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TUTTE LE VOLTE CHE HO SCRITTO TI AMO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/03/2019 - 16:22
 
Titolo Originale: To All the Boys I've Loved Before
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Susan Johnson
Sceneggiatura: Sofia Alvarez
Produzione: Overbrook Entertainment, Awesomeness Films
Durata: 99
Interpreti: Lana Condor, Noah Centineo, John Corbett:

Lara Jean è una ragazza di sedici anni; la sua simpaticissima famiglia è costituita da altre due sorelle (Margot, la maggiore e Kity di11 anni) e un padre molto comprensivo (la madre è morta quando lei era piccola). Lara non ha un boy friend e vive in un mondo romantico tutto suo: legge romanzi rosa e scrive lettere appassionate ai ragazzi che le sono piaciuti, fin dai tempi delle elementari e delle medie, senza averle mai spedite. Quando Margot parte per il college in Irlanda, con gran dispiacere del suo ragazzo Josh, la piccola Kitty ha un’idea: spedisce di nascosto le lettere appassionate che Lara aveva scritto (cinque in tutto). Fra i destinatari c’è lo stesso Josh ma anche Peter, il bello della scuola. Le conseguenze sono immediate: Peter si avvicina a Lara per ringraziarla molto della lettera (anche se in quel momento ha già una ragazza: Genevieve) e lo stesso Josh resta positivamente colpito dalla sua appassionata dichiarazione. Lara non sa più dove nascondersi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film sviluppa bene il tema della genesi di un amore fra un ragazzo e una ragazza , ponendo l’attrazione sessuale in stretta dipendenza dal primo
Pubblico 
Adolescenti
Qualche riferimento a tematiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Lo sviluppo della storia risulta particolarmente gradevole, grazie alla base letteraria su cui poggia. Ben svilippati i dialoghi fra i due protagonisti. Noah Centineo (Peter, nel film) sta diventando un vero e proprio divo delle teen comedies
Testo Breve:

Lara ha sedici anni e non ha ancora  un ragazzo se non nella sua fervida fantasia. Conosce Peter e fanno finta di avere una relazione al solo scopo di far ingelosire la ragazza di lui. Un bel racconto sulla genesi di un amore (e la sessualità in posizione subordinata)

Questo film originale Netflix, ricavato dall’omonimo best-seller per young adult della scrittrice  Jenny Han (si tratta in realtà di una trilogia e il sequel è stato già annunciato) ha un intreccio narrativo divertente ma certo non originale: il gioco dei malintesi che si creano a causa delle lettere spedite all’insaputa di Lara, il finto fidanzamemto che Lara e Peter imbastiscono per ingelosire i rispettivi aspiranti partner, salvo poi accorgersi che l’amore va in ben altre direzioni, è qualcosa di già visto in altre teen comedies; in effetti non è l’intreccio della trama, ancorché gradevole, il vero valore di questo film: il tema portante, molto ben sviluppato, è la genesi dell’amore.

Dopo tanti serial brutali su tematiche adolescenziali  (l’impulso al suicidio in Tredici, la tentazione della prostituzione in Baby, la sessualità come tema dominante in Sex Education) ecco un ragazzo e una ragazza che incontrandosi e parlando fra loro, giorno dopo giorno, scoprono improvvisamente che la conversazione fluisce spontanea, riescono facilmente a  confidarsi cose che non avevavo osato dire a nessun altro. Il loro cuore si è aperto, l’amore è in arrivo. Anche l’attrazione fisica, che sicuramente c’è, viene resa manifesta  in stretta dipendenza dal progresso dei loro sentimenti, l’uno per l’altra (fino alla fine del film si tratta comunque di baci e affettuosità generiche). Per Lara possiamo addirittura parlare di senso del pudore. Lei sa bene che le vacanze invernali sui campi di sci che farà tutta la classe sono state, per tante sue compagne, l’occasione per eccellenza per perdere la verginità e lei sta molto attenta ad evitare possibili tentazioni,  non perché non lo desideri ma perché lei e Peter non si sono ancora pienamente dichiarati. Ma il rapporto con Peter ha per Lara un significato ben più profondo: lei è afflitta da un’insicurezza esistenziale che non è solo attribuibile alla sua età ma alla perdita della madre in tenera età. Teme  che abbandonarsi pienamente all’amore verso un’altra  persona, dovrà, prima o poi, soffrire molto.  E’ proprio questo un altro aspetto, il potere trasformante dell’amore, che viene posto ben evidenza in questo racconto.

I rapporti familiari sono importanti per quell’età e veramente unica, nella produzione recente di film/serial sull’adolescenza,  è la perfetta intesa che hanno le tre sorelle (si percepisce che l’autore del racconto non poteva che essere una donna): tutte sono  sempre pronte ad immedesimarsi nei problemi delle altre e ad aiutarsi a vicenda.

I rapporti con i genitori sono altrettanto importanti per i due ragazzi, anche se vivono in famiglie ferite: Lara ha solo il padre mentre Peter solo la madre (il padre ha lasciato la famiglia per un’altra donna). Le espressioni di Peter sono severe nei confronti del genitore  e in nessun modo accetta la sua scelta, che lo ha molto ferito.

Molto bella è anche la figura del padre di Lara,che mantiene verso le tre figlie l’atteggiamento di un simpatico amico più che di un padre autoritario. Attento  osservatore delle sue figlie, riesce a cogliere cosa si cela dietro i loro cambiamenti di umore e si rallegra nel vedere Lara finalmente sorridente, ora che può aderire a un amore che è reale e non frutto di fantasia.

Un padre  risulta maldestro solo su temi come l’educazione sessuale (quando Lara parte per la sua settimana bianca con la scuola, non ha altra idea migliore che darle un pacco di preservativi). Ma su questo tema i genitori bravi sono pochi nella realtà e inesistenti nelle opere di fiction.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUITS (Prima Serie)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/29/2019 - 17:41
Titolo Originale: Suits
Paese: USA
Anno: 2011
Sceneggiatura: Aaron Korsh
Produzione: Netflix
Durata: 12 puntate di 45'
Interpreti: Gabriel Macht, Patrick J. Adams, Rick Hoffman, Gina Torres, Meghan Markle, Sarah Rafferty

La Pearson Hardman è uno degli studi legali più importanti di New York. Harvey Spencer ne è la punta di diamante: abile, risoluto, opera sempre ai limiti della legge perché per lui l’importante è vincere. Jessica Pearson, a capo dello studio, lo costringe a procurarsi un aiutante e Harvey alla fine sceglie Mike Ross, un giovane che ha una prodigiosa memoria fotografica, è preparato riguardo alla legge ma non è laureato. Harvey lo assume comunque accordandosi con lui per tenere segreta l’iilegittimità della scelta. Mike fa presto amicizia con Rachel, affascinante paralegale, che lo aiuta a introdursi nello studio...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un gruppo di avvocati svolge con competenza il proprio lavoro, ai limiti della legalità ma sono solidali fra loro e sanno impiegare i loro talenti per aiutare chi ne ha bisogno. E’ presente un esempio negativo di quanto sia facile guadagnare soldi con il commercio della droga. I rapporti uomo-donna sono caratterizzati da precarietà e dall’assenza di figli
Pubblico 
Adolescenti
Alcune situazioni di incontri amorosi per una notte, senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Un'ottima sceneggiatura imbastisce dialoghi brillanti e situazioni avvincenti. I protagonisti tutti nella parte, risultano, nonostante alcune ruvidezze professionali, molto umani e simpatici. Solo Trevor, l'amico di Mike, è un cattivo troppo cattivo, sembra inserito nel racconto al solo scopo di procurare problemi a Mike
Testo Breve:

In uno dei più prestigiosi studi di New York, un brillante avvocato e una promettente matricola risolvono casi difficili riuscendo sempre a trovare un giusto equilibrio fra le parti. Una serie ben scritta che non trascura gli aspetti umani dei rapporti fra i colleghi di lavoro

Questa fiction TV sulla piattaforma Netflix è ormai arrivata all’ottava stagione. Segno dell’apprezzamento che ha ricevuto dalla parte del pubblico; un apprezzamento ben meritato perché quando si guarda una qualsiasi puntata di questa fiction, l’entertainment è assicurato. Si parte sempre con una causa legale che è stata affidata allo studio e i nostri sue eroi partono bene ma poi tutto sembra essere perduto: è proprio in quel momento che c’è il guizzo, il cambiamento di prospettiva, l’intuizione geniale di uno dei due e viene raggiunta la vittoria o quantomeno un onorevolte compromesso. I dialoghi sono scoppiettanti, il ritmo del racconto è vivace.

Questa serie può essere inserita a pieno titolo nella categoria delle fiction di contesto. Viene descritto un mondo lavorativo chiuso, analizzato con molta cura nei dettagli, com’era già avvenuto  in altri con la stessa impostazione (ER, Mad Man, Thr Newsroom, West Wing, House of Card,...). E’ il contesto il vero protagonista della vicenda, che impone le sue regole e richiede ruoli ben disegnati. I protagonisti si muovono in questo universo all’interno del quale debbono avere successo, ma ben sapendo che chi vince è la squadra al completo. Anche in Suits i dialoghi sono secchi, perché sono operativi, mirano a fare qualcosa e prendere rapidamente delle decisioni. Negli scontri con gli avvocati avversari non mancano colpi bassi, bugie spudorate, bluff e un po’ di teatratlità per enfatizzare la propria posizione. Si potrebbe osservare che questo gusto per il lavoro che ha successo, per una realizzazione brillante, sia effetto di una impostazione etica di tipo calvinista, che privilegia la professionalità ben esercitata, sorvolando su certi comportamenti personali non completamente onesti ma il serial sta attento a inserire, fra tante cause miliardarie, anche qualche patrocinio gratuito dello studio.  In una forma o nell’altra, c’è sempre una giustizia di fondo che viene raggiunta: si inizia sempre con uno scontro frontale e aggressivo fra le parti che difendono la loro posizione con colpi bassi, ma alla fine viene fuori la verità sulla reale situazione, le pretese eccessive debbono venir abbandonate e si perviene a un giusto equlibrio fra i contendenti. Anche i rapporti fra i componenti dell’ufficio, nonostante invidie e spiriito di competizione, vengono mantenuti nell’ambito della correttezza ma ci sono anche gesti di vera solidarietà. Lo vediamo da parte dello stesso Harvey che difende gratuitamente il suo autista in una causa e ha aiutato Donna, la sua assistente, alloggiando i suoi genitori per un certo tempo nel suo appartamento, in una situazione difficile. Ma anche Donna saprà aiutarlo in un momento difficile.

Un altro aspetto che gioca un ruolo tracurabile per la caratterizzazione di Suits è l’immagine patinata di questi business men che lavorano con successo, guadagnano molto e si concedono ogni vezzo consumistico. Il riferimento è indubbiamente Harvey, sempre con un  completo blu di gran sartoria, un taglio di capelli da 500 dollari, un parco di macchine sportive anche se preferisce spostarsi con un autista privato. Quando vediamo entrare una bionda appariscente nella sua decapottabile sembra proprio che quella ragazza faccia parte del “pacchetto” di beni di lusso che Harvey si può concedere.

In effetti il ruolo delle donne in questo serial non è paritetico rispetto agli uomini. Si tratta di donne indipendenti, pienamente integrate nel business system, ma non sono protagoniste e hanno un ruolo di generoso supporto rispetto agli uomini: Jessica, Donna, e Rachel sono come le vestali di quel mondo e se gli uomini a volte scantonano, è Jessica che ricorda le regole da seguire, in particolare la deontologià della professione; Donna supporta in tutto, anche psicologicamente, Harvey nel suo impegno quotidiano e Rachel aiuta Mike a introdursi in quel mondo.

Resta da domandarsi: e l’amore? E la famiglia? Suits si allinea agli altri serial di contesto dove il lavoro ha una funzione totalizzante e gli incontri fra i sessi sono o la compagnia di una notte o una relazione più stabile, magari siglata con un matrimonio, ma destinata a terminare. Solo Jessica, nella terza puntata ha avuto, sul tema, un momento di riflessione: “finché morte non ci separi: ci credevo veramente” ma sta parlando una donna divorziata. E i figli? E’ come se non esistessero: in effetti farebbero perdere tempo. In questo serial, immagine non troppo irreale della società americana e prosimamemte europea, si è single oppure dei D.I.N.K. (Double income, no kids).

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOY STORY 4

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/28/2019 - 20:50
 
Titolo Originale: Toy Story 4
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Josh Cooley
Sceneggiatura: Stanton, Stephany Folsom, da un soggetto di John Lasseter
Produzione: PIXAR ANIMATION STUDIOS, WALT DISNEY PICTURES
Durata: 100

Dopo che l’amato Andy è andato al college Woody e i suoi amici hanno vissuto una seconda giovinezza affidati alla piccola Bonnie. Anche lei però sta crescendo, ma Woody, anche se finisce sempre più spesso nell’armadio, non rinuncia alle responsabilità nei suoi confronti e la segue anche al primo giorno di asilo. Sarà l’arrivo di un nuovo giocattolo, Forky, che Bonnie si costruisce, a lanciare Woody e gli altri in una nuova avventura e a fargli rincontrare una vecchia amica…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Più ancora che negli altri capitoli, Toy Story parla agli adulti ancora più che ai bambini, esplorando le contraddizioni del desiderio di essere genitori e le difficoltà del mestiere più bello del mondo, della gratuità che richiede e della gioia che può dare abbracciarlo fino in fondo.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida sequenza, poco percettibile, di due mamme che portano a scuola un bambino e poi lo vanno a riprendere
Giudizio Artistico 
 
Questo quarto episodio della serie riesce nel difficile compito di riprendere i fili di questa strana vita da giocattoli, confermando la sua funzione di metafora di tante problematiche umane
Testo Breve:

Dopo che l’amato Andy è andato al college, Woody e i suoi amici giocattoli si mettono a disposizione della piccola Bonnie, conducendo ancora una volta gli spettatori attraverso un lungo viaggio che è anche una riflessione sull’amore e la lealtà, sulla vocazione, sul crescere e invecchiare.

Cosa fa di un giocattolo un giocattolo? L’amore unico e irripetibile che il “suo” bambino prova per lui? O la sua “vocazione” di renderlo felice ed aiutarlo a crescere? E cosa succede di un giocattolo quando un bambino cresce e la missione giunge inevitabilmente a una fine?

La nuova avventura di Woody e degli altri giocattoli ci conduce ancora una volta ad esplorare queste domande e la risposta sarà diversa per ciascuno di loro.

Da più di una generazione, ormai, la saga di Toy Story, partendo da un presupposto piccolo e geniale (la vita dei giocattoli in assenza dei loro proprietari) ha condotto gli spettatori attraverso un lungo viaggio che è anche una riflessione sull’amore e la lealtà, sulla vocazione, sul crescere e invecchiare. Il terzo capitolo della serie sembrava avere in un certo senso chiuso un cerchio con la partenza di Andy, ormai cresciuto, per il college e il passaggio di testimone ad una nuova bambina.

Questo quarto episodio della serie, invece, riesce nel difficile compito di riprendere i fili di questa riflessione aggiungendo spunti nuovi e interessanti e recuperando alcuni vecchi amici, prima tra tutti Bo Peep, la pastorella della lampada per cui Woody aveva un debole e che era sparita tanto tempo prima.

Diversamente da Woody, che si aggrappa alla sua responsabilità nei confronti del suo bambino, Bo ha saputo accettare l’inevitabile, cioè che il bisogno di un bambino nei confronti dei suoi giocattoli non sia eterno e, a sorpresa, pur essendo un “giocattolo perduto”, si è rifatta una vita quasi da avventuriera, sfuggendo a un negozio di antiquariato e progettando di scoprire il mondo aggregandosi a un lunapark viaggiante.

Woody, con la sua testarda lealtà al “suo” bambino, e Bo con la sua voglia di avventura sembrano agli antipodi, ma sapranno allearsi per mettere in salvo Forky (metà forchetta e metà cucchiaio), il giocattolo che non si sente un giocattolo e anzi cerca continuamente di tornare al cesto della spazzatura da cui proviene. Solo condividendo la sua esperienza e ammettendo di essere forse un po’ spazzatura anche lui, Woody riuscirà a persuaderlo della sua missione. Meno presente che negli scorsi episodi, Buzz Lightyear offre, insieme a un paio di spassose new entries, il necessario alleggerimento comico alle situazioni.

Il grande avversario di questo episodio è Gabby Gabby, la bambola mai usata perché difettosa, che sogna di diventare la preferita di un bambino ed è disposta a tutto per mettersi nella condizione di esserlo, anche a rubare a Woody il suo riproduttore vocale.

È attraverso Gabby, per molti versi più complessa del terribile Lotso del terzo capitolo, che Toy Story riesce a dire qualcosa di straordinariamente importante e molto attuale: “avere” un bambino significa innanzitutto venire incontro a un bisogno prima ancora che rispondere al proprio di essere amati. È l’inizio di un’avventura spaventosa e bellissima in cui bisogna accettare il rischio dell’abbandono ma che vale la pensa di essere vissuta.

Più ancora che negli altri capitoli, Toy Story parla agli adulti ancora più che ai bambini, esplorando le contraddizioni del desiderio di essere genitori e le difficoltà del mestiere più bello del mondo, della gratuità che richiede e della gioia che può dare abbracciarlo fino in fondo.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SIR-CENERENTOLA A MUMBAI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 15:19
 
Titolo Originale: Sir
Paese: India - Francia
Anno: 2018
Regia: Rohena Gera
Sceneggiatura: Rohena Gera
Produzione: INKPOT FILMS IN COPRODUZIONE CON CINÉ-SUD PROMOTION
Durata: 99
Interpreti: Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni

Ratna vive in un piccolo villaggio indiano e a 19 anni è rimasta vedova dopo solo due anni di matrimonio. Con l’impegno di mandare mensilmente una quota del suo salario ai suoceri, riesce a trasferirsi a Mumbai lavorando come domestica nella casa del giovane Ashwin che vive da solo, dopo che il suo matrimonio è andato a monte pochi giorni prima della cerimonia. Inizia questa strana convivenza, molto rispettosa per i rispettivi ruoli, in un paese dove la divisione in caste ha radici consolidate ma giorno dopo giorno i due si aprono alla confidenza: lei sogna di diventare una disegnatrice di moda mentre lui vorrebbe tornare negli Stati Uniti a fare lo scrittore: si trova a Dubai solo per l’impegno di dover sostituire il fratello maggiore, morto improvvisamente

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due protagonisti sono campioni di un comportamento virtuoso che risulta non condizionato dalla classe sociale a cui appartengono
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista trova la forma narrativa giusta (ritmo lento, cura nei dettagli) per esprimere la progressiva intesa fra i due protagonisti
Testo Breve:

Lui è un giovane rampollo della ricca società indiana; lei, di origini umili,  è la sua cameriera. Il loro impossibile amore è l’occasione per mettere a nudo non solo le contraddizioni della società ma anche le virtù umane di cui entrambi sono dotati, con le quali riescono ad affrontare una difficile situazione

Ashwin ha ormai deciso di dichiarare il suo amore a Ratna, sapendo in cuor suo di essere ricambiato ma lei esprime tutta la sua perplessità per la differenza di casta che li separa. E poi aggiunge che sua madre ha dovuto sostenere la perdita del figlio maggiore e non può ricevere anche questo dolore dall’unico figlio maschio rimasto.

Ashwin confida al suo miglior amico la voglia di sposarsi con Ratna, ma riceve una risposta molto chiara: “mettiti nella sua prospettiva: le ricorderanno sempre che è una domestica, nessuno l’accetterà; se ci tieni a lei, se ci tieni davvero, lasciala perdere”. Il vero amore, cioè quello che cerca il bene dell’altro, può richiedere  anche il sacrificio dei propri sentimenti.

Sono sono due esempi della grande sensibilità d’animo che questo film riesce a mettere in luce.

Si potrà dire che questo film è quasi un pamphlet politico contro la divisione in caste ancora ben radicata in India (e questo in parte è vero); si potrà dire che si tratta di una romantica storia d’amore dove è proprio il loro amore sincero che li porta a tenerli  lontani  (e questo in parte è vero: ricorda in qualche modo In the mood for love) ma il vero valore del film è etico: i due protagonisti sono campioni di virtù  e se  è vero che stanno affrontando un problema legato alla discriminazione fra caste ancora esistente, con il bagaglio di virtù di cui dispongono, avrebbero potuto affrontare qualsiasi altro problema.

Ratna svolge con scrupolo il suo compito e si rifiuta di fare pettegolezzi riguardo al suo padrone; mette da parte il suo stipendio per consentire alla sorella minore di completare gli studi che lei non è riuscita a fare. Ashwin ha un alto senso della giustizia e della dignità di ogni persona e incoraggia Ratna perché anche lei possa realizzare i propri sogni, difendendola quando viene umiliata nella sua condizione servile. Anche lui ha i suoi sogni che vorrebbe realizzare ma persegue, come Ratna, un principio fondamentale, la propria feicità non potrà mai venir conquistata a danno della felicità altrui: ecco perchè aveva lasciato gli Stati Uniti per sostenere la famiglia quando il fratello maggiore era morto. E’ risultata centrata la decisione della regista di puntare, per il ruolo femminile, non su una smagliante stella di Bolliwood ma su una brava attrice non bella, per sottolineare che Ashwin si innamora sopratutto della bellezza dell sua anima.

Lo stile della regista  Rohena Gera al suo primo lungometraggio, è di estrema attenzione ai dettagli: il ritmo del racconto è lento, disseminato di gesti ripetitivi (Ratna che porta il vassoio della cena o della prima colazione al padrone, Ratna che risponde al telefono) perché l’impegno della regista non è quello di raccontare una grande storia ma la lenta evoluzione dei sentimenti e della comprensione reciproca dei due protagonisti.

Lo stesso tema della separazione fra caste non è spiegato ma significato attraverso una serie di episodi: Ratma che viene invitata ad uscire da un negozio di lusso, la reazione rabbiosa di un’ospite in casa di Ashwin qualdo lei le fa cadere il bicchiere: La “serva” andrà punita severamente e le verrà addebitato il costo del vestito che è stato macchiato. “Non si siederà mai a tavola con tua madre; non sa usare neanche forchetta e coltello” sottolinea l’amico di Ashwin, ricordando che solo le classi alte usano metodo occidentali. Ma forse la scena più espressiva è quella in cui noi siamo posti in soggettiva di Ratma mentre sta girando con un vassoio fra gli ospiti a un riunione ufficiale: tutti chiacchierano, non la degnano di uno sguardo, e prendono o non prendono meccanicamente ciò che si trova sul vassoio.

Anche il tema della condizione femminile in India viene afffrontato dalla regista ma questa volta senza prendere una posizione netta: se è vero che la sorella di Ratma decide di sposarsi con un uomo scelto dai suoi genitori senza neanche averlo visto, se Ratma, come vedova, è ostaggio della famiglia dei suoi suoceri ed è costretta a versar loro un contributo mensile, è anche vero che la regista non lesina uno sguardo critico alle donne dei quartieri alti che abusano della loro libertà: bevono nei locali notturni e si concedono di passare una notte con un uomo che hanno appena conosciuto. Lo stesso episodio iniziale del film (Ashwin annulla la cerimonie di nozze all’ultimo momento perché ha scoperto che la sua fidanzata lo tradiva con un altro) rinforza la verità che Rohena Gera vuole sottolineare: il comportamento di una persona adulta non è condizionata dalle tradizioni della nella sua società, nè la libertà conquistata è garanzia per un comportamento corretto: conta solo l’intimo convincimento della singola persona e un comportamento virtuoso in ogni situazione che la vita ci pone davanti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALCOSA E' CAMBIATO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 15:01
Titolo Originale: As Good as It Gets
Paese: USA
Anno: 1997
Regia: James L. Brooks
Sceneggiatura: Mark Andrus e James L. Brooks
Produzione: TRISTAR PICTURES, GRACIE FILMS
Durata: 139
Interpreti: Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear, Cuba Gooding Jr

New York negli anni ‘90. Melvin Udall è un affermato scrittore di romanzi rosa. Ama chiudersi in casa a doppia mandata per scrivere in pace ed esce solo per andare a mangiare nella locanda sotto casa usando posate di plastica ogni volta nuove, per evitare di contrarre germi. La sua vita da misogino è aggravata da suo atteggiamento irritante nei confronti dei vicini. Il suo dirimpettaio, un pittore che ha un certo successo, ha inclinazioni omosessuali e Melvin non manca di apostrofarlo né perde occasione per lanciare battute salaci all'indirizzo del suo gallerista di colore. Solo la cameriera Carol sembra sopportarlo e lui ha piacere di esser servito da lei ma un giorno Melvin fa una battuta inopportuna nei confronti di suo figlio (il bambino soffre di una pesante forma di asma) e Carol minaccia di non servirlo più. Melvin abbozza un goffa richiesta di perdono...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tre personaggi, ognuno con le proprie fragilità, riescono ad affrontare con serenità i propri problemi grazie al sostegno reciproco e alla salda amicizia che riescono a instaurare. Alcuni cenni ad incontri sessuali per una notte senza che di fatto si sviluppino
Pubblico 
Adolescenti
Una situazione, non sviluppata, di un uomo che vuol passare una notte con una donna. Prese in giro all'indirizzo di persone omosessuali e di colore con frasi esplicite. Nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
La forza del film sta in una brillante sceneggiatura, valorizzata dalla bravura dei tre protagonisti Due Oscar nel 1998 come miglior protagonista maschile e femminile, per Jack Nicholson e Helen Hunt
Testo Breve:

Uno scorbutico e misogino scrittore,  una donna che da sola si deve occupare del figlio malato, un pittore dai successi alterni malamente pestato da dei ladri: tre vite che si incontrano, raccontate da una superba  sceneggiatura

Questo film ebbe la sventura di uscire nelle sale lo stesso anno di Titanic (1997) ma riusci lo stesso a guadagnarsi due Oscar, quelli per il  miglior protagonista maschile e  la migliore protagonista femminile, un’accoppiata insolita, che non si è più ripetuta, segno che  l’affiatamento fra i due comprimari è stata una delle carte vincenti di questo film, che è stato posizionato al 140mo posto fra i 500 film più grandi di tutti i tempi dalla rivista Empire.

Il racconto presenta insolite stranezze. Come mai un uomo, il protagonista, affetto da disturbo  compulsivo-ossessivo, che ha seri problemi a relazionarsi con gli altri, riesce a scrivere novelle sentimentali ed ad avere tanto successo (lui lo spiega a modo suo, quando una delle sue fan gli chiede come fa a comprendere così bene le donne e  la sua risposta è degna di lui:”:penso a un uomo e poi gli sottraggo affidabilità e razionalità)? Come può lei, così premurosa con tutti e sempre desiderosa di una parola gentile, finisce per innamorarsi di  un uomo così scostante come Melvin? E Simon, sempre ben disposto con tutti, ma emotivamente fragile, con tanti problemi familiari e relazionali dovuti alla sua inclinazione,  si mostra così ponderato e saggio, quando deve dare buoni consigli a qualcuno?

Il miracolo che pone in atto questo film consiste proprio nel rendere i protagonisti particolarmente veri nella loro originalità, e a renderci palpabile l’affiatamento che si pone in atto fra di loro. Si può attribuire questo merito ai tre attori, certamente, ma il contributo risolutivo è della sceneggiatura. Parte da una tipizzazione dei loro caratteri, che può inizialmente apparire quasi macchiettistica, ma poi compie il miracolo di sviluppare un racconto convincente dove tre presone inizialmente così distanti per tipo di vita e per carattere, diventano veri amici e,  nel caso di Melvin e Carol, anche qualcosa in più. E’ un esempio positivo di solidarietà nella diversità, nello scoprirsi tutti bisognosi gli uni degli altri e nel saper trovare nell’altro quello che a noi manca.

Brillante e divertente è anche la fase, che si svolge durante una gita in macchina, nella quale  Melvin mette in piedi vari espedienti per conquistare Carol con soluzioni tecniche ( le canzoni giuste durante il viaggio, l’invito a cena in un locale rinomato) salvo poi uscirne sistematicamente sconfitto perché avrebbe dovuto preoccuparsi piuttosto di ascoltarla e conoscerla meglio.

La regia svolge il suo compito con mestiere, lasciando ampio spazio a quei primi piani che consentono ai tre protagonisti di sviluppare degli a solo. Resta troppo diluita la sequenza al ristorante.

Il film si mostra impegnato anche nel sociale, lanciando frecciate per la mancanza, negli Stati Uniti, di un servizo sanitario sociale, anzi sembra questo il vero ostacolo per tutti: il figlio di Carol  sta male proprio perché lei non può permettersi la spesa di un medico specialista; Simon,  vittima di una rapina dove è stato  pestato brutalmente, finisce sul lastrico perché non ha i soldi per pagare il pronto soccorso ricevuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BEAUTIFUL BOY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 14:08
Titolo Originale: Beautiful Boy
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura: Luke Davies, Felix Van Groeningen
Produzione: AMAZON STUDIOS, BIG INDIE PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney

Nicolas (Nic) Sheff ha diciotto anni, ama scrivere storie commentate con suoi disegni, si diverte a giocare con i due fratellastri più piccoli. Suo padre, David, un giornalista, è premuroso con lui mentre la madre vive lontano, a New York, dopo il divorzio. E’ il momento di andare al college e il padre lo accompagna, dopo essersi accertato che ha avuto una buona sistemazione. Tempo dopo, quando Nic torna a casa sembra cambiato: è irascibile e continua a chiedere soldi. Il padre non tarda a comprendere che è diventato dipendente dalla metanfetamina crystal meth ed è deciso a trovare una soluzione per questo figlio che non riesce più a comprendere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riesce perfettamente nel suo intento di metterci di fronte e spaventarci sugli effetti devastanti della dipendenza dalle metanfetamine ma manca di mettere in evidenza concrete soluzioni per prevenire e per curare
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene dove viene preparata e assunta droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari) ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente.
Testo Breve:

La storia vera di un padre che cerca di salvare il figlio dalla dipendenza dalle anfetamine. Un film crudo e molto realistico con pochi e non spiegati spiragli di speranza

Dai titoli di coda veniamo informati che negli Stati Uniti la droga è la causa principale di morte per uomini e donne sotto i cinquant’anni. In un paio di punti il film si concede piccole parentesi didattiche, per spiegare che la crystal meth è una delle droghe peggiori perché crea subito dipendenza da cui poche persone sono riuscite a liberarsi, è facile da reperire e può addirittura venir confezionata in casa.
La storia che ci viene raccontata ha ben poco di inventato: è stata ricavata dal libro che padre e figlio Sheff hanno scritto dopo che Nic è riuscito a vincere la sua dipendenza.

Che il film inventi poco ma descriva piuttosto ciò che è realmente accaduto, lo si nota proprio dall’andamento oscillante e alla fine angoscioso delle continue riprese, seguite da repentine ricadute di Dic, nonostante che il padre si impegni a collocarlo nei migliori centri di riabilitazione e si mostri sempre pronto a raggiungerlo, nel suo continuo fuggire ed errare senza meta.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema dell’assunzione di droga da parte dei giovani e questo racconto-testimonianza sembra aggiungere poco alla triste conoscenza del fenomeno che noi spettatori siamo riusciti a comporre.

A ciò occorre aggiungere un certo fastidio nello scoprire che il film ci racconta ben poco sull’origine di questa dipendenza tante volte senza ritorno, e quindi lo spettatore non viene aiutato nel prevenire che situazioni simili possano accadere anche a lui o ai propri figli. Il continuo flashback e flashforward del film finisce per giustapporci un ragazzo sereno e allegro a un altro accasciato a terra privo di conoscenza, senza che ci venga spiegato perché ci sia stata questa terribile trasformazione. Lo stesso enigma troviamo nell’unica ragazza, verso la quale Nic era riuscito ad avere un’intesa nel breve periodo passato al college: incontrata occasionalmente dopo qualche anno, si mostra subito disposta a percorrere con lui la discesa nel tunnel della dipendenza.

In realtà il film si muove partendo da una prospettiva diversa (e ha valore proprio per questo): quella del padre e siamo invitati a partecipare al defatigante calvario che deve affrontare. All’inizio il suo approccio è quello scientifico e pragmatico: cerca di conoscere, sapere tutto sul tema e si affida a rinomati istituti di riabilitazione. Di fronte a un sostanziale fallimento, mette in gioco direttamente se stesso, mostrandogli il massimo affetto e cercando lui stesso le condizioni migliori per un suo recupero. Alla fine si porta sull’ultima spiaggia, quella della durezza, rifiutandosi di aiutarlo anche quando Nic, ancora una volta, dice di esser pentito e di voler guarire.

Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari), ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente. Il film lascia l’amaro in bocca di fronte a un tema così doloroso, perché sembra concludere che il modo con cui si cade nella dipendenza e il modo con cui, eventualmente se ne può uscire, appare dominio del caso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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X-MEN : DARK PHOENIX

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 09:01
 
Titolo Originale: X-Men : Dark Phoenix
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Simon Kinberg
Sceneggiatura: Simon Kinberg
Produzione: BAD HAT HARRY PRODUCTIONS, DONNERS' COMPANY, IN ASSOCIAZIONE CON MARVEL ENTERTAINMENT, TSG ENTERTAINMENT
Durata: 114
Interpreti: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Sophie Turner, Jessica Chastain

Dopo aver involontariamente provocato la morte dei genitori in un incidente d’auto, la piccola telepate Jean Grey viene accolta nella scuola per giovani dotati del dottor Charles Xavier. Una volta cresciuta, durante una missione di salvataggio nello spazio in compagnia di altri X-Men, Jean viene investita in pieno da un brillamento solare. L’energia assorbita potenzia enormemente i suoi poteri, ma distrugge anche le barriere mentali create dal professor Xavier per proteggere Jean dai ricordi del suo passato…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Interessante la problematica di cosa possiamo fare con i doni che ci vengono concessi e il sottile confine che esiste tra “fare il bene in nome del bene” e “fare il bene per la gloria e il rispetto che ne derivano”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di combattimento e violenza, nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Dark Phoenix è un prodotto godibile e accattivante, adatto a un pubblico trasversale (anche se spostato leggermente verso i giovani, per l’età dei personaggi protagonisti e per la mancanza di un antagonista davvero forte e pericoloso), ma che non soddisfa pienamente le aspettative, decisamente alte visto che si tratta dell’epilogo della saga X-Men
Testo Breve:

Jean Grey viene investita in pieno da un brillamento solare. L’energia assorbita potenzia enormemente i suoi poteri, ma distrugge anche le barriere di cui disponeva per venir protetta dai ricordi del suo passato…Ci si poteva aspettare qualcosa di meglio per il gran finale della saga X-Men

Dodicesimo film dedicato all’universo degli X-Men, Dark Phoenix chiude una saga durata quasi vent’anni (il primo film, diretto da Bryan Singer, risale infatti al 2000), la cui fine è stata decretata dall’acquisto da parte della Disney dei diritti sul franchise, finora in possesso della 20th Century Fox.  Dark Phoenix si colloca cronologicamente dopo X-Men – Apocalisse (2016) e mette in scena la squadra degli X-Men in versione “giovane”, con James McAvoy nei panni del professor Xavier, Fassbender in quelli di Magneto e Jennifer Lawrence in quelli di Raven/Mystica.

Il film ruota attorno a un personaggio trascurato dagli ultimi film della serie, ma fondamentale all’interno dell’universo Marvel. Jean Grey (la Fenice Nera) è ben interpretata da Sophie Turner (la Sansa Stark de Il trono di spade), che riesce a rendere credibile il conflitto interiore del suo personaggio, dilaniato da forze immense (desiderio, dolore e rabbia), che lo rendono, allo stesso tempo, estremamente potente ed estremamente pericoloso. Jean Grey risulta così un’eroina fatta di luci e ombre, incarnazione dell’eterna lotta tra bene e male, che convivono dentro di lei e lottano strenuamente per emergere.

Con una protagonista così importante a dominare la scena, gli altri personaggi finiscono inevitabilmente per passare in secondo piano. Da questo deriva il tono un po’ monocorde del film, che insiste molto sull’aspetto drammatico, sul senso di pericolo e sulla tensione, senza lasciare spazio al lato comico che, in misura maggiore o minore, caratterizza tutti i film tratti dall’Universo Marvel.

Sottotono anche i cattivi – i D’Bari, capeggiati da un’algida Jessica Chastain - una razza aliena priva di sentimenti che vuole impossessarsi del potere di Jean e conquistare la Terra. I D’Bari assumono l’aspetto degli umani, parlano pochissimo e combattono a mani nude. Difficilmente, quindi, verranno ricordati tra i cattivi più originali dell’universo Marvel.

Decisamente più interessanti, invece, le tematiche affrontate dal film, ovvero cosa possiamo fare con i doni che ci vengono concessi e il sottile confine che esiste tra “fare il bene in nome del bene” e “fare il bene per la gloria e il rispetto che ne derivano”. Si tratta ovviamente di questioni affrontate a un livello abbastanza superficiale (Dark Phoenix rimane un film di supereroi, in cui le scene d’azione e visivamente spettacolari hanno la precedenza), ma che contribuiscono a dare una buona ossatura alla trama e a rendere credibili i dilemmi interni ed esterni dei personaggi. 

In conclusione, Dark Phoenix è un prodotto godibile e accattivante, adatto a un pubblico trasversale (anche se spostato leggermente verso i giovani, per l’età dei personaggi protagonisti e per la mancanza di un antagonista davvero forte e pericoloso), ma che non soddisfa pienamente le aspettative, decisamente alte visto che si tratta dell’epilogo della saga X-Men (o, perlomeno, di quella targata Fox). Per un gran finale - specialmente se paragonato a un altro blockbuster appena uscito in sala e che ha chiuso un’era, ovvero Avengers Endgame - forse ci voleva qualcosa in più.

Autore: Cassandra Albani.
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GRANDE SALTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/14/2019 - 09:48
Titolo Originale: Il grande salto
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giorgio Tirabassi
Sceneggiatura: Giorgio Tirabassi, Daniele Costantini, Mattia Torre
Produzione: SUNSHINE PRODUCTION
Durata: 94
Interpreti: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Marco Giallini, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Paola Tiziana Cruciani

Nello e Rufetto hanno superato i quarant’anni, quattro dei quali passati in carcere per rapina a mano armata. Proprio per quel precedente, non riescono a trovare un lavoro e in fondo non lo cercano neanche: sognano piuttosto di organizzare il colpo che possa consentire loro di fare il “grande salto”. Nello si trova in una situazione migliore: vive a sbafo in casa dei suoceri e ha una moglie e un figlioletto che lo consolano; Rufetto invece vive da solo in uno squallido scantinato e cerca di fare conoscenze femminili tramite appuntamenti via Internet…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due ladri che hanno già trascorso quattro anni in prigione, restano imprigionati nei loro ruoli, senza impegnarsi per una vita diversa. Un gioco pericoloso e di cattivo gusto ai danni di una persona diversamente normale
Pubblico 
Adolescenti
Lo squallore dei due protagonisti, il racconto privo di speranze, escludono i più piccoli dalla visione del film
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti e dei comprimari; le scene, anche quelle di azione, sono realizzate con perizia. Il racconto invece oscilla fra vari generi senza riuscire a scegliere un tono dominante
Testo Breve:

Due ladruncoli, usciti di prigione, cercano di dare una svolta alla loro squallida vita con un colpo definitivo. Una storia che oscilla incerta fra comicità, tragedia, trascendenza

La domanda che molto presto si pone lo spettatore è: cosa debbo fare, ridere o piangere?

La scena iniziale, la fuga in macchina dei due ladri inseguiti dalla polizia, è avvincente e promette un film carico di tensione. Le sequenze successive che ci mostrano  la squallida vita quotidiana di due ladruncoli da quattro soldi che sognano il grande colpo (divertente la loro trattativa per comprarsi una pistola) e intanto scroccano le cene al suocero di Nello, ci rimanda alle tante commedie all’italiana del dopoguerra, dove i protagonisti cercavano di sbarcare il lunario con molta inventiva o più direttamente, come ne I soliti ignoti di Monicelli, si rideva per le incredibili maldestre peripezie di quattro aspiranti ladri. In questo film invece, il racconto si riveste rapidamente di malinconia: la sfortuna di Nello e Rufetto è disarmante e quando, a causa di una ennesimo, maldestro, tentativo di rapina, ci scappa il morto, non si ride più. Ciò che è peggio è che il racconto è impostato in modo che lo spettatore sia invitato a sorridere, sia pur con sarcasmo, mentre il realtà si tratta di un episodio ben poco politically correct, grazie alla la sensibilità di oggi. Ad ogni buon conto lo spettatore si è ormai organizzato per assistere a un dramma della sfortuna e dell’incompetenza (in termini di accumulo di disgrazie siamo dalle parti di Umberto D di De Sica), quando il film vira nuovamente e si passa al surreale, perfino al trascendente, un escamotage che appare un po’ forzato, per riuscire a pervenire a una conclusione di questo strano, multiforme, racconto.

Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi sono bravissimi nella parte dei due ladri senza speranza. C’è però una buona dose di macchiettismo nei loro personaggi. Quel loro cercare un riscatto attraverso un furto geniale,  senza comprendere che non  sono all’altezza; quel trovarsi, da parte di Nello, accanto a una moglie carica di affetto nonostante tutto, senza che questo lo faccia riflettere per proporsi una vita diversa; il cercare, da parte di Rufetto di organizzare incontri femminili solo per poter trascorrere una notte, senza comprendere che lui ha bisogno molto più di quello, finiscono per farci concludere che il racconto non solo è stato tragico ma peggio, senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MATRICOMIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/12/2019 - 09:25
 
Titolo Originale: Il matricomio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Jack Alvino, Valentina Aurino
Sceneggiatura: Jack Alvino, Valentina Aurino
Durata: 6 stagioni su Facebook/ilmatricomio e su Youtube
Interpreti: Jack Alvino, Valentina Aurino

Jack è un ingegnere, Vale una donna di casa (forse). Lui è appassionato di moto, lei sta molto attenta alla pulizia e all’ordine in casa. Lui è un flemmatico, lei è molto dinamica, a volte esplosiva. Ci sono tutti gli ingredienti per realizzare divertenti scenette sulla vita di coppia e mostrare come l’intesa si rafforzi proprio nel modo con cui tutto viene sempre riportato a unità

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Lui e lei sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Jack e Vale recitano benissimo (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. La qualità degli sketch è assolutamente professionale
Testo Breve:

In questa web serie, Jack e Vale sono marito e moglie che ci mostrano come possano venir felicemente superate le mille discussioni di ogni giorno tipiche di una vita in due

E’ tempo che il nostro giornale si dedichi anche alle Web Serie, soprattutto quando, come nel caso di Matricomio, il tema sviluppato è quello del matrimonio e della famiglia.

Si tratta di rapidi sketch di due-quattro minuti dove si fronteggiano un marito e una moglie, Jack e Vale, nella divertente e ricca banalità di ogni giorno. Le puntate più cliccate si trovano su Youtube: una serie più ampia è reperibile su facebook/ilmatricomio (in tutto sono 90 puntate, dal 2016 a oggi).

Jack e Vale sono realmente marito e moglie da 14 anni, recitano molto bene (hanno fatto per anni teatro) e le sceneggiature sono sapientemente costruite. Ovviamente tutto questo non basta per dare ragione del loro successo (una loro puntata, La massaia estrema, ha avuto più di 12.000 visualizzazioni e 600 like): ciò che riescono a trasmetterci è il loro affiatamento: riescono realmente a farci entrare nella vita di una coppia che affronta problemi quotidiani che ognuno di noi può incontrare, ne nascono vivaci discussioni perché i punti di vista sono diversi ma poi viene sempre trovata la soluzione che soddisfa entrambi.

I temi trattati in prevalenza sono le diverse sensibilità, quella maschile e quella femminile con le quali viene percepita la realtà e gli incontri/scontri in tema di economia domestica. Ecco quindi che Vale non riesce ad attirare l’attenzione di Jack neanche quando ha cambiato pettinatura mentre lei nota subito che lui ha ridotto il pizzo. Un momento di cattivo umore di lei viene risolto da Jack con un complimento al vestito che lei indossa (ma questa scenetta potrebbe irritare le femministe più incallite). Scontati i battibecchi in termini di cura domestica: l’assunzione di una colf si risolve in un fallimento perché lei è molto scrupolosa e in fondo ci tiene a esser solo lei la responsabile della cura della casa. Non mancano puntate sulla loro intesa anche fisica: assistiamo, in una puntata, alla furba retorica con la quale lui convince lei ad indossare, per una serata, dei tacchi a spillo, molto più femminili delle solite ballerine o i metodi che riesce a escogitare lei quando non si sente disponibile a rispondere alle effusioni di Jack.

E’ chiara la filosofia di fondo di questi sketch: un lui e un lei che sono pienamente se stessi con i loro desideri, con i loro caratteri ma lo sono all’interno di una unità di coppia, dove tutto può essere affrontato, purché venga risolto per il bene di quella vita in comune nella quale essi trovano la ragione della loro esistenza.

Dalla visione del loro lavoro, ormai triennale, dispiacciono un pochino solo due cose: che la vita di coppia non viene estesa alle problematiche della gestione di figlio (ma questo sarebbe un ciclo di puntate sostanzialmente differente) e che nei loro contrasti, che si risolvono sempre con una riappacificazione, non ci siano a volte gesti di affetto, conferme del loro reciproco amore (ma forse un po’ di pudore giova a ricordare che la coppia è reale e che l’amore è vero, non costruito per l’occasione)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PETS 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/12/2019 - 08:37
 
Titolo Originale: The Secret Life of Pets 2
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Chris Renaud
Sceneggiatura: Dean DeBlois
Produzione: Illumination Entertainment
Durata: 86

Pets 2 è il secondo capitolo dell’originale serie cinematografica che racconta le storie di alcuni animali da compagnia e come, nell’immaginario di molti, possano impiegare le loro giornate quando i loro padroni sono fuori casa. Max ed i suoi inseparabili amici tornano con una nuova appassionante avventura.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Anche questo capitolo, come il precedente, catapulta lo spettatore in un viaggio dove l’amicizia risulta essere sempre l’ingrediente che fa da collante alle singole vicende dei piccoli protagonisti. Ottimo spunto per i bambini per far capire loro quanto sia bella la vita a contatto con la natura e gli animali.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Illumination Entertainment (stesso studio dei Minions e di "Cattivissimo Me") si conferma, ancora una volta, una casa di produzione di ottima qualità sia dal punto di vista tecnico che dei contenuti regalando alle famiglie storie moderne e divertenti adatte a grandi e piccoli.
Testo Breve:

Tornano i simpatici animaletti domestici che questa volta debbono fare spazio a un nuovo arrivato: il bebè della loro padroncina. Un film per far amare ai bambini la natura e gli animali

Quando arriva un bimbo in una casa genera sempre un po’ di scompiglio, ma da quando la padroncina di Max si è sposata ed ha avuto un figlio la sua vita è completamente cambiata.

Sebbene il cucciolo non si annoi mai nella palazzina in cui vive dove si intrattiene e si confronta con tanti altri animali domestici, ora le giornate di Max sono ogni giorno diverse, piene di imprevisti e stressanti.

Il piccolo (una specie di Jack Russel Terrier) si ritrova improvvisamente ansioso con evidenti disturbi psicosomatici, vittima dell’allarmismo tipico del “neo genitore” che desidera proteggere il proprio figlio.

Nel frattempo Gidget, la bianca volpina di Pomerania intenta come sempre a compiacere Max, deve recuperare il giocattolo preferito che lui le aveva affidato, finito nella casa di una bizzarra anziana signora.

La cagnolina chiederà aiuto a Chloe per camuffarsi perfettamente in un gatto ed affrontare dei numerosi e dispettosi felini.

La trasformazione più incredibile rispetto al primo film è sicuramente quella di Nervosetto diventato, rispetto al primo film, il perfetto animale domestico di una tenera bambina che lo traveste da supereroe con un’attillatissima tutina blu con tanto di maschera.

Il piccolo coniglietto si trasformerà dal perfido cattivo di Pets vita da animali a vero eroe capace di salvare una tigre in pericolo in un circo dove viene maltrattata.

Grazie ad un linguaggio semplice, Pets 2 rende piacevole la visione trattando temi come il coraggio, la perseveranza, l’altruismo e la fiducia in sé stessi.

Tre storie che si sviluppano parallelamente incrociandosi solo alla fine, in un perfetto mix di musiche e azioni travolgenti.

Ricca di gag la parte in cui Max e Duke trascorrono qualche giorno in campagna. Non solo gli animali da fattoria fanno ridere a crepapelle con i loro luoghi comuni ma la saggezza di Rooster (Galletto in italiano doppiato in America da Michele Gammino, celebre doppiatore di Harrison Ford) fa riflettere su quanto la vita di città ci crei inconsciamente dei limiti che solo la serenità che si ottiene dal contatto con la natura ci aiuta a superare.

Così come Max, alle prese con i suoi limiti da superare, anche noi ci rendiamo conto di quante cose potremmo realizzare con un po’ più di coraggio.

Gli amanti degli animali troveranno certamente piacevole il film, soprattutto quando si prendono simpaticamente in giro alcune delle personalità tipiche di ogni razza tanto da sentire in sala esclamazioni come: “proprio come fa il mio cane!”

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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