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LUCIFER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/29/2020 - 14:35
Titolo Originale: Lucifer
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Tom Kapinos
Sceneggiatura: Scott Chambliss
Produzione: Aggressive Mediocrity, DC Entertainment, Jerry Bruckheimer Television, Warner Bros. Television
Durata: 4 stagioni , 83 episodi di 45-55,
Interpreti: Tom Ellis, Lauren German, Kevin Alejandro, D. B. Woodside, Lesley-Ann Brandt

Lucifero, stufo della vita all’inferno, decide di venire sulla terra per conoscere più da vicino l’umanità. Arrivato a Los Angeles, apre un locale notturno, il Lux, e diventa famoso per i favori che è in grado di fornire. Per diverse vicende arriva a fare conoscenza della detective della Polizia di Los Angeles, Chloe Decker e ne diventa collaboratore. La vita terrena lo porta a dover gestire situazioni mai vissute prima, eventi che lo portano a farsi aiutare dalla psicoterapeuta Linda Martin. Anche suo fratello, l’angelo Amenadiel, e la sua alleata Mazikeen (un diavolo torturatore dell’inferno), sono al fianco di Lucifer nelle varie traversie che affronta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dietro le gradevoli vesti di un serial poliziesco e la presenza di molte persone positive (incluso un sacerdote che in S1 E9 si sacrifica per salvare un ragazzo) gli autori si divertono a beffeggiare alcuni elementi portanti della vita cristiana (il sacramento della confessione) e ipotizzano un Padre Divino insensibile alle invocazioni degli uomini. Viene inoltre patrocinata la libertà sessuale e poca rilevanza viene data ai legami coniugali
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre una certa maturità per cogliere la malizia con la quale gli autori presentano la fede cristiana e più propriamente cattolica. Nessuna nudità ma molte allusioni sessuali. La danza di ballerine da cabaret vestite da suore
Giudizio Artistico 
 
Sceneggiatura tipica di un crime, con scansione temporale classica (scoperta del primo omicidio, indagine, ritrovamento di arma del delitto e presunto colpevole, colpo di scena, scoperta e cattura/morte del vero colpevole). Interpretazione degli attori convincente e credibile
Testo Breve:

Il serial di genere crime dove un’abile poliziotta è coadiuvata da un investigatore d’eccezione: nientemeno che Lucifero. Dietro una narrazione sempre ironica gli autori colgono il pretesto per beffeggiare alcuni pilastri della fede cattolica e patrocinare la libertà sessuale

Un serial TV iniziato nel 2016 e tornato all’onore delle cronache dopo la conferma dell’uscita della quinta stagione. Ogni puntata prevede la soluzione un caso di omicidio (singolo o plurimo): sceneggiatura tipica di un crime, con scansione temporale classica (scoperta del primo omicidio, indagine, ritrovamento di arma del delitto e presunto colpevole, colpo di scena, scoperta e cattura/morte del vero colpevole). Ogni stagione presenta anche una storia che attraversa le diverse puntate aggiungendo piccoli indizi di volta in volta nel finale dell’episodio.

Nelle 83 puntate i personaggi principali vengono ben delineati nei loro caratteri e nelle loro personalità. C’è anche un minimo di indagine della loro psicologia (aiutati anche dalle sedute di psicoterapia che praticamente tutti i protagonisti fanno con Linda). Il protagonista, anche attraverso la sua spiccata ironia, non fa mancare momenti divertenti all’interno delle puntate. I pochi effetti speciali presenti (forse più trucco, che computer grafica) sono accettabili e funzionali alla storia, quindi non ostentati.

L’interpretazione degli attori è convincente e credibile, mai sopra le righe. Formalmente si presenta come un serial TV piacevole.

Forse è sul piano valoriale il tasto più dolente. Tante sono le sottolineature da fare a riguardo.

Innanzitutto la forzatura più grande: un diavolo che emerge come buono, collaborativo e comprensivo. Dio, per contro, un “padre” cattivo e permaloso, che costringe i suoi figli (gli angeli, secondo il serial) a fare quel che dice Lui: per esempio, l’idea di fondo è che Lucifer sta a capo dell’inferno perché Dio gli ha imposto questo compito (nulla a che fare con gli angeli decaduti e la disobbedienza all’Onnipotente). Durante tutto il serial emerge più volte la parola di sfida che Lucifer manda a colui che definisce “mio padre”. Parole che nascono da rabbia e rancore, ma in qualche modo giustificate dalla situazione (lo spettatore viene condotto ad immedesimarsi nella figura del protagonista, fino a quasi condividere le parole del diavolo). Troviamo anche numerose ed esplicite allusioni ad episodi della Bibbia (tra i personaggi, per esempio, compaiono Caino, Abele, Eva), senza nessun riferimento alla rivelazione ebraico-cristiana da cui i riferimenti culturali sono estrapolati, anzi stravolgendo le cose ancora una volta (Caino è il vero fratello buono dei due, per esempio). È difficile non pensare ad una denigrazione, seppure presentata in maniera soft, della fede cristiana. Il fatto che il collaboratore della polizia sia il diavolo, non aggiungendo un gran che al serial (non si contano, ormai, i serial TV con collaboratori della polizia perlomeno curiosi: The mentalist, Elementary, Dexter, Numb3rs, …), rischia di diventare grottesco.

Altra considerazione: sembra che i peccati siano solo quelli legati all’ambito affettivo. Le varie battute, allusioni e doppi sensi pronunciati da Lucifer hanno a che fare quasi sempre con l’ambito sessuale. Pur avendo il pregio di non mostrare nudità, però la promiscuità amorosa (detta ed esercitata) fa da sottotrama a tutto il resto: da relazioni (più o meno stabili) a rapporti occasionali, rapporti di gruppo, qualche allusione a relazioni omosessuali…

Tutto questo, purtroppo, confezionato in maniera leggera e divertente, tale da sembrare quasi innocua. Se non mancano i valori positivi della collaborazione, del sostengo reciproco per affrontare anche lutti e distacchi, sono però diluiti tra le criticità già elencate.

Pur essendo molto diffuso tra gli adolescenti, la visione è da consigliare solo per adulti (o, alla peggio, a degli adolescenti accompagnati da adulti) perché occorre una certa maturità per cogliere la malizia applicata dagli autori nei confronti della fede cristiana e più propriamente cattolica

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA VITA NASCOSTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/23/2020 - 14:30
 
Titolo Originale: Hidden Life
Paese: Germania, Stati Uniti d'America
Anno: 2019
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produzione: Studio Babelsberg, Elizabeth Bay Productions
Durata: 173
Interpreti: August Diehl, Valerie Pachner

Il film è ispirato alla storia vera di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco della regione di Radegund. Felicemente sposato con Fani, dalla quale ha avuto tre figlie, entrambi ferventi cattolici, non approva l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler. Chiamato alle armi e a giurare fedeltà al Fürer, oppone suo rifiuto in nome della fede cattolica. Nonostante l’invito di tanti cittadini di Radegund e delle stesse gerarchie ecclesiastiche (ma con il sostegno della moglie) a trovare una soluzione di compromesso, viene processato per alto tradimento e condannato a morte nell’agosto del 1943. Viene proclamato beato nel 2007.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un umile martire per la fede cattolica durante la dittatura hitleriana, sa ubbidire alla voce della coscienza e alimenta la ferma convinzione che la morte sia un passaggio verso una perfetta unione con Dio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene violente di guerra anche se non cruente (in U.S.A. : PG13)
Giudizio Artistico 
 
Il film scorre molto bene, nonostante la durata importante e lo stile riflessivo e metafisico di Malick, qui pienamente confermato, che può piacere o no
Testo Breve:

Meno famoso di Tommaso Moro (Un uomo per tutte le stagioni), il contadino austriaco Franz, realmente esistito,  si trova, durante la dittatura hitleriana, di fronte  a un dilemma molto simile: seguire i dettami della coscienza anche a rischio della vita o accettare qualche falso compromesso. Su Chili e Amazon in lingua originale

Eravamo abituati a dei lungometraggi molto poetici, quasi metafisici, ad opera del regista di Ottawa, ma stavolta supera se stesso. Le narrazioni precedenti a questo film infatti (The Tree of Life, To the Wonder, Song To Song,.. ) hanno sempre regalato spunti di riflessione esistenziali, effettivamente è proprio il marchio di fabbrica di Malick che abbonda con tematiche filosofiche e spirituali, tralasciando la concretezza e la sequenzialità della sceneggiatura. Stavolta invece si affonda nella realtà della storia, in particolare la vicenda di Franz Jägerstätter, realmente esistito, che si è opposto al nazismo e alla seconda guerra mondiale, a motivo della sua profonda fede cattolica.

La trama inizia dalla vita intima e familiare di questo contadino austriaco, totalmente dedito alla moglie, ai figli e al lavoro, oltre che assiduo partecipante della vita ecclesiale del suo piccolo paese. A causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, si ritrova durante tutto l’arco del film a lottare tra due scelte fondamentali: se accettare lo stato delle cose in un compromesso con il “meno peggio” oppure non tradire ciò in cui crede profondamente a prezzo della sua libertà, del rispetto degli altri, delle persone che ama di più.

Lo spettatore è fortemente coinvolto in questo dramma interiore, che sicuramente pone molti interrogativi. Talvolta si ammira la fermezza e la coerenza del protagonista contro il “sistema” malato, ma si è portati fino alla conclusione a valutare anche la facilità e la necessità di fare una scelta più comoda rispetto alla sua. Solo nel finale viene palesata la motivazione suprema di Franz, che è la fede nella risurrezione e nella vita eterna e il fatto di non temere chi può distruggere il nostro corpo mortale. Neanche la morte che si prospetta può separare l’uomo dai suoi legami con le persone che ama, ma soprattutto diventa il momento di passaggio per una perfetta unione con Dio, ricercata per tutta la vita.

Una storia così struggente fortunatamente è accompagnata da una magistrale fotografia ultragrandangolare, tipica di Malick, che permette di immergersi nella distesa di paesaggi montani mozzafiato, ma allo stesso tempo si è profondamente vicini ai soggetti non solo nelle manifestazioni esteriori, ma soprattutto nel loro animo, come se potessimo toccare con mano la loro persona. Anche la voce narrante fuori campo dei personaggi, che sono sempre parchi nei dialoghi diretti, invoglia alla introspezione perché le domande e le questioni esistenziali poste, sono anche le nostre. Come se il regista conoscesse le nostre sensazioni e paure, siamo costantemente interrogati e provocati da quello che accade nella narrazione e viene naturale mettersi nei panni del protagonista, perché almeno una volta nella vita ci siamo trovati davanti allo stesso bivio.

Non c’è da aspettarsi che diventi un Blockbuster, considerando il mercato cinematografico odierno, tuttavia il film scorre molto bene, nonostante la durata importante. È un film che può essere visto da tutta la famiglia, anche se il target è rivolto soprattutto ad un pubblico giovane e adulto per la serietà delle tematiche trattate. Certamente siamo di fronte ad un film degno di memoria, anche per gli anni a venire, mai banale, che fino all’ultimo ci regala una speranza di risoluzione positiva, ma anche una tensione alimentata dal dubbio che in fin dei conti la realtà non funziona come quella del grande schermo, anche se in questo caso si.

Autore: Ambrogio Mazzai
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ARTEMIS FOWL

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/23/2020 - 08:40
 
Titolo Originale: Aeremis Fowl
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Kenneth Branagh
Sceneggiatura: Conor McPherson, Hamish McColl
Produzione: Walt Disney Pictures, TriBeCa Productions
Durata: 97
Interpreti: Ferdia Shaw, Lara McDonnell, Judi Dench, Colin Farrell, Josh Gad

Artemis Fowl è un ragazzo irlandese di 12 anni dalle doti eccezionali, sempre il primo della classe, figlio di un agiato commerciante d’arte. Questa sua superiorità intellettuale lo ha portato a non avere amici ma a lui piace stare soprattutto con il padre, con il quale condivide una passione: i racconti di fate, elfi, goblin di cui è ricco il folklore irlandese. Ma il padre si assenta spesso verso destini misteriosi, lasciandolo in custodia alla sua fidata guardia del corpo, Domovoi Leale. Un giorno Artemis riceve la telefonata di un essere misterioso: lo avvisa che suo padre è stato rapito e verrà liberato solo se in cambio lui riuscirà a consegnare Aculos. Data la situazione eccezionale che si è creata, Domovoi apre lo studio del padre perché il ragazzo possa cercare ciò che è stato richiesto. Artemis scopre così che fate ed elfi esistono realmente, e vivono nel cuore della Terra in una città tecnologicamente evoluta chiamata Cantuccio, capitale del Regno Fatato. E’ da qui che è stato rubato Aculos, un artefatto di grande potere per chi riuscirà a impossessarsene. Anche Tubero, il comandante degli elfi, lo sta cercando così come la fata Spinella Tappo, che ha perso il padre proprio nella ricerca di Aculos…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo di 12 anni e suo padre cercano di evitare l’esplosione di conflitti fra il mondo di sopra e il mondo di sotto.
Pubblico 
Pre-adolescenti
La Disney, all’inizio del film, annota: alcune sequenze di immagini e di luce con effetto lampeggiante potrebbero avere delle conseguenze sugli spettatori fotosensibili
Giudizio Artistico 
 
Il film ha la tendenza a sottolineare a parole ciò che non si vede e i protagonisti ad autodichiararsi invece di esprimere ciò che sono
Testo Breve:

Un ragazzino di 12 anni, nel cercare di liberare il padre che è stato rapito, scopre che le fate e gli elfi non sono solo frutto di fantasie buone solo a far addormentare i piccoli. Da una famosa saga per ragazzi, un film su  Disney+ riuscito a metà

Meglio esagerare. Artemis a 7 anni ha sconfitto il campione europeo di scacchi in cinque mosse. A 9 il suo progetto ha vinto il concorso per la nuova Opera di Dublino. A 10 è riuscito a clonare una pecora. Cosa c’è da aspettarsi da un protagonista così antipaticamente superlativo, che oltretutto indossa sempre giacca e cravatta neri?  Per fortuna la notizia che suo padre è stato rapito innesca in lui uno stato di umana apprensione ma  è una debolezza  di breve momento: Artemis recupera presto il controllo della situazione e sviluppa un piano che è ovviamente  inattaccabile, perché ha già previsto tutte le mosse dell’avversario. A parte l’antipatia istintiva per un ragazzo così saccente, bisogna ricordarsi che ha 12 anni e che il film  è quindi destinato a ragazzi e ragazze di quella età. Il film va quindi giudicato in base a questo parametro e non ha molto senso analizzarlo con lo stesso scrupolo che si applica quando ci si trova davanti a un film per adulti. In effetti molti, giustamente, hanno criticato la violazione della regola d’oro: “show, don’t tell” in quanto i personaggi si autodefiniscono da soli (perché Artemis si proclama “un genio del crimine” quando ha operato solo per il bene?) e la voce narrante enfatizza troppo quello che gli spettatori dovrebbero capire da soli (“Il destino dei due mondi era nelle mani di Artemis Fowl”). Se però guardiamo tutto questo nell’ottica di un ragazzo di 10-12 anni, questi “difetti” potrebbero costituire un vantaggio perché consentono una più facile lettura della storia. Ci sono però altri aspetti che finiscono per rendere il racconto poco avvincente anche per i ragazzi. Il primo è un protagonista poco comunicativo, disumanamente perfetto: il secondo è senz’altro la non fedeltà al testo originale (agli otto romanzi fantasy dello scrittore Eoin Colfer). Se la saga di Harry Potter e de Il Signore degli Anelli hanno avuto un grande apprezzamento di pubblico, ciò è dovuto al fatto che gli appassionati lettori del libro si sono riconosciuti nel racconto sullo schermo: nel caso di Arteis Fowl non si è trattato solo del non rispetto della sequenza degli eventi narrati (nella saga scritta il cattivo Opal appare nel secondo volume) ma, in modo più drastico, del cambiamento del carattere di alcuni personaggi a iniziare dallo stesso Artemis, che ora è diventato un ragazzo che opera per il bene mentre nel libro è un ladro furbo e sfrontato, senza appello. Anche lo scontro fra umani e fate è stato diluito perché in fondo tutti sono un po’ “umani”.

La scelta di un regista del livello di Kenneth Branah, di attori come Judy Dench e Colin Farrell tradisce l’ambizione della Disney di costruirsi il proprio Blockbuster ma il fatto che il film sia migrato sulla piattaforma Disney + invece che andare nelle sale, forse  non è stato motivato solo dal Coronavirus ma dalla consapevolezza della casa madre di non aver aggiunto l’obiettivo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN VIAGGIO VERSO IL SOGNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/17/2020 - 18:18
 
Titolo Originale: The Peanut Butter Falcon
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Sceneggiatura: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Produzione: Armory Films, 1993, Lucky Treehouse, Nut Bucket Films, Tvacom Film and Tv
Durata: 97
Interpreti: Shia LaBeouf, Dakota Johnson,

Zak, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, abbandonato dai genitori in una casa per disabili, ha un solo obiettivo: fuggire da quella prigione per iscriversi alla scuola di wrestling del mitico campione Salt Water Redneck. Riuscito a fuggire, si imbatte in Tyler, un pescatore che sta fuggendo anche lui perché, rimasto solo dopo la tragica morte del fratello e privo di una licenza di pesca, ha finito per rubare i granchi presi nelle reti di altri pescatori. Insieme decidono di proseguire il loro viaggio verso la Florida spostandosi lungo le Outer Banks del Nord Carolina. Sulle loro tracce si è posta anche Eleonor, la ragazza della casa di per disabili che si è sempre presa cura di Zak e che vuole riportarlo indietro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo ha la capacità di farsi amico di un ragazzo con la sindrome di Down ridandogli felicità e passione per la vita.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente e di pericolo
Giudizio Artistico 
 
Una buona ricostruzione del profondo Sud secondo lo stile Mark Twain e ottima interpretazione del ragazzo Zack. Qualche limite nella definizione dei personaggi secondari
Testo Breve:

Due uomini in fuga negli scenari e nelle atmosfere già immortalati da Mark Twain. Una storia positiva di amicizia e di riscatto con qualche semplificazione. Su Chili, Tim Vision e Rakuten TV

Questo film indipendente, il più visto nella sua categoria nel 2019, è stato bloccato, nella sua uscita in Italia, dal lockdown del Coronavirus ma il problema è stato superato ed è ora disponibile a pagamento su Chili, Tim Vision e Rakuten TV. L’aspetto che meglio lo caratterizza è la presenza, come protagonista, di Zack Gottsagen, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down che nel film desidera soprattutto diventare un campione di wrestling e in questo obiettivo ci mette tutto il suo entusiasmo e la voglia di riscatto dalle tante volte che gli avevano detto: “non hai le capacità”. Un personaggio che gli calza a pennello perché il vero Zack ha finalmente realizzato il suo sogno: poter fare l’attore e c’è riuscito benissimo. Il desiderio di fuggire da un orizzonte chiuso, il desiderio di lasciar fluire la vita per come viene, anche nei suoi aspetti più imprevedibili, è reso molto bene in questo viaggio che intraprendono i due fuggitivi e i  due autori, Nilson e Schwartz al loro primo lungometraggio,  attingono  a piene mani alla mitologia americana: a quei racconti di Mark Twain come Huckleberry Finn,  che ci parlavano di un Sud ancora selvaggio, fatto di acquitrini da attraversare con una zattera,  vagabondaggio fra le foreste pluviali, campagne dove si può incontrare un vecchio cieco che ti vuole convertire e battezzare o un melanconico campione di wrestling ora decaduto. Parallelamente a questo viaggio in una terra ancora non violata dall’uomo, si svolge un altro cammino che si compie nell’intimo di  Zak e di Tyler. Iniziano compiendo lo stesso percorso per pura convenienza ma poi Zak finisce per trovare in Tyler quel genitore che non ha mai avuto e Tyler quell’affetto fraterno che ormai considerava perduto. E’ forse la parte del racconto meglio costruita. Tyler si trova a impegnarsi fino all’estremo delle forze per salvare Zak da un grande pericolo; è questa situazione che fa maturare in lui la responsabilità di prendersi cura di quell’insolito compagno di viaggio. Tyler ora si sente utile e ha piacere a insegnare al ragazzo a nuotare e a sparare con il fucile; Zak non è più un ragazzo con dei problemi ma un compagno di avventura.

Anche Eleonor, che ha ancora un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, quando li raggiunge, ha l’onestà di riconoscere di aver avuto torto: Tyler ha fatto di lui un uomo che si impegna in ciò che gli piace e non si limita a sopravvivere.

Il film ha la capacità di far immedesimare lo spettatore nelle avventure dei due protagonisti anche se in modo diseguale: se Zak è pienamente definito, restano in Tyler degli aspetti che non sono stati messi a fuoco, soprattutto negli antefatti che lo hanno spinto a rubare e poi a distruggere le reti degli altri pescatori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AFTER LIFE (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/17/2020 - 17:07
Titolo Originale: After Life
Paese: U.K.
Anno: 2019
Regia: Ricky Gervais
Sceneggiatura: Ricky Gervais
Produzione: Netflix
Durata: 6 episodi di 25
Interpreti: Ricky Gervais, Kerry Godliman, Tom Basden, • Penelope Wilton

In una tranquilla cittadina inglese vive Tony che dopo la morte improvvisa della moglie di cancro, cade in depressione. In certi momenti sente l’impulso al suicidio ma trova conforto nel prendersi cura del suo cane e nel vedere dei filmati confidenziali che gli ha lasciato la moglie. Per il resto continua a lavorare in un giornale locale che raccoglie banalissime cronache della vita di quel piccolo centro ma, partendo dal presupposto che per lui la vita non ha nessun valore, dice a tutti quello che pensa nel modo più brutale. Si comporta in questo modo nei confronti del cognato Matt che cerca invece di confortarlo, di un suo collega bonaccione, della melanconica segretaria Kath, del postino, della simpatica prostituta Roxy, del vagabondo triste che gli fornisce la droga. Solo quando va al cimitero ha piacere di intrattenersi con la vedova Anne, con la quale riflette sul senso da dare alla loro vita dopo che sono rimasti soli…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo, che crede che tutto finisca con la morte e che non esistano valori condivisibili, finisce, dopo la morte della moglie, per perdere ogni senso della vita e procurare del danno agli altri, con una tardiva e parziale conversione
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune tematiche come la tendenza al suicidio e l’utilizzo della droga come mezzo per stordirsi non sono adatte ai minori.
Giudizio Artistico 
 
Personaggi simpatici, battute forse un po’ troppo sarcastiche, uno spazio eccessivo lasciato a dissertazioni filosofiche
Testo Breve:

Tony ha perso la moglie, non riconosce altri beni per cui vivere ma trova gusto a tormentare gli altri con il proprio sarcasmo. Un lento cammino di trasformazione  per comprendere che non siamo mai soli. su NETFLIX

Tony confida alla vedova e ormai sua amica Anne, mentre si trovano seduti sulla stessa panchina nella tranquillità del cimitero, che suo cognato vorrebbe che lui uscisse con una donna, vedova anch’essa. Anne lo trova riluttante e gli fa notare che forse quell’appuntamento potrebbe fare anche piacere a quella donna: “noi non siamo qui, su questa terra, solo per noi stessi”. Tony si allarma: “non credo in queste cose, non credo in Dio”. Anne lo tranquillizza: “neanch’io, sono tutte stupidaggini. Noi viviamo solo l’uno per l’altro. Noi dobbiamo aiutarci a vicenda fino alla morte e poi sarà finita”.

 Molto spesso, quando si guarda un film o un serial TV, si fa fatica a cogliere il messaggio, la filosofia di vita che l’autore ci vuole trasmettere perché è nascosto, in modo discreto, nel flusso della storia. Non è così in questo caso. Il protagonista, regista e produttore Ricky Gervais inserisce a ogni puntata un dialogo che consenta di mettere a fuoco la sua visione del mondo. Il serial, almeno nella sua prima stagione, sembra prima di tutto un pamphlet ideologico mentre il resto della storia passa in secondo piano. Il protagonista è un ateo convinto (anche Gervais lo è nella realtà): in un episodio smonta le premesse razionali sull’esistenza di Dio, in un altro se la prende con un ragazzo che chiede un obolo per i ragazzi poveri perché ritiene che sia tutto una mistificazione. Il suo approccio alla vita è chiaro, come risulta da un’altra conversazione: si tratta di un carpe diem assoluto:  “la vita è preziosa perché non puoi vederla di nuovo come un film; quando capisci che non vivrai per sempre è proprio quello che rende la nostra vita così magica. Bisogna fare tutto quello che si ama con passione”.

Il suo approccio, così soggettivo e nichilista, porta il suo comportamento a conseguenze estreme. E’ necessario a questo punto fare un po’ di spoiler: in un suo incontro con il vagabondo tossicodipendente, comprende che lui vuole solo stordirsi di droga per farla finita. Gli dà quindi i soldi necessari per comprarsi una buona dose e commenta: “non spenderli per mangiare”. Quando, il giorno dopo, viene a sapere che il vagabondo è morto di overdose, non è né dispiaciuto né meravigliato. Semplicemente ha riconosciuto il suo diritto a uccidersi e Tony lo ha aiutato in questo. Basterebbe questo episodio per smettere di guardare il resto della fiction.

Sul finale Gervais smorza i toni e approda a un concetto di somiglianza di beni. Non siamo più monadi non comunicanti in cerca di un proprio personalissimo bene e chiediamo al massimo agli altri aiuto per realizzare quello specifico nostro bene ma ci sono forti somiglianze nei beni che cerchiamo e si stabilisce in questo modo una forte empatia e collaborazione umana.  In fondo quel bene che lo ha trasformato era già in lui ed era l’amore per sua moglie.. Era per lui un bene che definiva tutta la sua vita e la sua conversione inizia proprio quando si accorge che suo cognato rischia di perderlo: di colpo comprende che non è solo lui a soffrire ma altri possono esser colpiti dallo stesso male. “Userò da ora in poi il mio “superpotere” per il bene. Una brava persona che fa tutto ciò che desidera, in pratica fa anche del bene”: dichiara Tony. Bisogna stare attenti però: la sua visione è ancora relativa: non ci sono beni assoluti che rendono uguali tutti gli uomini e sono superiori agli uomini: ognuno resta arbitro insindacabile di ciò che è bene per lui. Ne è un esempio drammatico quello di aiutare il tossicodipendente a por fine alla propria vita. Lui, Tony, ha superato la depressione, l’altro no. Oguno è sovrano di se’ stesso.

Questo serial (arrivato alla seconda stagione ma si parla già di una terza) beneficia della presenza dello stesso Gervais come protagonista anche se a non tutti può piacere il suo umorismo sarcastico che consiste nel prendere in giro i comportamenti delle persone più semplici, quasi fosse lui un essere superiore. Molto belli i colloqui a tu per tu, a cuore aperto, che Tony ha con i vari protagonisti ma soprattutto con la vedova Anne (una magnifica Penelope Wilton) quando stanno seduti sulla stessa panchina del cimitero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BAR GIUSEPPE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/10/2020 - 17:36
 
Titolo Originale: Bar Giuseppe
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giulio Base
Sceneggiatura: Isabella Angelini
Produzione: One More Pictures, RAI Cinema
Durata: 95
Interpreti: Ivano Marescotti, Virginia Diop, Nicola Nocella, Michele Morrone

Giuseppe è il proprietario di una stazione di servizio e del bar annesso, alla periferia di una non specificata zona rurale del Sud. E’ frequentato da gente del luogo ma anche da molti immigrati che Giuseppe considera come dei clienti alla pari degli altri, nonostante le mormorazioni di qualcuno.  La morte improvvisa della moglie, con la quale condivideva la gestione della stazione, lo getta nel più cupo sconforto; non è più giovane da poter pensare di lavorare da solo ma non accoglie il consiglio dei due figli Luigi e Nicol di mettersi in pensione e cerca un aiuto, proprio fra le persone che avrebbero più bisogno di quel lavoro. Sceglie quindi la giovane orfana Bikira, un’africana immigrata. Giuseppe è un uomo taciturno ma Bikira ammira, frequentandolo, la sua grande nobiltà d’animo e finisce per innamorarsene, nonostante  ci sia fra loro una grande differenza di età...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo mite e onesto, si occupa di fare del bene a chi non ha lavoro o ha subito il trauma dell’emigrazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per la riproposta, con toni crudi e realistici, della storia di Giuseppe e Maria
Giudizio Artistico 
 
Un racconto che mira all’essenziale in un contesto simbolico che si avvale dell’ottima interpretazione di Ivano Marescotti
Testo Breve:

Un uomo anziano, mite e buono che si chiama Giuseppe, sposa una giovane immigrata. Una rivisitazione attualizzata all’oggi del racconto evangelico che resta a metà fra realismo e simbolismo. Su RAIPLAY

Sono i primissimi momenti dell’alba, annunciata da una linea di luce rossa che si distende lungo tutto l’orizzonte. Due pompe di benzina e un disadorno caseggiato vengono qualificati da un’insegna che si agita al vento come: “Bar Giuseppe” (il richiamo ai dipinti di Hopper è sicuramente voluto). In questo luogo non meglio individuato inizia e continuerà il film, un luogo simbolico per una favola edificante dove si aggrumano tensioni contemporanee e significati universali.

Quale storia abbia voluto riproporci il regista e sceneggiatore Giulio Base (Padre Pio-Tra cielo e terra, Maria Goretti, la regia di almeno una cinquantina di episodi di don Matteo) è subito chiaro: il gestore si chiama Giuseppe ed è bravo nel lavorare il legno. La giovane ragazza si chiama Bikira che vuol dire vergine e dopo il matrimonio lei scopre di essere incinta ma non si sa quale uomo abbia conosciuto. Riproporre la storia di Giuseppe e Maria ai nostri giorni secondo l’iconografia classica (Giuseppe come persona anziana) ma senza l’intervento del soprannaturale costituisce sicuramente un’operazione complessa perché cerca di riproporci in un’ambientazione altamente simbolica, le suggestioni di quella nascita miracolosa presenti in noi fin dall’infanzia ma al contempo le vuole attualizzare, cercando di stabilire una connessione fra quel mondo antico e i nuovi “ultimi”, coloro che sono dovuti emigrare dalle loro terre e sono approdati in Italia.

Anche da parte nostra è necessario separare i due aspetti e se ci concentriamo sul risvolto esclusivamente umano e contemporaneo della storia, la figura di Giuseppe, grazie anche all’interpretazione di Ivano Marescotti, è perfettamente riuscita: un mite, un giusto, che materializza la sua bontà nell’aiutare chi è a disagio nel ritrovarsi in un paese straniero per sfuggire alle violenze del suo paese. E’ un uomo di poche parole perché parla solo quando si deve preoccupare di qualcuno e tace quando percepisce la malizia del suo interlocutore. Per contrasto, intorno a lui, c’è chi non gradisce chi doveva restare in Africa e chi spande maldicenze nei confronti di Bikira, la “furba” che ha abbindolato il vecchio ingenuo.

Su fronte più mistico, sul rievocare la storia di Maria e il Giuseppe del Vangelo, trasferendola al giorno d’oggi, il giudizio deve essere lasciato alla sensibilità individuale A me personalmente dispiace che Giuseppe continui a esser visto come un vecchio, buono e mite, che preferisce subire piuttosto che reagire.

Giuseppe era un giusto, con una forte fede in Dio.  Ma avere fede vuol dire anche coltivare la speranza in un Dio che non abbandonerà mai nessuno (decise da solo, prima dell’arrivo dell’angelo di ripudiarla in segreto) e avere grande forza d’animo nelle avversità, pienamente dimostrato nella sua funzione di custode di Gesù e Maria, durante la fuga precipitosa in Egitto.  In un uomo così solido ed equilibrato non era necessario inventarsi l’espediente di considerarlo un vecchio per alleggerire il suo impegno alla castità. Occorre aggiungere che un matrimonio tra un vecchio e una giovanissima ragazza non risulta particolarmente gradevole.

Il film ha uno sviluppo lineare, concentrandosi sugli aspetti essenziali del racconto e se abbiamo già accennato alla scenografia che richiama i quadri di Edward Hopper, certe sequenze fra i vagabondi del paese ricordano il pauperismo presente negli ultimi lavori di Ermanno Olmi. Se la recitazione di Ivano Marescotti è ottima, la figura di Bikira (Virginia Diop) fornisce la freschezza giovanile che è richiesta al personaggio ma poco di più mentre risulta sopra dalle righe la figura del figlio Luigi (Michele Morrone) tossicodipendente e senza fissa dimora.

Disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA CONTEMPORANEA IN PILLOLE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/09/2020 - 18:37
Titolo Originale: HISTORY 101
Paese: USA
Anno: 2020
Durata: Irima stagione: 10 puntate su Netflix

La serie Storia Contemporanea in Pillole (prima stagione) su Netflix, racconta in dieci puntate di 20 minuti, quei risvolti della storia contemporanea mondiale che hanno avuto e hanno tuttora un significativo impatto nella nostra vita di tutti i giorni

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un buon strumento didattico con qualche interpretazione unilaterale
Pubblico 
Adolescenti
Necessaria una preparazione adeguata sulla storia contemporanea
Giudizio Artistico 
 
Buone sintesi sociologiche che trovano nell’impiego frequente di confronti statistici uno strumento efficace
Testo Breve:

Dieci schede esplicative (ma siamo solo alla prima stagione) di realtà sociali contemporanee efficacemente sintetizzate in 20 minuti .Su Netflix

Nel 1979, Dong Shaoping, il successore di Mao Tse Tung alla guida della Cina, visita gli Stati Uniti d’America: una chiara indicazione della volontà del governo cinese di uscire dal proprio isolamento e aprirsi al mercato mondiale. E’ iniziata da quel momento un’ascesa economica inarrestabile che ha portato questo paese a detenere, nel 2018,  il 18,6 % del prodotto interno lordo mondiale, a fabbricare il 41% dei computer nel mondo e il 70% dei cellulari. Si tratta di un’incredibile storia contemporanea, che è opportuno che i ragazzi conoscano e su cui  i grandi riflettano.

Questa e altre vicende interessanti del mondo contemporaneo, sono raccontate nella docu-serie di Netflix: Storia Contemporanea in Pillole (Prima Stagione) che in dieci episodi (sicuramente seguiranno altre stagioni) ci presenta eventi, scoperte, usi e costumi, che stanno caratterizzando il nostro tempo e sicuramente la crescita esplosiva della Cina come potenza economica mondiale è uno di questi. Ecco che accanto  a La corsa allo spazio ci viene presentato il fenomeno del Fast Food ; oltre all’uso indiscriminato della plastica, ci vengono  raccontate le grandi speranze (a cui hanno fatto seguito altrettante delusioni) dell’energia atomica. Non manca la descrizione di importanti scoperte scientifiche come l’impiego della genetica non solo a fini curativi ma come strumento principe di ogni indagine poliziesca. Gli episodi vengono corredati di dati statistici  che danno meglio il senso del fenomeno descritto e risultano particolarmente adatte a ragazzi che frequentano le scuole secondarie di secondo grado ma anche a degli adulti a cui può essere utile una panoramica in 20 minuti su temi che non hanno mai pienamente approfondito. Le schede privilegiano inevitabilmnte la realtà americana ma vengono anche  fatti riferimenti ad altri paesi del mondo che sono rimasti coinvolti in ciò che si sta raccontando. La serie affronta anche fenomeni sociali come quello del femminismo, mostrando come, dopo decenni di lotte per la parità di diritti e uguale retribuzione, il salario di un donna che dopo la guerra  era il 42% di quello di un maschio, ora è arrivato all’80% nel 2019 ma la piena parità è ancora lontana.   Un tema di questo genere sfiora inevitabilmente aspetti eticamente sensibili e se di fronte alla diffusione della pillola anticoncezionale il commentatore dice che finalmente le donne possono  “posticipare la maternità per concentrarsi sugli  studi e intraprendere una carriera”, sul tema dell’aborto è molto più discreto e ne fa solo un rapido cenno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PARLAMI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/03/2020 - 18:55
 
Titolo Originale: Un Homme Pressé
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Hervé Mimran
Sceneggiatura: Hélène Fillières, Hervé Mimran, Hervé Mimran
Durata: 100
Interpreti: Fabrice Luchini, Leïla Bekhti, Rebecca Marder, Igor Gotesman, Clémence Massart-Weit.

Alain Wapler è un bravissimo oratore e uomo d’affari in un’azienda automobilistica. Tutta la sua vita è assorbita dal lavoro: non ha mai tempo da dedicare alla cura di sé, né tantomeno a sua figlia Julia. Improvvisamente viene colpito da due ictus a brevissima distanza di tempo. Al suo risveglio, scopre di aver perso la capacità di parlare correttamente e di avere la memoria compromessa. Per recuperare il linguaggio viene affidato a Jeanne, una giovane ortofonista. Non essendo ritenuto all’altezza della situazione, viene licenziato. La perdita della possibilità di lavorare gli permette di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La perdita della possibilità di lavorare e la perdita di memori subita, permettono al protagonista di rivedere la sua vita, le sue priorità, di recuperare i rapporti che si erano degradati nel tempo.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale, ancora una volta, l’interpretazione di Fabrice Luchini. Poco approfonditi i personaggi di spalla al protagonista
Testo Breve:

Un uomo, totalmente assorbito nel suo lavoro, viene colpito da ictus e menomato nel linguaggio, ha ora il tempo di recuperare rapporti umani e familiari un tempo compromessi. In streaming a pagamento su Chili e Infinity

Quando Hervé Mimran, nel 2013, lesse un articolo di Le Monde sulla storia di Chistian Streiff, ex presidente di Airbus e PSA Peugeot Citroen, ne rimase colpito e volle incontrare il manager per poter raccontare la sua storia (rivisitata) con un film. Nasce così Parlami di te, quarto film del regista francese.

L’interpretazione di Fabrice Luchini nei panni del protagonista è all’altezza delle migliori aspettative per un professionista da par suo. Se da una parte i fraintendimenti del linguaggio mantengono alto il livello di comicità, dall’altra non rendono il personaggio una macchietta e non banalizzano la riflessione sulla malattia e sulla riabilitazione. Attore che deve la sua iniziale fortuna per le grandi interpretazioni di testi teatrali francesi, la scelta di accettare il ruolo di un personaggio che non è più capace di trovare le parole giuste rende questo film quasi una sfida.

Da menzionare anche, per l’ottimo lavoro svolto, il doppiaggio: la resa in lingua italiana di giochi di parole originariamente in lingua francese, non deve essere stato un lavoro facile. Ma si può dire che è stato un lavoro perfettamente riuscito. La scelta, infine, di “storpiare” anche i titoli di coda aggiunge quel tocco di ilarità in più che sorprende (quanti si fermano a leggere i titoli di coda di un film?).

Non sono da trascurare nemmeno l’ortofonista Jeanne (interpretata da Leila Bekhiti) e la figlia Julia (Rebecca Marder): spalle molto efficaci del protagonista. Forse una prima pecca della sceneggiatura è il poco spazio concesso all’ approfondimento delle loro storie e delle loro personalità. L’ortofonista alla ricerca della propria madre naturale, all’inizio di una storia d’amore con un collega infermiere; la giovane figlia di Alain che cerca di essere all’altezza delle aspettative del padre cercando di essere una ragazza di successo. Personaggi che muovono un po’ tutta la storia, ma poco descritti e di cui non riusciamo a conoscere fino in fondo l’interiorità.

La pellicola offre, inoltre, numerosi spunti per la riflessione. Innanzitutto, il riscatto personale di una persona che ha subito una grave menomazione. Il protagonista non si arrende: la sua durezza di carattere, da uomo all’apice della carriera professionale, si riflette anche nella tenacia impiegata nel percorso di guarigione.

Il cambiamento di carattere: l’impazienza e la scontrosità caratteriale vengono ridimensionate dall’impossibilità di cavarsela da solo anche per le cose più semplici; il rallentare dei ritmi di vita che gli permettono di riscoprire le tante cose belle che possiede e di far rinascere in lui il senso della gratitudine.

Un secondo aspetto forse un po’ debole della sceneggiatura è “l’accelerazione” sul finale: se all’inizio la descrizione del protagonista è dettagliata e il regista si sofferma per definirlo a fondo e per delineare il cambiamento a lui necessario, forse il finale è un po’ frettoloso e rischia di liquidare in poche sequenze il coronamento di tutto il viaggio interiore di Alain.

Comunque il film è gradevole, adatto a tutta la famiglia, capace di far pensare in modo divertente.  E’ disponibile in DVD o in streaming su Chili, Infinit e altri

In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SKAM ITALIA (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/01/2020 - 16:42
Titolo Originale: Skam Otalia (quarta stagione)
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Ludovico Bessegato (st. 1-2, 4), Ludovico Di Martino (st. 3)
Sceneggiatura: Ludovico Bessegato, Anita Rivaroli, Marco Borromei, Alice Urciolo, Ludovico Di Martino
Produzione: TIMvision, Netflix, Cross Productions
Durata: 10 puntate di 30' su Netflix e Tim Vision
Interpreti: Beatrice Bruschi, Ludovica Martino, Benedetta Gargari,Ludovico Tersini

Nella quarta stagione di Skam ritroviamo le cinque amiche, Eva, Eleonora, Silvia, Federica e Sana che frequentano l’ultimo anno al liceo Kennedy di Roma. Sana è ora la protagonista: mussulmana convinta, porta sempre il velo, prega cinque volte al giorno, pratica il Ramadam e cerca l’uomo che può diventare suo marito matenendosi vergine perché intende l’unione dei corpi come sigillo di un impegno per la vita. I suoi rapporti con le amiche non sono sempre sereni: cercano di organizzre una vacanza in Grecia tutte insieme ma entrano in dissidio perché le altre vogliono lasciare una camera da letto libera per eventuali incontri con dei ragazzi. Sana si innamora di Malik, il migliore amico del fratello Rami, ma resta delusa quando scopre che Malik non è più un mussulmano praticante...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, di origine tunisina e di fede mussulmana, riconosce, con convinzione personale e non per imposizione, il valore della preghiera e della verginità prima del matrimonio. Per contrasto gli altri giovani italiani, vivono in un contesto di relazioni familiari degradate o indifferenti, esercitando una piena libertà sessuale
Pubblico 
Maggiorenni
La convivenza in età di liceo fra un ragazzo e una ragazza o fra due ragazzi costituisce una normalità comunemente accettata. Baci omosessuali, nudità
Giudizio Artistico 
 
Efficace ricostruzione di un contesto giovanile, cura nella psicologia dei protagonisti. Ottima colonna musicale
Testo Breve:

Sana, protagonista della quarta stagione, è mussulmana per intimo convincimento ma non vuole per questo perdere le amiche e gli amici di scuola. Un difficile equilibrio fra chi cerca di credere che il mondo abbia un senso universale per tutti e chi vive alla giornata

E’ indubbio che Skam Italia abbia il suo punto di forza nei dialoghi confidenziali a tu per tu, fatti sottovoce  ma alcuni sono più significativi degli altri. E’ sera. Malik sta accompagnando Sana a casa. “Perchè non sei più mussulmano?”: chiede lei. Malik ha smesso di esser praticante da quando ha saputo come è stato trattato dai genitori e da tutta la comunità il suo amico Luai,  che ha inclinazioni omosessuali (evidentemente il giudizio negativo sull’esercizio dell’omosessualità costituisce, non solo per la fede cattolica ma anche per quella mussulmana, uno dei motivi principali dell’allontanamento dei giovani). “Non senti che ti manca qualcosa?”: le risponde Sana; per lei è fondamentale  il momento della preghiera, quando improvvisamente tutto torna tranquillo, anche nelle giornate più difficili, è come se ritrovasse il suo spazio. “Riesco a ricordarmi cosa conta veramente, cioè essere una brava persona e rispettare gli altri”. Malik ribatte: “non pensi che si possa essere delle brave persone e rispettare gli altri anche senza pregare?”. Ma Sana ha una percezione più profonda: “quando prego è come se ci fosse una connessione tra le cose: c’è un equilibrio che riesco a sentire. Non posso pensare che non ci sia un equilibrio cosmico, un disegno nel quale noi siamo dentro”.

Questo dialogo dà indubbiamente il “tono” a questa quarta stagione.  “Buca” lo schema dei tanti teen drama o teen comedy che ci stanno proponendo le varie piattaforme; esce dal perimetro amicizie/feste/pettegolezzi/genitori assenti/sesso/omosessualità, per presentarci una ragazza che riflette, che colloca i suoi non pochi problemi come italiana mussulmana, in un contesto più ampio, nell’evidenza di un Dio che ha creato il  mondo. La risposta di Malik è scontata: per esser delle “brave persone” non è necessario avere fede. E’ la risposta soggettiva, quella che pone se stesso al centro del mondo, al massimo cercando di non fare del male agli altri ma è assente una realtà da condividere, il significato  profondo del nostro comune esistere.

Sana è anche innamorata  ma lo è nel suo modo peculiare e soffre più delle altre quando teme che i suoi sentimenti non siano ricambiati, perché sta  cercando  un uomo  per la vita. Un altro dialogo intimo molto bello è fra Sana e la madre: entrambe si stanno rilassando sul letto e Sana si sente libera di confessare a sua madre che si è innamorata. Il fatto che Malik non sia più mussulmano costituisce un problema ma la madre cerca di sdrammatizzare la situazione, vuole di tenerle aperta la porta alla speranza. Non si può fare a meno di cogliere una certa ironia indiretta in questo personaggio, che avrebbe potuto benissimo essere una ragazza cattolica con dei bravi genitori ma invece è una fervente mussulmana, come era già accaduto in Bangla,  il film del bengalese Phaim Bhuiyan. In quel caso era lui , che viveva nella romanissima Tor Pignattara, a sentire l’impegno di arrivare vergine al matrimonio mentre la sua ragazza, italiana, non comprendeva neanche di cosa si stesse parlando. Il messaggio che arriva da questi film/serial è chiaro: la cultura cattolica non ha più presa per la formazione delle nuove generazioni e per trovare genitori che stiano attenti al comportamento dei loro figli, bisogna riferirsi a culture diverse dalla nostra. Sappiamo che nella realtà la situazione non è poi così drammatica, ma, storie cattoliche semplicemente, non sono  “cinematografiche”, perché fuori dal sentire dei più.

La quarta stagione presenta i pregi e i difetti già visti nella prima: la sceneggiatura sviluppa bene le personalità dei protagonisti, nelle loro pulsioni, fragilità, melanconie giovanili, forse meglio di altri teen serial usciti in questo periodo, la colonna musicale è strepitosa.  Il serial pone al primo posto  il valore dell’amicizia, che non va tradita e che apre alla confidenza, così come spinge a chiedere perdono quando si ha sbagliato. Ma si tratta di giovani privi di riferimenti forti (in particolare i genitori sono praticamente assenti) e di una “visione”  per il futuro (ciò è tanto più fuorviante in quanto si trovano ormai all’ultimo anno di liceo); restano quindi chiusi nel presente e il presente  vive di un solo obiettivo: trovare una compagna/un compagno con la/ il quale sviluppare una convivenza.

L’attenzione che si manifesta nella quarta stagione per la ragazza mussulmana non sottende, da parte dell’autore, Ludovico Bessegato, nessuna particolare preferenza, non viene posta come modello di riferimento rispetto alle altre storie ma è espressione di  indifferenza rispetto a tutte le possibili scelte. Con eguale impegno, nelle stagioni precedenti, si è dedicato agli amori/convivenze di Eva e Giovanni (prima), di Eleonora ed Edoardo (terza) ma  anche alla relazione omosessuale  fra Martino e Niccolò (second). In una delle sequenze finali, uno dei  ragazzi cerca di immaginarsi il suo futuro e quello dei suoi  amici di liceo: “siamo tutti convinti di muoverci verso il cielo e non ci accorgiamo che in mezzo c’è il soffitto. Però se saltiamo tutti insieme, questo soffitto lo sfondiamo”. E’ lo slogan che chiude la stagione, una forma di religione in cui credere: restare uniti in modo che ognuno possa essere quello che preferisce.  Non c’è una realtà da condividere oppure obiettivi da realizzare in comune ma siamo come tante  monadi,  in cerca ognuno della propria, personalissima, felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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MERLIN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/25/2020 - 17:18
 
Titolo Originale: Merlin
Paese: U.K.
Anno: 2008
Sceneggiatura: Julian Jones, Jake Michie, Johnny Capps, Julian Murphy
Produzione: Shine Limited, BBC Drama
Durata: stagioni 5 episodi 65 di 45 min
Interpreti: Colin Morgan, Bradley James, Angel Coulby, Katie McGrath, Anthony Head

Il re Uther Pendragon governa con polso fermo su Camelot ma affranto per un tragico evento che ha colpito la sua famiglia, ha bandito ogni forma di magia dal suo regno, pena la morte. Quando Gaius, il medico di corte, accetta di ospitare il giovane Merlino, figlio di una sua parente e si accorge che il ragazzo è dotato di straordinari poteri magici, lo avvisa di non rendere manifesta in nessuna occasione, questa sua dote, se vuole restare vivo. Merlino inizia la sua vita a Camelot come assistente di Gaius ma un giorno ha un battibecco con un giovane spavaldo che ha incontrato per strada e che fa sfoggio della sua destrezza con le armi. Merlino comprende di essere stato incauto: il suo antagonista non è altri che il principe Arturo, l’erede al trono di Camelot...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due giovani sono pronti anche al sacrificio per salvare l’amico e hanno un animo generoso e leale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Questo serial, visto in 113 paesi, ha una struttura semplice, una CG limitata ma è espressione limpida di slancio e generosità giovanile
Testo Breve:

Melino e Artù sono giovani ventenni, uno è l’erede al trovo, l’altro un potente mago che deve tener nascoste le sue doti. La leggenda di re Artù rivisitata in versione giovanile, con pochi amori ma molto generoso ardimento. Il serial, sviluppato in  5 stagioni, è stato visto in 113 paesi ed ora è disponibile su Netflix

Questa serie TV  della BBC ha un biglietto da visita di tutto rispetto. Si è sviluppata in 5 stagioni con un totale di 65 episodi ed è stata acquistata da 112 paesi; in Italia da Italia1 (st 1-4) e da Joi (st 5). La serie completa è ora disponibile su Netflix.
Non è la prima volta che per il grande o per il piccolo schermo si realizzano dei presequel, che ci raccontano com’erano, da giovani, degli eroi di successo, ricavati da  leggende del passato o dai fumetti Marvel.

Il questo caso Artù, Merlino, Ginevra, Morgana, hanno un po’ tutti vent’anni e si muovo in un mondo ricostruito secondo la più classica iconografia medioevale :castelli (quello molto suggestivo  di Pirrefonds), tornei, foreste impenetrabili, grotte con draghi, spade prodigiose) e gli eventi si ispirano molto liberamente  alla saga di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda.

Ogni puntata racconta una vicenda che si apre e si chiude ll’interno di se stessa, mentre i rapporti fra i protagonisti subiscono una lenta evouzione lungo tutta la stagione.

C’è sempre una minaccia per il regno di Camelot che il giovane Artù deve sventare: a volte è una strega malefica, altre volte un mostro spaventoso, altre volte un infido avversario che si nasconde dietro vesti rassicuranti. Ci sono momenti rammatici, tutto sembra perduto ma poi Merlino riesce con discrezione, senza che nessuno se ne accorga, a dare un aiuto ad Artù che risulterà risolutivo.

La cosa più interessante di questa serie è proprio scoprire le ragioni del  suo successo. Qualunque critico  potrà sottolineare, a ragione, che la sceneggiatura, sopratutto nei dialoghi, è elementare e  con non poche incongruenze. Le scene realizzate in CG sono ben poca cosa (sopratutto quando appaiono mostri che dovrebbero essere terrificanti) rispetto ai livelli qualitativi che sono stati raggiunti oggi. Ma allora, qual’è il suo segreto?

Sicuramente un punto di forza è il sodalizio fra Merlino e Artù. Due giovani totalmente diversi, il primo un po’ maldestro e impacciato nelle relazioni umane ma con un’attitudine alla magia prodigiosa; il secondo è spaccone e temerario, che segue rigorosamente il codice d’onore dei cavalieri. Entrambi però sono simili quando si tratta di affrontare un’avversario, un’avversità che minaccia Camelot o l’amico: non tentennano e sono pronti a qualsiasi sacrificio. Si tratta di una amicizia (senza secondi significati) tanto forte proprio perché i due giovani risultano complementari: uno ha bisogno dell’altro. Resta insolito il fatto che  Merlino riesca sempre a tener nascoste le sue doti magiche ma fra i due si stabilisce una forma di sodalizio inossidabile, come avevano già visto a Ratatouillie dove il topo Remy, esperto cuoco, vive in incognito e lascia tutto il merito allo sguattero Linguini. ripetto a questo bromance, le figure femminili vanno in secondo piano e le storie d’amore, che pur si sviluppano nel serie, non costituiscono una componente rilevante.

Un punto di forza è lo sviluppo della relazione adulto-giovane,  dove la prima categoria è rappresentata dal medico Gaius e il re Uther. C’è un continu confronto fra di Gaius,  che si appella sempre alla prudenza e all’esercizio del metodo scientifico e  Merlino, è pronto a lancarsi oltre l’ostacolo, senza fare troppi ragionamenti. Allo stesso modo Artù cerca di mitigare, con uno sguardo più umano, il punto di vista inflessibile e a volte crudele del padre. E’ un bel confronto generazionale, dove la gioventù porta il suo contributo di energia e di speranza, mentre chi è maturo, se da una parte mostra di avere una visione più vera e disincantata della realtà a causa dell’esperienza accumulata, è privo dello slancio necessario per voltare pagina.

Alla fine deve essere proprio questo il successo della serie Merlin: un lavoro , rivolto a un pubblico  giovanile  che esalta  la bellezza della gioventù e se la  sceneggiatura può esser considerata molto semplice, perchè va sempre diritto al punto, senza troppe giravolte,,  in realtà va intesa come magistrale armonia fra linguaggio adottato e pubblico target.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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