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L'ULTIMO PARADISO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/09/2021 - 12:24
Titolo Originale: L'ultimo paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Rocco Ricciardulli
Sceneggiatura: Rocco Ricciardulli, Riccardo Scamarcio
Produzione: Lebowsky, Silver Productions,
Durata: 107
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Gaia Bermani Amal, Antonio Gerardi, Valentina Cervi

Nel 1958, fra gli uliveti della Murgia pugliese, i braccianti lavorano nelle tenute di Cumpà Schettino. Il pagamento delle ceste di olive raccolte è l’occasione per il giovane Ciccio di proclamare davanti a tutti che non è più tollerabile che vengano pagati per pochi soldi mentre tutto il guadagno resta nelle mani dei padroni. Molti braccianti si manifestano solidali con lui e Cumpà deve assolutamente trovare un modo per rendere innocua questa spontanea forma di sindacalismo. Ma don Schettino scopre ben presto di avere un altro grave motivo per odiare Ciccio: proprio lui che è sposato con un figlio, è l’amante segreto di sua figlia Bianca…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nessuno dei protagonisti maschili (le donne sono solo delle vittime) sembra disporre del dono della ragione: sono tutti in balia di passioni irrefrenabili.
Pubblico 
Maggiorenni
Il film evita di entrare in dettagli cruenti ma non c’è nessun personaggio che possa considerarsi un riferimento positivo
Giudizio Artistico 
 
Ottima l’ambientazione nella Puglia alla fine degli anni ’50, sensibile prestazione di Gaia Bermani Aramal ma per il resto la sceneggiatura che vuole troppo in modo confuso e i personaggi sono ridotti a stereotipi
Testo Breve:

Nella campagna pugliese alla fine degli anni ’50, si scatena la prepotenza dei padroni, le vendette dei contadini, e amori adulterini innescano rappresaglie e contro-vendette. Un dramma a fosche tinte molto confuso. Su Netflix

L’inizio del film è particolarmente promettente: molto ben filmate le distese degli uliveti pugliesi, ben realizzato l’adattamento delle masserie con gli arredi del tempo e la ricostruzione delle usanze e dei modi di vivere del tempo. Se gli uomini vanno a zappare, le donne si ritrovano al torrente per lavare i panni; quando mariti e figli tornano a casa, secondo lo spirito patriarcale allora imperante, li servono a tavola e le donne mangeranno quando ci sarà tempo. Fra i contadini c’è voglia di andare in America e di ribellarsi ai massari che li sfruttano. La messa in scena  della Puglia alla fine degli anni ’50, come fondale del racconto, può dirsi completo.

Poi il racconto si sviluppa ma il tema della protesta dei contadini passa rapidamente in second’ordine: Ciccio trascura i problemi sindacali per portare avanti la sua storia d’amore con Bianca, alla continua ricerca di un posto segreto dove incontrarsi. Da qui in poi la storia si ingarbuglia rapidamente: omicidi seguiti da vendette, cambio di protagonista, accumulo di infedeltà coniugali, violenze sessuali sulle giovani contadine, senza contare il frequente cambio di stile narrativo: dalla tragedia rusticana si passa a sequenze oniriche e alla magia del surreale. A causa della troppa carne al fuoco, lo spettatore finisce per disorientarsi e si salva solo la performance di Gaia Bermani Amaral nella parte di Bianca che rende credibile una giovanile e cocente passione amorosa.

C’è un altro aspetto che disorienta: la mancanza di una bussola etica. Lo spettatore ha la consuetudine di seguire le vicende del protagonista perché costituisce in genere il riferimento positivo o magari è vittima di un’ingiustizia oppure è un cattivo, cosciente di esserlo. Se escludiamo le donne, viste tutte come vittime di una società patriarcale, gli uomini sono uguali nel loro seguire le proprie passioni incontrollate: odio, vendetta, violenza sulle donne, adulterio.

In una sequenza baricentrica del film, Ciccio e sua moglie Lucia si trovano da soli in chiesa, davanti all’altare. Lei sa tutto della relazione del marito ed è venuta in chiesa per pregare, per capire. Lui sviluppa una tesi insostenibile: vuole bene alla moglie e al figlio ma l’amore per Bianca è un’altra cosa (è una fuga, un sogno, come si esprimerà in altri momenti: evidentemente gli è rimasto qualche residuo non consumato di immaturità adolescenziale). La scena si conclude con un’esibizione di pessimo gusto: per dimostrare che lui si sente senza colpa, Ciccio apre il calice e si mangia un’ostia (consacrata? Non si sa) come fosse una merendina per il pomeriggio.

Grazie alla brava Gaia Bermani Amaral, l’amore fra Ciccio e Bianca si veste di toni iper-romantici, di struggente sogno che non  può realizzarsi, ma anche questa nota idillica si frantuma perché veniamo a sapere che Ciccio ha avuto in precedenza altre donne, è una sorta di seduttore seriale. Se c’è alla fine un messaggio che può essere colto da questo film, potrebbe essere proprio un elogio all’amore libero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ADOLESCENTI - ADOLESCENTES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/07/2021 - 09:15
Titolo Originale: Adolescentes
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Sébastien Lifshitz
Sceneggiatura: Sébastien Lifshitz
Durata: 115

La vita quotidiana di due amiche Emma e Anaïs riprese dal vivo dall’età di 13 anni fino ai 18. Vivono nella cittadina di Brive-La Gaillarde nella Nuova Aquitania (Corèze, Francia). All’inizio frequentano lo stesso collège (scuola media) ma sono di estrazione sociale diversa. Emma, una ragazza spesso insicura, è figlia unica, la madre è un’ispettrice delle imposte, il padre un direttore commerciale; le piace cantare e aspira a diventare un’attrice. Il suo percorso scolastico prevede il liceo e poi l’università. Anaïs, estroversa e passionale, ha una famiglia di estrazione operaia, e desidera iscriversi a un istituto professionale (si sente portata ad accudire bambini o a prendersi cura di anziani) per poter guadagnare e diventare indipendente al più presto. Di loro seguiamo l’evoluzione delle amicizie, i primi amori, i rapporti non sempre facili con i genitori, l’impatto di eventi che hanno scosso la Francia, come gli attentati di gennaio e novembre del 2015…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Attribuiamo un valore positivo a questo lavoro perché risulta essere uno studio onesto del comportamento dei millenials anche se né le ragazze ma più di loro i genitori, non ci fanno una bella figura.
Pubblico 
Adolescenti
Un quadro trasparente del comportamento delle ragazze anche su tematiche sessuali ma tutto si risolve in parole, senza immagini
Giudizio Artistico 
 
L’autore va lodato per la novità dell’esperimento posto in atto anche se risultano palesi i limiti perché si coglie il fenomeno, non conosciamo ciò che muove l’animo delle ragazze. Premio Louis-Delluc nel 2020.
Testo Breve:

Due ragazze vengono riprese a intervalli regolari nel periodo che va dai 13 ai 18 anni. Un docu-reality molto interessante sulla maturazione dei millennials. Su Prime Video, audio in francese, sottotitoli in italiano

L’esperimento che ha tentato il regista Sébastien Lifshitz è indubbiamente originale: riprendere due ragazze con una telecamera discreta a intervalli regolari per cinque anni consecutivi  durante alcuni momenti significativi della loro esistenza, cogliendo le loro reazioni spontanee in casa, a scuola, in feste con amici o di fronte a fatti di cronaca come i due attentati terroristici che hanno sconvolto la Francia in quegli anni: Charlie Hebdo e Bataclan. Può essere chiamato docu-reality e ha un obiettivo chiaro anche se praticamente irraggiungibile, comune a tanti altri autori: cogliere l’essenza dell’adolescenza, quel non essere più e non essere ancora, relativamente a una specifica generazione, in questo caso quella dei millennials. Nel sottotesto c’è un altro obiettivo, ancora più ambizioso: “catturare” il tempo: cogliere la trasformazione delle protagoniste con il trascorrere del tempo (che si nota anche fisicamente: dai volti paffuti e ancora fanciulleschi delle prime sequenze a quelle di due ragazze ormai formate). Sotto questo aspetto si avvicina al regista Richard Linklater che aveva fotografato, nel film Boyhood la vita di un ragazzo dai 6 anni fino a alla partenza per il college ma in quel caso si è trattata di una fiction.

Il rapporto con i genitori è sicuramente conflittuale per entrambe le ragazze.  I genitori sembrano interessarsi esclusivamente dei rendimenti scolastici ma lo fanno in forma ossessiva e sotto forma di minacce, soprattutto quelli di Anaïs ottenendo solo reazioni di fastidio. Anche la mamma di Emma non sembra avere maggior fortuna: cerca maldestramente di aiutare la figlia a completare i compiti a casa ma è troppo oppressiva, creando solo ansia nella figlia. L’attentato a Charlie Hebdo scuote tutta la Francia e a scuola i professori sentono la necessità di parlarne apertamente, di ascoltare le loro reazioni. Dai banchi emerge molta saggezza: non si può ridere di tutto e bisogna sempre conservare il rispetto per gli altri. Anche nelle conversazioni a tavola, Anaïs ha una reazione sorprendente: quando la madre interpreta quello che è successo affermando che le religioni non solo sono inutili ma anche dannose, perché hanno creato e creeranno solo guerre, la ragazza è pronta a sostenere che bisogna fare una netta distinzione: una cosa sono  i mussulmani e un’altra cosa  i terroristi.  Finiscono i 15 anni, sorge l’ansia di passare gli esami di fine  collegio ma nasce anche il primo amore, almeno per Anaïs, più appassionata e impulsiva. Nella generazione dei millennials, il tema della “prima volta” è visto ormai, in modo definitivo, come un fatto privato, senza consigli da parte dei genitori. Quando la madre di Anaïs si accorge che la ragazza soffre per essere stata lasciata dal ragazzo, non ha altro da commentare se non: “presto te ne farai un altro”. Le ragazze discutono fra loro su quale sia il momento giusto e naturalmente non arrivano ad alcuna conclusione se non a un generico “quando ti senti pronta”. La conversazione con una ragazza che ha già “saltato il fosso” esprime soprattutto il dispiacere per la sensazione che ha provato, di perdita della propria  intimità: per lei sarebbe stato sufficiente scambiarsi un po’di coccole. Si è forse accorta che non si tratta di un nuovo esercizio ginnico e che non è pronta all’amore come donazione totale e reciproca, anche perché nessuno glielo ha mai spiegato.

Emma ha un comportamento sotto certi versi peggiore: ha un atteggiamento apatico, è lontana da una qualsiasi idea di amore e alla fine accetta l’offerta di un ragazzo che glielo ha chiesto esplicitamente, per scrollarsi di dosso questo “problema”.

Sono molte altre le situazioni in cui si trovano le due ragazze ma possiamo concludere che l‘esperimento di Sébastien Lifshitz sia riuscito? Solo parzialmente, proprio perché l’approccio è stato quello dell’esperimento. Le due ragazze sono state messe sotto analisi come fossero dei fenomeni naturali: a fronte di uno stimolo, ci si attende una reazione. In questo modo si è registrato il fenomeno, non ne è stata colta l’essenza. Ci sono ignoti i loro pensieri, i loro intimi convincimenti.

Resta comunque un’iniziativa valida, uno studio onesto di certi comportamenti degli adolescenti di oggi. Se ne ricavano conclusioni non certo esaltanti per quel che riguarda i comportamenti dei genitori come delle ragazze ma comunque veritiero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SACCHETTO DI BIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/01/2021 - 21:40
 
Titolo Originale: Un sac de billes
Paese: FRANCIA, Canada, repubblica Ceca
Anno: 2017
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: Benoît Guichard, Christian Duguay, Laurent Zeitoun
Produzione: Quad production, Main Journey
Durata: 110
Interpreti: Dorian Le Clech,Batyste Fleurial, Patrick Bruel, Elsa Zylberstein

Parigi, anni ’40, durante l’occupazione nazista. Nella famiglia Joffo, di origine ebraica il padre Roman fa di mestiere il barbiere, così come i due figli maggiori; la mamma Anna è molto brava a suonare il violino mentre i due figli più piccoli, Maurice e Joseph vanno ancora a scuola. Una nuova legge impone a chi è ebreo di venir indentificato con una stella di Davide sulla giacca e Joseph e Maurice subiscono il disprezzo di molti loro compagni. In una situazione che lascia pochi spiragli di speranza, il padre organizza prima la partenza dei due figli maggiori, poi quella dei più piccoli. Hanno le istruzioni per raggiungere Nizza, sotto l’occupazione italiana, più tollerante. Ma per Joseph, il più piccolo, si tratta di un’avventura più grande di lui e solo l’aiuto del fratello gli porta un po’ di conforto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia ebrea molto unita affronta le persecuzioni a cui viene sottoposta; sacerdoti, dottori, altri civili, si prodigano per salvare la vita di chi è stato perseguitato
Pubblico 
Pre-adolescenti
Questo film, che ha due ragazzi come protagonisti, si presta molto bene a raccontare i tempi delle persecuzioni contro gli ebrei. Vengono evitate scene cruente anche se non mancano situazioni ad alta tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film diretto da Christian Duguay (Belle & Sebastien – L’avventura continua) conferma la sua visione positiva dell’uomo che riesce a riscattare anche i momenti più cupi della nostra storia. Ottima interpretazione del piccolo Dorian Le Clech
Testo Breve:

Nel ’40, due ragazzi parigini di origine ebraica fuggono verso Nizza per sottrarsi alle persecuzioni. Un racconto ispirato a una storia vera che mostra come, anche nei momenti più cupi della storia, ognuno è chiamato alla responsabilità verso il bene Su Chili

E’ sera, i quattro fratelli sono tornati a casa. In camera da letto, iniziano una battaglia con i cuscini e il padre si scandalizza: “Non siete cresciuti per queste sciocchezze?” Ma poi si infila anche lui nella zuffa, fra il divertimento di tutti. Tempo dopo, la famiglia si ritrova ancora riunita, sia pur per poco. I ragazzi fanno una colletta e regalano un violino alla mamma. La mamma si commuove, è da tanto tempo che non suona, ma poi accetta di farlo, sollecitata dal marito e dai figli. Come tanto tempo prima, i ragazzi restano incantati a quelle melodie che non vorrebbero mai smettere di ascoltare. 
Il film è carico di momenti di tensione per la continua ricerca dei ragazzi di un luogo sicuro dove sfuggire ai controlli della Gestapo ma la vera bellezza del film scaturisce proprio da questi momenti di forte unione familiare che non sono un semplice intervallo nel flusso del racconto ma esprimono quell’energia morale che dà ai ragazzi la forza di andare avanti, a dispetto di ogni avversità.  Il premio alla recitazione va proprio a Dorian Le Clech che interpreta il piccolo Joseph: da quel bambino che è contento di aver vinto un sacchetto di biglie dai suoi compagni di scuola e che ancora si alimenta delle coccole di papà e mamma, a ragazzo sperduto migrante con i piedi sanguinanti, con il solo sostegno del fratello; poi abituato a mantenersi con dei lavoretti, ormai addestrato sul valore dei soldi e infine anche disincantato esperto in umanità, abituato a riconoscere chi è un ipocrita e chi è sincero.
Si parla di guerra e di antisemitismo ma il film è ricco in umanità sia da parte di chi si trova sul fronte giusto che su quello sbagliato. Notevole è anche insolito è l’elogio che il film presta a quei sacerdoti cattolici che non hanno esitato ad aiutare quei due ragazzi ebrei, come firmare documenti di battesimo falsi. Né mancano gli “italiani brava gente” che a Nizza giocano tranquillamente a carte con coloro che sanno di essere ebrei. Anche l’ufficiale tedesco incaricato di stanare gli ebrei non ha lo sguardo torvo né digrigna i denti ma svolge con fredda competenza il suo lavoro. E’ un giusto a modo suo: se ha le prove che una persona sia ebrea, la deporta; se non ci sono prove inconfutabili in quel senso, libera i sospetti. Altro personaggio rappresentativo di quei tempi è il libraio dell’Alta Savoia incontrato dai ragazzi. Non è umanamente cattivo (ha dato a Joseph, che si è spacciato per trovatello, il lavoro di vendere i giornali per le strade) ma sostiene il governo di Petain, convinto che solo con l’alleanza con i tedeschi si realizzerà una nuova Europa. 
Alla fine, questo film costruito principalmente ad uso dei ragazzi finisce per risultare più realistico di tanti film per adulti, evitando lo schema semplicistico secondo cui chi sta dalla parte sbagliata è anche tanto cattivo ma mostrando come nella confusione delle tante ideologie del tempo, molti non hanno saputo dare le giuste priorità a quei valori umani che restano universali. Il film, come tutti quelli che ricostruiscono fatti realmente accaduti, ha la forza espressiva del reale: Joseph Joffo,  autore del libro omonimo a cui il libro si è ispirato, è proprio quel Joseph che negli anni quaranta era un piccolo bambino.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA STELLA DI ANDRA E TATI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/01/2021 - 19:35
 
Titolo Originale: STELLA DI ANDRA E TATI
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Rosalba Vitellaro, Alessandro Belli
Sceneggiatura: Valentina Mazzola, Alessandra Viola, Rosalba Vitellaro
Produzione: Larcadarte in collaborazione con MIUR
Durata: 29'

Una visita di liceali ai campi di sterminio diventa l’artificio letterario per raccontare la storia vera di Alessandra e Tatiana Bucci. Sono due bambine rispettivamente di 4 e 6 anni. Vivono a Fiume con la madre e la nonna, la zia e il cuginetto: sono ebrei. Il loro papà è al fronte. Il 29 marzo 1944 vengono deportati ad Auschwitz. I bambini vengono subito separati dai grandi, marchiati con un numero sul braccio e portati nel Kinderblock, la baracca dei bambini. L’affetto vicendevole e la compassione della guardiana permetteranno loro di sopravvivere fino alla liberazione del campo e di ritrovare i loro genitori.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli affetti familiari, la solidarietà fra le vittime, gli aguzzini che ritrovano in loro un po’ di umanità, sono i valori che portano luce al buio di una storia che non può essere dimenticata
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il cartone evita le scene più esplicite ma le sofferenze di due bambini potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ben scelta la storia vera delle due bambine internate per i risvolti positivi che porta con sè. Il parallelismo con il bullismo di oggi appare un po’ forzato
Testo Breve:

Due bambine di 4 e 6 anni si ritrovano deportate in un campo di concentramento. Questo cartone animato diventa un ottimo strumento per raccontare la Shoah ai pre-adolescenti. Su RaiPlay

Considerato il primo film di animazione europeo per raccontare ai bambini la Shoah, La stella di Andra e Tati porta sullo schermo in modo semplice ma con grande profondità, una delle pagine più drammatiche dello scorso secolo.

La sceneggiatura si basa sul racconto omonimo per bambini, scritto da Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro e pubblicato da De Agostini.

La narrazione mantiene il punto di vista delle protagoniste e questo lo rende un prodotto molto efficace per i bambini a cui è indirizzato.

La storia è intersecata a quella di una classe di liceali che, in gita scolastica, va a visitare Auschwitz. Il montaggio alternato fa passare lo spettatore da un’epoca all’altra e cerca di costruire un parallelo. Forse un po’ troppo azzardato l’accostamento tra i bulli della classe e i kapo nazisti: se la matrice della violenza è sempre l’odio tra persone, sono decisamente diverse le modalità e la gravità dei due diversi atti.

Nonostante ciò, risulta interessante la trasformazione del “capo” di questi bulli: la visita ai block, la vista dei cumuli di effetti personali sequestrati agli ebrei appena arrivati al campo di concentramento, provocano in lui un cambiamento di mentalità e di comportamento.

L’aggiunta di alcuni filmati d’archivio delle sorelle Bucci durante i titoli di coda, sicuramente è di aiuto nel comprendere come il film, seppur d’animazione, sia la ripresentazione della storia vera di due bambine e della loro famiglia.

I disegni sono della medesima illustratrice del volume pubblicato (Annalisa Corsi): il tratto essenziale,  la colorazione vivace aiutano  la comprensione anche per i più giovani dei fatti narrati che restano irrimediabilmente drammatici.

Gli  sviluppi della storia  sono accompagnati da una voce fuori campo: quella di una delle bambine che, divenuta grande, ricorda quegli avvenimenti e li propone agli spettatori.

Ne risulta un prodotto pregevole. Indicato  a partire dai preadolescenti perché riesce a mostrare il grande dramma dello sterminio pianificato e perpetrato dai nazisti nei campi di concentramento e lo fa con delicatezza, non perché venga edulcorata la dimensione di violenza, ma perché questa viene lasciata sullo sfondo rispetto alla storia (dolorosa ma carica di affetti) della famiglia Bucci.

Il valore della solidarietà tra le vittime, dell’amicizia, dell’affetto familiare trovano ampio spazio nel film. Valori, questi, che hanno permesso di alimentare nei protagonisti quella speranza che va oltre ogni speranza e che ha consentito loro, non solo di superare prove estreme, ma anche di mostrare come agire per il bene abbia ridonato un po’ di calore umano in quei contesti dove l’umanità sembrava ormai perduta

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CASA DEI LIBRI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/15/2021 - 19:45
Titolo Originale: The Bookshop
Paese: Spagna. UK, Germania
Anno: 2017
Regia: Isabel Coixet
Sceneggiatura: Isabel Coixet
Produzione: Diagonal Televisió, A Contracorriente Films, Zephyr Films, One Two Films
Durata: 112
Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, • Jorge Suquet

Fine anni ’50. Una giovane vedova, Florence Green, torna a vivere a Hardborough (nel Suffolk, Inghilterra) dove aveva vissuto con il marito. Nella casa, pregevole anche perché antica, decide di aprire una libreria. Il negozio viene apprezzato dagli abitanti: in particolare da un ricco e misterioso personaggio, Mister Brundish. Per far fronte all’aumentato lavoro, la proprietaria assume la giovanissima Christine come sua aiutante. L’iniziativa ha subito successo ma non è dello stesso parere Mrs. Gamart, una ricca signora che aveva identificato nell’antica casa il luogo ideale per fondarvi un circolo culturale. Abituata ad ottenere sempre tutto, si mobilita in ogni modo per far fallire l’attività di Florence…..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film rifulge la figura del vecchio gentiluomo Mr. Brundish che ha il coraggio di protestare contro i soprusi che Florence è costretta a subire ma su tutto il film pesa una sorta di fatale ineluttabilità del male
Pubblico 
Pre-adolescenti
Molte cattiverie possono esser risparmiate ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il premio Goya 2018 come miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura non originale ma la voglia di sviluppare una tesi preordinata finisce per ridurre i personaggi a stereotipi di che seguono una partitura preordinata
Testo Breve:

La vedova Florence vuole trasformare la sua vecchia casa in libreria ma c’è chi aspira invece a impossessarsene per i propri fini. Una lotta impari e in po’ schematica fra la fragile innocenza e il potere del male

“Quando Mrs Green apri il primo scatolone di libri che aveva ordinato, i problemi e gli ostacoli di quegli ultimi giorni scomparvero …e per un istante percepì accanto a se ancora una volta il suo defunto marito che aveva amato moltissimo”. E’ questo il commento che ascoltiamo in sottofondo mentre Florence è intenta a prendere uno a uno i libri, quasi li accarezza e poi li mette sugli scaffali: in quella stessa casa dove, tanti anni prima, quando suo marito era ancora vivo, aveva la consuetudine di leggere con lui un libro a voce alta. Il questo film il libro è visto come strumento di condivisione, di stimolo alla riflessione, apertura mentale verso il diverso da sè e il diverso dal piccolo mondo di Hardborough, che fossilizza, sclerotizza pericolosamente i rapporti fra le persone (non a caso i libri citati nel film non sono i classici di sempre ma delle opere che uscirono proprio in quegli anni: Farenhet 451, Lolita, L’estate incantata). Se i libri sono dei protagonisti indiretti, l’argomento che prende il sopravvento è un altro: la lotta fra l’innocenza inerme e la perfidia del male impersonificate rispettivamente da Florence e da Mrs  Gamart.

Si tratta infatti di una pellicola “al femminile” e sono tre le donne che si contendono la scena e che danno movimento all’intreccio della storia. Mrs. Green (Emily Mortimer) con la sua intraprendenza, porta una ventata di novità in un piccolo paese, con il suo ingegno e la sua capacità di collaborare ottiene anche il favore della gente. La sua disponibilità e i suoi modi gentili la rendono una persona affabile. Mrs. Gamart (Patricia Clarkson), una signora che conta in quella piccola comunità, come una bambina viziata vuole quella casa che non è sua e cerca in ogni modo di ottenerla per i suoi scopi. La sua ambizione la rende una persona infida, disposta a tutto pur di averla vinta. Christine (Honor Kneafsey), la giovanissima aiutante del negozio di Florence, che si lascia affascinare dalla sua datrice di lavoro nonché dai libri che le vengono dati da leggere. È una bambina sveglia, che conserva una sua innocenza anche se coinvolta in diverse diatribe tra adulti.

Gli schieramenti sono quindi due e ben evidenti: da una parte la povera vedova che vive dei suoi libri (non solo perché li vende, ma anche perché ne legge molti) e dall’altra la ricca signora che vuole “controllare” la cultura. La piccola Christine, stando dalla parte di Mrs. Green ne coglierà, almeno idealmente, l’eredità. Costumi e scenografie aiutano a far percepire al pubblico il forte contrasto tra le due donne. Da una parte la vecchia casa, sobria nell’arredamento e nelle finiture, abitata da Florence: una donna che, nonostante la sua affabilità, è spesso sola, ma sempre in compagnia dei suoi amati libri. Dall’altra la grande e sontuosa casa di Mrs. Gamart: spesso scenario di feste con numerosi invitati ma luogo di sotterfugi e intrighi volti ad estendere la superiorità di censo anche ad altri ambiti della piccola cittadina.

Il male, impersonificato da  Mrs Gamart assume l’aspetto desolante della legalità: la cospirazione si avvale del sindaco (figlio della signora), del direttore di banca, di leggi approvate  ad uso della signora-lucifero, del tradimento di persone che per meschini interessi si fingono amici di Florence per poi tradirla alle spalle.. Mentire, sapendo di avere le spalle coperte da chi ha potere, diventa la norma. C’è rimasto solo il vecchio Mister Brundish a difendere a viso aperto l’aspirante libraia.

Sono molto brave nella loro parte sia la rassegnata Emily Mortimer  che la perfida Patricia Clarkson ma i cattivi sono così terribilmente cattivi e Florence è un agnello talmente fragile che il film prende le forme di un soggetto a tesi e i personaggi subiscono il rischio della stereotipazione.

“Fino a quel momento Florence aveva vissuto la sua vita fingendo di credere fosse suddivisa in carnefici che dominano il mondo e vittime che ne subiscono le conseguenze” questa frase, pronunciata dalla voce narrante all’inizio del film, finisce per diventarne il tema programmatico.

La regia, con inquadrature lente e generose di dettagli, e la fotografia, con paesaggi naturali e scorci della cittadina di Hardborough molto belli, danno alla pellicola un tono marcatamente malinconico.

Il film è l’adattamento cinematografico del romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald, diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet ma lo stile narrativo , nel privilegiare la correttezza formale dei rapporti umani, anche in situazioni di ipocrisia più sfacciata, è molto inglese

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN DIO VIETATO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/13/2021 - 19:16
 
Titolo Originale: Un Dios prohibido
Paese: Spagna
Anno: 2013
Regia: Pablo Moreno
Sceneggiatura: Juanjo Díaz Polo
Produzione: Contracorriente producciones
Durata: 133
Interpreti: Íñigo Etayo, Elena Furiase, Gabriel Latorre, Juanjo Díaz Polo, Jacobo Muñoz

Quando nel 1931 fu inaugurata la cosiddetta Seconda repubblica spagnola, per i cattolici della penisola iberica iniziarono tempi di feroce persecuzione: si contano più di 6.000 morti (un quarto dei quali sono stati beatificati e 11 canonizzati). Nell’agosto del 1936, appena iniziata la Guerra Civile, a Barbastro, vicino a Saragozza, 51 tra seminaristi e sacerdoti Missionari Claretiani vengono sequestrati e costretti a scegliere tra l’apostasia (della fede e della vocazione) o la morte.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte all’evidenza della prossima morte 51 sacerdoti e seminaristi sanno trovare nella fede in Dio e nella solidarietà reciproca la forza necessaria per dare valore al loro martirio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Anche se non ci sono dettagli cruenti, le allusioni a gesti di violenza sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Buone le recitazioni di quasi tutti i protagonisti; il basso budget del progetto, che talvolta viene percepito, non mortifica l’efficacia della narrazione.
Testo Breve:

A Barbastro, nel 1936, all’inizio della guerra civile, 51 fra sacerdoti e seminaristi, vennero uccisi dai miliziani. Il film riscostruisce il loro martirio attenendosi rigorosamente ai fatti accaduti. Su Youtube in lingua spagnola; su  DVD in italiano

Il vescovo, ormai prigioniero nel seminario, contempla da una finestra il saccheggio della cattedrale e il falò che i miliziani hanno realizzato bruciando tutti gli oggetti sacri. “Sempre lo stesso errore – commenta -  vogliono un mondo migliore costruendolo con il sangue e con il fuoco. Mi chiedo cosa abbiamo fatto di male”. Lo stesso vescovo sarà il primo a esser prelevato, torturato e poi ucciso con tre colpi di pistola alla tempia ma farà ancora in tempo a dir loro che li perdona.

Il film, autoprodotto dalla congregazione claretiana, si vuole attenere con rigore a quanto è realmente accaduto, pur evitando sequenze impressionanti, perché basato su di una sceneggiatura preparata a partire da alcuni scritti rinvenuti alla fine della guerra civile tra i diari dei martiri, riuscendo così a portare alla conoscenza degli spettatori anche alcuni aspetti dell’interiorità di fede e della psicologia dei personaggi.

Il risultato è di grande equilibrio: tanto ai rivoluzionari quanto ai religiosi viene dedicato uno spazio consono per permettere una migliore comprensione della situazione, dei personaggi e delle dinamiche relazionali senza semplificare troppo e senza trattare in modo superficiale un argomento tanto delicato.

Il film ha come tre protagonisti che avanzano in modo progressivo verso la tragedia finale: i miliziani, i sacerdoti con i seminaristi e la gente di Barbastro. All’inizio non ci sono le avvisaglie di quello che sarebbe accaduto dopo: il colonnello José Villalba Rubio si impegna a garantire l’ordine in città; fra gli aderenti al Fronte Popolare c’è ancora chi, come Eugenio Sopena, pur desiderando portare a termine un totale rinnovamento della società in chiave marxista, è cosciente che l’ordine deve essere garantito e che la vendetta per vendetta porta solo altro odio. Sarà proprio la loro partenza verso Barcellona, per combattere sul fronte, a lasciare la gestione della città in mano ai più fanatici.  

Un capitolo a parte è quello dei giovani seminaristi. La testimonianza che riescono a dare è grande. La vita di preghiera mai abbandonata (anche in situazione precaria), la comunione con ostie consacrate fortunatamente trafugate, la fraternità vissuta con affiatamento e solidarietà, diventano gli strumenti per superare la paura del dolore e della morte, forza per resistere anche alle torture e alle umiliazioni. Quella di abbracciare il martirio non è una decisione semplice e presa a cuor leggero né dai superiori né dai seminaristi: più volte viene data loro la possibilità di salvare la vita, abbandonando l’abito talare, ma nonostante la giovane età, i giovani decidono di conservare la fede a scapito dell’esistenza terrena.

Infine c’è il terzo protagonista, il più oscuro: la folla. Una folla che saccheggia le chiese, che esulta quando i seminaristi salgono su un camioncino per andare a morire. “Che cosa abbiamo fatto di male?” è la domanda che si pone il vescovo senza poter ricevere risposta. Anche un seminarista, figlio di contadini, si domanda come mai tanti altri di origine contadina come  lui nutrano tanto odio verso la Chiesa. Se il film costituisce una bellissima testimonianza di martirio in nome della fede, lascia un vuoto narrativo su questo aspetto. Si tratta di una domanda che non ha solo un valore storico ma attuale: come mai la congregazione claretiana ha dovuto lei stessa produrre il film? Questo scorcio di storia, anche se dolorosa, non poteva avere un significato per l’intera nazione e per il resto del mondo?

Le interpretazioni sono molto convincenti anche se non tutti sono dei professionisti; tecnicamente, il film è curato, ma mostra talvolta il basso budget che ha avuto a disposizione. Resta evidente che lo scopo non è quello di concorrere per premi internazionali ma di lasciare alla memoria dei posteri una testimonianza cristiana di alto profilo.

Un film che si unisce ad altri che hanno portato alla luce i fatti legati alle persecuzioni operate durante la guerra civile spagnola: basti pensare a There be dragons di Roland Joffé del 2011 o richiama altri casi di eroico martirio come quello dei monaci benedettini in Algeria nel 1996 ricordato in Uomini di Dio

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE UNDOING - LE VERITA' NON DETTE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/12/2021 - 22:12
Titolo Originale: The Ungoing
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: David E. Kelley
Durata: 6 puntate di 5''
Interpreti: Nicole Kidman, Hugh Grant, Matilda De Angelis, Édgar Ramírez, Donald Sutherland, Noma Dumezweni

Jonathan e Grace formano una famiglia ricca e felice. Vivono in un duplex nell’Upper East di Manhattan, svolgono con competenza e successo le loro professioni (lui è oncologo pediatrico, lei è psicoterapeuta), partecipano agli eventi mondani della società che conta. La vita di coppia è piena di momenti di affettuosa serenità e hanno il piacere di prendersi cura del giudizioso Henry, il figlio tredicenne che frequenta l’esclusiva Reardon School. Franklin, il padre di Grace, non ha mai avuto simpatie per il genero ma ha finito per accettarlo per amore della figlia. Grace partecipa a una riunione di madri della Reardon per organizzare un pranzo di beneficenza a favore della scuola e in quell’occasione incontra Elena Alves una giovane pittrice ma, appena le due donne possono parlarsi da sole, le appare in uno stato di vistosa apprensione. Il giorno dopo Grace viene a sapere che Elena è stata brutalmente assassinata e che suo marito Jonathan  si è reso irreperibile…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il carico da 11 che viene dato al potere interpretativo della psicologia finisce per far vedere l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze passate, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio crudo. Una nudità femminile integrale, una scena di violenza protetta dalla penombra. Due pre-adolescenti sono costretti ad assistere e conoscere realtà troppo dolorose per loro
Giudizio Artistico 
 
Se Nicole Kidman è perfetta nella parte di signora dell’alta società, se bravo è anche Donald Sutherland, non si può dire lo stesso di Hugh Grant ingaggiato in un personaggio ambiguo che non gli si addice. La sceneggiatura ha degli snodi che prevedono rapporti fra i protagonisti, difficilmente giustificabili. Molto suggestiva l’ambientazione a Manhattan
Testo Breve:

Una tranquilla coppia dell’alta società newyorchese viene sconvolta da un omicidio e il principale l’accusato è proprio il marito che aveva una relazione con la donna uccisa. Un thriller pan-psicologico con difetti di narrazione dove mentire o non dire è la norma e nessuno è quello che appare. Su SKY

Le credenziali di questo serial su SKY in 6 puntate sono di tutto rispetto: recitano attori del calibro di Nicole Kidman, Hugh Grant, Donald Sutherland ma anche la nostra Matilda De Angelis (che si è fatta apprezzare in Veloce come il vento). La regia è di Susanne Bier (premio Oscar 2011 con il film In un mondo migliore) mentre la sceneggiatura è di David E. Kelley che ha scritto la serie  Piccole Grandi Bugie dove si era già cimentato nella descrizione di intrighi di donne dell’alta società. Non basta: anche il direttore della fotografia,  Anthony Dod Mantle, ha vinto un Oscar nel 2009. Negli Stati Uniti, su HBO è diventata la miniserie più vista di recente e lo stesso è accaduto su SKY nel Regno Unito

Animati quindi da rispettosa referenza, iniziamo a vedere le puntate di questo thriller. Le riprese di New York, all’alba, al tramonto (quando accadono gli eventi-chiave) sono bellissime, abbinate a un po’ di promozione: Grace e il padre si incontrano spesso al Met e il serial non disdegna un po’ di product displacement: ogni tanto fa capolino il nome di qualche locale, fra i quali spunta un italianissimo Barbaresco. Nicole Kidman con il suo stile elegante, i modi raffinati da figlia viziata e coccolata, è perfetta per questa ambientazione. Le sue camminate veloci per le notti di New York, con il cappotto lungo all’ultima moda,  i riccioluti capelli leonini, sono l’immagine-simbolo che più resta impressa di questo serial.

In un simile ambiente la dissimulazione, il non dire ciò che è vero ma ciò che conviene sembra essere la prassi. Lo conferma l’avvocato Fitzgerald a Grace: “non sei sincera perché è quello che i ricchi e gli altolocati fanno se sono minacciati. Tengono nascoste scomode verità per proteggere se stessi. Le uniche verità sono la loro famiglia, il loro ruolo nella società, la loro immagine pubblica”. Le persone non sono mai realmente quelle che ci appaiono, sembra dirci l’autore. Scopriremo che tutti, proprio tutti i personaggi stanno nascondendo qualcosa di loro stessi, tranne uno che affermerà con orgoglio: “la mia mente è più forte del mio cuore”. Sarà proprio la scoperta tardiva delle cose non dette da parte di tutti i protagonisti a far avanzare lentamente il thriller perché i nudi fatti sono noti fin dall’inizio e non ce ne saranno altri. Lo stesso finale, che ovviamente non riveliamo, sembra far ritorcere su di noi la stessa disillusione: la nostra voglia di esercitare una rigorosa logica deduttiva è destinata al fallimento.

“Ci sono solo degli indizi, non ci sono testimoni diretti”: evidenzia l’avvocato della difesa e allora l’unico strumento di indagine è guardare in faccia le persone, resta la psicologia, usata a piene mani.

Grace stessa è una psicoterapeuta e la vediamo, in un paio di sedute di lavoro, dire ai suoi pazienti qual’ è quel meccanismo che lavora nel loro subconscio e che li spinge ad avere comportamenti che essi non osano ammettere. Ogni comportamento ha la sua definizione psicologica: per l’attrazione di Elena verso Jonathan si dirà che si tratta della sindrome dell’ “adorazione dell’eroe”, perché lui ha salvato suo figlio dal cancro; lo stesso avvocato d’ufficio inventa una sigla: TPT (trauma post tradimento) che darebbe ragione del comportamento di Grace. La dedizione speciale che rivela Jonathan nel suo lavoro di oncologo infantile è dettata, come scopriremo dopo, dal suo desiderio riparare a un errore commesso in gioventù e se Franklin il padre di Grace, non ha stima di Jonathan, è perché vede in lui gli stessi errori che ha commesso in gioventù. Sembra quasi che, più importante dello scoprire se è Jonathan l’assassino, sia capire se è uno psicopatico o un sociopatico. Resta pertanto sconsolante l’antropologia che sottende il racconto: l’uomo come un meccanismo mosso dalle sue pulsioni, condizionato dalle esperienze vissute, incapace di porsi in modo oggettivo di fronte alla realtà per decidere, semplicemente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Se guardare in volto una persona è ormai diventato l’unico criterio d’indagine, Fitzgerald, l’abile avvocatessa ingaggiata per la difesa di Jonathan, ha l’idea di organizzare un’intervista televisiva per far parlare il suo assistito in modo che possa esercitare il suo fascino, la sua capacità di incantare le persone e innescare così nel pubblico un pregiudizio d’innocenza. Era già stato un altro interessante film (Gone Girl – l’amore bugiardo) che aveva denunciato, quando certi eventi di cronaca diventano di dominio pubblico, l’ossessione contemporanea per l’esposizione mediatica del privato e il giudizio di colpevolezza o meno che viene data dal feeling del pubblico, in grado di influenzare inevitabilmente quello della giuria.

Se è Nicole Kidman a guidarci in questo mondo del dubbio e dell’incerto, anche gli altri attori sono tutti molto bravi ma una menzione speciale va fatta per Noma Dumezweni nella parte dell’avvocato Franklin, per la sua capacità di dare forma al suo impegno risoluto per disseminare dubbi sulle poche certezze di cui si dispone nel processo. Purtroppo non possiamo dire lo stesso per Hugh Grant che ha dovuto abbandonare il suo simpatico personaggio, goffo e impacciato, dotato di sottile ironia inglese per impegnarsi in una parte talmente doppia da risultare indecifrabile. Riguardo allo sviluppo della storia, non tutti gli snodi sono lineari e qualche comportamento è poco giustificabile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CLUB DEL LIBRO E DELLA TORTA DI PATATA DI GUERNSEY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/10/2021 - 09:13
 
Titolo Originale: The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society
Paese: FRANCIA, REGNO UNITO
Anno: 2018
Regia: Mike Newell
Sceneggiatura: Thomas Bezucha, Don Roos, Kevin Hood
Produzione: Blueprint Pictures, Mazur/Kaplan Company
Durata: 124
Interpreti: Lily James, Michiel Huisman, Jessica Brown Findlay, Katherine Parkinson

1946, Londra. Juliet è una giovane scrittrice di successo che dopo il triste periodo dei bombardamenti su Londra (durante i quali ha perso il padre) torna a rivivere come del resto tutta la città: è impegnata ad andare in giro per le librerie a promuovere il suo ultimo romanzo e a trascorre piacevolmente le serate con Mark, il suo facoltoso fidanzato, nei locali più alla moda. Un giorno riceve dall’isola di Guernsey la lettera di un certo Adams che dice di aver trovato nella biblioteca del paese un libro un tempo appartenuto a lei. L’uomo dichiara di essere membro di un piccolo gruppo letterario creato durante l’occupazione tedesca per riuscire a trovare un po’ di serenità attraverso lettura dei libri. Il carteggio continua ma poi Juliet, in cerca di ispirazione per un nuovo romanzo, decide di prendere il battello per andare a Guernsey

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone semplici, durante occupazione tedesca, riescono a mantenere intatta la solidarietà di gruppo e a compiere gesti generosi a beneficio di chi ne ha bisogno
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di campi di concentramento, il regime oppressivo dei nazisti possono impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La mano sicura del regista Mike Newell riesce a gestire efficacemente una storia a rischio di troppo perbenismo
Testo Breve:

Una scrittrice inglese scopre, fra gli abitanti dell’isola di Guernsey materiale appassionante per i suoi romanzi e un senso più profondo da dare alla sua vita. Da un romanzo che ha venduto 7,5 milioni di copie

Alzi la mano chi, prima di questo romanzo, ora film, sapeva dell’esistenza di Guernsey, quest’isola nel canale della Manica, posta sotto lo scettro di Elisabetta, non come sovrana del Regno Unito ma come ultima duchessa di Normandia, in quanto l’isola è quel che resta di quel regno Normanno da cui partì Guglielmo il Conquistatore. Anche la sua storia recente è insolita: fu l’unico pezzo d’Inghilterra conquistato dai tedeschi già dal 1940 che vi rimasero fino alla fine della guerra, istituendo un campo di concentramento che ospitava prigionieri dell’Est Europeo.

Si comprende quindi come le scrittrici Mary Ann Shaffer e Annie Barrows (sua nipote, che ha completato il libro alla morte della zia) abbiano ambientato questo romanzo (7,5 milioni di copie vendute in 37 paesi) a Guernsey, vista come microcosmo-specchio dei drammi della popolazione civile durante la guerra, dove emergono eroismo, generoso altruismo,  amori appassionati (sono proprio le difficoltà a portare allo scoperto per quello che si è veramente), ma anche volgare opportunismo, brutale istinto di conservazione. E’ quello che intuisce anche la protagonista Juliet, frequentando Adams e gli altri componenti del club, perché si accorge di trovarsi di fronte a dolorose realtà frutto della guerra ma anche a persone che le hanno affrontate conservando intatta la propria capacità di esprimere nobili, altruistiche virtù (nessuno spoiler a riguardo).

I libri fanno la loro parte in questa piccola comunità dove non ci sono intellettuali ma semplici persone che, durante l’occupazione, con la lettura hanno ritrovato fiducia nell’uomo e speranza in un futuro migliore. Molto bella la sequenza nella quale il piccolo club del libro è riunito, presente anche Juliet, e discutono animatamente su alcuni romanzi di Jane Austen, accalorandosi nel dare ai personaggi diverse interpretazioni.

Il racconto avanza muovendosi in parallelo su due fronti: la  progressiva presa di coscienza di ciò che è accaduto in quell’isola durante la guerra (c’è un segreto da scoprire)  e l’evoluzione interiore di Juliet. Juliet scopre che in quella piccola comunità di persone semplici, ci sono persone vere, che hanno compiuto gesti di generosa solidarietà e ora, oltre ad aver trovato temi e valori importanti da comunicare agli altri con la sua scrittura, ha anche compreso quale strada far prendere alla propria esistenza.

Si può storcere il naso a questo racconto: una donna agiata che si innamora del povero ma buono; una zitella che ancora aspetta il suo  Heathcliff  di Cime Tempestose; una bella amicizia disinteressata, una visione nobile e idealista della vita; tutto forse possibile nel 1946 ma ora? Il film evita lo zuccheroso perché dietro c’è la mano del regista Mike Newell (Quattro matrimoni e un funerale, Ballando con uno sconosciuto,..) e lo si nota in alcune scene degne di un maestro: due donne costrette a dormire per una notte nello stesso letto, si mettono a nudo  confidandosi cose mai dette; Adams e Juliet che si ritrovano per un momento soli nella stessa stanza. È una scena muta ma si percepisce perfettamente il loro desiderio abbinato a imbarazzo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE MIDNIGHT SKY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/31/2020 - 20:03
Titolo Originale: The Midnight Sky
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: George Clooney
Sceneggiatura: Mark L. Smith
Produzione: Anonymous Content, Netflix, Smokehouse Pictures, Syndicate Entertainment, Truenorth Productions
Durata: 118
Interpreti: George Clooney, Felicity Jones, Demián Bichir, Kyle Chandler

Polo Nord, 2049. La terra non è più ospitale a causa degli errori degli uomini e i pochi ricercatori ancora presenti in quell’ area vengono evacuati verso rifugi più sicuri. Decide invece di restare Augustine Lofthouse, astronomo di fama mondiale, malato terminale. Rimasto solo nell’osservatorio polare, cerca di mettersi in contatto con la nave spaziale Aether, che aveva avuto il compito di individuare nuovi pianeti abitabili, seguendo le indicazioni dello stesso Augustine. In effetti la navicella sta tornando sulla terra con una buona notizia: un satellite di Giove risulta abitabile. Dopo varie peripezie Augustine riesce a mettersi in contatto con l’astronave e parla con Sully, la responsabile delle comunicazioni. Deve subito raffreddare I loro entusiasmi: tornare sulla terra vuol dire condannarsi a una morte certa ed è preferibile raggiungere il satellite di Giove. Mentre l’equipaggio discute su quale sia la scelta più giusta, Augustine si accorge che non è solo: nell’osservatorio c’è anche una bambina spaventata,Iris, che però sembra muta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I protagonisti affrontano con dignità e lucidità la prossima estinzione del pianeta Terra ma la perdita della speranza porta a compiere gesti eutanasici
Pubblico 
Pre-adolescenti
Ai più piccoli si può risparmiare la visione di situazioni angoscianti
Giudizio Artistico 
 
George Clooney, regista e attore, è molto bravo nella messa in scena di ambientazioni polari e spaziali ma la personalità dei protagonisti non è sviluppata in profondità
Testo Breve:

Un disastro ecologico rende ormai impossibile la vita sulla terra. Un’astronave ha trovato un pianeta dove l’uomo potrebbe insediarsi. L’ambizione del film di esprimere angosce e speranze in uno scenario apocalittico resta non completamente realizzata. Su Sky

George Cloney, alla sua settima regia, è diventato molto bravo nella messa in scena: i gelidi  paesaggi artici, le vuote stanze del laboratorio astronomico, le passeggiate degli astronauti nello spazio cosmico,   (che rimandano a 2001 Odissea nello spazio e a Gravity). E’ bravo anche come attore: con una folta barba bianca, il suo volto esprime la perdita di ogni emozione di fronte all’ineluttabilità degli eventi  e fa quello che deve ancora fare: cercare di mettersi in contatto con l’equipaggio dell’astronave Aether per convincerli a  non tornare sulla Terra. Le lunghe silenziose, solitarie sequenze iniziali, quando Augustine dorme, mangia, si fa da solo le trasfusioni di sangue, contempla il gelido paesaggio del polare, svolgono bene la loro funzione di contrasto rispetto a quell’evento inaspettato che irrompe nella sua vita, la scoperta di Iris, un altro giovane essere umano. Ora si deve preoccupare di un’altra persona, ora non può più disperare ma sperare con lei che la vita possa continuare. La sotto trama parallela, sull’astronave, è molto meno convincente. I cinque astronauti dell’equipaggio faticano a posizionarsi nel racconto: sappiamo che pensano con malinconia alle loro famiglie, che Sully attende serenamente la nascita del figlio che ha avuto dalla sua relazione con il comandante ma oltre a prendere in giro l’astronauta matricola alle prese con la sua prima passeggiata cosmica, non riusciamo a cogliere la coesione e lo spirito del gruppo.  Forse anche le loro emozioni sono rimaste ibernate, dopo quattro anni di viaggio nello spazio. Il film avanza in questo modo e se la presenza della bambina fa salire, nell’animo di Augustine il rimorso per quella vita privata che avrebbe potuto avere e che ha tralasciato optando per una vita spesa nella ricerca, finisce per diventare il simbolo del rimorso di tutta  l’umanità per gli errori e gli eccessi che sono stati compiuti. La speranza percepita con la presenza della piccola Iris è troppo debole e su tutto il film aleggia una cappa di cupa fatalità: lo si vede in una sequenza dove viene praticata l’eutanasia e in un incidente spaziale che mostra ancora una volta la fragilità dell’essere umano. Alla fine dobbiamo parlare di lavoro incompiuto: la volontà di esprimere le angosce, le riflessioni di una umanità che rischia l’estinzione resta bloccata da una eccessiva reticenza espressiva dei personaggi e dall’accanimento di eventi funesti che sembrano espressione di un fato ineluttabile,  indifferente alla sorte dell'uomo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOUL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/28/2020 - 19:09
Titolo Originale: Soul
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Pete Docter
Sceneggiatura: Pete Docter, Kemp Powers e Mike Jones
Produzione: Walt Disney Pictures, Pixar Animation Studios
Durata: 100

Joe Gardner è un afroamericano di mezza età che ama la musica jazz, una passione che ha ereditato da suo padre. Guadagna qualcosa come insegnante supplente di musica alle scuole medie ma aspira soprattutto suonare in una band, anche se l’occasione non è ancora arrivata. Poi, di colpo, nello stesso giorno, riceve l’incarico come insegnante di ruolo ma al contempo ha l’opportunità di esibirsi, quella sera stessa, nella band di una famosa sassofonista, che sta cercando un pianista di talento. Per l’emozione corre per le strade di New York senza guardare dove va e cade dentro un tombino. Si ritrova, ora come pura anima, a camminare verso l’altro mondo. Lui si ribella, non vuole perdere l’occasione della sua vita e scappando si ritrova nel pre-mondo, dove le anime ricevono un tirocinio preparatorio prima di raggiungere la terra per incarnarsi nel corpo che è stato loro assegnato….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quale “scintilla” può innescare la passione che può dare un senso alla nostra vita? A questa ambiziosa domanda il film dà risposte multiple come l’amicizia, l’appassionarsi alle piccole vicende di ogni giorno ma è vistosamente assente la felicità che scaturisce dall’amore coniugale
Pubblico 
Adolescenti
E’ necessario un pubblico almeno adolescente, con qualche cognizione di filosofia, per poter filtrare criticamente la prospettiva trascendente che propone il film
Giudizio Artistico 
 
Questo nuovo lavoro della Pixar conferma l’alta professionalità raggiunta nella costruzione di personaggi e ambientazioni in 3D. La sceneggiatura non ha uno sviluppo lineare e alcuni snodi risultano forzati
Testo Breve:

Un insegnante di musica delle scuole medie svuole realizzare il suo sogno: venir ingaggiato da una complesso Jazz. Ma è giusto vivere per un sogno? E se alla fine si muore senza aver ottenuto nulla? Una nuova esperienza metafisica della Pixar. Se Inside Out era stato un'introduzione alla psicologia, Soul è un'introduzione alla filosofia. Su Disney+

Finalmente è arrivato (non nelle sale ma su Disney+),l’ultima opera della Disney-Pixar, in odore di capolavoro (The Guardian lo ha posto al secondo posto fra i film U.S.A. del 2020). Dopo  Inside out, che  aveva ricreato l’universo della mente umana e dato corpo alle emozioni che albergano nel nostro cuore, dopo Coco, che ci aveva portato nel mondo dei trapassati per ricordarci  l’importanza di ricordare sempre i nostri cari defunti, ora con Soul, la Pixar prosegue nelle sue esplorazioni metafisiche concentrandosi sulle vicissitudini delle anime, che, se  albergano in un corpo quando si trovano sulla terra e poi restano “nude” in attesa del loro destino finale quando il corpo si è ormai disfatto, ora scopriamo che,  novità esclusiva introdotta dalla Pixar, vivono anche in una sorta di  pre-mondo dove debbono capire, prima di incarnarsi in un corpo, qual è la “scintilla”, la vocazione, che consentirà loro di dare un senso alla loro esistenza terrena. Come si può comprendere, si tratta di temi esistenziali profondi e dopo i primi minuti ci si accorge come questo film non sia adatto ai più piccoli.

L’obiettivo è sicuramente ambizioso ma la Pixar ha tutte le carte in regola per poterlo affrontare. Il film merita elogi incondizionati sopratutto negli aspetti visivi. Dopo un 3D ancora approssimativo utilizzato nel primo Toy Story, ora la conquista Pixar più evidente è l’espressività dei volti: nell’ora e mezza del film ci sembra di trovarci di fronte a degli attori in carne ed ossa che stanno recitando la loro parte e ci dimentichiamo che si tratta di personaggi creati al computer. E’ stato così possibile conoscere in profondità Joe,  un personaggio sicuramente insolito: forse è la prima volta che, in un film di animazione,  ci troviamo di fronte a un uomo di mezza età, scapolo, un po’ melanconico, che a fine mese deve chiedere alla madre di pagare le sue bollette ma che ha un’unica grande passione: la musica jazz. Dove il film zoppica un po’ è nella sceneggiatura (sopratutto se confrontato con la compattezza di Inside Out) forse per un sovraccarico di significati e la storia si sviluppa con snodi poco fluidi. Il lungo capitolo, che si svolge sulla terra, obiettivamente divertente, dove Joe e anima 22 si sono incarnati in corpi sbagliati, non trova altri pretesti se non una scivolata dell’anima 22 mentre Joe si sta tuffando sulla terra. Anche la figura del traghettatore Spartivento che si muove fra la terra (fa l’artista di strada a New York) e l’extra-mondo movendosi su una caravella fosforescente, risulta difficile da inquadrare nel contesto, anche se la sua esistenza è necessaria per giustificare il ritorno di Joe sulla terra.

Un tipo di complessità che si rispecchia anche nel messaggio che alla fine si percepisce come ricevuto dal racconto: è giusto o no coltivare una passione? La costruzione della risposta ha uno sviluppo abbastanza tortuoso. Ogni anima deve coltivare la propria “scintilla”, ci spiega il film, altrimenti non ottiene il pass per scendere sulla terra ma bisogna evitare gli estremi opposti in cui cadono le anime perse (così sono chiamate), quelle per le quali la passione si trasforma in ossessione oppure si ha tale sfiducia in se stessi da non intraprendere nessuna iniziativa. Sono i due opposti rappresentati inizialmente da Joe e dall’anima 22. Ma poi  il film ridimensiona il problema e  ci ricorda  che la vita va apprezzata giorno per giorno, anche nelle piccole cose e coltivare una passione vuol dire anche “solo” fare il barbiere, purchè ci si prenda cura dei risvolti umani che comporta questo servizio. E’ accennata anche, ma con maggiore discrezione, la risposta più importante: il senso della vita scaturisce dal prendersi cura degli altri, dal coltivare l’amicizia. E’ proprio anima 22 e non Joe, a trovare le parole giuste per incoraggiare un allievo di Joe a continuare il suo percorso artistico e a costruire un’amicizia con un barbiere con il quale Joe aveva sempre e solo parlato di musica Jazz.  In fondo, il rapporto fra Joe e l’anima 22 è proprio questo: un aiuto reciproco per risolvere i rispettivi problemi. Peccato che in questo panorama sui possibili valori da dare alla vita, ci sia una grande assenza: la felicità coniugale. Viene citato due volte il nome di Lisa, la prima e unica ragazza di Joe ma non sappiamo null’altro di lei. Un’assenza tanto più clamorosa perché inaspettata, proprio da quel Pete Docter che nel film UP aveva scritto uno dei più begli elogi (ma silenzioso) degli affetti coniugali.

Il film evita accuratamente ogni riferimento religioso (anche se Joe, appena arrivato nell’aldilà, chiede subito se si trova in Paradiso o all’Inferno senza ricevere una risposta) ma è indubbio che quando si parla di anime, sappiamo che il tema è stato affrontato da religioni che si sono affermate da secoli e a da varie teorie filosofiche. E’ indubbio che questo racconto dove le anime sono entità sussistenti che si possono incarnare in esseri umani ma anche in animali, rimandi a fedi di origine indiana, più che al cristianesimo. Per questo motivo è opportuno che i genitori invitino i loro figli, a trarre ispirazione dai risvolti umani di questo raggonto, tralasciando le invenzioni più creative degli autori

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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