• strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.

Gorbaciof

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/09/2010 - 11:11
Titolo Originale: Gorbaciòf
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Stefano Incerti
Sceneggiatura: Diego De Silva e Stefano Incerti
Produzione: Lucky Red
Durata: 85'
Interpreti: Toni Servillo, Mi Yang, Nello Mascia, Geppy Gleijeses, Gaetano Bruno

Gorbaciòf è il soprannome di Marino Pacileo, contabile del carcere di Poggioreale a Napoli, che ha una vistosa voglia rossastra sulla fronte, proprio come il noto ex presidente russo. L’uomo vive una vita insignificante tra il lavoro, che compie in modo disonesto, e il gioco d’azzardo. Si innamora di Lila, una ragazza cinese figlia dell’uomo che mette a disposizione il tavolo per le carte, e quando scopre che questi è indebitato, inizia a sottrarre i soldi dal carcere e a prendere parte ad attività sempre più pericolose e illecite per aiutare la giovane.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Rappresentazione di un personaggio senza speranze, che conduce un’esistenza deplorevole senza affetti, senza interessi, senza amici. La corruzione alberga nelle stesse istituzioni che dovrebbero combatterla
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza e turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Una storia al rallentatore che si rivitalizza solo attraverso scene di violenza che ridestano per un attimo lo spettatore annoiato. Buona l’interpretazione di Toni Servillo, e apprezzabili certe inquadrature e la fotografia, che restituisce l’immagine di una Napoli dolente e “malata”
Testo Breve:

Triste storia di un personaggio pur magnificamente interpretatao da Toni servillo, che conduce un’esistenza violenta e senza affetti.

Fin dall’inizio ciò che rimane impresso sono i gesti e i rumori reiterati che caratterizzano il film: dalle grosse chiavi di metallo che girano nella toppa e rappresentano la distanza incolmabile tra l’interno e l’esterno del carcere, alle porte sbattute con violenza, simbolo anch’esse della separazione tra questi due “mondi”, al conteggio dei soldi, sia da parte di Gorbaciòf che li sottrae dal suo lavoro, sia da parte del padre di Lila, che li prende dalla cassa del ristorante per anticipare il pagamento dei debiti. Proprio di questo tratta il film: corruzione, all’interno del luogo che dovrebbe sanare ogni tipo di attività illecita e rappresentare in qualche modo la legalità (si pensi alla figura del magistrato strozzino e alla guardia del carcere omertosa che sa del “vizio” di Gorbaciòf di intascarsi soldi che non gli appartengono), e gioco d’azzardo. Marino Pacileo è un personaggio senza speranze, che conduce un’esistenza deplorevole, senza affetti, senza interessi, senza amici. Al lavoro, in mensa, non si siede mai con nessuno. Invece di tornare a casa si chiude nel retrobottega del ristorante cinese e gioca a poker, senza quasi parlare. È un uomo duro, che non sa relazionarsi se non con il linguaggio della violenza e dell’aggressione fisica. Quando anche lui s’indebita e viene seguito dagli scagnozzi del suo strozzino, non si lascia intimorire: prima aggredisce uno di loro picchiandolo a sangue, poi si reca direttamente in tribunale, dall’usuraio in questione, che altri non è che un noto magistrato, che di giorno gioca a fare il paladino della giustizia e di sera preferisce giocarsi tutto a carte. Gorbaciòf è un personaggio negativo che però, nella sua negatività, non riesce a stabilire alcuna empatia con lo spettatore. Nella storia mancano dei punti di svolta significativi e un’escalation che tenga incollato il pubblico allo schermo senza farlo addormentare. Il film è parco di dialoghi, pochissimi e spesso in un napoletano non da tutti comprensibile a un primo ascolto. Questo rallenta il ritmo della storia, che si rivitalizza solo attraverso scene di violenza che ridestano per un attimo lo spettatore annoiato. Quello che Stefano Incerti descrive è un mondo senza speranze, una città, Napoli, dove in certi quartieri e ambienti la criminalità è padrona incontrastata e chi è nato lì è abituato a difendersi e a sua volta ad attaccare con violenza. Un mondo di bruti, dove Lila rappresenta quel tocco di bellezza esotica che è estraneo e lontano da tutto questo. La ragazza è per l’uomo una spiaggia felice rispetto al solito grigio e triste mondo nel quale lui è immerso, ma a sua volta Gorbaciòf è per lei la scoperta di un regalo, il sogno di un viaggio, la speranza di un futuro diverso, un’evasione dalle quattro mura squallide del ristorante cinese nel quale la giovane trascorre la maggior parte del suo tempo. È proprio l’utopia di una vita diversa che unisce a doppio filo due personaggi che altrimenti non avrebbero nulla a che fare l’uno con l’altra: Lila è giovane e bella, mentre Gorbaciòf è brutto, non più giovane, e certamente non più desiderabile. Sembrano la Bella e la Bestia, tanto che la scena in cui lei lo medica, dopo che l’uomo ha fatto a botte con uno degli scagnozzi che gli stava addosso per i debiti di gioco, richiama, visivamente, proprio la scena del noto film d’animazione in cui Belle medica la Bestia ferita e iniziano a gettarsi i semi dell’amore che poi germoglierà tra i due. A differenza che nelle fiabe, però, una fine tragica e senza logica spegnerà la speranza di un destino diverso. Buona l’interpretazione di Toni Servillo, e apprezzabili certe inquadrature e la fotografia, che restituisce l’immagine di una Napoli dolente e “malata”, oscura e sotterranea. Per il resto il film è di una noia abissale.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

MORDIMI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/31/2010 - 22:04
Titolo Originale: Vampires Suck
Paese:  USA
Anno: 2010
Regia: ason Friedberg, Aaron Seltzerg
Sceneggiatura: Jason Friedberg e Aaron Seltzerg
Produzione: Regency Enterprises/Road Rebel
Durata: 80
Interpreti: Jenn Proske, Matt Lanter, Chris Riggi

Becca si trasferisce in una brumosa cittadina del nord degli Stati uniti. Lì consce il misterioso Edward, che si rivela essere un vampiro, ma anche il muscoloso Jacob, che è un licantropo… con conseguenze esilaranti più che spaventose.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Comicità basata prevalentemente su allusioni sessuali
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloqui e numerosi riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
L’operazione, che come tutte quelle di questo tipo ha un che di parassitario e sterilmente postmoderno, è ben poco riuscita.
Testo Breve:

Partendo dal fenomeno adolescenziale degli ultimi anni, la saga di Twilight,  si volge in farsa mettendone in luce gli aspetti più paradossali. Operazione mal riuscita e di scarso successo

La formula è semplice: si prende uno (o più) film di successo e lo si volge in farsa mettendone in luce gli aspetti più paradossali. È l’operazione su cui si basano i vari Scary Movie e i loro epigoni (ma a suo tempo anche L’aereo più pazzo del mondo).

Questa pellicola la applica al fenomeno adolescenziale degli ultimi anni, la saga di Twilight, che ha  fatto la fortuna della sua autrice, la mormona Stephanie Meyers (citata esplicitamente nel film), e ha fatto sospirare milioni di ragazzine in tutto il mondo.

Per la verità in questo caso l’ingenuità e la spesso scarsa credibilità della trama dei libri della Meyers (che le pellicola cinematografiche a lei ispirate non hanno mitigato) rendono assai facile la presa in giro e una fruizione “ironica” della storia era già l’unico modo in cui un adulto senziente potesse sopravvivere alla visione dei diversi film.

Sembrerebbe quindi un lavoretto facile quello di mettere insieme le gag necessarie per un lungometraggio: il licantropo costantemente senza maglietta per contratto, il vampiro sospiroso, casto e alla moda (che qui viene scambiato per uno dei Jonas Brothers), la ragazzina apparentemente “sfigata” che però inspiegabilmente piace a tutti, figure che non si devono poi allontanare così tanto dai loro modelli per provocare lo sghignazzo.

Tra i critici c’è chi ha scomodato il confronto con Per favore non mordermi sul collo di Roman Polanski, indimenticato divertissement su argomenti affini. Lì però il regista polacco ha saputo mescolare con ben altro stile il romanticismo vero e assoluto con lo sberleffo irridente, la fascinazione della morte e la noia dell’immortalità in un pastiche le cui coordinate culturali sono estranee al cinema di oggi, sia esso rivolto agli adolescenti o agli adulti.

Eppure l’operazione, che come tutte quelle di questo tipo ha un che di parassitario e sterilmente postmoderno, è ben poco riuscita.

Per quanto possa apparire sciocco e semplicistico a chi teenager non è più, il mondo affettivo della Meyers è per le sue fan adolescenti una sorta di Bibbia del sentimento, e a toccarla si corre il rischio di incorrere negli strali furibondi di una schiera di fondamentalisti di questo culto dell’ossessione amorosa frustrata e rimandata.

Sarà questa la ragione (oltre all’umorismo un po’ greve e non sempre originalissimo) del modesto successo di Mordimi al botteghino sia americano che nostrano. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

Quella sera dorata - The City of our Final Destination

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 22:04
Titolo Originale: The City of our Final Destination
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: James Ivory
Sceneggiatura: Ruth Prawer Jhabvala
Produzione: Merchant Ivory Productions
Durata: 118'
Interpreti: Antony Hopkins, Laura Linney, Charlotte Gainsbourg, Omar Metwally

Omar Razaghi, dottorando in letteratura all’Università del Kansas, parte per l’Uruguay spronato da Deirdre, fidanzata dal carattere prepotente e dominante, per cercare di convincere i familiari dello scrittore Jules Gund, morto suicida, a concedergli l’autorizzazione per scriverne la biografia. Mentre trascorre del tempo con loro, però, capisce ciò che vuole davvero dalla propria vita, e trova finalmente il coraggio per cambiarla.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ambientazione decadente, incrocio di relazioni senza consistenza
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche accenno di nudo e di baci omosessuali.
Giudizio Artistico 
 
Mentre la storia non è costruita con l’attenzione dovuta, sono ottime le interpretazioni degli attori e la resa esotica dei paesaggi che danno un’aurea magica e quasi anacronistica, alla pellicola.
Testo Breve:

Con questo film James Ivory resa coerente al suo stile con l'eleganza dell'ambiente e la bellezza delle immagini. La storia non è costruita con l’attenzione dovuta, i personaggi vanno dietro a relazioni senza consistenza ma le interpretazioni sono ottime e la resa esotica dei paesaggi danno un’aurea magica e quasi anacronistica, alla pellicola

Nella famiglia del defunto Jules Gund i ruoli sembrano da subito confusi, le relazioni improbabili e ambigue: moglie (Caroline, bella ed algida), amante (Arden, delicata e dai tratti da bambina) e figlia avuta all’amante (la dolce Porzia), vivono sotto lo stesso tetto e si vogliono bene a modo loro e nonostante tutto, mentre Adam, il fratello di Jules, non più giovanissimo, ha una relazione omosessuale con il figlio-adottivo Pitt, ormai adulto e suo partner dichiarato. Adam si mostra subito dalla parte del protagonista Omar e consenziente al suo progetto di scrittura e anche Arden, dapprima sfavorevole, cambia idea, attratta dall’affascinante e giovane studioso americano di origine iraniana. Tra i due nasce presto un’intesa fatta di sguardi, di sottintesi, di casti baci rubati. Ogni personaggio ha in sé il desiderio inconscio di cambiare la propria vita: Omar è infelice con Deirdre e vorrebbe essere più indipendente; Arden è ancora giovane e bella e sente nostalgia dell’amore; Caroline sogna di vivere la cultura dell’Occidente e non di subirne il riflesso, passivamente intrappolata nei suoi dipinti che nessuno, eccetto loro, vedrà mai; Adam sente che sta invecchiando e per paura che un giorno Pitt si senta in dovere di rimanergli accanto solo per riconoscenza, vuole lasciarlo libero e allontanarlo spontaneamente. Nel corso della vicenda ogni personaggio subisce un’evoluzione, un cambiamento che lo porterà a dare una svolta alla propria esistenza.

Peccato che tale crescita non sia sempre sufficientemente motivata e giustificata dalla storia. Nonostante i personaggi siano ben caratterizzati, il protagonista è troppo passivo: il suo cambiamento personale, inconscio, avviene mentre è impegnato alla conquista di un obiettivo tangibile (l’autorizzazione dei familiari di Gund alla biografia), che però è raggiunto non grazie alle proprie doti persuasive su Caroline, l’unica che continua a negare il consenso, ma per merito di un’idea di Adam.

Omar, insomma, non ha alcun merito nella storia: è sempre dominato e costantemente insicuro. Dopo lo shock anafilattico causato dalla puntura di un’ape, entra in coma e, anche se si risveglia più per merito delle cure amorevoli di Arden, di cui si è innamorato (in pochi giorni?), che per la presenza ingombrante di Deirdre, torna negli Stati Uniti con la fidanzata.

Ha ottenuto ciò che apparentemente voleva, la cattedra universitaria, ma scopre che forse era più un’aspirazione di Deirdre per lui, che un suo desiderio. È infatti un professore frustrato: mentre lui parla (guarda caso) del potere che ciascuno di noi ha di agire sul proprio destino e cambiarlo, i suoi studenti appaiono svogliati e pronti a defilarsi al suono della campanella, mentre in un’altra scena delle studentesse si prendono gioco di lui tirandogli delle palle di neve, come si fa tra compagni. La scena è quasi grottesca, perché Omar è totalmente incapace di farsi rispettare e risulta davvero un personaggio senza spina dorsale, debole, privo di personalità, poco attraente e simpatico perché il pubblico possa empatizzare con lui.

Nonostante parte del cast fosse già collaudato (Casa Howard e Quel che resta del giorno), questa volta il film di Ivory delude un po’. Tratto dal romanzo dell’americano Peter Cameron, Quella sera dorata ci guida verso un finale prevedibile e scontato e l’ultima scena, che abbandona i protagonisti per farci vedere che fine hanno fatto Caroline e Deirdre, risulta superflua.

A salvare il film non è tanto la storia, la cui escalation non è costruita con l’attenzione dovuta, ma le ottime interpretazioni degli attori, soprattutto di Hopkins e della Linney, e la resa esotica dei paesaggi uruguayani (anche se gli esterni sono stati girati in Argentina): natura, ampi spazi, ritmi diversi, più rilassati e il tempo, che sembra rimanere sospeso e quasi ovattato, dando un’aurea magica, e quasi un po’ anacronistica, alla pellicola. 

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE TOWN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 13:01
Titolo Originale: THE TOWN
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Ben Affleck, Peter Craig, Aaron Stockard dal romanzo di Chuck Hogan
Produzione: Warner Bros. Pictures/Legendary Pictures/GK Films Production/Thunder Road Film Production
Durata: 125'
Interpreti: Ben Affleck, Jeemy Renner, Rebecca Hall, Jon Hamm

Per Doug MacRay, nativo del sobborgo bostoniano di Charlestown, quello delle rapine è un mestiere di famiglia. Quando però durante un colpo il suo amico e compagno di “lavoro” Jem prende in ostaggio Claire Keesey, la direttrice della banca, Doug si offre di seguirla per verificare che non li possa riconoscere. Poco a poco però se ne innamora e questo risveglia in lui il desiderio di una vita diversa. L’FBI, però, è sulla tracce della banda e sfuggire al proprio destino è più complicato del previsto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nota stonata in un percorso morale coerente e non banale resta il duplice omicidio che pure se commesso per proteggere Claire resta un atto di violenza particolarmente spietato, che riavvicina pericolosamente Doug al mondo che pure vuole lasciare.
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di violenza a volte efferata, alcune scene a contenuto sessuale e di nudo.
Giudizio Artistico 
 
Il film, pieno di ritmo e costellato di grandi e spettacolari scene d’azione e di efferata violenza, ma anche di guizzi di humour e di sentimento, riesce ad essere una meditazione non banale sul destino e la libertà, sulla possibilità di cambiare e sul prezzo da pagare per essa.
Testo Breve:

Un film pieno di ritmo ma violento con Ben Affleck attore, regista e sceneggiatore che mette in scena la storia di un difficile tentativo di redenzione

Dopo il felice esordio di Gone Baby Gone, Ben Affleck torna dietro la macchina da presa (ma anche davanti, qui si cuce addosso il ruolo del protagonista, un rapinatore romantico e tormentato) adattando un altro bel romanzo di ambientazione bostoniana e mettendo in scena la storia di un  difficile tentativo di redenzione sullo sfondo del miglio quadrato americano con la più alta percentuale di rapine a mano armata.

Le tre rapine scandiscono la storia: la prima, quella che segna l’inizio del rapporto tra Doug e Claire (anche se lei ancora non lo sa); una seconda pittoresca in abiti da suore e l’ultima, nientemeno che nella “cattedrale” di Boston, lo stadio di Fenway Park. A mettere i bastoni tra le ruote ai geniali criminali il testardo e spregiudicato agente FBI Frowley, rappresentante della legge i cui metodi violenti, almeno all’apparenza, differiscono poco da quelli delle sue prede.

Sono tante le catene che legano Doug MacRay a Charlestown: un mestiere maledetto trasmesso di padre in figlio, una carriera fallita di giocatore di hockey, un’amicizia, quella con il “socio” Jem, diventata una zavorra capace di tirarlo a fondo, una relazione fallita con la sorella tossica di lui, la difficile lotta contro l’alcolismo, la nostalgia per una madre sparita troppo presto.

Dentro un destino che pare già scritto- la morte o la galera- irrompe l’incontro con Claire, prima ignara vittima della violenza e dell’inganno, poi inaspettata fonte di speranza di un cambiamento. È lo sguardo indifeso e ferito di Claire, capace però di smascherare le sue fragilità, che per la prima volta fa intravedere a Doug, in crisi con un mondo di cui sente da tempo di far parte solo a metà, la reale possibilità di una vita nuova, lontano da tutto quello che ha sempre conosciuto, dove essere sé stesso e non il figlio di qualcuno.

Ma può un amore nato sull’inganno (Doug si è presentato a lei con una menzogna e fa una fatica del diavolo a tenerla lontana sia dalle indagini di un testardo poliziotto dell’FBI che dai sospetti dello psicopatico Jem) dare la salvezza a un uomo? Soprattutto quando la salvezza può giungere solo al prezzo di abbandonare per sempre gli amici di un tempo, ora sono naufraghi disperati che si aggrappano ai loro compagni di sventura e portarli verso la morte.

Come Jem, che nel passato ha salvato la vita dell’amico e per questa ragione accampa un diritto di “sangue” su di lui. Ormai schiavo della violenza come di una droga, pericolosamente imprevedibile e deciso a finire la propria carriera nel sangue piuttosto che in galera, Jem (e sua sorella Krista, tossica e ragazza madre, un tempo ragazza di Doug) rappresenta il polo opposto a Claire. Non a caso intuisce subito la “pericolosità” della ragazza nella battaglia per l’anima di Doug.

Il groviglio di morale e di sentimenti dei personaggi (resi credibili dalle ottime performance dello stesso Affleck, del protagonista di Hurt Locker Jeremy Renner, e dalla dolce e combattiva Rebecca Hall) si fa via via più complesso e difficile da sbrogliare, le azioni e le reazioni dei personaggi più violente, le loro conseguenze drammatiche, ma il racconto non perde quasi mai la bussola e fila dritto verso il suo finale inevitabile di grandiosa tragedia. E qui Affleck e gli altri due sceneggiatori si prendono qualche (grossa) libertà nel finale, preferendo regalare una speranza in più a Doug e agli spettatori. Unica nota stonata in un percorso morale coerente e non banale resta il duplice omicidio che pure se commesso per proteggere Claire resta un atto di violenza particolarmente spietato, che riavvicina pericolosamente Doug al mondo che pure vuole lasciare.

Il film, pieno di ritmo e costellato di grandi e spettacolari scene d’azione e di efferata violenza, ma anche di guizzi di humour e di sentimento, riesce comunque ad essere anche una meditazione non banale sul destino e la libertà, sulla possibilità di cambiare e sul prezzo da pagare per essa.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

L'ultimo dominatore dell'Aria

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 13:33
 
Titolo Originale: The last Airbender
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: M. Night Shymalan
Sceneggiatura: M. Night Shymalan
Produzione: Scott Aversano, Frank Marshall M. Night Shymalan per Blinding Edge Pictures/The Kennedy/Marshall Company/ Paramount Pictures
Durata: 103'
Interpreti: Dev Patel, Noah Ringer, Jackson Rathbone, Nicola Peltz

In un mondo diviso in quattro nazioni, ciascuna con il dominio di un elemento (Acqua, Aria, Fuoco e Terra), a garantire l’equilibrio è l’Avatar, unico a poter comunicare con gli spiriti e controllare tutti gli elementi. Ma da cento anni l’Avatar è scomparso e la nazione del Fuoco porta la guerra in tutto il mondo senza trovare oppositori. L’arrivo di un bambino misterioso, Ang, su cui tutti vogliono mettere le mani, cambierà le cose…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una versione annacquata di metafisica e di cosmologia buddista, con tanto di reincarnazioni, meditazione, distacco, Yin e Yang, in tutto per la verità buttato lì in maniera insieme didascalica e confusa.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di combattimento impressionante per i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
I combattimenti a base di arti marziali sono lenti e modesti, quelli che sfruttano le abilità di dominatori degli elementi dei protagonisti un po' deludenti. I protagonisti sono dotati di una psicologia elementare e a volte persino incoerente
Testo Breve:

Shamalyan, a suo tempo autore di film riuscito come Il sesto senso non si trova a suo agio nel realizzare un fantasy con scene di azione poco riuscite.

Chiunque non se la sappia cavare con le scene d’azione dovrebbe lasciar perdere il genere fantasy. E Shamalyan, a suo tempo autore di film riusciti come Il sesto senso, ci dimostra qui di non avere il gusto e la stoffa per questo genere di cose. I combattimenti a base di arti marziali sono lenti e modesti, quelli che sfruttano le abilità di dominatori degli elementi dei protagonisti un po’ deludenti (tranne quello finale del piccolo Ang, che solleva il mare in stile Antico Testamento) mentre al suo mondo alternativo, nonostante un 3D un po’ posticcio, manca il senso del meraviglioso cui ci hanno abituato la trilogia de Il Signore degli Anelli o di Narnia.

Gli si scuserebbe questa mancanza di mezzi tecnici se almeno fosse in grado di offrirci una storia affascinante e coinvolgente. Invece anche in questo il regista (che produce e scrive, ispirandosi a una serie di cartoni animati di Nickelodeon) fallisce miseramente.

I suoi protagonisti sono dotati di una psicologia elementare e a volte persino incoerente, a partire dal piccolo Avatar riluttante, per continuare con i suoi compagni di viaggio e con coloro che lo inseguono, il malvagio generale Jao e il tormentato principe Zukko, potenzialmente il personaggio più interessante della saga.

La sua back story di figlio rinnegato in cerca di riscatto viene raccontata, come molti altri particolari rilevanti della vicenda, in flashback confusi e antidrammatici, mentre la voce fuoricampo, un po’ invadente, della giovane Katara irrompe qua e là a raggiungere informazioni che potrebbero arrivare dentro la storia e non da fuori.

Con questo fantasy zoppicante Shamalyan sembra intenzionato a compiere la stessa operazione che a suo tempo John Travolta tentò con La guerra dei mondi, cioè di veicolare con una storia una vaga ideologia pseudo-religiosa. Là si trattava di Scientology, qui di una versione annacquata di metafisica e di cosmologia buddista, con tanto di reincarnazioni, meditazione, distacco, Yin e Yang, in tutto per la verità buttato lì in maniera insieme didascalica e confusa.

Il piccolo Avatar viene scelto, proprio come accade con il Dalai Lama, facendogli riconoscere degli oggetti appartenuti al suo predecessore (ovvero la sua precedente incarnazione) e cresce in mezzo a monaci arancione-vestiti, medita in posa da Illuminato e deve accettare il suo ruolo di salvatore dell’umanità superando le passioni di rabbia e vendetta.

Il problema è che Shymalan sembra aver rinunciato al sentimento e alle passioni nel suo stesso racconto, e tratta i suoi molti (troppi) personaggi più come i cartoni bidimensionali a cui si ispira che come persone, con il risultato che non ci si affeziona a nessuno di loro, mentre le lezioncine filosofiche finiscono per risultare pesanti per i bambini (gli unici a cui una struttura narrativa così elementare potrebbe piacere) e indigeste anche agli adulti.

La pellicola era evidentemente prevista come la prima di una serie, ma visti i modesti risultati al botteghino è probabile che la chiusa zoppicante e insoddisfacente segni la fine delle velleità del regista indiano in questo campo.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

La Passione

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 12:20
 
Titolo Originale: La Passione
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Carlo Mazzacurati
Sceneggiatura: Umberto Contarello, Doriana Leondeff, Marco Pettenello, Carlo Mazzacurati
Produzione: Domenico Procacci per Fandango, Rai Cinema
Durata: 105'
Interpreti: Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Kasia Smutniak, Stefania Sandrelli, Cristina Capotondi

Gianni Dubois è un regista/sceneggiatore che vive della gloria che gli hanno procurato i suoi primi lavori ma ora è da cinque anni che non dirige ed è tartassato dal produttore gli  ha intimato di tirar fuori in poco tempo un'idea brillante per valorizzare una giovane diva televisiva molto "segnalata". Chiuso nella sua abitazione toscana Gianni si trova in piena crisi creativa per di più il sindaco lo ha convinto a organizzare la Via Crucis del paese per la sera del Venerdì Santo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Alla fine trionfa la generosità e l'impegno disinteressato ma il tema della Via Crucis è visto più come tradizione che come espressione di fede, come metafora di un paese che fa fatica a realizzarsi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche tono angoscioso impiegato nel costruire una satira dell'Italia di oggi può non venir compresa dai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Film di poche pretese dove si ride a tratti; beneficia dell'interpretazione di Giuseppe Battiston ma soffre della modestia del personaggio interpretato da Silvio Orlando
Testo Breve:

Film divertente a tratti, senza molte pretese, su come un regista in piena crisi creativa riesce ad allestire una Sacra Rappresentazione con gli abitanti di un piccolo paese.

Percepiamo subito una certa sensazione di fastidio quando  ci accorgiamo che il protagonista Gianni Dubois (Silvio Orlando) è  un  regista/sceneggiatore a corto di idee. Troppe volte, in troppi film è stato sfruttato il personaggio dell'artista in crisi creativa. L'espediente di inventarsi al telefono, alle domande serrate del produttore-aguzzino  una sceneggiatura al volo osservando ciò che accade per la strada è stato già sfruttato altre volte;  una delle ultime è stato in Questione di cuore, dove spettava ad Antonio Albanese indossare le vesti dello sceneggiatore dalla vena esaurita.

Per fortuna Carlo Mazzacurati si ripresenta con uno dei temi a lui più cari: quello della vita della piccola cittadina di provincia, come era accaduto nel suo ultimo  La giusta distanza. Il regista mette abilmente in piedi un gioco di contrasto fra il mondo della produzione cinematografica e televisiva romana, esclusivo e complesso come lo sono i rapporti umani quando sono costruiti intorno a sofisticati  equilibri di favori reciproci e la semplicità del paese (in questo caso un borgo toscano di nobili origini medioevali), dove (per fortuna) i cellulari prendono solo se si va a turno in cima a  una piccola torre e dove il prossimo evento più significativo  è coinvolgere tutta la popolazione nella Via Crucis del venerdì santo.

Se l'incontro con l'attricetta in carriera fa venire i brividi (una viziata Cristina Capotondi), tesa com'è a cercare la propria affermazione  a tutti i costi , l'animo semplice dell'ex carcerato Ramiro (Giuseppe Battiston) con la vocazione del teatro mostra tutto l'altruismo e la dedizione che sono necessari all'impresa impossibile di far diventare attori i negozianti e le commesse del paese. Non manca un momento (forse l'unico) di sincera fede, quando il ladro convertito chiede in anticipo perdono, rivolgendosi al Gesù Crocifisso della piccola chiesa locale, perché sta per impiegare nuovamente le sue arti di scassinatore per fare in modo che tutti i figuranti abbiano il loro costume di scena.
Si è trattato di un simpatico omaggio ai tanti colloqui fra Don Camillo e  il crocifisso della sua chiesa nella fortunata serie di film ricavati dall'opera di Giovannino Guareschi, anch'essa un'arguta apologia del microcosmo della vita di provincia e non  manca, per restare in tema, un rapido riferimento a Marcellino pane e vino.

La parte finale del film, la più divertente, racconta  le varie stazioni della  Via Crucis, in un susseguirsi crescente di incidenti, improvvisazioni e coraggiose riprese. E' in questo inferno angelico che l'estro comico di Corrado Guzzanti e di Giuseppe Battiston riescono a esprimersi al meglio, forse metafora di un'Italia che cerca di riprendersi improvvisando, forse della modestia dell'attuale  del cinema italiano.
Su tutto il film pesa il personaggio di Dupois, triste perché ci si sarebbe aspettati dal protagonista il messaggio principale, quello di una ripresa di inventiva creativa che fa seguito alla scoperta dei valori autentici dell'umano, ricavati da una piccola realtà di provincia. Tutto questo resta sulla carta, come in un tema scolastico risolto a metà,   perché il Dubois-Orlando sembra al più farsi carico di fungere collante della storia, discretamente in ombra rispetto agli altri più espressivi personaggi. Non aiuta la recitazione di Silvio Orlando, lui sì in fase di caduta creativa, in grado solo di riprodurre alcuni clichè di recitazione a cui ci ha abituato. Dolcissima la presenza di Kasia Smutniak nelle vesti di una barisma comprensiva con gli altri ma infelice in amore.

In complesso un film di poche pretese, discontinuo, che fa ridere a tratti  ma tratti colpisce nel segno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

La solitudine dei numeri primi

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 12:07
Titolo Originale: La solitudine dei numeri primi
Paese: Italia
Anno: 2010
Regia: Saverio Costanzo
Sceneggiatura: Saverio Costanzo e Paolo Giordano dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano
Produzione: Mario Gianani per Offside/Bavaria Pictures/Les Films Des Tournelles/Le Pacte in collaborazione con Medusa Film e Sky
Durata: 118'
Interpreti: Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Isabella Rossellini, Filippo Timi

Alice e Mattia vivono la solitudine e il disagio generati da due diverse, ma complementari sofferenze. Apparentemente destinati all’emarginazione colgono la reciproca sofferenza e nel corso degli anni le loro vite si sfiorano e si intrecciano senza mai riuscire a creare un legame capace di “salvarli” da se stessi. Così entrambi sembrano abbracciare uno speculare percorso di distacco dal mondo e dalle persone; ma è proprio nel dolore che li schiaccia che forse per entrambi si potrebbe aprire la possibilità di un nuovo inizio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella storia compaiano praticamente solo rapporti familiari tendenzialmente distruttivi, in cui l’amore e la comprensione o sono assenti o appaiono perdenti
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo e di alta tensione
Giudizio Artistico 
 
La sottrazione di alcune connessioni tra i vari momenti della vita dei due protagonisti rende difficile cogliere in profondità il loro dramma e lo spettatore resta impossibilitato nell'esplorarlo fino in fondo
Testo Breve:

Trasposizione cinematografica di un clamoroso caso di un successo letterario, il film manca della profondità necessaria

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SOMEWHERE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/06/2010 - 12:00
Titolo Originale: Somewhere
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Produzione: Roman e Sofia Coppola, American Zoetrope
Durata: 98'
Interpreti: Stephen Dorff, Elle Fanning, Laura Chiatti

Il noto attore cinematografico Johnny Marco vive da solo in un albergo di Los Angeles. Esegue pazientemente quanto gli viene richiesto dalla produzione (servizi fotografici, prove di trucco, conferenze stampa) ma nel tempo libero resta rinchiuso in albergo, consumando  ragazze , alcool e qualche pasticca. Un giorno arriva Cloe, la  figlia 11enne per restare con lui una settimana (la madre ha deciso di andarsene dalla città) e questo cambiamento di programma lo costringe a riflettere sul senso della sua vita...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista prende coscienza del vuoto della sua esistenza, ma non ha sufficiente onestà per trovare nell'affetto da portare agli altri la soluzione ai suoi problemi
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo. Descrizione di un ambiente caratterizzato da un consumismo sessuale diffuso
Giudizio Artistico 
 
Sofia Coppola si conferma una lucida e brava regista ma solo il personaggio della piccola Cloe risulta ben riuscito
Testo Breve:

Sofia Coppola, ci racconta una nuova storia di solitudine e desolazione umana nel contesto sfavillante dell mondo del cinema

Dopo la parentesi storico-pop di Marie Antoniette, Sofia Coppola torna alle tematiche e agli stilemi già espressi in Lost in Translation:  la noia esistenziale di un attore di successo, un anonimo albergo che diventa per lui un rifugio dorato, una città tanto sfavillante di luci quanto anonima, una giovane donna (o bambina in quest'ultimo caso) che lo mette, per contrasto, di fronte al vuoto della propria esistenza.

Sofia conferma il suo stile: il suo sguardo è lucido, tagliente: indugia sulle singole inquadrature, quasi a invitare lo spettatore a prendere tempo per  assaporarne i dettagli, per cogliere l'atmosfera dell'ambiente.  Si tratta sicuramente di uno stile autoriale ben caratterizzato che però rischia di risultare non attraente per il grande pubblico.

Se il primo film  era ambientato a Tokio, qui Sofia Coppola gioca in casa (il film non manca di annotazioni autobiografiche); è questo il motivo probabilmente per cui la sua ricostruzione del mondo del cinema di Hollywood si carica di una tagliente quanto amara polemica, tipica di chi lo conosce molto bene e in fondo lo ama: intorno a Johnny  che ha raggiunto il successo si muove una corte di aspiranti attori e attrici desiderosi anche solo di ricevere un saluto da lui ma é sopratutto contro l'universo femminile  che si abbatte il sarcasmo tagliente dell'autrice: tutte le donne che appaiono nel film pare non abbiano altra aspirazione che andarsi a infilare senza troppi preamboli nel letto di Johnny.

Il tema trattato da Sofia è lo stesso nei tre i film: il vuoto della libertà, l'alienazione di protagonisti nella cui esistenza la differenza fra l'essere e l'apparire raggiunge il parossismo:  se Johnny ubbidisce come un automa alla efficiente segretaria di produzione e si presta per ore a sedute di trucco, se esibisce a comando il suo sorriso più smagliante per un servizio fotografico, il Bob di Lost in Translation  asseconda con rassegnata passività tutte le richieste del fotografo che deve realizzare lo spot pubblicitario per cui è stato ingaggiato. Anche Marie Antoniette non sfugge alla regola: una volta assecondata la rigida etichetta di corte, la giovane regina resta disorientata nella sua libertà e non le resta altro che stordirsi con feste prolungate fino al mattino. Se però la giovane regina francese esprime  una vitalità che non trova un punto di applicazione, nel caso di Jonny è proprio la vita che viene meno;  il vuoto che si porta dentro  lascia  spazio solo a un annoiato consumismo sessuale.
Sarebbe forzare le intenzioni dell'autrice il pensare che abbia voluto indicare la decadenza della nostra società  super tecnologizzata  e impersonale (sia che si tratti di Tokio come di Los Angeles)  come la causa principale della passività dell singolo: è più facile che voglia trasmetterci la coesistenza di due crisi in parallelo, di due gusci vuoti che hanno perso la loro sostanza.

L'unico personaggio messo a fuoco in modo superbo è quello della figlia: Cloe ha una vita piena di impegni post-scolastici (danza classica, pattinaggio, tennis, soggiorno estivo in campeggio ) come lo può essere quella di una bambina di famiglia benestante ma ancor più di una figlia di genitori divorziati, che debbono continuamente escogitare qualcosa per tenerla impegnata quando loro hanno altro da fare. Abituata a stare da sola, ha già imparato a cavarsela  in tante cose: sa cucinare, sa programmare le sue attività con il personal computer. Ma dopo la settimana passata con il padre che la lascia all'ingresso del campeggio estivo, la tristezza arriva impetuosa: il suo essere un pacco spostato da un genitore all'altro, il timore che la madre l'abbia ormai definitivamente abbandonata prendono in lei per un momento il sopravvento.

Molto meno riuscita la figura del protagonista: la vicinanza con la figlia finisce per esaltare la sua solitudine, il vuoto di senso che si porta dentro ma Johnny  reagisce con la disperazione, invece di trovare soluzioni più a portata di mano, come lo stare a più vicino a sua figlia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

Editoriale

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/11/2008 - 14:52

Robin Hood nella storia dei kolossal del cinema statunitense

Un altro kolossal storico fabbricato ad Hollywood arriva a valanga ovunque. Anzi, sfruttando la passerella del Festival di Cannes, ultima spiaggia (di lusso) della lotta (immaginaria) al nemico americano in nome del cinema d'autore, gli europei hanno potuto vedere il film addirittura con un giorno di anticipo rispetto agli spettatori americani. Il film è Robin Hood, ennesima rivisitazione sul grande schermo delle gesta del "principe dei poveri".