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CRUDELIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/09/2021 - 09:47
Titolo Originale: Cruella
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Craig Gillespie
Sceneggiatura: Dana Fox, Tony McNamara, Aline Brosh McKenna, Kelly Marcel, Steve Zissis
Produzione: Walt Disney Pictures, Gunn Films, Marc Platt Productions
Durata: 134
Interpreti: Emma Stone, Emma Thompson, Paul Walter Hauser

Estella è una bambina con i capelli per metà bianchi e per metà neri. Ha un carattere molto vivace (la madre chiama Crudelia questo suo lato del carattere), desidera diventare una stilista famosa. Vive con la madre Catherine, in più occasioni viene espulsa da diverse scuole. Una sera, mentre è con la madre, si intrufola ad una festa organizzata dalla proprietaria di una grande casa di moda: Baronessa. Per un incidente di cui si sente responsabile, Catherine muore ed Estella resta orfana. Conosce due ragazzi della sua età, Jasper e Horace, e cresce con loro sbarcando il lunario con piccoli furti. Diventata grande, continua a coltivare il sogno di diventare stilista, proprio nella casa di moda di Baronessa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Gli amici Jasper e Orazio accusano giustamente Crudelia di cedere all'egoismo e all'ingratitudine. Eppure, per tutto il tempo, c'è la sensazione che il pubblico sia destinato a vedere un crescendo di malvagità. Il film contiene valori distorti, tra cui una visione benevola del travestimento, un tema di vendetta, un po' di violenza stilizzata e un paio di blandi giuramenti (riferimento: recensione dell’ US Bishop Movie Review)
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene violente e alcune tematiche trattate. In U.S.A.: PG13. Associazione dei Vescovi cattolici U.S.A. : Adulti
Giudizio Artistico 
 
L’interpretazione delle protagoniste Emma Stone ed Emma Thompson è magistrale. I costumi fantasiosi sono da Oscar. La regia sostiene una incontrollabile esplosione di fantasia. Il racconto al contrario riesce ad appassionare poco perché risulta un collage di storie Disney e non Disney già viste
Testo Breve:

Un film sfavillante per i costumi e per le superbe interpretazioni di Emma Stone e Emma Thompson ma il gusto per la crudeltà può divertire i grandi ma non risultare adatto per i più piccoli. In sala e poi su Disney+

Finalmente arrivato in sala il tanto atteso spin off firmato Disney, dedicato alla storia di uno dei villain per antonomasia dei racconti d’animazione: Crudelia De Mon de La carica dei 101.

Un altro film di grande qualità artistica.

L’interpretazione delle protagoniste (ambedue premi oscar) Emma Stone (nei panni di Crudelia) ed Emma Thompson (nei panni di Baronessa) è magistrale. Prima una complice collaborazione nella realizzazione di capi di alta moda, poi uno scontro senza esclusione di colpi: il cambio di atteggiamento vicendevole tra le due emerge in maniera a dir poco prorompente

I costumi di fine bellezza (realizzati dalla due volte Premio Oscar Jenny Beavan) diventano il mezzo per esprimere il carattere e lo stato d’animo dei personaggi.

Una regia che riesce a far risaltare tanto le attrici quanto i loro vestiti.

La musica (quasi onnipresente) va a riarrangiare anche alcuni brani degli anni ’70 per contestualizzare il film in quel periodo e per dare un’ambientazione che spazia, in qualche modo, tra il rock e il punk.

Una confezione che, però, sembra (o forse cerca di) nascondere alcuni punti deboli.

Nello scorrere del tempo ci si sente quasi in preda ad alcuni dejavu cinematografici.

Baronessa e Crudelia che sembrano essere la versione Disney di Andrea Sachs e Miranda Priestly nel famoso film del 2006 Il diavolo veste Prada.

La protagonista che, vittima delle scelte di altri, si trova a percorrere la strada del male quasi alla stregua di un riscatto sociale quasi come Joaquin Phoenix nel pluripremiato film del 2019 Joker.

Uno scontro molto duro tra due donne, segnato da invidie e rancori, proprio come ne La favorita (che condivide con Crudelia il regista, Craig Gillespie).

Emma Thompson che, perfettamente a suo agio nel ruolo di Baronessa, mostra di essere la vera cattiva della storia: egoista, narcisista, disposta davvero a tutto pur di raggiungere il proprio scopo. Emma Stone che, invece, è una cattiva solo a metà: sembra più desiderosa di riscatto e di giustizia che spinta a compiere il male agli altri per trarne vantaggio.

Un intreccio che è incentrato sulla moda, incapace però di rendere ragione fino in fondo della malvagità del personaggio Disney che desidera farsi una pelliccia con il pelo dei Dalmata.

Non da ultimo, le figure maschili presenti (ad eccezione di John, il valletto di Baronessa) praticamente inconsistenti e, per la maggior parte, effeminate: sembrano quasi vittime dello stereotipo per cui un uomo nell’ambito della moda ha tendenze omosessuali.

Questa pellicola conferma una perplessità sorta nei due precedenti Maleficent e Maleficent: signora del male, spin off dedicati alla strega cattiva de La bella addormentata nel bosco: perché il desiderio da parte di Disney di riscattare i cattivi dei loro film di animazione? O meglio, perché ci dovrebbe essere la necessità di giustificarli, mostrandoli come vittime del sistema e quindi non responsabili delle loro scelte malvage?

Complessivamente, comunque, davvero molto godibile (almeno per gli adulti). Non adatto ai più piccoli per alcune scene un po’ violente, ma sicuramente potrebbe essere apprezzato dai 12 anni in su.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMICO DEL CUORE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/07/2021 - 11:42
Titolo Originale: Our Friend
Paese: U.S.A.
Anno: 2019
Regia: Gabriela Cowperthwaite
Sceneggiatura: Brad Ingelsby
Produzione: Black Bear Pictures, STX International, Scott Free Productions
Durata: 124
Interpreti: Casey Affleck, Dakota Johnson, Jason Segel, Isabella Kai,

A Fairhope in Alabama, Matt ha un posto come articolista per il giornale locale mentre la moglie Nicole è un’attrice di teatro. Nel 2013 lei è a letto davanti a Matt che l’ascolta. Dopo un anno da quando a lei è stato diagnosticato il cancro, sono stati informati che la malattia è terminale e forse le restano sei mesi di vita. I coniugi discutono su come dare la notizia alle loro due figlie, Mollie ed Evie. Decidono, per il momento, di costruire una pietosa bugia. Dane è amico di lunga data di entrambi ed è quasi un zio per le bambine. Ha qualche settimana libera e si offre restare da loro per aiutarli; Matt finisce per accettare ma Dave non ci resterà solo qualche settimana…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un forte affetto familiare, una calda amicizia, consentono di sostenere l’impatto di una tragedia che non trova spiegazione ma che viene gestita al meglio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene cariche di tensione
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione dei tre protagonisti, nessuno dei quali prevale sugli altri; una regia sensibie ai risvolti umani anche se la storia appare un po’ complessa nei suoi continui flash back/forward
Testo Breve:

Matt e Nicole sono sposati con due figlie ma vengono informati che lei ha un cancro terminale. Un loro grande amico decide di dedicarsi interamente al loro sostegno. Un storia vera molto umana e ben raccontata , che non  eccede nel patetico. Su Prime Video

La storia è assoluamente vera, basata sull’articolo scritto da Matthew Teague nel 2015 su Esquire. E’ accaduto proprio quanto viene descritto: di fronte a una famiglia che deve affrontare un lungo, doloroso periodo, l’amico comune Dave si offre di supportarli vivendo con loro fino a quando sarebbe stato necessario. Nella sequenza iniziale, quando Nicole e Matt si trovano a discutere come gestire al meglio gli ultimi sei mesi di vita di lei, c’è il rischio che si arrivi troppo rapidamente a una conclusione sbagliata: che si stia assistendo a un altro film strappalacrime sugli ultimi mesi di una persona malata di cancro. In realtà il tema della malattia non è quello portante ma è l’amicizia. Significativamente il titolo originale è Our friend, l’amico di entrambi. Sempre allo scopo di allentare la tensione, il film avanza con continui flashback, per evitare che il dramma si concentri tutto alla fine, in modo di aver tempo di raccontare come l’amicizia si sia progressivamente formata, non solo di Dave con Matt ma anche con Nicole. 

Il tema di come l’amicizia possa essere un potente lenitivo di fronte alla morte imminente, è stato già esplorato in opere recenti.  Nel francese Il meglio deve ancora venire (2019) due amici dai tempi del college fanno cose pazze, sempre desiderate ma mai portate a compimento, perché è probabile che uno dei due sia un malato terminale; una situazione molto simile si trova nell’americano Non è mai troppo tardi (2008). Anche in quest’ultimo film, Nicole porta a compimento una serie di desideri non ancora realizzzati ma le motivazioni dell’amico che compie un gesto così generoso sono più complesse.  Molte recensioni scritte su giornali americani hanno tenuto a sottolineare che non ci si trova davanti a un santo, non si tratta di un Cristian Film. Dave aspira a diventare un comico ma poi fallisce e si adatta a fare il commesso di un negozio; anche la ragazza con cui stava avviando una relazione finisce per lasciarlo perché non comprende come lui “perda tempo” ad aiutare un amico invece di pensare a costruire il suo futuro. Sono per Dave momenti di grande depressione e lo vediamo vagare solitario per il grand canyon con lo zaino in spalla (notevoli le affinità con il recente Nomadland: sembra che in U.S.A. quando si attraversano momenti di incertezza e sbandamento, una soluzione sia quella di vagare solitari per il deserto). E’ proprio partendo da un vuoto di vita assoluto che Dave trova un appiglio nel sentirsi utile nei confronti di chi si fida di lui, ha per lui affetto). Le motivazioni sarebbero state quindi soprattutto psicologiche, niente religione, niente ideologia umanitaria. Tuttavia, possiamo parlare lo stesso di religione anche se un po’ particolare: possiamo definirla religione del’umano.  Cioè il credere che l’uomo sia al centro di tutto e che trovi le giuste risposte in se stesso, nel momento in cui si trova intimamente appagato. Un appagamento che può anche voler dire desiderare di sentirsi utile verso gli altri. Nel caso narrato non si è trattato di adesione a principi assoluti di solidarietà umana ma di una positiva coincidenza fra una famiglia che aveva biogno di aiuto e di una persona che aveva in se’ un vuoto da riempire. Il racconto, proprio per evitare che il film sottintendesse motivazioni ideologiche, ci tiene a sottolineare le imperfezioni dei tre protagoniti (Matt troppo concentrato a fare carriera a discapito della famiglia, Nicole che si concede un’avventura amorosa) proprio per porci davanti a persone qualunque, come noi, ma colpite da una terribile malasorte, che comunque cercano di affrontare con il meglio della loro umanità.

La regista Gabriela Cowperthwaite è brava proprio in questo: nel caratterizzare i tre protagonisti, nei loro momenti di abbracci, di rabbia, di pianto, nei momenti allegri. Molto bravi i tre protagonisti, in particolare, Casey Affleck, che dopo il Manchester by the sea si è come specializzato nel trattare, con sensibilità, crisi familiari.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHIAMAMI ANCORA AMORE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/03/2021 - 14:35
Titolo Originale: Chiamami ancora amore
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Gianluca Maria Tavarelli
Sceneggiatura: Giacomo Bendotti, Sofia Assirelli
Produzione: Indigo Film, Rai Fiction
Durata: 6 puntate di 50'
Interpreti: Greta Scarano, Simone Liberati, Claudia Pandolfi

Enrico e Anna, una coppia sposata da undici anni, sembra essere arrivata al capolinea. Hanno un figlio, Pietro. Anna è stufa della routine familiare, si sente irrealizzata per non aver potuto seguire il suo sogno di diventare un medico. Enrico, invece, è contento della situazione perché può seguire le sue due passioni: il lavoro, ovvero il bar di famiglia ereditato, e l’attività calcistica del figlio che mostra un certo talento. Una separazione che sembra facile, ma che si rivela travagliata e all’insegna di vendette e rancori. A farne le spese, ancora una volta, è Pietro: il suo disagio, infatti, richiama l’attenzione dell’assistente sociale Rosa, che segue il caso.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sono presenti non pochi comportamenti antropologicamente sbagliati. Vengono violati i diritti fondamentali dei bambini e dei nascituri, non solo per l’indifferenza con cui viene affrontato il tema dell’aborto ma per il ritenere che la decisione di una donna di avere un figlio tramite fecondazione eterologa possa essere superiore al diritto di un bambino di avere un padre e una madre che lo generano e lo educano
Pubblico 
Sconsigliato
Trattazione superficiale e sbagliata di tematiche eticamente sensibili. Numerose scene di incontri sessuali. Violenza verbale
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione dei tre protagonisti e la sceneggiatura lascia lo spazio necessario per approfondirne i caratteri e i loro risvolti interiori. Un certo sovraffollamento di eventi, incluso un colpo di scena finale
Testo Breve:

Lui e lei sposati con un figlio, meditano la separazione. Un dramma familiare ben recitato che però sembra trasmormarsi in un bignamino frettoloso  di importanti temi eticamente sensibili. Su Raiplay

Una fiction RAI con ottimi protagonisti, ma complessa e sovraffollata di risvolti e colpi di scena, pur essendo di sole 6 puntate di 50 minuti l’una.

Innanzitutto la costruzione della storia. Fin dai primi minuti ci si trova in medias res: Anna ha già le valigie pronte e sta per uscire di casa abbandonando marito e figlio. Però numerosi sono i flashback che mettono lo spettatore nelle condizioni di vedere come e perché si è arrivati a quel punto: il fidanzamento, il matrimonio, il rapporto con gli amici, le bevute eccessive di Enrico, i tradimenti vicendevoli. Soprattutto nelle ultime puntate, diventa necessario il ricorso a sovrimpressioni che esplicitino i tempi degli accadimenti. Lo sguardo dell’assistente sociale, poi, fornisce un’interessante chiave di lettura di ciò che sta accadendo: la sua indagine approfondita diventa l’espediente narrativo per scandagliare in profondità gli eventi e i caratteri dei personaggi.

In secondo luogo, i tre protagonisti. Non solo l’ottima interpretazione è da porre in rilievo, ma anche lo spazio dato loro per approfondirne i caratteri e i risvolti interiori più profondi. I numerosi dialoghi con amici, familiari e colleghi; le discussioni a volte anche molto accese e violente (verbalmente, non fisicamente); il grande affetto che diventa desiderio di rivalsa e rancore… numerosi elementi che forniscono un ritratto poliedrico di Enrico (Simone Liberati), Anna (Greta Scarano) e Rosa (Claudia Pandolfi). Non profili stereotipati ma realistici e in continua evoluzione. Anche Pietro (Federico Lelapi), nonostante la giovanissima età, bene mostra il disagio e l’impotenza di un figlio di fronte alla separazione dei genitori.

Elemento che si fa molto notare è la colonna sonora. Consapevoli del fatto che la fiction non è una commedia, forse il commento musicale pone troppo in risalto i toni drammatici: in alcuni tratti la sensazione è quella di assistere ad un thriller o ad un giallo, nonostante non  vengano compiuti omicidi.

Alcuni tasti dolenti, purtroppo, non sfuggono allo spettatore.

Le scene di rapporti sessuali che, pur non mostrando nudità, sono molto esplicite. Che siano rapporti coniugali oppure scene di tradimento, in più di qualche occasione vengono portate sullo schermo.

La violenza verbale, data non soltanto dal linguaggio volgare, ma proprio dalla cattiveria con cui le parole vengono dette così come i numerosi litigi esasperati nei toni. Ritratto di una situazione di crisi che la coppia sta vivendo, ma così accentuato da risultare quasi urtante.

La trattazione abbastanza superficiale che viene fatta di tematiche eticamente sensibili.

L’aborto, ricercato spasmodicamente dai protagonisti, rivendicato come diritto sia nei tempi che nelle modalità. Motivato superficialmente e poco discusso, occupa però diverso spazio sulla scena.

La fecondazione assistita eterologa. Nella fattispecie: il desiderio di maternità diventa diritto ad essere madre single, ricorrendo all’inseminazione artificiale. Il tutto presentato come cosa buona: la volontà di donare affetto ad un figlio, diventa diritto di poter avere quel figlio ricorrendo ad una tecnica che lo permette. Con il forte contrasto posto dalla storia: due genitori che hanno avuto un figlio “normalmente” non sono buoni genitori perché vivono questa separazione. Una donna che decide di diventare madre single compie qualcosa di buono a prescindere perché desidera solamente donare affetto a qualcuno.

La depressione post-parto che, nella sua drammaticità, viene appena accennata.

Sicuramente non adatta a ragazzi o adolescenti, ma capace di far riflettere i più grandi anche su argomenti delicati.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CRESCENDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/26/2021 - 15:27
 
Titolo Originale: Crescendo
Paese: GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Dror Zahavi
Sceneggiatura: Stephen Glantz, Volker Kellner, Marcus O. Rosenmüller, Johannes Rotter, Dror Zahavi
Produzione: CCC FILMKUNST
Durata: 109
Interpreti: Peter Simonischek, Bibiana Beglau, Sabrina Amali, Daniel Donskoy

Eduard Spork è un bravissimo direttore d’orchestra tedesco. Riceve un ingaggio per formare e dirigere un ensamble di giovani musicisti israeliani e palestinesi. Le audizioni vengono organizzate a Tel Aviv: se gli israeliani accorrono con facilità, i palestinesi devono affrontare lunghi viaggi, superare i check-point per raggiungere il luogo della selezione. Obiettivo del gruppo è preparare un concerto a conclusione del nuovo tentativo di accordo per la fine dello scontro israelo-palestinese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
“Un nemico è solo qualcuno di cui ancora non conosci la storia”, afferma il maestro d’orchestra. Un impegno concreto per avvicinare giovani di due popoli in conflitto con il fascino condiviso della musica
Pubblico 
Pre-adolescenti
Nudità senza dettagli
Giudizio Artistico 
 
I giovani attori (realmente palestinesi e israeliani) si distinguono per la loro capacità di portare sullo schermo tanto la passione per la musica quanto la durezza del conflitto in corso. La regia riesce a far emozionare senza facili buonismi
Testo Breve:

Per festeggiare un prossimo, sperato, trattato di pace, un maestro d’orchestra viene ingaggiato per dirigere un ensamble di giovani musicisti israeliani e palestinesi. Una riflessione non banale, abbellita dalla musica, su cosa possa indurre giovani di popoli in conflitto, a comprendersi e a vivere in pace . Nelle Sale della Comunità

Un film drammatico al termine del quale si desidererebbe trovare scritto: basato su una storia vera. Non perché ci sia una storia avventurosa e a lieto fine, ma perché riesce a dare speranza allo spettatore, la speranza e il sogno di veder collaborare, anche solo per un momento, palestinesi e israeliani.

Quella dei pregiudizi è la prima tematica preponderante. Spork, tedesco, chiamato a fare il direttore di un’orchestra per metà composta da musicisti per metà israeliani e per metà palestinesi. Si crea un clima di sospetto vicendevole, che mette in seria difficoltà l’impresa fin da subito. Pregiudizi che, inizialmente, portano nel microcosmo dell’ensemble le stesse dinamiche che caratterizzano la realtà politica della regione. La rivalità che vede in concorrenza Ron (interpretato da Daniel Donskoy) e Layla (interpretata da Sabrina Amali) per il ruolo di primo violino mostra come la bravura deve fare comunque i conti con il conflitto esistente tra i loro popoli e la storia d’amore che prende il via tra Omar (interpretato da Mehdi Meskar) e Shira (interpretata da Eyan Pinkovitch) non potrà mai ricevere il suo coronamento con delle nozze, perché non riceverebbe mai l’approvazione delle famiglie.

Spork comprende che solo nella condivisione e nella conoscenza reciproca, quel gruppo di ragazzi può diventare un’orchestra. Così, di pari passo con le prove della musica, il direttore cerca di far avvicinare i ragazzi per aiutarli a mettere da parte i loro pregiudizi etnici. Mettersi nei panni degli altri, dirsi in faccia il perché di tanto odio… attività che sembrano più pertinenti a gruppi di auto-mutuo aiuto per la gestione dell’odio che non parte di prove di musica. Eppure, tutto questo funziona. L’equilibrio, pur restando delicato e molto fragile, sembra costruirsi.

Secondo argomento di rilievo, naturalmente, è quello della musica. Musica che diventa il terreno comune, il linguaggio condiviso tanto dai palestinesi quanto dagli israeliani. Potrebbe diventare il ponte per creare quella riconciliazione tanto ricercata e desiderata.

Di grande bravura il cast. I giovani attori (che nella vita reale appartengono al medesimo popolo dei personaggi che incarnano) si distinguono per la loro capacità di portare sullo schermo tanto la passione per la musica quanto la durezza del conflitto in corso.

La capacità di coinvolgimento emotivo della pellicola è notevole. Le occasioni di confronto e di scontro create dal direttore d’orchestra per far sfogare i giovani e poter poi costruire (successivamente) un clima di concordia portano in scena una carica d’odio che non lascia indifferente lo spettatore

Un film che non propone soluzioni concrete al conflitto che da più tempo dilania il Medio Oriente, ma che fa sognare e desiderare questa pace.

Una nota in calce. La scelta di un sottotitolo con un hashtag che strizza l’occhio al più famoso motto sessantottino make love not war rischia di banalizzare un po’ il messaggio della pellicola. In nessun momento, infatti, emergono dai personaggi spinte rivoluzionarie o sovversive, ma sempre con grande delicatezza e realismo vengono ricercate le soluzioni per la costruzione di una concordia e collaborazione capaci di unire le differenze a partire dal terreno comune della musica.

Il film, del 2019, è ora riproposto nelle sale dopo il periodo di chiusura Covid.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CATTIVO POETA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/25/2021 - 08:18
Titolo Originale: Il cattivo poeta
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianluca Jodice
Sceneggiatura: Gianluca Jodice
Produzione: Ascent Film, Bathysphere Productions, Rai Cinema
Durata: 106
Interpreti: Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi

1936. Giovanni Comini, da poco promosso federale di Brescia è stato convocato d’urgenza a Roma da Achille Starace, segretario del Partito Fascista. Giovanni ha soggiornato a lungo all’estero, in Francia, ha mostrato anche velleità letterarie e sembra la persona giusta per un incarico molto speciale. Presentarsi al Vittoriale, sul lago di Garda, dove Gabriele D’Annunzio è in ritiro forzato da ormai 15 anni, nelle vesti di rappresentante del partito, pronto a soddisfare qualsiasi suo desiderio ma in realtà con l’intento di controllarlo: il Vate ha ancora un largo seguito ma ci sono troppi sospetti riguardo a un suo dissenso nei confronti della prossima alleanza fra Mussolini e Hitler. Giovanni lascia la sua sede di Brescia e la sua ragazza Lina e arriva al Vittoriale facendo conoscenza con il vasto staff che circonda il Vate. Non può ancora vederlo perché da tre giorni è rimasto rinchiuso nella sua camera...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
D’Annunzio è rappresentato per quello che sappiamo: libertino, dedito a un sesso senza freni, cocainomane ma nei confronti con il giovane federale mostra intatta la sua libertà di pensiero e un po’ di istinto paterno
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni nudi femminili integrali ma statici. Uso di cocaina. Scene di tortura senza dettagli
Giudizio Artistico 
 
Rigorosa ricostruzione degli ambienti e dei costumi degli anni trenta. Prestazione eccezionale di Sergio Castellitto nelle parte di D’Annunzio. Il personaggio del giovane federale risulta più sfumato e contraddittorio
Testo Breve:

Un giovane federale viene mandato al Vittoriale per spiare le intenzioni di Gabriele D’annunzio, ormai vicino alla fine. Una impeccabile ricostruzione della personalità del Vate, più incerta quella del giovane. In Sala

Questo film è stato preparato con molta cura. Molte riprese sono state fatte direttamente al Vittoriale così come a Piazza Venezia e altri ambienti “anni trenta” sono stati ricostruiti ispirandosi fedelmente agli originali. Le persone che hanno formato lo staff del Vate sono esattamente esistite e lo stesso federale Giovanni Comini fu realmente mandato al Vittoriale per controllare D’Annunzio. L’incontro a Verona fra Mussolini e l’eroe di Fiume si è svolto realmente e la frase attribuita a Mussolini: “D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si ricopre d’oro o lo si estirpa” fu pronunciata realmente. Il modo di parlare del poeta, le sue frasi sono frutto di un’accurata indagine fatta su i suoi diari e i suoi scritti. 

Questo rigore è risultato fondamentale per riportarci quasi fisicamente al 1936 e raccontarci l’incontro fra due uomini: un grande poeta al  crepuscolo che però ha ancora la capacità di cogliere i segni dei tempi e un giovane federale, convinto del valore del suo impegno politico ma che inizerà, a contatto con il vate,  a veder  vacillate le sue convinzioni.

Il regista e sceneggiatore Ganluca Jodice evita facili cortocircuiti storici, anche se forse sarebbero stati utili per conquistarsi il pubblico; di disegnare cioè un D’Annunzio antifascista. Una lunga sequesta è dedicata, attraverso il racconto di una delle protagoniste, a ricordare i 500 giorni magici della presa di Fiume nel 1919, “l’unica città al mondo governata da un poeta, dove non esistevano divieti nè gerarchie, si poteva divorziare e votavano persino le donne”.  Era quella l’epoca della Vittoria mutilata e indubbiamente D’Annunzio e Mussolini condividevano le stesse idee rivoluzionarie. Il contrasto nacque in seguito come correttamente riporta il film, sul tema dei rapporti con Hitler: con intuito da poeta e non da politico, il vate non vedeva nulla di buono dall’alleanza con quel “ridicolo nibelungo con il ciuffo calato alla Charlot”.

Il ricordo dell’impresa di Fiume ritorna in un incontro del Vate con i reduci di quel glorioso 1919: D’Annunzio, coerente con se stesso, non riesce a vivere in tempi mediocri e trasferisce il suo sgomento a quel gruppo sparuto di seguaci:  “Sono tempi dal cielo chiuso senza nessun indizio di certezza; la tristezza è così densa che non sappiamo più sollevarci a combattere contro l’oppressione”.

Analoghe melanconiche riflessioni vengono da lui espresse su quella che è l’essenza del suo vivere: lo scrivere: “Quando ti nasce un sentimento per qualcosa e una voglia insopprimibile di esprimerla, prendi la penna, scrivi,  poi ti accorgi che quello che avevi immaginato lì sulla carta sembra banale, stupido; il linguaggio rende estraneo ciò che è intimo. Così è per la politica; è il tradimento degli ideali, la buona fede e la passione autentica”.

Se la figura del vate è stato approfondito in tutte le sue sfaccettature e portato sullo schermo dalla “mostruosa” interpretazione di Sergio Castellitto, non possiamo dire lo stesso del federale Giovanni Comini, interpretato da Francesco Patanè. Appare in alcune situazioni contraddittorio e ambiguo, indefinito. Giovanni si accorge con sdegno che nella sede del fascio di Brescia venivano svolti interrogatori-tortura ai sospettati ma è difficile pensare che lui, il capo del fascio locale, ignorasse cosa facevano i suoi gregari; la sua storia d’amore ha risvolti dolorosi ma dopo poche sequenze sembra che tutto sia stato assorbito e può così riprendere le sue normali mansioni. E’ il personaggio che è stato più liberamente “creato” ma risulta troppo profonda la differenza di spessore fra i due protagonisti. E’ indubbio che alcune sequenze siano state inserire per ricordare al pubblico che il fascismo fu pur sempre una dittatura ma le soluzioni adottare risultano un po’ forzate nel contesto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN MANI SICURE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/21/2021 - 19:41
 
Titolo Originale: Pupille
Paese: FRANCIA, bELGIO
Anno: 2018
Regia: Jeanne Herry
Sceneggiatura: Jeanne Herry
Produzione: Trésor Films, Chi-Fou-Mi Productions, StudioCanal
Durata: 110
Interpreti: Gilles Lellouche, Sandrine Kiberlain, Élodie Bouchez

Clara, una giovane studentessa di Brest, arriva trafelata all’ospedale perché è al termine del periodo di gravidanza. Al personale sanitario fa sapere che non intende allevare il bambino. Nasce Theo, un neonato bello e sano; Matilde, un’assistente sociale informa Clara che ha diritto all’anonimato e che ha due mesi di tempo per ritornare sulla sua decisione. Se deciderà definitivamente di non allevarlo, il bimbo sarà considerato un pupillo dello stato e il comune procederà ad avviare la pratica di adozione. Nei due mesi di attesa, il neonato viene affidato a Jean, un operatore familiare molto bravo. Intanto Alice, che non ha potuto avere un bambino dal suo compagno, ha fatto da otto anni domanda di adozione senza ancora aver potuto soddisfare il suo desiderio. La situazione è ulteriormente peggiorata perché nel frattempo si è separata ma le resta un filo di speranza perché la legge sulle adozioni in Francia è stata modificata e vengono accettate anche famiglie monoparentali….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esalta il valore assoluto di persona che spetta a un bambino appena nato e che merita la massima cura
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Tutti i protagonisti sono perfettamente nella parte; il regista e sceneggiatore Jeanne Herry usa uno stile molto personale, quasi documentaristico per trasmetterci le emozioni che si provano alla nascita di un bambino. Premiato con il Bayard d'Or per la miglior sceneggiatura e la miglior attrice (Élodie Bouchez) al Festival di Namur
Testo Breve:

Theo è nato ma la madre dichiara di   non volere né potere tenerlo; entra in scena lo staff del comune che con cura e professionalità avvia la scelta di chi potrà adottarlo. Il film fatto di tanti, piccoli ma emozionanti passaggi. Su Raiplay

Theo è nato: sta sempre con gli occhi aperti e guarda in silenzio il mondo intorno a sé. E’ lui il protagonista assoluto del film. Le infermiere prima, l’operatore sociale dopo, la mamma adottiva che ancora inesperta cerca di tenerlo in braccio, lo guardano tutti con infinita dolcezza e premura. Le operatrici familiari ricordano alle mamme inesperte che bisogna parlargli continuamente, non certo perché possa capire ma perché lui è in grado di cogliere le emozioni, l’affetto che esprimono le loro parole. Forse è troppo ma quando gli adulti si pongono in stupefatta ammirazione intorno a lui, è inevitabile ricordare la scena dei re Magi intorno al bambino Gesù.

Qualcuno ha detto che è la storia di un incontro fra una donna che desiderava essere madre e un bambino in cerca di una mamma oppure si pone in evidenza il dramma di una ragazza che ha deciso che non vuole e non può allevare il figlio che le è nato (decisione comunque saggia perché almeno non ha abortito). In realtà il perno della storia è solo lui, perché lui è da subito una persona che merita la massima attenzione. Si tratta di una priorità che traspare anche nel lungo processo di selezione alla ricerca della migliore famiglia adottiva: i selezionatori ci possono apparire anche crudeli quando scartano una coppia ma lo dicono chiaramente: il loro compito non è soddisfare una coppia che sente un vuoto nella propria vita ma trovare i genitori più adatti per Theo.   Adottare un figlio non è la stessa cosa che allevare il proprio: quando crescerà essi dovranno sostenere anche discussioni dove lui forse  griderà: “tu non sei mia madre!”. Il secondo protagonista non è una persona ma uno staff, quello dell’organizzazione comunale che si occupa di adozioni. C’è chi deve parlare con la madre che non vuole tenersi il figlio, chi si occupa di selezionare la coppia adottiva, chi si prede in cura il bimbo nei due mesi previsti per un eventuale ripensamento. Lo stile è lo stesso: con calma professionale la loro missione  non è influenzare le decisioni di nessuno ma accompagnarli in quei momenti così cruciali per la loro vita, sia per chi abbandona che per chi adotta. Ci vengono presentati anche spezzoni di vita privata (scorci della vita coniugale di Jean; l’amore non corrisposto di una delle operatrici; il lavoro a teatro di Alice) ma hanno ben poco peso nel complesso della storia. Il regista ha scelto un approccio quasi documentaristico ed evita perfino le tecniche più classiche della sceneggiatura: costruire un antagonista per aumentare la drammaticità della storia, sviluppare un crescendo che porti a un emozionante punto di svolta verso la fine: l’approccio è soprattutto contemplativo, cura nei dettagli concreti che proprio per il tema trattato, diventano tutti emozionanti.

Bisogna riconoscere che i film francesi attribuiscono sempre un grande valore a servizi pubblici di tipo umanitario: in Lo scafandro e la farfalla, il personale sanitario eccelle nella cura di un paziente paralizzato; nel Medico di campagna viene sottolineato il valore, professionale e umano, di un lavoro ben fatto; in Essere e avere viene evidenziato  il prezioso lavoro di un coraggioso insegnante multiclasse in uno sperduto paese di montagna;  si potrebbe continuare. A quando anche in Italia un bel film sul tema delle adozioni?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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POV - I PRIMI ANNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/18/2021 - 21:48
Titolo Originale: Pov - I primi anni
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Davide Tosco
Sceneggiatura: Francesco Bigi, Nicola Conversa e Erica Gallesi
Produzione: Showlab, Rai Ragazzi
Durata: 52 episodi di 12'
Interpreti: Ludmilla Ciobaniuc, Christian Carere, ZAckari Delmas. AmieMadih, Stefano marseglia

La vita di una classe del primo anno di liceo a Torino. Katia si sente impegnata ad arricchire le sue pagine sui social intervistando le nuove compagne e i nuovi compagni, sempre alla ricerca di qualcosa di malizioso da dire; Bea ha la testa fra le nuvole e non sa decidersi fra il corteggiamento di Manu (sempre molto impacciato) e il biondo Leo. Come se non bastasse, a scuola è arrivata sua sorella Sabrina nelle vesti di insegnante supplente di italiano e questa è una situazione imbarazzante che nessuno deve sapere. Anna si deve scrollare di dosso un po’ di complessi a causa delle sue rotondità e si angustia perché non è stata ancora baciata. Per fortuna il bidello è un tipo strano ma simpatico e i professori sanno prenderla con un po’ d’ironia quando i ragazzi si arrampicano sugli specchi per giustificare la loro impreparazione….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A scuola si sviluppano amicizie, nascono i primi amori (quindi anche le prime gelosie) ma i ragazzi e le ragazze vivono in un mondo chiuso, senza prospettive che trascendano la micro-realtà quotidiana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Le problematiche trattate non possono interessare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il serial ha saputo trovare una formula indubbiamente originale per calarsi in una tipica realtà adolescenziale riuscendo, grazie anche alla bravura di attori e attrici in erba, a restituirci il microcosmo di una classe di prima liceo
Testo Breve:

In una classe di primo liceo a Torino si evita di venir interrogati, ci si confida in gabinetto, si tessono i primi amori mentre l’onnipresente cellulare annulla ogni riservatezza e ogni segreto. Su Raiplay

POV è l’acronimo di Point of View, video realizzati con il proprio cellulare per esprimere opinioni personali su ciò che sta accadendo. E’ una componente del format, sicuramente originale, che ha scelto il regista Davide Tosco alla ricerca di autenticità per questo serial dedicato ad alunni del primo liceo. Se due ragazzi o ragazze parlano fra loro, il montaggio ci mostra una rapida sequenza di primi piani classici, di selfie e di POV in tempo reale per scoprire magari che in quello che stanno dicendo nessuno dei due ci crede veramente. L’autenticità è stata ricercata anche nella scelta del cast: si tratta di 25 ragazzi di età fra i 13 e i 16 anni, scelti dopo un’accurata selezione e bisogna riconoscere che se la sono cavata benissimo. In questo microcosmo si intrecciano vari tipi di rapporti interpersonali. Dalla semplice richiesta di poter copiare il compito, ai primi timidi approcci di un ragazzo nei confronti di una ragazza ma anche tanti incontri in gabinetto, il posto per eccellenza scelto dalle ragazze per poter confidare alle amiche le proprie pene d’amore o le proprie incertezze. Gelosie o al contrario liete sorprese si sviluppano nell’unico evento fuori scuola: la festa in casa di Ciccio dove immancabilmente si organizza il gioco della bottiglia nella speranza che quel bacio dato per penitenza non sia affatto tale. Qualche siparietto comico è dedicato al ragazzo che vuole assolutamente diventare un prestigiatore ma fallisce nelle sue magie o all’ambizioso Silvio che vuole acquistare popolarità candidandosi come rappresentante di scuola ma poi si sente male per la paura ogni volta che deve parlare in pubblico.

Il serial si sviluppa in ben 52 episodi ma molto corti, di 10-12 minuti. Si è trattato sicuramente di un altro metodo per agganciare l’interesse dei più giovani, predisposti per un consumo veloce ma questa soluzione finisce per diventare un vincolo per la narrazione. E’ indubbio che la giornata di un liceale trascorra proprio nel modo in cui è stato rappresentato: micro-eventi, incontri veloci per confrontarsi fra una lezione e l’altra, come se ogni giorno bastasse a se stesso. Bisogna però riconoscere che nella realtà,  nei  ragazzi e nelle ragazze c’è sicuramente dell’altro: esperienze anche piccole, stati d’animo che debbono venir superati per riconquistare la serenità, si accumulano, fanno esperienza, trasformano. Si tratta di un aspetto è poco rappresentato in questo serial, che si concentra su una giornata scoppiettante di micro-episodi che si chiudono in se stessi e un nuovo giorno serve per iniziare tutto da capo come in quei film dove il protagonista si sveglia ogni mattina nello stesso giorno (La mappa delle piccole cose perfette, Ogni giorno, Prima di domani, 50 volte il primo bacio).

Il serial non sfugge alla regola del tre: quando si sviluppa una storia con più protagonisti e iniziano a formarsi coppie eterosessuali, almeno uno dei personaggi deve essere omosessuale. E’ il caso di Rami che a dire il vero è un indeciso. E’ Katia a fargli sospettare un motivo diverso dalla sfortuna per le sue difficoltà a mettersi con una ragazza ma lo fa in un modo terribile, indubbiamente indottrinata dalla propaganda LGBT. Lo invita a non vergognarsi, a gridare con sicurezza a tutto il mondo che ha inclinazioni omosessuali. In realtà Rami è incerto, una situazione comprensibile a quell’età. Come ha così ben raccontato il film Tutto sua madre: non bisogna sbrigativamente attribuire delle etichette a un ragazzo solo perché è più timido o sensibile degli altri: bisogna lasciargli il tempo e la calma necessari per scoprire se stesso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARTA & EVA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/17/2021 - 09:34
 
Titolo Originale: Marta & Eva
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Claudio Norza
Sceneggiatura: Nicola Alvau, Sergio Basso, Mara Perbellini e Dario Rodino
Produzione: 3xero2 e Rai ragazzi
Durata: 20 episodi si 20'
Interpreti: Giulia Fazzini, Audrey Mballa, Ludovica Longhini, Giulia D'Aloia

Due ragazze quattordicenni, Marta ed Eva sono molto diverse come carattere e come origine ma diventano presto amiche. Marta, che fa parte della Milano bene, è una pattinatrice di ghiaccio titolata grazie anche ai rigorosi allenamenti a cui la sottopone la madre, che gestisce il palazzetto dello sport dove si esercita. Eva, di origini africane, è figlia di Ben, il custode del palazzetto del giaccio. Padre e figlia hanno una comune passione: cantare e il padre ha messo in piedi una scuola serale di canto, dove anche Eva si esibisce. Marta ed Eva, che frequentano la stessa scuola, stabiliscono un’alleanza: Marta insegnerà Eva a pattinare mentre Eva aiuterà Marta nei suoi esercizi di canto. In questo modo entrambe potranno seguire la loro vera passione. Questa loro decisione finisce per indispettire i rispettivi genitori e, come se non bastasse, la madre di Marta non gradisce che la figlia sia interessata a Andrea, il ragazzo che fa da deejay al palazzetto del ghiaccio…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ragazze e ragazzi di sanno impegnarsi a fondo per seguire la propria passione, sono rispettosi della volontà dei genitori, coltivano l’amicizia e sanno perdonare senza rancore
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Buona caratterizzazione di tutti i personaggi, belle canzoni e sequenze di pattinaggio artistico; alcune sequenze (il coach che stimola sena tregua le pattinatrici a migliorare ) sono ripetute troppe volte ma il racconto si sviluppa lungo un percorso molto lineare, comprensibile a tutti. I protagonisti sono poco realisticamente indicati come quattordicenni (ne hanno sicuramente di più) e il personaggio di Andrea è quello meno convincente
Testo Breve:

Due ragazze di 14 anni, di diversa estrazione sociale, sanno aiutarsi nelle loro rispettive passioni: il pattinaggio artistico e il canto. Un racconto lineare, semplice da seguire dove viene risaltata l’amicizia e il saper perdonare senza rancore. Su Raiplay

 

La prima impressione che lascia questo serial è di bellezza. La bellezza delle armoniose evoluzioni di chi esercita il pattinaggio sul ghiaccio, la bellezza di tante canzoni originali cantate con passione dai ragazzi e dalle ragazze. Si tratta di una solida piattaforma su cui è stata poggiata questa storia di prima adolescenza, dove lo scoprire quale sia la propria vera vocazione costituisce il tema dominante. E’ questo forse un modo con cui possiamo dividere i tanti racconti teen che abbiamo visto negli ultimi tempi: se in questo, (ma anche La compagnia del Cigno, High School Musical,..) gli adolescenti appaiono più veri perché è proprio quella la stagione  nella quale  si interrogano su chi siano  e quale sia la loro vocazione, in altri (Summertime, Skam,  Euphoria,..) i ragazzi e le ragazze, verso la fine dell’epoca teen  e quasi young adult, sembrano impegnati solo a cogliere il piacere del presente, dove la componente sessuale diventa preponderante.

La bellezza si estende anche alle loro anime: hanno a volte opinioni contrastanti con i loro genitori ma finiscono per obbedire. Non c’è mai grande tensione in famiglia, perché   i genitori, quando comprendono ciò che rende veramente felice la propria figlia, sono pronti ad assecondarla. Ma ciò che colpisce maggiormente è il modo con cui ragazze e ragazzi, in diverse circostanze, sanno perdonare e non serbano rancore quando chi ha compiuto una scorrettezza, per invidia o per gelosia, è pronta a chiedere scusa.

Troppo ideale? Troppo bello? In realtà il serial appare più aderente alla realtà di tanti altri. E’ realistico il modo con cui questi ragazzi interrogano continuamente se stessi per cogliere ciò che costituisce la loro vocazione; non si tratta solo di scegliere la professione che eserciteranno da grandi: stanno cercando qualcosa che appaghi pienamente la loro personalità, dove possono dare il meglio di loro stessi per la loro felicità ma anche per quella degli altri. Le vocazioni che sono state poste in primo piano (il pattinaggio artistico, il cantare) comportano un impegno e una esercitazione continua, che è il modo migliore, per queste ragazze, di esercitarsi a cercar di raggiungere, con determinazione, i loro obiettivi. In parallelo nascono i primi amori, mai passionali ma per loro è un modo di sentirsi vicini (i protagonisti hanno 14 anni), provare il piacere esser compresi da qualcuno per quello che si è. Sono anche amori che nascono ma che si possono sciogliere senza troppi drammi (sono simpatie, non si tratta ancora di donazione totale e al massimo queste unioni vengono suggellate con un bacio). Molto forte è anche l’amicizia fra le ragazze del trio Marta, Eva, Sofia (appassionata di ecologia). Si confidano su tutto: le pene d’amore come le ansie da prestazione prima di una gara e cercano di incoraggiarsi a vicenda e dare saggi consigli.

Le difficoltà, i contrasti sono molti durante le dieci puntate: raggiungere i propri traguardi professionali (Marta per il canto, Eva per il pattinaggio) non è mai facile per loro due non solo per l’impegno necessario (i doveri scolastici sono solo sottintesi, non vengono mai rappresentati) ma perché il successo raccolto solleva l’invidia delle colleghe o dello stesso ragazzo che con molto affetto l’aveva aiutata a crescere. Anche la mamma di Marta (che fine ha fatto il marito? Non è chiaro) avrà i suoi momenti difficili perché si è esposta troppo finanziariamente per continuare a gestire il palazzetto dello sport ma le difficoltà più interessanti sono quelle relative ai flirt che nascono e che a volte si sciolgono. Il ragazzo e la ragazza si interrogano su quell’affetto che è appena nato ma per entrambi le priorità sono chiare: è giusto dare la priorità, proprio per la loro età, a perseguire quella passione che fa essere realmente se stessi; non si possono fare delle rinunce per dare priorità all’amore che è nato, semplicemente perché non si sarebbe più se stessi. In tutte le situazioni, anche difficili,  i ragazzi e le ragazze mostrano sempre buone doti di autocontrollo: cercano   di ragionare su ciò che è accaduto e non scivolano mai in gesti incontrollati. E se qualcuno lo fa, è poi in grado di chiedere perdono.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MINARI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/11/2021 - 20:28
 
Titolo Originale: Minari
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Lee Isaac Chung
Sceneggiatura: Lee Isaac Chung
Produzione: Plan B Entertainment
Durata: 115
Interpreti: Steven Yeun, Han Ye-ri, Alan Kim, Yoon Yeo-jeong

Negli anni ’80, la famiglia di origine coreana Yi si trasferisce dalla California all’Arkansas, vivendo in una casa su ruote in mezzo a un grande prato che andrà coltivato. E’ stato Jacob, il capofamiglia, a programmare questo trasferimento. Con i soldi che ha messo da parte dopo anni passati, con sua moglie, a fare il sessatore di pulcini, vuole intraprendere il mestiere di agricoltore. Il suo obiettivo è chiaro: ogni anno emigrano negli Stati Uniti almeno 30.000 coreani e lui vuole fornire prodotti tipici della loro cucina. La moglie Monica non è convinta: si trovano troppo lontani dal primo centro abitato e ciò costituisce un rischio perchè il loro piccolo David soffre di cuore e dovrebbero aver bisogno di correre all’ospedale. Dopo lunghe discussioni fra marito e moglie, il compromesso: decidono di far venire dalla Corea del sud Soon-ja, la madre di Monica, in modo che possa accudire i bambini mentre loro sono al lavoro. Ma David non vuole passare la giornata con la nonna e Jacob sta investendo tutti i suoi risparmi senza ancora poter vedere alcun premio alle sue fatiche…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In famiglia ogni decisione ha effetti che si riversano su tutti i componenti, non si può mai decidere per se stessi ma per il bene complessivo di tutti. Una lezione universale ben spiegata da questo film
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista e sceneggiatrice Lee Isaac Chung alterna con abilità commedia a tragedia scolpendo i personaggi uno a uno, senza che alcuno prevalga sugli altri. Golden Globe 2021 come miglior film in lingua straniera; Oscar 2021 a Youn Yuh-jung come miglior attrice non protagonista
Testo Breve:

Jacob si sente pronto a investire in agricoltura ma i risultati tardano a venire e la moglie non ama vivere in mezzo alla campagna.  Il film ci mostra le piccole grandi cose che possono accadere in ogni famiglia

Se si desidera gustare un film/Serial TV dove vengano risaltati i valori familiari, dove la solidarietà in famiglia resta l’unica vera soluzione per affrontare qualsiasi frangente negativo, non resta che rivolgersi alla produzione orientale (Giappone, Corea, Cina) o a film realizzati in USA ma da sceneggiatori e registi di origine orientale (Father and Son, Ritratto di famiglia con tempesta, The farewell- una bugia buona, Un affare di famiglia, tutti i capolavori di Yasujiro Ozu..) . Non c’è scampo: le produzioni occidentali, quando trattano il tema della famiglia, molto spesso ci raccontano di una coppia in crisi, vicina al divorzio. Nella nostra impostazione ci sono sempre due individui, un lui e una lei che cercano si, di individuare ciò che li può tenere uniti, ma prima di tutto c’è la realizzazione di loro stessi. Nei lavori orientali c’è la famiglia: ogni componente sa di appartenere a una realtà vivente che li ingloba e che ha la priorità.

Solo così si può spiegare come sia stato possibile realizzare un film come Munari dove molte sequenze sono state spese a raccontare come il piccolo David non gradisca l’arrivo della nonna (dormono nella stessa camera) e come la nonna compia molti tentativi per rendersi simpatica. Si tratta di un tema assoutamente banale ma nel contesto di Munari è importante perché l’armonia in famiglia costituisce l’obiettivo primario. Ciò è tanto più vero se a discutere sono marito e moglie quando non riescono ad avere la stessa visione del futuro della famiglia; in realtà il film saprà dimostrare, in una escalation di tensione, come non ci sia niente che valga di più, sempre e comunque, dell’unione familiare.  Il profilo del confronto fra Jacob e Monica ha un valore universale ed è quello che si può trovare nella realtà di ogni famiglia di ogni latitudine: è giusto aspirare a un maggiore benessere per la famiglia, rischiando un po’oppure è meglio restare sul sicuro in un ambiente conosciuto, facendo le modeste cose che si sanno fare? Una decisione tanto più pesante in quanto non si sta decidendo del proprio destino, ma anche degli altri componenti della famiglia. Il film, che alterna momenti sereni ad altri di grande tensione, ci mostra un Jacob un po’ velleitario che si muove impacciato in una realtà che non conosce affatto.

Il film allarga l’orizzonte agli sforzi che compie la famiglia Yi per socializzare con i vicini ma in questo caso non c’è nessuna ombra di discriminazione e a parte la battuta di un ragazzino del luogo che domanda al piccolo David: “Perché hai la faccia piatta?” , ricevono una calorosa accoglienza nella  locale comunità cristiano-evangelica, la stessa fede professata da Jacob e la sua famiglia.

E’ proprio sul tema religioso che l’autrice si permette di fare un po’ d’ironia, tramite il personaggio del bracciante Paul che benedice qualsiasi attività, piccola o grande che debba venir intrapresa e vede il diavolo dappertutto e provvede subito a esorcizzare. Jacob crede invece che solo con l’uso della ragione potrà risolvere i suoi problemi ma poi finisce per restare disilluso e neanche con il suo metodo riesce a trovare l’acqua necessaria all’irrigazione.

Il film scorre così fra commedia e tragedia e se non è mai prevedibile quello che domani, di buono o di brutto, ci può accadere, l’importante che ogni evento venga affrontato tutti insieme

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOMADLAND

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/09/2021 - 08:24
Titolo Originale: NOMADLAND
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Chloé Zhao
Sceneggiatura: Chloé Zhao
Produzione: Highwayman Films, Hear/Say Productions, Cor Cordium Productions
Durata: 107
Interpreti: Frances McDormand, David Strathairn, Linda May

Fern, dopo la chiusura della fabbrica in cui lavorava e dopo la perdita del marito a seguito di una lunga malattia, parte con il suo van (che chiama Avangard) per vivere da nomade fra le pianure e i deserti più sperduti d’America. Per qualche breve periodo lavora, poi riparte per esplorare nuovi luoghi e conoscere nuove persone, le loro storie, i loro sogni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone ferite negli affetti o colpiti da una sorte avversa cercano di aiutarsi a vicenda e fare comunità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una storia un po’ triste non adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un poderosa Frances McDormand (al suo terzo Oscar) guida la storia ma la regista e sceneggiatrice Chloé Zhao ha saputo costruire panorami, incontri, eventi in perfetta assonanza con i suoi gesti discreti, con la sua trattenuta maliconia, uno spleen che pervade tutta la narrazione
Testo Breve:

La crisi del 2008 ha portato tante persone a vivere di nomadismo cercando lavoro dove capita. Fra loro c’è anche Stern, una donna che ha perso il marito. Un viaggio alla ricerca di ciò che è essenziale per vivere, nella materia come nello spirito. In Sala e su Disney+

“I’m not homeless, I’m houseless” (si potrebbe tradurre “non sono una senza tetto, sono senza casa”): una battuta che in italiano perde la sottile sfumatura che la lingua inglese riesce a dare nel distinguere home (la casa intesa come luogo degli affetti e delle relazioni familiari) da house (la casa come edificio in muratura), ma che nel film è di fondamentale importanza. Il lungo viaggio della protagonista, infatti, è segnato proprio di incontri con numerose persone e con le loro storie. Un viaggio su strada che diventa metafora della vita: non esistono addii per sempre… ci vediamo lungo la strada si sente dire Fern da Bob, un uomo che come lei ha fatto del nomadismo la sua vita e ha radunato attorno a sé molte persone che hanno fatto la sua stessa scelta.

Un film meritatamente pluripremiato: tre Oscar (miglior film, miglio regia, miglior attrice protagonista), Leone d’Oro al Festival di Venezia (miglior film), due Golden Globe (miglior regia e miglior film drammatico) solo per citare i più famosi.

Basato sul libro reportage della giornalista Jessica Bruder, lo stile di regia è quasi documentaristico. Se la protagonista, la bravissima Frances McDormand (che con questo film si aggiudica il suo terzo premio Oscar), è un’attrice professionista, molte delle persone da lei incontrate invece sono dei veri “nomadi” statunitensi. Non è stata una scelta la loro, ma le circostanze della grande recessione del 2008 li ha costretti a questa vita: qualche sporadico lavoretto per mettere da parte qualcosa, un van che diventa una casa con poche cose essenziali, le intemperie che possono essere un serio problema di sopravvivenza, i guasti tecnici che mettono seriamente in crisi l’esito degli spostamenti.

Una vita dura che porta a dissimulare i propri sentimenti: significativo come in pochissime situazioni venga mostrata la commozione di un saluto o l’emozione nel raccontare la propria storia. Un’apparente serenità campeggia sempre sui volti dei personaggi, quasi a non voler mostrare la tanta sofferenza del cuore.

I numerosi primi (o primissimi) piani e i dialoghi commossi danno allo spettatore un grande senso di partecipazione alle storie che si sentono raccontare: vite di persone che hanno visto infrangersi il loro sogno americano e che hanno fatto dei van le loro case e delle vaste pianure i loro luoghi d’incontro e di condivisione.

Non solo la regista e la protagonista, ma anche la maggior parte delle persone di cui conosciamo la storia sono donne: sole, con esistenze complesse e cariche di sofferenza, ma resilienti, belle non perché particolarmente attraenti ma perché ricche di una femminilità e di un’interiorità che emergono in ogni loro azione e in ogni loro dialogo.

Anche il tema della morte trova ampio spazio nel racconto: trattato sempre con grandissima delicatezza, pur nella sua drammaticità. Persone care morte nel passato: Bo (il marito di Fern), il figlio di Bob Wells, la moglie di Dave… ma anche il pensiero che la propria morte sarà l’occasione per continuare il proprio viaggio e incontrare di nuovo le persone salutate lungo la strada.

Fotografia e colonna sonora elevano ulteriormente la qualità pellicola. I paesaggi e un commento musicale sempre discreto permettono di apprezzare ancora di più le vicende narrate: numerose le panoramiche delle pianure statunitensi in momenti particolari della giornata, con colori vivaci e luminosi. Interessante la scelta di mettere orizzonti sempre interrotti: catene montuose, foreste, … “ostacoli” che chiudono la visuale. Uno sguardo che è sempre limitato, che non può abbracciare tutto. Forse, un po’ come le decisioni della protagonista: il desiderio di mantenere la propria indipendenza e libertà, l’abbracciare come stile di vita quella che inizialmente è stata una scelta obbligata, la portano presto a fare i conti con i limiti stessi di questo stile di vita. Per poter restare quello che è, paradossalmente, deve rinunciare a tutto, anche a degli affetti (la proposta che la sorella le fa di vivere in casa sua, la proposta di Dave, un altro nomade che desidera tornare a piantare radici e rifarsi una vita insieme con lei).

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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