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THE ENGLISH GAME

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/25/2020 - 10:17
 
Titolo Originale: The English Game
Paese: Regno Unito
Anno: 2020
Regia: Birgitte Stærmose, Tim Fywell
Sceneggiatura: Julian Fellowes, Tony Charles, Oliver Cotton, Ben Vanstone, Gabbie Asher, Sam Hoare, Geoff Busseti
Produzione: 42
Durata: 6 episodi di 45' su Netflix
Interpreti: Edward Holcroft, • Kevin Guthrie, Charlotte Hope, Niamh Walsh, Craig Parkinson, James Harkness

James Walsh, proprietario del mulino di Darwen e del Darwen Football Club, decide di pagare segretamente due calciatori scozzesi, Fergus Suter e Jimmy Love, per rinforzare la squadra in vista dei quarti di finale della FA Cup 1879. Nessuna squadra di operai ha ancora vinto la coppa ed è questo il suo obiettivo ma occorre prudenza perché la Federazione prevede in campo solo giocatori volontari. Gli avversari sono gli Old Etonians, una squadra composta da gentiluomini dell'alta borghesia londinese e capitanata da Arthur Kinnaird

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna dell’aristocrazia inglese si presentano come dei giusti, in grado di uscire da se stessi per riconoscere le esigenze e il valore di altre persone in classi sociali diverse
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi attori rendono scorrevole un racconto che ha una palese intenzione apologetica non tanto per un affascinante sport come il calcio ma per quegli uomini che lo hanno reso popolare. Un lavoro molto criticato in madrepatria
Testo Breve:

Nel 1879, in Inghilterra, il calcio è ancora agli inizi, uno sport elitario non retribuito. Ma è anche il tempo della crescita tumultuosa di una nuova realtà industriale che accoglie tanti lavoratori desiderosi di appassionarsi a questo nuovo sport. Su questo sfondo sono tanti i personaggi  positivi, che costruiscono un racconto semplice e scorrevole. Su Netflix

Questo serial, in sei puntate su Netflix, racconta la storia di due giusti: Arthur Kinnaird e sua moglie. Arthur è un lord, con tutti i privilegi che gli competono ma ha anche occhi per guardare e un cuore per comprendere. E’ un nobile inglese fin nel midollo delle ossa, i suoi modi sono cortesi, il suo comportamento controllato, impeccabile nel vestire, ama il calcio e lo ha sempre concepito con un passatempo per la gente come lui, perché esprime una competizione leale, espressione di energia fisica e di destrezza. Ma Arthur è in grado di avvicinarsi e comprendere anche il mondo dei lavoratori, che nella tumultuosa crescita dell’industria di fine ottocento sono soggetti a salari fluttuanti in funzione dell’andamento del mercato e possono venir licenziati senza preavviso. Arthur riesce a trascendere la propria situazione e a comprendere che per lasciar giocare anche i salariati, occorre accettare che quella del calciatore diventi una professione retribuita.

La moglie Margaret si rivolge al fronte femminile con uno sguardo acuito dalla sofferenza per non aver potuto portare a termine una gravidanza e finisce per scoprire la dura realtà di quelle donne delle classi più umili che hanno avuto un figlio senza esser sposate e per questo vengono allontanate dalla società e da qualsiasi lavoro.

Attraverso questi due protagonisti Juian Fellowers, già autore di Downton Abbey, ritorna a esplorare tempi e ambienti a lui cari, anche se la classe dei nobili e quella dei salariati non si trovano su piani differenti dello stesso castello ma in squadre antagoniste del football allora nascente. Secondo un’impostazione narrativa che già conosciamo dai suoi lavori precedenti, per Fellowers non ci sono buoni e cattivi ma sempre persone che sanno riflettere e che cercano di fare la cosa più giusta

Anche nel mondo dei “poveri” e dei borghesi sono presenti persone degne di ammirazione: Fergus Suter cerca di affrontare nel miglior modo possibile la sua grave situazione familiare; il suo amico fraterno Jimmy è l’uomo buono in assoluto, che non sa mai dire di no a nessuno; James Walsh è un imprenditore che comprende che i suoi affari prospereranno solo se ci sarà una stretta intesa con gli operai che lavorano nel suo mulino.

Da un quadro così globalmente positivo possiamo concludere che a Lord Julian Fellowers interessa soprattutto rappresentare la nobiltà d’animo delle persone, intesa come prerogativa di chi è ricco come di chi è povero ma forse lo sceneggiatore lascia trasparire in questo serial, forse più che i Downton Abbey, che il suo cuore batte per quella classe che per prima ha cercato di rendere la nobiltà d’animo una qualità fondante. Nell’ultima puntata della serie, in una cena prima della partita finale, Arthur Kinnaird, contornato dai compagni di squadra, dice che loro dovranno dare, per il giorno seguente “:uno spettacolo dignitoso, un comportamento degno di un gentiluomo, perché siamo gentiluomini e domani noi andremo a vincere come gentiluomini”

Autorevoli testate della stampa anglo-americana non hanno parlato male di questa fiction, ne hanno parlato malissimo.

The Guardian la definisce una serie terribile, che ha fatto autogol. L’autrice dell’articolo fa notare che Fellowes non ha scritto da solo la sceneggiatura, ci sono dei co-autori ma “li lascerò anonimi perché potrebbero essere giovani e avere famiglie”.

The Exquire incalza: “Alcuni dialoghi sono “gommosi” (chewy) oltre ogni immaginazione”.

In effetti la struttura narrativa è semplice, le scene-chiave delle partite di calcio non sono particolarmente emozionanti e non viene nascosta la volontà di raccontare una bella storia su quella che è una gloria inglese ma probabilmente, ciò che ha fatto indispettire di più questi recensori, è l’aria di “buonismo” (loro direbbero così in italiano) che traspare. In particolare, fra i tanti “difetti”, c’è anche il mostrare donne che vedono in una maternità compiuta la fonte principale della loro felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISTERO A CROOKED HOUSE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/25/2020 - 10:01
Titolo Originale: Crooked House
Paese: Regno Unito
Anno: 2017
Regia: Gilles Paquet-Brenner
Sceneggiatura: Gilles Paquet-Brenner, Julian Fellowes, Tim Rose Price
Produzione: Brilliant Films, Fred Films
Durata: 115 Su Netflix, Youtube, Google Play
Interpreti: Glenn Close, Max Irons, Stefanie Martini, Julian Sands

Inghilterra, fine anni ’50. Charles Hayward, giovane investigatore privato, viene contattato dalla sua vecchia fiamma Sophia, che gli chiede di indagare sulla morte improvvisa del nonno, il magnate Aristides Leonides. Apparentemente, l’uomo è morto a causa di un infarto, ma Sophia sembra convinta che si tratti di un omicidio. Per indagare, Hayward si trasferisce a Crooked House, la magione di campagna della famiglia Leonides. Qui fa la conoscenza di tutti i familiari del defunto, molti dei quali nascondono dei segreti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono valori particolari da segnalare in questa famiglia che ha smarrito qualsiasi coordinata etica
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione emotiva
Giudizio Artistico 
 
L’attenzione dello spettatore è garantita grazie alle numerose tracce da seguire e i potenziali sospetti ma manca un sufficiente approfondimento dei personaggi
Testo Breve:

Gli ingredienti del tipico giallo di  Agatha Christie ci sono tutti: un omicidio misterioso, una nutrita galleria di potenziali sospetti e un detective che svela uno dopo l’altro i loro segreti. Ottima interpretazione di Glenn Close. Su Netflix, Youtube, Google Play

Tratto dal romanzo di Agatha Christie È un problema (Crooked House, 1949) - uno dei preferiti dall’autrice malgrado l’assenza dei suoi due protagonisti più famosi, Hercule Poirot e Miss Marple – il film presenta molti dei tratti caratteristici delle storie della scrittrice inglese, tra cui un omicidio misterioso, una nutrita galleria di potenziali sospetti e un detective che svela uno dopo l’altro i loro segreti.

Nel caso specifico, quella dei Leonides è una famiglia altamente disfunzionale, in cui i rapporti sono esasperati e improntati all’odio e al sospetto. C’è lady Edith (interpretata da un’ottima Glenn Close), sorella della prima moglie di Aristides Leonides, donna determinata e perspicace, l’unica che sembra mantenere uno sguardo lucido su quanto la circonda; c’è Brenda, nuova moglie del capofamiglia ed ex ballerina di Las Vegas, molto più giovane del marito, che nasconde una tresca con il precettore dei suoi nipoti; c’è Magda, moglie del figlio maggiore di Aristides e madre di Sophia, attrice mancata che sogna un futuro irrealizzabile nel mondo del cinema… Persino i bambini, i nipoti di Aristides Eustace e Josephine, appaiono in qualche modo corrotti dall’arido e folle contesto familiare in cui sono stati costretti a crescere: il primo è un’adolescente incattivito e enza peli sulla lingua, mentre la seconda è una bambina intelligentissima, grande osservatrice ma assolutamente priva di senso  morale.

Se l’ampia galleria di personaggi, con i vari interrogatori, le numerose tracce da seguire e i potenziali sospetti, non permettono allo spettatore di annoiarsi, intrattenendolo con una sorta di gioco “alla Cluedo”, d’altra parte costituiscono anche un elemento di debolezza, perché non consentono un sufficiente approfondimento dei personaggi, molti dei quali risultano piuttosto stereotipati. Questo è evidente, in modo particolare, nel protagonista, che riassume in modo un po’ superficiale tutte le caratteristiche tipiche dei detective nei film noir (è spiantato, tormentato e con un difficile passato alle spalle), e in Sophia, che, a sua volta, appare ricalcata sulla figura delle femme fatale del cinema del passato.

Molto affascinante risulta, invece, il legame tra i personaggi e l’ambiente in cui si muovono. Le storture morali e psichiche di una famiglia dell’alta società inglese si riflettono nella scenografia, che appare simile a una casa di bambole vittoriana, in cui ogni personaggio è un mondo a sé stante, con i suoi colori, la sua musica e il suo “genere” di appartenenza. In questo modo, lo spettatore viene invitato ad aprire le tante porte della casa e ad affacciarsi sui diversi mondi in miniatura, allo scopo di scoprire ogni volta una tessera in più di un puzzle complesso e intricato.

Puzzle che conduce infine a un finale scioccante, ma in fondo non così inaspettato, dopo che abbiamo assistito, per quasi due ore, alle vicende di una famiglia che non ha problemi a riconoscere apertamente di aver smarrito qualsiasi coordinata etica. Come ammette Sophia, “c’è tanta crudeltà in noi… che si manifesta in varie forme. Ed è quello che più mi turba. Le varie forme”.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE REPORT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/23/2020 - 11:30
Titolo Originale: The Report
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Scott Z. Burns
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Topic Studios, Margin of Error, Unbranded Pictures, Vice Media
Durata: 119
Interpreti: Adam Driver, Annette Bening, Jon Hamm, Michael C. Hall, Matthew Rhys, Maura Tierney, Jennifer Morrison

Daniel J. Jones, con un’esperienza all’antiterrorismo nell’FBI, viene incaricato dalla senatrice Feinstein, della commissione sui servizi, di effettuare un rapporto sul programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre e accusato di enormi abusi. In anni e anni di indagine meticolosa, ostacolata dalla burocrazia e da chi preferirebbe che tutto restasse nascosto, Daniel porta alla luce non solo una serie impressionante di abusi, ma anche numerosi tentativi di insabbiamento. Il suo rapporto, imbarazzante non solo per l’Agenzia ma anche per uomini politici di ogni parte, rischia però di non vedere mai la luce…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un funzionario dello stato, mosso da inflessibili ideali, compie un lavoro scrupoloso nel denunciare violenze e abusi commesse dalla Cia
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di tortura e violenza
Giudizio Artistico 
 
La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.
Testo Breve:

Un lavoro di doverosa denuncia sugli abusi commessi dalla CIA nel programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre che avrebbe meritato un maggior approfondimento sui dilemmi e la psicologia dei protagonisti. Su Prime Video

Nel solco del cinema americano di denuncia, il film di Scott Z. Burns costruisce un thriller (anche se a dire il vero la tensione dopo un po’ latita) raccontando il faticoso percorso di denuncia degli abusi compiuti dalla Cia nel famigerato programma di interrogatori dei sospetti terroristi all’indomani dell’11 settembre. Ostacolato dalla burocrazia e dalle prevedibili resistenze dell’Agenzia, ma anche dalle indecisioni della politica (bipartisan) l’idealista Daniel vacilla raramente. Del resto non sembra avere molto da perdere: non ha una vita al di fuori del lavoro che finisce per assorbirlo sempre di più.

Quello che scopre è stato già in parte raccontato in altri film, ma qui Burns punta il dito non solo sugli orrori degli interrogatori (che intravediamo ripetutamente anche se va detto che le vittime rischiano di rimanere “anonime”, come un numero in un conteggio generico), ma sull’inutilità del programma stesso, che non ha nemmeno la discutibile difesa del fine che giustifica i mezzi. Tra consulenti ottusi o spregiudicati e agenti della Cia ostinati quanto poco intelligenti, emerge qua e là qualche individuo con una coscienza, ma sono personaggi che nell’economia del racconto trovano poco spazio.

A dominare la scena è Daniel con la sua testarda determinazione che deve farsi strada tra le rigidità e i compromessi della politica americana (nemmeno il governo Obama, seppur con “buone” ragioni, è molto propenso a divulgare i risultati della sua ricerca) e quello che doveva essere l’incarico di un anno si trasforma in un lavoro di ricostruzione infinito. Tentato di prendere la scorciatoia che passa per la denuncia a mezzo stampa, Daniel tiene duro fino alla fine.

La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente (così come lo sono Annette Bening e Jon Hamm nei panni dei due politici più presenti), ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.

La pellicola è quindi un lavoro di doverosa denuncia, a cui forse avrebbe giovato non tanto qualche ulteriore “invenzione” drammaturgica, quanto la scelta di dare qualche sfumatura in più agli antagonisti così come un po’ più di spazio ai dilemmi di Daniel e ai personaggi con cui condivide il lavoro di ricerca, che invece restano di fatto quasi delle comparse necessarie ai dialoghi che raccontino i fatti.

Il film è disponibile su Prime Video

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SARA E MARTI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/21/2020 - 12:20
 
Titolo Originale: Sara e Marti
Paese: Italia
Anno: 2018
Regia: Maria Sorrentino Prima stagione Emanuele Pisano Seconda stagione Emanuele Pisano Terza stagione
Sceneggiatura: Stefania Colletta, Angelo Pastore, Olimpia Sales
Produzione: The Walt Disney Company Italia e Stand by Me
Durata: 3 stagioni di 10 episodi su Disney Channel e RaiPlay
Interpreti: Aurora Moroni, Chiara del Francia

Sara e Marti sono due sorelle che hanno solo dieci mesi di differenza e per questo frequentano insieme l’ultima classe delle medie. Per l’inizio dell’anno scolastico si sono trasferite da Londra a Bevagna, perché il padre ha deciso, rimasto vedovo, di tornare nel suo paese d’origine per scrivere un libro. Se Marti accetta di buon grado il trasferimento, Sara, la più grande, ha nostalgia della grande metropoli e il piccolo centro umbro gli sta stretto. Il suo inserimento nella nuova realtà viene comunque facilitato dal ritrovare in classe Serena, una sua cara amica d’infanzia e nello scoprire che Ludovico, il bello della classe, la guarda con interesse. Ciò fa innervosire Benedetta, anche lei innamorata di Ludovico che decide di vendicarsi cercando di far in modo che Sara non vinca alla gara di ginnastica ritmica alla quale entrambe si sono iscritte…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Fra i banchi di una scuola si sviluppano amicizie, invidie, innamoramenti ma si tratta globalmente di bravi ragazzi che maturano anno per anno, sostenendosi a vicenda
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto si sviluppa in modo semplice e lineare, privilegiando la spontaneità e la simpatia dei protagonisti
Testo Breve:

Sara e Marti lasciano Londra con il loro padre per stabilirsi a Bevagna. Dalle medie alle scuole superiori, partecipiamo alla crescita di queste due ragazze nella realistica semplicità della tranquilla vita di un piccolo borgo. Su Disney+ e su Raiplay (stagioni 21 e 2)

Questa serie è disponibile su Disney Channel fino alla terza stagione, mentre su RaiPlay si possono trovare le prime due stagioni.

Bevagna è un bellissimo borgo umbro, presso il quale sono state girate alcune scene di  Fratello sole, sorella luna (2006) e di  Don Matteo 6 e  ora è la località esclusiva per questo simpatico serial adolescenziale interamente italiano. I microcosmi delle aule delle medie e delle classi liceali sono state esplorate in tanti modi diversi, ma sembra quasi che si fronteggino due scuole e viene spontaneo domandarsi se siano più vere le storie a tinte forti (soprattutto in termini sessuali) che troviamo su certe piattaforme (i più recenti: Thirteeen, Euphoria, Elite, Sex Education,  Baby, Skam,..) oppure i racconti più tranquilli , che potremmo definire familiari, tipici della produzione italiana (Jams, Il collegio,  ). In posizione intermedia far i due poli si trova High School Musical: The Musical – la serie: allude senza mostrare, come quando Nini dichiara a Ricki il suo amore e lo fa in una camera da letto dove sono soli ma con i vestiti.

Si potrebbe rispondere molto semplicemente che i primi serial citati hanno la classificazione VM14 e quindi, di fatto solo i secondi sono delle storie di adolescenti fatte per essere viste da adolescenti.

Si può invece dire di più: i personaggi che animano questo Sara e Marti (ma anche Jams e Il Collegio) ci appaiono come dei veri adolescenti, mentre i serial americani citati sembrano il frutto di progetti scritti per cercare di attirare il pubblico con un p’ di scandalo.

Sara e Marti frequentano la scuola di Bevagna, fanno conoscenza con i loro compagni di scuola, alcuni sono simpatici, altri meno, nascono amicizie ma anche delle antipatie e, qualche volta, degli innamoramenti mentre ognuna/o di loro cerca di realizzarsi attraverso ciò che piace, cercando di individuare la propria vocazione

Tutto quindi banale e prevedibile ma realistico, perché alla fine parliamo di ragazzi di 14-16 anni, se consideriamo che la serie è ormai arrivata alla terza stagione, corrispondenti quindi a tre anni scolastici.

Il piccolo segreto del serial che dà ragione a  questo successo prolungato non sta nei fatti che avvengono, tutti facilmente prevedibili, ma dalla simpatia che scaturisce dai personaggi, ben caratterizzati. Sara è più spigolosa, reagisce d’istinto e si infiamma subito ma è anche pronta a calmarsi e a chiedere scusa; Marti è più dolce e riflessiva (legge molti libri), comprensiva verso tutti e irrimediabilmente buona. Fra i ragazzi, indubbiamente il più simpatico è Nicola, “il re degli scherzi”, che sotto la sua aria scanzonata e burlona nasconde un animo gentile. Un vero spasso sono i due gemelli, Luigi e Guido, che studiano poco ma sono sempre pronti a darsi una mano. Ludovico, il “bello” della classe è purtroppo solo bello, mentre le “cattive” di turno, come sempre succede in questi serial, sono i personaggi meno riusciti (Benedetta nella prima stagione, Virginia nella seconda): non si comprende mai da dove origina il livore che manifestano, questo dare colpi bassi alle loro presunte avversarie, probabilmente segno di grande insicurezza.

Il successo dei personaggi beneficia anche dello stile narrativo adottato. Viene sfruttato al massimo il format del mockumentary (ogni volta che un/a ragazzo/a parla, veniamo a sapere anche a cosa sta pensando) che sta diventando quasi uno standard per le teen-comedy e ha l’indubbio vantaggio di una narrazione semplice e chiara; inoltre il copione è stato ridotto al minimo e i giovani protagonisti sono stati invitati a esprimersi spontaneamente.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EIGHTH GRADE - TERZA MEDIA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/18/2020 - 15:35
Titolo Originale: Eighth Grade
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Bo Burnham
Sceneggiatura: Bo Burnham
Produzione: A24, Scott Rudin Productions
Durata: 94 su NETFLIX
Interpreti: Elsie Fisher, Josh Hamilton,

Kayla è una ragazza di terza media (nel sistema scolastico americano: Eighth Grade), per passione registra e pubblica su Youtube video con consigli per una migliore autostima e immagine di sé. Rimasta orfana della mamma a 8 anni, vive con il papà Mark e si appresta a vivere la sua ultima settimana di scuola media presso la Miles Grove Middle School di New York. È timida e riservata. Compagne di classe che non la considerano, la prima cotta per un ragazzo, una festa in piscina, l’amicizia stretta con ragazzi più grandi che incontrerà al liceo. Una settimana intensa e ricca di sorprese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno sguardo attento sulla fragilità della stagione adolescenziale, valorizzato il significato del pudore, riscoperta dell’importanza del rapporto tra genitori e figli adolescenti.
Pubblico 
Adolescenti
Il linguaggio è, a tratti, volgare. Discorsi espliciti sulla sessualità utilizzati “per fare colpo”, ma non corrispondenti alla realtà (non ci sono scene di nudo).
Giudizio Artistico 
 
Bo Burnham al suo primo lungometraggio, ha sviluppato un originale linguaggio narrativo perfettamente idoneo a raccontarci la stagione adolescenziale. Perfettamente nella parte la protagonista, Elsie Fisher
Testo Breve:

Una ragazza sensibile, all’ultimo anno della scuola media, ha difficoltà a relazionarsi con i compagni e cerca di diventare una influencer , mostrandosi in rete, per quello che non è ma vorrebbe essere. Un bel film su un’età difficile.  Su Netflix

Una settimana molto intensa quella vissuta da Kayla (ottimamente interpretata da Elsie Fisher) nel film. La ricchezza degli eventi permette, in poco tempo, di scandagliare in profondità la personalità di questa preadolescente.

La sua timidezza che la porta a fare video per dare consigli ai suoi coetanei. Consigli che lei stessa non riesce a mettere in pratica. Gli sbalzi d’umore legati all’età, l’apparente contraddittorietà dei gusti, lo scontro con il padre Mark (interpretato da Josh Hamilton) e l’incapacità (almeno inizialmente), di quest’ultimo, di entrare nel mondo della figlia.

Le amicizie non corrisposte da ragazze sue coetanee che si considerano troppo “snob”. Il sorgere di nuove amicizie con quelli che saranno i suoi compagni al liceo.

L’innamoramento, cercando di far colpo sul ragazzo che le piace, ostentando una disinibizione sul versante sessuale che invece non c’è: anzi, si può riscoprire il grande valore del pudore che non è stato ancora violato. La paura di non essere amata e apprezzata, in particolare da suo padre.

Uno spaccato del mondo adolescenziale molto convincente: le numerose candidature a prestigiosi premi nazionali e internazionali lo confermano.

L’ottima interpretazione della protagonista conferisce una grande credibilità alla storia. Inizialmente può sembrare una settimana troppo intensa e quasi frenetica, con un continui sconforti seguiti da repentine riprese da parte di Kayla, ma forse l’adolescenza è proprio questo: cambiamenti improvvisi che non sono solo sbalzi d’umore, ma sono passi di un cammino di maturazione capace di accelerate improvvise e momenti quasi di stallo.

I dialoghi, soprattutto quelli sul finale, possono essere considerati la ciliegina sulla torta dell’intera narrazione. Un padre che non è perfetto, ma cerca di fare del suo meglio e una figlia che, tra le traversie della vita, cerca di capirlo, creano una grande empatia con il pubblico (in particolare quello che ha già passato l’adolescenza da qualche tempo).

Apprezzabile l’accostamento tra i video fatti da Kayla (ben riconoscibili per lo stile “da social” e per la risoluzione minore rispetto al resto del film… quasi fossero veramente fatti con uno smartphone) e la sua vita reale. Gli uni si trasformano in un commento all’altra, pur nella contraddittorietà del dare consigli senza essere poi capace di metterli in pratica.

Il regista e sceneggiatore Bo Burnham al suo primo lungometraggio, ha portato sullo schermo uno stile molto particolare, che unisce un’ironia graffiante a un realismo quasi impietoso. La protagonista, quando si incammina per i corridoi della scuola, è ritratta sempre in soggettiva da dietro, con le spalle un po’ curve, appesantite dallo zaino, mentre fende un turba di compagni indifferenti al suo passaggio. Un lungo primo piano sul suo volto, quando lei, da sola in macchia con un ragazzo, risponde sempre più imbarazzata alle sue proposte per una maggiore intimità. Il suo camminare convulsivo avanti indietro nella sua stanza mentre parla, molto eccitata, con una ragazza più grande di lei che finalmente l’ha considerata interessante e simpatica.  Burnham non riesce tuttavia a evitare la comicità un po’ pecoreccia di una Kayla alle prese con una banana. nè manca una scena allucinante che viola qualsiasi deontologia familiare, dove padre e figlia sono a casa a  cena e mentre lui cerca disperatatmente di dire qualosa di profondo lei pensa solo a consultare il suo cellulare. 

Un film che riesce a rendere interessante la storia normale di una ragazza “normale” di oggi ma dove i social media costituiscono vero un universo alternativo. Se film o fiction TV recenti hanno raccontato adolescenti in condizioni particolari, con dipendenze  (Euphoria, La mia seconda volta), alla ricerca della loro identità sessuale (Tuo, Simon; Just Charlie), oppure superdotati (Il Cratere, Blinded by the light), con poteri speciali (I am not ok with this, Il ragazzo Invisibile) o con qualche anomalia  (Atypical, Ognuno è perfetto),  la pellicola di Bo Burnham ha  il pregio di raccontare il caso non infrequente di una ragazza sensibile, che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri  mentre vive una fase meravigliosamente complessa della vita umana.

Il film è disponibile su Netflix

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOD FRIENDED ME (seconda stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/13/2020 - 11:43
Titolo Originale: God Friended Me
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Steven Lilien, Bryan Wynbrandt
Produzione: Berlanti Productions, I Have an Idea! Entertainment, CBS Television Studios, Warner Bros. Television
Durata: 2 stagioni di 10 episodi cascuna per 50' su SKY
Interpreti: Brandon Micheal Hall, Violett Bean, Suraj Sharma, Joe Morton

New York al giorno d’oggi. Miles , nonostante sia figlio di Arthur Finer, un pastore della chiesa episcopale destinato a diventare cardinale, gestisce un podcast sull’ateismo. Un giorno riceve su Facebook una richiesta di amicizia. Il nome del richiedente è Dio in persona. Miles è molto scettico all’inizio ma si accorge ben presto che accettare i suggerimenti di “Dio” vuol dire aiutare persone in difficoltà. Decide quindi di assecondare le richieste che arrivano da questo misterioso mittente ma non da solo: è con lui Cara, una scrittrice/giornalista in difficoltà e Rakesh, un hacker molto bravo a trovare in rete informazioni utili per aiutare la persona segnalata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A ogni puntata si compie un’opera buona a favore di una persona che ne ha bisogno, ma la rappresentazione di Dio è generica e impersonale, e l’etica famigliare è piuttosto rilassata
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona la dinamica dei eventi, ricchi di colpi di scena, ma la rappresentazione dei protagonisti è piatta, quasi fossero tutti varianti della stessa tipologia di persona.
Testo Breve:

Il figlio di un pastore episcopale, ateo convinto, riceve via Facebook una richiesta di amicizia nientemeno che da Dio. Una serie di opere buone vengono compiute verso chi ne ha bisogno, ma questa divinità sconosciuta si limita ad essere  una sorta di datore di lavoro senza volto. Su Netflix

Forse, per partire dall’inizio, dovremmo risalire a La vita è meravigliosa di Franck Capra (1947) in quel caso era un angelo che dissuadeva il protagonista da un gesto irreparabile, mostrandogli quante volte il suo intervento era stato determinante per quelle persone alle quali aveva fatto del bene. Ma probabilmente è meglio riferirsi alla fiction in due stagioni Joan of  Arcadia (2006) dove è Dio stesso che parla con Joan, una  liceale un po’ ribelle, proponendole buone azioni. Ora sotto le sembianze di un coetaneo in jeans, ora sotto quelle di una bimba incontrata per caso al parco giochi, Dio provocava Joan con ironia, inducendola a cimentarsi in piccole grandi sfide che la facevano avanzare sulla strada della virtù. In quel magnifico serial era ben sottolineato il valore non solo umano ma trascendente di quegli eventi. “Vedi – diceva Dio a Joan- io lavoro attraverso il libero arbitrio di ciascuno, attraverso lo stralcio di realtà che ne nasce e la lego a quella degli altri, fino in fondo, sempre per il meglio. Stai tranquillo: il meglio è assicurato con me, un bene infinito in un universo infinito”.  Dopo Joan of Arcadia, le uscite di film/serial che ipotizzavano il diretto intervento divino nelle cose terrene non si sono mai interrotte:  Dead Like Me (2004), Being Erica (2009),  An Interview with God (2018), Kevin (Probably) Saves the World (2018), Miracle Workers, (2019), Good Omens (2019), Messiah (2020)  fino a quando non arriviamo al Dio molto moderno di questa fiction, che chiede amicizia attraverso Facebook.

Bisogna scandalizzarsi di questi modi insoliti di rappresentare l’intervento di Dio nel mondo? Probabilmente no: in fondo sono rappresentazioni pittoriche di come la coscienza di ognuno si senta spinta a fare del bene verso gli altri o a correggere i propri errori del passato. Bisogna vedere piuttosto che peculiarità ha questo Dio che ci viene rappresentato. In Joan of Arcadia era un Dio che parlava direttamente e dava bene il senso dell’interazione fra provvidenza e responsabilità personale. In questo God Friended me, c’è un Dio molto più impersonale, che non parla ma manda messaggi, limitandosi a dare il nome delle prossima persona da aiutare. Si tratta quindi di un Dio dalla personalità indefinita e di sicuro non abbinabile a nessuna forma particolare di religione. Non a caso i personaggi che vengono salvati sono fedeli di varie religioni (indù,  cattolici, ebrei..).  Si potrebbe ipotizzare una sorta di “religione dell’umano”, un invito alla solidarietà fra gli esseri umani e in effetti ogni episodio racconta un generoso gesto di salvezza dei tre “amici di Dio” verso una persona che ne ha bisogno, ma il rapporto con l’Autore della missione è freddo- Occorre solo obbedire ai suoi ordini e sono totalmente assenti le categorie della preghiera e dell’abbandono fiducioso alla sua Provvidenza. Al contrario lo stimolo principale in questa fiction va verso l’efficienza esecutiva (si ha sempre poco tempo per portare a compimento le sue richieste) ed è sempre necessaria una fase investigativa iniziale perché le richieste del Mandante sono sempre un po’ oscure e bisogna capire chi c’è da salvare, puntata per puntata. Interviene sempre in questa fase Rackesh, un hacker prodigioso (non si capisce bene se è più “divino” lui o Dio stesso) perché via Internet riesce a sapere sempre tutto di tutti (ma ormai non c’è più da meravigliarsi). Altra figura-chiave per comprendere la serie è il reverendo episcopale Arthur. La serie mostra una approccio all’etica familiare molto liberale, in linea con questa chiesa degli Stati Uniti: che accetta il divorzio, le unioni fra omosessuali e prevede l’ordinazione di sacerdotI-donne. Arthur, appena nominato vescovo, si accorge che nel consiglio c’è un sacerdote ostile a lui proprio a causa della sua vita privata (Arthur ha una relazione con una donna divorziata e sua figlia, che ha inclinazioni lesbiche, convive con un’altra donna). ll contestatore, un sacerdote anziano, quindi legato a “tradizioni obsolete” ,viene subito espulso sbrigativamente dal consiglio fra l’approvazione generale.

Complessivamente gli episodi sono ben strutturati mostrando un elevato numero di imprevisti e di colpi di scena, alla stessa stregua di un thriller. I personaggi sono visti tutti come persone ragionevoli, pronti ai portare conforto ai loro amici e pronti a chiedere scusa se hanno reagito impulsivamente. E’ come se l personaggio fosse uno solo, sotto molteplici sembianze. Ciò finisce per appiattire la narrazione, che rimane priva del contrasto fra psicologie diverse.

La seconda stagione della serie sta andando in onda sulla piattaforma  Sky.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KLAUS - I SEGRETI DI NATALE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/11/2020 - 09:45
 
Titolo Originale: Klaus
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Sergio Pablos
Sceneggiatura: Sergio Pablos, Zach Lewis, Jim Mahoney
Produzione: Sergio Pablos Animation Studios, Atresmedia Cine
Durata: 98

Jesper frequenta svogliatamente l’accademia di posta. Suo padre, che ne è il direttore, visto lo scarso rendimento del figlio lo spedisce sulla più remota isola del nord del paese, da cui potrà andarsene solo quando avrà consegnato 6000 lettere. L’impresa è quasi impossibile in un paese diviso dall’odio, i cui abitanti a stento si parlano, ma dal suo incontro con il burbero Klaus nascerà la mitica figura di Babbo Natale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Jesper, un giovane postino indolente ed egocentrico riesce alla fine a ripristinare pace e concordia in un paese dove prevaleva la diffidenza e l’odio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il creatore, Sergio Pablos, creatore del celebre Cattivissimo Me, ed è risultato particolarmente adatto ad unire un racconto classico con una prospettiva moderna e originale. In controtendenza rispetto alle mode del momento, il film è stato interamente disegnato a mano e realizzato con animazione tradizionale 2D, ma illuminato con l’ausilio della CGI
Testo Breve:

Il postino Jasper, nel  recapitare la posta nel Nord del suo paese, conosce  un omone che è bravo a costruire giocattoli. In questo cartone Netflix viene spiegata la genesi del Natale e dei suoi valori tradizionali, non quelli religiosi ma umani

Il primo lungometraggio animato prodotto direttamente per Netflix è un piccolo gioiello: un film capace di rimettere al centro i valori tradizionali del Natale senza risultare mai stucchevole o buonista.

Sarà perché il creatore, Sergio Pablos, dopo essere cresciuto alla scuola della Disney, ha creato la celebre franchise di Cattivissimo Me, ed è quindi particolarmente adatto ad unire un racconto classico con una prospettiva moderna e originale.

Klaus, infatti, cerca di restituire al pubblico il personaggio classico per eccellenza, Babbo Natale, tanto famoso quanto usurato da lunghi anni di utilizzo a fini commerciali. E lo fa attraverso una origin story che non va a esplorare le reali radici cristiane del personaggio, ma ne reinventa la storia a partire da una domanda ironica: cosa succederebbe se tutto quello che c’è di buono e bello in Babbo Natale fosse dovuto alle azioni del personaggio più egoista e imperfetto che si possa immaginare?

Nasce così Jesper, postino indolente e egocentrico, che viene spedito dal padre nella tetra e glaciale Smeerensburg con la missione di recapitare 6000 lettere. Ma in un paesino lacerato da faide millenarie, in cui gli abitanti stanno sbarrati nelle proprie case quando non sono impegnati a farsi la guerra fra loro, non è facile trovare qualcuno che voglia mandare una lettera. Solo quando Jesper porterà per sbaglio il disegno di un bambino al rude e misterioso Klaus e questi gli regalerà in cambio un giocattolo, qualcosa inizierà impercettibilmente a cambiare nell’isola…

Il motore della storia sono giustamente i bambini, perché sono gli unici a non essere ancora imprigionati nelle tradizioni di odio e rancore, ormai prive di ogni fondamento, che le loro famiglie si trasmettono di generazione in generazione. Ma il protagonista rimane lui, Jesper, che inizia a seminare il bene senza volerlo, anzi, mentre cerca con tutti i mezzi una strada che gli permetta di uscire da quell’inferno e ritornare alla sua comoda quotidianità. È un personaggio credibile e simpatico, proprio perché non ha niente di eroico. Il suo unico merito è quello di riconoscere la bellezza di quanto involontariamente sta facendo succedere e nel non abbandonarla più, fino a farsi cambiare da essa.

Su questo nucleo tematico si innestano tutti gli elementi che tradizionalmente appartengono alla “mitologia” di Babbo Natale: la slitta, le renne, l’abitudine di entrare in casa attraverso i camini, il carbone ai bambini cattivi… fino ad arrivare agli aiutanti “magici”. Ma tutto trova qua una spiegazione logica e terrena, oltre che divertente. Un tocco di magia torna solo nel finale, per rendere eterno quel che abbiamo visto poter accadere nella vita di tutti i giorni.

Una nota di merito va anche all’aspetto tecnico perché, in controtendenza rispetto alle mode del momento, il film è stato interamente disegnato a mano e realizzato con animazione tradizionale 2D, ma illuminato con l’ausilio della CGI. Un punto in più di unione fra tradizione e modernità, che magari non viene percepito subito, ma aiuta a creare un universo visivo insolito, sorprendente per i bambini e capace di restituire agli adulti un ricordo dei cartoni che hanno reso magica la loro infanzia.

 

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOC - NELLE TUE MANI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/06/2020 - 11:21
 
Titolo Originale: DOC -Nelle tue mani
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Jan Maria Michelini, Ciro Visco
Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Viola Rispoli
Produzione: Rai Fiction, Lux Vide
Durata: 50' a puntata su RaiUno e RaiPlay
Interpreti: Luca Argentero, Matilde Gioli, Gianmarco Saurino, Sara Lazzaro, Raffaele Esposito

Andea Fanti, primario di Medicina Interna di un importante ospedale di Milano, è un bravo dottore esigente e rispettato dai suoi colleghi ma ha un comportamento ruvido nei confronti dei pazienti. La sua vita resta appesa a un filo quando il padre di un paziente, sconvolto per la morte del figlio, gli spara un colpo in testa. Ripresosi dal coma, si accorge di aver perso la memoria dei suoi ultimi 12 anni. Lorenzo, lo psichiatra dell’ospedale, ritiene sia giusto per lui restare in ospedale, un ambiente a lui familiare, con mansioni senza responsabilità, nella speranza che riesca un giorno a ritrovare la memoria. Per questo motivo non gli rivela certi aspetti della sua vita privata e professionale. Andrea finirà così per scoprirli a poco a poco: si rivolge ad Agnese, la direttrice dell’ospedale, come se fosse ancora sua moglie (in realtà sono separati da tempo), tratta la dottoressa Giulia con distacco professionale, dimenticando che appena giorni prima aveva con lei una relazione sentimentale…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial trasferisce la calda umanità di tutti i personaggi: molti sono fragili ma, con l'aiuto degli altri, riescono a comprendere quando stanno sbagliando e ritrovano la forza per ripartire
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena ad alta tensione potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima sceneggiatura che valorizza tutti i personaggi ma l’intreccio appare affollato da un numero eccessivo di accadimenti
Testo Breve:

Un primario di ospedale, dopo un incidente, perde la memoria dei suoi ultimi 12 anni. E’ l’occasione per correggere la sua vita, instaurare un rapporto più umano con i pazienti, scoprire che si può andare avanti aiutandosi a vicenda

Appena scopriamo, nel vedere la prima puntata della serie, che Andrea non ricorda più gli ultimi 12 anni della sua vita, viene spontaneo esclamare: “ancora!”. Avevamo visto da poco il serial La strada di casa, dove l’imprenditore agricolo interpretato da Alessio Boni si risveglia dal coma dopo 5 anni, cerca di riscoprire cosa sia successo nel frattempo che ecco ci viene presentata (anche se sappiamo che DOC si è ispirato a fatti realmente accaduti) una trama molto simile. Scopriamo anche che questo dottor Andrea è molto acuto nelle diagnosi ma usa  toni  distaccati con pazienti e  colleghi;  ancora una volta ci scappa di dire: “ancora!”, perché il richiamo a Doctor House – Medical Division è molto forte. Quando poi assistiamo a sequenze concitate in sala di diagnosi dove l’equipe di dottori ha pochi secondi per recuperare un paziente che risulta gravemente compromesso, non possiamo non ricordare le sequenze drammatiche in sala operatoria che sono state il  piatto forte della serie E.R. – medici in prima linea.

Occorre aggiungere che nel primo episodio, che ha, come sempre, il suo compito di impostare tutta la serie, si percepisce quell’horror vacui, tipico di molti serial italiani, dove vengono innescate tante bombe narrative a effetto ritardato che esploderanno nelle puntate successive e che hanno il compito di mantener sempre desta l’attenzione del pubblico. Oltre agli intrighi amorosi, alle sventure che affliggono la vita del protagonista, alle rivalità professionali, si sta sviluppando anche un complotto ai danni dello stesso ospedale.

Tuttavia la serie, nelle prime puntate, ha avuto un notevole successo. Più di 7 milioni di spettatori nella prima puntata e quasi 8 milioni nella seconda. Un successo pienamente meritato perché i pregi e l’originalità della serie non vanno cercati nel meccanismo dell’intreccio ma in altri due aspetti: nel messaggio che ci viene trasmesso e nell’approfondimento dei personaggi.

Il dr House ci teneva a mantenere un certo distacco con i pazienti perché pensava che un rapporto più stretto con loro lo avrebbe  distratto dal suo obiettivo primario: la ricerca degli indizi che lo avrebbero portato a una giusta diagnosi. Anche in E.R. si manteneva un certo distacco fra efficienza professionale e affetti privati. In questo DOC, l’approccio proposto per un corretto rapporto fra medico e paziente è opposto: per riuscire a curare bene il paziente (to cure, in inglese) bisogna rivolgersi a lui con un atteggiamento di attenzione e partecipazione umana alle sue infermità (to care), entrare in quella confidenza che consente al paziente di confidarsi e avere piena fiducia nel dottore. La funzione di Andrea, non più dottore abilitato ma semplicemente Doc per i colleghi, nelle varie puntate, è proprio questa: avvicinarsi ai pazienti per riuscire a toglier loro quella maschera di riservatezza che non consente di portare a termine una diagnosi approfondita dei suoi mali. L’apertura deve essere reciproca, sottolinea la serie: non sono solo i medici che debbono metter da parte il loro distacco professionale ma anche i pazienti: sono molti i casi presentati  di pazienti pronti a mentire pur di lasciar presto l’ospedale o, al contrario, pronti a enfatizzare i loro mali presunti per ottenere maggiore attenzione.

Il secondo pregio della serie è nella definizione dei personaggi. Il baricentro dell’attenzione è ovviamente Andrea (Luca Argentero), impegnato a ricostruire i suoi ultimi 12 anni di vita (ma anche con la possibiltà di  correggere i suoi errori) ma tutti i personaggi di cui veniamo a conoscenza hanno una storia, hanno sensibilità diverse, hanno pregi ma anche difetti e soprattutto si evolvono: sbagliano ma si correggono. Siamo lontani dai serial manichei dove ci sono i cattivi tanto cattivi e i buoni tanto buoni, ingessati nella maschera che debbono portare. Come il ragazzo diventato padre nella prima puntata, che è aiutato da Andrea ma poi è lui stesso a ridare coraggio al DOC, nessuno può dire: "tutto è perduto" ma c’è sempre una soluzione perché c’è qualcuno disposto a prendersi cura di te. La regia si mantiene in equilibrio (non sempre), evitando di scivolare nel patetico e, stranamente, realizza frequentemente dei primi piani delle mani dei  protagonisti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CARO GESU' . LE DOMANDE DEI BAMBINI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/01/2020 - 21:10
 
Titolo Originale: CARO GESU' . LE DOMANDE DEI BAMBINI
Paese: Italia
Anno: 2020
Produzione: TV2000
Durata: 12 min alle12,20 e alle 17, 30 da lunedì a sabato su TV2000
Interpreti: Cecilia Falcetti

Bambini e ragazzi dagli 8 ai 12 anni, attraverso brevi clip, formulano le loro domande che vengono poi raccolte e commentate dalla catechista Cecilia Falcetti. In ogni incontro, della durata di dodici minuti, si affronta un tema centrato su una parola chiave: la noia, la tristezza, la paura, l’amicizia, gli angeli custodi e in particolare ci sono domande collegate al momento difficile che stiamo vivendo. Disponibile in diretta su TV2000 dal lunedì al sabato alle 12.20 e alle 17.30 su TV2000 e su Youtube per visionare le conversazioni precedenti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un chiaro riferimento ai valori della fede anche in questi tempi difficili
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La catechista è convincente e usa il linguaggio giusto per parlare a dei ragazzi. Belle le illustrazioni. Le domande che pongono i bambini sembrano un po’ “costruite”
Testo Breve:

Ogni giorno, da lunedì a sabato, una catechista ci mostra come si può parlare di Gesù ai ragazzi di 8-12 anni anche in questi momenti difficili. Una utilissima iniziativa di TV2000 disponibile anche su Youtube

Nel tempo del Coronavirus i ragazzi stanno in casa. I più piccoli sono felicissimi di poter avere papà e mamma tutto il giorno con loro (magari a turno), i più grandicelli sentono la mancanza dei loro compagni di scuola, con i quali fanno almeno lunghe video-conversazioni. In questa occasione veramente unica dove i genitori, fra una telefonata di lavoro e l’altra, possono dedicarsi ai figli, perché non intrattenerli con un po’ di catechismo fatto con allegria, su temi che stanno loro a cuore?

Un ottimo spunto ci vene offerto da questa trasmissione che va in onda ogni giorno su TV2000 dove una catechista esperta, Cecilia Falcetti, risponde alla domande che ogni giorno un bambino, nella fascia 8-12 anni, le sottopone. La disponibilità di queste conversazioni, anche su Youtube oltre che sull app TV2000, offre il vantaggio di poter scegliere il tema che più sentiamo vicino. “Perché  i nonni sono più a rischio di noi e non possiamo stare con loro?” (31 marzo). “In questi giorni, dove sono finiti gli angeli custodi di tutte le persone che stanno male?” (30 marzo). “Le chiese sono vuote, non si può partecipare alla messa; cosa possiamo fare?” (28 marzo). “Dove possiamo trovare il coraggio per affrontare il Coronavirus?”e così di seguito.

La catechista adotta un linguaggio facilmente comprensibile e si muove nell’ambito del bagaglio culturale disponibile, prevedibilmente, a quell’età. Viene citato il Principe Felice, si parla delle logiche dei videogiochi e delle partite di calcio  oppure del cane grigio che tante volte ha protetto don Bosco.

Molto belle, per seguire il racconto e per il pubblico che ascolta, le illustrazioni e le piccole animazioni di Stefania Pedna

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HIGH SCHOOL MUSICAL: THE MUSICAL: THE SERIES (primi due episodi)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/30/2020 - 17:24
Titolo Originale: HIGH SCHOOL MUSICAL: THE MUSICAL: THE SERIES
Paese: USA
Anno: 2019
Produzione: Disney Channel, Salty Picture
Durata: 10 episodi di 25' su Disney+
Interpreti: Olivia Rodrigo, Joshua Bassett, Matt Corbett, Julia Lester, Sofia Wylie

Nella East High School di Salt Lake City, la stessa dove sono stati girati i film (per la televisione e poi per il cinema) di High School Musical, Miss Jenn, la nuova insegnante di recitazione, coadiuvata dal coreografo Carlos, invita i ragazzi a candidarsi per avere una parte nella rappresentazione che vuole allestire con loro e una nuova edizione di quel musical che quattordici anni prima aveva fatto onore alla scuola. Le parti principali, quelle di Gabriella e di Troy, vengono assegnate a Nini e a Ricky. Se Nini ha sempre sognato di recitare quella parte, per Ricky si è trattato di una lotta contro se stesso: non è stato mai appassionato di musical ma ha deciso di candidarsi ugualmente per riuscire a riavvicinare Nini, con la quale aveva un’intesa nell’anno precedente e che ora, ad inizio del nuovo anno scolastico, fa coppia con E. J. Caswell…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In questo serial ci sono riferimenti ideologici che negano alcuni diritti fondamentali dei bambini, in particolare quello di venir generati e cresciuti dal proprio papà e dalla propria mamma
Pubblico 
Adolescenti
Per la presenza di alcuni argomenti che vanno affrontati con la dovuta maturità
Giudizio Artistico 
 
Fin dalle prime puntate ci vengono presentate canzoni di ottima musicalità; buona la recitazione della protagonista; molto meno quella dei personaggi maschili
Testo Breve:

Dopo 14 anni, la Disney propone una edizione rinnovata dell’ormai classico High School Musical aggiornato ai tempi di oggi, quindi con una presenza importante di situazioni dettate dall’ideologia LGBT

Disney+ , la nuova piattaforma in streaming che ha avuto il suo debutto a marzo 2020, esordisce con un nuovo serial dal nome lunghissimo per rinnovare i fasti di uno dei suoi lavori per la televisione di maggior successo. E’ proprio intorno alla riedizione di quel musical che si sviluppa la trama, si aprono contese per conquistare le parti principali, si riaccendono amori che sembravano sopiti. Nelle prime due puntate non c’è nient’altro da segnalare se non la conferma che il Musical è nelle corde degli americani e che sono in grado di mantenere un alto standard qualitativo. Anche questa fiction si mantiene musicalmente all’altezza delle aspettative e già nella seconda puntata, la canzone.”Wondering” .cantata e suonata dalla bravissima  Julia Lester nella parte di Ashlyn cugina di E.J. è di quelle che non si possono dimenticare facilmente. Il format scelto è insolito: è quello del mockumentary che da una parte ha il vantaggio di farci conoscere in modo più diretto i protagonisti (a turno si rivolgono verso lo spettatore raccontando come si sentono e che intenzioni hanno), dall’altra il racconto risulta rallentato e perde il vantaggio dell’unità di azione.  Altra scelta insolita è quella di far recitare alcuni personaggi sopra le righe (l’insegnante di recitazione miss Jenn, il coreografo Carlos), forse per attribuire loro la parte comica del racconto, per quel dualismo comicità-romanticismo che è sempre stata una prerogativa delle produzioni Disney, fin dai primi lungometraggi animati.

Come si rapporta questo serial al suo autorevole progenitore? Troppo presto per dirlo. Non c’è più il conflitto sport-teatro che era stato il cruccio di Troy nella vecchia edizione; nelle prime due puntate non abbiamo ancora compreso i rapporti che i ragazzi hanno con i genitori ma soprattutto manca l’ansia per il futuro, del cosa fare da grandi, che in fondo qualifica in modo preciso l’essere un adolescente: fino a questo momento il massimo delle aspirazioni dei ragazzi è partecipare al musical della scuola.

Olivia Rodrigo è convincente nella parte di Nini, nel suo oscillare fra i due pretendenti, mentre è poco credibile il personaggio di Ricky  (interpretato da Joshua Bassett). Quando Nini si confida con lui, dichiarandogli il suo amore, la  cauta e tiepida reazione di lui è poco comprensibile e lo è ancor di più dopo, quando, impegnandosi a esser selezionato per il musical nel tentativo di riconquistare Nini, sembra mosso più dal recupero dell’ orgoglio ferito, che da vero amore.

Sappiamo da tempo che la Disney ha il chiaro obiettivo di diffondere le ideologie LGBT nei suoi lavori e lo fa anche con questo serial, forse sentendosi più libera ora che si trova nell’ambito di una piattaforma tutta sua. Siamo appena alla seconda puntata ma è doveroso fare alcune distinzioni.

Carlos è   stato profilato come una persona con inclinazioni omosessuali (come ce ne posso essere in qualsiasi scuola), è simpatico, molto impegnato nel suo lavoro ed   aiuta concretamente Ricky a migliorare il suo ballo. In queste due prime due episodi non  c’è nessun commento da esprimere.

Un altro personaggio maschile, Seb, evidentemente con la stessa inclinazione, chiede alla insegnante di fare la parte di Sharpy (la ragazza antagonista di Gabriella nel musical originale). La risposta è:” si, mi piace, è una scelta originale”. In questo contesto è inutile rifarsi alla tradizione, che fa riferimento a tempi remoti, di uomini che recitavano le parti femminili; ci troviamo piuttosto in piena ideologia gender dove si assume che le parti femminili e maschili siano facilmente interscambiabili.

Fin dal primo episodio appare chiaro che la protagonista Nini ha due mamme.  La banalità della sequenza (le due mamme portano dei dolci a Nini che in quel momento si trova a casa della nonna) sottolinea l’intenzione della Disney di inserire questo tipo di famiglia nello sfondo della storia, espressione di una quotidianità senza particolare importanza.

ll tema non è nuovo per la Disney e nel serial animato per la TV, Dottoressa Peluche, aveva raccontato le vicende di una famiglia con due mamme. E’ interessante notare che la Disney porta primariamente in evidenza nelle sue opere la condizione di due mamme che non di due papà (se vogliamo escludere l’episodio-flash della doccia di due uomini assieme a dei bambini nel film Frozen). Forse, nella sua strategia di portare avanti queste ideologie con cautela e in modo graduale, la Disney  è cosciente che l’esistenza di due padri, che comporta ipotizzare la pratica dell’utero in affitto, non sia ancora pienamente accettata dal vasto pubblico, mentre il tema del seme maschile in affitto e quindi la perdita della paternità da parte del nascituro, sia un “male minore” che possa venir accettato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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