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QUEEN & SLIM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/04/2020 - 21:30
Titolo Originale: Queen & Slim
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Melina Matsoukas
Sceneggiatura: Lena Waithe
Produzione: BRON Studios, 3Blackdot, De La Revolución Films, Hillman Grad, Makeready
Durata: 132
Interpreti: Daniel Kaluuya, Jodie Turner-Smith, Bokeem Woodbine

A Cleveland, nell’Ohio, un giovane e una giovane di colore chiacchierano in un bar: si sono dati un appuntamento tramite Tinder, il famoso sito di incontri e cercano di fare reciproca conoscenza. Lui si offre di accompagnarla a casa in macchina ma durante il percorso un poliziotto gli intima di fermarsi. L’uomo d’ordine ha un comportamento rude e sprezzante e dopo una serie di malintesi la situazione precipita e il poliziotto resta ucciso. I due sanno che avranno poca speranza di dimostrare la loro innocenza e decidono di fuggire spostandosi verso Est, nella speranza di trovare il modo per arrivare a Cuba. Intanto le televisioni locali trasmettono la sequenza dell’incidente (il poliziotto aveva attivato una telecamera) per invitare la popolazione a individuare i colpevoli. Ciò crea solidarietà verso i due fuggiaschi da parte della gente di colore; sono diventati i loro eroi e già li chiamano Queen e Slim…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema dei metodi violenti della polizia è affrontato in tutta la sua cruda realtà ma dal film non scaturisce alcun segno di speranza verso una soluzione pacifica ai problemi di integrazione razziale negli Stati Uniti
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente della violenza. Una intensa ed scena di incontro amoroso con nudità
Giudizio Artistico 
 
Grande maestria della regista nello sviluppare un racconto serrato ed emozionante mentre la sceneggiatura sviluppa bene il percorso intimo dei due protagonisti cheriescono a i trasformarsi per l'effetto benefico della vicinanza dell'altro
Testo Breve:

Lui e lei, afroamericani, che si sono appena conosciuti, sono in fuga lungo le strade degli Stati Uniti, accusati di aver ucciso un poliziotto. Un road movie che è soprattutto una intensa storia d’amore

La regista Melina Matsoukas, vincitrice di due Grammy Award, al suo primo lungometraggio, si è fatta le ossa nella realizzazione di videoclip musicali (è famoso Formation, di Beyonce)  e si vede. Il ritmo del film è serrato, l’economia delle sequenze è rigorosamente calibrata, non ci sono indugi compiacenti, che non sarebbero risultati adatti a un road movie dove un solo minuto di  ritardo nella fuga può risultare fatale.  

La prima sequenza è tranquilla, facciamo la conoscenza con due persone molto diverse, accomunate dal colore della pelle e dalla solitudine. Lei è una ragazza dallo spirito indipendente che si è fatta da sola, un’avvocatessa impegnata nel cercare di difendere i suoi fratelli che rischiano la pena di morte; lui è un semplice impiegato di negozio, legato alla famiglia e con una sincera fede religiosa. Poi, subito dopo il dramma. Fermati dal poliziotto, più i due cercano di chiedere perché sono stati fermati, più il poliziotto si accanisce nelle perquisizioni, fino a minacciarli con la pistola. Tutto accade velocemente e i due, che a malapena avevano iniziato a conoscersi, debbono mantenere i loro destini forzatamente uniti nel cercare di sopravvivere in un’America che ancora trova nella violenza la sbrigativa soluzione a tanti dei suoi problemi. Da questo momento il film sviluppa due movimenti paralleli, strettamente collegati. La fuga on the road, da villaggio a villaggio, che cattura l’attenzione dello spettatore desideroso di conoscere la loro prossima mossa per sopravvivere e la trasformazione progressiva che subiscono i due protagonisti, dentro di loro e fra di loro.  
Non ci troviamo di fronte a una replica di Gangster Story, dove Bonnie and Clyde avevano una euforica e spavalda furia distruttiva contro tutto e contro tutti né a una replica di Thelma e Louise, le due donne che cercavano di superare, con la loro incosciente spensieratezza, un’esistenza soffocata dalla prepotenza maschile, ma due giovani che non cercano altro che realizzare se stessi e trovare un po’ di felicità e si trovano invece  ingabbiati, per circostanze avverse, in un destino che non hanno scelto.
E’ questo l’aspetto più interessante e più vero del film, che finisce per diventare più un racconto intimo che un’action story. I due sono molto diversi come carattere e altrettanto nell’ atteggiamento nei confronti della loro negritudine. Se nella prima parte del film trascorrono il tempo a litigare perché ognuno vorrebbe affrontare la situazione in cui si trovano in modo diverso, alla fine, nella loro convivenza forzata, ognuno dei due insegna all’altro ad avere una prospettiva diversa. Sono simboliche, a questo riguardo, le loro fughe dalla tensione della fuga come sporgersi dal finestrino della macchina che corre veloce mentre si canta una canzone o provare, per lui che non c’è mai stato, a montare un cavallo, un modo per abbandonarsi alla tranquilla natura che esprime l’animale. Infine il primo ballo insieme, quando le barriere reciproche cadono e  il rapporto diventa più confidenziale. “Cosa vorrei io? –confida Queen - Voglio un uomo a cui posso far vedere i miei lati peggiori”. Da quel momento in poi l’angoscia si attenua e germoglia la felicità di essersi trovati, di sentirsi una cosa sola in un solo destino, anche se così avverso. 
Il tema del razzismo negli Stati Uniti e dell’atteggiamento violento della polizia ci viene rappresentato senza sconti e quasi senza speranza di riscatto  ma la sceneggiatrice non risolve il problema con semplicistiche interpretazioni ideologiche: riporta il problema alla coscienza del singolo. Accanto a poliziotti fanatici, ci sono anche poliziotti di buon senso e c’è anche una coppia bianca che si presta a dare rifugio ai due fuggitivi.  A fianco  di afroamericani che cercano una soluzione pacifica per i loro problemi, ci sono altri pronti alla rivoluzione e un ragazzo di colore, esaltato dal mito che si è costruito intorno alla coppia che fugge, finisce anche lui per cedere all’uso della violenza. Oltre a raccontarci una bella storia d’amore, questo film si aggiunge ai molti, anche recenti (Detroit) che ci ricordano che il tema dell’integrazione razziale non è stato ancora superato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACCONTAMI DI UN GIORNO PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/03/2020 - 22:15
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Brett Haley
Sceneggiatura: Jennifer Niven, Liz Hannah
Produzione: Echo Lake Entertainment, Mazur / Kaplan Company
Durata: 107
Interpreti: Elle Fanning, Justice Smith

Finch, un ragazzo afroamericano che frequenta l’high school, sta facendo la sua corsetta serale, quando si accorge che Violet, una compagna di scuola, si è posta pericolosamente in bilico sul parapetto del ponte sotto cui sta passando. Violet è stata traumatizzata dalla perdita dell’amata sorella morta accanto a lei in un incidente d’auto. Finch le si accosta con calma e riesce a convincerla a scendere. Il giorno dopo il professore di geografia propone ai ragazzi un compito da svolgere in coppia: descrivere due luoghi interessanti dello stato dell’Indiana, dove vivono. Fich propone a Violet di andare con lui a cercare posti insoliti. La ragazza all’inizio dice di no, vuole continuare a restare chiusa nel suo dolore, inoltre gli amici le rivelano che Finch è un po’ “schizzato” (soffre di un disturbo bipolare) ma poi, alla fine, accetta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo e una ragazza, con fragilità psichiche, si incontrano iniziano ad amarsi ma il loro rapporto non riesce a raggiungere quella fiducia e dedizione all’altro capace di curare tutte le loro ferite
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di rapporto prematrimoniale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il film beneficia della fresca interpretazione di Elle Fanning, e di paesaggi naturali molto ben fotografati ma scivola nel finale in un eccesso di letteratura e la descrizione del protagonista maschile resta incompiuta
Testo Breve:

Entrambi frequentano l’high school Lei è depressa per la morte della sorella, lui soffre di un disturbo bipolare ma si incontrano e si amano nelle loro fragilità. Un teen drama iper-romantico dove, secondo la moda degli ultimi tempi, si affronta il tema del suicidio

Quando si vuole raccontare una storia iper-romantica e commovente fra due giovani, è inevitabile che alla fine uno dei due muoia. A iniziare da Love story del 1970 (dove moriva lei) e poi oltre, fino a Colpa delle stelle del 2014 (dove moriva lui). In effetti quest’ultimo aveva iniziato un nuovo filone a cui questo Raccontami di un giorno perfetto aderisce pienamente: la solidarietà fra un lui e una lei che hanno gravi infermità, in questo caso psichiche. Lei è depressa dopo la morte della sorella e non sente più la voglia di vivere; lui alterna momenti di grande entusiasmo ad altri di completa sfiducia in se stesso durante i quali si affida a tanti sticker che appende al muro della sua camera come per non perdere il senso di cosa sta facendo e a volte scompare per qualche giorno. Pesa, sulla sua esistenza, un padre violento che ha abbandonato la famiglia.

Violet  si è chiusa nell’apatia, timorosa di cosa potrebbe succedere se tornasse a sentire emozioni, ma poi è lei la prima a beneficiare della frequentazione che si sviluppa fra i due: recupera l’attenzione verso il mondo che la circonda, ritorna a meravigliarsi e scopre che “non serve salire in cima a una montagna per sentirsi in cima al mondo” e che “ci sono posti meravigliosi anche nei giorni più bui”, dice Violet nel finale del film, dai connotati forse un po’ troppo letterari. Se Elle Fanning sostiene bene la parte della ragazza che ritrova il gusto della vita, non si può dire lo stesso di Finch, non certo per la mancanza di bravura di Justice Smith ma perché il suo personaggio non è coerente né approfondito. Perché Violet finisce per appoggiarsi all’energia di Finch e grazie alle attenzioni che riceve da lui subisce una profonda trasformazione mentre il ragazzo non trova un modo sereno di convivere con i suoi limiti? La ragione può essere trovata proprio nella filosofia di fondo che sostiene il film. Violet ha scoperto, con l’aiuto di Finch,  la bellezza della natura, del mondo che ci circonda, del saper cogliere la meraviglia, piccola  o grande, che si sprigiona in ogni singola giornata. Tutto ciò è giusto e bello ma resta una scoperta soggettiva; un approccio alla vita esistenzialista di corto respiro, privo di verità più profonde che si scoprono quando si vive con l’altro e per l’altro. Di tutt’altra forza era Colpa delle stelle, dove i due ragazzi, proprio nell’amore reciproco e nell’aiuto portato agli altri trovano un senso pieno nei giorni che restano loro da vivere. La debolezza del film, ricavato dal best-seller All the Bright Places di Jennifer Niven che è anche sceneggiatrice, sta proprio in quel rapporto amoroso che inizia ma non si salda, nell’incomprensione da parte di Violet (e anche nostra, perché non è ben descritto) di quel misterioso male di cui soffre Finch.

Il film è disponibile sulla rete Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PAOLO, APOSTOLO DI CRISTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/26/2020 - 13:04
 
Titolo Originale: Paul, Apostle of Christ
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Terence Berden Andrew Hyatt
Produzione: Affirm Films ODB Films
Durata: 108
Interpreti: James Faulkner, Jim Caviezel, Olivier Martinez, John Lynch,Joanne Whalley

Dopo l’incendio di Roma del 64, iniziano violente  persecuzioni contro i cristiani, ritenuti da Nerone responsabili dell’incendio.  Paolo viene arrestato. Il resto della comunità cristiana, guidata da Aquila e Priscilla, è riuscita a trovare un rifugio sicuro ma è indecisa se restare o lasciare Roma.  Luca arriva a Roma e riesce a incontrare Paolo:  la testimonianza dell’apostolo è indispensabile perché possa riuscire a  completare  Gli Atti degli apostoli, il racconto delle vicende dei primi cristiani dopo la morte di Gesù. Il capo delle guardie, il prefetto Mauritius sa, che il prigioniero Paolo è solo un capro espiatorio scelto da Nerone ma è ligio al dovere e tratta Paolo con la dovuta durezza. Ma Mauritius ha una pena nel cuore: sua figlia sta morendo e anche se Luca, su segnalazione di Paolo, si è offerto di aiutarlo, non vuole tradire gli dei di Roma...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ci mostra la forte fede di Paolo, Luca e dei primi cristiani, sereni di fronte al martirio ma anche come, fin dai primi tempi, si formavano dei gruppi dissidenti, pronti a imbracciare le armi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente di pestaggi sanguinosi e torture nei confronti dei cristiani
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt conferma il suo stile di un racconto intimista e claustrofobico che pone in rilievo i momenti di riflessione del grande apostolo ma la sceneggiatura soffre di alcune incoerenze
Testo Breve:

Paolo al carcere Mamertino , riceve le visite di Luca che sta scrivendo gli Atti degli Apostoli. Le riflessioni di Paolo prima della morte, in un film intimista non per tutti i palati

Paolo e Luca condividono la stessa cella. E’ il momento dei ricordi, di quando Luca aveva raggiunto Paolo a Roma quando si trovava agli arresti domiciliari. “La tua fermezza mi ha dato la forza di continuare in molte di quelle notti fredde e tristi” , commenta Paolo ma ricorda anche le terribili canzoni che cantava Luca prima di addormetarsi e di Pietro che russava. Paolo insiste: “Ringrazio Dio per averti messo nella mia vita: non so cosa avrei fatto  senza di te” e Luca ironico, rinfacciandogli le sue doti di dottore: “saresti morto di malaria e di emorragia”. Questo colloquio confidenziale e molto umano, rivela alcune scelte fatte dall’autore nel ricostruire gli ultimi anni dell’apostolo: Luca risulta una figura importante, almeno tanto quanto Paolo; mentre Paolo invece  è visto, nella sua vecchiaia, come una persona umile, saggia e profonda  ma ormai priva del carisma della guida. Se abbiamo conosciuto  Paolo, attraverso le sue lettere, per la sua fede incrollabile nel mandato ricevuto, qui appare molto più riflessivo e quando la comunità cristiana di Roma  gli chiede consiglio per decidere  se restare o lasciare la città, lui non ha altro da rispondere che: ”agite secondo coscienza”.

Le riflessioni che esprime in colloquio con  Luca o davanti agli aguzzini che lo interrogano, sono spesso frasi ricavati dalle sue lettere. E’ presente il famoso inno alla caritàdella Prima lettera ai Corinzi, usata molto spesso nella liturgia dei matrimoni,  mentre dalla seconda lettera a Timoteo vengono ripresi molti brani, incluso quella che prospetta la conclusione della propria vita terrena: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ogni racconto filmico che si appoggia su fatti realmente accaduti mescola quasi sempre personaggi e situazioni inventate (in questo caso il prefetto Mauritius,  Aquila e Priscilla come capi della comunità cristiana a Roma) con realtà storiche ricavate dai documenti di cui disponiamo ma in questo caso è proprio la miscela che non funziona. Sono presenti alcune disarmonieò illogicità narrative, , come quando un manipolo di cristiani non ortodossi assalta la prigione per liberare Paolo uccidendo due guardie e il prefetto Mauritius,invece di adirarsi per la morte di due suoi uomini, inizia a disquisire con lui su cosa sia la verità. Anche dopo, quando Luca e Paolo sono stati liberati perché Luca è riuscito a guarire la figlia del prefetto e  sono ospiti della sua villa, passeggiano nel giardino discorrendo serenamente sugli Atti degli Apostoli di prossima pubblicazione, trascurando il fatto che se loro sono vivi, tanti loro fratelli sono morti poco prima nell’arena. “Vivere è Cristo, morire è un guadagno”: riflette Paolo “Questa mi piace” ossserva Luca. “Allora scrivila” suggerisce Paolo. E’ come se lo sforzo dell’autore  Andrew Hyatt, che pur aveva dato buona prova di se’ in  Piena di Grazia , sugli ultimi anni di Maria, non abbia avuto come impegno primario quello di farci conoscere lo spirito e l’anima di Paolo ma abbia selezionato un frammento della sua vita, già vecchio e bisognoso dell’aiuto degli altri e abbia pensato di rendercelo più vicino umanizzandolo al massimo, inclusi alcuni dettagli sulla  stesura del libro di Luca.

Il film svolge un lavoro più che dignitoso nel presentarci situazioni verosimili anche se non confermate dai dati a disposizione (la presenza di Aquila e Priscilla a Roma, l’arrivo di Paolo a Roma per la stesura del libro degli Atti, le due prigionie di Paolo) ma ciò che desta maggiore perplessità è l’assenza di Pietro in questo film, mentre avrebbe dovuto condividere la prigionia di Paolo.

Interessante notare che  il film è stato prodotto dalla  Affirm Film (Fireproof, Courageous,War Room, Risorto) e questo lavoro si può a tutti gli effetti inquadrare come Christian Film, attualmente disponibile sulla piattaforma NETFLIX ma reperibile anche nella versione DVD.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA BANDA SUONA IL POP

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/23/2020 - 21:26
Titolo Originale: La mia banda suona il pop
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Edoardo Falcone, Alessandro Bardani
Produzione: Casanova Multimedia
Durata: 95
Interpreti: Christian De Sica, Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Diego Abatantuono,• Natasha Stefanenko

I POPCORN sono un gruppo musicale che ha avuto un suo fugace momento di gloria negli anni ’80. Caduti nell’oblio, Il frontman Tony (Christian De Sica) ora suona e canta per i matrimoni, Micky (Angela Finocchiaro), l’unica donna del gruppo, conduce un programma di cucina ma ha il vizio di alzare troppo il gomito; Lucky (Massimo Ghini) gestisce il negozio di ferramenta della moglie e infine Jerry (Paolo Rossi) raccoglie, suonando, qualche moneta sotto il Colosseo. Un giorno Franco (Diego Abatantuono), il vecchio manager della band, dà loro una lieta notizia: Ivanov un magnate russo, vuole che i Popocorn, di cui è un nostalgico appassionato, suonino nella sua casa a San Pietroburgo in occasione del suo compleanno. I quattro recuperano i vestiti di scena di un tempo e partono felici per questa promettente avventura. Non sanno che Franco si è accordato con Olga, sua vecchia conoscenza e ora capo della sicurezza del magnate, per svaligiare, durante la festa, il caveaux della villa….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro cantanti in bancarotta si trasformano in ladri alla prima occasione di un loro rilancio nel mondo dello spettacolo
Pubblico 
Adolescenti
Molte batture e allusioni volgari
Giudizio Artistico 
 
Una scrittura con poca originalità e dialoghi che si ripetono. Buona la costruzione della nostalgia per gli anni ‘80
Testo Breve:

I componenti di un complesso musicale, un tempo famosi negli anni ’80, ora ridotti sul lastrico, ritornano in auge grazie a un magnate russo che li ha sempre apprezzati. Comicità e thriller insieme non bastano a fare un buon film

I Popcorn sono appena entrati nella sontuosa villa del magnate russo. Questi li accoglie con tutto il suo staff. “La mia casa è la vostra casa!”: esclama. “Magari!”: dice sottovoce Tony. “Vi presento –continua il padrone di casa indicando tre belle donne accanto a lui - la mia prima moglie Katiusha, mia moglie Natasha mentre lei è la mia bellissima amante”. “Bagascia?”: domanda Tony. “No, si chiama Erina”: risponde Ivanov che non ha compreso la battuta. “Avrei detto anch’io bagascia…” incalza perplesso Franco. Con battutacce di questo genere e altre più volgari e dirette è infarcito questo film e ci stupiamo, perché pensavamo che il tempo dei cinepanettoni, della comicità pecoreccia a zero cultura, fosse ormai terminato. Peccato, perché alcune premesse erano buone: attori comici con alta professionalità, alcune canzoni scritte apposta per il film da Bruno Zambrini (Non son degno di te, La fisarmonica e La bambola) che imitano molto bene le hit di quel tempo e in generale la nostalgia degli anni ’80 che ci viene trasmessa in modo particolarmente contagioso. Il punto debole è la sceneggiatura: questi vecchi cantanti recuperati per l’occasione dovrebbero far ridere ma invece risultano patetici, con battute interminabili su chi sia andato a letto con la disinvolta Micky e chi no. Si sviluppa poi la componente thriller del racconto ma questa risulta giustapposta e non integrata nel resto della trama che continua a giocare con le caratterizzazioni bloccate dei personaggi e dai continui battibecchi fra di loro. Quando Franco rivela ai quattro Popcorn il piano per svaligiare la cassaforte del ricco magnate, forse, qualcuno della banda avrebbe potuto sentire un po’ di rimorso, visto che proprio grazie a questo signore russo erano tornati a percepire l’ebbrezza del successo (incluso un lauto cachet) ma questo non avviene, e alla fine sono proprio i russi a esser seriamente presi in giro, non solo perché si fanno rapinare (facilmente) ma perché appaiono dei sempliciotti con non molta cultura, ancora legati alle canzoni italiane degli anni ’80.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMICA GENIALE (Stagione 2)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/19/2020 - 21:15
Titolo Originale: L'amica geniale
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Saverio Costanzo, Alba Rohrwacher
Sceneggiatura: Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo
Produzione: Wildside, Fandango, Umedia, The Apartment (stagione 2), Mowe (stagione 2), Rai Fiction, HBO
Durata: 10 puntate di 50' su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Gaia Girace, Margherita Mazzucco, Alessio Gallo, Giovanni Amura, Christian Giroso

Un borgo di Napoli, anni ’60. Lila e Lenù hanno ormai diciassette anni e Lila è diventata la signora Carracci. Durante il viaggio di nozze ad Amalfi organizzato senza badare a spese da suo marito Stefano, le cose non vanno affatto come dovrebbero. Lila, che si è sentita tradita dopo che ha saputo che suo marito ha trovato un accordo di convenianza con i Solara, gli rifiuta la prima notte di nozze provocando la violenta reazione del marito. Lenù, che si sente in perenne competizione con l’amica, vuole anche lei emanciparsi e si concede ad Antonio che è sinceramente innamorato di lei e vorrebbe sposarla. Anche Lenù inizia a pensare, come Lila, che occorre trovare una soluzione pratica per la propria vita e che non val la pena impegnarsi nello studio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Le due ragazze che crescono sono impegnate sopratutto a realizzare se stesse e se cercano di reagire a un ambiente che li vede solo come corpi, loro reagiscono proprio usando i loro corpi, Lila in preda a un feroce spirito di vendetta, e anche Lenù si comporta immoralmente, divorata dalla sua ansia di competizione nei confronti dell'amica
Pubblico 
Sconsigliato
Alcune scene forti di litigi e violenze familiari. Squallido comportamento delle due protagoniste
Giudizio Artistico 
 
La regia segue con sensibilità la solida scrittura su cui si appoggia e sia le due protagoniste che il casting di contorno sono pienamente nella parte
Testo Breve:

Anche nella seconda stagione le due protagoniste cercano di emergere dal contesto degradato in cui vivono e dal maschilismo a cui sono soggette ma finiscono per impiegare gli stessi metodi che intendono condannare, divorate una, da  spirito di vendetta, l'altra dall'ansia di  competere con l'amica/nemica

Dopo il successo della prima, arriva la seconda stagione della serie televisiva ricavata dall’omonima quadrilogia di Elena Ferrante. Un successo pienamente confermato: i sei milioni e 854 mila spettatori alla prima serata corrispondono al 29,3% dello share.

L’asse portante del racconto, la componente più originale, è il continuo confronto fra le due ragazze Lila e Lenù, così diverse, in perenne competizione fra loro ma alleate nella loro estraneità al mondo in cui si trovano a vivere. E’ proprio questo “mondo” apparentente limitato a svolgere la sola funzione di sfondo, che è invece determinante per la storia. Quello che è ufficialmente un rione di Napoli è in realtà un “non luogo” chiuso in se stesso, ricostruito in studio (in modo abbastanza evidente) dove circolano molte macchine d’epoca, uomini che tirano carretti, ma non si vede mai, fra la folla, un carabiniere, un sacerdote nè viene colta, fra la gente, la presenza di qualche pia devozione che invece era ancora viva nell’immediato dopoguerra (come ci ricordano tanti film del neorealismo o della commedia italiana di quegli anni).  Quel rione diventa quindi una sorta di villaggio del Far West, sperduto nella prateria, dove, liberi da qualsiasi sovrastruttura statale o religiosa, gli uomini si organizzano per clan che hanno il potere di dare o togliere il lavoro e commettere tutti i soprusi che a loro aggradano.

Le due ragazze vogliono contrastare questa realtà di cui colgono tutte le ingiustizie che genera, soprattutto nei confronti delle donne ma mancano di principi solidi a cui appoggiarsi (il serial sottolinea la supina adesione alle logiche dei clan delle loro famiglie). Non ci sono eroi in questo far west, non c’è un prode sceriffo che a mezzogiorno affronta i cattivi o un cavallere solitario che viene a ripristinare la giustizia. Né Lila né Lenù sono una santa Rita da Cascia che riesca a perdonare e a conciliare le parti avverse: sono anche loro impastate di quello stesso tessuto sociale che vorrebbero contrastare e finiscono per reagire in modo maldestro quanto sterile (ameno nelle prime puntate) finendo per comportarsi in quello stesso modo che biasimano negli altri.

La ribellione che Lenù sviluppa nei confronti di suo marito, reo di essersi alleato con i Solara, è motivata dalla sua incomprensione della logica dei clan, che si contrastano e si alleano solo in base a criteri di convenienza (la stessa Lila confessa: “in fondo, fra Marcello e Stefano, che differenza c’è?) e sarà poi lei stessa a sfruttare la sua condizione di moglie Carracci per chiedere ai Solara un favore per la sua amica. Anche Lenù, che a differenza di Lila, non contrasta ma scivola sulla realtà come un’anguilla, mostra di non comprendere i meccanismi della società da cui vorrebbe liberarsi. Accetta, sia pur di malavoglia, che Lila interceda presso i Solara in modo che Antonio non sia chiamato al servizio militare e non si accorge del danno che sta arrecando: Antonio perderà la faccia se si verrà a scoprire che è stato chiesta per lui l’intercessione dei Solara. In fondo, la decisione di Lenù di concedersi ad Antonio (forse l’unica persona onesta, tutta di un pezzo, del serial) non è forse anche da parte sua un modo di sfruttare gli altri (Antonio è sinceramente innamorato di lei) solo per poter dire a Lila “anch’io sono diventata donna, non riuscirai a lasciarmi indietro”?.

La stagione due sembra attribuire alle due ragazze una forma di proto-femminismo: Lenù, osserva, in una lunga sequenza, i volti in strada di donne che badano ai loro figli, che vendono al mercato, e comprende la posizione di Lila: "Non voleva diventare come le nostre madri, le vicine di casa, le parenti che parevano aver perso i connotati femminili. Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, a cui finivano per assomigliare. Cominciava con le gradivanze questa trasformazione, con il lavoro domestico, con le mazzate. Dal viso delicato di Lila sarebbe schizzato fuori suo padre e dal mio corpo sarebbero emersi i miei genitori”. Si tratta, in realtà, di un femminismo che partendo da motivazioni serie si trasforma in ideologia, non lontana da una forma di maschiofobia, che rinnega le stesse basi della femminilità: il potere di generare un figlio. Lila, più che una proto-femminista, ha tutte le caratteristiche di un mostro: un mostro che lei stessa ha creato nella sua sterile lotta contro tutti, non ha altra arma da usare che negare se stessa. Di fronte alle continue pretese del marito, finisce per commentare: “a me, solo l’idea di rimanere incinta mi fa schifo!  E quando, una volta rimasta realmente incinta, subisce un aborto spontaneo, proclama la novità, tutta felice.

C’è un ultimo tema da affrontare: come era già accaduto nella prima stagione, ci sono delle sequenze forti di violenza sulle donne. Anche nella nuova stagione la Rai, che rende disponibile il serial su Raiplay, senza segnalare nulla, mentre in tutti gli altri paesi (per ora abbiamo informazioni sulla prima stagione) la serie è stata preceduta da un divieto che oscilla da 10 a 16 anni nei vari paesi europei e americani (arriva a VM17 in USA perché l’atto di violenza su Lenù alla fine della prima stagione è stato trasmesso in forma integrale).

Il serial beneficia di una solida scrittura, di una regia molto attenta all’evoluzione psicologica dei personaggi e all’ottima interpretazione delle due protagoniste, senza contare la riuscita operazione di casting per ricostruire i volti di una Napoli anni ’50.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI ANNI PIU' BELLI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/19/2020 - 15:30
Titolo Originale: Gli anni più belli
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: Lotus Production, Rai Cinema, 3 Marys Entertainment
Durata: 129
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Emma Marrone, Nicoletta Romanoff

Nel 1982, quattro ragazzi romani hanno sedici anni, diventano grandi amici, trascorrendo assieme giornate un po’ folli e continueranno a incontrarsi periodicamente anche nei successivi quarant’anni. Riccardo, dopo aver partecipato con passione alla contestazione studentesca, cerca di sfondare prima nel mondo del giornalismo e poi nella politica, senza grandi successi; Giulio riesce a riscattarsi da una vita vissuta nella povertà diventando un avvocato di grido, sfruttando a proprio vantaggio il ciclone tangentopoli. Paolo, appassionato di lettere, desidera solo diventare un bravo insegnante di liceo ma deve trascorrere lunghi anni nel precariato. Infine Gemma che si innamora, ricambiata, di Paolo ma, rimasta orfana, è costretta a trasferirsi a Napoli da una sua zia. Paolo e Gemma imboccheranno strade diverse ma resterà sempre nel loro cuore la purezza di quel primo amore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro amici molto fragili si fanno trascinare dal flusso della vita commettendo molti errori, incapaci di coltivare impegni sentimentali duraturi e ritrovandosi fra le mani, alla fine, quasi loro malgrado, due soli valori: l’amicizia fra di loro e l’amore verso i figli
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scene sensuali con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Gabriele Muccino si conferma un ottimo ritrattista di personaggi appassionati e sregolati e guida lsenza stanchezze la dinamica della narrazione
Testo Breve:

La storia di quattro amici romani che si svolge in parallelo a quarant’anni di vicende italiane. Passioni e melanconie raccontate e recitate con grande bravura

Ne L’ultimo bacio i protagonisti erano dei trentenni; in Baciami ancora avevamo ritrovato gli stessi personaggi ma ormai quarantenni; ora, in questo Gli anni più belli, questi cinquantenni di oggi che ricordano quando avevano sedici anni all’inizio degli anni ’80, sono anche loro tutti irrimediabilmente mucciniani. Essere antropologicamente dei mucciniani vuol dire essere pietre rotolanti. Rotolano durante l’adolescenza, là dove li porta la golosità urlata e incontrollata delle loro passioni. Ormai adulti, uomini e donne, inseguono un sogno che non si realizza mai oppure lavorano con tenacia al proprio successo ma scelgono sempre di rotolare dove li porta la convenienza del momento, pronti anche ad abbandonare persone a cui avevano promesso amore duraturo.

Non ci sono principi a cui non venir mai meno, non ci sono progetti grandiosi da perseguire, ma solo la ricerca personalissima di singoli momenti di felicità. Si tratta di antieroi verso i quali Muccino ha una particolare predilezione e che solo lui riesce a raccontare così bene, nella loro fragilità così umana. Se poi riescono a conservare la loro amicizia, fra continui abbandoni e riprese o recuperare l’affetto dei loro figli nonostante la loro cronica incostanza, sembra che tutto avvenga ancora una volta perché il mondo continua a girare su se stesso, e  si finisce sempre per incontrarsi di nuovo, più che per effetto di una ferma determinazione.
Per fortuna anche in questo film  Muccino ha imbastito un abile controcanto: la figura di Paolo. Paolo ama la letteratura, ama trasmettere ai suoi alunni le verità racchiuse nei classici, sa aspettare con pazienza la nomina a professore di ruolo; se ha dichiarato di amare Gemma è perché lo sente davvero come l’amore di  tutta la sua vita ma anche se vorrebbe andare ad abitare con Gemma, resta nella casa della madre per prendersi cura di lei, gravemente malata. Questa gemma di valori umani, al maschile, contrasta con le figure femminili, che Muccino tratta amorevolmente ma non certo stimandole. Sia il personaggio di Gemma, sia quello di Anna, non seguono altra regola se non quella della convenienza economica, pronte a lasciare l’amato e il marito appena si profila un’opportunità più solida. La figura di Gemma, pur magnificamente interpretata Micaela Ramazzotti, soffre inoltre di una scrittura incompiuta e si fa fatica a seguirla nella sue continue metamorfosi, dalla ricerca dell’amore appassionato a quello prezzolato.

Il film dura più di due ore e forse mette troppa carne al fuoco (sullo sfondo seguiamo la storia degli ultimi quarant’anni d’Italia) ma Muccino resta molto bravo nel raccontarci le emozioni i dolori, le rabbie  le allegrie dei protagonisti con un ritmo narrativo estremamente fluido.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FRESHMAN YEAR

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/12/2020 - 22:27
 
Titolo Originale: The Freshman Year
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jude Okwudiafor Johnson
Sceneggiatura: Jude Okwudiafor Johnson, Toby Osborne
Produzione: Anchor Media Studios, Jude Johnson Productions
Durata: 105
Interpreti: Diallo Thompson, Natalia Dominguez, Benjamin Onyango, Gregory Alan Williams

CJ è un bravo ragazzo afroamericano che ha terminato l’high school con pieni voti, nutre una grande ammirazione per suo padre, un pastore protestante e ha sempre condotto una vita semplice e morigerata, alimentato dalla lettura della Bibbia. Al suo primo anno di università conosce Marcella, di origini ispaniche, la prima della sua semplice famiglia che riesce ad andare al college. Fra di loro si stabilisce una forte intesa e durante i festeggiamenti per la vincita della squadra di basket per la quale gioca, CJ finisce per bene alcolici per la prima volta nella vita e un po’ alticcio, viene aiutato da Marcella. Qualche tempo dopo, Marcella scopre di esser rimasta incinta. Suo fratello maggiore è molto contrariato (il padre è morto da tempo) perché tutti gli sforzi della famiglia per farla studiare rischiano di sfumare e propone l’aborto. Anche la famiglia di DJ resta turbata: che si dirà di un pastore che non riesce a dare la giusta educazione a suo figlio?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Può una vita condotta irreprensibilmente con la preghiera e la lettura della Bibbia consentire di affrontare situazioni difficili? La risposta è si ma solo se abbinata a un sincero senso di umiltà, ponendosi sempre al servizio degli altri
Pubblico 
Adolescenti
Per le tematiche trattate
Giudizio Artistico 
 
Il film sembra muoversi inizialmente in modo eccessivamente scolastico ma poi è la forza stessa degli eventi, improntati a elevato realismo, che porta avanti la storia, nonostante recitazioni non eccezionali
Testo Breve:

Il figlio di un pastore, educato troppo nella bambagia, finisce per comportarsi irresponsabilmente al primo anno di università. Un buon esempio di come la fede sia un sostegno indispensabile per affrontare  situazioni difficili, privilegiando la solidarietà

Il pastore e sua moglie si ritrovano da soli, in camera da letto, dopo che il figlio ha rivelato loro la sconvolgente novità.  “Quello che è fatto, è fatto, certe cose capitano”: afferma la madre, per fermare le lamentele del marito che continua a rimuginare su ciò che è accaduto. Marito e moglie si trovano di fronte a un serio pericolo  nei confronti del quale si sentono impotenti: l’ipotesi che Marcella con i suoi familiari voglia ricorrere all’aborto. Anche il proporre ai ragazzi di sposarsi non è una buona soluzione: il matrimonio è amore “finchè morte non ci separi”, non deve essere una costrizione. La conclusione dei coniugi è una: ormai DJ si deve considerare grande e responsabile della propria vita e loro dovranno dargli il massimo supporto possibile,  morale e materiale per aiutarlo nel processo decisionale. Si tratta del colloquio decisivo di tutto il film. Il pastore e sua moglie da quel momento metteranno da parte ogni recriminazione sul passato e aiuteranno Dj e Marcella a trovare tutta la serenità necessaria per reimpostare la propria vita in modo coerente con l’attesa di un figlio. Alla fine DJ, se è stato impulsivo una volta, riuscirà a mettere a frutto la sua fede in un Dio che non abbandona nessuno e anche Marcella, educata alla fede cattolica, recupererà il vivo senso dell’amore per la vita che nasce.

In base alle scritte poste alla fine del film, il racconto fa riferimento a fatti realmente accaduti e in effetti è caratterizzato da elevato realismo. La storia è in fondo una lezione di sano prammatismo a cui ogni buona intenzione o principio assoluto si deve piegare per dare comunque e sempre la priorità ai valori che scaturiscono dall’affetto familiare e dalla solidarietà. Il pastore viveva di una vita alimentata da meditazioni ispirate dalla Bibbia ma dopo la bruciante delusione di un figlio che perde il controllo appena uscito dalla casa paterna, un ambiente forse troppo protettivo, sa come comportarsi: impegnandosi a ricostruire la compattezza della famiglia per affrontare nel modo migliore possibile la nuova situazione. Senza che nessuno resti isolato ma anzi, in modo che i due giovani ritrovino le loro energie spirituali necessarie per gestire al meglio le trasformazioni che subiranno le loro vite.

Questo christian film è disponibile in streaming sul sito www.christiancinema.com  in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OFFLINE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/08/2020 - 19:52
 
Titolo Originale: Offline
Paese: BRASILE
Anno: 2020
Regia: César Rodrigues
Sceneggiatura: Renato Fagundes, Alice Name-Bomtempo, Alberto Bremer, Jonathan Davis
Produzione: A Fábrica
Durata: 95
Interpreti: Larissa Manoela, André Frambach, Erasmo Carlos

Ana è una giovane influencer di successo. Le sue apparizioni su Instagram, i suoi stessi “fidanzati” sono concordati con la casa di moda per la quale lavora. A causa dei troppi incidenti provocati per colpa del suo vizio di parlare al telefono mentre guida, gli viene ingiunto di non usare più il cellulare e di passare un periodo con il nonno Germano, che abita fra le montagne, dove non c’è campo. All’inizio Ana mal si adatta alla vita semplice di campagna ma grazie all’aiuto del nonno e di João,un simpatico ragazzo che ha conosciuto, riesce anche a trovare l’ispirazione per mettersi a disegnare lei stessa dei modelli...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film attribuisce grande valore alla coesione familiare, dove viene amorevolmete corretto chi commette degli eccessi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La protagonista Larissa Manoela e il “nonno” Erasmo Carlos conferiscono al racconto il giusto brio intorno a una storia edificante facilmente prevedibile
Testo Breve:

Una influencer affermata usa continuamente il telefonino anche quando guida e per punizione viene spedita per qualche tempo a casa del nonno in montagna, dove non c’è campo. Un recupero forzato della verità sui rapporti umani e familiari

Cosa succederebbe se un’influencer fosse costretta a vivere senza Internet? Solo apparentemente è un tema al limite e quindi poco interessante perché riguarda tutti noi che non sappiamo più vivere senza una connessione in rete disponibile tutto il giorno ed è questo il problema che affronta questo film brasiliano, disponibile su Netflix. Bisogna riconoscere che il messaggio universale della favola di Esopo del topo di città e del topo di campagna ha una piena validità anche oggi, se consideriamo il numero di fiction e di serial TV che puntano ancora il dito contro la sofisticata complessità della società moderna, da contrapporre alla semplice vita delle piccole comunità: ricetta ideale per tornare ad essere più umani e per coltivare gli affetti familiari. Lo avevamo viso in Quando chiama il cuore (When calls the Heart) dove una ricca ereditiera scopre la bellezza di insegnare ai ragazzi di uno sperduto centro di minatori, oppure In Falling in Love – Ristrutturazione con Amore, dove una giovane architetta abbandona l’ambiente falso e competitivo di Los Angeles per trovare ispirazione e amore in un paesino della Nuova Zelanda. Ora con questo film brasiliamo siamo pienamente immersi in un mondo, espressione di perfetta e attualissima artificosità: le false vite delle influencer della moda, che fingono di esibire una loro ordinaria quotidianità, quando invece tutto è costruito ad arte per il sollazzo degli ingenui internauti. La protagonista Ana, pur avendo 19 anni, benificia di lucrosi guadagni non facendo altro che scattare selfie con sorrisi smaglianti, seguendo il copione che gli viene preparato dalla direttrice della casa di moda per cui lavora. Il problema, per Ana, non è quello di svolgere un lavoro come un altro, ma di annullare la propria personalità finendo per immedesimarsi in quell’avatar che sta impersonando davanti al cellulare. Ben venga quindi la punizione di recarsi sulle montagne, dove ancora vive suo nonno, ma sopratutto dove non c’è campo per i cellulari. In questo contesto chiuso ma vero, Ana fa riaffiorare il suo carattere solare e comunicativo. Non deve parlare più a persone che non vede ma un nonno che non vedeva da tanto tempo e a una simpatica famiglia con tre fratelli, uno dei quali, João, le appare particolarmente attraente. In questo contesto tranquillo Ana trova modo di recuperare la sua personalità più genuina e riscoprire la sua vocazione di creatrice di moda. La commedia prosegue con nuove e più complesse difficoltà ma verranno tutte affrontate grazie alla ritrovata unità di tutta la famiglia di Ana. Complessivamente ci troviamo di fronte a un’opera che trasmette messaggi positivi a favore dell’unità della famiglia, che è in grado di sostenere chi ha sbagliato e dove tutti i componenti sono pronti, quando è necessario, a chiedere perdono. Il film non attacca frontalmente i nuovi fenomeni sociali, come quello che ruota intorno agli influencer ma cerca di ricollocarlo all’interno di un più fermo codice etico, impostato sull verità e l’onestà. La fattura del film è tipica di un lavoro in classe B ma la protagonista, Larissa Manoela, riesce a trasferire una energia e un entusiasmo contagiosi.

Il film è disponibile su Netflix in lingua italiana

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DIRITTO DI OPPORSI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/04/2020 - 21:19
 
Titolo Originale: Just Mercy
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Destin Daniel Cretton
Sceneggiatura: Destin Daniel Cretton, Andrew Lanham
Produzione: Endeavour Content, One Community, Participant Media, Macro Media, Gil Netter Productions, Outlier Society
Durata: 136
Interpreti: Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Blake Nelson

Alabama, anni ’90. Bryan Stevenson è un giovane avvocato afroamericano laureato ad Harward che si assume l’onere di riaprire pro bono il caso di un’altro afroamericano, Walter McMillian, accusato ingiustamente di aver ucciso una ragazza bianca e condannato alla sedia elettrica. Le sue indagini sono ostacolate in tutti i modi, perché è un avvocato di colore ma anche perché, nel ricostruire i fatti accaduti, Bryan sta scoprendo gravi responsabilità da parte della polizia locale...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film evidenzia il valore della giustizia e dell’onestà e sottolinea come nessuno può essere condannato per sempre
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene sulla esecuzione di un condannato alla sedia elettrica possono impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima prestazione di Jamie Foxx; la regia ci guida magistralmente verso scene di grande impatto emotivo ma il resto dello sviluppo è per lo più calmo e meditativo
Testo Breve:

Un giovane avvocato di colore decide di occuparsi del caso di un condannato a morte. Un lungo cammino per superare pregiudizi, soprusi, umiliazioni. Una appassionante storia vera

Nel braccio della morte, nel carcere di Montgomery in Alabama, ci sono tre condannati in celle contigue. Forse non si sono mai visti ma sono abituati a chiacchierare ad alta voce fra di loro, confidando momenti di tristezza ma anche di allegria. Per uno di loro, Herbert Richardson, è arrivato il giorno dell’esecuzione. Il condannato si dispera, si pente di aver messo in un ufficio una bomba che ha ucciso una donna (vetrerano della guerra del Vietnam, era tornato a casa fortemente esaurito) ma non si rassegna a  morire. Walter, suo vicino di cella, lo invita a respirare profondamente e a immaginare di trovarsi libero fra gli alberi di una foresta. Le guardie prelevano il condannato, lo imprigionano alla sedia, per quella terribile tortura che è morire bruciati vivi. Tutti i carcerati della prigione sbattono rumorosamente le loro  scodelle contro le sbarre della cella, in segno di solidarietà. Ma il poliziotto abbassa la leva che attiva la corrente. Il diritto di opporsi è un legal thriller e come tale ci fa entrare in molti dettagli  che riguardano le indagini condotte dall’avvocato Bryan e ci fa partecipare alle sedute dei processi che furono istituiti per cercare di scagionare Walter da una colpa mai commessa ma il cuore pulsante del film sta proprio nel dettaglio con cui riesce a raccontarci la vita in cella di chi è stato condannato a morte da un tribunale bianco, che oscilla fra  una rassegnata sfiducia e la  scintilla di una debole speranza, non avendo nient’altro che la solidarietà con gli  altri condannati.

I fatti narrati sono realmente accaduti. Il film è stato ricavato dal libro: Just Mercy. A story of Justice And Redemption dell’avvocato Bryan Stevenson , fondatore dell’organizzazione Equal Justice Initiative, per l’assistenza ai condannati a morte. Il film ci mostra come, ancora negli anni ’90, proprio nella città di Monroeville,  Alabama, il luogo in cui Harper Lee ha ambientato  Il buio oltre la siepe, i pregiudizi razziali non  erano affatto spenti. L’uccisione di una ragazza di 18 anni, nel 1987, aveva portato la polizia locale, per calmare l’opinione pubblica, a imbastire frettolosamente un capo di accusa nei confronti dell’afro-americano Walter, malvisto perchè viveva di un lavoro autonomo e aveva osato avere una relazione con una donna bianca. Lo stesso avvocato Bryan, forse uno dei primi avvocati di colore a operare in Alabama, nel portare  avanti  le sue indagini, viene sottoposto dalla polizia locale a continue intimidazioni e umiliazioni.

Il film ha un andamento che potremmo definire “riflessivo”: a momenti di azione si alternano altri dove i protagonisti meditano  sull’accaduto. Lo sviluppo è obiettivamente lungo (136 minuti) ma i fatti narrati sono realmente accaduti e anche noi finiamo per partecipare alla complessità di un iter giudiziario che passa attraverso vari gradi di giudizio. Jamie Foxx, nella parte del condannato Walter, esprime in modo eccelso i suoi passaggi dalla disillusione più cupa alla fioca speranza di un futuro risolto, mentre Michael B. Jordan, nella parte dell’avvocato Bryan, che abbiamo conosciuto come il risoluto Black Panter appare un po’ ingessato e tranquillo ma in realtà interpreta un personaggio che ha scelto la correttezza dei modi e la gentilezza interpersonale come strumento per combattere la sua battaglia sui pregiudizi. Alcuni critici hanno accusato il film di essersi posto solo dalla parte dei “buoni”, senza sviluppare la psicologia dei “cattivi”. Ciò è in parte vero ma il film è proprio verso i “cattivi” che mostra la maggiore efficacia. Di fronte al carcerato e falso testimone Myers  e di fronte al procuratore generale, suo avversario, Bryan, con molta calma, ricorda che il valore della giustizia ci sovrasta; all’uno con la possibiltà di riscattarsi dopo una vita sbagliata, all’altro con la necessità di uscire dal guscio protettivo della propria dignità. Non ci sono più cattivi ma persone che possono sbagliare e sempre riscattarsi. Just Mercy, appunto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MESSIAH (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/01/2020 - 16:34
Titolo Originale: Messiah
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: James McTeigue, Kate Woods
Sceneggiatura: Michael Petroni
Produzione: Industry Entertainment, Lightworkers Media
Durata: 10 puntate su Netflix
Interpreti: Michelle Monaghan, Mehdi Dehbi, John Ortiz, Tomer Sisley, Melinda Page Hamilton

Nel 2019 l’Isis ha ripreso potere e si appresta a occupare Damasco. La popolazione è terrorizzata ma un giovane predicatore sostiene che non hanno nulla da temere e che la città sarà salva, per volere di Dio. In effetti si forma subito dopo una tempesta di sabbia che tiene bloccate le forze dell’Isis per lungo tempo finché decidono di ritirarsi . Molte persone si convincono di trovarsi di fronte a un nuovo messia e duemila di loro, profughi palestinesi, lo seguono fino al confine con Israele, chiedendo di poter entrare in quella che considerano anche la loro terra. Tempo dopo troviamo il messia nel Texas dove riesce a salvare il pastore Felix, sua moglie e sua figlia da un terribile tornado e l’unico edificio a restare in piedi è proprio la sua chiesa. Anche negli U.S.A. grazie alle notizie apparse sui giornali e alla televisione, si diffonde l’idea che ci si trovi di fronte a un nuovo messia e si forma un vasto gruppo di seguaci, disposto a seguirlo ovunque. In effetti si forma una lunga carovana di macchine diretta, con lui in testa, verso Washington. Questo evolversi della situazione desta i sospetti di Eva Geller, agente della CIA, che inizia a indagare sul passato di questo personaggio misterioso, forse un sobillatore e un terrorista. Anche il Mossad si è insospettito e l'agente israeliano Aviram si è posto sulle sue tracce...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial non fornisce soluzioni ma stimola lo spettatore a porsi delle domande sul significato di una fede soprannaturale
Pubblico 
Adolescenti
Alcune minacce di torture a degli adolescenti, un rapporto amoroso con parziale nudità. Netflix: VM14
Giudizio Artistico 
 
Lo sceneggiatore Michael Petroni (la ladra di libri) è molto bravo nel calibrare, lungo le dieci puntate, colpi di scena e nuovi interrogativi. La messa in scena, in luoghi e popoli così diversi come nel Medioriente e negli Stati Uniti, è particolarmente efficace
Testo Breve:

Un giovane viene chiamato il messia perché gli viene attribuito l’arrivo di una  tempesta di sabbia che ha sventato un’attacco delle truppe dell’ISIS a Damasco. Un figura piena di mistero ma di fascino che inquieta intere popolazioni. Un serial che fa riflettere

Sono molti i film che hanno ipotizzato che Gesù, il Messia cristiano, tornasse ai giorni nostri, per immaginarsi cosa avrebbe detto alle persone smaliziate e indifferenti del mondo d’oggi. Nonostante le apparenze, non è questo il tema di Messiah, il serial disponibile su Netflix. Colui che si fa nominare in questo modo resta, fino alla fine, un personaggio misterioso e i suoi poteri taumaturgici appaiono volutamente ambigui. I suoi proclami al mondo sono pochi, se non un generico ascoltare Dio e prepararsi perché non c’è più tempo e a chi gli fa delle domande dirette, lui non dà risposte ma riesce comunque a mettere in imbarazzo l’interlocutore facendolo riflettere sul suo destino. Il tutto in un contesto moderno, dove chi detiene il potere dei media ha la capacità di modificare le opinioni che si stanno formando su di lui e dove il numero di  like su Instagram ha il suo valore anche per le foto che riguardano il messia.

Il suo volto è iconizzato in una espressione sempre uguale e non lo si vede mai pregare. Non è specificato a quale Dio faccia riferimento:  il suo non coincide con il Dio di nessuna delle tre religioni monoteiste, appare piuttosto espressione di un sincretismo fra le tre fedi; sicuramente  un Dio della pace, rivolto a tutti gli uomini della terra. Ma l’attenzione del serial va in tutt’altra direzione:  esplora l’animo dei vari personaggi presenti per indagare su come reagiscono di fronte a una persona che ha buone credenziali per esser creduto un messia.

Succede in Medioriente, dove la componente fanatico-religiosa è molto forte; accade negli Stati Uniti dove qualunque persona che si senta ispirata può attirare a se' un nugolo di seguaci, dando inizio a una nuova religione. Accade in singole persone, come la madre con la figlia malata di cancro che spera in una guarigione miracolosa, come la ragazza disillusa di tutto che cerca una nuova speranza a cui appellarsi, come Felix, il pastore protestante che trova finalmente un motivo per attirare fedeli nella sua chiesa. Ma sopratutto il serial interpella lo spettatore stesso, lo scuote di fronte a certi accadimenti molto simili a quelli che stanno avvenendo nel nostro instabile mondo  e lo invita a domandarsi: “hai bisogno anche tu in un messia che ti guidi nelle scelte della tua vita? Credi che tutto sia scritto nel libro divino e noi dobbiamo solo riconoscere e seguire il volere di Dio?".

A chi si sta illudendo nell’arrivo di un nuovo messia, si oppongono non coloro che si affidano al rigore della ragione (forse solo l’agente Eva si può inquadrare in questa caregoria) , ma piuttosto chi persegue una brutale ragion di stato, finendo per contrapporre alla predicazione del messia solo un altro credo, particolarmente brutale. Solo in questo contesto si può trovare una forma di analogia con il vero Messia di 2000 anni fa: chi agita le acque, chi raccoglie attorno a se’ seguaci fiduciosi in un nuovo destino, finisce per innescare reazioni violente in chi vuole conservare lo status quo non solo da parte di chi detiene il potere politico ma anche di chi ha la responsabilità di  capo religioso.

Il serial è ben realizzato anche se forse troppo ambizioso per tutta la carne che ha messo sul fuoco: ogni puntata ha la sua giusta dose di suspence e di imprevisti, le ambientazioni in Medioriente e negli Stati Uniti sono molto ben ricostruite (incluso un lodevole lavoro di casting),  i dialoghi in arabo e in ebraico sono riprodotti nella lingua originale con sottotitoli, per conferire maggiore realismo.

Il serial ha suscitato alcune  reazioni negative da parte dell’ambiente mussulmano. In particolare  la Royal Film Commission Giordana  ha richiesto di sospendere la distribuzione della serie nel paese. L’accusa è di offesa alla santità della religione, in particolare per i suoi riferimenti ad Al-Masih ad-Dajjal, corrispondente all’anticristo cristiano.

Anche alcuni siti cristiani americani si sono domandati se questo serial sia da considerarsi blasfemo (Christianity Today, Christianpost) e hanno percepito l’eco di Matteo 24, 6-13, quando dice, riguardo alla fine dei tempi  che “ molti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo". E ne sedurranno molti” ma sostanzialmente non commentano negativamente il serial perché quel “messia” che compare è troppo diverso da Gesù Cristo.

Resta comunque un’opera di particolare significato perché esplora quella parte dell’uomo che potremmo chiamare “ragione non ragionata” , cioè quelle prese di posizione che assumono gli uomini non perché hanno sviluppato un ragionamento rigoroso ma perché hanno “percepito” con tutta la loro persona (cuore, mente, volontà) che un certo impegno sia degno di essere vissuto. Come diceva Pascal: "Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce". Una “ragione” che può muovere interi popoli ancora oggi, con la consapevolezza che la fede senza ragione genera fanatismo e la ragione senza fede genera ideologie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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