calabrese, che ha introdotto sul mercato il Fentanyl, il derivato dell'oppio che, per la sua potenza allucinogena, sta facendo strage di tossici negli Usa.

La parte meno conosciuta e più interessante del documentario, per noi europei è però un’altra. Come si vive in queste regioni dove lo stato centrale è latitante e chi comanda sono dei corpi armati che ricavano i loro introiti dal commercio della droga? Lo stesso il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica lo hanno detto chiaramente: l’ordine è mantenuto dagli stessi cartelli che garantiscono il lavoro per tutti e alle famiglie povere vengono dati dei contributi di sostegno mensili. Il popolo sudamericano è sempre stato molto religioso e anche per questo si è trovata una soluzione. Tutti venerano una Madonna ma non è quella che conosciamo: è la Madona della Muerte che protegge i narcotrafficanti (la sua immagine è incisa spesso sul calcio della loro pistola). In alcune sequenze allucinanti vediamo dei pellegrini avanzare in ginocchio con la statua di questa madonna, sull’asfalto arroventato fino al suo santuario per perpetrare una grazia, ad esempio come liberare dalla prigione un loro parente spacciatore

In tanta desolazione morale e umana, c’è una sola immagine rasserenante: quella del prete cattolico don Rito che ha costituito la Fundatiòn Oasys de Amor y de Paz ed è riuscito a strappare tanti ragazzi dal lavoro della raccolta della coca per alloggiarli in un collegio e mandarli a scuola. Molti di questi ragazzi sono orfani perché i loro genitori sono stati uccisi e ora si sta aprendo per loro una nuova possibilità.

Il documentario è disponibile su RAIPLAY

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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