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THE 33

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/23/2020 - 17:51
 
Titolo Originale: The 22
Paese: Cile, Colombia
Anno: 2015
Regia: Patricia Riggen
Sceneggiatura: Mikko Alanne, Craig Borten, Michael Thomas
Produzione: Alcon Entertainment, Phoenix Pictures
Durata: 120
Interpreti: Antonio Banderas, Juliette Binoche, Rodrigo Santoro, ames Brolin

Miniera di San José, Cile, 2010. Durante una normale giornata di lavoro in miniera una lastra di pietra crolla a 700 metri di profondità e va ad ostruire l’unica via di uscita per i minatori. Trentatre di loro restano intrappolati in quella grotta senza contatti con la superficie. Fatti diversi progetti e tentativi, dopo 69 giorni tutti gli operai vengono liberati in una delle operazioni di salvataggio rimaste uniche nella storia. La preoccupazione dei familiari, la tensione del mondo intero, la gioia di rivedere vive tutte le persone coinvolte nell’incidente.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte al rischio, per i minatori, di cedere allo sconforto, è la fede che garantisce loro una speranza che va oltre ogni speranza e di fronte alle enormi difficoltà tecniche e all’incertezza del successo, per chi è in superficie, è sempre la fede che fornisce la spinta per impegnare tutto se stessi senza limiti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche situazione di tensione potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Buona resa del dramma che hanno affrontato i trentatre minatori e l’alternarsi in loro di momenti di sconforto ad altri di speranza. Non tutti i personaggi vengono descritti con la stessa profondità
Testo Breve:

Miniera di San José, Cile, 2010: la ricostruzione del dramma vissuto da 33 minatori imprigionati a 700 metri di profondità. Una storia di intraprendenza, coraggio e fede. Su PRIME VIDEO

Un gruppo di minatori, salutati i familiari, sale sul pulmino che li porterà in fondo alla miniera. La luce del sole scompare ben presto. Il pulmino scende lungo uno stretto sentiero che si avvita  a spirale e sembra non terminare mai. Ogni tanto, ai bordi, si vedono degli altarini improvvisati  che ricordano, con una fotografia, coloro che non sono più tornati a casa. Uno dei minatori sul pulmino, alla sua prima esperienza, ha il respiro affannoso, si sente soffocare. Con questa sequenza, molto coinvolgente, inizia la storia dei 33 minatori di San Josè e del loro incidente.  Nel 2015 il premio Pulitzer Hector Tobar l’aveva raccontata nel suo libro Deep Down Dark (tradotto nella versione italiana: La montagna del tuono e del dolore). Nello stesso anno il libro viene sceneggiato e diventa questo film diretto dalla regista messicana Patricia Riggen.

Il racconto è fedele alle testimonianze dei superstiti. Il montaggio, alternarnando quanto sta succedendo sottoterra a quanto accade in superficie, riesce a far percepire al pubblico i risvolti e le dinamiche di quella vicenda: da una parte i lavoratori che si trovano sepolti vivi a 700 metri di profondità con circa 40°C di temperatura e cibo sufficiente solo per alcuni giorni; sulla superficie,le donne dei minatori che tentano di discutere con i gestori della miniera per tentare di salvare i loro mariti, figli, padri. Di fronte a una vicenda così dolorosa che cresce giorno per giorno nell’evidenza dell’opinione pubblica e all’incapacità della società mineraria di affrontare la situazione, è il governo che si trova a dover decidere il da farsi: che soluzione tecnica adottare, di quali collaborazioni internazionali avvalersi per tentare l’impossibile e quale immagine del Cile proporre sulla scena internazionale.

Su entrambi i  livelli nei quali si svolge la storia, c’è un protagonista a fungere da leader: Mario Sepulveda (interpretato da Antonio Banderas) che mantiene viva la speranza lì dove non sembra esserci nessuna possibilità di sopravvivenza, Maria Segovia (interpretata da Juliette Binoche) che “guida” le mogli dei lavoratori nel richiedere all’azienda di tentare il salvataggio. Determinante è anche il giovane Ministro delle Miniere Laurence Golborne (interpretato da Rodrigo Santoro) che si prende a cuore il dramma di questi minatori che non conosce ma che  fa tutto quello che è in suo potere per estrarli vivi dal sottosuolo.

Se queste interpretazioni sono riuscite e convincenti, gli altri personaggi finiscono per passare in secondo piano e, in alcuni casi, fin troppo stereotipati nel genere del disaster movie come, per esempio, il personaggio che prevede il disastro ma resta inascoltato o quello che non  crede nel pericolo imminente fin che non si verifica il crollo. La fotografia è particolarmente curata, nell’alternanza di sole all’esterno e di  oscurità nel sottosuolo e si fa apprezzare la colonna sonora: una delle ultime composte da James Horner (vincitore di due premi Oscar nel 1997 come autore della colonna sonora di Titanic) morto in un incidente aereo quattro mesi dopo la fine delle riprese del film.

La pellicola riesce ad esprimere importanti valori umani e religiosi.

La povertà esteriore dei minatori, che contrasta con la loro ricchezza interiore; la capacità di condividere e di sacrificarsi per il benessere di tutto il gruppo. Il battersi per la giustizia, incarnato dalle mogli dei minatori. Ma forse, la grande verità che, da un punto di vista umano, il film riesce a esprimere, è la dimostrazione che si ottengono veramente dei risultati solo quando si mette in gioco tutto se stessi: iI team di superficie, capeggiato dal texano  Greg Hall, titolare della Drillers Supply Internazional  e dal giovane ministro delle Miniere, riesce con tenacia e intelligenza nell’intento prodigioso di individuare il punto dove si erano rifugiati i minatori, anche se trivelle si rompono continuamente e le mappe a disposizione sono imprecise.

La fede cristiana che ha sempre alimentato la  speranza dei minatori e ha dato loro la forza di resistere per due lunghissmi mesi (si veda come all’interno dei tunnel i lavoratori abbiano sempre pregato insieme) viene sottolineata nel film ma è ben poca cosa  rispetto a quello che accadde in realtà. Greg Hall,  diacono della comunità cattolica di Cypress (Houston), ha sempre pregato per l’esito dell’operazione  e tutti i minatori, di fede cattolica,  ricevettero, attraverso quella fessura nella roccia che ha costituito per lungo tempo  l’unica via di comunicazione con la superfice, trentatré rosari inviati personalmente dal Papa.

L’esito finale non è dei migliori: i titoli di coda rivelano come l’azienda sia stata assolta dall’accusa di negligenza colpevole e agli operai e alle loro famiglie non venne riconosciuto alcun indennizzo.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUO VADIS

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/19/2020 - 09:16
 
Titolo Originale: Quo Vadis
Paese: USA
Anno: 1951
Regia: Mervyn LeRoy
Sceneggiatura: S.N. Behrman, Sonya Levien e John Lee Mahin
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer
Durata: 171
Interpreti: Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov, Leo Genn

Nel 67 d.c. il console Marco Vinicio, comandante della XIV legione, dopo tre anni di vittoriose campagne militari, torna finalmente a Roma. In attesa della celebrazione del suo trionfo, viene ospitato in casa dell’ex console Aulo Plauzio. Qui incontra Licia, la sua figlia adottiva e ne prova da subito una forte attrazione. Anche Licia non è insensibile a fascino del condottiero ma ciò in cui credono è ancora troppo divergente. Licia si è convertita al cristianesimo, crede nella pace, nell’uguaglianza fra tutti gli uomini e nell’amore universale. Marco, da buon soldato, è convinto che la lotta sia l’unico mezzo, per Roma, per portare la sua civiltà ai popoli barbari. La loro relazione sembra irrealizzabile ma quando Marco viene a sapere che Licia sta rischiando la morte a causa dell’incendio dei quartieri poveri di Roma eseguito per la follia di Nerone, corre a salvarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mette bene a confronto la logica di potenza e sopraffazione, espressione del mondo pagano con la nascita di una nuova civiltà basata sul rispetto di ogni uomo e sull’amore, portata da Gesù Cristo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film manifesta in tutti i suoi aspetti (sceneggiatura, regia, recitazione, scenografia, costumi, ..) un’alta professionalità e se qualche volta eccede nei toni enfatici, questi erano congeniali alle realizzazioni kolossal degli anni ‘50
Testo Breve:

Il console Marco Vinicio è interessato alla fanciulla Licia ma lei, come cristiana, non vuole essere posseduta ma amata. Un kolossal hollywoodiano sempre valido per la qualità della realizzazione e per aver saputo evidenziare la forza rivoluzionaria del nuovo messaggio cristiano. Su Youtube a pagamento

Quo Vadis è datato 1951, in tempi molto particolari per il cinema americano. La televisione era diventata una seria minaccia e le case di produzione facevano a gara per realizzare kolossal che attirassero pubblico nelle sale (Sansone e Dalila (1949) della Paramount, Davide e Betsabea (1951) della Twentieth Century Fox e poi arrivava questo super-colosso,  per la regia di Mervyn LeRoy, il re dei film western, della Metro-Goldwyn-Mayer che mostrava la ricchezza delle case di produzione di quel tempo:  30.000 comparse (ovviamente niente computer grafica), oltre 100 set, 63 leoni, 7 tori, 450 cavalli, 32.000 costumi. Un’altra particolarità del film è quella di esser stato fra i primi a venir girato interamente in Italia (l’inizio della cosiddetta Hollywood sul Tevere) ed è stato una scuola di attori e attrici (qui nelle vesti di comparse) del calibro di Richard Burton, Elisabeth Taylor e la nostra Sophia Loren. Anche Sergio Leone era fra gli aiuti registi.

Bisogna però riconoscere che tutti questi mezzi sono posti al servizio del racconto, non c’è nessuna volontà di stordire il pubblico con la magniloquenza. Se il film può avere ancora un’ottima presa sul pubblico di oggi, ciò è dovuto a una sceneggiatura di alta professionalità. Basti osservare la progressione dell’incontro-scontro-amore fra Marco e Licia: se percepiscono fin dal primo incontro, la forza magnetica dell’attrazione fisica, le loro mentalità sono profondamente diverse. Marco, il personaggio meglio riuscito, persegue una logica di possesso e cerca di lusingarla invitandola a seguire le forze naturali che si muovono dentro di lei -“goditi la tua bellezza, ama tu che sei fatta per amare”- ma al contempo la sua onestà gli impedisce di fare qualcosa che lei possa disapprovare.  Licia si muove su un altro piano, parla di un amore che può essere solo gratuito, di rispetto e di dedizione per l’altro. Anche il tema della fede è trattato in modo realistico: non c’è nessuna facile, immediata conversione di Marco ma progredisce lentamente man mano che lui si avvicina di più alla sensibilità di Licia. Ci sono come due storie in questo film che si muovono in parallelo: quella privata, fra Marco e Licia e quella pubblica fra un impero romano forte delle sue istituzioni ma minato dai capricci degli imperatori e la nuova legge promulgata da Cristo, sintetizzata dai due discorsi di Pietro, soprattutto l’ultimo, nel Colosseo, davanti allo stesso imperatore, quando pronuncia la sua profezia: “Qui dove regna Nerone oggi, Cristo regnerà per sempre!”.

Può destare perplessità la figura di Nerone, un uomo fragile, facilmente influenzabile, alla ricerca continua dell’affermazione di se stesso. Peter Ustinov sviluppa questo personaggio con interna coerenza (fu l’unico a vincere un premio, come non protagonista), ma anche se non possiamo avere alcun riscontro storico, questa interpretazione di Nerone appare una presa in giro troppo semplicistica del potere imperiale del tempo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BUONGIORNO PROFESSORE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/15/2020 - 11:40
 
Titolo Originale: Buongiorno Professore
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Cesare Miceli
Sceneggiatura: Autori vari, da un'dea di Monica Mondo
Produzione: TV2000
Durata: 25' a puntata
Interpreti: Con i professori Andrea Monda, Giovanni Ricciardi e i ragazzi del liceo Pilo Albertelli di Roma

Il prof Andrea Monda, ora direttore dell’Osservatore Romano e il prof Giovanni Ricciardi, docente del liceo classico Pilo Albertelli di Roma, tengono a turno una lezione di religione di mezz’ora ogni settimana a una piccola classe di liceali, non secondo un programma prestabilito ma intrattenendosi con i ragazzi, in modo colloquiale, su alcuni aspetti che riguardano la vita di ognuno, inquadrandoli nell’ottica della fede e attingendo a fonti letterarie, filosofiche, artistiche. All’inizio le lezioni venivano trasmesse ogni domenica alle 9,20 su TV2000 ma ora sono tutte disponibile sul sito di TV2000 oppure su Youtube

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Temi importanti non solo per la fede ma anche per un sereno vivere con gli altri vengono trattati in modo stimolante e per nulla cattedratico
Pubblico 
Adolescenti
Un programma interessante per ragazzi in età di liceo, ma anche agli adulti. Per i più piccoli risulta troppo impegnativo
Giudizio Artistico 
 
Il format adottato è essenziale, i ragazzi coinvolti sono al massimo dieci e la conversazione fra loro e il professore fluisce in modo chiaro e scorrevole
Testo Breve:

Due professori, Andrea Monda e Giovanni Ricciardi, ci mostrano come sia possibile parlare di argomenti profondi come la fede e il significato della nostra esistenza in modo da interessare gli adolescenti di una classe virtuale fornendo al contempo un bell’esempio di cultura integrata. Sul sito di TV2000 e su Youtube

Nella lezione del 19 aprile 2020, al rientro dalle ferie pasquali, riprende la trasmissione Buongiorno Professore ma in un modo speciale, a causa della pandemia: ogni ragazzo ascolta e interloquisce da casa. Il professor Monda esordisce con un tema “forte”, quello della Resurrezione di Gesù e lo fa aiutandosi con l’immagine di un quadro famoso, Pietro e Giovanni di Eugène Burnand. Le lezioni non sono mai a una voce sola e Monda interroga i ragazzi. Uno di loro confessa sinceramente che quest’anno non si sente a suo agio nel parlare gioiosamente della Resurrezione, proprio quando ci sono tanti morti, anche vicino a noi, a causa della pandemia. Monda risponde sinceramente che non può non dargli ragione, sa di non poter rispondere in modo compiuto alla sua domanda di fronte al mistero dell’unione fra sofferenza e speranza. Propone riflettere su questo aspetto facendo silenzio intorno a noi, così come silenziosa e vuota era Piazza san Pietro quando papa Francesco, in una solitudine quasi spettrale, il 27 marzo, ha impartito la benedizione Urbi et Orbi. In realtà c’è un modo eccellente per coltivare la speranza: basta guardare quante persone stanno aiutando, con semplicità,  chi ha bisogno di aiuto in questi momenti, fino a mettere a rischio la propria vita. La lezione si conclude con la citazione di un brano tratto da una poesia di Pablo Neruda particolarmente pertinente in queste circostanze: “Nascere non basta è per rinascere che siamo nati”.

Quanto abbiamo brevemente descritto costituisce un ottimo esempio di una puntata di questo bel programma di TV2000. Vengono trattati temi “alti” (“la Resurrezione”, “morire per un amico”, “il perdono”, “la Chiesa”,”il male che non voglio”,.. ) ma non solo; anche  argomenti che risultano particolarmente vicini a dei adolescenti come quelli che si trovano in questa aula virtuale: “conosci te stesso”, “gentilezza e la rabbia”, “chi sono io?”, “il desiderio”, “basta la salute”,... Il tutto avviene in modo interattivo con gli studenti che rispondono ai professori sul tema del giorno, oppure che provocano loro stessi una discussione.

Grazie alla qualità dei professori, le riflessioni acquistano profondità grazie ai tantcolegamenti logici che vengon gfatti ad ampio raggio: non solo letteratura ma anche pittura e film o serial televisivi.

I due professori mantengono alto il livello delle lezioni sia pur con stili leggermente diversi: il prof Monda si impegna ad avere una maggiore interazione con i ragazzi, a cogliere i loro umori, e le domande che essi gli pongono ci appaiono spontanee. Anche il prof Ricciardi interloquisce con gli studenti ma il suo impegno è di completare nel modo più ampio il tema trattato e a volte sembra che le domande che gli studenti pongono siano state concordate.

Si tratta di un programma particolarmente felice sia per il livello qualitativo sia perché dà un buon esempio di come le lezioni possano esser organizzate in modo da risultare stimolanti per i ragazzi: viene sempre trattata “materia viva”, che tocca tutti loro.

Resta da sciogliere un’ultima curiosità. Il Covid ci sta cambiando e non ritorneremo più come eravamo prima; sul tema dell’educazione in particolare, l’esperienza di lezioni on-line sta lasciando una traccia, in positivo. E’ ovvio che l’interazione professore- alunno è insostituibile, perché non si tratta solo di istruire ma di educare, ora come nel futuro, ma è indubbio che la presenza di tante lezioni disponibili on-line stabilisca una positiva “concorrenza”, un confronto fra lo stile di tanti professori e in definitiva a una spinta verso un aumento della qualità didattica. Non sarà quindi strano, in un futuro, che il professore continui a tenere le lezioni in aula ai suoi studenti ma per un certo argomento particolare, li inviti ad andare a vedere in Internet quella lezione di un certo professore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIRGIN RIVER (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/13/2020 - 09:42
 
Titolo Originale: Virgin River
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Sue Tenney
Produzione: Netflix, Reel World Management
Durata: 10 episodi di 50'
Interpreti: Alexandra Breckenridge, Martin Henderson, Tim Matheson, Annette O'Toole

Melinda (Mel) Monroe è una giovane infermiera specializzata che da Los Angeles si trasferisce a Virgin River, una cittadina sperduta fra i monti nel Nord della California. Mel ha un passato doloroso alle spalle: è vedova e ha perso la sua bambina appena nata. All’inizio la difficoltà di adattarsi a un ambiente non sempre favorevole, i rapporti difficili con Doc, il dottore presso cui deve trascorrere un anno di apprendistato, l’inospitale casa che ha affittato, sembrano tutti elementi che la spingono a ripensare alla sua scelta. Ma le attenzioni che le riserva il bel Jack, padrone del bar più frequentato della città, ex marine nella guerra in Iraq e l’amicizia con la sindaca Hope, la fanno ancora trattenere….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Netta divisione tra i buoni e i cattivi: i protagonisti brillano per altruismo, abnegazione e coraggio; altri sono degli opportunisti senza scrupoli e dei violenti. Particolare attenzione viene riservata ai valori familiari.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Riferimenti al mercato della droga, senza mostrare né spaccio né consumo. Vengono citati comportamenti sessuali disinvolti
Giudizio Artistico 
 
Sapiente fotografia di affascinanti paesaggi; attori validi professionalmente che riescono a sviluppare una certa empatia ma poco approfonditi psicologicamente; dialoghi essenziali e scarni.
Testo Breve:

Una donna tormentata da un tragico passato, un uomo afflitto dai ricordi di guerra, un microcosmo solidale  di persone che vivono in un piccolo centro fra le montagne, sono gli ingredienti di questo gradevole intrattenimento che non pretende troppo impegno ma non offre neanche molte emozioni. Su Netflix

Con questo Virgin River (prima stagione) Sembra proprio di trovarsi di fronte a un prodotto per famiglie del canale televisivo americano Hallmark (Quando chiama il cuore, Good witch,..)  e in effetti gli ingredienti ci sono tutti: il baricentro della storia è un piccolo centro, dove gli abitanti coltivano le virtù e le buone maniere, vengono mostrati solidi valori familiari. In realtà si tratta di una produzione originale Netflix, (adattamento per la televisione di uno dei romanzi “rosa” di Robyn Carr) e la trama "rosa" non ci è nuova:  una ragazza lascia la grande città dove ha vissuto per tagliare i ponti con il passato (in Falling inn love, la protagonista lasciava s Francisco per andare addirittura i Nuova Zelanda) e mettere le basi per una nuova esistenza.  E anche la Mel di questo serial non ha molto da temere da questo passaggio: se la protagonista di Quando chiama il cuore trova subito un aitante (e scapolo) ufficiale delle giubbe rosse, Mel riceve subito le attenzioni di un prestante ex combattente in Irak (anche se ora fa solo il barista).  Dove sta allora l’interesse per vedere questo nuovo serial? Proprio quello di stare tranquilli in poltrona per godersi un simpatico intrattenimento con tanto di storia d’amore fra simpatici personaggi ma che non stimola la nostra riflessione su angoscianti problematiche attuali, se non una sola: la denuncia di come il commercio della droga e i suoi derivati  di violenza e corruzione  possano  arrivare anche in luoghi fino a poco prima incontaminati.

Autore: Paola Carlucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLACK BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/10/2020 - 10:09
 
Titolo Originale: Black Beauty
Paese: USA, UK, South Africa, Germany
Anno: 2020
Regia: Ashley Avis
Sceneggiatura: Ashley Avis
Produzione: Constantin Film JB Pictures Bolt Pictures
Durata: 110 su Disney+
Interpreti: Mackenzie Foy, Kate Winslet, Claire Forlani, Iain Glen

America occidentale. Viene avvistata una mandria di mustang selvatici. Degli allevatori di cavalli riescono a catturarne alcuni e a portarli ai loro ranch. Tra questi, una bellissima puledra nera arriva a Birtwick, l’allevamento gestito da John Manly, un esperto e abile addestratore. Al ranch è giunta anche Jo Green: i suoi genitori sono morti in un incidente stradale e lei deve andare a vivere con lo zio John. Il terreno comune della perdita dei genitori, fa scattare in Jo e in Black Beauty (così come verrà chiamata dalla giovane la cavalla) un legame speciale. Lì dove John non riesce a concludere niente Jo riuscirà. Tra le due nasce una grande amicizia, messa a dura prova dalle vicissitudini contingenti delle loro vite e della vita del ranch.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sono molti i valori espressi in questa pellicola: l’elaborazione del lutto, la cura per il creato esercitata nell’addestramento dei cavalli, l’amicizia, la famiglia, il raggiungere traguardi e risultati con perseveranza anche quando costa fatica
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi gli attori giovani, ben fotografati tanti paesaggi naturali che fanno da giusta cornice a un racconto dove il rispetto della natura è uno dei temi dominanti. La seconda parte del film appare frettolosa rispetto alla prima
Testo Breve:

Rispetto al famoso romanzo per ragazzi della Sewell, è rimasto solo il nome e il film sviluppa con partecipazione temi diversi: una forte intesa fra una ragazza e una cavalla accomunate dallo stesso dolore. Su Disney+

Un altro adattamento su schermo di Black Beauty, romanzo della scrittrice Anna Sewell pubblicato nel 1877, un racconto di formazione e di denuncia. Viene narrata l’amicizia tra una puledra e la sua giovane addestratrice in polemica (nell’intento dell’autrice) con le modalità di ammaestramento dei cavalli nel periodo a lei contemporaneo.

La regista (Ashley Avis) ha scelto di conservare lo stile autobiografico del romanzo: la narrazione, infatti è affidata ad una voce fuori campo (Kate Winslet, nella versione originale inglese) che descrive i fatti, proprio dal punto di vista di Black Beauty. Scelta che rende interessante lo sviluppo della storia. Se ci viene facile provare empatia per Jo a fronte del suo dolore e della sua difficoltà ad elaborarlo, il punto di vista del cavallo aiuta ad esplicitare le sue sensazioni e i sentimenti. La mustang, infatti, rivela, con la voce che sentiamo,  che il grande dolore che le accomuna, quello della perdita dei genitori, permette loro di costruire un’amicizia che le accompagnerà per tutta la vita. Ambedue orfane, ambedue incomprese e quasi a disagio nella loro nuova sistemazione, si trovano in sintonia nel silenzio sconfinato delle praterie.

Il passare del tempo viene testimoniato dalle trasformazioni fisiche di Black Beauty: da puledra appena nata a cavalla che corre nelle praterie del cielo mentre il suo “alter ego” umano, Jo, conosce una crescita e una maturazione che sono tutte interiori (l’attrice 20nne resta la medesima per tutta la durata del film). Ciò che si evolve e che costituisce la struttura portante di questo racconto di formazione, è proprio il loro rapporto di amicizia, il loro scambio e la loro condivisione diventano arricchimento interiore vicendevole.

Il film è una moderna favola firmata Disney, adatta a tutta la famiglia. Non sono presenti nudità, alcune volgarità, ma una grande ricchezza di valori positivi: l’elaborazione del lutto, la cura per il creato esercitata nell’addestramento dei cavalli, l’amicizia, la famiglia, il raggiungere traguardi e risultati con perseveranza anche quando costa fatica.

In alcuni passaggi, una fine ideologia un po’ New Age sembra sottesa: per esempio, la cavalla fa spesso riferimento ad uno “spirito dei mustang”.

Pur non essendo un film adrenalinico, la storia ha un buon ritmo e procede anche con qualche colpo di scena capace di catturare l’interesse del pubblico. Anche alcuni momenti di commozione trovano spazio nell’evolvere delle vicende.

Il film è impreziosito da una grandissima varietà di paesaggi naturali: praterie, montagne, boschi, grandi città. L’abile fotografia e le riprese aeree creano nello spettatore un misto di stupore e ammirazione.

La recitazione, in particolare quella dei giovani attori, è gradevole e comunica al pubblico la ricca interiorità dei personaggi.

Se la scelta di sceneggiatura di far emergere in maniera più significativa i rapporti tra i personaggi dona alla pellicola un ampio ventaglio di sensazioni capaci di coinvolgere ed emozionare, bisogna però riscontrare un limite. Nella seconda parte del film, dove la storia si concentra sulle numerose compravendite di Black Beauty e sul mercato dei cavalli, la trama scorre via più veloce e superficiale, accennando appena quanto invece stava a cuore alla Sewell.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALEX RIDER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/02/2020 - 15:52
Titolo Originale: Alex Rider
Paese: UK
Anno: 2020
Regia: Andreas Prochaska Christopher Smith
Sceneggiatura: Guy Burt
Produzione: Eleventh Hour Films
Durata: 8 episodi di 45'
Interpreti: Otto Farrant, Stephen Dillane, Vicky McClure, Andrew Buchan

Alex Rider è un giovane studente atletico e intraprendente. I suoi genitori sono morti quando era bambino, ora vive con una sorella adottiva e lo zio Ian. Un giorno, al ritorno da scuola, riceve la notizia della morte dello zio in un incidente stradale. Non convinto della cosa, indaga di nascosto e scopre che Ian non lavorava per una banca, ma era un agente dei servizi segreti inglesi. Dopo essere stato allenato dallo zio (a sua insaputa) per essere un agente segreto, viene ingaggiato dall’intelligence britannica per portare avanti quella stessa l’indagine che aveva portato alla morte lo zio: una strana scuola situata sulle alpi francesi. L’istituto di formazione, Point Blanc, lo mette in contatto con nuovi amici: studenti problematici, figli di ricche famiglie. Con il passare dei giorni, dove alle lezioni si alternano dei lavori che la scuola richiede (lavare i piatti e altre mansioni domestiche), succedono strane cose e le indagini portano Alex a scoprire cose terribili.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentato il valore dell’amicizia ma resta la perplessità di aver portato a livello adolescenziale un contesto di violenza e di pericolo di morte tipico del genere
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza senza sangue, uso di droga, linguaggio talvolta scurrile. Tv USA: +14; TV UK: +12.
Giudizio Artistico 
 
Il livello di suspence viene correttamente raggiunto anche se la trama non risulta particolarmente originale. Bravo il giovane protagonista
Testo Breve:

Il serial raggiunge l’obiettivo di raccontarci un’avvincente spy story secondo lo stile James Bond trasferendola in un contesto adolescenziale. Resta il dubbio se sia corretto inserire degli adolescenti in un contesto così duro e pericoloso. Su Prime Video

Dopo Alex Rider – Stormbraker, la trasposizione cinematografica del primo dei romanzi di Anthony Horowiz realizzata nel 2006 dal regista Geoffrey Sax, il giovanissimo agente dell’intelligence britannica torna ad allietare i suoi fans, stavolta sul piccolo schermo con la prima stagione (ed è stata appena confermata la produzione della seconda) di un serial TV su Prime Video.

Dal punto di vista qualitativo, è un serial ben riuscito.

Le otto puntate sono costruite in modo efficace, avvincenti e cariche di adrenalina. Da più parti soprannominato il giovane James Bond, Alex Rider è decisamente all’altezza del blasonato agente segreto con licenza di uccidere. Il ritmo è incalzante e, se la scrittura sembra scontata, in realtà riesce a sorprendere con colpi di scena che tengono lo spettatore incollato allo schermo. La soluzione del caso non è affidata all’ultima puntata, ma va delineandosi episodio dopo episodio, così da non permettere conclusioni affrettate o facili soluzioni agli enigmi. Sicuramente, la presenza sul set dell’autore dei romanzi come produttore esecutivo del serial ha inciso in maniera positiva sulla sua realizzazione.

Non ci sono grandiose scene d’azione, inseguimenti o fughe vorticose per le vie di una città: la storia con le sue Indagini e scoperte, sparatorie, si svolge soprattutto in interni, resi tetri e quasi claustrofobici da un’ottima fotografia.

Sono presenti scene di violenza: essendo una spy story, abbondano combattimenti e sparatorie. Vengono rappresentati in modo meno violento di quanto descritto nel libro ma non per questo da sottovalutare per il loro impatto sullo spettatore. Il linguaggio risulta moderatamente volgare.

Un altro pregio del serial è il disegno dei personaggi. Pur non essendo particolarmente lungo (8 puntate di 40 minuti circa), l’azione non fa mai passare in secondo piano la psicologia dei protagonisti e l’approfondimento delle loro personalità. Il cast non vanta nomi di particolare rilievo ma rendono godibile il prodotto finale. Il protagonista, interpretato dal giovane Otto Farrant, riesce a mostrare quell’innocenza mista a scaltrezza con la quale è in grado di affrontare i problemi più semplici così come le situazioni più pericolose e complesse. Tutti i personaggi che gravitano intorno a lui (la sorella adottiva, gli amici del liceo e quelli della Point Blanc), pur essendo secondari, non vengono mai tratteggiati in modo superficiale o stereotipato, ma riescono ad emergere nella loro complessità. Anche dei villain riusciamo a conoscere le ragioni dei loro progetti perversi: esercitano una cattiveria diabolica, perché pianificata e costruita con cognizione di causa, un male realizzato per trarne profitto personale.

Nei suoi contenuti, essendo una spy-story contaminata con il genere teen/young, porta sullo schermo i cliché più visitati sia del primo come del secondo. Nell’intrigata indagine trova spazio l’amicizia, che richiede di essere coltivata e costruita attraverso la condivisione e il dialogo, ma che può essere messa a dura prova o anche distrutta dalla falsità. Non mancano cotte e innamoramenti adolescenziali, gli inviti ai balli della scuola, il caratteristico imbarazzo che nasce dall’inesperienza e dall’emozione di stare con la persona di cui si è innamorati.

Le relazioni familiari presenti sono le più svariate: se Alex che, essendo orfano, può vivere solo del ricordo dei genitori, troviamo famiglie benestanti ma con una grandissima povertà di rapporti umani ma anche famiglie che sanno supportare i loro figli. Un campionario abbastanza completo e verosimile che evita di appiattirsi sul politicamente corretto.

Complessivamente è un prodotto godibile e ben confezionato, capace di trasmettere la tensione tipica delle indagini dei servizi segreti così come di proporre al pubblico le dinamiche tipiche della vita di adolescenti e giovani. Un po’ violento, ma non volgare, Alex Rider fa ben sperare per la seconda stagione già messa in produzione.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IGNAZIO DI LOYOLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/30/2020 - 16:19
 
Titolo Originale: Ignacio de Loyola
Paese: Filippine, Spagna
Anno: 2016
Regia: Paolo Dy, Cathy Azanza
Sceneggiatura: Paolo Dy
Produzione: Jesuit Communications Foundation
Durata: 118
Interpreti: Andreas Muñoz, Javier Godino, Julio Perillán |

Il piccolo Íñigo López de Loyola, ormai orfano, viene mandato alla corte del ministro delle finanze del re Ferdinando il Cattolico per ricevere un’educazione cavalleresca e religiosa. Diventato ormai un giovane aristocratico affamato di avventure e gloria, si trova nel 1521, a trent’anni, a difendere la città di Pamplona assediata da un numero soverchiante di truppe francesi. Riesce a persuadere il comandante della città a intraprendere una disperata resistenza convinto che la morte in battaglia sarebbe stato il massimo della gloria ma durante i combattimenti viene gravemente ferito a una gamba. Soccorso dagli stessi francesi, viene portato al castello di famiglia, dove trascorse un lungo periodo a letto, sottoposto a dolorosi interventi alla gamba. In questo periodo, leggendo le vite dei santi, intravede la possibilità di dare un nuovo significato alla propria vita, ponendosi al servizio del Re più grande. Intraprende, con il nuovo nome di Ignazio, una vita di elemosina, di aiuto ai poveri e di predicazione, a somiglianza di san Francesco. Ma ciò finisce per destare dei sospetti in quei tempi difficili e inizia un processo a suo carico da parte dell’Inquisizione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il racconto di un giovane di nobile animo, in cerca di gloria terrestre che decide di porre tutto il suo fervore al servizio del Signore più grande
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune immagini di ferite profonde e incontri con donne prezzolate potrebbero non essere adatte per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene la trasformazione dell'animo del santo da Íñigo a Ignazio, con qualche scena di massa forse troppo impegnativa per il budget disponibile e la consuetudine di porre in immagini i suoi pensieri, soluzione sfruttata eccessivamente
Testo Breve:

Il racconto della conversione di Ignazio di Loyola, da prode cavaliere in onore del suo re e della sua dama, a fedele servitore della Regina dei Cieli e del Re dei Re. Un racconto appassionante anche se talvolta barocco nella narrazione. Su Primevideo e trasmesso su Tv2000

"Quando un cavaliere giura di servire il suo signore, deve sottoporsi alla veglia d’armi. Rimane in quel luogo per tre giorni ad elencare tutti i suoi peccati analizzando ogni angolo della sua vita in cerca della più piccola macchia e poi inizia la veglia….”

Così racconta Iñigo López de Loyola, esprimendo quell’animo nobile e cavalleresco che aveva coltivato nella sua giovinezza fino a quando la ferita lo spinse, prima a disperarsi e poi a trovare una nuova espressione di  nobiltà e cavalleria. Il film sviluppa bene la progressione che consentì a Ignazio di scoprire la sua vocazione e diventare fondatore della Compagnia di Gesù nel difficile periodo della Controriforma. In una prima fase le gesta eroiche e le valorose imprese al servizio non solo del suo re ma anche della misteriosa dama che “non era una nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi” (dice nelle sua autobiografia), sono trasformate, durante la “veglia d’armi” al santuario di Monserrat in “un servizio alla Regina dei Cieli e fedeltà a Lei e al Signore Iddio, per sempre”.

In una fase successiva, quando ormai si era mosso sulla scia di san Francesco vivendo di elemosina e prendendosi cura dei poveri e degli ammalati, comprende che non erano importanti “grandi azioni esteriori ma piuttosto doveva dare priorità alle motivazioni spirituali di quegli atti. Nella sua immaginazione è san Francesco, che interloquisce direttamente con lui e lo invita a riflettere che “un conto è essere coraggioso affrontando il nemico con la propria spada, altro è affrontare la fama e l’umiliazione affidandosi solo alla fede nella provvidenza di un Dio invisibile”. La terza fase è appena accennata: Ignazio, con ancora pochi seguaci, parte per Parigi per completare la sua formazione e dare più profondità alla sua predicazione. La versione del 1946 (Il cavaliere della croce) andava oltre, raccontando anche i primi anni da sacerdote: è in previsione un sequel?

Il film, nel raccontare la storia di Ignazio giovane, usa l'artificio di porre in immagini il pensiero, le riflessioni del santo. Eccolo interloquire con s. Francesco e s. Domenico, con Gesù stesso giovane. E’ un modo cinematografico di esprimere le sue incertezze, il suo sentirsi colpevole per i peccati commessi in passato, salvo poi comprendere che questo eccesso di scrupoli era solo opera del demonio (impersonato da un altro lui stesso), Si tratta di un espediente narrativo che non sempre risulta efficace anche se in effetti, nella sua biografia, Ignazio stesso riporta le sue visioni e i subdoli sospetti instillati dal diavolo.

l film riesce a sviluppare una felice fusione fra l'obiettivo di risultare interessante al un pubblico contemporaneo e quello di restare fedele alla biografia del santo. Il budget per realizzare questo film non era elevato e lo si vede nelle sequenze dei combattimenti; inoltre la soluzione di riportare le sue riflessioni attraverso dialoghi immaginari con Gesù, il diavolo e i santi del passato, conferisce un tono un po' barocco alla narrazione ma l'obiettivo di raccontarci la conversione di S Ignazio è pienamente raggiunto

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I CAVALIERI DI CASTELCORVO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/24/2020 - 17:00
 
Titolo Originale: I Cavalieri di Castelcorvo
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Riccardo Antonaroli, Alessandro Celli
Sceneggiatura: Angelo Pastore, Giulio Antonio Gualtieri
Produzione: The Walt Disney Company Italia e Stand by Me
Durata: stagione 1: 15 episodi di 25'
Interpreti: Fabio Bizzarro, Lucrezia Santi, Mario Luciani, Margherita Rebeggiani

Riccardo e Giulia, rispettivamente di 11 e 13 anni, sono costretti a trasferirsi dalla grande città al piccolo borgo di Castelcorvo, ospiti della zia Margherita perché i genitori saranno impegnati per un certo tempo lontano da casa. Incontrano occasionalmente due loro coetanei di quel paese, Matteo e Betta e fanno subito amicizia. Assaliti da un gruppo di ragazzi violenti che rompono loro le bici e buttano via il cellulare di Matteo, sono costretti a entrare nel giardino del castello, per cercare di ritrovare il cellulare. Mentre stanno ancora nel giardino, vengono raggiunti dalle due sorelle proprietarie del maniero, che consegnano loro una carta di rame con un indovinello da risolvere e profetizzano di certi misteriosi cavalieri di Pontecorvo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro ragazzi costituiscono un gruppo affiatato, dove ognuno mette a disposizione i propri talenti per salvare un ragazzo imprigionato da streghe malvage
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto, confezionato per un target di preadolescenti, ha uno sviluppo semplice e facilmente comprensibile, senza risvolti paurosi
Testo Breve:

Due ragazzi arrivano nel paesino di Castelcorvo ma non hanno modo di annoiarsi perché il castello che domina il paese nasconde misteri non svelati e qualcuno ha bisogno di aiuto: una storia per preadolescenti recitata da preadolescenti senza troppe ambizioni. Su Disney+

Dopo Sara & Marti ecco un altro serial della Disney interamente progettato e realizzato in Italia. In effetti le somiglianze non sono poche: entrambi ambientati in deliziosi borghi dell’Italia centrale, Bevagna nel primo, Torre Alfina, frazione di Acquapendente nel secondo (ma con un nome di fantasia: Castelcorvo)  e ci raccontano di due ragazze (c’è un ragazzo nel secondo) che provengono da grandi città, seccati per esser stati catapultati in un piccolo centro dove, a loro avviso, non succede mai niente. Se Sara e Marti sono ritratte nella quotidianità della loro vita scolastica fra rivalità, amicizie e primi amori, i ragazzi di Castelcorvo, stranamente (almeno fino alla sesta puntata), sono ritratti sempre nel loro tempo libero che tuttavia risulta molto impegnato perché, come in una classica caccia al tesoro, ad ogni puntata debbono risolvere un nuovo quiz che consentirà loro di dipanare il fitto mistero che nasconde il castello.

Qualche critico ha colto delle somiglianze fra questo serial e Stranger Things visto che i ragazzi di Castelcorvo stanno cercando di dipanare il mistero che si cela dietro la scomparsa del presunto fratello di Betta ma lo stile è sostanzialmente diverso: il serial americano presenta scene spaventose e angoscianti che coinvolgono una ragazza dodicenne e situazioni di conflitto familiare; quello italiano ha protagonisti di 11-12 anni ed è adatto a esser visto da pre-adolescenti. Per fortuna, al contrario, in questo Cavalieri di Pontecorvo, c’è molto dell’italianissimo Pinocchio di Collodi e i ragazzi dovrebbero stare attenti a non inseguire troppo le loro divertimenti preferiti.

 Il racconto si segue con facilità e anche se si sta trattando di un mistero, di un Altrove, un posto fuori dello spazio e del tempo, non ci sono scene spaventose o angoscianti. I quattro ragazzi sono ben caratterizzati: Riccardo è quello tecnologicamente più all’avanguardia, cerca solo il 5G e si ciba di videogiochi; Giulia è la più grande e mostra di avere interessi (maschili) anche fuori del gruppo. Betta è una ragazza pratica e decisa mentre Matteo, il più piccolo, non ama l’avventura, gli imprevisti ed è perennemente indeciso. Ciò che ogni tanto emerge, soprattutto nei dialoghi, è il meccanismo della recitazione (prima parlo io, poi parli tu..) che toglie immediatezza alle scene e rallenta il ritmo della storia. Ma la simpatia dei protagonisti è garantita e ci sarà sicuramente attesa per la seconda serie

Secondo l’usanza della Disney+, le puntate di questa prima serie non vengono rilasciate insieme, ma vengono rese disponibili settimana dopo settimana.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALCOSA DI BUONO (Francesco Marini)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/23/2020 - 12:45
Titolo Originale: You're Not You
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: Jordan Roberts. Shana Feste
Produzione: Daryl Prince Productions 2S Films DiNovi Pictures
Durata: 102
Interpreti: Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel

Kate è felicemente sposata con Evan ed è una bravissima pianista. Le viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). All’inizio della malattia viene amorevolmente accudita dal marito, ma con il degenerare della patologia i due si trovano a dover assumere una persona che si prenda cura di lei mentre il marito è al lavoro. Così, entra nella loro casa e nella loro vita Bec: una giovane donna inesperta e disordinata. Kate decide comunque di tenerla e, tra le due donne, nasce un’amicizia profonda che aiuterà Kate ad affrontare il tradimento del marito, la riconciliazione con lui e il termine della sua malattia. Ma sarà anche per Bec l’occasione per maturare e per trovare la forza di realizzare il suo sogno di cantautrice.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza che vive una vita disordinata, incapace di progettare il suo futuro, trova, nell’impegno di prendersi cura di una donna malata, il senso da dare alla sua vita. Ma l’altra donna, affetta da una malattia degenarativa, ha una visione negativa del suo stato, un fastidio per gli altri e per se, da affrontare stoicamente.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, uso sporadico di droga, la sessualità viene gestita come distrazione di una notte, adulterio
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvale dell'interpretazione di due grandi attrici; la sceneggiatura e la regia hanno descritto con realismo l'evolversi della malattia così come le reazioni difforni dei parenti e delle amiche di fronte all'ineluttabilità della prossima fine
Testo Breve:

Kate è felicemente sposata ed è una brava pianista. Un giorno scopre di avere la SLA. Diventa sua badante una ragazza irrequita con una vita disordinata. Un incontro e un aiuto fra due donne che consentirà loro di affrontare e risolvere le loro difficili situazioni. su Prime Video

Una sceneggiatura tratta da un romanzo, You’re Not You (titolo originale anche del film) della scrittrice Michelle Wildgen, che parla di malattia e di morte. Già Quasi amici nel 2011 ci aveva fatti avvicinare al mondo della malattia con i toni della commedia, La teoria del tutto nel 2014 aveva portato sul grande schermo l’avventura umana di Stephen Hawking mostrando la maturazione di una mente geniale in un corpo che perde le sue abilità. Con Qualcosa di buono (sempre del 2014, anche se uscito in Italia nel 2015) siamo di fronte ad un film drammatico, al femminile, che costringe lo spettatore a confrontarsi con una malattia incurabile, degenerativa e mortale e con le scelte che questa situazione costringe a fare.

Un bel film che non scade mai in scene patetiche, strappalacrime e non cede a facili moralismi. Lo spettatore non si trova mai a provare pena per Kate, ma ne condivide la fatica, la battaglia interiore ed esteriore, le domande profonde e i drammi. La sensazione di essere di peso agli altri, cosa fare con il marito che la tradisce, le amiche e i parenti spaventati dalla malattia e (alcuni) quasi incapaci di empatia.

Di fronte ad una patologia che non lascia scampo sono davvero numerose le reazioni: chi pensa che le cose andranno meglio pur sapendo che non succederà, chi accetta con rassegnazione, chi combatte per dare dignità alla sofferenza… ognuna di queste trova un suo spazio sullo schermo.

Se in Million Dollar Baby, Hilary Swank (che interpreta Kate) aveva proposto al pubblico l’eutanasia come soluzione di fronte all’esito ineluttabile di un incidente, qui invece si cambia registro. Kate sceglie di non fare l’intervento di tracheotomia e quindi di non essere attaccata al respiratore artificiale. Scelta moralmente lecita, anche se può essere discutibile. Unitamente a ciò decide di morire non in ospedale, ma a casa propria.

Non passano inosservati, purtroppo, tre aspetti. Il linguaggio molto scurrile: se Bec parla in maniera volgare a causa della sua estrazione sociale (e culturale… anche se è iscritta all’università), poi sembra “corrompere” Kate e la induce a dire parolacce (cosa che prima non faceva mai, anzi). L’uso di droghe: viene considerato un passatempo lecito, in particolare come consolazione di fronte alle disgrazie della vita. Infine la sessualità: non tanto per le scene di intimità portate sullo schermo, quanto per la concezione che c’è di essa. Per esempio, la Bec ha una considerazione abbastanza superficiale della cosa, Evan la considera una dimensione che non può mancare ad un uomo (quindi da vivere fuori dal matrimonio, qualora all’interno non sia più possibile).

La struttura della sceneggiatura è davvero ben costruita. All’inizio la protagonista indiscussa è Kate, con la sua vita bella e felice. Con la comparsa della malattia, arriva sulla scena di Bec, che fa da spalla. Piano piano, però, avviene una svolta, un’inversione di ruoli. Bec prende sempre di più in mano la sua vita e diventa protagonista, Kate va spegnendosi per il degenerare della malattia e diventa spalla. Questo permette di mettere bene in mostra l’evoluzione dei due personaggi principali, la loro trasformazione nell’arco della narrazione.

Hilary Swank conferma la sua bravura attoriale già riconosciuta con il Premio Oscar ricevuto per il film di Clint Eastwood. Si vede come abbia studiato la SLA e il suo decorso per poterne riproporre in scena i movimenti e le modulazioni vocali. Anche la giovane Emmy Rossum (che interpreta Bec) riesce ad essere convincente nel proporre il suo personaggio con una storia molto complessa alle spalle, un desiderio grande di felicità e realizzazione davanti a sé e un presente che le sta insegnando come costruire il suo futuro.

Josh Duhamel (che interpreta Evan), pur avendo uno spazio minore, comunque rende bene il suo personaggio: marito apparentemente perfetto e premuroso inizialmente, traditore abbandonato, uomo pentito e innamorato della moglie da cui si è dovuto allontanare temporaneamente.

Gli altri personaggi (i genitori delle due donne, gli amici e le amiche), seppur minori, contribuiscono in modo significativo: infatti, portano sullo schermo le domande e le perplessità che lo spettatore sente nell’affrontare questa storia drammatica.

Fotografia, montaggio e sonoro rendono il film scorrevole, senza indagare in maniera invasiva i corpi (in particolare i corpi malati), ma cercando di raccontare attraverso le immagini la maturazione interiore dei personaggi.

Il risultato finale è davvero  buono, nonostante tratti  un argomento drammatico. Apprezzabile anche perché ricco di pathos, senza però cercare di commuovere il pubblico.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA VITA DAVANTI A SE'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/16/2020 - 15:33
 
Titolo Originale: The life Ahead
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Edoardo Ponti
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Edoardo Ponti
Produzione: Paolomar
Durata: 94
Interpreti: Sophia Loren, Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri, Diego Iosif Pirvu, Abril Zamora

Donna Rosa è una energica, anziana signora, di origini ebraiche che vive a Bari e che ospita in casa figli di prostitute, per evitare che vengano affidati ai servizi sociali. Già molto impegnata, accetta di malavoglia di prendersi cura di Momo, un ragazzo orfano di dodici anni, di origini senegalesi, che ha già dato prova del suo spirito selvaggio rubando proprio a lei dei candelabri che stava per vendere al mercato. Alloggiato in casa di Rosa, Momo continua a perseguire il suo obiettivo di indipendenza (diventa anche un pusher della droga) per riscattarsi dalla sua condizione di ragazzo senza origini, ma trova un’oasi di tranquillità presso Joseph, un mercante di tappeti presso cui ha iniziato a lavorare. Intanto la signora Rosa manifesta sempre più spesso l’esistenza di una sofferenza interiore che la porta a rifugiarsi in cantina dove ha costruito il suo angolo di pace, come faceva da piccola quando si nascondeva sotto le baracche del campo di Auschwitz…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I personaggi esprimono tolleranza priva di pregiudizi in un contesto multietnico, solidarietà fra emarginati che sanno dare generosamente quel poco che hanno
Pubblico 
Adolescenti
Il contesto in cui si svolge la storia è quello della prostituzione e dello spaccio della droga anche a scuola. Lessico volgare
Giudizio Artistico 
 
Recitazione superba di Sophia Loren (si parla di una candidatura all'Oscar) ma anche il piccolo Ibrahima Gueye è molto bravo. Una regia tranquilla, forse troppo, che trasforma una possibile storia realistica in un racconto edificante
Testo Breve:

Momo, un ragazzo di dodici anni, senegalese senza famiglia, viene ospitato dalla signora Rosa. Il ragazzo è un ribelle e cerca il denaro facile ma Rosa, anche se ormai anziana, ha un grande cuore. Un bel racconto di formazione. Su Netflix

Diciamoci la verità: il primo impulso che ci spinge a vedere questo film è la curiosità di scoprire se Sophia Loren, a 86 anni, è ancora quella grande attrice che abbiamo conosciuto. E’ vero che anche il soggetto del film è interessante: il libro omonimo a cui si ispira, di Romain Gary, ha vinto il premio Goncourt nel 1975 e nel 1977 ne è stato ricavato un film francese con Simone Signoret, che ha vinto il premio Oscar come miglior film straniero ma se ci volessimo limitare a voler rivedere la nostra Sophia, le aspettative sarebbero magnificamente confermate. Nulla delle sue doti artistiche è andato perduto: è sempre lei, una napoletana un po’ sfrontata dai toni burberi che le servono per nascondere il suo grande cuore; in questo film non c’è l’intensità dolorosa della madre di La ciociara (non sarebbe stato necessario) ma manifesta una certa pacata melanconia che non è certo tristezza ma serena accettazione di una realtà che , dopo una lunga vita, ha portato cose  belle e cose brutte e da questa esperienza ne è scaturito un senso provvidenziale della vita. “E’ proprio quando non ci credi che succedono le cose belle. E’ rassicurante”: dice Rosa a Momo. Sophia non ha paura di mostrarsi senza trucco, a  tenersi i capelli lunghi e scompigliati ma c’è un motivo per questo: lei è una leonessa agli occhi di Momo e le ricorda sua madre quando era in Africa e anche Joseph, il tappezziere presso cui lavora, gli ricorda che per l’Islam, la religione del ragazzo, il leone è simbolo di forza, pazienza e fede.

La sceneggiatura giustamente semplifica il racconto rispetto al testo originale (e al film del 1977 che lo ricalcava fedelmente) e si concentra sulla trasformazione di Momo e sui destini di Rosa. L’unica ricchezza di Momo è un pugno di ricordi della madre quando lui era piccolo e ballavano spesso insieme.  Reagisce con rabbia a questa sua fragilità ostentando aggressiva spavalderia verso tutto e tutti. “Non volevo esser un ragazzo come gli altri”: racconta Momo. Nonostante cerchi la propria affermazione con facili soluzioni come furtarelli e spaccio di droga, ha comunque due mentori d’eccezione: Joseph e Rosa. . Il tappezziere Joseph  cerca di far leva sulla fede, sulla ragione  (“non occorre la violenza: la parola è l’arma più letale”) e sulla cultura. E’ lodevole il suo richiamo ai classici della letteratura in particolare a I Miserabili di  Victor Hugo (citato indirettamente a inizio film con il furto di candelabri): “il bene e il male dipendono da come ascolti le persone e come le sai ascoltare”: è l’interpretazione che Joseph dà del libro. Ma il suo appello al senso di responsabilità di Momo non porta frutti.  Decisivo è invece l’intervento di Rosa: il culmine del loro rapporto avviene quando lei, che non si trova in buona salute, chiede a Momo di aiutarla a non esser porata in ospedale. “Sei un tipo tosto ma so che sei di parola”. E’ a partire da quel momento che Momo diventa adulto: ora ha una responsabilità verso un’altra persona che le sta a cuore, ha un compito da assolvere. Se Sophia è superlativa, molto bravo anche Ibrahima Gueye nella parte di Momo. Sa mostrare di essere un ragazzo vendicativo ma anche tenero con chi lo tratta con rispetto e delicatezza.

Lo scenario in cui si svolge questo bel racconto di formazione è insolitamente pacato, sia nelle riprese di Bari (non ci sono sequenze in ambienti degradati) che nel disegno dei personaggi secondari.

Il mercante di droga se ne sta tranquillo nel suo ufficio a distribuire il "prodotto" ai vari pusher e poi si concede una divertente cenetta con piacevoli ragazze (niente pistole o rese dei conti secondo lo stile Gomorra o Suburra) e la prostituta Lola se ne torna a casa dopo il "lavoro" per ritrovare  il suo figlioletto e sembra non abbia un protettore che le dica quanto guadagnare e dove lavorare (siamo lontani da Adua e le compagne

Si tratta chiaramente di una scelta stilistica su cui si può essere d’accordo o meno ma in fondo dispiace che la trasformazione di Momo  non assuma i connotati di una realtà possibile ma quelli di un racconto edificante che tende alla favola.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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