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NARCOTICA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2019 - 08:53
 
Titolo Originale: Narcotica
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Valerio Cataldi con la collaborazione di Raffaella Pusceddu
Produzione: Rai3
Durata: 5 puntate su RAIPLAY

Nella prima puntata, ci troviamo in Messico, nello stato di Guerrero, dove seguiamo la polizia comunitaria combattere contro i trafficanti che vendono sul mercato internazionale l’oppio coltivato dai contadini. Nelle lotte fra le varie bande e con la polizia, si sono contati più di 33.000 omicidi nel solo 2018. Nella seconda puntata le telecamere si spostano a Catatumbo in Colombia, dove si produce il 70% della droga mondiale e vediamo bambini di 10-13 anni raccogliere le foglie della coca per poi portarli ai centri di smistamento per 3-5 euro al giorno. Nella terza puntata si ritorna in Messico, nel villaggio di Jicayan de Tovar (Guerrero) dove i contadini coltivano l’amapola, il papavero da oppio conteso fra cartelli in perenne lotta mortale fra loro. Nella quarta puntata ci si sposta in Albania, dove la mafia locale sta assumendo il controllo esclusivo del traffico di eroina e cocaina sulla rotta dei Balcani. La quinta ed ultima puntata è un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dell'autobus scomparso in Messico con 43 studenti perché a bordo probabilmente era carico di eroina e sui risvolti dell'omicidio di Javier Valdez, uno dei giornalisti messicani più noti e più esposti nella denuncia dei cartelli di narcotrafficanti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario ha un valore che scaturisce dalla sua capacità di farci conoscere come si vive nei territori del Sudamerica sconvolti dalla guerra fra i cartelli della droga
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di crudeltà operate dalle truppe armate
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha compiuto un lavoro scrupoloso facendoci conoscere tanti personaggi che vivono immersi nel circuito del traffico della droga
Testo Breve:

Con questo documentario ci viene aperta una finestra non solo sulla coltivazione della coca ma ci fa conoscere la realtà di un mondo alla rovescia, dove viene venerata la Madonna della morte, protettrice dei narcotrafficanti

Alcuni bambini, fra i 10 e i 13 anni, mostrano le loro mani piene di lividi per il tempo passato a strappare le foglie di coca dalle piante. Terminata la raccolta si caricano sulle spalle il pesante sacco che contiene le foglie della giornata e si inerpicano su stretti sentieri di montagna per arrivare al centro di raccolta dove ricevono, in funzione del peso del sacco, l’equivalente di 3-5 euro al giorno. I ragazzi, intervistati, si dichiarano soddisfatti perché con quei soldi, sperano di poter andare all’università, riscattandosi dalla loro misera condizione.

Valerio Castaldi, autore del documentario, cerca di fare un po’ di conti: i contadini riescono a ricavare da 1kg di pasta di droga 700 euro. I cartelli le rivendono alle organizzazioni criminali internazionali a 1.500 euro. La n’drangheta calabrese, “leader del settore”, la distribuisce in Europa a 30.000 euro al kg. La coca viene infine tagliata e rivenduta “all’utente finale” a 120.000 euro al kg.

Se qualcuno  avevano vaghe idee su come funzioni il mercato internazionale della droga, questo documentario è in grado di fornirci tantissime risposte.

Abbiamo appena descritto la vita dei bambini della regione di Catatumbo in Colonia, ma il documentario passa presto al modo degli adulti: in Colombia, dopo aver rifiutato gli accordi di pacificazione nazionale, i vari movimenti paramilitari, quelli di destra come le AUC e quelli di sinistra come le FARC, non si combattono più per motivi politici ma per il controllo del traffico della droga e i morti ogni anno si contano a migliaia Le sovvenzioni date dal governo ai contadini per invitarli a convertire la cultura della coca (con un decisivo contributo dagli U.SA.) ha ottenuto l’effetto contrario: anche i contadini che coltivavano solo mais si sono convertiti alla coca e l’offerta di questo ingrediente di  base per stupefacenti è triplicata. In Messico la situazione non è migliore: sui monti di Filo de Caballos nello stato di Guerrero, il capo della milizia Salvador Alamis, intervistato, chiarisce che le sue truppe non fanno prigionieri. I suoi uomini hanno l’ordine di uccidere tutti quelli che sono considerati trafficanti perché nel passato, se in seguito venivano liberati, i trafficanti finivano per vendicarsi uccidendo uno di loro. Il miglior acquirente della droga messicana è la n’drangheta calabrese, che ha introdotto sul mercato il Fentanyl, il derivato dell'oppio che, per la sua potenza allucinogena, sta facendo strage di tossici negli Usa.

La parte meno conosciuta e più interessante del documentario, per noi europei è però un’altra. Come si vive in queste regioni dove lo stato centrale è latitante e chi comanda sono dei corpi armati che ricavano i loro introiti dal commercio della droga? Lo stesso il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica lo hanno detto chiaramente: l’ordine è mantenuto dagli stessi cartelli che garantiscono il lavoro per tutti e alle famiglie povere vengono dati dei contributi di sostegno mensili. Il popolo sudamericano è sempre stato molto religioso e anche per questo si è trovata una soluzione. Tutti venerano una Madonna ma non è quella che conosciamo: è la Madona della Muerte che protegge i narcotrafficanti (la sua immagine è incisa spesso sul calcio della loro pistola). In alcune sequenze allucinanti vediamo dei pellegrini avanzare in ginocchio con la statua di questa madonna, sull’asfalto arroventato fino al suo santuario per perpetrare una grazia, ad esempio come liberare dalla prigione un loro parente spacciatore

In tanta desolazione morale e umana, c’è una sola immagine rasserenante: quella del prete cattolico don Rito che ha costituito la Fundatiòn Oasys de Amor y de Paz ed è riuscito a strappare tanti ragazzi dal lavoro della raccolta della coca per alloggiarli in un collegio e mandarli a scuola. Molti di questi ragazzi sono orfani perché i loro genitori sono stati uccisi e ora si sta aprendo per loro una nuova possibilità.

Il documentario è disponibile su RAIPLAY

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PER SEMPRE (2019)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/18/2019 - 10:35
 
Titolo Originale: Per sempre
Paese: Italia
Anno: 2019
Sceneggiatura: Antonio Antonelli, Giuseppe Bentivegna, Beatrice Fazi, Elisa Storace e Francesca Zanni.
Produzione: TV2000
Durata: 110
Interpreti: Beatrice Fazi come conduttrice

Ogni mercoledì, dal 30 ottobre 2019, TV2000 trasmette il programma con un titolo programmatico: Per Sempre. Un format sul matrimonio nella forma di un game-show, condotto da Beatrice Fazi

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La trasmissione presenta tanti casi positivi di coppie che hanno saputo portare a compimento la promessa del “per sempre” fatta al momento del matrimonio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La conduttrice è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico ma sarebbe necessaria un po’ più di cattiveria nello scavare vittorie e sconfitte delle coppie intervistate
Testo Breve:

TV2000 trasmette, per il secondo anno,  Per Sempre, dove, con il pretesto di un game show fra coppie di fidanzati, si parla di matrimonio e ci viene mostrato, attraverso tanti casi reali, come la fedeltà abbia il potere di costruire la vera fonte della felicità

In Italia i matrimoni nel 2017 sono stati 191.287 (96.000 con rito religioso) contro i 400.000 nel 1968, la maggioranza dei quali, a quel tempo,  secondo rito religioso. Ben vengano quindi programmi come   Per sempre su TV2000, condotto da Beatrice Fazi, che cerca di scoprire il segreto che cela una unione che dura tutta una vita e molto indovinato è il titolo stesso, che non dà adito a dubbi sui propositi della trasmissione.

Il format è di per se’ semplice: due coppie di fidanzati gareggiano sia in prove domestiche (cambiare un pannolino, apparecchiare a tavola, stendere delle lenzuola) che teoriche, che hanno lo scopo di sondare il loro affiatamento. Le coppie arrivano accompagnate dai loro supporter, in genere degli amici che hanno contribuito a farli conoscere e che sono in grado di raccontarci, con più obiettività degli stessi interessati, i modi con cui si sono scelti.  Il giudice di gara è una coppia di media età che può quindi vantare l’esperienza di un percorso matrimoniale ben collaudato. L’esplorazione di questo segreto da svelare si estende anche ad altri marito e moglie, in questo caso famosi, in grado di raccontare come sono arrivati a dirsi “si” ma soprattutto come la loro unione si consolidata con il tempo. L’intrattenimento è garantito dalla musica dal vivo del complesso Bandalarga e dalla Sit-Com Filo & Cri, con Cristina Odasso, già interprete di Francesca Cabrini .

Le parti più toccanti del programma sono le interviste a chi è sposato da tempo: a volte si intrattengono in prevalenza sugli aspetti divertenti dei loro primi incontri ma è più interessante scoprire come hanno affrontato in seguito momenti importanti come la nascita del primo figlio.  L’intervista a Lino Banfi  è stata finora la più toccante (nella prima puntata) e non solo perché è un bravo attore: la sua è stata una vera vita trascorsa insieme nella gioia e nel dolore (la coppia ha avuto momenti di povertà estrema), nella salute e nella malattia (la sua Lucia è ora malata di Alzheimer).

Ad  ogni puntata, per ognuna delle  due giovani coppie di fidanzati, viene aperta  una scatola che contiene oggetti legati alla memoria della loro relazione. E’ un pretesto per sondare come si sono comportati in certi momenti nevralgici, belli o brutti.

Beatrice Fazi è molto brava nel mantenere alta l’attenzione del pubblico e la trasmissione vive di rendita della bellezza di tante coppie che hanno saputo costruire una vita insieme. Se c’è un’osservazione da fare, è che la conduttrice potrebbe essere “più cattiva”, togliesse cioè il velo di rispettoso pudore nelle interviste ce porta avanti,  per esplorare le radici del legame che unisce le coppie, più che il sapere se magari è lui o lei che porta la colazione a letto la mattina al coniuge o qual è stata l’emozione del primo incontro. Ci sono tante coppie che oggi convivono e  sarebbe bello se dal programma scaturisse il perché dello sposarsi, non solo nel suo significato religioso ma anche e soprattutto umano. Per questo stesso motivo sarebbe opportuno che si approfondisse non solo il rapporto di coppia, ma anche il loro impegno nel far crescere insieme i loro figli che è poi il momento più significativo nel quale si realizza la fusione della coppia. Forse, nell’edizione dell’anno precedente, l’inserimento del docu-reality dal titolo Corso di sopravvivenza per promessi sposi dove un sacerdote, don Ciro, metteva sotto  stress una coppia di fidanzati per scavare nelle loro vere intenzioni, si raggiungeva un maggior senso di realismo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL COLLEGIO (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/13/2019 - 09:31
Titolo Originale: Il Collegio
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Produzione: RAI, Magnolia
Durata: 120 minuti a puntata su Raidue e su Raiplay
Interpreti: Narratore: Simona Ventura

Venti adolescenti tra i 14 e i 17 anni devono studiare per circa un mese in un collegio simulando di essere negli anni ottanta, per conseguire il diploma di licenza media dell'epoca. Gli studenti hanno l'obbligo di indossare le uniformi del collegio e devono seguire le severe regole della struttura, che comprendono il rinunciare a telefonini, subire il taglio dei capelli secondo la moda dell’epoca. I ragazzi provengono da tutta Italia: c’è Maggy Gioia 14, di Milano che è la perfettina del gruppo, la più istruita e la più ligia alle regole; Mario Tricca (15, provincia di Roma) è il più insicuro, ogni prova comporta per lui una sofferenza; Sara Piccioni ha poca fiducia in se stessa; Claudia Dorelfi (14 anni, Roma) di indole litigiosa, usa un linguaggio sboccato e risponde male ai professori,…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La docu-fiction descrive con buon realismo un contesto scolastico, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima la scelta del cast, il montaggio garantisce un buon ritmo al racconto, solo in alcuni momenti si percepisce che dietro tanta spontaneità c’è una solida sceneggiatura.
Testo Breve:

10 ragazzi e 10 ragazze fra i 15 e i 17 anni varcano la soglia di un collegio negli anni ’80. La quarta stagione conferma il successo di questa docu-fiction che mostra degli adolescenti molto più attendibili di tante fiction TV

I numeri parlano chiaro: Il docu-reality Il collegio, giunto alla quarta stagione, è la trasmissione più vista di Rai2 con una media di 2.346.000 spettatori (10,2% di share in due puntate). Ma ci sono due dati che colpiscono molto di più: nella fascia compresa fra gli 8 e i 14 anni, il programma raggiunge il 38% di share ma non basta: con due milioni di interazioni, Il collegio è il programma più interattivo e popolare sui social (soprattutto Instagram). Così, mentre Netflix si affanna a catturare la fascia di audience degli adolescenti e young Adult, tallonata da Sky (senza trascurare Disney Channel in una fascia più bassa), la TV generalista mette a segno un grande successo per l’età della prima adolescenza. Qual è il segreto? Possiamo dire che i ragazzi e le ragazze di Il collegio ci appaiono molto più veri dei giovani che ci vengono presentati dalle varie piattaforme in streaming. Occorre aggiungere che ci appaiono più vicini anche perché più italiani (i ragazzi del collegio provengono da varie province) rispetto a quei giovani con generico, non meglio definito, profilo internazionale, proposti da piattaforme che vogliono coprire tutto il globo. 

Ovviamente non dobbiamo lasciarci ingannare: il format della docu-ficton fa apparire il racconto più vero ma in realtà c’è sempre dietro una accurata sceneggiatura anche se bisogna riconoscere che i ragazzi (selezionati da una rosa di 22.000 aspiranti) ci appaiono molto spontanei nelle loro reazioni, soprattutto quando vengono esclusi o puniti: probabilmente vengono ripresi quando la loro sorpresa è reale. Il fatto che nella quarta stagione debba venir applicato l’artificio di ritornare al 1982 ha scarso impatto sulla narrazione. I ragazzi debbono modificare il taglio dei capelli, rinunciare al cellulare, lavorare con enormi personal computer di prima generazione, ma si tratta di elementi secondari e poco influenti rispetto a ciò che è primario in questo tipo di lavoro: esplorare come si comportano ragazzi e ragazze di oggi nella fascia 14-17 quando interagiscono fra di loro e si trovano in classe di fronte a dei professori. Il ritratto che ne vien fuori mostra luci e ombre. Notevole è lo spirito di gruppo che sanno esprimere: appena uno di loro subisce una punizione o viene espulso, ecco che tutti accorrono con grandi abbracci e parole di conforto. Alla fine, ora come negli anni 80, fra questi ragazzi conta soprattutto farsi delle amicizie ma anche mostrare delle antipatie senza molto nasconderle. Non solo le ragazze ma anche i ragazzi hanno il pianto facile di fronte a certi loro insuccessi: si può ritenere che i ragazzi non stiano recitando in quelle situazioni e quindi mostrino, di fronte alle difficoltà, grande fragilità e insicurezza. Infine, soprattutto i quindicenni, fanno a volte gli sciocchi, disturbano le lezione, per far ridere gli altri compagni e acquistare un po’ di notorietà. Un comportamento prevedibile, facilmente riscontrabile a quella età e che non comparirà mai in alcun serial americano o simil-americano. Un aspetto sicuramente impressionante è la loro abissale ignoranza: sbagliano nella declinazione dei verbi (participio passato di porgere? “Porto”) o  non conoscono certe parole appena fuori dell’ordinario (sbarcare il lunario vuol dire atterrare sulla luna). Disastrosa è la loro conoscenza della storia (“i mille sono sbarcati contro i nazisti”) e della letteratura (Gabriele D’Annunzio era un estetista).

La docu-fiction è comunque originale nell’approfondire i rapporti fra i ragazzi e la scuola. Non sorvola sugli aspetti disciplinari, presenti negli anni ’80 come oggi: le insubordinazioni sono frequenti ma in questa fiction finiscono tutte sul tavolo del preside, che commina sempre una punizione. Il professore di lettere che domanda ai ragazzi “cos’è per voi la scuola?” e ottiene solo risposte strampalate, giustamente ricorda l’articolo 34 della Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce il diritto di tutti i cittadini a ricevere una istruzione. Una nobile citazione che in quel momento stride con i piccoli orizzonti che mostrano di avere questi ragazzi.

La docu-fiction merita il successo che si è guadagnato, l’approssimazione a un reale contesto collegiale è notevole: resta un dubbio di fronte alle confessioni in solitaria di se stessi dei ragazzi di fronte alle telecamere: risultano troppo preparati nel tracciare un loro profilo psicologico, che stride con il livello di cultura che hanno mostrato in altre occasioni. Risulta più evidente, in questi casi,  che stanno recitando una parte già programmata.

Resta dubbio il motivo dell’ingresso nel collegio, alla terza puntata di un ragazzo e una ragazza considerati ufficialmente fidanzati (con il beneplacito dei genitori). Per ora (alla terza puntata)  è stato chiaro nei loro confronti solo il professore di lettere, che ha intimato loro: niente carezze, niente affettuosità in aula.

La docu-fiction è disponibile anche su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA CANZONE PER MIO PADRE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/10/2019 - 08:18
 
Titolo Originale: I Can Only Imagine
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Andrew Erwin, Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Brent McCorkle
Produzione: Kevin Downes Productions, Mission Pictures International
Durata: 110
Interpreti: J. Michael Finley, Brody Rose, Dennis Quaid, Cloris Leachman, Madeline Carroll

Grenville, Texas, 1985. Bart Miller ha dieci anni, suo padre si ubriaca ed è violento con lui e la madre, che alla fine li abbandona. Rimasto solo con il padre, si dedica al football, più per seguire le orme del padre (un ex campione) che per convinzione, confortato solo dall’amore che prova per Shannon, una sua compagna di scuola. Un grave incidente in campo lo costringe ad abbandonare la carriera sportiva. Costretto a reinventarsi la propria vita, insofferente alla convivenza con il padre che sembra non stimarlo, scopre di avere una bella voce e decide, a 18 anni, di tentare la sorte nel mondo della musica. Costituisce, con un gruppo di amici, la Christian Rock MercyMe, un complesso che canta le canzoni da lui composte, ispirate alla fede e con un pulmino attrezzato iniziano a girare per gli Stati Uniti,. Il successo però non arriva: Bart sa che non potrà riacquistare la propria serenità se non riuscirà a riconciliarsi con il padre. Decide quindi di abbandonare temporaneamente il gruppo e di tornare a casa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio e un padre, trovano la forza di chiedere perdono e con la pace ritrovata, l’uno trova la serenità per vivere in pienezza, l’altro per affrontare senza timore il momento in cui il sipario si chiude
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza familiare potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare la forza del perdono e la fiducia nella Divina Provvidenza anche se eccede, sopratutto nel finale, nell’impiego di toni enfatici
Testo Breve:

Un giovane, dopo che la madre lo ha abbandonato, costretto a vivere con un padre violento,lascia la città natale  per seguire la sua passione per la musica. Un christian film che racconta un difficile percorso personale che conosce la forza del perdono e trova l’ispirazione giusta per scrivere I Can Only Imagine, una canzone piena di fede e di speranza

 

Avevamo già conosciuto i fratelli registi Andrew e  Jon Erwin per il film October Baby, forse il più riuscito film contro l’aborto (e sul perdono), assieme a Juno.  Come il precedente, il film si ispira a fatti realmente accaduti: se il primo si rifaceva alla storia di Janna Jessen, che era riuscita a sopravvivere a un abosto mal praticato e che poi è diventata una sostenitrice del movimento pro-life, ora questo Una canzone per mio padre  cerca di indagare sulla genesi del  successo stepitoso conquistato negli Stati Uniti da una canzone cristiana: I Can Only Imagine, vincitrice di tre dischi di platino, andando a scavare nella vita del suo autore, Bart Miller. I fatti realmente accaduti costituiscono, in verità,  solo uno spunto iniziale: nella realtà la madre di Bart lasciò la casa quando lui aveva tre anni e non tredici; il padre morì quando lui aveva 19 anni, otto anni prima che Bart componesse la sua canzone di maggior successo; lo stesso padre, non ostacolò la carriera artistica del figlio, come appare nel film ma gli diede utili suggerimenti. La storia che ci propone il film va quindi intesa sopratutto come una parabola sul perdono, sull’esistenza di una Provvidenza di cui la vita di Bart vuole essere  la prova: un ragazzo cresciuto in una famiglia devastata dalla violenza, costretto a reinventarsi la propria via dopo un’incidente subito, scopre di aver ricevuto un dono, la sua bella voce, in grado di ridare significato alla sua esistenza fino ad arrivare al riconoscimento internazionale del suo talento.

A dire il vero le storie di trasformazione per mezzo della fede sono due: c’è anche quella del padre Arthur, più sintetica ma più convincente. Il merito va tutto al grande  Dennis Quaid che interpreta magistralmente quest’uomo ruvido e disilluso dalla vita che non riesce a controllare i propri istinti violenti ma che soffre in segreto, perchè sa  che sta distruggendo proprio ciò che più ama. Sarà proprio il ritorno alla fede che gli aprirà le porte alla speranza del perdono da parte di suo figlio e la forza per iniziare una nuova vita. La storia di Bart, invece, mostra delle lacune. Non sono ben sviluppate le ragioni della sua fede: lo vediamo partecipare da piccolo a un week end in campeggio sotto la guida del pastore di una chiesa protestante ma non si percepiscono le basi di una fede che lo portano a costituire un complesso dedicato proprio a cantare christian songs. Nella realtà pare sia stata sopratutto la nonna a costruire le basi della suo credere ma questo personaggio è poco sviluppato. Difficile anche comprendere alcuni suoi atteggiamenti, come quello di  abbandonare Shannon senza più vederla per lungo tempo per seguire la sua vocazione di cantante.

Altro protagonista del racconto è proprio I Can Only Imagine, la canzone di platino. Il film crea fin dall’inizio molta aspettativa:  una giornalista intervista Bart, ormai compositore di successo, e gli evidenzia come quella canzone sia stata la luce giusta, per tante persone,  per ritrovare la speranza e la fede; invita Bart a raccontare la sua vita, perché una canzone simile non si scrive in 10 minuti. Il valore di quella canzone viene ricordato più volte nel film, fino a quando, alla fine possiamo ascoltarla anche noi,  quando Bart si esibisce in concerto davanti a una folla osannante. E’ indubbio che puntare sui fan di questa canzone abbia pienamente ripagato l’impresa dei fratelli Erwin e il film nel 2018 ha incassato 85 milioni di dollari solo in U.S.A. Ora la Dominus Production , la coraggiosa casa di produzione italiana che ha già importato altri christian films come Cristiada, God’s Not Dead 2, Unplanned e ha deciso di distribuirlo in Italia, dove non esiste il christian rock nè il mercato dei christian film: un gesto coraggioso ma utilissimo nella misura in cui riuscirà a vincere il torpore del mercato italiano, che pensa che sia lecito parlare di fede solo per raccontare la biografia di un santo o di un Papa.

Per sapere dove il film è stato programmato in Italia si può consultare:

https://www.dominusproduction.com/film/una-canzone-per-mio-padre/programmazione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOOD OMENS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/06/2019 - 10:42
Titolo Originale: Good Omens
Paese: UK, USA
Anno: 2019
Regia: Douglas Mackinno
Sceneggiatura: Neil Gaiman
Durata: 6 puntate su PRIME VIDEO
Interpreti: David Tennan, Michael Sheen, Anna Maxwell Martin, Jon Hamm

Il demone Crowley e l’angelo Azraphel vivono da troppi millenni sulla terra e si sono affezionati a essa. Apprendono quindi con tristezza la notizia che ormai l’Apocalisse è vicina e che sta per arrivare l’Anticristo nei panni di un bambino che avvierà la devastazione del mondo al suo undicesimo compleanno. Crowley e Azraphel stipulano un patto che non deve essere conosciuto dai loro “superiori”: cercheranno di boicottare l’Anticristo in modo da poter continuare a vivere in pace sulla terra. I loro tentativi sembrano fallire perché all’undicesimo compleanno del bambino, si accorgono che c’è stato uno scambio delle culle. Così, mentre i quattro cavalieri dell’Apocalisse (guerra, carestia, inquinamento, morte) si stanno apprestando a scatenare la fine del mondo, l’angelo e il demone si danno da fare per ritrovare il vero Anticristo. Non sono però soli nella ricerca perché anche la giovane Anatema lo sta cercando, grazie al libro delle profezie scritto da una sua prozia strega, di nome Agnes Nutter…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Con l’aiuto di un po’ dell’epicureismo greco ma molto più dell’empirismo inglese, risulta che l’uomo deve badare al presente, coltivare le amicizie e l’amore uomo-donna, lasciando perdere certe fantasiose ipotesi soprannaturali provenienti da libri come la Bibbia
Pubblico 
Adolescenti
Pur in un contesto scherzoso e senza la presenza di scene disturbanti, occorre una certa maturità per interpretare correttamente i messaggi del serial.
Giudizio Artistico 
 
Ottimo e divertente il duetto costituito dal diavolo Crowley (David Tennant) e dall’angelo Aziraphael (Michael Sheen). Ma lo sviluppo della storia è confuso e viene messa troppa carne al fuoco
Testo Breve:

L’anticristo, nelle forme di un bambino, è nato e al suo undicesimo compleanno scatenerà la fine del mondo. Un diavolo e un angelo, amici fra loro e affezionati alla terra, cercheranno di evitarlo. Molto umorismo all’inglese per prendere un po’ in giro quanto è scritto in certe pagine della Bibbia.

Neil Gaiman, già autore di altri lavori dove cielo e terra si incontrano o si scontrano (Doctor Who, American Gods) è  sceneggiatore di questa miniserie in sei puntate disponibile su Amazon Prime tratta dal suo libro omonimo . La sua caratteristica dominante è quella di mostrare un umorismo così fastidiosamente inglese e questo costituisce già un filtro sul tipo di spettatore che può apprezzare quest’opera, come accade anche nei lavori dei Monty Python. Si tratta di un umorismo dissacrante, ironico che a volte fa ridere (Crowley afferma di aver contribuito poco a far scatenare le continue guerre nel mondo: sono gli uomini che hanno fatto tutto da soli), altre vote stride rispetto al contesto e scivola nel cattivo gusto, proprio per la caparbia volontà di ridere su tutto (e quindi, in qualche modo, sentirsi superiori a tutto) anche nei momenti in cui si stanno trattando tematiche serie.

Il racconto è sostenuto interamente dal duetto formato dall’angelo buono (ha donato la sua spada fiammeggiante ad Adamo ed Eva quando sono stati scacciati dal Paradiso Terrestre, per la loro difesa),  amante della buona tavola e dal demone dal cuore in fondo buono, che ama correre all’impazzata sulla sua Bentley del 1926 e ascoltare i Queen. I loro battibecchi costituiscono la nota più originale della storia, sempre in bilico fra il ricordarsi di militare su fronti opposti ma anche accomunati da uno stesso destino che li ha portati a vivere per millenni su questa nostra terra. Per il resto gli altri personaggi risultano debolmente caratterizzati e la trama è alquanto confusa: un calderone un po’ folle dove   vengono gettati un’ alla rifusa vari subplot e personaggi che appaiono e altrettanto velocemente scompaiono.

Negli Stati Uniti, l’associazione cristiana Return to Order  ha raccolto 20.000 firme per intimare Netflix a cancellare  la programmazione di questo serial accusato di far apparire il satanismo “normale, simpatico e accettabile”. Un intervento di questo genere è stato rozzo, sbagliato e controproducente.

Rozzo perché se è vero che le firme sono state 20.000, nessuno di loro si è accorto che il serial viene trasmesso dalla piattaforma Amazon Video e non Netflix  e ciò ha scatenato risposte ironiche e divertite da entrambe le piattaforme.  Sbagliato perché non c’è il pericolo da loro denunciato, in quanto tutto il serial ridicolizza sull’esistenza dei puri spiriti, concentrandosi sul valore dell’uomo in se’.  Infine controproducente perché se l’obiettivo del serial era quello di fare dell’ironia su tutti quelli che credono in ciò che racconta la Bibbia, quell’associazione maldestra ha finito per tirare l’acqua al mulino dell’autore. Forse, più che prendersela con i film come questo, sarebbe opportuno promuovere e auspicare la produzione di film che trattano il tema dell'aldilà, anche nelle forme leggere della commedia: sono tanti i film dove compare simpaticamente  un angelo che scende sulla terra.

Il film accumula le classiche accuse contro il cristianesimo: i roghi per le streghe, la crudeltà di un Dio che con il diluvio universale uccide tutti, anche i bambini (stranamente non vengono citate le crociate), accenna rapidamente a Gesù,  un “uomo buono” che si era limitato a proclamare l’amore verso il prossimo; e infine, a mo’ di provocazione,  la voce di Dio è femminile.  Il tema portante è l’armageddon che appare solo come la battaglia finale fra le forze del bene e quelle del male, non certo come una forma di giustizia finale che porterà i buoni alla beatitudine del Paradiso.  Alla fine sarà l’uomo a trionfare: nasceranno nuovi amori fra un uomo e una donna, verrà confermata la forte amicizia fra il diavolo e l’angelo, si proverà il piacere di godersi la vita qui e ora, senza preoccuparsi troppo del futuro, verranno combattute la carestia, l’inquinamento e le guerre. Tutto viene compiuto ad opera del libero arbitrio dell’uomo, unico essere titolato per discernere fra il bene e il male senza che vengano imposte dall’esterno concezioni precostituite, magare da libri fantasiosi come la Bibbia.  

Alla fine si tratta pur sempre di un film inglese e l’influenza dell’empirismo di David Hume si fa sentire.

La miniserie è disponibile sulla piattaforma PRIME VIDEO

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ATTIMO FUGGENTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/06/2019 - 10:11
Titolo Originale: Dead Poets Society
Paese: USA
Anno: 1989
Regia: Peter Weir
Sceneggiatura: Tom Schulman
Produzione: Touchstone Pictures
Durata: 128
Interpreti: Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke, Gale Hansen

Nel 1959 John Keating, professore di lettere, ha un incarico presso il collegio maschile di Welton, Vermont, dove lui stesso ha studiato. Il suo approccio didattico è originale: fa saltare interi capitoli del libro di testo, perché la poesia non è pura forma ordinata ma è espressione di una vita vissuta in pienezza. Invita a ispirarsi al carpe diem di Orazio oppure ai versi di Thoreau: “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita”. Il suo invito a non uniformarsi al gregge e a scoprire se stessi trova piena corrispondenza nello studente Neil, che decide di perseguire la sua passione per il teatro e con altri suoi compagni rifonda la Setta dei Poeti Estinti già inaugurata dal professor Keating quando era giovane, per riunirsi in una grotta nel bosco e declamare poesie…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il professore invita gli alunni a non adagiarsi nel conformismo ma poi manca di trasmettere il valore di alcuni principi assoluti irrinunciabili
Pubblico 
Adolescenti
Per la tragedia che colpisce un adolescente
Giudizio Artistico 
 
Molto bravo il regista nel ritrarre un’adolescenza sensibile e ancora fragile ma la contrapposizione buoni/cattivi appare forzata
Testo Breve:

Un professore di lettere entusiasma i ragazzi all’amore per la poesia e per la libertà contro ogni convenzione ma poi la sua impostazione astratta si scontra contro la realtà

E’ indubbio che questo film del 1989 (premio Oscar nel 1990 come miglior sceneggiatura originale) sia rimasto a lungo nella memoria di tanti spettatori. Per la scena finale, quando tutti gli alunni si alzano in piedi sui banchi per salutare per l’ultima molta il professore che è stato licenziato; per il motto  Carpe  diem  oppure il “succhiare tutto il midollo della vita” ma soprattutto per quella felicissima rappresentazione della gioventù del tempo (ora sarebbe poco credibile): bravi ragazzi, molto sensibili, che fanno squadra fra di loro, pronti a ridere e scherzare ma sempre con un fondo di malinconia.

Visto in prospettiva, il film appare molto manicheo: i bravi e i sensibili da una parte, i cattivi e gli inflessibili dall’altra: il preside e gli altri professori che si ispirano al motto: “tradizione, onore, disciplina, eccellenza” e ritengono che sia troppo presto perché i ragazzi ragionino con la loro testa ma soprattutto il padre di Neil, che ritiene corretto che sia lui a decidere il futuro di suo figlio. Terribile e insostenibile è anche la figura della madre di Neil: nel momento di massima tensione fra figlio e padre, è incapace di frapporsi come mediatrice, schiacciata dalla legge di autorità del pater familias. Ma è forse proprio questa semplificazione un po’ rozza che ha reso più immediata la comprensione del messaggio del film e che ne ha determinato il successo.

Cosa ha proposto di così sconvolgente il professor Keating? Indubbiamente ha collegato il motto “carpe diem” al fatto che prima o poi saremo tutti cibo per vermi e che, con i versi di Pitts, bisogna cogliere “la rosa quando è il momento / che il tempo lo sai vola / e lo stesso fiore che sboccia oggi / domani appassirà”. Un atteggiamento che sembra invitare al più puro edonismo del qui e ora ma in realtà in altri momenti, come quando invita ognuno dei ragazzi, perfino a camminare secondo il proprio stile, sta ponendoli in allerta contro ogni forma di convenzionalismo e li sta invitando a essere se stessi, a ragionare con la propria testa. In effetti quei ragazzi, sotto l’influsso del professore, non organizzano una rivoluzione ma cercano di risolvere i problemi tipici della loro età: Knox trova il coraggio di dichiararsi alla bella Chris, anche se al momento ha un fidanzato un po’ “manesco”; il molto timido Todd, chiuso in se stesso, trova finalmente il coraggio di esternare i propri sentimenti con l’aiuto del professore; Charlie, spirito ribelle, trova finalmente l’audacia di scrivere, sul giornalino dell’istituto, che bisogna aprire le iscrizioni anche alle ragazze. Sembrerebbe quindi giusto parteggiare indiscriminatamente con il prof Keating ma il suo insegnamento ha una falla. Sottolinea l’importanza di pensare con la propria testa ma non suggerisce i principi ideali a cui ispirarsi e invece, molto genericamente, li invita a non reprimere i propri impulsi. Il difetto di questa impostazione viene evidenziato dal film stesso. Dopo la disgrazia che colpisce Neil, il professor Keating viene accusato di essere stato il responsabile morale di ciò che è accaduto, perché con il suo insegnamento ha finito per esasperare il rapporti fra Neil e il padre. Tutti i ragazzi appartenenti alla Dead Poets Society vengono invitati a firmare una dichiarazione che avvalla questa ipotesi. Nessuno di loro si rifiuta di firmare questa falsità, nessuno di loro reagisce con spirito di giustizia. E’ proprio questo il punto: se Keating ha invitato i ragazzi a ragionare con la propria testa, non li ha poi invitati a trovare quelle virtù e quei principi irrinunciabili che debbono regolare la nostra vita. Dalla sua impostazione astratta e generica è mancato l’atterraggio sulla realtà perché non ha mostrato quali strumenti (le virtù) debbono venir impiegati per viverla. In un breve momento, quando il professore rimprovera bonariamente Charlie per la sua bravata sul giornale della scuola, gli fa notare che c’è il momento del coraggio ma anche il momento della prudenza. Ma è come un attimo, troppo poco per cambiare il messaggio del film.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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PLEASANTVILLE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/03/2019 - 11:32
Titolo Originale: Pleasantville
Paese: USA
Anno: 1998
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross
Durata: 120
Interpreti: Tobey Maguire, Reese Witherspoon, William H. Macy, Joan Allen, • Jeff Daniels

Siamo in California negli anni ’90. Due gemelli, che frequentano l’high school della loro città e vivono con la madre divorziata, sono caratterialmente diversi. David è un ragazzo introverso appassionato della serie Pleasantville, sitcom degli anni ’50, di cui conose le battute a memoria. Jennifer è una ragazza irrequieta, poco dedita agli studi ma molto impegnata a cercar di conoscere intimamente i ragazzi che le piacciono. Una sera viene da loro un vecchio signore che si spaccia per tecnico televisivo ma in realtà è lì per cataputarli nel mondo in bianco e nero di Pleasantville, nella parte di Bud e Mary Sue Parker, i figli della coppia protagonista. Per quanto si ingegnino, i ragazzi non riescono a ritornare nel mondo reale e non resta loro che stare al gioco...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il racconto risulta diseducativo perché valorizza la realtà dei nostri istinti (sessualità, ira) senza suggerire che debbono venir convogliati in una giusta direzione
Pubblico 
Adolescenti
Per comprendere correttamente l’ambigua metafora trasmessa dal racconto e per alcuni riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Il film ha trovato una formula efficace (la colorazione dei personaggi della sitcom che vengono “convertiti”) per sviluppare il suo attacco verso un conformismo bigotto ma poi risulta incoerente nelle conclus
Testo Breve:

Due ragazzi degli anni ’90 vengono catapultati all’interno una sit com familiare degli anni ’60. Una metafora per attaccare il pensiero  bigotto e uniformato di quegli anni ma la soluzione proposta è peggiore del male che si vuole debellare

Nel 1516 Thomas Moore aveva pubblicato Utopia: aveva immaginato una società pacifica (contrariamente all’Inghilterra del tempo) dove la proprietà privata è abolita mentre il commercio e il denaro risultano inutili, perché il popolo vive solo di ciò che si ottiene coltivando la terra. Le utopie hanno la funzione di portare in evidenza ciò che di buono c’è nell’animo umano, qualora  fosse capace di dominare la sua avidità e  la sete di guadagno.  Le sit-com americane degli anni ’50, quando si viveva sotto l’incubo di una guerra nucleare, avevano lo scopo di portare serenità alle famiglie, quando la sera erano tutte riunite, figli e genitori, davanti al televisore. La serie Pleasantville del 1959 immaginata nel film, si rifà, abbastanza fedelmente,  a Papà ha ragione (Father Knows Best), che durò 203 episodi dal 1956 al 1960, dove ogni problema veniva risolto con ragionevolezza all’interno della famiglia. Pleasantville attacca questo mondo tranquillo e piacevole, dove il papà, tornando dal lavoro, annunciandosi con un “tesoro, sono a casa!”, è sicuro che la moglie abbia già preparato tutto per la cena, dove i ragazzi e ragazze si appartano di sera in macchina nel prato dei fidanzati, esprimendosi con delle effusioni che non superano mai certi limiti,  mentre di giorno, la squadra di basket della scuola riesce sempre a vincere.

Le intenzioni dello sceneggiatore e regista Gary Ross possono inizialmente esser parse buone: gli abitanti  di Pleasantville si rianimano, prendono colore (quasi una metafora del brano di Ezechiele dove le ossa inaridite si ricompongono e prendono vita) appena scoprono le passioni che muovono i loro animi, la bellezza dell’arte e la profondità della letteratura (a Pleasantville i libri hanno le pagine tutte bianche). La parte divertente del racconto sta proprio nel vedere, sotto l’effetto del “cattivo” esempio di David e Jennifer, come i giovani e gli abitanti di Pleasantville escano dai ritmi ordinati di un  mondo sempre uguale e diventino colorati man mano che scoprono le difficoltà e le sfide di un mondo non facilmente prevedibile. Ma è proprio qui che la costruzione del film propone traguardi sbagliati: per la signora Parker scoprire i piaceri de sesso vuol dire tradire suo marito che pur l’ama e trascurare i suoi impegni nei lavori domestici; per il sindaco di Pleasantville vuol dire perdere il controllo dovuto alla sua carica e scoppiare in gesti d’ira; per Jennifer/Mary Sue la scoperta del piacere della lettura vuol dire divorare in un giorno L’amante di Lady Chaterley di D. H, Lawrence. Alla fine, la scoperta delle passioni che ci animano non viene bilanciata da un’altrettanto importante scoperta: la bellezza di una vita che abbia uno scopo, un progetto, all’interno del quale far convergere le proprie pulsioni vitali.

Sono significativi a questo proposito due colloqui. David, tornato nel mondo reale, scopre che la madre non è partita più per il week end con il suo ultimo fidanzato: ha nove anni meno di lei e sarebbe stata un’illusione sentirsi più giovane. La madre, piangendo si confida con il figlio: “quando c’era tuo padre pensavo che tutto andasse bene, che sarebbe andato sempre bene: avevo la giusta casa, la giusta macchina, avevo la giusta vita. Dimmi se si può vivere così a quarant’anni”. La tristezza della madre è giustificata: ha puntato tutto su un felice matrimonio ma le cose non sono andate bene. David invece, risponde, con l’aria di chi se ne intende: “non esiste la casa giusta, la vita giusta, nessuno ha stabilito come si deve vivere”, dando così alla madre una lezione di perfetto nichilismo.  In un’altra scena, tornati a Pleasantville, vediamo Betty Parker conversare amabilmente prima con il marito e poi con l’amante Bill. “Tu sai cosa succederà adesso?”, chiede a entrambi ed entrambi rispondono sorridendo sereni: “non lo so”. Ovviamente il loro destino è nelle loro stesse mani, lei deve decidere se tornare dal marito o restare con Bill ma a quanto pare gli abitanti di Pleasantville, così bravi nello scoprire la forza dei loro istinti, non sono stati capaci di cercare i richiami della loro coscienza.

Alla fine si tratta di un film garbato e divertente nella sua metafora contro il pensiero unico ma è fuorviante nella filosofia di vita che propone come alternativa. Eppoi chi lo ha detto che al pubblico, anche quello di oggi, non piacciano le fiction Tv edificanti? Come spiegare il successo di Downton Abbey, dove non ci sono omicidi, divorzi, droga, lotta di classe ma tutti appaiono gentilii e premurosi verso gli altri

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PARASITE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/03/2019 - 11:20
Titolo Originale: Gisaengchung
Paese: Corea del Sud
Anno: 2019
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho
Durata: Barunsun E&A
Interpreti: Song Kang-ho, Lee Sun-kyun, Cho Yeo-jeong, Choi Woo-shik

La famiglia Kim (padre, madre, una figlia, un figlio) vive di sussidi di disoccupazione, saltuari lavoretti e abita in un umido seminterrato. Il figlio Ki-woo ha però un piano; stampando documenti falsi, riesce a farsi assumere come tutore in inglese dell’adolescente Da-hye, figlia maggiore dell’agiata famiglia Park. La giovane signora Park appare molto alla mano e ingenua e così Ki-woo sviluppa un nuovo piano: con degli stratagemmi riesce a far passare per maestra di disegno sua sorella Ki-jung che può così intrattenere il piccolo e ipercinetico Da-song Park. Infine con metodi truffaldini, riesce a far licenziare l’autista e la domestica tuttofare, per far assumere rispettivamente suo padre e sua madre, senza però mai denunciare i legami di parentela che esistono fra di loro. L’inganno sembra perfetto ma qualcosa di imprevisto accade....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Chi, per cercar un lavoro usa l’inganno ai danni di persone povere come loro e chi immerso nel benessere, resta in balia del consumismo più futile
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente, una sequenza sensuale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista mostra grande padronanza del mezzo cinematografico, riuscendo a passare dalla commedia alla satira alla tragedia con un’ottima messa in scena. Ma il meccanismo narrativo, ben oliato, non mette in evidenza i risvolti umani
Testo Breve:

Un’intera famiglia che vive di espedienti riesce, con l’inganno, a farsi assumere al servizio di una ricca famiglia. Una commedia che sfocia in tragedia, ben costruita ma fredda

Dal Giappone era già arrivato di recente il ritratto di una famiglia molto povera ma ben affiatata, che viveva di furti e di altri sgradevoli espedienti : Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-Eda, vincitore a Cannes nel 2018. Ora, dalla Corea, vincitore allo stesso festival, nel 2019, arriva un’altra famiglia fortemente unita che vive in un misero seminterrato pieno di scarafaggi ma molto abile nel falsificare documenti, orchestare truffe per riuscire a  trovare un lavoro regolarmente pagato. Se  Hirokazu Kore-Eda raccontava i fatti con realismo, in questo film di  Bong Joon-ho è il tono della satira a prevalere sopratutto all’inizio, giocato sul forte contrasto sociale fra la famiglia Kim, che vive nel caos dei colorati bassifondi di Seul, impegnata sopratutto a sbarcare il lunario e la famigia Park, che abita in una casa fatta di ampi spazi, interni con mura uniformemente grigie, secondo le moderne tendenze di  un’architettura essenziale, occupata solo a inseguire  le curiosità dell’ultimo lusso. La prima parte del film, quando seguiamo la famiglia Kim che moltiplica le sue arguzie per compiere la sua scalata sociale, è divertente e brillante ma si innesca ben presto una spirale negativa che sembra inarrestaile: per raggingere i suoi obiettivi, i Kim debbono orchestare crudeli menzogne contro l’autista e la governante, sfruttando l’insensibiltà umana dei coniugi Park. Si tratta di una spirale in discesa che non si arresta più e l’armonia della costruzione si spezza progressivamente fino al caos più incontrollato e alla violenza splatter.  

Alla fine delle più di due ore del film, si ammira la perfetta padronanza della narrazione di Bong Joon-ho, capace di passare con disinvoltura dalla satira alla commedia alla tragedia, con momenti veramente spassosi, ma si tratta pur sempre di un meccanismo. Sopratutto nella scena finale, dove tutto precipita e c’è un eccesso di violenza, ci appare chiaro che l’autore, più che esser interessato a farci conoscere l’evoluzione umana dei personaggi coinvolti, si è impegnato a costruire un castello di Lego, salvo poi divertirsi a distruggerlo. Quasi un finale simbolico per quella società cinica e materialista che ha voluto rappresentare.

Per questo motivo abbiamo apprezzato di più l’altro recente film coreano, Burning – L’amore brucia che si concentrava sull’evoluzione dei personaggi e aveva dei sinceri momenti di crepuscolare malinconia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOWNTON ABBEY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/25/2019 - 08:58
Titolo Originale: Doenton Abbey
Paese: UK
Anno: 2019
Regia: Michael Engler
Sceneggiatura: Julian Fellowes
Produzione: Carnival Film & Television
Durata: 122
Interpreti: Maggie Smith, Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Allen Leech, Elizabeth McGovern, Imelda Staunton,

Nel 1927 il castello di Downton Abbey nello Yorkshire è ancora abitato dal conte Robert Crawley e dalla sua moglie americana Cora ma la conduzione della dimora è passata alla primogenita Mary e al cognato Tom Bransom. Di buon mattino arriva una lettera direttamente dal Royal Palace di Londra: il re George V e sua moglie Mary verranno in visita e soggiorneranno presso i Crawley per una cena e una nottata. Tutta Downton Abbey è in subbuglio: i piani alti sono molto preoccupati e cercano di appianare certi dissapori all’interno della famiglia mentre ai piani bassi la servitù non sta più nella gioia: serviranno il re e la regina! Mary ritiene opportuno richiamare in servizio, per l’occasione, il vecchio maggiordomo Charles Carson ma si tratta di una precauzione inutile: arriva a Downton lo staff della casa reale che ha l’intenzione di sostituire tutti i domestici del castello. Intanto la nonna Lady Violet ha un altro problema da risolvere: arriverà per l’occasione anche la dama di compagnia della regina, Lady Bagshaw, verso la quale non si sono mai spenti i dissapori riguardo all’assegnazione in eredità di un palazzo nobiliare di proprietà della Bagshaw…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i protagonisti, signori e servi, hanno un nobile animo oppure sanno riconoscere i propri errori
Pubblico 
Adolescenti
Alcune affettuosità fra omosessuali
Giudizio Artistico 
 
Vengono confermate in questo film tutte le qualità del serial: ottima recitazione (ma Maggie Smith nella parte di Violet è impagabile), buona sceneggiatura e grande cura nei costumi e nelle ambientazion
Testo Breve:

Il conte Robert Crawley di Downton Abbey riceve un’importante notizia: il re e la regina verranno in visita al castello. La servitù si mobilita mentre al piano di sopra si cerca di appianare qualsia controversia prima dell’arrivo del re. Il film conferma in pieno il successo della serie.

La serie TV Downton Abbey è durata sei stagioni, l’ultima nel  2016 in Italia. Ha avuto l'audience più alto di tutti i tempi, 3 Golden Globes, 69 candidature agli Emmy, vincendo 15 premi.

Con questo paniere di medaglie la decisione di realizzare una versione per il grande schermo deve esser stata molto naturale: si sarebbe potuto contare sulla fedeltà di una folla di fans e oltretutto la presenza di tutti i principali attori che dopo tante puntate si sarebbero mossi su binari ben collaudati e  la sceneggiatura  scritta da Julian Fellowes lo stesso ideatore della serie, non avrebbe offerto il fianco ad alcun rischio. Ovviamente realizzare un film è un’altra cosa e da questo punto di vista gli spettatori vengono ampiamente ripagati: la cura nei vestiti d’epoca, nelle suppellettili, nelle riprese lungo le strade della cittadina è elevatissima e Highclere Castle che “recita la parte” del castello di Downton Abbey, fa la sua bella figura grazie alle ampie panoramiche aeree realizzate con dei droni.

Dopo un ampio capitolo introduttivo per ambientare chi non è avvezzo alla serie, gli eventi si sviluppano, come di consueto, su due piani: quello della servitù, che si sentirebbe onorata di svolgere il proprio servizio in presenza dei reali e organizza una congiura per rendere innocuo lo staff reale che è arrivato direttamente da Londra, e quello ai piani superiori dove si cerca di appianare ogni contrasto che risulterebbe inopportuno in presenza dei reali. Su entrambi i livelli intanto continuano o si sviluppano, nuove intese amorose. Chi già conosce la serie si trova di fronte a una piacevole conferma. Chi non l’ha mai vista, non può che apprezzare l’alta professionalità di tutti i protagonisti e la piacevolezza dei rapporti fra gli abitanti del castello, dove i contrasti non superano mai certi livelli ma sono affrontati con molta ironia inglese.

E’ inevitabile domandarsi il perché di tanto successo intorno a questa storia anche se bisogna ammetterlo, l’audience è stata soprattutto televisiva, in un’epoca dove le persone davanti alla TV erano per lo più di fascia medio-alta, situazione poi sconvolta dall’arrivo delle piattaforme in streaming.

Una prima risposta, più tecnica, riguarda il fatto che anche questo è un serial di “contesto” che ha sempre un certo successo. I personaggi si muovono nell’interno di un’ambientazione chiusa, molto ben descritta anche nei dettagli più tecnici  e ciò consente allo spettatore di restare molto focalizzato sulla storia, di “sentirsi dentro” ciò che accade. E’ il caso di successi come IER, The West Wing, The Newsroom, House of Cards, dove “il come si vive” (in ospedale, nel tavolo ovale del presidente,..) è molto ben dettagliato.

Ovviamente in questo Downton Abbey c’è molto di più. Ci sono delle situazioni che potrebbero apparire incredibili se non surreali: l’opera presenta una pattuglia numerosa di domestici che non si ribellano, anzi si sentono onorati di fare bene il loro mestiere, in un’epoca dove i movimenti socialisti erano nel pieno del loro sviluppo; una nobiltà che pur vivendo negli agi non si vizia e non considera (comportamento storicamente molto comprensibile) i domestici come una classe inferiore. Lo sceneggiatore sembra percepire in questo film, l’a-storicità del quadro sociale che presenta e inserisce alcune annotazioni ai margini della storia (una domestica che parla di comunismo, un repubblicano che tenta un attentato al re, un omosessuale che si domanda quando verrà il tempo nel quale potrà mostrare apertamente la sua inclinazione) che però non riescono a deviare la navigazione dell’ormai collaudato mainstream.  La risposta può essere questa: Downton Abbey (serie o film che sia) esalta la nobiltà d’animo dell’uomo, in qualsiasi classe si mostri. In quest’opera i personaggi sono presi sul serio dal primo all’ultimo, la servitù non è remissiva e i nobili non sono né padroni né egoisti. Ognuno si sforza di fare la cosa giusta e ognuno è trattato con rispetto proprio per questo. Non ci sono stereotipi.

Un altro tema portante è quello della tradizione: gli inglesi hanno giusti motivi per esser orgogliosi della propria monarchia, genuina espressione dello spirito della nazione (c’è qualcuno che ha scritto qualcosa di simile sull’Italia di Vittorio Emanuele III e l’emozione del tempo di sentirsi italiano?) ma se la serie ha avuto successo in tanti altri paesi è perché tutti noi comprendiamo bene il valore della conservazione delle nostre radici. E’ un tema che viene affrontato da Mary, la figlia del conte incaricata dell’amministrazione del castello, lei sente che i tempi stanno cambiando e si domanda se non sia il caso di abbandonare una struttura così complessa da tenere in piedi. La risposta è più morale che pratica e viene dalla nonna Violet: non si può abbandonare Downton Abbey, perché ha un senso di vita per loro, per i domestici e per tutta la contrada.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MALEFICENT SIGNORA DEL MALE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/25/2019 - 08:35
Titolo Originale: Maleficent: Mistress of Evil
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Joachim Rønning
Sceneggiatura: Linda Woolverton, Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Produzione: Walt Disney Pictures, Roth Films
Durata: 118
Interpreti: Angelina Jolie, Elle Fanning, Michelle Pfeiffer, Sam Riley, Harris Dickinson

Sono ormai passati sei anni da quando Aurora (quindi ora ha 22 anni) si era risvegliata dal suo sonno malefico ed era stata nominata regina della brughiera quando scopriamo subito una grossa novità: Filippo chiede di sposarla e lei accetta. L’iniziativa è stata caldeggiata dal padre di Filippo, re Giovanni (solo diplomaticamente accettata anche da sua madre, la regina Ingrid), perché vede questo matrimonio come l’occasione per riconciliare finalmente i due regni. Malefica non accetta di buon grado questa notizia perché non si fida degli uomini ma poi, per amore di Aurora, accetta l’invito a pranzo al castello fatto dai prossimi consuoceri. Sono ancora vive le ferite del recente passato e nasce subito un forte contrasto fra la regina e Malefica che infuriata, decide di andarsene. Nella confusione che si viene a creare, il re Giovanni cade a terra, colpito da un maleficio. La maggiore imputata è inevitabilmente Malefica e Aurora decide di restare a palazzo, rompendo così il forte legame che si era instaurato con la matrigna…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Su due popoli diversi per natura e sui quali pesa la memoria di troppi contrasti passati, c’è chi si batte, a dispetto di tutto, per una pacifica convivenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena crudele e le violente battaglie (in USA: PG)
Giudizio Artistico 
 
Di ottima qualità, come sempre, la Computer Grafica ma il contesto che ha dato origine alla famosa favola è stato trasfigurato per un’altra storia, molto più simile a Il Trono di spade
Testo Breve:

Finalmente Filippo si decide a chiedere la mano di Aurora, che accetta. Ma Malefica non si fida degli uomini e ha ragione. Il contesto della favola originale si è ormai trasformato in un grandioso campo di battaglia

In questo sequel, rispetto al primo Maleficent, ci sono delle conferme e delle novità.

La conferma è che gli uomini continuano a contare meno di zero. Già nel film capostipite, al principe Filippo era stata concessa una breve apparizione e con la sua aria da cascamorto non era stato neanche capace di  risvegliare Aurora con il suo bacio; ora nel nuovo film si limita a ripetere ossessivamente  che ama Aurora come se stesso ma poco di più (gli è andata ancora bene, perché in Frozen il principe azzurro era addirittura il cattivo di turno). In questa Maleficent 2 l’avversario non è più il re (che viene fatto subito addormentare per toglierlo di scena) ma la regina Ingrid (Michelle Pfeiffer), seguace della più rigida ragion di stato.

La novità è che la storia ha ben poco ormai a che fare con la favola originale: il contesto viene mantenuto (la brughiera animata da esseri fatati, il castello, sede degli umani) ma viene impiegato solo come sfondo per sviluppare una viscerale, irriducibile rivalità fra gli uomini e le creature fatate. L’interesse si sposta nello scoprire se alla fine vinceranno i fautori della pace fra i popoli e quelli che propugnano una guerra finale che elimini l’avversario. E’ molto probabile che la genesi di una tale scelta vada imputata all’influenza del successo di Il trono di spade. Un terzo del film, la parte finale, è una grandiosa battaglia intorno al castello, fra gli uomini e delle creature alate e quando vediamo una sorta di drago gigantesco che con un colpo d’ala abbatte una torre, sembra proprio di esser tornati alla sequenza finale del famoso serial TV. Anche quando vediamo la principessa Aurora che avanza sicura avendo alle spalle un gigantesco dragone, ci domandiamo se abbiamo cambiato canale.

Il precedente Maleficent aveva già abbandonato l’idea di una favola per i più piccoli come lo era stato l’originale cartone del 1959, costruendo una storia piena di livori e spirito di vendetta; ora in questa seconda puntata la dose viene rincarata (e si guadagna un PG -Parent Guided- in U.S.A.): ci sono più combattimenti, più morti ma soprattutto c’è una deliziosa piccola fata dei boschi che viene uccisa solo per sperimentare un nuovo veleno: una scena assolutamente insostenibile per i più piccoli.

Il personaggio di Malefica resta quello più riuscito, non solo per il suo look (corna, ali, zigomi sporgenti) ma per quel suo carattere ambiguo, sicuramente con una vocazione alla maternità, ma quando le vengono i cinque minuti….Questa volta  però non è più lei la protagonista, molti attori si muovono intorno a questa guerra interrazziale e la sua recitazione non è più smagliante come nel primo film. Anche il personaggio della regina Ingrid impersonato da Michelle Pfeiffer è poco interessante: molto semplicemente è una cattiva che più cattiva non si può.

In conclusione, è vero che questo sequel voleva ribadire il principio del womam power (fanno tutto le donne) ma in realtà tutto sembra impoverito per far risaltare la grandiosa battaglia finale. Ma è troppo poco

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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