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LA FATTORIA DEI NOSTRI SOGNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/29/2020 - 18:35
 
Titolo Originale: The Biggest Little Farm
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: John Chester
Sceneggiatura: John Chester, Mark Monroe
Produzione: FarmLore Films
Durata: 91
Interpreti: John Chester, Molly Chester

John Chester, cameraman che si dedica ai viaggi per riprendere insoliti paesaggi naturali, è sposato con Molly, una food blogger. Insieme hanno un sogno: realizzare una fattoria con una grande varietà e diversificazione di specie animali e vegetali. Abitano a Los Angeles e, dopo aver “adottato” un cane, sono costretti a lasciare il loro appartamento. Questo primo ostacolo diventa l’occasione per provare a dare vita al loro sogno. Acquistano 200 acri di terreno fuori Los Angeles e cominciano a costruire la loro fattoria, con coltivazioni biologiche ed eco sostenibili…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia ha un bel progetto da condividere e si consolida nell'impresa. Un bell’esempio di corretto rapporto con la natura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista John Chester riesce a garantire una buona presa sul pubblico grazie a un montaggio veloce e a un'ottima fotografia che fa risaltare tutta la bellezza dei paesaggi e degli animali, delle piante che li popolano.
Testo Breve:

Una coppia ha filmato per otto anni lo sviluppo della loro fattoria, un progetto interamente ecososteibile Un ottimo strumento per sensibilizzare i ragazzi su un corretto rapporto con la natura. Su PrimeVideo e su Chili

Non tutti hanno l’occasione di vedere realizzati i propri sogni. Se, poi, questo sogno si estende per 200 acri (quasi 81 ettari di terreno) la cosa diventa ancora più complessa. Eppure, questa giovane coppia riesce in questo ambizioso intento. Un documentario che racchiude in 90 minuti di spettacolo ben otto anni di riprese fatte dal protagonista stesso coadiuvato da alcuni operatori.

Il terreno scelto, le zone periferiche di Los Angeles, non sono particolarmente fiorenti: ecco che l’impresa risulta ancora più ardua. La scelta della completa eco-sostenibilità ha fatto incontrare ai protagonisti diversi ostacoli: incendi, animali selvatici… ma ogni ostacolo è diventato opportunità per approfondire, conoscere meglio e quindi trovare una nuova via d’uscita rispettosa dell’ambiente naturale.

Un sogno ambizioso diventato una grande realtà. Il grande dispendio di tempo, passione, soldi, pazienza ha portato alla realizzazione di  una grande opera.

Il film è assolutamente all’altezza dell’impresa realizzata da questa coppia. Le riprese, sfruttando anche time lapse e fotografia al microscopio, fanno risaltare tutta la bellezza dei paesaggi, degli animali e delle piante che li popolano. Alcune sequenze domestiche e brevi tratti di animazione rivelano quel taglio “casalingo” che è proprio di questo documentario. Un  montaggio veloce aiuta a rendere alcune sequenze particolarmente avvincenti. Da sottolineare che la  sceneggiatura è stata ideata dopo le riprese, non prima, per raccontare il più fedelmente possibile la verità degli eventi.

Un’avventura prima di tutto umana, quella di John e Molly: una coppia felice del matrimonio che sta vivendo, una coppia che condivide un sogno e che lo vuole realizzare, una coppia unità nell’affrontare le difficoltà come i successi dell’impresa, una coppia che progredisce, giorno per giorno nella profondità del rapporto. Parallelamente alla loro storia personale, si sviluppa la storia di questa fattoria. Non c’è divinizzazione della natura, quasi fosse qualcosa di sacro in sé. Anzi, la coppia è consapevole che la natura ha un suo equilibrio e il loro ruolo, nel coltivare, è quello di custodire questo equilibrio, senza forzare la mano. Una concezione che rimanda alla prima pagina della Bibbia, dove Dio conferisce all’essere umano il compito di coltivare e custodire il giardino dell’Eden (Gen 2,15): coltivatore e custode, non padrone indiscusso.

Nella sua veridicità, il documentario non ha paura di parlare anche della morte: elemento che fa parte dell’esistenza di tutti gli esseri viventi.

Se, a tratti, la visione della vita di campagna sembra un po’ edulcorata e idealizzata, i vari ostacoli non nascondono la tentazione dello sconforto che in alcuni momenti accompagna la giovane coppia. Un documentario che accontenta gli occhi, coinvolge lo spettatore e lo aiuta ad interrogarsi sulle proprie scelte di vita e sul proprio rapporto con la natura e le altre creature.

Il film è stato distribuito maggio nel 2019 inizialmente in  cinque copie e poi in poche settimane era arrivato a 285 sfiorando in tre mesi quasi 5 milioni di dollari d’incassi.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PADRENOSTRO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/29/2020 - 11:39
 
Titolo Originale: Padrenostro
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Claudio Noce
Sceneggiatura: Enrico Audenino, Claudio Noce
Produzione: Lungta Film, PKO Cinema & Co., Tendercapital Productions, Vision Distribution
Durata: 120
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Mattia Garaci, Francesco Gheghi, Barbara Ronchi

Roma, 1976, durante gli anni di piombo, Valerio ha dieci anni, conduce una vita serena con la sorellina e l’affetto della mamma ma attende sempre con ansia il ritorno di suo padre Alfonso, un vicequestore, perché è il suo eroe. Una mattina, quando suo padre è appena uscito, sente dei colpi di mitragliatrice. Lui e la mamma corrono sulla strada e Valerio vede un uomo per terra, sanguinante (un terrorista che ha cercato di uccidere suo padre). Valerio cerca di sapere qualcosa dalla madre ma nessuno gli vuole dire cosa è realmente accaduto anche quando, dopo qualche settimana, il padre ritorna a casa. Valerio finisce per vivere in un suo mondo di fantasia, che si affolla di oscure minacce ma per fortuna un giorno incontra Christian, un ragazzo poco più grande di lui, con il quale inizia a giocare a pallone…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un forte e caldo affetto unisce un padre a un figlio. Viene anche ricordato, , sia pur in modo indiretto, l’impegno delle forze dell’ordine contro i movimenti sovversivi degli anni ’70.
Pubblico 
Pre-adolescenti
La scena dell’attentato potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a farci vivere, con grande sensibilità, all’interno delle fantasie e delle paure di un ragazzo di dieci anni, con qualche eccesso di costruzione da parte della regia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Pierfrancesco Favino alla 77ma mostra di Venezia
Testo Breve:

Nel pieno degli anni di piombo, un ragazzo è testimone di un attentato che subisce suo padre, un vicequestore di polizia. Un accurato racconto degli affetti e delle apprensioni che tengono legati un figlio r un padre.In SALA

 

Il protagonista del film è senz’altro il piccolo Valerio (un ottimo Mattia Garaci): partecipiamo alle sue fantasie (si intrattiene spesso con un amico immaginario), ne comprendiamo lo straniamento e gli incubi notturni, da quando nella sua vita è entrato un mistero che ha destabilizzato sia il suo mondo reale che quello immaginario. Senza risposte dalla famiglia, guardato con sospetto dai compagni di scuola (il padre è un eroe oppure un infame?), Valerio dilata la sua fantasia e si intrattiene con un ragazzo più grande di lui che lo invita a giocare a pallone ma anche a fare cose pazze, in piena libertà (come rubare la cassetta delle offerte in una chiesa).  E’ un modo libero, all’aria aperta, senza punti di riferimento, da vivere assieme al suo nuovo amico, in pieno contrasto con una realtà che è rimasta bloccata.

Anche quando viene organizzata una gita di tutta la famiglia in Calabria dove vivono i parenti del padre Alfonso, ogni sorpasso, ogni rallentamento sul percorso è motivo di tensione (sappiamo che i NAP hanno giurato di giustiziare il vicequestore). In Calabria viene anche Christian, questo strano personaggio che finirà per assumere vesti inaspettate.

Il valore del film sta nel renderci partecipi di un amore padre - figlio forte e tenero al contempo, che viene esaltato proprio dalle apprensioni per la stessa vita che sente un padre verso il figlio e un figlio verso il padre. Durante il soggiorno in Calabria il tema si allarga all’affetto e alla solidarietà di cui i due possono beneficiare all’interno della cerchia di parenti e di amici. Può tuttavia risultare straniante, per alcuni, la scelta di calare questi sentimenti in un’atmosfera onirica, altamente simbolica, che fornisce poche risposte alla ragione e certi nodi della storia restano volutamente irrisolti. A ciò si aggiunge la grammatica scelta dalla regia, eccessivamente elaborata con complessi movimenti di macchina, riprese dall’alto, lunghi primi piani. Intensa come sempre l’interpretazione di Pierfrancesco Favino ma molto bravo soprattutto il protagonista, il piccolo Mattia Garaci.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN AMICO STRAORDINARIO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/25/2020 - 07:31
 
Titolo Originale: A Beautiful Day in the Neighborhood
Paese: U.S.A.
Anno: 2019
Regia: Marielle Heller
Sceneggiatura: Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Produzione: TriStar Pictures, Tencent Pictures
Durata: 107
Interpreti: Tom Hanks, Matthew Rhys, Susan Kelechi Watson, Chris Cooper

Nel 1998 il giornalista Lloyd Vogel, viene incaricato dalla rivista Esquire di scrivere un articolo su Fred Rogers, pastore protestante e conduttore di un famoso programma televisivo per bambini: Mister Rogers' Neighborhood. Lloyd si reca a Pittsburg dove si svolgono le riprese televisive e incontra Fred, un signore molto affabile, che parla sempre con tono pacato e quando inizia a conversare con un bambino o un adulto non sta mai a guardare l’orologio. E’ quello che accade nella mezz’ora che è stata concessa a Lloyd per l’intervista: invece di essere lui a fare le domande che gli servono per costruire il ritratto di questo famoso personaggio, è Fred che si informa su di lui e intuisce che il giornalista nasconde un dramma familiare (da anni si rifiuta di incontrare il padre per il modo con cui ha trascurato sua madre prima della morte). Lloyd esce turbato da questo incontro ma al contempo desidera incontrare nuovamente Fred perché è rimasto colpito dalla serenità e dalla fiducia che riesce a trasmettere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel racconto su come sentimenti di odio e di rancore troppo a lungo alimentati possano venir sciolti dall’affetto di una moglie comprensiva e dall’incontro con un uomo in grado di portare a galla tutto ciò che c’è di buono in noi.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza familiare possono influenzare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un racconto semplice, basato su pochi eventi esterni significativi, concentrato sul percorso psicologico del protagonista
Testo Breve:

La storia di Fred Rogers, un pastore protestante che ha trovato nel mezzo televisivo, dal 1968 al 2000, uno strumento potente per comunicare a bambini e adulti serenità, speranza nel futuro e fiducia in se stessi. Su CHILI

Ma chi è Fred Rogers?  Bisogna riconoscere che per la grande maggioranza degli italiani si tratta un personaggio sconosciuto. Non così negli Stati Uniti, dove ha condotto una trasmissione televisiva dedicata ai bambini, Mister Rogers' Neighborhood , ininterrottamente dal 1968 fino al 2000, vincitore di quattro premi Emmy. Al suo culmine, nel 1985, l’8% delle famiglie americane si sintonizzava sul suo programma. Ad ogni puntata cantava canzoncine da lui composte, faceva parlare dei pupazzi mossi da lui stesso all’interno di  una grande città-giocattolo, intervistava bambini e adulti secondo il tema del giorno. Lo stile è indubbiamente quello di una televisione vecchio stampo ma non bisogna pensare che Fred fosse solo un abile intrattenitore per i più piccini. La sua decisione di costruire un programma tutto suo era scaturita dal dispiacere di vedere il modo con cui la televisione del tempo si rivolgeva ai bambini perché era convinto che, con il dovuto tatto, si potesse riporre piena fiducia in loro, trattando temi anche seri come la malattia, la separazione dei genitori, la guerra in Irak. Il successo del suo programma sta a dimostrare che ha avuto la giusta intuizione.

Il film non parla di lui in modo indiretto ma siamo invitati  a cogliere gli effetti del suo “metodo” sul protagonista, il giornalista Lloyd, un uomo che porta  con sè, da tanti, troppi anni,  rancore  verso il padre, un uomo dal bicchiere facile  che lo ha abbandonato quando era ancora bambino. Una situazione che ha finito per influenzare anche il suo lavoro: si è costruito una fama di giornalista investigatore inflessibile  e spietato. Ma allora quale è il metodo Fred che traspare dal film? In realtà non c’è un metodo a lungo costruito; come sottolinea spesso Fred, ogni uomo è un unico irripetibile e ognuno deve trovare la propria strada. Il suo è un invito alla fiducia in se stesso e alla speranza. “Hai reso questa giornata molto speciale sopratutto essendo te stesso – dice Fred durante una trasmissione rivolto al pubblico – e  quando ti svegli domani sei pronto a dire: ho davanti a me un giorno brillante”. Non si tratta quindi di un metodo ma di un atteggiamento di grande fiducia nell’uomo e di empatia verso chi ha di fronte. Nei confronti di Lloyd sono significativi due momenti: quando lo invita a spendere un minuto, in silenzio a pensare alle persone che gli hanno fatto del bene (un esercizio di think positive) e quando gli chiede qual’è stato il suo amico immaginario che ha avuto da bambino (un coniglio di pelouche – risponde Lloyd). Questo ritorno all’infanzia, nelle intenzioni di Fred, è un modo di tornare a quel momento della propria vita quando si era vulnerabili ma sinceri. “Fred non è nè un santo nè un eroe, è un peccatore come tanti altri”: ribadisce sua moglie. Non cerca mai di mostrarsi una persona autorevole ma un neighbour, un vicino di casa.

Il film non tace la fonte di questa forza morale,  e una solida virtù della speranza: Fred è un pastore protestante e lo vediamo pregare per le persone che ha incontrato e che ancora non hanno risolto i loro problemi.  

Il film  sviluppa una storia semplice con un ritmo quieto, attardandosi a sottolineare i momenti di maturazione di Lloyd mentre  Fred, nonostante tutto, resta un personaggio misterioso: lo vediamo prestare attenzione agli altri ma ci è sconosciuta la sua vita privata: il film sembra adombrare che anche lui abbia avuto delle difficoltà come genitore e abbia attraversato momenti di rigidità.

Il film doveva uscire nelle sale a marzo 2019. A causa del Covid è stato distribuito in formato DVD ed è anche disponibile su CHILI

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/21/2020 - 11:30
 
Titolo Originale: Le meilleur reste à venir
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte
Sceneggiatura: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte
Produzione: DIMITRI RASSAM, JÉRÔME SEYDOUX
Durata: 117
Interpreti: Fabrice Luchini, Thierry Godard, Patrick Bruel

Arthur e César si conoscono da quando, da ragazzi, frequentavano lo stesso collegio e ne combinavano di tutti i colori. Da grandi hanno preso strade diverse perché caratterialmente sono uno l’opposto dell’altro. Arthur è meticoloso, un po’ pedante, studioso (è un affermato professore di medicina); si è sposato, ha una figlia ma ora è divorziato, uno shock dal quale non si è ancora ripreso. César è un vulcano in eruzione: ama la bella vita, le belle donne, ha dei momenti di fortuna ai quali si alternano, come ora, clamorosi fallimenti. Pur così diversi sono rimasti grandi amici e ora che, per insolite circostanze, César crede che l’amico sia un malato con pochi mesi di vita, decide di passare con lui (e fare assieme cose folli) i giorni che gli restano…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un manifesto dell’amicizia maschile presentato come un gioire e patire con l’amico, rinunciare a ogni impegno per restare con l’amico quando ha bisogno di aiuto
Pubblico 
Pre-adolescenti
Solo alcune allusioni sessuali potrebbero non risultare adatte ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La prestazione eccezionale di due attori del calibro di Fabrice Luchini e Patrick Bruel è sostenuta dalla sceneggiatura di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte che sviluppano con un formato leggero ma in profondità cosa si intende per amicizia
Testo Breve:

Il film si concentra su  due magnifici protagonisti (Fabrice Luchini e Patrick Bruel), che litigano, scherzano, si abbracciano, vivono la loro amicizia prima che scada il tempo loro concesso. in SALA

Le sale cinematografiche si sono riaperte da poco ed ecco arrivare un film che si alza di un palmo rispetto agli altri: per la prestazione superba dei due protagonisti, per la capacità degli sceneggiatori di sviluppare in profondità il tema che sta loro a cuore: l’amicizia. Ovviamente non parliamo di perfezione: c’è a volte un eccesso di affabulazione, un sport molto praticato nel cinema francese, la voglia di spiegare con parole, magari imbellite da riferimenti letterarie, circostanze  già chiarite dalle sole immagini; difetti che non offuscano l’obiettivo raggiunto di realizzare un ritratto, in questo momento insuperato,  di cosa sia la vera amicizia.

Il tema dell’amicizia è molto caro al cinema francese e ci viene riproposto con frequenza regolare. In Il mio migliore amico cerca di dimostrare il valore dell’amicizia in negativo: parte da un uomo freddo, interessato solo al guadagno, che vuole dimostrare la banalità dell’amicizia scommettendo che in dieci giorni riescirà a farsi un amico. Un film riuscito a metà nell’intento perchè se un’amicizia alla fine si forma, ha la funzione primaria di coprire un vuoto affettivo, perché entrambi gli amici hanno perso l’amore della propria donna. Più comprensibile  il fatto che l’amicizia si manifesti in situazioni estreme, quando ci si trova di fronte a una grave infermità o alla prossimità della morte. E’ quello che accade in quell’ancora insuperato Quasi Amici, molto vicino a questo film, per via della necessità di convivere con una grave infermità: in questo caso un rapporto di lavoro (Driss è il badante di Philippe, tetraplegico) si trasforma in amicizia perché nonostante la grande diversità di origine, di cultura e di carattere, si accorgono che ognuno dei due può fare un gran bene all'altro (qualcosa di simile era accaduto anche nel più recente Green Book, dove anche in quel caso lo spunto iniziale è un rapporto di lavoro). Nel film americano Non è mai troppo tardi c’è una scena che è ripresa in modo identico in questo Il meglio deve ancora venire: due compagni di stanza in un ospedale (Jack Nicholson e Morgan Freeman) perché malati di cancro, anche loro di caratteri e di ricchezze opposte, compilano una lista delle ultime cose pazze che vorrebbero fare prima di morire e si dedicano a un carpe diem forsennato prima dello scoccare dell’ora. Il tutto appare però meccanico, “non sentito” che non fa che dare risalto alla fattura di questo film francese. Da dimenticare invece Truman – Un vero amico è per sempre: anche in questo caso c’è un uomo che va a trovare un suo amico carissimo, Julián, che sta per morire di cancro. Ma l’amicizia non è il tema centrale del film, piuttosto il modo con cui Juliàn cerca di accomiatarsi da tutti nel modo meno lacrimoso possibile perché ha deciso di praticare l’eutanasia.

Ma allora, di quale amicizia stiamo parlando in questo film francese? In effetti c’è qualcosa che è chiaro in questo come in tutti i film citati: due amici possono essere diversissimi come carattere, come origine, razza, ceto sociale: c’è qualcos’altro che li tiene uniti e che li spinge a condividere le gioie, le difficoltà e le sofferenze.

Se ci rifacciamo a Cicerone: “L’amicizia è l’accordo, pieno di benevolenza e carità, sulle cose umane e divine”  dobbiamo concludere che non è questo il tipo di amicizia che unisce Arthur a César che sono diversissimi in tutto, da ciò in cui credono (c’è un breve episodio che affronta il tema della fede), all’atteggiamento riguardo l’amore e l’impegno professionale. Quella di Cicerone si adatta di più a uomini che si trovano fianco a fianco ad affrontare gli stessi rischi e gli stessi problemi e si sostengono a vicenda. Esemplare, per mostrare questo tipo di bromance, è il serial Merlin, dove Merlino e re Artù combattono e rischiano insieme facendo sempre di tutto per salvare l’altro.

La definizione di  Aristotele si adatta meglio: “Si tratta di coloro che vogliono il bene dei loro amici per amore degli amici stessi, che sono veramente più amici, perché ciascuno ama l'altro per quello che è, e non per qualità accidentali”. Arthur e Cèsar hanno ognuno una propria vita    fatta di impegni lavorativi e personali  ma la loro amicizia, in un certo senso, trascende la loro vita contingente: non si contattano perché uno ha bisogno dell’altro per i propri progetti ma si incontrano per il piacere di stare insieme e di parlare liberamente di tutto, a ruota libera, mettendo a nudo ciò che pensano e sentono, senza filtri.

Il film, nel suo sviluppo, caratterizza bene questo tipo di amicizia, sottolineando quattro aspetti. Innanzitutto occorrono molti anni per potersi definire amici in questo modo: nel  caso di  Arthur e Cesàr veniamo a sapere che si conoscono dai tempi del collegio; inoltre la benevolenza (quindi volere il “bene” dell’altro) che si instaura fra i due, non vuol  dire accontentare l’altro in ciò che lui desidera ma nel dirgli con onestà ciò che dovrebbe fare, anche se gli appare sgradevole. Capita ioltre anche agli amici litigare come capita nel film  ma non si riesce a restare arrabbiati a lungo perché entrambi riscoprono il valore della loro amicizia. Infine, forse l’aspetto più importante di tutti: fra i due va sempre detta la verità. Arthue e Ces°r hanno entrambi qualcosa di sgradevole da confessare e alla fine trovano il coraggio necessario.

Tutti e quattro gli aspetti sono presenti nel film, che costituisce un vero “trattato cinematografico” sull’amicizia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON ODIARE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 12:10
 
Titolo Originale: Non Odiare
Paese: Italia, Polonia
Anno: 2020
Regia: Mauro Mancini
Sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini
Produzione: Movimento Film, Agresywna Banda, Rai Cinema
Interpreti: Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic

Simone Segre, di origine ebraica, è uno stimato chirurgo di Trieste. Un giorno, mentre sta andando in canoa, si accorge che c’è stato un incidente lungo la strada parallela al canale. Arrivato sul posto, trova un uomo gravemente ferito mentre l’investitore si è dato alla fuga. Chiama subito l’autombulanza ma mentre si appresta ad aiutare il ferito, si accorge che ha una svastica sul petto. Nessun soccorso è ancora arrivato e Segre decide di non bloccare più la sua emorragia. L’uomo muore. Segre, afflitto da profondo rimorso, viene a scoprire che il neonazista ha lasciato tre figli: la figlia maggiore Marica, il piccolo Paolo e l’adolescente Marcello, anche lui un fanatico del nazismo. Decide quindi di aiutarli e inizia ad assumere Marica come domestica...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco . Il protagonista non chiede perdono per ciò che ha compiuto ma cerca di fare del bene a chi nel passato ha fatto del male. L'uccisione di un uomo resta impunito
Pubblico 
Pre-adolescenti
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco
Giudizio Artistico 
 
Un film intimista, di impostazione teatrale, che cerca di cogliere, nei gesti, negli atteggiamenti, i singoli moti dell’anima dei protagonisti
Testo Breve:

Un medico di origini ebraiche si rifiuta di soccorrere un neonazista ferito a causa di un incidente. Il pentimento e il desiderio di riparare lo avvicinano ai figli del defunto. Un film che scava nell’intimo delle coscienze di coloro che si considerano avversari. In SALA

Nel 2010 a Paderborn, in Germania, un chirurgo ebreo si è rifiutato di operare un uomo con un tatuaggio nazista, facendosi sostituire da un collega. E’ questo lo spunto  che ha stimolato gli sceneggiatori Davide Lisino e Mauro Mancini ha costruire questa storia sull’eredità dei padri, sulla solitudine , sul buio dei nostri preconcetti.

Partecipiamo al funerale di Giovanni, l’uomo morto nell’incidente, in piena liturgia fascista: tutti i presenti in camicia nera, saluto a mano tesa, teste rasate da naziskin. Anche in seguito vediamo Marcello e altri camerati, compiere azioni di violenta intolleranza. Eppure il film non vuole sviluppare studi sociali, agganciarsi a una certa cronaca violenta di oggi (in effetti certi toni fanatici sono caricati in modo poco realistico): gli autori ci vogliono parlare di coscienze e delle loro trasformazioni. Iniziamo dal protagonista, Simone Segre. Proprio il protagonista è un uomo misterioso. Lo vediamo andare in canoa da solo, in sala operatoria con qualche collega, poi il vuoto. Ha una famiglia? Ha una moglie, una compagna? Non abbiamo risposte. La sua figura di uomo solitario ci fa comprendere che ci troviamo do fronte a una figura-simbolo, stiamo partecipando a un’apologo  (il film è costellato di sequenze dal significato allegorico) dove si sta analizzando qualcosa di più ampio dello scontro fra ebrei e neonazisti. Il tormento di coscienza di Simone ha radici più lontane dell’ episodio dell’incidente d’auto e con il tempo si è corazzato di una freddezza che sfiora il cinismo (lo vediamo, ancora bambino, essere costretto dal padre, a scegliere quali gattini annegare e quale salvare; liquida la sua Colf che lo ha servito per anni con insolita freddezza; urla a un immigrato che continua a lavargli il vetro). Il rimorso che lui sente per l’atto compiuto è qualcosa di nuovo, qualcosa che lo costringe a uscire da se’ e a prendersi cura degli altri. Anche Marica è una ragazza rigida, in perenne lotta per sbarcare il lunario, sopratutto ora che il padre è morto e deve prendersi cura dei due fratelli ma preserva un valore che considera intoccabile: la sua dignità. Rifiuta di venir aiutata anche se ne avrebbe bisogno, rifiuta una gratifica di Simone perché vuole attenersi al salario pattuito. Eppure anche lei sa che non può   a lungo tenere per se' tutte le sue angosce; sa che avrebbe tanto bisogno di una parola di conforto, forse anche di una carezza. La storia di due anime che escono dal loro guscio e si abbandonano finalmente alla dolcezza dell'attenzione dell’uno per l’altra senza più difese, è l’aspetto saliente del film. Gli steccati, costruiti da fanatismo ideologico, sono stati abattuti. Meno lucido l'avvicinamento fra Simone e il neonazista Marcello, guidato più da circostanze eccezionali che da intima convinzione

Il titolo Non odiare sembra proporre un cammino più ambizioso, voler parlare di principi  assoluti, richiama il decalogo ebreo-cristiano. In realtà, più semplicemente e più realisticamente, sono persone che riescono a riflettere sui loro errori, sulle loro rigidità difensive e scoprono che comprendersi e aiutarsi a vicenda è la ricetta migliore per superare le nuvole scure angosciano la propria esistenza

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLE MIE SPALLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 07:54
 
Titolo Originale: Sulle mie spalle
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Antonello Belluco
Sceneggiatura: Antonello Belluco
Produzione: Eriadorfilm
Interpreti: Paolo de Vita, Diego de FRancesco, Taryn Power, Giancarlo Previati

A Padova, nella prima metà del 1900, vive un frate di origini croate: padre Leopoldo Mandic. Non è un bravo predicatore (anche perché balbuziente), ma dedica molto tempo all’ascolto delle confessioni e alla direzione spirituale delle anime. La sua vita si incrocia con quella di tante persone che cercano in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. Andrea, ingegnere che tra le due guerre decide di aprire un’azienda di telecomunicazione, è una di queste persone. Nelle vicissitudini liete e tristi della sua vita e delle persone a lui vicine, la presenza di padre Leopoldo diventa riferimento saldo e sicuro, sostegno forte anche nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita e senza speranza. Un frate di piccola statura, ma di grande spessore spirituale, un santo che ha aiutato moltissime persone.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Seconda opera importante di Antonello Bellucco (regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tecnicamente, il film è ben confezionato ma non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi
Testo Breve:

La vita del santo confessore Leopoldo Mandic, cappuccino di Padova, raccontata attraverso le vicende di tante persone che hanno cercato in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. In SALA

Voler presentare lo spaccato di vita di un santo è sempre molto insidioso per sceneggiatori e registi: il rischio, infatti, di enfatizzare la parte “spettacolare” e miracolistica è sempre in agguato. Rischio che in questa pellicola viene fugato. Poche sono le manifestazioni soprannaturali che vengono proposte al pubblico (con effetti speciali modesti, tra l’altro), per dare maggior risalto all’ordinarietà della vita del personaggio. Andrea, la moglie Diletta, l’amico prete Tommaso e gli altri che si presentano sullo schermo sono persone normali che, messe alla prova nella loro vita e nella loro fede, trovano in un frate il sostegno necessario. Per contro anche il piccolo padre Leopoldo è un francescano a tratti un po’ originale nel carattere, ma sopratutto un semplice confessore.

La sceneggiatura è semplice e lineare. Le varie storie vengono rappresentate con qualche salto temporale, ma senza intrecci particolari nella trama. Un punto debole è la caratterizzazione dei personaggi. Se le interpretazioni sono molto buone, nonostante la lunghezza del film, non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi. San Leopoldo stesso, a tratti, risulta rappresentato in modo quasi macchiettistico. La scelta di rappresentare numerosi episodi delle vite dei protagonisti va, decisamente, a scapito dell’approfondimento delle loro personalità. Le occasioni non mancherebbero: l’innamoramento e il matrimonio, la morte di un bambino, la disperazione fino al tentativo di suicidio, l’amicizia… ma tutte risolte in poche sequenze. Forse questo è il limite più grande della pellicola. La scelta di privilegiare la linea narrativa rispetto alla dimensione riflessiva non lascia lo spettatore pienamente soddisfatto.

Seconda opera che Antonello Bellucco dedica a un santo (è stato regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica. il film è ben confezionato, non presenta sbavature. Fanno eccezione degli effetti speciali che non sono qualitativamente elevati, per il resto il racconto procede spedito, con uno stile pulito senza ricercatezze che appesantirebbero la storia.

Costumi e ricostruzioni storiche sono verisimili e curate, aiutando molto lo spettatore ad immergersi nella narrazione e a lasciarsi coinvolgere dagli eventi.

Film davvero ricco di valori: la famiglia, l’amicizia, la speranza anche nelle difficoltà più grandi, la fede… sicuramente in quest’ambito troviamo il vero punto di forza di questa produzione. In un contesto storico particolarmente complesso come quello della fine della Prima Guerra Mondiale, la crisi del ’29 e i prodromi della Seconda Guerra Mondiale dove la società italiana era ancora profondamente permeata di cristianesimo, proprio questi valori sono stati l’aiuto più grande alla tenuta del sistema sociale e politico della nostra nazione.

In conclusione, anche se non si sta parlando di un film da grandi concorsi cinematografici internazionali, però è consigliabile la visione proprio per la ricchezza di valori e di speranza che le storie dei personaggi e la testimonianza di san Leopoldo infondono allo spettatore.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/09/2020 - 10:10
Titolo Originale: The Plot Against America (S1)
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Minkie Spiro, Thomas Schlamme
Sceneggiatura: David Simon, Ed Burns
Produzione: RK Films, Annapurna Television, , Blown Deadline Productions
Durata: 6 puntate di 60' su Sky
Interpreti: Morgan Spector, Zoe Kazan: Elizabeth, John Turturro, Winona Ryder

Newark, New Jersey, estate del 1940. I Levin sono una tranquilla famiglia medio-borghese: il padre Herman è un assicuratore apprezzato nel suo lavoro, la moglie Bess è casalinga e accudisce i due figli: Sandy che ha una vocazione per il disegno e il più piccolo Philip che ama collezionare francobolli. Entrambi i genitori sono di origine ebraica e sono preoccupati perché si è candidato alle prossime elezioni presidenziali Lindbergh, il trasvolatore atlantico che propone il non intervento U.S.A. e simpatizza per la Germania di Hitler che sta mettendo a ferro e fuoco l’Europa, perseguitando gli ebrei. Bess ha una sorella, Evelyn, che si è fidanzata con il rabbino Lionel Bengelsdorf. Ciò getta i Levin in grande sconcerto: il rabbino ha deciso di sostenere la campagna di Lindbergh, minimizzando il rischio che venga scatenata una campagna antisemita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Grande senso della famiglia, in base al quale nessun membro va lasciato solo e va protetto qualunque cosa abbia fatto. Una buona intesa, dettata da grande affetto, fra marito e moglie.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche situazione carica di tensione
Giudizio Artistico 
 
Il serial mostra grande attenzione alle coreografie che realizzano una perfetta ricostruzione degli anni ’40, bravi gli attori (in particolar modo John Turturro) ma il racconto è lento a prendere il decollo e la storia appare diluita, sicuramente in previsione di una seconda sagione.
Testo Breve:

Nelle presidenziali del 1940, il presidente Roosewelt è contrastato da Charles Lindbergh che propone la neutralità degli Stati Uniti e un atteggiamento filonazista.  Un serial distopico ben realizzato ma lento nello sviluppo. Su SKY

La vita della famiglia Levin si svolge come all’interno di cerchi concentrici. Nel primo  resta inclusa tutta la famiglia, non solo i genitori con i figli ma anche i fratelli e i nipoti  (Herman cerca di prendersi cura del nipote Alvin, orfano già in tenera età, ma l’impresa non è facile perché è un ragazzo con una natura violenta). A questo primo livello gli affetti e la solidarietà sono massimi (“E’ pur sempre un membro della famiglia”: dice Herman, quando deve tirar fuori Alvin dai guai in cui si è cacciato).

Nel cerchio più esterno ci sono i vari quartieri della città e in questo caso occorre muoversi con prudenza perché in alcune zone c’è un forte antisemitismo. Infine a livello nazionale, c’è un presidente filo-nazista i cui atteggiamenti antisemiti sono maldestramente celati e ciò  autorizza i singoli cittadini a comportarsi con tracotanza se non con ostilità nei loro confronti.

Ovviamente Charles Lindbergh, nella realtà, non si candidò mai alla presidenza anche se fu fautore della neutralità degli Stati Uniti ma questo racconto distopico, ricavato dall’omonimo libro di Philip Roth, può vantare un credito di elevata verosimiglianza non tanto nelle vicende politiche quanto nel modo con cui partecipiamo alle ansie di una famiglia di origine ebraica che reagisce di fronte a una progressiva discriminazione. Se il padre insiste caparbiamente nel combattere civilmente per i propri diritti credendo nella stabilità della democrazia americama, Bess pensa sia opportuno emigrare in Canada; il figlio Sandy crede nelle novità che la presidenza Lindbergh ha portato mentre il piccolo Philip, che fa tante domande ricevendo risposte elusive, comprende solo che i tempi sono cupi e si rinchiude in se’stesso. Solo il nipote Alvin fa una scelta più radicale: emigra in Canada per combattere contro i nazisti.

Nel serial, nonostante si facciano frequenti riferimenti alla Germania nazista, non si parla di totalitarismo negli Stati Uniti. Nel totalitarismo esiste un tutto, un uno, impersonato dallo Stato, mentre   l’individuo non ha diritti nè dignità proprie ma è puramente funzionale a questo tutto. Siamo lontani da The man in The High Castle dove si ipotizza che tedeschi e giapponesi abbiano conquistato gli Stati uniti, o da The Handmaid’s Tale dove in un mondo pesantemente inquinato e con un alto tasso di sterilità, le poche donne feconde debbono soggiacere ai voleri di una classe dominante; in questo serial  parliamo invece dell’America di sempre: un crogiolo di razze e di nazionalità diverse dove, nel contesto di una democrazia instabile e di fronte al tentativo sempre incerto di determinare l’american way of life,  si muovono forti correnti disgregatrici che decidono chi sia un vero americano e chi no. Il film si concentra sulle vessazioni subite da componenti della comunità ebraica ma sappiamo che è di dimensioni ben maggiori, come continuiamo a constatare ancora oggi, la forte discriminazione che sussiste nei confronti degli afroamericani, come tantissimi film e serial continuano a ricordarci (da Il buio oltre la siepe a 12 anni schiavo).  Vengono anche citate le azioni violente degli aderenti al  Ku Klux Klan che, come cita il protagonista del film:“odiano i negri, gli ebrei e i cattolici”. In seguito, ai tempi del dopoguerra, non possiamo dimenticare le persecuzioni a cui furono soggetti i  sospetti simpatizzanti del comunismo organizzate dal senatore Joseph McCarthy (Good night e good luck)  e neanche i 110.000 americani giapponesi internati nei cosidetti campi di reinsediamento durante la seconda guerra mondiale ( Il club delle babysitter, Midway).

In un contesto così incerto il baricentro del racconto (grazie anche alla magnifica interpretazione di John Turturro) cade sulla figura del rabbino Lionel Bengelsdorf che si è assunto il delicato compito di conciliare il filonazismo di Lindbergh con la salvaguardia degli ebrei d’America. C’è molta modernità espressa in questo personaggio, perché è oggi, come allora che la costruzione del consenso popolare viene raggiunta con toni concilianti, con discorsi manipolatori ma sopratutto con la costruzione di opinioni politically correct in forza delle quali si può imbastire una autorizzata  denigrazione verso chi la pensa diversamente.

Complessivamente il serial mostra grande attenzione alle coreografie che realizzano una perfetta ricostruzione degli anni ’40: bravi gli attori (in particolare John Turturro) ma il racconto è lento a prendere il decollo e la storia appare diluita, sicuramente in previsione di una seconda sagione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BORGEN - IL POTERE (prima stagone)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/08/2020 - 21:46
Titolo Originale: Borgen
Paese: Danimaca
Anno: 10
Regia: Adam Price
Sceneggiatura: Adam Price
Produzione: DR Fiktion
Durata: 10 putate di 60' su NEFLIX
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Mikael Birkkjær, Birgitte Hjort Sørensen

Copenaghen oggi. Birgitte Nyborg è capogruppo dell’area dei moderati del parlamento danese e alle ultime elezioni ha avuto un successo inaspettato, senza però diventare partito di maggioranza. Riesce ugualmente a essere nominata primo ministro grazie all’imbastitura di un abile equilibrio di alleanze. Diventa così il primo ministro-donna nella storia della Danimarca e si impegna nel difficile compito di conciliare il suo incarico politico con la sua vita privata. E’ sposata con due figli e ha stabilito un patto con il marito: lui si occupa per cinque anni in priorità della famiglia (per questo motivo ha lasciato un posto di prestigio in una industria nazionale per dedicarsi all’insegnamento universitario) mentre la moglie porta avanti il suo impegno politico. Ma la nomina a primo ministro arriva proprio quando Birgitte ha esaurito i cinque anni a sua disposizione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un primo ministro donna gestisce la complessa situazione politica del suo paese cercando di attenersi sempre a principi di correttezza e di giustizia. Ma è presente un episodio di aborto e uno di suicidio visti in modo acritico, come opzioni possibili
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono nudità ma ci sono numerosi episodi che risultano espressione di una società sessualmente disinvolta
Giudizio Artistico 
 
Puntate avvincenti, costruite con grande senso drammatugico, personaggi molto ben tratteggiati e interpretati
Testo Breve:

Una donna per la prima volta alla carica di primo ministro di Danimarca. Una lucida descrizione dei meccanismimi, nel bene e nel male, che pilotano le democrazie occidentali e del valore della libertà di stampa. Su NETFLIX

E’ una gradevole sorpresa questo serial danese che segue le vicende della prima donna diventata primo ministro in Danimarca (solo recemente questa ipotesi  è diventata realtà).  “La democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate finora” – W Churchill. Ogni puntata inizia con un’epigrafe e questa dello statista inglese si adatta perfettamente al serial che mostra con grande realismo i meccanismi della politica di qualsiasi democrazia europea. Precarie alleanze fra i partiti, ricatti di chi cerca il potere per il potere, compromessi che bisogna accettare. Il tutto sotto la pressione della stampa e della televisione (felicemente libera), sempre pronta a catturare degli scoop che stimolino la curioistà degli spettatori, pur nel rigoroso vaglio delle fonti. In questo contesto il serial ben evidenzia come il mestiere di spin doctor sia diventato di importanza cruciale.

 In questa prospepttiva House of Cards,  risulta troppo cinico, West Wing bello ma un po’ idealista, l’italiano 1992 sbilanciato sugli scandali a fondo sessuale. Questo Borgen – Il Potere mette a nudo con precisione sartoriale molti meccanismi della politica pur conservando un ottimo ritmo narrativo. Le mosse e contro mosse si susseguono e la vicenda si evolve quasi sempre in modo imprevedibile, ogni azione ha in nuce la sua controreazione, in una spirale molto simile a ciò che accade nella realtà,  una virtù narrativa che ricorda molto le opere di Vice Gilligan  (Breaking Back e Better Call Saul).  I vari episodi non mancano di coprire tematiche di attualità che sono in comune con altri paesi europei (le pari opportunità per le donne, le interferenze degli Stati Uniti quando si tratta di forniture militari o di spionaggio,..)  a qui si aggiunge qualche problema tipicamente danese come i difficili rapporti con la Groenlandia. Non abbiamo ancora finito di tessere le doti di questo serial perchè bisogna riconoscere che tutti i personaggi, anche quelli di appoggio sono ben disegnati e interpretati da ottimi attori. Brigitte Nyborg, la protagonista, merita però un discorso a se’: è il personaggio più complesso ma anche quello in cui rifulgono molte virtù umane. E’ determinata a raggiungere gli obiettivi politici che si è prefissata ma si trova quasi sempre imbottigliata in veti incrociati e ricattata  da prepotenti che agiscono al  solo scopo di mantenere o aumentare la propria posizione di potere. In  questi contesti difficil Brigitte rende manifeste le sue  doti alle quali non si può negare un’impronta femminile: non perde la calma, se la situazione è complessa preferisce dilazionare per affrontare il problema sotto una diversa angolatura. In nessun caso accetta di compiere azioni “sporche” o sleali. Quando il problema viene risolto, lei non conserva rancore. Un bell’episodio si svolge nell’episodio 5 della stagione 1, quando si accorge che una sua collaboratrice ha detto il falso sul suo curriculum di studi. Lei cerca ancora di recuperarla, la invita a parlare onestamente, senza tema di ritorsioni, ma quando lei continua a nascondere la verità, non le resta che licenziarla. Alla fine, episodio dopo episodio, lei riesce a vincere quasi sempre ma non si è trattato dell’abilità di un scacchisa: le sue vittorie hanno radici più profonde. Lei agisce ubbidendo a dei principi e rispettando un’etica professionale. Gli altri agiscono per opportunismo personale e sono quindi “comprabili”.Adam Price ha disegnato il ritratto del “principe” ideale, molto diverso da quello di Macchiavelli.

Forse un po’ troppo semplice è il rapporto con il marito nella prima stagione: rientro di lei tardi la sera, scambio di affettuosità, richiesta di perdono da parte di Brigitte per non aver avuto tempo per dedicarsi ai figli.  Ma il seguito della storia mostrerà dei risvolti anche nella sfera privata..

Se molti sono i pregi di questo serial, dobbiamo anche evidenziare alcuni aspetti poco felici. Ci si riferisce al tema della vita e della morte. Il passaggio da uno stato all’altro rientra fra le opzioni possibili e viene gestito in prima persona da alcuni personaggi della serie. Ecco che una ragazza decide di abortire appena questa opzione, nel suo schema mentale, diventa conveniente; lo stesso, per un altro personaggio, riguardo all’opzione  del suicido.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLE ALI DELL'AVVENTURA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/02/2020 - 14:37
 
Titolo Originale: Donne-moi des ailes
Paese: Francia, Norvegia
Anno: 2019
Regia: Nicolas Vanier
Sceneggiatura: Christian Moullec, Matthieu Petit
Produzione: Radar Films, SND Groupe M6
Durata: 113
Interpreti: Jean-Paul Rouve, Mélanie Doutey, Louis Vazquez:

Christian si è separato da Paola e si è trasferito lontano dalla città, in Camargue. Suo figlio adolescente Thomas, costretto a passare le vacanze con lui, lontano dai videogiochi, si annoia moltissimo. Non gli resta che seguire il lavoro del padre ornitologo e viene così a scoprire il suo progetto segreto. Vuole guidare delle oche selvagge a rischio estinzione fino in Norvegia, con l’ausilio di un ultraleggero. Anche Thomas si appassiona al progetto e ciò avrà risvolti imprevedibili….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
: La famiglia prima di tutto, ricostruita, ripensata, riconquistata. Ogni occasione può essere buona per ripartire al meglio e per rimarginare le ferite accumulate con il tempo e ritrovare un rapporto nuovo tra padre-figlio, marito-moglie
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Nicholas Vanier, già autore della trilogia Belle & Sebastien e di Il Grande Nord, sfoggia le sue doti di attento documentarista. Più semplici è un po’ schematici gli sviluppi delle vicende umane
Testo Breve:

Ispirato alla storia vera dell'ornitologo Christian Moullec, il film di Nicolas Vanier, abile documentarista, ci fa partecipare al salvataggio di uno stormo di oche selvatiche e al recupero degli affetti all’interno di una insolita famiglia. In DVD

Molte delle nostre famiglie si sono spezzate a causa di litigi, incomprensioni e incompatibilità. I divorzi sono diventati una pratica frequente, un effetto considerato inevitabile conseguenza di queste rotture. Non fa eccezione la famiglia protagonista di questo film, dove il padre ha seguito le sue ambizioni (o ossessioni) lavorative sacrificando ogni relazione con la moglie e con il figlio, la madre si è buttata a capofitto in un’altra relazione apparentemente di opportunità più che affettiva mentre il figlio che si è chiuso nel dolore di questa situazione rifugiandosi nei videogames.

Un audace progetto faunistico del padre porta però nuovo entusiasmo nel figlio, non abituato a fare una vita a contatto con la natura e nella fatidica estate in cui i due si frequentano, inizialmente da perfetti estranei, nasce un rapporto nuovo tra loro di grande intesa. A questo punto ci si aspetta che il film continui nei soliti cliché del padre divorziato e del figlio incattivito che diventano poi migliori amici. Ovviamente la vita non è un film e anche in questo caso le cose sono più complesse e realistiche, tanto che anche la madre ritorna al centro della vicenda in maniera preponderante. In conclusione la storia mostra la forza della speranza che ci mostra come nulla debba esser considerato irrecuperabile. Non si può dire mai cosa la vita ci metta davanti, come in questo caso dove un'avventura al limite del credibile (a detta dell'autore ispirata a fatti realmente accaduti) ribalta e supera completamente quell’intiepidimento della vita che si era creata nei protagonisti.
Un film che ci regala diversi spunti di riflessione e Vanier continua a trasmetterci quel messaggio già presente nei suoi lavori precedenti: la natura come lezione di vita, una lezione che si riverbera in modo benefico anche nelle relazioni umane. Il film è adatto come intrattenimento non solo perché si lascia guardare volentieri, ma perché risulta utile per quei genitori che vogliono usarlo come spunto per far riflettere i figli sulle relazioni coniugali, sulla paternità/maternità e per quei ragazzi sensibili, come tanti, ai temi ecologici presenti nella pellicola, ad aver fiducia nei genitori ma anche ad osare, quando si tratta di compiere il bene, di fronte agli ostacoli che si incontrano.

Autore: Ambrogio Mazzai
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TENET

Inviato da Franco Olearo il Dom, 08/30/2020 - 16:12
 
Titolo Originale: Tenet
Paese: USA, UK
Anno: 2020
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Christopher Nolan
Produzione: Syncopy Films, Warner Bros
Durata: 150
Interpreti: John David Washington, Elizabeth Debicki, Kenneth Branagh, Robert Pattinson

Un agente segreto, dopo aver superato una difficile prova, viene ingaggiato per una missione molto speciale assieme alla sua fidata spalla Neil: deve scoprire chi detiene la capacità di invertire l’entropia degli oggetti e degli uomini. Un potere molto speciale che consente di far fluire il tempo in senso inverso e che, se cadesse nelle mani sbagliate, potrebbe distruggere l’intera umanità. Le sue ricerche lo indirizzano verso Andrei Sator, un magnate russo collezionista d’arte e mercante d’armi. L’unico modo per avvicinarlo è sua moglie Kat, la quale, come viene presto a scoprire l’agente, vive sotto ricatto di suo marito che le impedisce di avvicinarsi al figlio. Il protagonista si impegna con Kat a ridarle suo figlio ma in cambio le chiede di venir presentato a Sator…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista è dotato di principi integerrimi, non scende a compromessi e si prodiga per salvare chi è in difficoltà
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche sequenza violenta potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il grande regista e sceneggiatore Christofer Nolan si è impegnato a regalarci sequenze ad alta spettacolarità ma vengono posti in secondo piano i risvolti umani della vicenda
Testo Breve:

Se gli uomini del futuro, che vivono in una terra ecologicamente distrutta, disponessero di strumenti per viaggiare indietro nel tempo e decidessero per vendetta, di distruggere tutta l’umanità? Per fortuna un agente segreto si impegna a risolvere il problema. Una mirabolante macchina d’intrattenimento con poca attenzione ai personaggi. In SALA

Il Protagonista è stato da poco ingaggiato per una missione di importanza cruciale per prevenire un evento che risulterebbe catastrofico per tutta l’umanità (una terza guerra mondiale? Un olocausto nucleare? No, qualcosa di peggio). L’addestratrice lo invita a impugnare una pistola scarica puntandola verso il bersaglio che ha di fronte. Una pallottola, partita dal bersaglio, si va a infilare nel caricatore della pistola, proprio come se si assistesse a un film che viene riavvolto. Il Protagonista è disorientato: “come può l’effetto avvenire prima della causa? “No, è solo il nostro modo di percepire il tempo”: è la risposta (ci possiamo a questo punto immaginare un David Hume che gongola felice nella tomba). “Esiste ancora il libero arbitrio?”: incalza il protagonista.  “E’ inutile cercare di capire sempre” è la risposta che viene data e che sembra proprio rivolta allo spettatore. In un modo più radicale di quanto era accaduto con  InceptionChristofer Nolan,  regista e sceneggiatore del film, partendo da un presupposto parascientifico,  non si attarda  a dare spiegazioni di ciò che sta accadendo, ma “fa cinema”  stimolando lo stupore dello spettatore con mirabolanti sequenze di action, spesso accelerate e sostenute da un martellante  colonna sonora. Anche quando due protagonisti dialogano fra loro, le parole non valgono per quello che spiegano ma per le aspettative, con frasi lasciate a metà, che suscitano. Alla fine, questo film, che porta al parossismo certe tendenze già latenti nei suoi precedenti lavori, può venir interpretato come un quadro astratto: si ammira l’armonia dei colori e si apprezzano  le suggestioni che ci suscita (in questo caso si tratta dei “colori” del cinema”) o si va alla ricerca affannosa, su Internet, di siti che ci svelino le ragioni di certi passaggi (e ci sono) oppure, più semplicemente, lo si va a vedere una seconda volta stando più attenti a certi particolari (in particolare la stringa  rossa, che risulta determinante). Può darsi che sia questa una nuova trovata marketing per aumentare gli incassi.

Bisogna riconoscere che ultimamente, i viaggi in avanti e indietro nel tempo sono tornati di moda dopo i lontani tempi della famosa Delorian. Accadeva in DC Legends of Tomorrow e avevamo commentato di recente la fiction TV Dark, caratterizzata anch’essa dalla mancanza di qualsiasi impegno per spiegare cosa stia succedendo (scatenando su Internet una pletora di appassionati pronti a svelare ,secondo loro, i significati nascosti di ciò che accade) ma  in quel caso il  “paradosso del nonno”  (se io tornassi indietro nel tempo e uccidessi mio nonno, io non esisterei) veniva risolto in modo diverso. In Dark il passato non può essere cambiato, quindi nonostante gli spostamenti possibili, gli eventi storici sono ineluttabili. In Tenet invece, si po' entrare in una “tenaglia temporale” e modificare il futuro. Ma bisogna fermarsi subito perché ci si smarrisce facilmente per cercare di rendere razionale ciò che non è stato costruito per esserlo.

L’ambizione di costruire una mirabolante macchina d’intrattenimento come non si era mai vista (senza l’uso di computer grafica: quando un aereo fuori controllo si schianta contro un edificio,  si tratta proprio di un aereo che si schianta contro un edificio) gioca a sfavore della definizione dei personaggi. Loro sì, non sono affatto difficili da decifrare:  Andrei Sator (Kenneth Branagh) è il cattivo cattivissimo, Kat (Elizabeth Debicki), è la tenera fanciulla da salvare assieme al suo bambino; il Protagonista (John David Washington), è il cavaliere pronto  a battersi per la salvezza dell’umanità e per liberare la fanciulla dalla sua prigione. In fondo, il sempre pudico Christofer Nolan non ha imbastito neanche una storia d’amore. Pazienza rinunciare ad applicare la ragione ma forse percepire un po’ di calore umano, un po’di sentimenti, non avrebbero guastato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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