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BURNING - L'AMORE BRUCIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/20/2019 - 09:19
Titolo Originale: Beoning
Paese: Corea del Sud
Anno: 2018
Regia: Lee Chang-dong
Sceneggiatura: Lee Chang-dong, Oh Jung-mi
Produzione: Tucker Film
Durata: 148
Interpreti: Yoo Ah-in, Jeon Jong-seo, Steven Yeun

Jong-su, laureato da poco, vive a Seul aiutandosi con lavori saltuari ma la sua aspirazione è diventare uno scrittore. In un centro commerciale incontra Haemi, sua vicina d’infanzia, conosciuta quando entrambi vivevano in campagna. Haemi si mostra interessata al ragazzo, lo porta a casa sua e dopo un incontro amoroso le chiede di badare al suo gatto perché lei sta per partire per l’Africa, che è la sua passione. Al suo ritorno Jong-su va a prenderla all’aeroporto ma lei non è sola: in Kenia ha conosciuto Ben, un ragazzo dell’alta borghesia coreana. I tre si incontrano spesso, fra l’imbarazzo crescente di Jong che si è ormai innamorato di Haemi anche se lei ormai vive con Ben. Una sera la coppia raggiunge Jong-su che ora vive nella fattoria paterna ma dopo quell’incontro, Haemi non risponde più al telefono. Jong-su inizia una ricerca, sempre più febbrile, nella speranza di trovarla viva…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Prevale una visione della vita poco aperta alla speranza; situazioni familiari dissestate
Pubblico 
Maggiorenni
Consumo di marijuana , nudità femminili, sesso solitario
Giudizio Artistico 
 
Grande padronanza del regista nel dirigere gli attori e nel realizzare atmosfere crepuscolari, anche se apre a troppi sottotemi. Magistrale interpretazione di Jeon Jong-seo
Testo Breve:

Un ragazzo incontra dopo tanto tempo un’amica d’infanzia e resta coinvolto nella sua vita misteriosa, scoprendo di amarla sempre di più. Un thriller, una storia sentimentale, una riflessione sul senso della vita ben realizzato ma un po’ diluito nei suoi 148 minuti.

Naemi e Jong-su stanno pranzando insieme in un locale, dopo che lei ha appena riconosciuto in lui un caro amico d’infanzia. Naemi si esibisce in un mimo: i gesti esprimono l’atto di sbucciare un mandarino e di mangiarlo. Jong-su si complimenta per la sua bravura ma la ragazza trasforma quell’illusione in un puro gioco mentale: “Non devi sforzarti di immaginare che quella cosa ci sia. Devi piuttosto smettere di pensare che non ci sia”.  Si tratta di una scena iniziale che sintetizza l’essenza della storia.  Il film appare come tante cose insieme: un triangolo amoroso, un thriller dove c’è un mistero da scoprire, ma è soprattutto un gioco filosofico fra l’autore e lo spettatore su ciò che è vero e ciò che crediamo sia vero, perché siamo inesorabilmente limitati dalla nostra prospettiva soggettiva (tutto ciò che accade è visto con gli occhi di Joung-su, non c’è nessuna inquadratura “terza”). Burning indaga anche sul senso da dare alla nostra esistenza e i tre protagonisti rispecchiano  visioni diverse.  La ragazza è la più sensibile ed emotiva, piange nel contemplare un tramonto africano, quando la luce scompare e lei resta sopraffatta dal senso della morte: “vorrei semplicemente sparire come se non fossi mai esistita. Haemi si considera una “grande affamata”, come si autodefinisce; vuole cioè afferrare il senso della vita e lo fa attraverso forme di esaltazione mistica, quasi un richiamo ai riti orfici e cerca di assimilare, nel suo viaggio in Africa, le danze rituali del popolo dei Boscimani.

Jong-su è un empirico: non si muove in base a istanze che gli provengono dal suo animo ma in base a ciò che accade all’esterno di se’. "Il mondo è ancora un mistero per me": confessa. Vuol fare lo scrittore ma interrogato più volte sul quale storia abbia iniziato a scrivere, risponde sempre che ancora non lo sa. Lo stesso suo amore per Haemi ha origini empiriche: goffo e impacciato, lascia che sia la ragazza a prendere l’iniziativa e quando lei gli dona la sua dolcezza, quel sentimento inizia a prendere forma e cresce in lui ogni volta che la incontra. Di fronte alla scomparsa di lei, saprà applicare il massimo della razionalità, sfruttando i pochi indizi di cui dispone e cercando di togliere il velo dell’incertezza da troppi fatti dichiarati come veri ma mai confermati.

Ben invece confessa di non aver mai pianto, non si fa influenzare da nulla e da nessuno e gestisce in pieno la  vita nel modo che più gli aggrada. Cinicamente, dice che: "giusto e  sbagliato non esistono: esiste solo la legge della natura". e quando c’è un’inondazione, muoiono sia i buoni che i cattivi. Il perenne sorriso che gli appare stampato sul volto è espressione di una sicurezza costruita sull’indifferenza.

In una bellissima sequenza al centro del film, i tre si trovano seduti nel giardino di una casa di campagna a contemplare il tramonto. Di fronte a quello spettacolo grandioso, capiscono che è il momento della verità  Jon-su ha il coraggio di dire apertamente che ama Haemi. Haemi si sente avvinta dal fascino di quella natura e inizia una lenta danza  rivolta al sole a seno nudo, perché non si sente di restare coperta in quell’immersione panteista nella natura. Anche Ben confida a Jong  il suo segreto mai svelato a nessuno: ama bruciare le serre abbandonate (si scoprirà poi che cosa intende dire).

Si tratta di un film complesso (e per questo non raggiungerà il grande pubblico), pieno di significati, ben diretto e con una superba interpretazione di Jeon Jong-seo nella parte di Haemi: si può dire che lei da sola dia un senso pieno a quell’atmosfera di melanconico mistero  di cui il film è impregnato.

Resta comunque un film troppo lungo che a volte esce dal mainstream per toccare, sia pur di sfuggita, altri, troppi, temi: le tensioni con la Corea del Nord, l’influenza di Trump in quella lontana regione; i rapporti difficili con i cinesi, la diffusone della religione cattolica, l’elevato divario fra le classi sociali.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON CI RESTA CHE VINCERE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 09/15/2019 - 15:53
 
Titolo Originale: Campeones
Paese: Spagna, Messico
Anno: 2018
Regia: Javier Fesser
Sceneggiatura: Javier Fesser, David Marqués
Durata: 124
Interpreti: Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Luisa Gavasa

Marco Montes, vice allenatore di una squadra di basket, si fa trascinare dai nervi, prima con il suo “superiore”, poi con alcuni agenti di polizia che lo fermano in stato di ebbrezza. Pur di evitare il carcere, Marco accetta di impegnarsi in un lavoro socialmente utile: dovrà allenare per tre mesi una squadra di basket molto particolare, costituita da disabili mentali. Marco evita di far conoscere la sua condanna agli amici e alla fidanzata Sonia dalla quale si allontana ma l’impresa di allenare questa strana squadra gli appare impossibile: nessuno fa quel che chiede; occorre tanta pazienza e lui non ce l’ha. Ma poi, lo stimolo a gareggiare in un torneo, la mitezza disarmante di quei ragazzi, l’appoggio della fidanzata, lo convincono a continuare a tentare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un magnifico scambio di doni fra una squadra di ragazzi con disabilità mentali, che trovano un padre nel loro allenatore e l’allenatore stesso che scopre la bellezza del dedicarsi generosamente a loro
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La trama è prevedibile, senza sorprese, ma il film punta tutto sulla simpatia dei personaggi. Candidato spagnolo come miglior film straniero agli Oscar 2019
Testo Breve:

Un allenatore di basket che alza troppo il gomito viene condannato ad allenare per tre mesi una squadra di ragazzi con disabilità mentale. Il film trasmette, con molte risate, importanti verità sul rispetto e l’attenzione verso persone che sembrano, solo in apparenza, avere più problemi di quanti, in realtà, ne abbiamo anche noi

“Mamma, se continui a tormentarmi così, vado a dormire in albergo” risponde Marco che in quel momento difficile, ha scelto di dormire in casa della madre che però si preoccupa continuamente di controllare se il figlio ha bevuto. “Figliolo, non mi dire queste cose – gli risponde la madre con la mano sul cuore facendo gli occhi dolci- ma poi cambia tono: “lo sai che poi mi illudo” ed esce seccata dalla camera.

Di battute di questo genere è costellato questo film grazie ad attori straordinari come Luisa Gavasa, la madre appunto e lo stesso protagonista, Javier Gutiérrez.

La particolarità di questo film, che ricorda, per analogia di tema, l’ italiano Si può fare, non sta nella storia in se’ (se un allenatore è costretto ad occuparsi, suo malgrado, di una squadra di disabili mentali sappiamo già a priori che ci stiamo avviando verso il lieto fine). Il tema portante non ha molte varianti né ci sono significativi colpi di scena. La storia è tutta interiore: il racconto di una trasformazione progressiva non solo dei diversamente dotati ma di lui, il normodotato che ha anche lui tanti problemi, proprio di tipo psicologico. Marco è irascibile, di fronte alle difficoltà preferisce fuggire, non desidera avere figli perché ciò comporterebbe troppa responsabilità e per di più soffre di claustrofobia e non prende ascensori.  Il regista è stato bravo perché non racconta una favoletta edificante e zuccherosa ma si cala in una realtà concreta. Ecco una donna che allontana il figlio quando incontra questi handicappati, ritenendoli pericolosi; i componenti della squadra di basket non interpretano ruoli da disabili ma 'sono' disabili. Lo stesso regista ha finito per rivedere più volte la sceneggiatura per inserire alcune sequenze, anche divertenti, che si sono sviluppate spontaneamente durante le riprese.

Alla fine la morale del film esce fuori ed è molto chiara: si è trattato di uno scambio di doni fra i ragazzi della squadra e Marco. I ragazzi hanno trovato in lui un padre e una persona che ha saputo valorizzarli, mentre Marco è uscito finalmente dal suo piccolo egoismo per aprirsi a un impegno più generoso nei confronti degli altri, inclusa la sua fidanzata

Il film ha avuto un successo clamoroso in Spagna (tre milioni di biglietti venduti) ed è stato candidato agli Oscar 2019 come miglior film straniero. Si tratta di performance che fanno riflettere. Com’era già accaduto per il film francese Quasi amici, che raccontava divertendo la storia di un tetraplegico,  il grande pubblico non trascura affatto film basati su buoni sentimenti ma li vuole proposti in una confezione serena e allegra, come dev’essere gioioso tutto ciò che prospetta amore alla vita e attenzione verso tutti.

Il film è disponibile su Youtube (a pagamento)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA A...HOLLYWOOD

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/12/2019 - 17:55
Titolo Originale: Once upon a time in...Holywood
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: Heyday Films
Durata: 161
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Dakota Fanning, Margaret Qualley, Al Pacino

Nel 1969 a Los Angeles, Rick Dalton, un attore di serie B della televisione e Cliff Booth, uno stuntman suo amico e assistente, fanno fatica a ritrovare una ricollocazione nell’industria cinematografica che sta cambiando velocemente. Rick finisce per accettare di comparire come “cattivo” nel filone degli “spaghetti western” italiani mentre Cliff non trova più lavoro e nel suo girovagare per LA incontra Pussycat, una giovane ragazza hippie che gli chiede un passaggio fino allo Spahn Ranch, un tempo luogo preferito da Hollywood per le riprese di film western e ora occupato dalla “famiglia” hippie di Charles Manson. Con gli ultimi soldi guadagnati Rick riesce ancora a godersi la sua lussuosa villa a Bel-Air e scopre con piacere che come nuovi vicini di casa sono arrivati Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate. Ma siamo arrivati al 9 agosto di quell’anno, quando i seguaci di Charles Manson decidono di assaltare, con pistole e coltelli alcune ville di Bel Air per uccidere tutti..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben costruita l’amicizia cameratesca dei due protagonisti ma anche un ritratto giustamente negativo delle comunità hippie, che facevano della libertà sessuale e dell’uso di LSD una bandiera ideologica
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo, linguaggio con riferimenti sessuali espliciti, uso di LSD, una scena di violenza efferata alla fine del film,
Giudizio Artistico 
 
Quentin Tarantino è riuscito, con cura maniacale a ricostruire perfettamente gli ambienti e lo spirito della fine degli anni '60. Non si tratta di una storia che si evolve ma di singole, ben realizzate sequenze con le quali approfondiamo il carattere dei protagonisti
Testo Breve:

Una ben realizzata opera di nostalgia da parte di Quentin Tarantino sulla Hollywood di un tempo, un amarcord affettuoso dove mette parzialmente da parte la sua passione per la violenza

Questo film non racconta una storia, non ci sono personaggi che si evolvono affrontando problemi o conflitti ma è nei suoi 161 minuti, un unico stato emotivo con venature di malinconia, espressione dell’affetto che il regista Quentin Tarantino mostra nei confronti del mondo scintillante del cinema (ma anche della televisione) della fine degli anni ’60. Un anno in cui tutto cambiò, non solo per quel 9 agosto 1969, quando Sharon Tate fu massacrata dalla setta di Manson ma anche perché fu l’anno in cui uscì Easy Rider, che diede il via alla stagione della Nuova Hollywood, più autoriale, più ribelle, meno legata alle storiche case di distribuzione.  Mentre seguiamo i due protagonisti, siamo invitati a vedere una sorta di documentario sulla Los Angeles degli anni ‘60: ci spostiamo lungo l’Hollywood Boulevard del tempo (ben sei isolati sono stati riscostruiti dalla scenografa), risentiamo molte canzoni famose, vediamo spezzoni di film o serie televisive, un collage di luci al neon di locali famosi e una vera passione per le scarpe, maschili o femminili, spesso riprese in primo piano.

Il film può essere visto con due angolature. Quella del cinefilo, che assapora il gusto di rivedere, interpretati da nuovi attori, Bruce Lee, Steve McQueen; sequenze di serial famosi come Lancer della ABC o  F.B.I. della C.B.S. e poster di film come Romeo e Giulietta di Zeffirelli, Ringo del Nebrasca di Sergio Corbucci (autore molto amato dal regista)  e di Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm dove la vera Sharon Tate aveva recitato. Oppure godersi il film per quello che è secondo lo stile del regista, cioè non una storia compiuta ma singole sequenze dove si  alternano i tre protagonisti: Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), Cliff Booth (Brad Pitt) e Sharon Tate (Margot Robbie) che si ritrovano assieme solo nel finale.

Sono proprio queste le parti più affascinanti del film, dove Tarantino con il suo grande senso del cinema, costruisce situazioni di una calma apparente che sta per esplodere. Cliff, arrivato allo Spahn Ranch, cerca di farsi strada con cautela fra hippie sempre più minacciosi oppure quando, sempre Cliff,  si trova disarmato a cercare di scherzare con i componenti della famiglia Manson che lo hanno circondato con la pistola. Più intensa e priva di minacce latenti è quella in cui Rick, che ha perso la fiducia nel suo talento, viene confortato dalla piccola protagonista del film che stanno girando oppure la sequenza dove la Sharon Tate-Margot Robbie, tutta sola, va a cinema per godersi divertita un film dove compare la vera Sharon, una prova di maestria di cinema nel cinema. Occorre riconoscere inoltre che in questo film Tarantino è insolitamente parco di sequenze violente, salvo che nel finale.

Ancora una volta, come sempre nei film di Tarantino, all’uscita dalla sala non ci si ricorda più dei singoli personaggi ma restano impresse alla mente alcune specifiche sequenze e certi dialoghi, costruiti con maestria. Ma soprattutto, in questo caso, non si può dimenticare una ricostruzione impareggiabile, nelle immagini e nello spirito, di quella Los Angeles della fine degli anni ’60.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNPLANNED

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/10/2019 - 10:49
Titolo Originale: Inplanned
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Sceneggiatura: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Produzione: Soli Deo gloria
Durata: 106
Interpreti: Ashley Bratcher, Brooks Ryan, Robia Scott

La giovinezza di Abby Johnson è stata alquanto movimentata. Si è trovata incinta dopo una relazione con un ragazzo che non ha mostrato alcun interesse a sposarla e così Abby si è sottoposta a un primo aborto. Si è poi sposata con un uomo con il quale ha vissuto per pochi anni. Subito dopo il divorzio si è accorta di essere rimasta incinta e ancora una volta ha deciso di abortire. Nel 2001 si convince che è giusto far parte dell’organizzazione Planned Perenthood come clinic escort per le donne che desiderano interrompere la gravidanza, anche se il lavoro in clinica viene continuamente disturbato dai movimenti pro-life che, fuori dei cancelli, esortano le pazienti a desistere dal loro proposito. Abby si sposa, ha una figlia e intanto viene apprezzata per il suo lavoro tanto da venir nominata direttrice della clinica. Poi qualcosa cambia: iniziano i contrasti con i manager di Planned Parenthood e lo sconcerto che prova nel vedere, mentre si trova in sala operatoria, l’ecografia di un feto che si agita nel momento in cui viene soppresso, finiscono per convincerla definitivamente a dimettersi e a passare dalla parte dei pro-life.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna, dopo aver a lungo lavorato in una clinica per aborti, scopre l’orrore di quella pratica. Purtroppo la tematica pro-life è stata sviluppata in odio a chi la pensa diversamente
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene impressionanti con abbondanza di sangue
Giudizio Artistico 
 
Il film cerca di riprodurre in modo rigoroso i fatti che sono stati narrati nel libro omonimo. Ma ci sono troppe ellissi nel presentare l’evoluzione intima dei personaggi
Testo Breve:

Un film di chiara impostazione anti abortista, basato su fatti realmente accaduti, cerca di mostrare la validità delle proprie tesi puntando sull’orrore delle pratiche abortiste  e considerando dei nemici coloro che la pensano diversamente

 

Il film, tratto dal libro omonimo scritto dalla stessa Abby Johnson, fin dalle prime sequenze, mostra subito come intende sviluppare il controverso tema dell’aborto.

Vediamo Abby assistere in sala operatoria, tramite uno schermo ecografico a una pratica di aborto per aspirazione.  Il feto si agita mentre inizia a venir risucchiato all’interno del tubo e subito dopo ci appare in primo piano un contenitore trasparente che si riempie velocemente di sangue e di tessuti del feto ormai smembrato. Una sequenza successiva, dove c’è la stessa Abby che ha ingerito la pillola del giorno dopo, non è meno sconvolgente: passa una notte con forti dolori, perdendo copiosamente sangue e alla fine si preoccupa di raccogliere per terra, per buttarli nel water, i brandelli di quello che è stato il suo bambino.

L’obiettivo del film è quindi chiaro fin dall’inizio: picchia duro per mostrare l’atrocità di questa pratica e per affermare che chi è a favore dell’aborto è un essere disumano (durante un colloquio, un manifestante pro-life stabilisce una somiglianza con l’olocausto ebraico e la pratica della schiavitù in America). La stessa manager della clinica Planned Parenthood è tratteggiata come una donna cinica, che vede nell’aumento degli aborti l’unico modo per incrementare i profitti (alla fine del film una nota, per cercare di evitare cause legali, chiarisce che il film è stato realizzato senza il consenso di Planned Parenthood). La società di distribuzione Pure Flix (la stessa che ha distribuito God’s not dead) si è lamentata dell’attribuzione di Restricted (vietato ai minori di 17 anni non accompagnati) data al film in U.S.A., giudicandola motivata da ragioni politiche. In realtà il divieto è pienamente giustificato.

Possono essere utili film impostati in questo modo? Servono a mio avviso per rinforzare le convinzioni di chi ha già un atteggiamento pro-life (negli U.S.A. durante i mesi di programmazione del film, intere comunità appartenenti a chiese di varie fedi cristiane sono andate compatte a vederlo) ma non certo a convincere chi ha idee diverse. Chi è considerato come nemico reagirà  come nemico.  Il pensiero dell’aborto nasce a causa di una disarmonia fra il bambino che sta crescendo fisicamente in grembo e quello che si sta sviluppando nella mente della donna, dove non riesce a trovare una collocazione adeguata.  Armando Fumagalli nel suo La comunicazione di una chiesa in uscita, ha messo in evidenza le iniziative di altre associazioni come Vitae Foundation che cercano, con centri di ascolto e con filmati promozionali, di entrare nella mente e nel cuore della donna che ha intenzione di interrompere la gravidanza, temendo un cambiamento radicale della propria esistenza. L’obiettivo è quello di cercare di rassicurare la donna e ripristinare la fiducia in se stessa; un “posso farcela” anche nella situazione che si è creata.

La stessa motivazione che è stata addotta da Abby, come causa della sua conversione, appare fragile. Il fatto che lei sia rimasta sconvolta dalla visione del feto che sembrava soffrire al momento del risucchio, ha scatenato le critiche dei fautori del pro-choice. Sono stati intervistati illustri ginecologi che hanno negato che il feto possa avere una sensibilità prima della ventiquattresima settimana; sono state fatte addirittura delle indagini giornalistiche facendo dei controlli fra gli archivi di Planned Parenthood, dai quali risulta che nel giorno della “conversione” indicato da Abby non era stato fatto nessun aborto che avesse avuto necessità di una ecografia. La sua uscita dall’organizzazione sarebbe quindi stata motivata soprattutto da contrasti con il management.  Sono tutte reazioni inevitabili quando il presupposto è fragile. Se il feto, in un momento del suo sviluppo, acquista sensibilità, vuol dire che se l’aborto è praticato prima, diventa eticamente lecito? In realtà le motivazioni pro-life dovrebbero essere più profonde e riguardare tutto il tempo dello sviluppo del feto, che costituisce un continuo non divisibile. 

Il film si basa molto sulla narrazione dei fatti accaduti e poco sulla psicologia dei personaggi e la loro evoluzione. Perché Abbey ha avuto due relazioni infelici (che la hanno portata ad abortire), perché la terza relazione risulta molto solida? Sono domande senza risposta, com’è facile che accada quando è l’autore stesso che racconta la sua vita. Però questo aspetto indebolisce la narrazione: l’evento della “conversione” appare isolato e non pienamente giustificato, dopo che abbiamo visto Abby, per due terzi del film, fare carriera fino a diventare la direttrice della clinica texana.

Possiamo concludere con due dati positivi: la clinica dove ha lavorato Abby è stata definitivamente chiusa per mancanza di “clienti” e, come abbiamo appreso dalle cronache, in U.S.A. sei stati hanno modificato la loro legge sull’aborto, restringendo l’autorizzazione a casi particolari come il rischio per la salute della donna o in caso di violenza subita.

La versione italiana del film è prevista per gennaio 2010, distribuito dalla Dominus Production

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARTIN EDEN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/06/2019 - 16:26
Titolo Originale: Martin Eden
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Pietro Marcello
Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello
Produzione: Avventurosa, IBC Movie, Rai Cinema Shellac Sud, Match Factory Productions
Durata: 120
Interpreti: Luca Marinelli, Carlo Cecchi, Jessica Cressy, Carmen Pommella,

Martin Eden, un marinaio napoletano, salva da una rissa Arturo, giovane rampollo di una ricca famiglia. In segno di riconoscenza, il ragazzo lo invita a pranzo  e qui Martin conosce sua sorella Elena, innamorandosene perdutamente. Per riuscire a conquistarla nasce in lui un forte desiderio di riscatto dalla sua condizione sociale. Inizia a leggere libri e poi a scrivere, sperando di diventare uno scrittore, ricevendo sempre il premuroso aiuto di Elena. Alla fine i due si dichiarano e lui chiede due anni di tempo per diventare famoso: poi la sposerà…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista si fa amare prima e odiare dopo, per la sua ricerca di riscatto sociale determinato dall’amore per una donna, per la sua passione per la cultura ma poi per aver sviluppato un egocentrismo smisurato e aver fatto prevalere solo le sue ambizioni
Pubblico 
Adolescenti
Non ci solo scene disturbanti ma la desolazione di due persone che si suicidano
Giudizio Artistico 
 
Il regista padroneggia il materiale filmico, in grado di trasmettere pienamente la sua poetica visiva in un continuo rimando alle suggestioni fornite da documentari d’epoca. Ottima performance di Luca Marinelli. Una menzione speciale merita Carmen Pommella nella parte della vedova che accoglie Martin nella sua casa
Testo Breve:

Come nel libro omonimo di Jack London, un giovane sperimenta il potere trasformante della cultura ma si perde nel suo stesso successo. Un film d’autore, ben realizzato ma che mette troppa carne al fuoco

Martin Eden di Pietro Marcello rientra a pieno titolo nella categoria dei film d’autore. Come ha dichiarato il regista stesso in un’intervista, il suo metodo “è figlio della lezione rosselliniana, che ti pone nella condizione di non credere nella scrittura ma nell’imprevisto e nell’imprevedibile del cinema”. Si crea quindi, inevitabilmente, uno spartiacque fra gli spettatori: chi ama una solida sceneggiatura, definizioni di contesto precise, psicologie di personaggi approfondite, non potrà che restare deluso. Chi invece è affascinato da un cinema di immagini (in effetti l’autore mescola con disinvoltura riprese con attori con documentari d’epoca), suggestioni visive che costruiscono un racconto più per analogia che per aderenza alla realtà (più volte ci appare un veliero che sta affondando lentamente), non potrà che apprezzarlo. Eppure il film è ispirato all’omonimo romanzo di Jack London (trasferito da San Francisco a Napoli) e in effetti la sceneggiatura c’è e si sviluppa molto bene ma solo nella prima parte, quando il rozzo marinaio dalla volontà di ferro incontra la sensibile e composta Elena e per lei è pronto a sopportare pesanti lavori manuali e i continui rifiuti degli editori, sostenuto solo dalle sue lettere di incoraggiamento. La seconda parte, quella del successo, è più incerta: non conosciamo l’evoluzione dell’uomo ma semplicemente si apre un secondo atto, che ha per sfondo una sontuosa villa settecentesca, dove una segretaria e un editore si affannano intorno a un Martin annoiato con una lunga, bionda capigliatura. Cos’è che ha determinato il successo e la trasformazione di Martin? Eppure la sua simpatia per il socialismo gli aveva procurato non pochi problemi. Come mai ora gli editori lo cercano? Non c’è una risposta ma il Martin che esterna le sue riflessioni in pubblico, durante una cena ufficiale oppure in un’aula universitaria, si è trasformato in un abile sofista dove parole come socialismo, liberalismo, individualismo, democrazia, potere, schiavitù, hanno perso il loro significato e vengono abilmente trasformate una nell’altra, a sottolineare che ormai nulla ha un senso compiuto.

Un altro aspetto che soffre di indeterminatezza è il tempo e il contesto dove trovano espressione gli ideali socialisti. Un altro film, Capri Revolution, ci aveva riportato in un tempo preciso, all’inizio del secolo, per presentarci un marxismo utopistico e rivoluzionario. In questo Martin Eden, dove volutamente il tempo è stato reso incerto (le riprese dal vivo e le sequenze documentarie oscillano fra inizio secolo, il tempo della nascita del fascismo e gli anni ’60) sembrano mostrarci a volte  un socialismo ancora utopico, a volte un socialismo già organizzato e sindacalizzato.

“La vita mi disgusta, ho vissuto tutto intensamente, non ho più bisogno di niente” afferma un Martin ormai al successo. Tutte le esperienze sono state bruciate per sviluppare un super–io (sono presenti riferimenti a Nietzsche) che non ha più bisogno di nulla e di nessuno, che invece di abbracciare il mondo e le persone ha voluto dominare tutto e tutti  ma proprio per questo è condannato a un  vuoto desolante.

Non ci fanno una bella figura le due figure femminili che ruotano intorno a Martin, che restano passive e succubi della personalità di lui. Si può dire che Martin le abbia amate? Verso Elena (Jessica Cressy) si stabilisce una vera e propria ossessione perché quel suo essere così educata, così colta, diventa il parametro di riferimento per i suoi obiettivi e quindi tutto ritorna al'interno del suo io. La cameriera Margherita (Denise Sardico) diventa invece una sua compagna di vita per pura comodità: una donna che da subito si è innamorata di lui e lo riempie di affettuose attenzioni. "Tu mi soffochi con il tuo amore": è il modo con cui Martin reagisce. 

Molto bravo Luca Marinelli, ma anche tutti gli altri coprotagonisti sono ben tratteggiati; bravissima Carmen Pommella nella parte della vedova che lo accoglie nella sua casa; grande cura è stata posta nella composizione delle immagini (dai colori saturi, effetto di riprese in 16 millimetri). Si tratta di un film forse troppo ambizioso, che si muove in forma sperimentale su più fronti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATTO DI FEDE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/02/2019 - 10:46
 
Titolo Originale: Breackthrough
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Roxann Dawson
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: • 20th Century Fox • Fox 2000 Pictures • Franklin Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Chrissy Metz, Josh Lucas, Topher Grace, Marcel Ruiz

St Louis, Missouri. John ha 14 anni; di origine guatemalteca, è stato adottato da Brian e Joyce, che sono molto affettuosi nei suoi confronti ma lui si mostra scostante: porta ancora la ferita di essere stato abbandonato dalla vera madre. Il 19 gennaio 2015, festa in ricordo di Martin Luther King, John e altri due amici si mettono a giocare sulla superficie ghiacciata del lago Saint Louise nonostante gli ammonimenti alla cautela di un signore che abita lì vicino. Improvvisamente il ghiaccio si rompe e i tre ragazzi cadono nell’acqua gelata. I soccorsi arrivano in poco tempo e riescono a riportare in superficie i due amici di John ma di John non c'è traccia. Grazie alla perseveranza del vigile Tommy Shine , John viene estratto dal lago ma ormai è rimasto sott’acqua per più di quindici minuti e il suo cuore non batte più. Il ragazzo, portato in ospedale, non reagisce ai tentativi di rianimazione. Il dottor Sutterer invita la madre a dare un ultimo saluto al figlio. Joyce gli prende la mano e inizia a pregare con grande fervore. Improvvisamente ode un suono: gli strumenti a cui è collegato il figlio, indicano che il suo cuore ha ripreso a battere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte a un caso disperato, una madre mostra una speranza incrollabile, sorretta dalla fede, mentre intorno a lei tante persone si prodigano altre il dovuto.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Le sequenze della caduta dei tre ragazzi nel lago ghiacciato potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La regista Roxann Dawson racconta con passione ma anche con grande equilibrio la storia di un presunto miracolo riuscendo a mantenere alto l’interesse per le due ore del film, con qualche scivolata sul patetico
Testo Breve:

Il quattordicenne John resta sott’acqua per 15 minuti in un lago ghiacciato e quando lo portano all’ospedale il cuore non batte più. Intorno a questa storia vera, una madre, sorretta da una forte fede,  spera oltre ogni speranza e  si costruisce intorno al ragazzo una catena di solidarietà che fa da corona a ciò che è stato qualificato come miracolo.

Anche questo christian film, basato su fatti realmente accaduti, ci parla di un miracolo. Ci si potrebbe domandare perché questo tipo di produzione cinematografica cerchi spesso di convincere della bontà del messaggio cristiano puntando sulla presentazione di eventi straordinari (Miracoli dal cielo, Il paradiso per davvero, In America...) o ipotizzando che Dio stesso ci parli di nuovo (An interview with God) invece di parlare della semplice, efficace potenza della Parola del Vangelo ma questa discussione ci porterebbe troppo lontano. Comunque sia, questo film ha un vantaggio, sulla media dei prodotti dello stesso filone: non ha bisogno di un“miracolo” perché si possa dire che è ben fatto perché, questa volta, lo è realmente. I personaggi principali sono ben tratteggiati, il racconto mantiene alta la tensione, evitando di calcare i toni nelle sequenze più commoventi, un rischio sempre dietro l’angolo, visto che stiamo parlando di un ragazzo in stato di coma. Il racconto si sviluppa in quattro capitoli chiaramente distinti: nel primo conosciamo la vita quotidiana dei nostri protagonisti, i tentativi non riusciti di Joyce di vedere ricambiato il suo affetto nei confronti del figlio adottivo, i battibecchi fra Joyce, animatrice di una comunità femminile cristiana e il suo parroco, che cerca di avere successo sopratutto presso i giovani, attirandoli con incontri musicali. Segue la descrizione dettagliata e carica di tensione del giorno dell’incidente, la lotta dei tre ragazzi per uscire dalle acque gelide del lago. Segue la terza parte, che occupa più della metà del film, dove si svolge la lotta di Joyce per mantenere alta la speranza di vedere il suo John riprendere vita fra lo scetticismo dei più (ma anche fra la solidarietà di coloro che  pregano per lui). Infine, quando ci si trova di fronte a una guarigione inspiegabile, assistiamo alle reazioni contrastanti di  chi crede nei miracoli e chi no.

 E’ inutile sottolineare l’abbondanza di recensioni critiche, di cui è stato oggetto questo film: molti recensori americani si sono infastiditi perché hanno interpretato il racconto come una pressione indebita a credere in Dio di fronte all’evidenza di un miracolo. In realtà la regista Roxanne Dawson  ha realizzato un racconto molto equilibrato. Il film, con molto realismo, mostra personaggi che credono ma anche tanti che non lo fanno. Significativo è il colloquio fra John, ormai tornato guarito a scuola, con la sua insegnante: lei gli rivela che suo marito è morto in un incidente pochi anni prima e gli domanda come mai un intervento divino sarebbe avvenuto solo per lui e non per suo marito. La risposta è, innevitabilmente, un “ non lo so. Gli stessi compagni di scuola lo deridono al suo ritorno, domandandogli quando anche lui inizierà a camminare sulle acque come Gesù.
Da altri critici il film è stato visto come una contrapposizione polemica fra chi crede solo nei risultati della scienza e chi accoglie la vita con una visione soprannaturale. Anche questa conclusione appare affrettata. I medici che hanno avuto John come paziente hanno obiettivamente riconosciuto che la scienza non era in grado, in quel momento, di dare una risposta alla guarigione di John. Proprio per chi crede nella scienza e nel suo continuo progresso, si tratta di una conclusione accettabile perché ciò che è inspiegabile adesso potrà esserlo in futuro. Ad ogni modo è vero che il dottor Sutterer, nella finzione come nella realtà, si è realmente espresso in termini di miracolo parlando con Joyce, colpito dalla completa ripresa del ragazzo. Corrisponde ugualmente al vero il fatto che il dottore, convinto che John non avrebbe passato la notte,  abbia invitato Joyce a dargli un ultimo saluto e che lei, mentre pregava al suo capezzale, si sia accorta che il suo cuore aveva ripreso a battere.

Noi italiani conosciamo bene la storia di Michi, il ragazzo quattordicenne che ad aprile di un anno fa si era tuffato nel naviglio grande a Castelletto di Cuggiono  e, con una gamba impigliata, era rimasto sott’acqua per ben 42 minuti (contro i 15 di John) e poi riportato in vita dall’equipe del San Raffaele grazie all’utilizzo di una nuovissima apparecchitura, l’Ecmo, che si sostituisce al cuore e ai polmoni  attivando una circolazione extracorporea (ma Michi ha perso una gamba) .

Può darsi che ancora una volta abbiano giocato la giovane età e l’ipotermia grazie alla quale sono stati protetti gli organi vitali ma questo è un tema da specialisti. La discussione fra miracolo si e miracolo no rischia di diventare interminabile: è importante prima di tutto lasciare libere le coscienze di credere o non credere. In realtà il film pone in evidenza un altro tipo di miracolo, molto concreto e tangibile.  
Le cure, le attenzioni così speciali di cui John ha beneficiato, sono state merito prima di tutto della speranza incrollabile, alimentata dalla fede,  della madre, ma anche della solerzia del vigile Tommy Shine che ha continuato a cercare nell’oscurità del lago anche se gli era stato ordinato di desistere;  dell’impegno dei dottori e delle infermiere che in barba a qualsiasi protocollo medico,  hanno prolungato le cure oltre ogni logica professionale, del parroco che ha passato anche lui notti insonni al suo capezzale, perché si è sentito pastore di quella sua pecora in difficoltà; di tutti i compagni di scuola e amici che hanno pregato per lui. Si è trattato quindi di un magnifico impegno  collettivo e se di miracolo si è trattato, questo è stato il suggello soprannaturale voluto dal Padre nei confronti della dedizione amorosa mostrata dai suoi figli.

Questo bel racconto di amore che spera oltre ogni speranza, contrasta tristemente con un altro evento, avvenuto in Inghilterra: quello che ha segnato il destino del piccolo Charlie. Ai suoi genitori che speravano di poter far sottoporre il loro bambino a dei trattamenti  in fase ancora sperimentale  avviati negli Stati Uniti e avevano anche raccolto, con una generosa colletta, i soldi necessari per il viaggio, il tribunale inglese ha prima tolto loro la patria potestà e poi ha autorizzato l’ospedale a lasciar morire il bambino. Un triste caso di una scienza che ha cessato di aprirsi alla ricerca e di una giustizia trasformata in burocrazia.

l film è attualmente disponibile in DVD in versione inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RE LEONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2019 - 15:48
 
Titolo Originale: The Lion King
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura: Jeff Nathanson
Produzione: Walt Disney Pictures, Fairview Entertainment
Durata: 118

Il cucciolo Simba viene unto come principe erede da Rafiki, il babbuino sciamano. Suo padre Mufasa, il re delle Terre del Branco e la regina madre Sarabi si occupano di educarlo alle sue future responsabilità ma Simba interpreta male il suo ruolo, ritenendo il coraggio e l’audacia più importanti della saggezza. Istigato da Scar, il fratello di Mufasa che ha perso il diritto al trono dopo la sua nascita, si avventura, assieme alla sua amica Nala nel Cimitero degli elefanti, nonostante l’esplicito divieto del padre. I due cuccioli si trovano così in un altro mondo, dominato dalle iene, che non rispettano l’autorità di suo padre. Simba e Nala vengono salvati solo in extremis da Mufasa. Si è trattato di un trabocchetto escogitato da Scar, che si è alleato con le iene per uccidere l’erede al trono. Dopo questo primo insuccesso Scar non si dà per vinto e mette in atto un tranello ancora più insidioso…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio si riscatta aderendo ai valori che il padre gli ha insegnato; il potere di governo visto come un servizio agli altri; l’amicizia e la solidarietà per superare uniti le difficoltà.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per alcune scene ad alta tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film recupera la bella sceneggiatura e le musiche dell’edizione del 1994; La tecnica dell’animazione fotonaturalista mostra la sua piena maturità ma presenta anche dei limiti espressivi
Testo Breve:

Con la stessa sceneggiatura e le stesse musiche dell’edizione animata del 1994, ritroviamo il piccolo leone che riconquista il suo regno facendo tesoro dei valori e dei saggi principi che gli ha trasmesso suo padre

Quando a capo della Walt Disney c’era  il suo fondatore e non era ancora nato il mercato dei VHS né dei DVD, ogni 5-7 anni i suoi capolavori tornavano nelle sale (Biancaneve, Cenerentola, Peter Pan,..) per allietare le nuove generazioni di bambini-spettatori. Oggi, nell’epoca dei DVD e dello streaming non ha più senso un’iniziativa di questo genere e assistiamo invece a dei veri e propri rifacimenti com’è già accaduto in Il ritorno di Mary Poppins, Il libro della Jungla,  e ora questo Il Re Leone.  Si può dire che la Walt Disney production stia provando tutte le strade: Con  Il ritorno di Mary Poppins ha cercato di costruire un sequel del premio Oscar ma il risultato è stato modesto, soprattutto perché si è sentita la mancanza di belle musiche orecchiabili; con Il libro della Jungla e con questo nuovo Re leone, abbandonata la classica (e poetica) animazione 2D, si sta puntando su di un’animazione iperrealista degli animali protagonisti. A noi appaiono come veri animali (in realtà sono generati con il computer) che però parlano come degli esseri umani. La terza direzione nella quale si sta muovendo la Disney è quella di riproporre i suoi cartoni con l'impiego di attori in carne ed ossa (Aladdin, prossimamente Mulan). Si potrebbe obiettare che non ha senso confrontare la precedente con la nuova edizione del film, visto che nella grande maggioranza dei casi le sale vengono riempite da nuovi giovani spettatori; il problema riguarda al più i genitori che li accompagnano, ma c’è comunque qualcosa di importante da segnalare: queste nuove edizioni, così realistiche, risultano poco adatte ai più piccoli. La scena più drammatica del film, la mandria degli gnu che travolge prima Simba e poi il padre Mufasa spinto verso la morte dalla mano di Scar, risulta particolarmente impressionante. L’animazione 2D aveva un altro vantaggio per i più piccoli: le espressioni del volto (rabbia, commozione, tenerezza) erano codificate in modo semplice (stupore: sopracciglia alzate, occhi sgranati, bocca aperta) mentre ora, cercare di comunicare una simile reazione attraverso il volto simil-vero di un leone, è impresa veramente ardua; occorre affidarsi solo al tono della voce e ho visto in sala i bambini più piccoli chiedere al genitore cosa stesse accadendo, visto che non riuscivano a decifrare la situazione.

Per il resto il film ricalca con precisione il capolavoro del 1994, nelle musiche (con la sola aggiunta di Spirit di Beyoncé) e nella sceneggiatura con poche varianti che hanno avuto l’obiettivo di dare più spazio ai personaggi femminili (Nala, l’amica di Simba e sua madre Sarabi) e aggiungere profondità al cattivo Scar, (mellifluo, scivoloso, ipocrita, livoroso) che finisce proprio per questo, per dominare la scena.

Per il resto il nocciolo del racconto è rimasto intatto, in parte ispirato all’Amleto di Shakespeare: il fratello cattivo che uccide e spodesta il re, il giovane leone che vive con il senso di colpa finché non scopre,  sentendo nella notte la voce di suo padre, che il suo riscatto passa proprio nel continuare la sua missione; l’amicizia con i due simpaticoni Timon e Pumbaa (un suricate e un facocero) e la solidarietà che diventa amore con Nala.

In questa versione risulta marcato il contrasto fra i tre approcci alla vita che si contrappongono: quello del re Mufasa, che presenta al figlio l’armonia di un mondo (il “cerchio della vita”) dove ogni essere e ogni cosa ha una sua funzione predefinita e chi lo governa ha l’obbligo di rispettarne le leggi (“mentre gli altri cercano ciò che possono prendere, un vero re cerca ciò che può dare”; “un vero re deve saper comprendere”). Al polo opposto c’è Scar coadiuvato dalle iene, che ubbidisce solo alla legge della rapina, fino a devastare tutto ciò che riesce a raggiungere.  Come terza soluzione esistenziale c’è quella proposta da Timon e Pumbaa e riassunta nella canzone Hakuna Matata: nessuna regola, nessuna responsabilità, si nasce e si muore senza alcun senso (“la vita è una retta”) ma in compenso si vive tutti in amicizia (anche perché gli animali carnivori si nutrono esclusivamente di larve).

Questa riedizione ha conservato intatto il valore di questa potente storia e la qualità tecnica impiegata è eccezionale, pur con i limiti espressivi che abbiamo indicato. Il successo al botteghino (in USA come nel resto del mondo) lo sta a dimostrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MEN IN BLACK: INTERNATIONAL

Inviato da Franco Olearo il Lun, 08/26/2019 - 14:54
 
Titolo Originale: Men in Black: International
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: F. Gary Gray
Sceneggiatura: Art Marcum, Matt Holloway
Produzione: Sony Pictures Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Chris Hemsworth, Emma Thompson, Liam Neeson, Rebecca Ferguson

Nell’epoca in cui regnano prequel, sequel e spin off era atteso ormai da tempo un nuovo Men in black che ci fa sentire un po' nostalgia dei capitoli precedenti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amicizia, il coraggio e l’onestà sono gli elementi da salvare seppur in un contesto un po’ banale
Pubblico 
Pre-adolescenti
La scena di un omicidio, anche se non eccessivamente violento, non rende il film visibile ai bambini.
Giudizio Artistico 
 
Se gli effetti speciali rendono comunque piacevole la visione, dal punto di vista registico non c’è nessuna scena particolarmente spettacolare o che metta in risalto le ottime doti attoriale di due bravi professionisti come Chris Hemsworth e Tessa Thompson.
Testo Breve:

Ritornano gli agenti in abito nero che combattono strani alieni ma al posto di Will Smith e Tommy Lee Jones abbiamo gli ugualmente bravi Chris Hemsworth e Tessa Thompson. La regia non riesca a mescolare nel modo giusto azione e comicità

Men in Black: International è lo spin off della trilogia fine anni Novanta, inizio anni duemila che vide come protagonista Will Smith. La saga precedente si contraddistinse per una serie di elementi originali: gli alieni più buffi che spaventosi, il modo in cui venivano raccontati gli aneddoti, il duo vincente (MIB alle prime armi spiritoso e combina guai affiancato dal più serio ed anziano). 

Purtroppo MIB International non regge il confronto. 

La protagonista Molly si presenta come una giovane donna fuori dagli schemi, carismatica ed intelligente ma anche nerd e un pó maschiaccio cresciuta con la “fissa” per gli alieni  perché  da piccola ha incontrato una creatura bizzarra che ha aiutato a fuggire salvandole la vita. Mentre i suoi genitori, sconvolti dall’evento,  venivano sparafleshati da due uomini vestiti di nero dimenticando ogni cosa, lei nascondendosi dai due agenti, conserva ogni ricordo, cresce determinata nel suo sogno di trovare la base segreta dei MIB a New York. Quando finalmente ci riesce per le sue abilità informatiche, viene inviata immediatamente a Londra, casualmente a collaborare con l’agente H, il più sexy e in gamba di tutti anche se, conoscendolo meglio si renderà conto che qualcosa non quadra. Nell’affrontare insieme una nuova minaccia, conoscere persone, alieni e realtà diverse nascerà un’amicizia  che profuma d’amore. 

Se gli effetti speciali rendono comunque piacevole la visione (le armi in dotazione agli agenti sono più numerose e tecnologiche di uno 007) dal punto di vista registico non c’è nessuna scena particolarmente spettacolare o che metta in risalto le ottime doti attoriale di due bravi professionisti come Chris Hemsworth e Tessa Thompson. 

Di internazionale resta solo il viaggio intrapreso dai due protagonisti in diverse città del mondo tra cui una Napoli solo di nome e non di fatto visto che la scena si svolge su un’ isola. 

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE GREAT HACK - PRIVACY VIOLATA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 08/20/2019 - 14:28
 
Titolo Originale: The Great Hack
Paese: UK
Regia: Karim Amer, Jehane Noujaim
Sceneggiatura: Karim Amer, Jehane Noujaim
Produzione: Netflix
Durata: 113

Il documentario percorre le vicende che hanno visto coinvolta la società anglo-americana di analisi dati e comunicazione elettorale Cambridge Analytica (CA), la quale aveva acquisito tramite Facebook dati personali di circa 50 milioni di utenti utilizzandoli senza alcuna autorizzazione in occasione della campagna elettorale di Donald Trump del 2016 e a sostegno della Brexit e del partito di Nicolas Farage in Gran Bretagna. Il documentario si concentra su alcune personaggi chiave della vicenda: David Carroll, professore della Parsons School of Design di New York che aveva chiesto per vie legali che CA gli restituisse i suoi dati personali; le testimonianze di Brittany Kaiser e di Christofer Wylie ex dipendenti della Cambridge Analytica; Carole Cadwalladr giornalista investigativa che ha pubblicato i risultati delle sue indagini su The Guardian.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due registi realizzano un onesto lavoro di evidenziazione dei fatti, così come essi sono accaduti. La storia risalta l’importanza del giornalismo libero e va ad onore di testate storiche come The Guardiam The Observer, the New York Times, per l’accuratezza delle indagini svolte
Pubblico 
Pre-adolescenti
I temi trattati risulteranno poco comprensibili ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il lavoro di ricostruzione di fatti risulta accurato ma lo sviluppo appare piatto, senza che vengano evidenziati i passaggi più significativi del racconto
Testo Breve:

La Società Cambridge Analytica è fallita dopo esser stata accusata di aver influenzato le lezioni presidenziali americane e il referendum sulla Brexit con dati riservati ottenuti da Facebook. Una ricostruzione accurata ma un po’ piatta

Che attività svolgeva Cambridge Analytica? Lo spiega bene il documentario raccontandoci il coinvolgimento della società nelle elezioni avvenute nel piccolo paese di Trinidad e Tobago qualche anno fa. Erano in gara due partiti, uno legato all’etnia indiana (per la quale CA lavorava) e l’altra all’etnia indigena di colore. CA ha costruito una massiccia campagna promozionale puntando su giovani e sollecitando il loro spirito di contestazione.  E’ stato creato allo scopo un movimento mediatico con tanto di slogan, inno, pubblicità alla televisione e su Internet dove si invitavano i giovani a non seguire le alchimie politiche dei padri. Alla fine i giovani di origine indiana, più rispettosi dell’autorità familiare, sono andati a votare, mentre gli altri hanno disertato le urne. Si calcola che la campagna orchestrata da CA abbia spostato il 6% dei voti, percentuale sufficiente per far vincere il partito indiano. Non occorre affatto pensare che il caso Trinidad sia un’eccezione e che le democrazie occidentali siano molto più “robuste” nei confronti dei condizionamenti pilotati. Se tante persone vanno a votare perché hanno ponderato tutti gli aspetti politici, culturali economico della loro decisione, tanti seguono quegli impulsi istintivi e caratteriali che la rete Internet è così brava a sollecitare.

Eccoci quindi arrivati al cuore del caso Cambridge Analytics (CA): per influenzare gli elettori diventa determinante conoscerne la loro personalità, le loro preferenze e mostrare di volerli accontentare esattamente in ciò che più loro piace.  Aziende come Google, Facebook, vendono, fin dalla loro nascita, dati sulle tendenze dei consumatori ma si tratta di dati statistici e anonimi. La rivoluzione si è avuta proprio quando CA ha avuto la possibilità di accedere ai dati raccolti da Facebook relativamente a 50 milioni di utenti completi di cognome e nome ponendo quindi CA in condizione  di realizzare quello che viene chiamato microtargeting comportamentale (pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona). Una manna per chi, con moderni strumenti di psicometria, riesce, analizzando i like e i siti consultati, a delineare la personalità dell’internauta. Com’è stato possibile tutto questo? Lo spiega bene il documentario con l’aiuto del testimone Christofer Wylie: fu lui a contattare il prof Aleksandr Kogan, dell’università di Cambridge che aveva realizzato, con l’accordo di Facebook, una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Per utilizzarla, gli utenti dovevano collegarsi specificando cognome, nome e il loro profilo personale. Il professore aveva il permesso di collegarsi anche alla lista degli amici, moltiplicando enormemente i dati accessibili. I problemi sono nati dopo, quando Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook.

I due registi egiziani Noujaim e Amer sono riusciti a realizzare una ricostruzione accurata dei fatti, beneficiando della testimonianza diretta dei due ex dipendenti della CA e della giornalista Carole Cadwalladr e mostrandoci gli interventi, durante le sessioni della commissione d’inchiesta inglese, dei principali protagonisti: Alexander Nix, amministratore delegato di  CA e Mark Zuckerberg di Facebook. Bisogna riconoscere che la principale testimone, Brittany Kaiser non risulta particolarmente simpatica (c’è il sospetto che il suo “tradimento” nei confronti di CA, come hanno riportato alcuni giornali, sia stata dettata dalla necessità di coprire alcuni suoi coinvolgimenti più gravi in altre azioni poco pulite della società) ma questo non è certo colpa dei due registi, così come quel certo senso di incompiutezza che dà il finale del documentario. In effetti sono ancora molti gli elementi non chiariti della vicenda e la dichiarazione di bancarotta della Cambridge Anallytica ha fatto uscire di scena il maggiore imputato. Evitando di condividere gli scenari apocalittici di alcuni protagonisti del documentario (“una nuova era è iniziata”), è certo che il caso CA spingerà molti paesi democratici a emettere nuove leggi per meglio proteggere la libertà decisionale degli elettori ma è altrettanto certo che nuove tecniche persuasive verranno adottate subito dopo, in una rincorsa che appare senza fine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANDO CHIAMA IL CUORE - WHEN CALLS THE HEART (Prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 08/11/2019 - 14:45
 
Titolo Originale: When Calls The Heart
Paese: Canada, Stati Uniti
Anno: 2014
Regia: Neill Fearnley
Produzione: Believe Pictures, Brad Krevoy Television, Jordan Films
Durata: 6 stagioni, ora su Netflix, in precedenza sui canali HallMark, Rai1 e Rai2
Interpreti: Erin Krakow, Daniel Lissing, Lori Loughlin

1910. Canada orientale. Elizabeth Thatcher, giovane rampolla di una ricca famiglia di Hamilton, vuole dimostrare le sue qualità senza l’aiuto della famiglia e accetta l’incarico di insegnante a Coal Valley, una città nata intorno a una miniera di carbone. Appena arrivata apprende che un terribile incidente ha causato la morte di quaranta minatori, lasciando vedove e mamme sconsolate. E’ proprio Abigail Stanton, una signora che ha perso il marito e il figlio, che l’accoglie nella sua casa, rendendole più agevole ‘ingresso in quella piccola comunità. Arriva a Coal Valley anche il nuovo conestabile, Jack Thornton, delle giubbe rosse. La presenza di Elisabeth rivela a Jack il vero motivo per cui è stato trasferito in quella cittadina sperduta fra le montagne: è stato il padre di Elisabeth che ha mosso le sue pedine per fare in modo che qualcuno si preoccupasse dell’incolumità di sua figlia. Una scoperta che rende subito burrascosi i loro primi incontri….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un ambiente di minatori, fra povertà e molte difficoltà, uomini e donne trovano un modo civile di vivere e sviluppano fra loro una forte solidarietà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona la costruzione del contesto, la vita dura di uomini e donne totalmente dipendente dal lavoro in miniera ma il racconto sembra perdere mordente proprio nello sviluppo del rapporto romantico fra i due protagonisti
Testo Breve:

Una ragazza di una ricca famiglia, un giovane ambizioso ufficiale delle giubbe rosse, si ritrovano a vivere in uno sperduto paese di minatori dell’Ovest canadese. Impareranno a conoscersi ma soprattutto scopriranno  la calda umanità di quelle persone buone e semplici

Un pregio significativo di questo serial di produzione Canada-USA, ricavato dal romanzo della canadese Janette Oke, è la sua compattezza. Tutto avviene fra il saloon, le case ben allineate dei minatori costruite e date in affitto dallo stesso padrone della miniera, secondo la formula industriale del tempo e la chiesa (che dalla prima puntata risulta bruciata da un malintenzionato) con il suo parroco. Una compattezza che consente di concentrare l’attenzione sui rapporti fra i protagonisti e i coprotagonisti che  conosciamo sempre meglio puntata dopo puntata. Un altro aspetto originale del racconto è l’attenzione verso i bambini e gli adolescenti che spesso costituiscono il baricentro della puntata, rivelando  una grande sensibilità alla psicologia dei ragazzi. Fin dalla prima puntata vediamo Elisabeth impegnata a catturare l’interesse dei suoi alunni, ancora sconvolti dalla recente tragedia e già rassegnati a non vedere altro nel proprio destino se non  diventare anche loro minatori. Nella terza puntata cerca di aiutare una sua alunna a scoprire le vere ragioni del mutismo che l’ha colta  dopo che ha perso il padre; nel quinto episodio, l’interessamento  di un uomo, nuova recluta della miniera, nei confronti della madre, crea la rabbiosa reazione del figlio ancora troppo legato all’immagine del padre; nel settimo  ci troviamo agli albori della psicologia infantile: di fronte a un alunno che appare a tutti gli effetti normale ma ha difficoltà a leggere, Elisabeth si fa spedire gli ultimi studi sulla materia, riuscendo a risolvere il problema.

Sopra queste solide basi si sviluppa il racconto con micro storie che si completano all’interno di ogni singola puntata e che hanno chiari riferimenti ad alcuni valori fondamentali: non ci sono protagonisti cattivi che si contrappongono a quelli buoni ma persone che si trovano ad affrontare delle difficoltà che vengono risolte con attenzione da parte di tutti per i problemi degli altri e gli episodi si concludono con gesti di solidarietà collettiva e solidi affetti familiari. Si tratta in effetti di un prodotto del canale Hallamark che trasmette serie e film adatti per tutta la famiglia, in questo particolare caso disponibile anche su Netflix. Ciò può indurre un certo sospetto di “buonismo”, sempre sgradito ai critici perché inteso come qualcosa di falso e di precostituito.

Possiamo dire che questo rischio viene evitato perché i personaggi sono tratteggiati con una calda umanità e la miglior prova della simpatia che hanno riscosso è il fatto che si è già completata la quinta stagione. Se è  vero che i cattivi sono, di volta in volta  dei ladri, o persone animate da spirito di vendetta (tutti uomini comunque, mai donne), non è presente nessuna irregolarità familiare (separazioni, convivenze), tipiche dei serial ambientati al giorno di oggi).

Vi sono comunque alcuni aspetti che non sono stati messi ben a fuoco o che semplicemente non hanno funzionato.

Il fatto che Elisabeth venga da una famiglia benestante e che accetti di fare la maestrina in uno sperduto paese di minatori, viene risolto con alcune situazioni comiche (lei che non sa cucinare, cucire, che sporca nel fango le belle scarpine) ma non si riflette nella sua psicologia. Già dopo il primo episodio si mostra perfettamente integrata nell’ambiente, semplice come le altre e non percepiamo nessuno ostentazione, sia pur indiretta, per la vita immersa nel lusso e piena di eventi mondani che deve sicuramente aver vissuto in precedenza (siamo lontani dalla caratterizzazione di Kitty, la giovane donna del romanzo Il Velo Dipinto di William Somerset Maugham). Ciò che diventa difficile da interpretare è proprio lo sviluppo del progressivo avvicinamento fra lei e il bel conestabile Jack.  I palpiti di lei al loro primo ballo, il suo confidarsi sotto le sollecitazioni della sorella che l’aveva attesa ansiosa al suo ritorno, il confessare che per lei è stato il più bel giorno della sua vita, appaiono atteggiamenti recuperati da qualche romanzo d’appendice che mal si prestano al contesto da Far West di Coal Walley e rendono poco credibile la personalità di Elisabeth,, sicuramente abituata ai balli e alle feste vissute nella casa paterna.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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