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BEAUTIFUL BOY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 13:08
Titolo Originale: Beautiful Boy
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura: Luke Davies, Felix Van Groeningen
Produzione: AMAZON STUDIOS, BIG INDIE PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney

Nicolas (Nic) Sheff ha diciotto anni, ama scrivere storie commentate con suoi disegni, si diverte a giocare con i due fratellastri più piccoli. Suo padre, David, un giornalista, è premuroso con lui mentre la madre vive lontano, a New York, dopo il divorzio. E’ il momento di andare al college e il padre lo accompagna, dopo essersi accertato che ha avuto una buona sistemazione. Tempo dopo, quando Nic torna a casa sembra cambiato: è irascibile e continua a chiedere soldi. Il padre non tarda a comprendere che è diventato dipendente dalla metanfetamina crystal meth ed è deciso a trovare una soluzione per questo figlio che non riesce più a comprendere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riesce perfettamente nel suo intento di metterci di fronte e spaventarci sugli effetti devastanti della dipendenza dalle metanfetamine ma manca di mettere in evidenza concrete soluzioni per prevenire e per curare
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene dove viene preparata e assunta droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari) ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente.
Testo Breve:

La storia vera di un padre che cerca di salvare il figlio dalla dipendenza dalle anfetamine. Un film crudo e molto realistico con pochi e non spiegati spiragli di speranza

Dai titoli di coda veniamo informati che negli Stati Uniti la droga è la causa principale di morte per uomini e donne sotto i cinquant’anni. In un paio di punti il film si concede piccole parentesi didattiche, per spiegare che la crystal meth è una delle droghe peggiori perché crea subito dipendenza da cui poche persone sono riuscite a liberarsi, è facile da reperire e può addirittura venir confezionata in casa.
La storia che ci viene raccontata ha ben poco di inventato: è stata ricavata dal libro che padre e figlio Sheff hanno scritto dopo che Nic è riuscito a vincere la sua dipendenza.

Che il film inventi poco ma descriva piuttosto ciò che è realmente accaduto, lo si nota proprio dall’andamento oscillante e alla fine angoscioso delle continue riprese, seguite da repentine ricadute di Dic, nonostante che il padre si impegni a collocarlo nei migliori centri di riabilitazione e si mostri sempre pronto a raggiungerlo, nel suo continuo fuggire ed errare senza meta.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema dell’assunzione di droga da parte dei giovani e questo racconto-testimonianza sembra aggiungere poco alla triste conoscenza del fenomeno che noi spettatori siamo riusciti a comporre.

A ciò occorre aggiungere un certo fastidio nello scoprire che il film ci racconta ben poco sull’origine di questa dipendenza tante volte senza ritorno, e quindi lo spettatore non viene aiutato nel prevenire che situazioni simili possano accadere anche a lui o ai propri figli. Il continuo flashback e flashforward del film finisce per giustapporci un ragazzo sereno e allegro a un altro accasciato a terra privo di conoscenza, senza che ci venga spiegato perché ci sia stata questa terribile trasformazione. Lo stesso enigma troviamo nell’unica ragazza, verso la quale Nic era riuscito ad avere un’intesa nel breve periodo passato al college: incontrata occasionalmente dopo qualche anno, si mostra subito disposta a percorrere con lui la discesa nel tunnel della dipendenza.

In realtà il film si muove partendo da una prospettiva diversa (e ha valore proprio per questo): quella del padre e siamo invitati a partecipare al defatigante calvario che deve affrontare. All’inizio il suo approccio è quello scientifico e pragmatico: cerca di conoscere, sapere tutto sul tema e si affida a rinomati istituti di riabilitazione. Di fronte a un sostanziale fallimento, mette in gioco direttamente se stesso, mostrandogli il massimo affetto e cercando lui stesso le condizioni migliori per un suo recupero. Alla fine si porta sull’ultima spiaggia, quella della durezza, rifiutandosi di aiutarlo anche quando Nic, ancora una volta, dice di esser pentito e di voler guarire.

Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari), ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente. Il film lascia l’amaro in bocca di fronte a un tema così doloroso, perché sembra concludere che il modo con cui si cade nella dipendenza e il modo con cui, eventualmente se ne può uscire, appare dominio del caso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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X-MEN : DARK PHOENIX

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 08:01
 
Titolo Originale: X-Men : Dark Phoenix
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Simon Kinberg
Sceneggiatura: Simon Kinberg
Produzione: BAD HAT HARRY PRODUCTIONS, DONNERS' COMPANY, IN ASSOCIAZIONE CON MARVEL ENTERTAINMENT, TSG ENTERTAINMENT
Durata: 114
Interpreti: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Sophie Turner, Jessica Chastain

Dopo aver involontariamente provocato la morte dei genitori in un incidente d’auto, la piccola telepate Jean Grey viene accolta nella scuola per giovani dotati del dottor Charles Xavier. Una volta cresciuta, durante una missione di salvataggio nello spazio in compagnia di altri X-Men, Jean viene investita in pieno da un brillamento solare. L’energia assorbita potenzia enormemente i suoi poteri, ma distrugge anche le barriere mentali create dal professor Xavier per proteggere Jean dai ricordi del suo passato…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Interessante la problematica di cosa possiamo fare con i doni che ci vengono concessi e il sottile confine che esiste tra “fare il bene in nome del bene” e “fare il bene per la gloria e il rispetto che ne derivano”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di combattimento e violenza, nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Dark Phoenix è un prodotto godibile e accattivante, adatto a un pubblico trasversale (anche se spostato leggermente verso i giovani, per l’età dei personaggi protagonisti e per la mancanza di un antagonista davvero forte e pericoloso), ma che non soddisfa pienamente le aspettative, decisamente alte visto che si tratta dell’epilogo della saga X-Men
Testo Breve:

Jean Grey viene investita in pieno da un brillamento solare. L’energia assorbita potenzia enormemente i suoi poteri, ma distrugge anche le barriere di cui disponeva per venir protetta dai ricordi del suo passato…Ci si poteva aspettare qualcosa di meglio per il gran finale della saga X-Men

Dodicesimo film dedicato all’universo degli X-Men, Dark Phoenix chiude una saga durata quasi vent’anni (il primo film, diretto da Bryan Singer, risale infatti al 2000), la cui fine è stata decretata dall’acquisto da parte della Disney dei diritti sul franchise, finora in possesso della 20th Century Fox.  Dark Phoenix si colloca cronologicamente dopo X-Men – Apocalisse (2016) e mette in scena la squadra degli X-Men in versione “giovane”, con James McAvoy nei panni del professor Xavier, Fassbender in quelli di Magneto e Jennifer Lawrence in quelli di Raven/Mystica.

Il film ruota attorno a un personaggio trascurato dagli ultimi film della serie, ma fondamentale all’interno dell’universo Marvel. Jean Grey (la Fenice Nera) è ben interpretata da Sophie Turner (la Sansa Stark de Il trono di spade), che riesce a rendere credibile il conflitto interiore del suo personaggio, dilaniato da forze immense (desiderio, dolore e rabbia), che lo rendono, allo stesso tempo, estremamente potente ed estremamente pericoloso. Jean Grey risulta così un’eroina fatta di luci e ombre, incarnazione dell’eterna lotta tra bene e male, che convivono dentro di lei e lottano strenuamente per emergere.

Con una protagonista così importante a dominare la scena, gli altri personaggi finiscono inevitabilmente per passare in secondo piano. Da questo deriva il tono un po’ monocorde del film, che insiste molto sull’aspetto drammatico, sul senso di pericolo e sulla tensione, senza lasciare spazio al lato comico che, in misura maggiore o minore, caratterizza tutti i film tratti dall’Universo Marvel.

Sottotono anche i cattivi – i D’Bari, capeggiati da un’algida Jessica Chastain - una razza aliena priva di sentimenti che vuole impossessarsi del potere di Jean e conquistare la Terra. I D’Bari assumono l’aspetto degli umani, parlano pochissimo e combattono a mani nude. Difficilmente, quindi, verranno ricordati tra i cattivi più originali dell’universo Marvel.

Decisamente più interessanti, invece, le tematiche affrontate dal film, ovvero cosa possiamo fare con i doni che ci vengono concessi e il sottile confine che esiste tra “fare il bene in nome del bene” e “fare il bene per la gloria e il rispetto che ne derivano”. Si tratta ovviamente di questioni affrontate a un livello abbastanza superficiale (Dark Phoenix rimane un film di supereroi, in cui le scene d’azione e visivamente spettacolari hanno la precedenza), ma che contribuiscono a dare una buona ossatura alla trama e a rendere credibili i dilemmi interni ed esterni dei personaggi. 

In conclusione, Dark Phoenix è un prodotto godibile e accattivante, adatto a un pubblico trasversale (anche se spostato leggermente verso i giovani, per l’età dei personaggi protagonisti e per la mancanza di un antagonista davvero forte e pericoloso), ma che non soddisfa pienamente le aspettative, decisamente alte visto che si tratta dell’epilogo della saga X-Men (o, perlomeno, di quella targata Fox). Per un gran finale - specialmente se paragonato a un altro blockbuster appena uscito in sala e che ha chiuso un’era, ovvero Avengers Endgame - forse ci voleva qualcosa in più.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GRANDE SALTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/14/2019 - 08:48
Titolo Originale: Il grande salto
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giorgio Tirabassi
Sceneggiatura: Giorgio Tirabassi, Daniele Costantini, Mattia Torre
Produzione: SUNSHINE PRODUCTION
Durata: 94
Interpreti: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Marco Giallini, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Paola Tiziana Cruciani

Nello e Rufetto hanno superato i quarant’anni, quattro dei quali passati in carcere per rapina a mano armata. Proprio per quel precedente, non riescono a trovare un lavoro e in fondo non lo cercano neanche: sognano piuttosto di organizzare il colpo che possa consentire loro di fare il “grande salto”. Nello si trova in una situazione migliore: vive a sbafo in casa dei suoceri e ha una moglie e un figlioletto che lo consolano; Rufetto invece vive da solo in uno squallido scantinato e cerca di fare conoscenze femminili tramite appuntamenti via Internet…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due ladri che hanno già trascorso quattro anni in prigione, restano imprigionati nei loro ruoli, senza impegnarsi per una vita diversa. Un gioco pericoloso e di cattivo gusto ai danni di una persona diversamente normale
Pubblico 
Adolescenti
Lo squallore dei due protagonisti, il racconto privo di speranze, escludono i più piccoli dalla visione del film
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti e dei comprimari; le scene, anche quelle di azione, sono realizzate con perizia. Il racconto invece oscilla fra vari generi senza riuscire a scegliere un tono dominante
Testo Breve:

Due ladruncoli, usciti di prigione, cercano di dare una svolta alla loro squallida vita con un colpo definitivo. Una storia che oscilla incerta fra comicità, tragedia, trascendenza

La domanda che molto presto si pone lo spettatore è: cosa debbo fare, ridere o piangere?

La scena iniziale, la fuga in macchina dei due ladri inseguiti dalla polizia, è avvincente e promette un film carico di tensione. Le sequenze successive che ci mostrano  la squallida vita quotidiana di due ladruncoli da quattro soldi che sognano il grande colpo (divertente la loro trattativa per comprarsi una pistola) e intanto scroccano le cene al suocero di Nello, ci rimanda alle tante commedie all’italiana del dopoguerra, dove i protagonisti cercavano di sbarcare il lunario con molta inventiva o più direttamente, come ne I soliti ignoti di Monicelli, si rideva per le incredibili maldestre peripezie di quattro aspiranti ladri. In questo film invece, il racconto si riveste rapidamente di malinconia: la sfortuna di Nello e Rufetto è disarmante e quando, a causa di una ennesimo, maldestro, tentativo di rapina, ci scappa il morto, non si ride più. Ciò che è peggio è che il racconto è impostato in modo che lo spettatore sia invitato a sorridere, sia pur con sarcasmo, mentre il realtà si tratta di un episodio ben poco politically correct, grazie alla la sensibilità di oggi. Ad ogni buon conto lo spettatore si è ormai organizzato per assistere a un dramma della sfortuna e dell’incompetenza (in termini di accumulo di disgrazie siamo dalle parti di Umberto D di De Sica), quando il film vira nuovamente e si passa al surreale, perfino al trascendente, un escamotage che appare un po’ forzato, per riuscire a pervenire a una conclusione di questo strano, multiforme, racconto.

Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi sono bravissimi nella parte dei due ladri senza speranza. C’è però una buona dose di macchiettismo nei loro personaggi. Quel loro cercare un riscatto attraverso un furto geniale,  senza comprendere che non  sono all’altezza; quel trovarsi, da parte di Nello, accanto a una moglie carica di affetto nonostante tutto, senza che questo lo faccia riflettere per proporsi una vita diversa; il cercare, da parte di Rufetto di organizzare incontri femminili solo per poter trascorrere una notte, senza comprendere che lui ha bisogno molto più di quello, finiscono per farci concludere che il racconto non solo è stato tragico ma peggio, senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MATRICOMIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/12/2019 - 08:25
 
Titolo Originale: Il matricomio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Jack Alvino, Valentina Aurino
Sceneggiatura: Jack Alvino, Valentina Aurino
Durata: 6 stagioni su Facebook/ilmatricomio e su Youtube
Interpreti: Jack Alvino, Valentina Aurino

Jack è un ingegnere, Vale una donna di casa (forse). Lui è appassionato di moto, lei sta molto attenta alla pulizia e all’ordine in casa. Lui è un flemmatico, lei è molto dinamica, a volte esplosiva. Ci sono tutti gli ingredienti per realizzare divertenti scenette sulla vita di coppia e mostrare come l’intesa si rafforzi proprio nel modo con cui tutto viene sempre riportato a unità

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lui e lei sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Jack e Vale recitano benissimo (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. La qualità degli sketch è assolutamente professionale
Testo Breve:

In questa web serie, Jack e Vale sono marito e moglie che ci mostrano come possano venir felicemente superate le mille discussioni di ogni giorno tipiche di una vita in due

E’ tempo che il nostro giornale si dedichi anche alle Web Serie, soprattutto quando, come nel caso di Matricomio, il tema sviluppato è quello del matrimonio e della famiglia.

Si tratta di rapidi sketch di due-quattro minuti dove si fronteggiano un marito e una moglie, Jack e Vale, nella divertente e ricca banalità di ogni giorno. Le puntate più cliccate si trovano su Youtube: una serie più ampia è reperibile su facebook/ilmatricomio (in tutto sono 90 puntate, dal 2016 a oggi).

Jack e Vale sono realmente marito e moglie da 14 anni, recitano molto bene (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. Ovviamente tutto questo non basta per dare ragione del loro successo (una loro puntata, La massaia estrema, ha avuto più di 12.000 visualizzazioni e 600 like): ciò che riescono a trasmetterci è il loro affiatamento: riescono realmente a farci entrare nella vita di una coppia che affronta problemi quotidiani che ognuno di noi può incontrare, ne nascono vivaci discussioni perché i punti di vista sono diversi ma poi viene sempre trovata la soluzione che soddisfa entrambi.

I temi trattati in prevalenza sono le diverse sensibilità, quella maschile e quella femminile con le quali viene percepita la realtà e gli incontri/scontri in tema di economia domestica. Ecco quindi che Vale non riesce ad attirare l’attenzione di Jack neanche quando ha cambiato pettinatura mentre lei nota subito che lui ha ridotto il pizzo. Un momento di cattivo umore di lei viene risolto da Jack con un complimento al vestito che lei indossa (ma questa scenetta potrebbe irritare le femministe più incallite). Scontati i battibecchi in termini di cura domestica: l’assunzione di una colf si risolve in un fallimento perché lei è molto scrupolosa e in fondo ci tiene a esser solo lei la responsabile della cura della casa. Non mancano puntate sulla loro intesa anche fisica: assistiamo, in una puntata, alla furba retorica con la quale lui convince lei ad indossare, per una serata, dei tacchi a spillo, molto più femminili delle solite ballerine o i metodi che riesce a escogitare lei quando non si sente disponibile a rispondere alle effusioni di Jack.

E’ chiara la filosofia di fondo di questi sketch: un lui e un lei che sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.

Dalla visione del loro lavoro, ormai triennale, dispiacciono un pochino solo due cose: che la vita di coppia non viene estesa alle problematiche della gestione di figlio (ma questo sarebbe un ciclo di puntate sostanzialmente differente) e che nei loro contrasti, che si risolvono sempre con una riappacificazione, non ci siano a volte gesti di affetto, conferme del loro reciproco amore (ma forse un po’ di pudore giova a ricordare che la coppia è reale e che l’amore è vero, non costruito per l’occasione)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PETS 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/12/2019 - 07:37
 
Titolo Originale: The Secret Life of Pets 2
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Renaud
Sceneggiatura: Dean DeBlois
Produzione: Illumination Entertainment
Durata: 86

Pets 2 è il secondo capitolo dell’originale serie cinematografica che racconta le storie di alcuni animali da compagnia e come, nell’immaginario di molti, possano impiegare le loro giornate quando i loro padroni sono fuori casa. Max ed i suoi inseparabili amici tornano con una nuova appassionante avventura.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Anche questo capitolo, come il precedente, catapulta lo spettatore in un viaggio dove l’amicizia risulta essere sempre l’ingrediente che fa da collante alle singole vicende dei piccoli protagonisti. Ottimo spunto per i bambini per far capire loro quanto sia bella la vita a contatto con la natura e gli animali.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Illumination Entertainment (stesso studio dei Minions e di "Cattivissimo Me") si conferma, ancora una volta, una casa di produzione di ottima qualità sia dal punto di vista tecnico che dei contenuti regalando alle famiglie storie moderne e divertenti adatte a grandi e piccoli.
Testo Breve:

Tornano i simpatici animaletti domestici che questa volta debbono fare spazio a un nuovo arrivato: il bebè della loro padroncina. Un film per far amare ai bambini la natura e gli animali

Quando arriva un bimbo in una casa genera sempre un po’ di scompiglio, ma da quando la padroncina di Max si è sposata ed ha avuto un figlio la sua vita è completamente cambiata.

Sebbene il cucciolo non si annoi mai nella palazzina in cui vive dove si intrattiene e si confronta con tanti altri animali domestici, ora le giornate di Max sono ogni giorno diverse, piene di imprevisti e stressanti.

Il piccolo (una specie di Jack Russel Terrier) si ritrova improvvisamente ansioso con evidenti disturbi psicosomatici, vittima dell’allarmismo tipico del “neo genitore” che desidera proteggere il proprio figlio.

Nel frattempo Gidget, la bianca volpina di Pomerania intenta come sempre a compiacere Max, deve recuperare il giocattolo preferito che lui le aveva affidato, finito nella casa di una bizzarra anziana signora.

La cagnolina chiederà aiuto a Chloe per camuffarsi perfettamente in un gatto ed affrontare dei numerosi e dispettosi felini.

La trasformazione più incredibile rispetto al primo film è sicuramente quella di Nervosetto diventato, rispetto al primo film, il perfetto animale domestico di una tenera bambina che lo traveste da supereroe con un’attillatissima tutina blu con tanto di maschera.

Il piccolo coniglietto si trasformerà dal perfido cattivo di Pets vita da animali a vero eroe capace di salvare una tigre in pericolo in un circo dove viene maltrattata.

Grazie ad un linguaggio semplice, Pets 2 rende piacevole la visione trattando temi come il coraggio, la perseveranza, l’altruismo e la fiducia in sé stessi.

Tre storie che si sviluppano parallelamente incrociandosi solo alla fine, in un perfetto mix di musiche e azioni travolgenti.

Ricca di gag la parte in cui Max e Duke trascorrono qualche giorno in campagna. Non solo gli animali da fattoria fanno ridere a crepapelle con i loro luoghi comuni ma la saggezza di Rooster (Galletto in italiano doppiato in America da Michele Gammino, celebre doppiatore di Harrison Ford) fa riflettere su quanto la vita di città ci crei inconsciamente dei limiti che solo la serenità che si ottiene dal contatto con la natura ci aiuta a superare.

Così come Max, alle prese con i suoi limiti da superare, anche noi ci rendiamo conto di quante cose potremmo realizzare con un po’ più di coraggio.

Gli amanti degli animali troveranno certamente piacevole il film, soprattutto quando si prendono simpaticamente in giro alcune delle personalità tipiche di ogni razza tanto da sentire in sala esclamazioni come: “proprio come fa il mio cane!”

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL GIORNO D'ESTATE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/08/2019 - 15:36
Titolo Originale: Amanda
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Mikhaël Hers
Sceneggiatura: Mikhaël Hers, Maud Ameline
Produzione: NORD-OUEST FILMS, OLIVIER PÈRE, RÉMI BURAH PER ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 107
Interpreti: Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin

David ha 24 anni, è un giovane tranquillo senza troppe ambizioni, gestisce l‘affitto di alcuni appartamenti del palazzo in cui vive e ha un impiego saltuario come giardiniere del comune di Parigi. Aiuta sua sorella Sandrine, insegnante di inglese, andando a prendere a scuola la nipotina di 7 anni, Amanda. La vita scorre tranquilla quando in un attentato terroristico, Sandrine viene uccisa. David si trova di fronte a un problema più grande di lui: Amanda ha solo lui come parente più vicino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel rapporto fra uno zio e una nipote rimasta orfana. Ma il contesto coniugale presentato dal film è costellato di separazioni
Pubblico 
Adolescenti
Un incontro sessuale con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Mikhael Hers è molto bravo nel raccontare la trasformazione di due anime sconvolte dal lutto. Pienamente nella parte di uomo semplice e buono il protagonista maschile, Vincent Lacoste
Testo Breve:

Il giovane David, che ama la vita semplice senza prendersi troppe responsabilità, si trova ad accudire la nipotina di 7 anni dopo la morte della madre. Un bel film francese sulla cura e la responsabilità dell’altro come soluzione per continuare a vivere

David e Amanda stanno sugli spalti di uno stadio a guardare una finale mondiale di tennis. David si appassiona e segue l’alternanza del punteggio ma Amanda inizia ad annoiarsi: capisce che il campione francese sta perdendo. Dice: “è finita!” e inizia a piangere.  Il suo fragile equilibrio, dopo la morte della mamma, si può rompere anche per il disappunto di un’aspettativa che non si realizza e lei si trova davanti al vuoto di una vita che sembra aver perso di senso. David se ne accorge e le dice che invece “non è finita”: mai perdere la speranza”. In effetti il campione francese riesce a rimontare e a vincere: Amanda torna a sorridere.

E’ possibile raccontare per immagini, in un film, l’elaborazione di un lutto, la lenta trasformazione di un’anima? E’ il compito che si è assunto Mikhael Hers in questo film dove l’unico fatto esterno rilevante è la morte improvvisa, a seguito di un attentato terroristico, della madre di Amanda. Il resto del film è la storia dei cambiamenti di umore, gli incubi notturni, le riflessioni di David e la piccola nipote.

La parte iniziale del film ha il compito di presentare i due protagonisti. Sandrine ha spiegato ad Amanda chi era Elvis Presley e le fa sentire uno dei suoi vecchi Rock and Roll. Mamma e figlia si abbandonano a un ballo allegro e scatenato: la loro intesa è perfetta. Anche la figura di David emerge con chiarezza: lo vediamo, andare in bicicletta alla stazione per dare il benvenuto a degli stranieri che hanno affittato uno degli appartamenti che lui amministra per conto del padrone; va a prendere la nipote a scuola e infine taglia delle siepi di un giardino pubblico per conto del comune.  Sono piccole incombenze di una persona semplice, che vive serenamente di quanto riesce a fare, sempre gentile con tutti. Vive dell’affetto della sorella, della nipote e di una zia ma l’incontro con Lena, una dolce ragazza di Bordeaux che si è trasferita a Parigi in cerca di fortuna, forse promette l’inizio di un’intesa amorosa.

Il film è il racconto di una normalità minimale e l’evento mostruoso, che scuote questo tranquillo lago di vita e di affetti è trattato in modo indiretto (si vedono persone ferite su prato del Bois de Vincennes, quando la tragedia è già avvenuta); il regista evita anche di mostrarci il funerale di Sandrine e non ha alcuna intenzione di affrontare il tema più generale del terrorismo islamico. Non gli interessa raccontare ciò che accade ma si concentra invece sugli stati d’animo che si affacciano al dolore. E’ il momento in cui lo zio deve piegare a Amanda che sua mamma è morta. Come si può spiegare a una bambina una tragedia simile? Il parlare di David è rotto dai singhiozzi e si sente impotente di fronte alla lucida razionalità di una bambina che chiede spiegazioni sul perché semplici persone intente a fare un pic-nic siano state uccise da una mano misteriosa. Non ci sono ragioni valide e resta un’unica realtà: “la mamma è morta e non la rivedremo più”. Da quel momento il film riprende la descrizione delle piccole cose di ogni giorno, ma è negli sguardi (verso la bicicletta di Sandrine rimasta legata a un albero, il suo spazzolino da denti che sta ancora in bagno) che si coglie la presenza di una ferita che non si rimargina, soprattutto nella bambina, che ha gli incubi di notte e non si adatta a vedere la sua vita gestita da uno zio che non la sa trattare come faceva la mamma. Anche le riprese frequenti della strade di Parigi (poi anche di Bordeaux) di notte come di giorno, fungono da segni di interpunzione del racconto e hanno la funzione di prendere tempo, perché l’anima è lenta ad assestarsi su nuovi equilibri.

Occorre notare che oltre alla tristezza del lutto e alla lotta per ritrovare la serenità, si aggiunge anche un’altra malinconia, quella delle crisi familiari: David e Sandrine hanno sofferto per il fatto che la loro madre li ha abbandonati da piccoli; Sandrine stessa, divorziata, cerca compagnia attraverso appuntamenti tramite Internet; l’amico più vicino a David attraversa una crisi familiare. Resta quindi ben descritto il forte legame fra lo zio e la nipote ma il regista avrebbe dovuto darci maggiori spunti per questa società che si sta dissolvendo nell’individualismo e che non si prende cura dei propri figli..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MACCHINE MORTALI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/07/2019 - 13:58
 
Titolo Originale: Mortal Engines
Paese: Nuova Zelanda/ Usa
Anno: 2018
Regia: Christian Rivers
Sceneggiatura: Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens
Produzione: UNIVERSAL PICTURES, WETA WORKSHOP, WINGNUT FILMS, MEDIA RIGHTS CAPITAL (MRC)
Durata: 128
Interpreti: Hera Hilmar, Robert Sheehan, Hugo Weaving, Jihae, Stephen Lang

Medioevo prossimo venturo. Sopravvissuta a una catastrofe postatomica, l’umanità abita in stratificate città mobili che si spostano da un continente all’altro su enormi cingoli. Le piccole città pacifiche devono guardarsi dalle grosse città predatrici, che mirano a fagocitare le prime e a smembrarle, per rubarne le risorse e ottenere il predominio planetario. In tale marasma, la dissidente Hester Shaw riesce a penetrare a Londra, la più grande e aggressiva delle metropoli “trazioniste”, per uccidere il celebrato Thaddeus Valentine, scienziato al soldo del governo britannico ed esperto di strategia militare. A salvare la vita alla vittima designata è il suo giovane ammiratore Tom, appassionato della storia degli “antichi”, che si mette sulle tracce della misteriosa attentatrice. Durante l’inseguimento, i due cadono dalla città in movimento e si trovano a doversi per forza alleare per riuscire a sopravvivere nella landa desolata. Intanto nella sconsacrata cattedrale di Saint Paul, riadattata a laboratorio scientifico, qualcuno sta ordendo un complotto per sovvertire il già precario equilibrio. Si salvi chi può…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non c’è da preoccuparsi: i buoni si coalizzeranno per vincere i cattivi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e tensione, nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Funzionano le scene con i giganteschi ingranaggi che inseguono e minacciano i personaggi. Bravi anche i due giovani attori, Robert Sheehan e Hera Hilmar . Ma il difetto maggiore della sceneggiatura, il carattere corale della storia priva di energia proprio il personaggio di Hester che dovrebbe assurgere a cuore emotivo del racconto
Testo Breve:

In un medioevo prossimo venturo l’umanità abita in stratificate città mobili che vanno a depredare quelle più piccole. Tecnicamente ben realizzato e recitato, ha debolezze nella sceneggiatura

Tratto dal primo volume di una saga di romanzi d’avventura per ragazzi dello scrittore Philip Reeve, Macchine mortali segna il debutto dietro la macchina da presa di uno storico collaboratore di Peter Jackson, fattosi le ossa come responsabile di storyboard ed effetti speciali di monumentali produzioni come Il signore degli anelli, King Kong e Lo Hobbit. Evidente è la provenienza del regista dal reparto tecnico di tali kolossal, funzionale se si misura la qualità del film dall’efficacia della confezione e dall’aspetto visivo. Ben ricostruito, infatti, è il futuro distopico in cui l’umanità superstite cerca di radunare i pezzi della propria storia per viverne l’eredità ma, con pochissime testimonianze sul passato più remoto, non può che sintetizzare stili e mode delle varie epoche (domina quindi una certa atmosfera steampunk, coabitando fascino del passato e tecnologia futuribile).

Funzionano le scene con i giganteschi ingranaggi che inseguono e minacciano i personaggi, le fughe tra pianure e crepacci dei conglomerati urbani, le colluttazioni a base di arti marziali sui cornicioni spioventi… Bravi anche i due giovani attori, Robert Sheehan, che interpreta il compìto intellettuale pronto a trasformarsi in eroe (senza mai perdere un fanciullesco sguardo di meraviglia) e Hera Hilmar (bellissima nonostante la vistosa cicatrice che le attraversa il volto), nei panni di una guerriera talmente ferita dalla vita da conservare dietro i modi brutali tutta la fragilità femminile.

È il nuovo Hunger Games? Ahimè, no perché – fatta salva l’idea iniziale del “darwinismo urbano” e la sua visualizzazione – per il resto la trama non fa che pescare a man bassa da una dozzina di altri film e tutto il terzo atto, in particolare, è talmente simile a quello del primo Guerre stellari (non proprio il film meno copiato della storia del cinema) che a venti minuti dalla fine sembra di vedere in differita una partita di cui si conosce già il risultato. Inoltre, ed è il difetto maggiore della sceneggiatura, il carattere corale della storia priva di energia proprio il personaggio di Hester che – per la drammaticità della sua vicenda (tutta da scoprire) – dovrebbe assurgere a cuore emotivo del racconto ma sembra che il film preferisca sballottarla di qua e di là, annegandola tra gli effetti speciali. Dal trio di sceneggiatori del Signore degli anelli era lecito aspettarsi un po’ più di sagacia narrativa.

Controindicazioni non ce ne sono. Dedicargli un pomeriggio sul divano va bene, ma solo se la serata riserva un programma migliore.

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATTENTI A QUELLE DUE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/04/2019 - 20:35
Titolo Originale: ATTENTI A QUELLE DUE
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Addison
Sceneggiatura: Jac Schaeffer, Stanley Shapiro, Paul Henning, Dale Launer;
Produzione: CAMP SUGAR, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM)
Durata: 94
Interpreti: Hathaway, Rebel Wilson, Tim Blake Nelson, Ingrid Oliver;

Josephine Chesterfield è una donna inglese affascinante e seducente, proprietaria di una lussuosa villa a Beaumont-sur-Mer e con un debole per le truffe compiute ai danni di uomini ricchi e ingenui. Un giorno, nella sua vita irrompe Penny Rust, una truffatrice australiana goffa e pasticciona. Le due donne si scontrano per il controllo di Beaumont-sur-Mer, mettendo a confronto i loro metodi e i loro trucchi, fino a decidere di sfidarsi per stabilire chi tra loro sia la più brava…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Si cerca di ridere (poco) ma alla fine si tratta sempre di due truffatrici
Pubblico 
Adolescenti
Lessico volgare, frequenti allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
Complessivamente, l’impressione è che Attenti a quelle due sia un’occasione persa, indebolita da due protagoniste agli estremi (troppo sboccata e volgare una, troppo legnosa e finta l’altra) e da una trama decisamente sbilanciata.
Testo Breve:

Josephine è una donna inglese affascinante e seducente, Penny Rust, una australiana goffa e pasticciona. Entrambe sono specializzate in truffe compiute ai danni di uomini ricchi e ingenui. Si ride poco a causa di una Hathaway fuori parte e una sceneggiatura scombinata

Remake al femminile di Due figli di…, commedia slapstick dell’88 diretta da Frank Oz e con Michael Caine e Steve Martin nei panni dei protagonisti, Attenti a quelle due fallisce proprio in quello che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere il suo punto di forza: realizzare una commedia divertente e accattivante con due donne a ricoprire un ruolo – quello delle maghe della truffa – tradizionalmente maschile. Purtroppo nessuna delle due attrici protagoniste sembra calzare a pennello la parte: se Rebel Wilson – comica australiana salita alla ribalta con film come Le amiche della sposa e Pitch Perfect – risulta “too much”, Anne Hathaway – vincitrice del premio Oscar per un ruolo drammatico, quello di Fantine in Les Misérables – appare decisamente fuori parte. Non che la Hathaway sia nuova a ruoli da protagonista all’interno di commedie – basti pensare all’impacciata e intraprendente Andy de Il diavolo veste Prada o alla business woman Jules Ostin nel dolce e delicato film con Robert De Niro Lo stagista inaspettato – ma in questo caso finisce per essere soffocata da un personaggio che non le si addice, trasformata in una sorta di femme fatale rigida e snob.

In generale, tutti i personaggi del film appaiono macchiettistici e stereotipati, schiacciati proprio da quelle caratteristiche che avrebbero il compito di definirli. Si avverte la mancanza di una certa tridimensionalità, di un motivo che spinga i personaggi ad agire in un determinato modo piuttosto che in un altro e che possa anche essere all’origine di un loro effettivo cambiamento nel corso del film. Josephine e Penny si incontrano e si scontrano rimanendo, sostanzialmente, sempre uguali a se stesse.

La mancanza di evoluzione delle due protagoniste non è l’unico elemento di debolezza del film, che presenta anche un evidente difetto di sceneggiatura. Il vero e proprio inizio della vicenda – vale a dire il momento in cui le due protagoniste decidono di sfidarsi per stabilire chi sia la truffatrice migliore e per costringere l’altra a lasciare la città – avviene molto in ritardo, all’incirca a metà film. Quello che c’è prima non è altro che un lunghissimo setup (francamente non necessario per dare avvio a una trama così semplice), costituito prevalentemente da una sequela di gag posizionate l’una dopo l’altra. L’effetto è una sovrastimolazione in negativo dello spettatore, che finisce per esserne infastidito. Un peccato, dal momento che, quando il film finalmente “inizia”, qualche sorriso riesce a strapparlo e risulta decisamente più coinvolgente.

Complessivamente, l’impressione è che Attenti a quelle due sia un’occasione persa, indebolita da due protagoniste agli estremi (troppo sboccata e volgare una, troppo legnosa e finta l’altra) e da una trama decisamente sbilanciata.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOLOR Y GLORIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/03/2019 - 20:55
Titolo Originale: Dolor y Gloria
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: El Deseo
Durata: 108
Interpreti: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Asier Etxeandía

Salvator Mallo è un regista-sceneggiatore che ha ormai raggiunto una fama internazionale ma che sta passando un periodo di depressione: non trova più l’ispirazione per scrivere una nuova sceneggiatura e soffre di molti mali fisici che che non gli hanno fatto perdere quell’energia che gli è così necessaria per dirigere un film. Tre incontri saranno per lui determinanti. Con Alberto, un tempo suo attore preferito e che non rivedeva da trent’anni, a causa di una disputa professionale durante l’ultimo film fatto assieme; con Federico, con il quale aveva avuto una intensa relazione ma con il quale non si era più rivisto dopo che Federico, per cercare di sottrarsi al vizio della droga, era emigrato in Sud America. Infine l’incontro-memoria con sua madre: quando vivevano in una grotta e lui aveva dovuto frequentare un seminario, contro la sua volontà, perché era l’unico modo a quel tempo, per chi era povero, di ricevere un’istruzione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista della storia è quasi un uomo a metà: vive del proprio sentire (desideri, dolori, affetti familiari), è totalmente dipendente da essi perché chiuso nel proprio io, nella ricerca narcisistica di se stesso
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente di eroina. Affettuosità omosessuali, cenni a un’intesa pederastica
Giudizio Artistico 
 
Almodòvar si conferma molto bravo nel tratteggiare personaggi femminili, nel trasmettere la nostalgia di amori passati. Premio per la miglior interpretazione maschile ad Antonio Banderas al Festival di Cannes 2019
Testo Breve:

Un regista di successo cerca, nel ricordo dei suoi amori maschili passati, un modo per ritrovare l’ispirazione perduta. Un film sul narcisismo ma confessato onestamente

Secondo Aristotele, gli esseri viventi possono essere suddivisi in tre categorie, in funzione dell’anima di cui dispongono. Il mondo vegetale ha un'anima vegetativa, che conferisce alle piante la possibilità di nutrirsi, crescere e riprodursi; il mondo animale ha anche un’anima sensitiva, (percepire sensazioni, passioni), e infine c’è l’anima intellettiva (conoscenza, capacità di scelta e di autogoverno) che spetta solo all’uomo.

Il protagonista di dolor y gloria è un uomo a metà, fermo all’anima sensitiva: prova piacere, sia fisico che estetico, dolore (Salvador è afflitto da  vari malanni), percepisce degli affetti naturali (quello verso la madre soprattutto)  ma, privo della terza anima, non ha il controllo della propria esistenza, che è come una barca in balia delle fluttuazioni delle sue sensazioni ed è privo di morale, perché incapace di discernere e di orientarsi verso un bene specifico, chiuso narcisisticamente all’interno del proprio universo del sentire.

Bisogna riconoscere ad Almodòvar l’onestà di saper prendere atto della fragilità di una vita impostata in questo modo: è facile, come accade al protagonista, iniziare ad assumere eroina per il semplice gusto del provare; la tentazione del suicidio è dietro l’angolo (Salvador pone questa inclinazione al protagonista, suo alterego, di un’opera che sta scrivendo).

In una sequenza Salvador e Federico, che non si erano più visti da molti anni, ricordano il loro amore vissuto in una frenetica Madrid notturna e nelle suggestioni raccolte nei numerosi viaggi all’estero fatti insieme: il tutto ritorna allaloro mente coperto da un velo di malinconia, espressione di un amore basato  sulla cattura di singoli momenti di felicità, senza alcun impegno progettuale condiviso. 

Temi più profondi come quello del credere o non credere in un Dio trascendente, cadono anch’essi sotto il filtro dell’anima sensitiva: “le notti in cui soffro di diversi dolori, credo in Dio, le notti in cui soffro di un solo dolore, sono un ateo”.

Nel suo colloquio-amarcord con il suo amore di gioventù, veniamo a sapere che Federico, arrivato a Buenos Aires, si è sposato con una donna, dalla quale ha avuto due figli; in seguito si è separato e ora ha un nuovo amore.   “Uomo o donna?”: chiede Salvador. “La mia esperienza con gli uomini è finita con te”: è la risposta.  “Non so se prenderla come un complimento”: commenta Salvador. Ma Federico continua: “Ho detto a mia moglie che sono stato con un uomo per tre anni a Madrid -senza nominarti- e l’ho detto anche a uno dei miei figli. Un giorno gli confesserò che sei tu: è un vero cinefilo e non mi perdonerebbe se non glielo dicessi”

Questo colloquio, ci fa tornare al tema dell’etica mutilata. L’indifferenza che traspare dal chiedere “uomo o donna?”, il fatto di poter dire con orgoglio al proprio figlio di esser stato l’amante di un regista famoso, sottende l’equivalenza di due realtà totalmente differenti: l’amore generativo fra un uomo e una donna, da cui scaturisce l’impegno responsabile di allevare i figli che nasceranno e l’amore fra due persone dello stesso sesso . Questa equivalenza può scaturire solo da una visione puramente soggettiva della relazione, da una ricerca egoistica del proprio piacevole sentire, piuttosto che il riconoscimento di un bene obiettivamente superiore, che trascende il nostro io, quello dell’impegno di formare una famiglia.

Almodovar confema in questo film le sue indubbie qualità di regista: resta insuperabile nel tratteggiare  figure  femminili (in questo caso la madre di Salvador), nella costruzione di ambienti composti con vivaci colori (inclusa la presenza di quadri molto belli)  ma non rinuncia, neanche questa volta,  a soluzioni degne di un feuilleton ottocentesco (incontri che avvengono casualmente,  quadri smarriti da anni e poi ritrovati) ma   due ore di sviluppo sono troppe: si avverrtono segni di stanchezza sopratutto nella parte centrale.

Resta sgradevole la sequenza del turbamento di un bambino di 8 anni (è un ricordo di Salvator) nei confronti di un giovane che frequenta la sua casa e che si mostra a lui nudo: sono cenni di una intesa pederastica che per fortuna il regista evita di sviluppare. Un ricordo che sarà lo spunto, per Salvador, di una nuova sceneggiatura che intitolerà: Il primo desiderio. Ancora una volta  Salvador mostra di vivere solo del proprio sentire: desiderio o dolore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/29/2019 - 08:15
Titolo Originale: The Man Who Killed Don Quixote
Paese: Regno Unito/ Spagna/ Portogallo/ Francia
Anno: 2018
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Tony Grisoni e Terry Gilliam
Durata: 132
Interpreti: con Adam Driver, Jonathan Pryce, Joana Ribeiro, Stellan Skarsgård

In Spagna per girare uno spot televisivo legato al soggetto di Don Chisciotte, il cinico e annoiato regista hollywoodiano Toby Grisoni (quasi omonimo del co-sceneggiatore del film vero), è più preoccupato di portarsi a letto la moglie del suo produttore che di finire il lavoro. Una sera, durante una cena con i membri della troupe, acquista da un gitano la copia piratata del suo film d’esordio, un’opera studentesca sperimentale – e ai tempi molto apprezzata – sempre ispirata al capolavoro di Cervantes. Riguardando il suo vecchio film, Toby capisce di doverne rivisitare le location, un villaggio spagnolo poco distante dal set dove lavora, per ricongiungersi con la forza creativa della giovinezza. Una volta sul luogo, fa i conti con il cattivo ricordo che ha lasciato, con le speranze deluse dei paesani toccati e poi abbandonati dal sogno del cinema, e soprattutto con il protagonista ormai rimbambito del suo film, convinto di essere il vero Don Chisciotte della Mancia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film vuol far rivivere lo spirito di Chisciotte, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo
Pubblico 
Adolescenti
Scene sensuali, di tensione psicologica e di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi
Testo Breve:

Dopo trent’anni di traversie, Terry Gilliam riesce a portare sullo schermo il “suo” don Chisciotte, simbolo della purezza contro le brutture del mondo

Chi la dura la vince. È questo il tema de L’uomo che uccise don Chisciotte, progetto a cui Terry Gilliam ha iniziato a lavorare trent’anni fa e che ha lasciato sul campo più di una produzione abortita per colpa, di volta in volta, di condizioni climatiche avverse, retromarcia dei finanziatori, la morte improvvisa degli attori che avrebbero dovuto interpretare l’eroe eponimo, e altre catastrofi. Tutto era sembrato remare contro per impedire al visionario cineasta di portare a termine il suo sogno (molte delle “calamità” sono raccontate nell’istruttivo documentario Lost in La Mancha del 2002, una lezione sulle utopie del cinema). Il dato più rilevante di questo film, quindi, è che finalmente sia stato portato a termine e, tutto sommato, per i cinefili che ne conoscevano tutte le traversie produttive, vederlo o meno non fa molta differenza. Ai fan del regista, comunque, piacerà moltissimo.
Don Chisciotte è un personaggio che, anche solo per meriti letterari, rimanda a una tradizione che parla di sogni irrealizzabili ed epici fallimenti e tra i cineasti che si sono cimentati con l’adattamento dell’opera, dovendovi poi rinunciare, c’è anche il grande Orson Welles. Bravo Terry Gilliam per non essersi fatto travolgere dalla “maledizione” di questa consuetudine negativa e aver completato il film di cui la trama, come si capirà, è il tratto meno importante. 
L’uomo che uccise don Chisciotte è un film sui “sogni perduti” del cinema; sulla sproporzione tra gli ideali della giovinezza e i compromessi dell’età adulta; un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi. Accusando le nefandezze dei nuovi oligarchi economici – rappresentati nel film da un magnate russo che fa il bello e il cattivo tempo con gli “schiavi” di cui controlla le vite –, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo. Una battaglia incarnata dallo “spirito” del Don Chisciotte, alto ideale da trasmettersi da un uomo all’altro, da una generazione all’altra, perché sempre rimanga desto. L’unica alternativa al non barattare la propria libertà e il proprio onore – sembra mostrare il film, in una morale un po’ inconclusiva – è perdere il senno e continuare a lottare contro i mulini a vento. Almeno la dignità è salva. D’altra parte, come poetava Carducci, “tu solo, o ideal, sei vero”.
Sarebbe però ingeneroso nei confronti di Terry Gilliam trovare una “morale” in questa picaresca avventura che alla fine, comunque, attesta che l’anima di un capolavoro della letteratura può sopravvivere davvero a tutto. 

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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