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WONDER PARK

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/23/2019 - 13:36
Titolo Originale: Wonder Park
Paese: USA, SPAGNA
Anno: 2019
Regia: David Feiss
Sceneggiatura: Josh Appelbaum, André Nemec
Produzione: PARAMOUNT PICTURES, NICKELODEON MOVIES
Durata: 85

June è una bambina di otto anni che ha un grande talento per le costruzioni meccaniche ed è piena di fantasia. Con la mamma si diverte a ideare e a costruire macchinari-giocattolo per un parco di divertimenti con i quali riempie tutta la casa. Ogni buona idea è sussurrata all’orecchio di uno scimapnzè di pelusce: sarà lui a guidare il pubblico attraverso la sua Wonderland. Un giorno la mamma deve allontanarsi da casa perché gravemente ammalata e June perde la voglia di costruire e distrugge tutte le sue giostre. Il padre, per distrarla, la invita ad andare con i suoi compagni di scuola in gita in un bosco. Ma è proprio lì che June trova, fra il verde, i resti di un parco di divertimenti abbandonato....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una bambina trova, grazie alle parole di incoraggiamento della madre e dal sostegno del padre, il coraggio di superare un momento difficile
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un eccesso di cinematismo sconsiglia la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Notevole qualità tecnica delle animazioni in 3D. La sceneggiatura risulta discontinua, cambiando più volte il focus principale
Testo Breve:

Una bambina si ritrova in un parco di divertimenti simile a quelloche amava costruire per gioco con l’aiuto della madre. Un film di ottima fattura per quel che riguarda le animazioni 3D  ma che dà spazio a sparmodiche sequenze di azione  piuttoso che sviluppare la psicologia dei personaggi

La prima percezione  che si ha da questo film della 20th Century Fox è  l’alta qualità delle animazioni in 3D. Basta osservare il modo con cui sono stati realizzati i capelli di June e i sofisticati giochi di luce che accampagnano la narrazione. Ciò non può che farci piacere, visto che  la casa di animazione non è nè americana nè asiatica ma europea: si tratta della spagnola Ilion Animation.

Però non è un  film della Disney-Pixar. E’ indubbio che la casa di animazione dominante ci ha abituati (sopratutto dopo l’alleanza fra questi due grandi nomi dell’animazione ) a un modo di raccontare semplice ma al contempo  rigoroso che ha un “cuore caldo” costituito da essenziali affetti familiari o da un forte amicizia e  da personaggi ben delineati che esprimono  una ricca tavolozza di sentimenti come gioia, paura, melanconia, tenerezza, Una tavolozza che ha raggiunto la sua massima espressione in Inside Out, dove sono proprio i sentimenti a diventare i protagonisti di una complessa avventura dentro la mente e i ricordi di una ragazza di undici anni.  

In questo film è molto tenera la relazione fra la bambina e sua madre, che la incoraggia a non porre freno alla sua fantasia, ma a un terzo del film la madre esce di scena e l’interesse si sposta sulla ragazza, sulla  malinconia che la pervade, come se  una “nuvole oscura”le avesse  fatto perdere ogni stimolo creativo. E’ la stessa nuvola  che sovrasta il parco di divertimenti che June ha trovato nel bosco. Siamo quindi non di fronte a una favola ma dalle parti di un racconto psicologico, sulla scia di Inside Out,  film apripista e rivoluzionario, senza averne la stessa lucida complessità. Intervengono, al centro del film, i custodi  del parco: un ’orso blu che viene spesso colpito (quando gli fa più comodo) da sonno da letargo; una saggia cinghialessa, una coppia di scoiattoli sempre pronti a litigare, una scimmia di nome Peanuts (che riceveva all’orecchio i suggerimenti di June quando aveva ancora voglia di guiocare)  e un porcospino che si atteggia a erudito filosofo. Un gruppo simpatico che porta allegria al racconto, spesso impegnato in fughe rocambolesche per sfuggire all’esercito dei pupazzi di pezza-zombi che vogliono distrugggere il parco (altra personificazione del subconscio di June).

Il film, sopratutto gli occhi di un bambino, può apparire appasionante  e divertente ma sono troppi gli spunti tematici che si sovrappongonoe frequenti sono le imperfezioni che creano disarmonia all’insieme. Il porcospino si atteggia a erudito, ma non si sa bene che presa possano fare nei bambini frasi tipo:  “come dice il filosofo greco..” oppure: “Uscire” deriva dal latino  exitus che a sua volta deriva dal greco antico  exeim...i” . Le aspirazioni amorose del porcospino nei confronti della cinghialessa, sono sottolineate da frasi di attenzione nei confronti del suo fisico che non sembrano adatte a un cartole animato. Ma opratutto, ciò che può disturbare  un pubblico di piccoli, è l’elevato cinematismo. Molte scene sono realizzate attraverso montaggi velocissimi, quasi al limite dell’intellegibilità. Questa tendenza è aggravata dal fatto che le sequenze organizzate in questo modo sono tante, quasi che il film può esser  definito  un action movie, a scapito di una definizione più accurata dei personaggi. Occorre inoltre aggiungere che in una scena iniziale, June si trova su di una automobilina da lei costruita in mezzo a una strada piena di traffico e un camion sta per venirle addosso. Non si tratta di un buon esempio da imitare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LE INVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/20/2019 - 19:42
 
Titolo Originale: Les Invisibles
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Louis-Julien Petit
Sceneggiatura: Louis-Julien Petit, in collaborazione con Marion Doussot, Claire Lajeunie
Produzione: ELEMIAH
Durata: 98
Interpreti: Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky, Sarah Suco, Déborah Lukumuena

Donne senza tetto si ritrovano ogni mattina pronte a vivere la loro giornata al centro diurno Envol. E se un giorno dovessero chiuderlo?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un centro sociale, alcune donne hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle donne senza tetto di Parigi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove.
Testo Breve:

Le invisibili sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina in un centro sociale a Parigi. Un film sociale narrato con l’umanità di Ken Loach e con l’ironia di Quasi amici

Diversa è la loro religione, la loro storia, il loro carattere, il loro bagaglio professionale, ma uguale è la loro solitudine. Sono senza tetto, senza legami familiari e si ritrovano tutte ogni mattina nel piazzale antistante il centro Envol, lo spazio diurno che a Parigi ospita, prima che arrivi la notte, le clochard. Le accoglie offrendo loro doccia calda, colazione, biglietti dell’autobus e tutto ciò che potrebbe contribuire alla cura personale.

Le chiamano invisibili perché sono invisibili alla società e alla polizia, che costruisce ostacoli e distrugge tendopoli. Lo fa consapevolmente perché queste donne potrebbero usufruire di un centro notturno, ma non lo fanno perché lì non si sentono a casa. L’ispirazione del film di Louis-Julien Petit prende corpo da Sur la route des invisibles, il libro scritto da Claire Lajeunie, che è diventato poi (per la stessa regia di Lajeunie) il documentario Femmes Invisibles - Survivre à la rue).

Queste storie vere meritano, anche nella finzione, donne reali: tutte le clochard (tranne Sarah Suco) non sono professioniste del set, ma sono senza tetto che il regista ha voluto conoscere e incontrare frequentando per un anno diversi centri di accoglienza in Francia. Ha raccolto le loro storie e scelto poi le attrici.

Non sono però le uniche invisibili del lungometraggio. Invisibili infatti sono anche le dirigenti del centro Envol. Sono donne che hanno fatto della loro esistenza una continua e ripetuta oblazione alle clochard. Hanno, in alcuni casi, limitato la loro vita fuori dal lavoro o hanno, senza la necessaria condivisione, costretto i familiari a scegliere quello che volevano. Spesso non hanno nessuno al loro fianco o sono in crisi con il marito. All’inizio della storia tutta la loro vita sembra avere senso solo se si lavora al centro diurno. Quando un giorno il Comune di Parigi, che stanzia i fondi per le strutture di accoglienza, minaccia di chiudere Envol, una di loro, Audrey, ha un’idea.

Queste donne senza tetto avevano prima di perdere tutto, un lavoro, un’esperienza, una competenza. Non sarà perciò la via giusta quella di sostenerle, aiutarle, per far emergere la giusta grinta per ottenere un lavoro o una segnalazione in un’azienda?

Successo al box office in Francia, Le invisibili è una brillante commedia sociale. Si sorride, si ride e ci si commuove. Come nelle commedie americane di successo (a tratti ricorda il francese Quasi amici), che rassicurano e non fanno perdere la speranza anche quando c’è tensione, questo film è pieno di dettagli ironici. Le stesse donne senza dimora hanno, per presentarsi, nomi celebri di persone di successo come Edith Piaf e Brigitte Bardot, Lady D a Brigitte Macron. Volutamente, per sottolineare ancora di più la forza della commedia, non c’è come nei film d’autori europei, la costruzione di una messa in scena povera e trasandata. C’è però un sincero lavoro sulle dinamiche psicologiche di ogni personaggio uniti tutti da una condizione, fil rouge che accomuna senza tetto e assistenti sociali: la solitudine non appartiene alla condizione sociale, ma è uno stato che appesantisce l’esistenza quotidiana e che può essere superato solo quando lo sguardo verso l’altro diventa autentico.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DUMBO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/19/2019 - 10:00
 
Titolo Originale: Dumbo
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Produzione: Walt Disney Pictures, Tim Burton production
Durata: 112
Interpreti: Colin Farrell, Michael Keaton, Danny Devito, Eva Green

Splendido rifacimento live action del classico del 1941 che racconta la storia di un elefantino fuori dall’ordinario denigrato socialmente per le suo orecchie troppo grandi. Raccontato con parole d’oggi, una storia di bullismo e riscatto: Dumbo da esempio di emarginazione a grande star. Un film che riporta alle origini per ricordarci quanto è importante tenere sempre a mente da dove veniamo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore a 360 gradi è il tema principale affrontato in questo ultimo remake Disney. L’amore materno, in particolar modo, è raccontato in maniera coinvolgente ma non straziante come ci si sarebbe aspettati.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Commuovente e toccante l’interpretazione di Colin Farrel, un eccezionale, come sempre Danny DeVito. Meno originali e coinvolgenti i personaggi interpretati da Eva Green e Micheal Keaton. Gli effetti speciali con cui è stato realizzato Il piccolo Dumbo sono talmente perfetti da renderlo quasi reale.
Testo Breve:

Non solo Dumbo cerca la mamma, come nel cartone animato del '41 ma anche i due piccoli protagonisti cercano di coprire lo stesso vuoto, in un film più bustoniano che disneyano

Halt Ferrier, reduce di guerra, ritorna finalmente a casa. Molte cose sono cambiate: ha perso il braccio, la moglie tanto amata e il suo vecchio lavoro. I suoi figli, Milly e Joe, sono rimasti sotto l’affidamento del singolare Maximilian Medici, proprietario di un circo itinerante sull’orlo del fallimento la cui ultima chance di ribalta è la nascita di un cucciolo di elefante da aggiungere come star al suo show decadente.

Ma il baby elefantino riserva una sorpresa che non tutti apprezzeranno perché ingannati dalle apparenze: il piccolo ha delle orecchie fuori dal normale. Se per il resto degli acrobati del circo, e in particolare Maximilian, la situazione può sembrare anormale, Milly e Joe si affezionano subito al piccolo che, dietro un apparente handicap, nasconde un grande segreto. Con l’aiuto di una semplice piuma Dumbo (diminutivo datogli dal pubblico durante la sua prima disastrosa esibizione) starnutisce fuori controllo facendo sì che le sue enormi orecchie lo facciano alzare da terra quasi in volo. Solo i suoi giovani amici capiranno le potenzialità della cosa appena scoperta e gli insegneranno a domare questo dono.

Sulla scia del tema del diverso, Tim Burton si sposa perfettamente con la favola di Dumbo ricordandoci un aspetto fondamentale: ciò che è insolito talvolta spaventa ma, al tempo stesso, ci riserva la possibilità di mettere in discussione i pregiudizi e rivedere il nostro punto di vista poiché le apparenze spesso possono ingannare.

Come in Big Fish (2003) Danny DeVito incanta e fa ridere, con la sua bravura aiuta ad immergerci più facilmente nelle favole che Burton racconta con tanta abilità. Un grande cast d’eccezione come non si vedeva da qualche tempo.

Non a caso la Disney punta su Colin Farrel, nel ruolo del padre già nello straordinario Saving Mr Banks (2013). Ma se George Banks era troppo preso dai suoi problemi per rendersi conto del disagio che arrecava a chi lo amava, Halt Farrier è un padre che fa ammenda e appoggia in pieno i suoi figli, fino a rischiare la sua stessa vita pur di non deluderli.

Se i piccoli Farrier non hanno potuto fare nulla per evitare di perdere la loro madre, ora hanno la possibilità di non far provare lo stesso dolore al piccolo elefantino e di aiutarlo in ogni modo possibile a ricongiungersi con la sua mamma. A prova del fatto che, spinti dall’amore, siamo capaci di fare qualsiasi cosa.

Una menzione speciale va alla straordinaria colonna sonora di Danny Elfman in perfetta simbiosi “burtiana” avendo già collaborato con lo stesso regista per tantissimi film tra i più noti: Batman(1989), Edward mani di forbice (1990),  A Nightmare before Christmas (1993), Big Fish (2003), La fabbrica di cioccolato(2005), Alice in Wonderland (2010).

Temi classici del cinema burtiano: amore, perdita, separazione e crescita che permettono l’identificazione dello spettatore, anche il più piccolo.

Dumbo è da esempio, insegna a non mollare, a rialzarsi se qualcuno ci butta per terra, a far ricredere chi non crede in noi, chi ci abbandona nel momento del bisogno e a trovare la forza di credere in noi stessi.

Ma, come in tutte le più belle favole Disney, è solo con l’aiuto degli amici che l’impossibile diventa possibile.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AFTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/17/2019 - 20:19
Titolo Originale: After
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jenny Gage
Sceneggiatura: Jenny Gage
Durata: 91
Interpreti: Josephine Langford, Hero Fiennes-Tiffin, Khadijha Red Thunder

Tessa Young ha completato il liceo e si appresta a raggiungere il campus dove frequenterà l’università. La madre e il suo fidanzato di sempre si effondono in ammonimenti, affinché Tessa posta restare quella brava e studiosa ragazza che è sempre stata. Le raccomandazioni si rivelano presto inutili: La sua compagna di stanza la invita a una festa dove conosce Hardin, un ragazzo cupo e scostante, con il quale finisce per discutere animatamente anche di fronte alla professoressa di lettere, perché hanno giudizi diversi sui romanzi di Jane Austen ma ormai la scintilla è scoccata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I turbamenti sessuali della giovane Tessa sono il tema principale di questo film, senza che questo istinto naturale venga sostenuto da un’approfondita conoscenza e da un impegno reciproci dei due giovani. Un racconto “fisico”, senza profondità
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazioni senza nudità di un rapporto lesbico e di una convivenza prematrimoniale. Una gioventù grigia, senza punti di riferimento
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che lascia incompleto l’approfondimento dei protagonisti. Buona la prestazione di Josephine Langford (Tessa); incerta invece quella di Hero Fiennes-Tiffin (Hardin) vittima di una modesta definizione del suo personaggio.
Testo Breve:

Tessa inizia a frequentare l’università e conosce nuovi amici e un nuovo amore. Un prodotto ingessato, espressione dell’omologazione verso il basso della nuova cultura mediatica

 

Questo film ha un’importanza addirittura storica perché si può dire che sia il primo (dopo un altro esperimento in tono minore: The Kissing Booth)  a esser stato scritto in modo interattivo con l’aiuto dello  stesso pubblico e come tale costituisce una fonte certificata di ciò che può interessare agli adolescenti e agli young adult di oggi.

La strumento mediatico per una simile interazione è stata la piattaforma di narrativa online Wattpad, un colosso fondato nel 2006, con 70 milioni di scrittori registrati e più di 500 milioni di storie generate dagli utenti che ha proprio l’obiettivo di scoprire talenti e lanciarli nell’etere mediatico.

L’autrice Anna Todd aveva inizialmente concepito il suo racconto come tributo a Harry Styles, frontman della banda del cuore One Direction  (si tratta in effetti di una fanfiction) ed è interessante il modo con cui il racconto si è formato. Anna ha pubblicato in rete i singoli capitoli e da questi ha ricevuto di volta in volta i commenti dei lettori, in base ai quali ha fatto avanzare il racconto. Quando il suo lavoro (si tratta di un’epopea suddivisa in vari romanzi) è stato pubblicato in formato cartaceo, sono state vendute oltre 15 milioni di copie. Alla prima settimana di uscita del film in Italia, il successo è stato confermato e la pellicola è schizzata subito in cima al box office.

Qual è quindi il segreto di questa storia e come è stata trasferita sugli schermi?

Si tratta certamente di una love story in ambito universitario, ma non strappalacrime come l’originale del 1970, né ci troviamo di fronte a una coppia impossibilitata al contatto fisico, come nella saga Twilight o nel più recente A un metro da te. I due giovani soffrono comunque di insicurezza, di qualcosa che li ha resi fragili fin dalla giovinezza: la separazione e le colpe dei propri genitori. E’ questo in effetti il leit motiv che ricorre in tutta la più recente produzione di fiction che ha per protagonisti degli adolescenti, un espediente molto comodo per giustificare certe loro cattiverie. In realtà  è proprio l’amore il grande assente da questo film. E’ scontato che la tranquilla e semplice Tessa e il tormentato e tenebroso Hardin finiscano per piacersi perché ognuno ha bisogno di venir trasformato dall’altro ma i molto modesti dialoghi non ci esprimono l’avanzamento di una conoscenza reciproca, e i loro battibecchi intorno al Darcy e all’ Elisabeth di Orgoglio e pregiudizio o a Catherine e Heathcliff di Cime Tempestose appaiono degli innesti forzati. C’è un solo tema che viene sviluppato con abbondanza di dettagli: i turbamenti sessuali di Tessa di fronte al primo bacio, alle prime carezze, alla prima volta. Una progressione guidata da un Hardin incerto ma gentiluomo, disposto a fare progressi solo quando lei si sente pronta. E’ evidente l’intento dei produttori di realizzare un film patinato adatto a un vasto pubblico (non ci sono nudità) e di fatto i risvolti più crudi presenti nel romanzo, espressione della cattiveria di Hardin, sono stati eliminati, causando però una perdita della caratterizzazione del ragazzo, che appare spesso imbronciato e melanconico in ogni circostanza, senza che si comprenda bene il perché.

Alla fine il risultato è sconfortante: se dobbiamo concludere che il romanzo (e ora il film) è espressione del minimo comune sentire di un vasto pubblico giovanile, qui non ci troviamo di fronte a una bella storia d’amore (come in fondo, era Love story del 1970) ma siamo piuttosto dalle stesse parti di Cinquanta sfumature di grigio.

E quello che è stato proposto come un frutto spontaneo della generazione dei millennials è in realtà espressione dell’omologazione verso il basso che genera la nuova cultura mediatica

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HELLBOY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/11/2019 - 13:04
Titolo Originale: Hellboy
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Neil Marshall
Sceneggiatura: Andrew Cosby
Durata: 120
Interpreti: David Harbour, Ian McShane, Milla Jovovich, Daniel Dae Kim

Hellboy è un semi-demone, evocato nel lontano 1944 dal mago Rasputin su richiesta dei Nazisti che speravano con questa “arma” di capovolgere i destini della guerra. “Rubata” dagli Alleati, la creatura dalla forza sovrumana e dall’aspetto inquietante viene cresciuta dal professor Bruttenholm come un figlio e addestrata a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma quando la minaccia della sanguinaria strega Nimue si ripresenta, per Hellboy non sarà solo questione di forza, ma anche di capire chi è veramente…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista è in fondo un bonaccione. Con un forte istinto di protezione verso i deboli, che però convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici
Pubblico 
Maggiorenni
numerose scene di violenza anche efferata. Negli USA il film è vietato ai minori di 17 anni.
Giudizio Artistico 
 
Il film resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista,
Testo Breve:

Hellboy è un semi-demone addestrato a diventare un “detective del paranormale”, dedito alla difesa dell’umanità contro le minacce dei mostri. Ma il ritmo rutilante di una sorta di giostra sanguinaria rendono il film a dir poco indigesto

In una stagione dominata dai cinecomic (solo da inizio 2019 si sono visti Aquaman, Captain Marvel e Shazam, ma è solo un assaggio visto che poi ci sarà l’ultimo atteso capitolo dei Avengers, seguito da un nuovo Spiderman) il reboot del personaggio creato da Mike Mignola nel 1993 (i precedenti cinematografici portano l’autorevole firma di Guillermo Del Toro) firmato da Neil Marshall (The Descent, Centurion) punta sulla quantità (di azione, di sangue, distruzione e mutilazioni assortite) più che sulla qualità.

Le avventure del detective del paranormale Hellboy hanno il ritmo rutilante di una giostra sanguinaria che tra prologhi, flashback e visioni, sbatacchia lo spettatore in un flipper che più che divertire dopo un po’ estenua. La colonna sonora invadente, la grafica onnipresente e gli effetti visivi fatti per sconvolgere completano un piatto a dir poco indigesto.

In mezzo a tutto ciò stona il tentativo di alleggerire il gore con l’umorismo del protagonista (sotto il prostetico c’è il bravo David Harbour, lo sceriffo della serie Netflix Strager Things), che a dispetto delle sue origini e del suo inquietante aspetto è in fondo un bonaccione. Il suo difficile rapporto con il padre adottivo, l’istinto di protezione verso i deboli, convivono in lui con una assoluta nonchalance nel fare a pezzi i nemici…seguendo la propria natura demoniaca.

Del resto è il percorso del protagonista nel film quello di un (anti)eroe che deve decidere da che parte schierarsi, anche se la pellicola di certo non eccelle nel tratteggio delle psicologie ma preferisce la strada sbrigativa di mostrare una scena di action dopo l’altra commentata fin troppo da battute che definire didascaliche è una gentilezza.

Non aiuta più di tanto il tentativo di “costruire una squadra” attorno a Hellboy per spingere il senso di cameratismo in un mondo dove continuano a comparire mostruosità di ogni genere, le teste saltano con allarmante regolarità, accompagnate da stragi di grafica violenza (il film è caldamente sconsigliato ai minori).

Si vorrebbe nobilitare il tutto con il ricorso niente di meno che alla saga arturiana, ma ne esce la versione più cheap possibile e il moltiplicarsi dei cattivi (oltre alla strega ci sono il suo aiutante dalla testa di suino e Baba Yaga che trucida e mangia bambini) riesce solo a far durare (troppo) a lungo la storia.

Insomma questo Hellboy resta un esperimento francamente molto poco riuscito, irritante nel suo ricorso sfacciato alla violenza, incapace di dare sostanza al percorso del suo protagonista, il cui dilemma, largamente prevedibile, si risolve nello spazio di un momento. L’epilogo (ovviamente non può mancare) lancia un sequel di cui faremmo volentieri a meno.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA SAPIENZA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2019 - 20:22
 
Titolo Originale: La Sapienza
Paese: Italia, Francia
Anno: 2014
Regia: Eugène Green
Sceneggiatura: Eugène Green
Produzione: LA SARRAZ PICTURES, MACT PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Fabrizio Rongione, Christelle Prot, Ludovico Succio, Arianna Nastro

A 50 anni, Alexandre Schmidt è un architetto francese ormai affermato che però decide di rinunciare a un prestigioso progetto perché si rifiuta di dar seguito alle richieste della committenza: radere al suolo ciò che prima era stato costruito. Alexandre decide che il modo migliore per impiegare il tempo che ora si trova a disposizione sia andare a Stresa e poi a Roma per scrivere un saggio sulle opere del Borromini. Sarà l’occasione per rinnovare su prospettive diverse a sua passione di costruttore, da tempo affievolita. La moglie Alienor decide di accompagnarlo: fra di loro è rimasto solo un civile rispetto, dopo un tragico evento che ha messo alla prova la loro unità coniugale. A Stresa incontrano due giovani fratelli, Goffredo e Lavinia; il primo prossimo agli studi di architettura, la seconda afflitta da una strana malattia nervosa che la costringe a restare spesso a letto. Alienor decide di recuperare il suo senso materno ormai affievolito restando a Stresa con Lavinia, mentre Goffredo accompagnerà Alexandre in Italia alla scoperta del Borromini....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un architetto che inizialmente si dichiara un materialista, scopre che la sua ispirazione resta incompleta se non inserisce la forza di una luce soprannaturale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Eugène Green si avventura su temi alti, difficili da esprimere cinematograficamente. Un esercizio interessante ma riuscito a metà
Testo Breve:

Raiplay ha compiuto questo interessante recupero di La sapienza, sulla storia di un architetto che cerca la sua ispirazione professionale e la trova nelle forme spirituali del Borromini. Un film non per tutti i palati riuscito a metà

Alexandre, durante un discorso di ringraziamento in occasione di un premio ricevuto come riconoscimento alla sua opera, si era dichiarato un materialista, impegnato nei valori della laicità francese.    Si era sempre rifiutato di erigere delle chiese di qualsiasi religione; sono le fabbriche – a suo dire - le cattedrali del mondo moderno. Si tratta però di un’auto etichettatura che non rispecchia appieno il suo sentire: ne è una riprova l’ammirazione che Alexandre dice di nutrire per l’architetto Borromini e in particolare per come ha realizzato la chiesa di sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Si tratta di uno spazio spirituale, come lui stesso lo descrive, che punta verso l’assoluto, attraverso una progressione che percorre prima lo spazio dimora degli angeli e infine si protende verso lo spazio divino, verso la sorgente della luce.

Alexandre ammira anche il Bernini, di cui apprezza quello stile particolare che gli consente sempre di imbrigliare forme dinamiche all’interno di figure geometriche, secondo una razionalità che sente in sintonia con una sensibilità francese e lui stesso si dichiara un Berniniano, ma non può fare a meno di riconoscere che il Borromini riesce a trasmettere qualcosa di più profondo anche se non è in grado di cogliere l’essenza della sua aspirazione.

Il suo giovane amico, aspirante architetto, ha invece le idee molto chiare: essere architetti vuol dire creare spazi da riempire di gente e di luce. La luce deve costituire una “presenza”, una presenza divina che può essere percepita da chi è credente ma anche da chi non lo è. Un’opera architettonica deve diventare “un tempio per tutte le religioni”.

Come si può vedere da questi brevi cenni della trama e delle conversazioni, il regista e sceneggiatore Eugène Green “punta in alto, affronta tematiche intellettuali impegnative che necessitano di una forma narrativa adeguata, un modo per riuscire a raccontare cinematograficamente non in prosa ma in poesia questa ricerca della sapienza e della bellezza. Ecco che il parlare dei protagonisti ha una cadenza lenta e solenne, guardando direttamente verso la telecamera. C’è abbondanza di piani fissi, gesti ieratici e lente carrellate lungo le pareti di diverse opere del barocco italiano per riuscire a coglierne la dinamica delle forme ma anche la serenità e la solarità delle sponde del lago Maggiore.

Si tratta quindi di un film non per tutti i palati ma interessante, a nostro avviso almeno nel  modo con cui il protagonista lotta interiormente nel dover scegliere fra un armonico e chiuso razionalismo (in termini architettonici: il cerchio e l’ellissi) e altre forme che esprimono una spinta verso l’alto, verso il trascendente.

E’ sintomatico il transito di Alexandre e di Goffredo per Torino e la loro analisi della Sindone; Anche se  riferisce a Goffredo che in base ad alcune analisi effettuate, il tessuto va datato intorno al  XII secolo, Alexandre si dichiara sinceramente turbato, come uomo e come architetto, da quel volto e da quei segni di sofferenza che provengono da un lontano  passato. Solo dopo una prolungata vicinanza con Goffredo, che non è appesantito, come lui, dalla sfiducia e dalla sofferenza che gli hanno procurato alcune vicende personali, comprende perché l’architettura del Borromini attrae tanto il suo animo: l’architetto ticinese  sembra aver trovato una perfetta armonia fra la sapienza  e la spinta verso l’infinito. Sembra forse pronto a concludere che fra i due elementi non c’è alcuna contraddizione, ma che la Sapienza è esattamente espressione del Divino, come viene ricordato fin all’inizio del film, citando La Bibbia:

La sapienza ..è  un riflesso della luce perenne (Sapienza 7,26)

L’obiettivo del regista è stato sicuramente ambizioso, un obiettivo raggiunto a metà, non solo per la forma narrativa scelta ma per certe libertà autoriali che si è concesso: una parentesi comica fuori luogo e un po’ razzista (ai danni di un turista australiano); il cameo interpretato dal regista stesso nei panni di un rifugiato caldeo, una rapida incursione nella  psicologia con l’inspiegabile malattia debilitante di Lavinia.

Il film è disponibile sulla piattaforma Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA GIUSTA CAUSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 08:14
 
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Produzione: AMBLIN PARTNERS, GORDONSTREET PICTURES, ROBERT CORT PRODUCTIONS
Durata: 120
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Kathy Bates

Alla fine degli anni ’50, Ruth Bader Ginsburg, già sposata e con una figlia piccola, è una delle prime donne ad esser iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Harward. La sua vita non è facile perché l’ambiente universitario è ancora pieno di pregiudizi nei confronti delle donne e inoltre suo marito si è gravemente ammalato. Lei inizia così a frequentare in parallelo anche le lezioni del secondo anno, dove suo marito è iscritto, per permettergli di studiare. Una volta laureata, non riesce a trovare un solo studio di New York disposta ad accettare una donna come avvocato. Rassegnata, diventa professoressa universitaria e insegna una materia che le sta molto a cuore: le discriminazioni in base al sesso che le leggi di quel tempo ancora convalidavano…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un marito e una moglie riescono sempre a spalleggiarsi anche nei momenti più difficili. La virtù della fortezza di Ruth che non si lascia scoraggiare ma si batte per dei principi che ritiene giusti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura molto ben costruita riesce ad sviluppare una storia basata su un conflitto di idee senza mai riuscire a stancare
Testo Breve:

La storia vera di Ruth Bader Ginsburg, fra le prime donne a laurearsi in legge, che dovette superare tutti i pregiudizi del tempo nei confronti della donne fino a diventare un giudice costituzionale Un interessante storia di idee e di una famiglia affiatata

Può interessare la storia di due primi della classe, marito e moglie, appassionati di legge, (lei prima nel suo corso ad Harward e prima in quello alla Columbus, lui uno dei più giovani e brillanti avvocati tributari di New York) che passano il tempo a dibattere questioni di legge?

Può appassionare un film che sembra scritto per degli avvocati o dei giudici, dove si entra nel dettaglio, nelle sue due ore di durata, dei meccanismi che regolano la giurisprudenza americana?

Il film ci riesce, perché ci racconta anche la storia di una famiglia molto affiatata, dove marito e moglie si sostengono a vicenda con convinzione, nella buona e nella cattiva sorte e perché riesce ad appassionarci alle difficoltà che affronta Ruth, una donna di indubbio talento, per “scalare la montagna”, cioè riuscire a smontare pezzo per pezzo, le centinaia di leggi (in U.S.A. si applica la common law, quindi non c’è un codice di riferimento) che ancora negli anni ‘70,  stabilivano diversi diritti e doveri in base al sesso.

Il personaggio di Ruth è molto ben tratteggiato (un po’ meno quello del marito), il film è la biografia romanzata di un noto giudice donna della corte costituzionale (compare brevemente alla fine del film) della quale viene mostrato il cuore indomito nelle tante battaglie affrontate ma anche l’equilibrio di saper riconoscere quando è inutile insistere e di accontentarsi di una piccola vittoria al momento invece di desiderare tutto subito.

Il film è interessante, oltre che per la bella storia in sé, anche perché solleva problematiche che è giusto dibattere: ne citiamo solo due.

Di fronte a una causa difficile da vincere, la si affronta perché si è convinti dei principi che si vogliono difendere o piuttosto perché è un’occasione irrinunciabile per raggiungere la notorietà da tanto tempo desiderata? In effetti è proprio questa l’accusa che gli avversari rivolgono a Ruth, per scardinare le sue tesi. È inutile dire che non c'è una risposta univoca ma nel caso di Ruth la sceneggiatura dà una risposta chiara: occorrono entrambi, giusti principi e una giusta ambizione. Il riconoscimento del principio di parità uomo-donna davanti alla legge era molto difficile da perseguire e lei è stata la persona giusta, perché occorreva tutta la determinazione e la sicurezza di cui era dotata, che le scaturiva dalla sua profonda preparazione.

Più delicato è l'altro tema: fino a che punto si può dire che l’uomo e la donna siano per natura diversi e che quindi la legislazione deve riflettere questa complementarietà oppure debbono avere gli stessi diritti e accedere alle stesse opportunità? Gli avversari di Ruth disegnano scenari apocalittici: prevedono bambini trascurati, mamme in ufficio o alla catena di montaggio, uomini e donne che competono per lo stesso lavoro, riduzione dei salari a causa della maggiore concorrenza, aumento dei divorzi e lo sgretolamento dei fondamenti della società americana. Ruth è stata pronta a rispondere: quando studiava all’università di Harward non c’erano neanche i bagni per le donne; sul lavoro non potevano fare gli straordinari e i giudici erano solo dei maschi.

Il film presenta una risposta chiara a questi dubbi. le leggi debbono seguire l’evoluzione della società. C’è uno stretto legame fra la legge e la cultura di un popolo e i giudici debbono adeguarsi, non certo alle mode correnti (né tanto meno anticiparne di nuove) ma alle onde lunghe dell’evoluzione dei costumi. In effetti Ruth riuscì a vincere la sua prima causa contro le discriminazioni uomo-donna solo negli anni ’70, nel pieno delle contestazioni studentesche.

Il limite della legge è proprio questa: cessa di difendere dei principi quando questi non sono più rispettati dalla maggioranza. Il modo con cui ogni singolo individuo, nel caso specifico una donna, possa riuscire a conciliare le mansioni che derivano dalla sua natura, in particolare partorire e allevare figli e svolgere lavori anche onerosi al pari di un uomo, viene lasciato alla coscienza del singolo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LIKEMEBACK

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/31/2019 - 18:41
Titolo Originale: Likemeback
Paese: ITALIA, CROAZIA
Anno: 2018
Regia: Leonardo Guerra Seràgnoli
Sceneggiatura: Leonardo Guerra Seràgnoli
Produzione: ESSENTIA, NIGHTSWIM, INDIANA PRODUCTION COMPANY CON RAI CINEMA, COOPRODOTTO ANTITALENT PRODUKCIJA
Durata: 80
Interpreti: Denise Tantucci, Angela Fontana, Blu Yoshimi, Goran Markovic

Lavinia, Carla e Danila sono tre ragazze che hanno finito il liceo e si godono una vacanza fra le isole della Croazia in barca a vela con skipper, un dono generoso da parte della madre di Carla, la più studiosa, che pensa di trascorrere quella vacanza preparandosi all’esame di ammissione all’università. Lavinia è la più sicura di se’ e si vuole godere la vacanza mentre Danila è tutta concentrata nel fare il maggior numero di foto da postare su Instagram: vuole assolutamente raggiungere i 30.000 followers..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Encomiabile l’impegno del regista di ricostruire gli effetti che si determinano in tre ragazze sul finire dell’adolescenza, a causa di una totale dipendenza dai social network . Un tentativo non completamente riuscito che evidenza la superficialità di tre ragazze ma non spiega pienamente le ragioni del loro comportamento
Pubblico 
Maggiorenni
Numerosi nudi femminili. Relazioni amorose di una sola notte. Impiego di sostanze stupefacenti in discoteca
Giudizio Artistico 
 
Un film sperimentale nella messa in scena, nella sceneggiatura, nelle riprese, che tradisce una certa impostazione intellettuale
Testo Breve:

Tre ragazze in barca per passare l’estate del dopo maturità. Un film di denuncia sulla dipendenza dai social network riuscito parzialmente

Danila scatta una foto a Lavinia mentre sta dormendo a sua insaputa e la posta su Instagram. La mattina dopo Lavinia va su tutte le furie: postando un’immagine improvvisata in questo modo, rischia di rovinare il suo livello di Like. Si calma solo quando si accorge che i commenti dei followers sono positivi: hanno apprezzato un’immagine così spontanea. Indubbiamente l’idea di mettere a fuoco la dipendenza della generazione Z dai media è particolarmente stimolante e degna della massima attenzione ma le scelte del regista e sceneggiatore Leonardo Guerra Seràgnoli lasciano perplessi. Tre ragazze si trovano nell’estate del dopo maturità, raccontata in tanti e tanti film a iniziare dai fratelli Muccino (L’estate addosso, Che ne sarà di noi). Cosa ci fanno queste tre ragazze, da sole in una barca (c’è un solo maschio con loro: lo skipper) lungo le coste della Croazia? Perché non hanno organizzato la vacanza più entusiasmante della loro vita con i loro amici, con il loro ragazzo? Si può rispondere che il viaggio in barca è una metafora dell’incomunicabilità nella quale le ragazze si sono autoescluse. Ogni tanto parlano dei loro ragazzi ma li qualificano con distacco, attraverso gli sport che praticano, le loro manie, sembrano quasi quei brevi profili che appaiono su Facebook. In questo film ci sono solo loro, il mare blu e il cellulare. In effetti è il cellulare, il vero protagonista della storia, che deve subito esser rimesso in carica appena dà segni di esaurimento e quando cade in mare, come accade a Carla, si determina una vera e propria tragedia. Le ragazze attraversano paesaggi incantevoli ma per loro sono solo un’occasione per fare un nuovo selfie, non per comunicare con qualche persona a loro cara, ma per accrescere il livello di apprezzamento raggiunto presso tanti anonimi followers. La più fragile di tutte è Danila, che si riprende in pose sempre più audaci per aumentare il proprio indice di gradimento ma poi, quando sbarca su un’isola e passa la serata in una discoteca, è inesperta nei rapporti umani e non sa come gestire i ragazzi che incontra. Il film ha un profilo sperimentale e Il regista ha voluto essere originale sia nelle inquadrature che nella sceneggiatura. Anche le tre ragazze hanno collaborato alla stesura del testo per cercare di ricostruire il modo di parlare degli adolescenti (ma il modo con cui si sovrappongono nel parlare, rende spesso poco intellegibile cosa dicono) e in effetti il loro chiacchierare libero, le inquadrature come se fossero improvvisate attraverso telefonino, consentono allo spettatore di sentirsi in barca con loro. Il problema di questo film è che tutto si esaurisce in questa novità. Dopo essersi immersi nel cielo e nel mare della Croazia, dopo aver ascoltato le ragazze che parlano fra loro, prendono il sole e postano continuamente foto, succede poco altro, tranne una turbativa finale che non vogliamo rivelare.. Le varie tecniche escogitate dall’autore per realizzare un nuovo cinema-verità non costituiscono la base per una narrazione ma si richiudono in se stesse. Si potrebbe dire che il film ha comunque il merito di denunciare l’alienazione che si raggiunge quando diventa più importante la vita virtuale che si vive dentro un telefonino che quella reale, ma questa conclusione appare parzialmente corretta. Quella dipendenza dal cellulare è una causa o un effetto di una vita impostata alla massima superficialità? Sappiamo molto poco di queste ragazze ma concludiamo che hanno pochi amici e relazioni fragili, sono dei Narciso che contemplano la loro immagine nel vetro di un cellulare, hanno poco pudore e apprezzano gli incontri di una sola notte. Forse, in questo film a tema, manca la presenza di personaggi fatti di carne e ossa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIVERDALE (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/30/2019 - 10:11
Titolo Originale: Riverdale (season 1)
Paese: USA
Anno: 2017
Produzione: Warner Bros, CBS
Durata: 13 episodi, ora su Netflix
Interpreti: KJ Apa, Camila Mendes, Lili Reinhart, Cole Sprouse, Luke Perry,

Una tranquilla cittadina americana viene sconvolta dal misterioso omicidio del ragazzo più popolare della città, Jason Blossom. La vita di tutti i suoi compagni di scuola e dei abitanti di Riverdale cambierà per sempre.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questa serie, priva dei toni foschi e morbosi di tanti altri teen drama, degli adolescenti coltivano salde amicizie e sviluppano i primi amori. I cattivi sono i genitori. Esperienze sessuali prematrimoniali anche omosessuali
Pubblico 
Adolescenti
Inclinazione al suicidio, rapporti prematrimoniali anche fra un minorenne e una maggiorenne ma attraverso scene solo allusive
Giudizio Artistico 
 
Un teen drama, che è anche un buon giallo caratterizzato da un continuo orientarsi verso il mistery. I colpi di scena sono ben inseriti e la serie, non prevedibile, tiene continuamente con il fiato sospeso
Testo Breve:

Una tranquilla città di provincia si scopre non essere più tale quando un ragazzo dell’high school viene ucciso e i suoi amici cercano di scoprire cosa è successo.  Riverdale è la serie più vista dai giovani nel 2018 dopo Thirteen ma è più romanzata e meno cupa di altri teen drama di successo

Ogni generazione ha la sua serie icona: dai ‘90 di Beverly Hills, ai 2000 di Dawson’s Creek. Dalle vite degli adolescenti ricchi di Orange County a quelle sconclusionate e ribelli di Gossip Girl. I teen drama rappresentano non solo una moda ma esprimono da sempre, per la storia della tv, esempi e modelli di vita in cui identificarsi.

Nell’era di Netflix, dove le produzioni risultano essere a basso costo ma di migliore qualità, è necessario comprendere che la scelta di cosa vedere è amplificata a dismisura rispetto a qualche anno fa. Infatti, se Thirteen Reason Why racconta la realtà cruda dei pericoli che incontrano talvolta gli adolescenti, Riverdale è una serie decisamente più romanzata. I personaggi, come nei migliori film Warner Bros, seguono un percorso che li porta a delle scelte, bene e male che siano, imparano a riconoscere le amicizie, provano le prime esperienze dell’innamoramento, affrontano i pericoli e conoscono sé stessi mettendosi alla prova.

In questo Riverdale rappresenta un cambiamento decisamente positivo rispetto al decennio passato dove i protagonisti delle serie mentivano, rubavano, talvolta facevano uso di droghe solo per sentirsi parte di un gruppo. Il messaggio che veniva percepito per la maggiore era quello di una realtà ben lontana, con il conseguente desiderio di evasione.

Guardando Riverdale si respira quasi l’aria del piccolo paese in cui tutti si conoscono. Una misteriosa cittadina medio borghese, che ha costruito la propria economia sullo sciroppo d’acero, dove il passato incide spesso sul presente. I cittadini sono preoccupati di mantenere spesso le apparenze, non mancano i gruppi dove c’è chi si impone sull’altro, liti familiari, ma senza eccessivi drammi.

Così, se inizialmente può sembrare un semplice teen drama, già dalla puntata pilota ci rendiamo conto che si tratta di un vero e proprio thriller: che fine ha fatto Jason Blossom?

La storia racconta di un gruppo di ragazzi della Riverdale High School, Jughead Jones, Betty Cooper, Archie Andrews Veronica Lodge, che indagano su misteri, omicidi e intrecci amorosi.

La voce narrante è del sarcastico e introverso Jughead Jones, costantemente alla tormentosa ricerca della verità che tenta di portare a galla attraverso i suoi articoli pubblicati sul giornale studentesco.

Jughead condivide la passione per le indagini e il giornalismo con la compagna Betty Cooper che in apparenza sembra la tipica ragazza acqua e sapone della porta accanto; solo con lo svilupparsi delle vicende mostrerà un lato più oscuro. Il protagonista, Archie Andrews, è il classico giocatore di football del college che si divide tra la passione per la musica e lo sport. L’ultima del gruppo, Veronica Lodgericca ed elegante ragazza appena trasferita da New York con la madre, dopo che uno scandalo finanziario ha travolto la sua famiglia.

In Italia non è così conosciuto, ma Archie Andrews è uno dei personaggi più vecchi nella storia dei fumetti negli Stati Uniti.  La serie, adattamento televisivo dei fumetti Archie Comics, è prodotta da Warner Bros e Netflix ed ha vinto 22 premi tra cui 16 Teen Choice Award.

Riverdale si presenta come un teen drama, ma è anche come un buon giallo caratterizzato da un continuo orientarsi verso il mistery. I colpi di scena sono ben inseriti e svelati non tutti sul finale delle puntate rendendo così la serie non prevedibile, tiene continuamente con il fiato sospeso e non annoia: episodio dopo episodio, si mantiene viva la tensione. Ogni puntata racconta qualcosa del passato che si ripercuote sul presente facendo emergere un netto contrasto tra tradizione e innovazione. Le strade illuminate da luci al neon sotto il cielo nuvoloso, ci presentano un’ambientazione, fatta di pub e automobili anni ’50 che ci riportano alle dinamiche tipiche della provincia americana mescolate ai temi attuali più discussi tra i giovani come la competizione femminile, il suicidio il disagio ai tempi del liceo e l’omosessualità.

Come gran parte delle serie tv d’oltreoceano lo spazio è sempre ristretto alla piccola cittadina, un piccolo ma intenso mondo tra milk-shake condivisi con gli amici, storie d’amore e strane e misteriose scomparse che rappresentano il giusto mix di ingredienti per il successo di una serie.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA SECONDA VOLTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/26/2019 - 14:32
 
Titolo Originale: La mia seconda volta
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alberto Gelpi
Sceneggiatura: Fabrizio Bozzetti
Produzione: LINFA CROWD 2.0. COPRODOTTO VARGAT FILM
Durata: 90
Interpreti: Aurora Ruffino, Simone Riccioni, Mariachiara Di Mitri, Luca Ward,

Giorgia ha diciott’anni, studia all’ultimo anno del liceo artistico a Macerata. Sa di avere talento (confeziona per hobby orecchini originali che riesce a vendere via Internet) e vorrebbe andare a Roma in cerca di opportunità ma il padre è contrario. Ludovica ha 23 anni, studia all’accademia di Belle Arti e aspira a diventare scenografa. Non è quindi contenta quando scopre che chi seguirà la sua tesi non sarà il titolare della cattedra ma Davide, un suo giovane assistente. Un giorno Giorgia, per distrazione, sta quasi per investire con la sua macchina Ludovica. Dopo un momento di tensione, le due ragazze diventano amiche e Giorgia si offre di aiutare Ludovica a ricomporre il modellino per una scenografia che nell’incidente si è rotto. A un certo punto entra in casa Davide e Ludovica scopre che il suo assistente per la tesi non è altri che il fratello maggiore di Giorgia....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna fa tesoro di una leggerezza compiuta da adolescente e quel fatto diventa per lei lo stimolo per cambiare vita e dedicandosi ad aiutare chi rischia di commettere lo stesso errore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio. Un ragazza accetta un appuntamento al buio da uno sconosciuto conosciuto via Internet
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura risulta debole, spiegando ciò che non occorre spiegare e togliendo tensione drammatica a quei momenti che più ne hanno bisogno
Testo Breve:

Una ragazza con grandi speranze per il proprio ’avvenire, distrugge tutto per un gesto irresponsabile (l’assunzione di droga). Le nobili intenzioni del film, molto valide per incontri rivolti a dei  giovani risultano meno  efficacai in una sala cinematografica

“Cineducando” è il nome che è stato dato al progetto sostenuto da case di produzione e distribuzione come Linfa Crowd 2.0 e Dominus Production che ha l’obiettivo di realizzre pellicole con un profondo  contenuto etico ed educativo per poi presentarle a studenti di scuole medie e superiori o in altri contesti culturali sensibili. La mia seconda volta rientra a pieno titolo in questo progetto perché racconta, in modo romanzato, la storia vera di Giorgia Benusiglio, che ha rischiato di morire per aver assunto una pasticca di Ecstasy e una volta ripresasi, ha deciso di dedicarsi  interamente a far comprendere ai giovani i rischi della droga.

Il film è uscito nelle sale il 21 marzo ‘19 ma da tempo  è stato presentato in molte  scuole delle principali città italiane e migliaia di ragazzi hanno potuto parlare sul tema della dipendenza dalla droga con i protagonisti della storia e con la stessa Benusiglio.

Questa bellissima iniziativa è ora sfociata nei tradizionali canali di distribuzione cinematografica. C’è quindi una domanda da porsi: questo film è  in grado di raggiungere  un vasto pubblico, non più selezionato come quello di un incontro a tema?

Su questo punto sogono delle perplessità proprio dalla struttura con cui è stato costruito il film. Viene meno la regola “show don’t tell” e  la didattica precede la narrazione. Accade con la professoressa del liceo artistico di Giorgia, che prende spunto dall’arte Kintsugi per sentenziare che “Le cicatrici rappresentano la storia che si fa carne. E dal dolore può nascere una bellezza ancora più grande” . Ma accade anche in quello spazio onirico  che interrompe la narrazione a intervalli regolari, forse il mondo in cui è rimasta chiuda Giorgia durante il coma, che  commenta  ciò che lo spettatore già vede: “quando tutto sembra perduto, quando pensi di aver toccato il fondo,..”

Maggiore perplessità desta  il modo con cui si è voluto raggiungere l’obiettivo dichiarato, quello di dissuadere i giovani dall’assumere  delle droghe. Conosciamo, dai vari racconti che ha fatto  Giorgia Benusiglio,la drammaticità della sua storia, colta da epatite fulminante  dopo l’assunzione di una pillola ecstasy. Il suo fegato era in necrosi e nell’attesa di un donatore, era arrivata a pesare 27 chili. La scelta narrativa è stata diversa: non si vede il momento  il cui la ragazza prende la droga (anzi si costruisce intorno a quell’evento una sorta di  giallo, per scoprire  chi sia stato il responsabile) e l’uscita dal coma della ragazza si risolve romanticamente con l’iniziativa di un suo amico che gli fa ascoltare la sua musica preferita. Per fortuna la Benusiglio interviene di persona alla fine el film, per riportare  il racconto alla sua cruda realtà  , mostrando la profonda cicatrice che ha sul fianco e che costituisce  memoria indelebile del trapianto che l’ha salvata.

Può darsi che questo alleggerimento sia stato motivato dalla necessità di non impressionare i ragazzi, che avrebbero comunque potuto fare tutte le domande che volevano durante gli incontri programmati ma si tratta di una soluzione che a cinema indebolisce l’efficacaia del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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