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TOLO TOLO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/06/2020 - 19:15
 
Titolo Originale: Tolo Tolo
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Checco Zalone
Sceneggiatura: Checco Zalone, Paolo Virzì
Produzione: Medusa Film, Taodue
Durata: 90
Interpreti: Checco Zalone, Souleymane Sylla, Touré: Idjaba, Arianna Scommegna

Checco sogna: crede nelle capacità di sviluppo della sua Puglia e nel suo paese di Spinazzola apre un locale Sushi. Travolto dai debiti, inseguito dal fisco, migra in Africa per fare il cameriere in un resort di lusso in Kenya. Qui si innamora della giovane Idiaba ma l’idillio dura poco: l’Isis distrugge tutto e a lui, Idiaba e altri amici, non resta che intraprendere un lungo viaggio fino in Libia, per rientrare in Europa (lui preferirebbe il Liechtenstein, che è esentasse) come clandestino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Checco si avvicina con simpatia e partecipazione ai problemi di chi dall’Africa deve migrare a causa della violenza politica ma certe libertà che si prende nel rappresentare situazioni anche dolorose sfociano nel cattivo gusto
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Checco conferma la sua capacità di costruire battute e situazioni divertenti ma la narrazione manca di coesione e di focalizzazione su un unico tema portante
Testo Breve:

Checco emigra in Africa per debiti ma poi si imbarca anche lui come clandestino per tornare in Europa. Si ride e anche si canta ma a volte qualche nota risulta stonata

La genesi della comicità di Checco Zalone risiede nello spaesamento. Checco è un personaggio piccolo piccolo, legato alle tradizioni della sua terra del Sud, che diventa un pesce fuor d’acqua quando finisce per trovarsi in ambienti per lui troppo nuovi. Lui reagisce in modo rozzo e spontaneo, mostrando, in questo modo, che non tutto ciò che è nuovo non è perfettamente giusto e qualcosa di bello si sta perdendo.

In Cado dalle nubi, lui terrone-doc, si ritrova nella moderna Milano dove scopre il fanatismo (per lui) della Lega e che suo cugino, che ha inclinazioni omosessuali, vive tranquillamente la sua vita. Anche in Che Bella giornata il pugliese si ritrova a Milano ma questa volta la novità è costituita dalla sua fidanzata tunisina che in realtà è una terrorista. In Quo Vado? lui, che aspirerebbe solamente ad avere un posto fisso nel suo paesino, si ritrova in Norvegia e medita che in fondo, di fronte a tanta libertà sessuale, lui resta legato al vecchio amore romantico.

In questo Tolo Tolo, lo spaesamento non nasce dal confronto fra due aree geografiche diverse (in fondo anche in Africa, ci sono i resort per ricchi) ma fra un mondo che ruota intorno ai soldi, dove lo stato risulta particolarmente esoso (l’unico momento in cui Checco non è politically correct è proprio contro in fisco, l’Inps e tutto ciò che frena la libera imprenditorialità) ma alla fine governa, mantenendo ordine e giustizia e un altro, dove lo stato è corrotto, non c’è ordine  e i violenti, mostrati senza un nome né una movente, agiscono impunemente.

Ma insomma, Checco, è un razzista oppure no? E’ favorevole o contrario ad accogliere gli immigrati raccolti dalle navi ONG? L’inizio del film è significativo: con una voce di sottofondo Checco fa sapere che lui è nato in un paese del Sud più povero: “certo, avrei dovuto migrare come tanti miei concittadini ma io amavo la Puglia e volevo restare con i giovani che sapevano guardare oltre le colline di quelle squallide miserie…”. Checco sicuramente non è razzista: i personaggi di origine africana presenti nel film sono trattati con molta simpatia e alla fine del film, chi in un modo e chi in un altro, tutti trovano un lavoro in Italia. Al contempo però (quando la nave ONG sbarca a Vibo Valentia, oltre a quelli che accolgono gli immigrati, ci sono anche quelli che alzano cartelloni di protesta) Checco sembra, in modo silenzioso, sollevare un problema di priorità, portando la nostra attenzione sui secolari problemi del nostro Sud.

Ciò che pesa su questo film, è probabilmente la decisione di Checco Zalone di assumersi l’onere sia della sceneggiatura (con un contributo minore di Paolo Virzì) che della regia. Si è potuto così esprimere liberamente, senza il controllo di una persona terza, e ciò ha comportato l’inserimento di sequenze che non appaiono necessarie, come quella finale della cicogna nera che porta i neonati in Africa quando ormai il film era terminato o la sua trasformazione saltuaria e delirante in Benito Mussolini. Altre appaiono obiettivamente di cattivo gusto, prima fra tutte quella del balletto danzante nell’acqua, secondo lo stile Esther Williams (realizzato oltretutto male), proprio quando la barca degli immigrati affonda fra le onde ma anche la canzoncina “la gnocca salva l’Africa” e lo stesso video Immigrato, realizzato come trailer per promuovere il film, che oltretutto è ingiusto nel suo velato razzismo perché il film non lo è. A un certo punto compare una camionetta di pace keeping del contingente italiano e Checco riesce a liquidare  in pochi secondi, in modo sguaiato  (un soldato è impegnato a leggere i cruciverba, un altro lancia bombe a caso) tutto l'impegno dei nostri soldati nelle zone di conflitto.

Certamente non è nuova l’idea di scherzare parlando di temi seri (basterebbe ricordare Forrest Gump di Zemeckis, La vita è Bella di Benigni, La mafia uccide solo d’estate di Pif) ma in tutti questi lavori il protagonista è l’ingenuo, il semplice, l’ottimista ad oltranza, mentre il mondo fuori di lui resta reale e quindi rimane sostanzialmente rispettato nella sua tragicità. Checco ha invece un approccio totalizzate, deforma anche la realtà secondo i suoi criteri e in questo modo finisce spesso per non rispettarla.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FAREWELL - UNA BUGIA BUONA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/05/2020 - 21:44
 
Titolo Originale: The Farewell
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Lulu Wang
Sceneggiatura: Lulu Wang
Produzione: Big Beach, Depth of Field, Kindred Spirit
Durata: 100
Interpreti: Awkwafina, Tzi Ma, Diana Lin, Zhao Shuzhen

Billi Wang è nata a Pechino ma è rimasta in Cina solo fino ai sei anni, quando i suoi genitori si sono trasferiti in U.S.A. Ha conservato un legame molto stretto con Nai Nai, la nonna paterna che è rimasta in Cina e con la quale non manca mai di sentirsi ogni giorno per telefono, parlando con il suo cinese approssimativo. Un giorno, tornando a casa, si accorge che il padre è triste. Ha saputo che alla nonna è stato diagnosticato il cancro e ha deciso, assieme al fratello che è emigrato in Giappone, di riunire tutta la famiglia intorno a lei per un ultimo saluto. Hanno anche deciso che non riveleranno a Nai Nai il suo stato di salute ma motiveranno il loro arrivo in Cina con il matrimonio di suo nipote (che in realtà si è già sposato). Il padre informa Billi che la famiglia ha deciso che lei non deve partire perché è la più legata alla nonna e tradirebbe la sua preoccupazione. Billi non comprende perché a Nai Nai non debba venir detta la verità e una volta partiti i genitori, trova i soldi per partire anche lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i parenti della nonna Nai Nai mostrano grande affetto nei suoi confronti e si mostrano compatti nel prendere delle decisioni collegiali che poi rispettano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’autrice sviluppa con grande sensibilità questo racconto familiare, mostrando sottile ironia nel mostrare certe usanze del suo paese di origine
Testo Breve:

Una grande famiglia (figli, nuore e nipoti) mostra grande premura nello stare vicino alla nonna che ha pochi mesi di vita. Un delicata storia di affetti con una sensibilità più orientale che occidentale

Avevamo già detto che per riuscire a trovare film che pongano in evidenza i valori della famiglia bisogna ormai rivolgersi o a canali specializzati (Hallmark in U.S.A.) oppure alle culture orientali: all’ India (SIR – Cenerentola a Mumbai), al Bagladesh (Bangla) alla  Cina (Apart Together e ora anche con questo The Farewell).  I colloqui fra i protagonisti di questo film discutono animatamente se la nonna vada informata della sua prossima fine oppure no, delle differenze di mentalità fra America e Cina (contano solo i soldi o altri valori?) ma c’è una cosa che è palpabile e che non è tema di discussione: l’affetto di tutti per la nonna e il forte legame fra i componenti della sua grande famiglia: ogni decisione importante va discussa ma poi tutti debbono comportarsi secondo quanto stabilito. Vediamo Billi commuoversi nel ricordare quando giocava nel giardino della nonna e come questo legame si fosse spezzato così presto per andare in America. In un'altra sequenza partecipiamo a un altro esempio di generosa dedizione: la madre di Billi, chiede alla sorella di Nai Nai, che si è dedicata a lei in tanti  anni, unica parente rimasta in Cina, se abbia bisogno di esser aiutata, anche materialmente, quando Nai Nai non ci sarà più. Lei non ha bisogno di nulla: è stata contenta di aver aiutato Nai Nai.

Questo film è strutturato in modo particolare: una volta che lo spettatore è stato informato che la nonna ha pochi mesi di vita, che i suoi due figli con le loro famiglie hanno deciso di raggiungerla per darle un ultimo saluto senza informarla della gravità del suo male, non succede nient’altro.  Un film o un serial occidentale avrebbe probabilmente farcito la trama di vari sub-plot, uno per ogni componente di questa famiglia e costruito un colpo di scena finale ma l’autrice Lulu Wang, al suo secondo lungometraggio, modula il racconto tutto sulle reazione dei vari personaggi a questo ritorno insolito alla terra di origine.  Se Billi ha ritrovato le sue radici e vorrebbe restare accanto alla nonna fino alla sua fine, se sua madre, più pragmaticamente, non rimpiange la decisione presa a suo tempo di emigrare e difende la way of life U.S.A. contro chi la vuole denigrare, su tutti risplende Nai Nai, che distribuisce complimenti e parole gentili a tutti e cerca di sedare ogni contesa verbale. Intorno al nodo etico principale (informare la nonna del suo stato oppure non dirle niente per farle trascorrere serenamente gli ultimi mesi), si sviluppa uno scontro di culture: secondo la legge americana sarebbe illegale non informare il paziente; secondo la cultura cinese, in una visione rigorosamente immanente, la scoperta della prossima morte può generare solo sofferenza. Il padre di Billi cerca anche di darne una spiegazione sociologica: in contrapposizione a un Occidente individualista, c’è un Oriente dove: “noi non apparteniamo neanche a noi stessi. La vita di una persona è parte di un tutto: la famiglia, la società”. Invita quindi Billi a trattenere le proprie emozioni e a non dire la verità per il bene di Nai Nai.

Si tratta di una contrapposizione sicuramente grossolana ma c’è in essa qualcosa di vero nel nostro privilegiare oggi un atteggiamento individualista. Ma quando anche noi ci sentivamo più uniti in una famiglia o in una comunità solidale (magari in un piccolo paese), il valore che ne scaturiva era opposto: quello dell’accettazione della morte. I cari si stringevano intorno al malato e lo aiutavano a compiere serenamente quel passaggio inevitabile, invece di trattenere le proprie emozioni come suggerisce la cultura orientale, e di evitare di informare il malato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATYPICAL (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/01/2020 - 18:29
Titolo Originale: Atypical
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Seth Gordon
Sceneggiatura: Robia Rashid
Produzione: Exhibit A, Weird Brain, Inc., Sony Pictures Television
Durata: 8 episodi di 26 minuti
Interpreti: Keir Gilchrist, Brigette Lundy-Paine, Jennifer Jason Leigh, Michael Rapapor

Sam frequenta il penultimo anno del liceo e ha la sindrome di Asperger: ha un buon rendimento scolastico ma ha problemi a relazionarsi con gli altri. Deve sempre chiedere delle spiegazioni perché non comprende come si debbano sviluppare le relazioni umane, anche se sente il desiderio di avere anche lui una ragazza. Si incontra settimanalmente con la psichiatra Julia e beneficia delle amorevoli attenzioni, anche se un po’ apprensive, della madre Elsa e del radioso ottimismo del padre Doug ma soprattutto ha il sostegno della sorella Casey che lo tratta per quello che è, un ragazzo fra gli altri.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia resta unita e solidale nonostante le debolezze dei singoli che sono sempre pronti a chiedere perdono. Alcuni comportamenti leggeri in termini di sessualità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Linguaggio esplicito su tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottima costruzione dei caratteri dei componenti di una famiglia che interagiscono fra loro litigando, chiedendo perdono, manifestando affetto reciproco
Testo Breve:

Una famiglia che include un adolescente con la sindrome di Asperger affronta i problemi di ogni giorno, mai classificabili come normali, con solidarietà e qualche sbandamento

Nei film che pongono come protagonisti ragazzi o ragazze con delle particolarità, si sviluppano sempre due racconti in parallelo: quello del protagonista, che si impegna ad adeguarsi alla “normalità” e quello degli altri personaggi normodotati che si muovono intorno a lui.

Se in Ognuno è perfetto, recensito di recente, disponibile su Rayplay, i protagonisti sono realmente delle persone con la sindrome di Down, qui, a interpretare Sam è un attore (la stessa scelta adottata dal primissimo film sull’autismo, Rain Man del 1988, con un insuperabile Dustin Hoffman) e se nel film italiano le storie di contorno sono approssimative, il punto di forza di questo Atypical sta proprio nel modo con cui sono stati disegnati i personaggi, soprattutto i suoi familiari,  che si muovono intorno a Sam.

La madre Elsa ha abbandonato il mestiere di parrucchiera per dedicarsi al figlio e alla casa: prepara sempre squisiti pranzetti perché ama sentirsi apprezzata per questo; ama la stabilità e non gradisce i cambiamenti che avvengono intorno a lei, come la crescita dei figli che si stanno costruendo una vita fuori dalla famiglia e rischiano di svuotare il suo ruolo. Il padre è la roccia della casa (a parte un periodo di crisi, poi superato, quando era venuto a conoscenza della sindrome del figlio): di fronte ai problemi riesce sempre a trasmettere speranza e sicurezza e sa ascoltare tutti. C’è poi l’altra figlia Casey, anch’essa adolescente: il personaggio più riuscito, che da sola giustifica la visione della fiction. Con il suo atteggiamento ruvido e il look semplice tradisce la schiettezza dei propri sentimenti e il pudore di manifestarli. Stravede per suo fratello che tratta con simpatica ruvidezza ma è sempre al suo fianco per controllare che non venga mai ferito e non esita a dare un pugno a una collega che deride una compagna di scuola troppo grassa. Inizia a frequentare un ragazzo ma non ha fretta di compiere passi che non abbiano una piena motivazione. L’unità della famiglia è il valore a cui si appoggia e ci resta male quando il padre si è allontanato per sei mesi da casa e ancor più quando scoprirà che la madre si sta concedendo una distrazione.  

Riguardo a Sam è lui la voce narrante perché l’ideatrice Robia Rashid ha desiderato che noi spettatori ci mettessimo nella sua prospettiva. Scopriamo così il suo amore per l’Antartide: sa tutto sui pinguini, tanto che nelle situazioni di stress per calmarsi ripete i nomi delle quattro specie principali; va a scuola con le cuffie perché gli dà   fastidio il frastuono, è sempre sincero in modo disarmante e ciò non fa che creare continui problemi di relazione con gli altri. Alcuni recensori hanno criticato la scelta dell’autrice di aver impiegato per la figura di Sam un attore e non un ragazzo che avesse realmente la sindrome di Asperger: il problema è stato risolto nella seconda stagione, dove Sam si incontrerà con altri ragazzi (realmente) affetti da autismo.

A mio avviso però la figura di Sam ha un diverso movente letterario: lui ha tutto da imparare su come ci si comporta nel mondo: accetta continui consigli dal suo amico e mentore Zahid e dalla terapeuta Julia. Sam deve imparare come si approcciano le ragazze, quali sono le loro virtù che vanno cercate, quando si è sicuri di essersi innamorati, come vanno espresse le proprie affettuosità e ciò comporta l’impegno, da parte di Robia Rashid, di stilare, nelle risposte che danno le persone che gli stanno intorno, un breviario di filosofia di vita, un ABC dell’amore e delle relazioni umane. Una sorta di Candide di Voltaire per spiegare a un ragazzo che vive ottimisticamente della pura logica della sua mente, che le cose del mondo sono un po’ più complesse di quanto gli possano apparire.

Dopo tante teencom e teendrama recenti dove i genitori sono totalmente assenti, qui assistiamo a una madre che sollecita la figlia a tenere sempre la porta aperta quando ospita in camera il suo ragazzo e quando anche lei commetterà una debolezza, saprà accorgersi, sia pure in ritardo, che le persone non possono essere ingannate, né suo marito ma neanche il giovane che ha conosciuto e che vorrebbe una relazione più seria. Per converso il tema della sessualità degli adolescenti, visto dal fronte dei genitori, rientra nello standard seguito da tutti i prodotti narrativi mediatici di oggi: non ci sono collegamenti con la stabilità del matrimonio ma solo di “farlo nel momento in cui ci si sente pronti”.

La serie è disponibile su Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNUNO E' PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/31/2019 - 15:06
Titolo Originale: Ognuno è perfetto
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: Rai Fiction, Viola Film
Durata: 6 episodi di 50' su RaiPlay
Interpreti: Edoardo Leo, Cristiana Capotondi, Nicole Grimaudo, Gabriele Di Bello, Alice De Carlo, Lele Vannoli, Aldo Arturo Pavesi, Valentina Venturin, Matteo Dall'Armi, Piera Degli Esposti

Rick è un ragazzo con la sindrome di Down, che beneficia delle cure amorose della madre Alessia e del padre Ivan. Rick si annoia a fare quei finti tirocini che vengono tipicamente assegnati a una persona non normodotata e vuole un lavoro vero. Tramite un amico conosce Miriam, la proprietaria della rinomata fabbrica di cioccolato Antica Cioccolateria Abrate, che lo assume per lavorare nel reparto che confeziona scatole di cioccolatini. Questo reparto è costituito prevalentemente da persone con la sindrome di Down: la proprietaria dopo la morte di sua figlia, affetta dalla stessa sindrome, ha considerato come sua missione il prendersi cura di queste persone. Ivan accetta con un poco di apprensione questa nuova situazione, sia perché ora è solo a prendersi cura di Rick (la moglie Alessia, con la quale sta per separarsi, è partita per un viaggio con il suo nuovo fidanzato), sia perché il figlio gli ha comunicato che si è innamorato di Tina, che lavora nello stesso reparto e che hanno intenzione di sposarsi…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ha il merito di rendere protagonisti e di far divertire un gruppo di ragazzi e ragazze con la sindrome di Down ma altri temi che riguardano gli adulti normodotati, in particolare il tema della fedeltà coniugale sono affrontati con superficialità secondo i più comuni stereotipi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film affronta aspetti della sessualità in condizioni particolari che i più piccoli non potrebbero capire
Giudizio Artistico 
 
Molto convincente la recitazione di Edoardo Leo e dei ragazzi speciali. La sceneggiatura si carica troppo di sottotrame poco verosimili
Testo Breve:

Nick ha 24 anni, la sindrome di Down, molta voglia di lavorare e di sposarsi. La storia divertente di un gruppo di ragazzi particolari e di un genitore che cerca affannosamente di mettersi sulla loro lunghezza d’onda

Bisogna riconoscere che non sono pochi i film che hanno come coprotagonisti persone con la sindrome di Down o comunque non normodotati. Solo per citare gli ultimi, l’italiano Dafne ci presenta una vulcanica ragazza con questa sindrome che, rimasta da sola con il padre anziano, riesce a dargli l’energia necessaria per andare avanti insieme.

Oppure lo spagnolo Non ci resta che vincere, dove partecipaiamo a uno scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro.

In questo serial trasmesso su RaiUno e ora disponibile su Raiplay, la crescita umana è del padre di Rick, che scopre che i problemi non si risolvono cercando di essere sempre prudenti e ragionevoli ma dando tutto se stesso, senza riserve, fino a entrare in quel mondo particolare in cui vive suo figlio. Rick e gli altri ragazzi raggiungono un altro tipo di conquista: quello di sentirsi utili socialmente e anche di poter esprimere i propri sentimenti, come il desiderio di sposarsi. Non vengono neanche trascurati nel serial tematiche concrete, come la gestione della sessualità e il desiderio di vivere in coppia. Se le scena baricentrica è proprio quella del matrimonio fra Rick e Tina, si mostra altrettanto chiaramente che i due possono vivere in una casa dove è presente sempre l’occhio vigile di un genitore (nel 2014 vi è svolto in Italia il matrimonio fra Mauro e Marta, il primo fra due persone con la sindrome di Down, regolarmente riconosciuto).

In genere, in questo tipo di film, è sempre in agguato il rischio dell’eccesso di cautela nei confronti di queste persone ritenute fragili: In Ognuno è perfetto succede il contrario:  la carta vincente sta proprio nel racconto delle avventure della squadra dei colleghi di lavoro di Nick, tutti ben caratterizzati (Christian, il gigante buono, Cedrini il caporeparto, Django, il pigro e svogliato, Giulia la romantica,) e sembra proprio che il film sia  stato fatto per loro, per farli divertire in questa storia fantasiosa e ricca di colpi di scena (incluso un avventuroso viaggio in Albania). Al contrario, riguardo alle vicende degli adulti normodotati, troviamo poca originalità e molte forzature. All’inizio della storia scopriamo che Ivan e Alessia stanno per divorziare ma il tema non viene approfondito: non si comprende come l’impegno a prendersi cura del loro figlio non li abbia portati a sentirsi indispensabili l’uno per l’altra. Appare eccessivo che Ivan venda la sua azienda per dedicarsi interamente al figlio; fumettistiche le vicende della madre di Tina, invischiata nei traffici della mafia del suo paese; troppo semplicistica la contrapposizione fra chi vuole salvare il reparto di packaging gestito da ragazzi non normodotati e chi vuole vendere la fabbrica a una società francese.

Ivan, in un momento di confidenza con suo figlio, che gli ha chiesto perché si vuole separare dalla mamma, sentenzia che “l’amore inizia e finisce quando lo vuole lui: non c’è una ragione”. Si tratta di una pessima definizione, in aperta contraddizione con un altro amore, quello che lui stesso riesce a esprimere nei confronti del figlio: in questo tutta la sua persona è fattivamente coinvolta (volontà, intelligenza, determinazione) in quello, secondo la sua ipotesi,  si è passivamente in balia di un sentimento che, come è arrivato, se ne può andare. “Ma allora è un capo!” commenta Rick che ha colto ironicamente l’assurdità della risposta.

Si può dire che alla fine, la reazione dello spettatore sia un po’ insolita: è contento che questi ragazzi e ragazze particolari abbiamo potuto esprimersi e divertirsi in questa specie di parco di divertimenti che è questo serial (succede un po’ di tutto) ma non è molto sicuro che, tra un sub-plot e l’altro, le problematiche di questi ragazzi siano emerse con adeguato realismo.

Il serial è disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I DUE PAPI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/25/2019 - 16:42
Titolo Originale: The Two Popes
Paese: U.S.A., U.K., Italia, Argentina
Anno: 2019
Regia: Fernando Meirelles
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Produzione: Netflix
Durata: 125
Interpreti: Anthony Hopkins, • Jonathan Pryce:

Nell’aprile del 2005 viene convocato il conclave dopo la morte di Giovanni Paolo II. Alla fine viene eletto colui che sceglie di chiamarsi Benedetto XVI ma il cardinale Bergoglio raggiunge un numero significativo di preferenze. Nel 2012 Bergoglio chiede udienza al papa: intende dare le sue dimissioni ma nel colloquio privato che avviene a Castengandolfo, il papa rifiuta e rivela a Bergoglio una notizia riservatissima...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esprime molta simpatia nei confronti degli ultimi due papi ma è approssimativo nell’affrontare tematiche dottrinali
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Performance di alto livello da parte dei due protagonisti, Jonathan Pryce e Anthony Hopkins e ottima ricostruzione della Cappella Sistina e di altri ambienti in Vaticano.
Testo Breve:

Si immagina che papa Benedetto XVI e il cardinale Bergoglio si incontrino poco prima delle dimissioni del papa. Un ritratto affettuoso del precedente e dell’attuale vicario di Cristo ma approssimativo negli aspetti dottrinali

Realizzare un’opera narrativa che cerchi di ricostruire cosa avviene dietro le mura vaticane è cosa molto difficile e finisce per scontentare sempre qualcuno. Non si potrà mai parlare di rigore storico perché le notizie a disposizione, per chi non è addetto ai lavori, saranno sempre limitate  e ciò che trasparirà dall’opera sarà il pensiero dell’autore e la sua fantasia creativa.  Le reazioni del pubblico finiranno per essere di parte e se trasparirà dall’opera un atteggiamento apologetico, verranno scontentati tutti gli scettici; se invece il Papa verrà visto come espressione di un potere politico, secondo le classiche contrapposizioni fra destra e sinistra, conservatori e innovatori, riceverà il disappunto di tutti gli spettatori sinceramente cattolici.

Quest’opera del regista Fernando Meirellese e dello sceneggiatore Anthony McCarten si pone proprio nel mezzo e quindi i contenti e gli insodisfatti saranno equamente distribuiti, a parte l’elogio, che andrebbe riconosciuto da tutti, per l’ottima performance  di  Jonathan Pryce (Cardinale Bergoglio) e di Anthony Hopkins (Benedetto XVI) e per gli interni della Città del Vaticano magnificamente ricostruiti.

Il film inizia decisamente con il secondo atteggiamento, quello politico, di contrapposizione fra conservatori e riformisti.  “La sua missione è stata chiara, rovesciare anni di liberalismo;  ha detto un no deciso a omosessualità, aborto, contraccezione e sacerdozio femmimnile”. Con questa frase lapidarie un cronista inglese, nel giorno del funerale di san Giovanni Paolo II , liquida sbrigativamente 27 anni di pontificato.

Nelle prime fasi dell’incontro fra il cardinale Bergoglio, che è arrivato a Castengandolfo per incontrare Benedetto XVI, la contrapposizione fra un papa conservatore e un “quasi rivoluzionario” è altrettanto netta, oltre che ingiusta. Dibattono sul sacramento della comunione da dare ai divorziati risposati, dissentono sulla visione di una  Chiesa narcisista che non appartiene più a questo mondo e che è capace solo di costruire steccati. Il Papa come difensore di una verità divina che è sempre se stessa, il cardinale che propugna invece una Chiesa che si evolve, assieme al mondo esterno.

Dopo questa contrapposizione frontale, inizia la seconda fase, che non prende posizione riguardo a tutti i temi aperti ma che sviluppa una forma di ”umanizzazione” del loro rapporto. Ratzingher mostra di essere ancora bravo a suonare il pianoforte e ama vedere in TV la serie austriaca Commissario Rex; Bergoglio segue con passione le  partite di calcio e confessa di apprezzare il tango.

Inizia anche la fase della “simmetria” fra i due uomini: entrambi si domandano quando sono riusciti a cogliere i “segni” della presenza divina nella loro vita, entrambi, per motivi diversi, desiderano dimettersi ed entrambi confessano di aver commesso degli errori. Ingiusta, sotto quest’ultimo aspetto, l’implicita accusa rivolta a Benedetto XVI di non esser stato abbastanza severo con il sacerdote  pedofilo Marcial Maciel Degollado, dal momento  che è stato proprio questo papa  a inaugurare la “tolleranza zero” per questi casi.

Alla fine il film riesce ad esprimere grande simpatia umana nei confronti dei due papi, ognuno espressione  di due diversi momenti storici della Chiesa. Bisogna però sottolineare che  non ci troviamo di fronte a due simpatici  amici che si sono ritrovati: stiamo parlando della funzione del successore di san Pietro e gli aspetti dottrinali che sorreggono la fede non possono esser ridimensionati  ad amabili  discussioni da salotto dove ognuno la pensa come crede.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STAR WARS-L'ASCESA DI SKYWALKER

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/22/2019 - 18:52
 
Titolo Originale: Star Wars: The Rise of Skywalker
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: J.J. Abrams e Chris Terrio
Produzione: Lucasfilm, Bad Robot Productions
Durata: 141
Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Carrie Fisher, Kelly Marie Tran, Keri Russell, Domhnall Gleeson, Joonas Suotamo, Anthony Daniels, Mark Hamill, Billy Dee Williams, Ian McDiarmid.

Sono passati alcuni anni dalla morte di Luke Skywalker. Le speranze per salvare la galassia dall’ombra fagocitante del male sono riposte nelle qualità della giovane Rey che – sotto la guida paziente ed esperta della ex principessa (e ora generale) Leia Organa – sta completando l’addestramento per diventare una jedi. Sul fronte opposto, intanto, il tormentato Kylo Ren, diventato finalmente “leader supremo” del contingente dei cattivi, segue la traccia di un misterioso messaggio proveniente dai confini estremi dell’universo: su un pianeta sperduto – raggiungibile solo da chi possiede un raro “puntatore” (un oggetto a metà tra una bussola e un amuleto) – un oscuro signore delle tenebre sta pianificando una “soluzione finale” atta non solo a sbaragliare una volta per tutte le forze della resistenza ma anche ad annientare qualsiasi altra forma di vita refrattaria a essere assoggettata. Una brutta gatta da pelare per l’alleanza ribelle ma anche per Kylo Ren. Tra le richieste del suo committente, infatti, c’è innanzitutto quella di eliminare Rey in quanto ultima erede dei cavalieri jedi. Peccato che il ragazzo abbia sulla fanciulla tutt’altro tipo di mire.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. L’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere ma potenzialmente impressionanti per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Le scenografie ed gli effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma l’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, di personaggi e sotto-trame sembra che servano a coprire il vuoto di idee davvero originali
Testo Breve:

Questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere. Gli adepti del villain di turno costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata; i buoni, invece, sono una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro

Un dato in particolare balza all’occhio ora che la saga di Star Wars ha concluso quello che i fan conoscono come il suo “canone principale”: che nella realizzazione di questa terza e (per ora) ultima trilogia è mancata una progettualità cinematografica e una visione d’insieme. Tutto si può dire di George Lucas (ideatore dei personaggi e responsabile dei primi sei episodi) tranne che non avesse una idea precisa di cinema e non che fosse capace di svilupparla con coerenza. Perfino i deludenti “prequel” (gli episodi I, II e III prodotti tra il 1999 e il 2005) partecipavano di questa visione ed erano parte integrante di una estesa mitologia frutto di un progetto dalla chiara intenzionalità. Non si dimentichi soprattutto che, nonostante i fantastiliardi guadagnati con i film e soprattutto con il merchandising, Lucas è sempre stato un film-maker indipendente. Se c’è sempre stato bisogno di una major per la distribuzione (per i primi sei film le fanfare della 20th Century Fox hanno anticipato la fanfara del celeberrimo tema composto da John Williams), da un punto di vista produttivo Lucas ha sempre fatto tutto in casa, obbedendo solo al proprio estro creativo. Non è un caso che, numericamente, sia stato un cineasta assai poco prolifico: solo sei film da regista, meno anche di mostri sacri come Stanley Kubrick o Terrence Malick, famosi per la loro parsimonia. Con la cessione di tutta la proprietà intellettuale della Lucasfilm al colosso Disney, da essere un affare privato (sia pur, dicevamo, miliardario), Star Wars è diventato il prezioso tassello di un’operazione commerciale dove alla visione di un Autore (e nessuno è stato più Autore di Lucas negli ultimi cinquant’anni, forse solo Steven Spielberg e John Lasseter) si è sostituita una strategia aziendale. Al mitografo si sono sostituiti coloro che erano cresciuti con il mito. Al papà che racconta una storia, i bambini che la mimano giocando con i pupazzetti. Tolta dalle mani del suo creatore, la saga di Star Wars ormai pare solo omaggiare se stessa. Ovvero, per dirla con il titolo di un citatissimo saggio di Franco La Polla della fine degli anni Settanta (saggio prematuro ma anche premonitore), “quando hai visto un’astronave di plastica, le hai viste tutte”.

Che Star Wars sia assurto ormai a mito vero e proprio (sì, proprio come Giasone e Bellerofonte, Orlando e Lancillotto) si è visto dalla traiettoria ondivaga compiuta da questa terza trilogia e dal rapporto che ciascuno dei tre episodi ha instaurato con l’immane narrazione previa: Rian Jonhson, regista e sceneggiatore dell’episodio precedente, aveva avuto carta bianca nel portare avanti la storia a suo piacimento e aveva quindi approcciato la cospicua eredità a sua disposizione con piglio da rivoluzionario. Il risultato aveva spaccato a metà la comunità dei fan. Ad alcuni era piaciuto il cambio di fisionomia e l’avventura in terreni inesplorati. Ad altri – forse la maggioranza – tutta l’operazione era parsa una sorta di tradimento; al limite della lesa maestà. Ecco allora tornare al tavolo degli sceneggiatori e dietro la macchina da presa il riverente J.J. Abrams, di grande personalità e talento ma anche incline al rispetto dei paradigmi (se in televisione è stato da tutti i punti di vista un innovatore, il suo palmarès cinematografico è composto invece unicamente da sequel, reboot e omaggi, da Mission:Impossible a Star Trek, passando per Super 8). Il compito di Abrams è stato quello di rimettere la saga sui suoi saldi binari, non tanto perché questo film dovesse essere il suo atto finale ma soprattutto perché servisse a rilanciare il “brand” di Star Wars in vista del progetto che ne sta già espandendo l’universo narrativo su più media e più piattaforme (già si è iniziato con la serie tv The Mandalorian andata su Disney+). Dopo la rivoluzione, la restaurazione. Dopo la riforma, la controriforma. Dopo la dissacrazione, la riconsacrazione.

L’ascesa di Skywalker, venendo al film in questione, brutto non è. Funziona quanto basta e appaga le curiosità svelando tutti i misteri che erano rimasti irrisolti al termine delle puntate precedenti. Naturalmente scenografie ed effetti speciali sono perfetti e mirabolanti ma per meno di questo da una produzione multimiliardaria non varrebbe la pena neanche spendere i soldi del biglietto. L’andamento del racconto, da un punto di vista del ritmo, sembra risentire un po’ della complessità narrativa tipica della serialità televisiva. L’accavallarsi di eventi, personaggi e sotto-trame aveva già fatto la fortuna della saga ma stavolta sembra che l’accumulo e la velocità servano a coprire il vuoto di idee davvero originali. E la linearità dei primi episodi – con i suoi momenti di lentezza e approfondimento – restava molto più impressa nella mente e nel cuore. Ad Abrams e ai suoi co-sceneggiatori non resta quindi che moltiplicare gli avvenimenti, i colpi di scena, le resurrezioni improbabili e, naturalmente, i duelli, le astronavi e i satelliti-killer. E i personaggi? Per fortuna, nel rinsaldare il racconto agli archetipi mitici più tradizionali, si abbandonano certe ambiguità che riscontravamo nell’episodio precedente. Qui il bene e il male si fronteggiano in maniera netta e, benché i personaggi principali siano sottoposti a terribili tentazioni, la differenza tra la scelta della luce o del lato oscuro è chiara, senza ironie o ammiccamenti post-post-moderni. Tutta la saga di Star Wars, in fin dei conti, ha lavorato sul tema delle scelte e del libero arbitrio e sulla speranza inestinguibile nelle possibilità dell’essere umano di scegliere in ultimo il bene. Peccato solo che l’evoluzione dei protagonisti sia proprio in questo episodio molto più da intuire che da riscontrare. E le emozioni molto più “dette” che mostrate.

Inutile dire che l’antropologia della saga si abbevera a un sincretismo culturale che mixa religioni orientali, miti gnostici con ombre di new age tutta hollywoodiana. Siamo pronti però a mettere una mano sul fuoco sulla totale assenza di malizia da parte di George Lucas nell’usare tali fonti quando ha ideato il racconto. Stiamo sempre parlando di un ragazzone californiano appassionato di macchine da corsa e con la biblioteca ben fornita che è riuscito a diventare, e a restare per tutta la vita, un regista indipendente. Con lo stesso candore, nella scena finale del primo Guerre stellari (1977) poteva permettersi di citare Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl (celebre e riuscitissimo film di propaganda nazista) senza nessun sottinteso a parte la bellezza dell’inquadratura. Nel passaggio della saga dalle mani di Lucas a quelle della Disney non abbiamo dormito gli stessi sonni tranquilli ma quest’ultimo film si conferma per fortuna un esempio di “cinema classico”, destinato a piacere a tutti e senza alcuna controindicazione dal punto di vista valoriale. Interessante, anzi, il discorso che la sceneggiatura riesce a esporre sul tema del “potere”. Se la trilogia dei prequel (gli episodi I, II e III) aveva mostrato come le dittature siano il risultato delle “fabbriche del consenso”, questo finale di saga sembra dire qualcosa di valido sulla voracità insaziabile del potere, sulla sua forza annichilente, e sugli antidoti possibili nel consociarsi libero degli individui che perseguono un giusto ideale. Al villain del film non basta imperare sulla galassia: la sua brama è distruttiva proprio come quella del “serpente antico”. I suoi adepti non hanno volto né personalità, costituiscono una massa asservita e perfettamente omologata. I buoni, invece, non sono una “massa” ma una “moltitudine”. Hanno un volto, un nome, si conoscono tra di loro e si battono l’uno per l’altro. L’unica scena veramente originale del film è un insperato “arrivano i nostri” (che ricorda un po’ quello di Dunkirk di Christopher Nolan), che costituisce tra l’altro l’unico legame con il capitolo precedente: Gli ultimi jedi, infatti, terminava con un ragazzino schiavo – vessato da un burbero alieno – che sognava un riscatto guardando speranzoso il cielo. Il manico della ramazza che aveva in mano, stagliandosi contro la luce della luna, pareva assumere la forma di una spada laser. Come a dire che ciascuno – anche senza doni speciali – può diventare un jedi (o, se preferite, un cavaliere di Re Artù). Ognuno di noi, cioè, nel suo piccolo, con le sue scelte, può essere un antidoto contro il potere e la piccola parte di ciascuno può diventare, unita a quella di tutti gli altri, un grande dono per tutti.

Il film è quello che è ma dopo nove film e quarant’anni, è una preziosità da portarsi a casa. La Forza è ancora con noi.  

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATLANTIQUE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/18/2019 - 10:27
Titolo Originale: Atlantique
Paese: Senegal, Francia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Mati Diop
Sceneggiatura: Mati Diop
Durata: 104
Interpreti: Mame Bineta Sane, Traore, Amadou Mbow

A Dakar, gli operai di un cantiere non vengono pagati da quattro mesi nè hanno speranza, in assenza di un sindacato che li difenda, di venir pagati. Fra di loro c’è Soulemain che ama teneramente la bella Ada, ricambiato. Ma per Ada è stato organizzato dai suoi genitori un matrimonio con Omar, un ragazzo ricco che farà uscire tutta la famiglia dalla miseria. Quella sera, Soulemain non si presenta all’appuntamento con Ada, che non tarda a scoprire la verità: il ragazzo ha preso una barca assieme ad altri compagni nel tentativo di raggiungere la Spagna. Alcuni testimoni hanno visto al largo la sua barca rovesciata. Qualche giorno dopo, alla festa di nozza fra Ada e Omar, uno sconosciuto appicca il fuoco nella nuova casa degli sposi. Issa, un giovane detective, inizia a indagare sull’incendio e sospetta che Soulemain non sia morto e che si sia voluto vendicare....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore struggente perché inappagato riesce a vivere di sogni che sembrano trasformarsi in realtà.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2019, anche se a volte tradisce l’inesperienza (è un’opera prima) dell’autrice
Testo Breve:

A Dakar, Ada ama Soulemain ma lui si avventura in mare per raggiungere la Spagna mentre lei è costretta a sposare un altro. Una struggente storia d’amore (premio della giuria al Festival di Cannes)  che vive più di sogni che di realtà

Il mare, dalla spiaggia di Dakar, è visto in ogni momento della giornata. A volte c’è molta foschia e in un bianco abbacinante si intravedono appena le onde che increspano la superfice. Di sera, è illuminato dalla luna e i ragazzi che si radunano intorno al bancone di un bar improvvisato sulla spiaggia, si attardano a guardarlo.  L’Atlantico è il silenzioso, onnipresente, testimone di questa storia di amore struggente . Il film può esser interpretato come una favola, dove vita e morte, naturale e soprannaturale non si contrappongono ma si uniscono per dare vita a qualcosa di più profondo che fa dire ad Ada, nelle ultime sequenze : ”Il futuro mi appartiene, io sono Ada, io  so chi sono”.

Viene subito in mente La sirena (o Lighea), il racconto lungo di Tommasi di Lampedusa, anch’esso pieno di sensualità e di allusioni a una vita immortale e dove il mare era protagonista, ma lì prevalevano i richiami  a una cultura classica occidentale, mentre qui ci sono molti rimandi a credenze popolari africane. Occorre infatti prendere atto che l’autrice ha un tocco assolutamente originale e nonostante il tema trattato, non c’è ombra di cinefilia occidentale, magari con riferimenti ai tanti film o serial sui morti viventi,

La struttura del film è alquanto composita e non mancano rimandi alla realtà del  Senegal di oggi, come lo può vedere l’autrice Mati Diop, che guarda ormai il suo paese con gli occhi di una parigina. Ecco gli operai di un cantiere che non vengono pagati da mesi senza che nessuna autorità possa intervenire; il desiderio di molti di espatriare in un’Europa più ricca e più giusta; la polizia che fa il suo dovere evitando però di mettersi in urto con i potenti del luogo. Una religione mussulmana che sfocia nella superstizione, come quando viene chiamato un marabutto, un santone del luogo, per esorcizzare certi strani fenomeni che stanno accadendo.  La condizione della donna, costretta ad acconsentire a un matrimonio deciso dai suoi genitori e a sottoporsi a un esame sulla  verginità.

In questo contesto partecipiamo alla storia d’amore fra Ada e Soulemain, la componente più poetica del film,  più suggerita che reale, fatta di sguardi e di baci davanti all’Oceano e dal  desiderio di unire i propri corpi  che può ormai solo rifugiarsi in un sogno a occhi aperti. L’autrice ha arricchito  la sua favola  di un’ambientazione che diventa un elogio alla bellezza e alla sensualità. Sono belli sia le ragazze che i ragazzi protagonisti e alcune scene sono cariche di sensualità ma mai volgari per  sottolineare, l’armonia fra il desiderio del corpo e le aspirazioni dello spirito, che travalicano la materia,  lo spazio e il tempo.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA DI UN MATRIMONIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/15/2019 - 15:55
Titolo Originale: Marriage Story
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach
Produzione: Heyday Films
Durata: 136
Interpreti: Adam Driver, Scarlett Johansson, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta

Charlie e Nicole lavorano nel mondo dello spettacolo. Sono sposati da dieci anni e hanno un bambino di otto. Lui è un affermato regista teatrale di off-Broadway, lei è stata a lungo la protagonista nei suoi lavori ma ora ha accettato una parte in una fiction televisiva che si realizzerà a Los Angeles, dove ha passato la sua giovinezza con la madre, una ex attrice del cinema. Nicole decide che vuole separarsi. Non c’è nulla di sgradevole in lui, che è sempre stata una persona controllata e gentile, ma Nicole si sente come soffocata dal suo successo e vuole tornare a Los Angeles. All'inizio entrambi sono propensi ad avviare una separazione amichevole ma poi finiscono per affidarsi a degli avvocati e il loro rapporto, già fragile, viene stravolto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Occorre dare merito all'autore di averci descritto, con molto realismo, le ferite che provoca una separazione coniugale. Due coniugi che si amano sinceramente, perdono la loro visione di coppia e lasciano prevalere i rispettivi interessi individuali.
Pubblico 
Adolescenti
I più piccoli potrebbero venir impressionati nel vedere un papà e una mamma che litigano. Una sequenza dove c’è un’abbondante perdita di sangue. Frasi denigratorie nei confronti della fede cristiana. Dialoghi con riferimenti a pratiche sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il film, ottimamente scritto, diretto e recitato, è candidato all’Oscar 2020 e ha già raccolto una messe di premi, in particolare dalle associazioni dei critici americani: miglior film, migliore sceneggiatura, miglior protagonista, miglior attrice non protagonista
Testo Breve:

Carlie e Nicole sono sposati da dieci anni e hanno un figlio ma lavorano anche insieme, perchè lui è regista di teatro, lei attrice. Iniziano una causa  di divorzio e attraversano, in mano a degli avvocati, un percorso di auto-distruzione. Un film pregevole per il suo tragico realismo

Perché questo film ha come titolo, anche nella versione originale, storia di un matrimonio? Fin dalle prime sequenze ci si accorge che si tratta esclusivamente della storia di un divorzio. Quindi quando si parla di matrimonio non c’è più nulla di interessante da raccontare se non la sua fine? Probabilmente è proprio così: non si tratta solo del racconto molto preciso e dettagliato (il regista, sceneggiatore e produttore Noah Baumbach ha realmente dovuto attraversare tutte le vicissitudini dell’iter di un divorzio) ma si sta celebrando, come vedremo, una sorta di funerale del matrimonio.

Sia Charlie che Nicole sono persone urbane, controllate (niente violenza o abuso di alcool) e in una sequenza iniziale, su richiesta dello psichiatra che li segue nella terapia di coppia , ognuno scrive cosa pensa dell’altro in modo positivo, espressione di una coppia che dopo dieci anni si conosce molto bene e sa convivere con i pregi e i difetti dell’altro. Ma Charlie e Nicole non sono solo marito e moglie, sono anche, lui un regista e lei un’attrice , che lavorano nella stessa compagnia teatrale. I motivi per i quali Nicole vuole divorziare vengono chiariti quando lei si confessa a Nora, l’avvocato che ha scelto per la sua difesa: all’inizio lei era la star di ogni opera teatrale del marito ma poi lui è diventato sempre più famoso: la gente andava a teatro attirata dal suo nome mentre lei veniva sempre più risucchiata dalla personalità del marito.

Ci si potrebbe da subito domandare come mai lei non abbia mai trovato un modo di dirgli onestamente come si sentiva e lui non abbia compreso che stava correndo il rischio di sopraffare la personalità di lei. Come mai non hanno trovato l’occasione per parlarsi con il cuore in mano, desiderosi di risolvere i loro problemi personali ma anche di salvare quella famiglia che loro stessi avevano costituito?

Non ci sono risposte nel film a queste domande, che inizia quando la situazione si è già dewteriorata.

All’inizio ci siamo domandati come mai il titolo parli di matrimonio mentre nello sviluppo della storia partecipiamo a  un divorzio. La risposta è che il film non parla di divorzio. In genere si parla di divorzio quando l’amore fra i due finisce, magari perché si è trasferito nella direzione di  una terza persona, ma niente di tutto questo accade. Il tema è un altro: lo sviluppo della propria personalità, in particolare lo sviluppo della carriera professionale, diventa incompatibile con l’istituzione del matrimonio, che vuol dire fusione di due destini in uno, di due vite in una sola.

E’ questo il tema dominante di altri film contemporanei: anche in La La Land i due non trovano un compromesso fra crescita professionale e vita in comune; addirittura tragica la soluzione che scelgono i due innamorati in Cold War. La soluzione mostrata è una sola: non ci si sposa o comunque, se si è già sposati,  si divorzia. Fino alla fine, in questa Storia di un matrimonio, entrambi rivendicano il loro diritti a crescere nella loro professione ma al contempo continuano a esprimere segni di tenerezza e di affetto verso l’altro. Lui si commuove, quando riesce a leggere le belle frasi scritte da lei nei suoi confronti durante la seduta di terapia di coppia. Nella sequenza finale, a un anno di distanza dal divorzio, lei si inchina a legare i lacci delle scarpe di lui.  Un piccolo gesto che rivela delle attenzioni che possono nascere solo da una lunga consuetudine all’intimità. La forma del L.A.T. (live apart together) sembra voler dire il film, sta diventando l’unica forma di unione praticabile.

Il film è realizzato e recitato benissimo. Stiamo assistendo non a qualcosa di costruito ma che ha tutti i caratteri di una realtà in progress. Terribile è la fase nella quale entrambi si rivolgono a un avvocato che li trascina in una sorta di girone infernale di accuse e contro accuse montate ad arte che finiscono per esaurire  i risparmi di entrambi. Non manca una “tirata” al cristianesimo dell’avvocato di Nicole, una donna, che evidenzia che davanti a un tribunale si tollera un marito  assente o inaffidabile ma una donna no, deve essere perfetta secondo il modello di Maria, la madre di Gesù. Commovente la figura del figlio, che cerca di stare sia con l’uno che con l’altra, disorientato e smarrito per la separazione che sta avvenendo. Il regista aggiunge anche un tocco di tragica ironia, quando, nel descrivere gli incontri programmati di Charlie  con il figlio, lo fa in coincidenza con la festa di Halloween e quelle maschere che lui  deve indossare non fanno ridere ma sono il segno di una esistenza che è diventata crudele.

Non manca una sottile caratterizzazione uomo-donna. Lei è molto concentrata su presente ma in questo modo perde di coerenza e di prospettiva storica. Le sofferenze che prova oggi e le impediscono di vedere i bei momenti passati del loro matrimonio; afferma di voler trovare una soluzione concordata alla separazione ma poi si rivolge a un avvocato; accetta di scrivere cosa pensa lei di suo marito su richiesta dello psichiatra ma poi si rifiuta di leggere la pagina scritta. Lui ha un maggior controllo nelle sequenze di decisione-azione, avvia con determinazione i suoi progetti che coinvolgono anche lei ma poi trascura di domandarsi cosa senta sua moglie in quei momenti.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PRIMO NATALE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/11/2019 - 11:37
Titolo Originale: Il primo Natale
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Ficarra, Picone
Sceneggiatura: Ficarra, Picone, Fabrizio Testini
Produzione: Tramp Limited, Medusa Film
Durata: 100
Interpreti: Salvo Ficarra, Valentino Picone, Massimo Popolizio, Roberta Mattei, Giacomo Mattia

Don Valentino, parroco di un paesino della Sicilia, ha un’idea fissa: il presepe vivente. Ogni anno ingaggia alcuni suoi compaesani accuratamente selezionati per fare, chi i pastori, chi i soldati romani, impegnati a recitare i versi preparati da lui stesso. Salvo è invece un ladro di oggetti sacri e ha messo gli occhi sul bambinello che verrà utilizzato per il presepe di don Valentino, un’opera di grande valore. Il furto viene scoperto e Valentino insegue Salvo, fino a trovarsi all’interno di un fitto canneto. Ritornati all’aperto, ladro e inseguitore hanno una incredibile sorpresa: si trovano in Palestina, esattamente nell’anno zero, perché sentono che è stato indetto il censimento di Cesare Augusto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un rapporto fruttuoso fra un sacerdote che dà prevalenza allo spirito e un altro più pragmatico che porterà il secondo a scoprire la fede e il primo a riconoscere il valore di gesti concreti. Qualche riferimento spiritoso ai dogmi cristiani rischia di sfociare nella derisione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ficarra e Picone confermano la loro verve comica ma la storia risulta troppo diluita
Testo Breve:

Un sacerdote e un ladro si ritrovano in Palestina proprio quando sta per nascere Gesù. Un racconto paradossale che genera gags non sempre pertinenti

Dopo il meritatissimo successo di L’ora Legale del 2017, ecco di nuovo Ficarra e Picone, sia attori che registi, ritrovarsi nel bel mezzo della Palestina proprio quando sta per nascere Gesù.

I due comici siciliani hanno sempre sviluppato una comicità priva di volgarità, impegnata a ironizzare su qualche vizietto nostrano, senza mai usare la frusta ma con garbati accenni, con lo spirito di “chi vuole intendere intenda”.  In L’ora legale, ci hanno ricordato la nostra tendenza a concepire il bene pubblico come qualcosa che deve solo servire agli interessi personali.  In Tutto a posto hanno ironizzato sulla voglia dei figli di sfruttare la sicura pensione dei genitori. In La matassa, hanno messo alla berlina il nostro pensiero spesso irrigidito in posizioni predefinite dal nostro clan di appartenenza.

E’ insolito quindi che Ficarra e Picone abbiano scelto di costruire una storia intorno alla nascita di Gesù. Con chi prendersela? In effetti una polemica viene espressa ma solamente all'inizio e alla fine del film, sul tema dell’immigrazione. “E’ assurdo che nel 2019 si debbono ancora vedere queste cose– dice Ficarra davanti a una televisione che mostra l’immagine di una nave ONG che fa salire a bordo degli immigrati dispersi in mare - l’immagine è sgranata, il colore del mare è sbiadito”. Verso la fine, quando i Ficarra e Picone si trovano su una barca, incrociano una motovedetta italiana e un ufficiale, alle sue richieste di aiuto, gli risponde: “noi vi faremmo anche salire ma dicono di non sapere dove mettervi…”. Si tratta di una brevissima incursione nella realtà di oggi che non sposta l’asse dell’interesse del film, che si concentra sul loro tempo passato in Palestina, ricostruita in Marocco. Ma allora dove possono “mordere” i due comici? Imbastiscono battute giocando sul contrasto fra loro due, provenienti dal 2019 e i palestinesi del tempo che non sanno certe cose (in una sequenza, entrambi stanno giocando a tombola con Erode: viene estratto il 33 e Picone esclama: “gli anni di Gesù” ma tutti rispondono: “chi?”. Una opportunità sfruttata più volte ma in effetti è ancora’ poco. Più frequentemente sono le tematiche religiose quelle che cadono sotto l’attenzione dei due ed è questo l’aspetto più delicato del film. Ovviamente stare in allegria, soprattutto nel tempo di Natale, con qualche scherzo bonario va benissimo ma in alcune battute ci si muove sul filo di una comicità che sfocia nelle derisione. Don Valentino, prigioniero dei romani, benedice il pasto ma subito dopo lo sputa perché è troppo cattivo. Sempre don Valentino, che sta per incontrare Maria, si domanda: “come la debbo chiamare? Sua altezza santissima?” “Chiamala come vuoi, sei tu il “tifoso” gli risponde Ficarra, nei panni di Salvo. Più pesante è il colloquio di Salvo con un ignaro palestinese al quale cerca di spiegare la nascita di Gesù: “il Figlio e il Padre sono la stessa cosa e quando uno dice: “papà!”, si rivoltano in tre perché c’è anche lo Spirito Santo”.

Un altro punto di debolezza è nella regia: il racconto si mostra complesso, articolato in tre capitoli (don Valentino e Salvo ai giorni d’oggi; alla ricerca di Giuseppe e Maria nella Palestina del tempo e infine in fuga verso il mare, inseguiti da Erode), non c’è un nodo risolutivo e la storia sembra incapace di trovare la fine.

In complesso Ficarra e Picone confermano la loro simpatia e riescono a spalleggiarsi bene come sempre (Picone più spirituale, Ficarra più pragmatico, ma poi entrambi sapranno imparare la lezione l’uno dall’altro) ma questa volta si sono mossi su un terreno che non li ha trovati a loro perfetto agio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SOGNO PER PAPA'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/09/2019 - 18:25
 
Titolo Originale: Fourmi
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Julien Rappeneau
Sceneggiatura: Julien Rappeneau
Produzione: M2 Pictures
Durata: 105
Interpreti: François Damiens, Maleaume Paquin, André Dussollie, Ludivine Sagnier,Laetitia Dosch

Il piccolo Theo è figlio di genitori separati. La mamma vive con un altro uomo mentre il padre Laurent, che ha perso il lavoro da ormai due anni a causa del fallimento dell’azienda, è ancora disoccupato, ha un carattere litigioso e alza troppo il gomito. Theo vuole bene a suo padre, è contento quando lui viene a vederlo giocare a calcio (anche se piccolo di statura, Theo è molto bravo) perché è l’unico momento nel quale lo vede sereno e suo tifoso appassionato. Quando sul campo arriva un allenatore dell’Arsenal inglese alla ricerca di nuovi talenti, Laurent non sta più in sé per l’emozione: il colloquio fra l’allenatore e il ragazzo avviene realmente e Theo comunica al papà che è stato selezionato. Per Laurent inizia una nuova vita: smette di bene, inizia a cercare un lavoro e a studiare l’inglese perché vuole ottenere l’autorizzazione, dall’assistente sociale, per esser lui ad accompagnare suo figlio in Inghilterra. Laurent però non sa che il figlio gli ha detto una bugia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico rapporto figlio-padre dove è il figlio che trova il modo di risollevare il padre da una lunga depressione
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di un nerd computer-dipendente può disturbare quei ragazzi che hanno un simile comportamento
Giudizio Artistico 
 
La struttura del racconto è volutamente semplice per accontentare un vasto pubblico ma è impreziosita dalla caratterizzazione di molti simpatici personaggi
Testo Breve:

Il piccolo Theo, bravo a giocare a calcio, è desideroso di rendere il padre (disoccupato e ubriacone) orgoglioso di lui per dargli un motivo per tornare a essere se stesso. Un film semplice, per tutti, che esprime importanti valori

Il film, ricavato da una graphic novel di Artur Laperla et Mario Torrecillas, è apparentemente semplice nella struttura perché i parametri in gioco sono pochi (un padre divorziato e alcolizzato, un ragazzo giudizioso, la passione per il calcio) ma in realtà costruito con grande finezza e attenzione ai particolari e i valori posti in gioco sono tanti.

C’è un ragazzo che vuole bene a suo padre nonostante abbia commesso molti errori, si dimentichi spesso di portarlo al campo di calcio perché ubriaco, mentre la madre parla spesso male di lui. Come mai? Perché è suo padre (l’uomo che ora vive con sua madre non ha nessun ascendente sul ragazzo), perché quando lo difende contro l’arbitro che non ha visto un fallo a suo danno, comprende di essere il suo orgoglio, l’unica ragione per la quale c’è per lui un motivo per andare avanti. Per questo Theo osa dire una bugia: è l’unico mezzo per vederlo impegnato in un progetto che forse lo indurrà a smettere di bere. Sarà poi lui a prendersi la responsabilità della bugia ma corre questo rischio per il bene del padre.

Il film si muove lungo questo percorso in modo lineare, sempre con un tono divertente, senza prendere il tema troppo sul serio, ma è negli sviluppi e nei personaggi collaterali che il film mostra la preziosità della sua confezione. Ci sono i due amici di Theo, un ragazzo e una ragazza, che sanno aiutarlo e consigliarlo; in particolare la ragazza ha una profonda intesa con lui, scherzando lo chiama “formica” e non riesce a celare che ne è innamorata; l’assistente sociale, un po’ disordinata nella scrivania e nella vita ma che vive solo del piacere di aiutare gli altri; il contesto sociale, tipico di un’area depressa, che porta gli uomini a passare il tempo al bar a ubriacarsi. Ma prima di tutti, la figura del ragazzo Max (Pierre Gommé) un nerd duro e puro, che passa il tempo chiuso nella sua stanza davanti a un computer, con una faccetta smilza e un corpicino magro, che sembra proprio essere l’effetto di una vita passata nel chiuso di una stanza, personaggio-simbolo di tanti ragazzi come lui (per fortuna ci sarà un lieto fine anche per lui).

Si potrà sicuramente impiegare il terribile titolo di “film buonista” e in effetti alla fine ogni cosa si rimetterà a posto ma è proprio la semplicità dello sviluppo che consente la comprensione del film anche da parte di pre-adolescenti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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