Commedia

QUESTI SONO I 40

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/03/2013 - 09:22
Titolo Originale: This is 40
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Judd Apatow
Sceneggiatura: Judd Apatow
Produzione: APATOW PRODUCTIONS, FORTY PRODUCTIONS
Durata: 134
Interpreti: Paul Rudd, Leslie Mann, John Lithgow, Megan Fox, Albert Brooks, Maude Apatow, Iris Apatow

Pete e Debbie sono sposati, hanno due simpatiche figlie adolescenti, vivono in una bella casa in un quartiere residenziale di Los Angeles ma il loro affari non stanno andando bene e, quel che è peggio, stanno per compiere quarant’anni. Per entrambi sembra un punto di svolta: Debbie ha deciso che tutta la famiglia deve vivere una vita più sana (cibi senza condimento) e più austera (niente iPhon, iPad, iPod, Wifi..); Pete dovrebbe smettere di fare il bambino mai cresciuto e prendersi delle responsabilità sul lavoro; alla fine la domanda cuciale sarà: ci amiamo ancora come una volta?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questa volta a fatica diamo una freccia positiva perché a dispetto di una comicità basata pesantemente e continuamente su allusioni sessuali, i film è una ottimo elogio all’amore coniugale
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo. Comicità basata su pesanti allusioni sessuali. Uso di stupefacenti. Nudità parziali o intraviste
Giudizio Artistico 
 
Il regista-sceneggiatore Judd Apatow ha i sui punti di forza nei dialoghi vivaci, spiritosi e nella guida degli attori. Tutti bravi sia i protagonisti che i comprimari. Ottima Leslie Mann
Testo Breve:

Una coppia sposata con due figlie adolescenti arriva alla soglia dei quarant’anni: tante cose sono cambiate ma l’amore resta. Una comicità scoppiettante ma con continue allusioni sessuali. La migliore opera di Judd Apatow.

I film di Judd Apatow fanno venire molta rabbia perché  si finisce per  odiarli ed amarli allo stesso tempo. Come era già accaduto in Molto incinta, anche questa commedia del regista-sceneggiatore avanza attraverso  una rigogliosa serie di battute incentrate (solo verbalmente, si intense) su una sessualità molto esplicita che sfocia nella coprolalia e a questa si aggiungono bambinesche battute su varie funzioni corporali. Nonostante la prevalenza ingombrante di questa tematica il film, in più di due ore, riesce, con  ritmo sostenuto a trabordare ironicamente sui serial Tv (amore appassionato per Lost, disprezzo per Mad Men), sugli ebrei, sul mito del Viagra, sull’influenza perniciosa degli psicologi, sui genitori anziani che alla loro età si prendono una seconda moglie e si debbono trastullare tre bambini gemelli avuti con la fecondazione artificiale. Judd Apatow è una versione più volgare di Woodi Allen ma è ugualmente arguto (in effetti entrambi sono di origine ebrea ed entrambi sembrano ispirarsi all’umorismo yiddish).

Superato l’ostacolo della forma, il messaggio è interessante e positivo. Il film è uno dei pochi  disponibili oggi sull’amore coniugale e lo descrive molto bene. Il tema del film non riguarda il primo incontro e l’innamoramento, la trama non si appoggia sui soliti triangoli amorosi, ma ci troviamo di fronte una coppia di mezza età, già con due figlie adolescenti, dove lui e lei sono molto diversi (lei è più propositiva e decisionista, lui è un bambinone inconcludente come era già accaduto in Molto incinta), con tante debolezze, sempre pronti a discutere e a confrontarsi animatamente su tutto. Ma poi, ogni volta che sembrano stiano per raggiungere il punto di non ritorno, scoprono che non possono fare a meno l’uno dell’altra: basta un week end passato insieme, lui e lei da soli e l’intesa si riconferma pienamente. Il confronto continuo è l’anima della loro relazione: se una giusta critica dell’altro all’inizio urta, sanno anche riconoscere subito dopo di aver sbagliato  e sono pronti a chiedersi reciprocamente perdono. Il film semba volerci dire che un rapporto che non si adagia sulla rassegnata accondiscendenza ai difetti dell’altro è molto più costruttivo e profondo. “Noi non siamo soci in affari, non siamo come fratello e sorella” esclama lei in un momento di crisi: Debbie pretende qualcosa di più e di esclusivo. La risposta si avrà nella sequenza finale, per la quale non riveliamo i dettagli ma quando Pete manifesta i tanti motivi profondi che hanno per stare insieme, conclude semplicemente: “perché sei mia moglie”.

Il film sembra avere molti spunti autobiografici ricavati dalla vita matrimoniale di Apatow (le figlie del protagonista sono realmente le figlie del regista e Leslie Mann è sua moglie e madre delle ragazze) e lo si vede dalla ricchezza con cui vengono tratteggiati i due protagonisti, complessi e contraddittori come si è in realtà: Debbie è tenera con i suoi figli ma sa essere inflessibile quando si costruisce un ideale di famiglia perfetta; disposta a fare lei in primo passo verso un padre che non vede da sette anni ma acida e vendicativa verso un tredicenne che ha osato parlar male di sua figlia su Facebook.  Anche Pete non è da meno e se è incapace di smettere di dare dei soldi per il sostentamento di suo padre nonostante i suoi affari vadano male, ogni tanto si immagina di riuscire ad uccidere la moglie perché sa che è lei che guida la famiglia.

Il film avanza in modo piacevolmente disordinato  privilegiando la parola sull’azione ed è proprio nei dialoghi che Apatow esprime tutto se stesso in questo film che è al momento il migliore della sua carriera. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DREAM TEAM

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2013 - 15:27
 
Titolo Originale: Les Seigneurs
Paese: FRANCIA
Anno: 2012
Regia: Olivier Dahan
Sceneggiatura: Philippe de Chauveron, Marc de Chauveron
Produzione: VITO FILMS, IN COPRODUZIONE CON O.D. SHOTS, TF1 FILMS PRODUCTION
Durata: 97
Interpreti: José Garcia, Jean-Pierre Marielle, Franck Dubosc, Gad Elmaleh,Joey Starr

Patrick Orbéra è stato un glorioso giocatore che ha portato la Francia a vincere i mondiali di calcio ma ora, a cinquantanni, è un uomo alla deriva, alcoolizzato, collerico e che viene tenuto a distanza dalla sua stessa famiglia. Per trovare un lavoro stabile accetta di allenare la squadra di calcio di Molène, un’isola della Bretagna che vive di pesca ma la cui fabbrica rischia di chiudere se la squadra locale non riesce a conquistare un po’ di prestigio. Patrik si accorge che il team è alquanto malmesso e non gli resta che cercare di reclutare vecchie glorie decadute come lui…..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un gruppo di giocatori non più giovani che stanno andando alla deriva scoprono il valore della solidarietà e ritrovano fiducia in loro stessi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena sensuale. Turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un film francese che non pretende altro se non divertire e che ci riesce, con l’aggiunta di un pizzico di buona morale
Testo Breve:

Ex giocatori un po’ sbandati si impegnano a salvare una piccola squadra di calcio. Ottimi attori comici realizzano un film corale senza molte pretese ma con messaggio di speranza

Ai tempi gloriosi della commedia all’italiana si organizzava un film con Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo, Vittorio De Sica   ed altri nostri grandi attori comici e il successo era garantito. Sembrava quasi che la sceneggiatura venisse costruita o almeno “interpretata” sul momento, tanta era l’estrosa  l’inventiva di quegli istrioni dello spettacolo. Ora quell’epoca è definitivamente scomparsa (sorvoliamo sulla generazione successiva, quella dei “Natale a..”) mentre in Francia quel certo tipo di cinema popolare è ancora in auge.

Dream Team (in originale: les Seigneurs) è proprio un film che punta tutto sulla “squadra” non solo in termini calcistici ma anche nel senso di compagine di attori di tutto rispetto: Omar Sy ormai notissimo anche da noi per il film Quasi Amici, che accetta di giocare purchè non lo sappia la sua terribile moglie, preoccupata per il suo soffio al cuore; Franck Dubosc, da noi conosciuto tramite Benvenuti a bordo, che ha cercato di riciclarsi come attore ma inutilmente; Gad Elmaleh (Una top model nel mio letto, Train de vie) un nevrotico playstation-dipendente; Ramzy Bedia (Il concerto) che idolatra Che Guevara e sogna la rivoluzione del popolo. C’è anche una apparizione di Jean Renò nelle parti di se stesso, a dire il vero un po’ imbolsonito.

Molto meno definite le figure femminili: sono presenti o per la loro capacità seduttiva, come la ragazza interpretata da Frédérique Bel, che ha ricevuto il compito di convincere i giocatori, con la sua sola presenza,  che in fondo l’isola mostra qualche attrattiva oppure la ragazza tutto casa e famiglia che immancabilmente si innamora del calciatore che viene dal continente.

Fatta la squadra, il film procede seguendo binari ormai tracciati: i difficili allenamneti con giocatori così diversi  fa innescare  scintille di comicità  mentre la tranquilla vita della piccola isola genera nei nuovi arrivati crisi claustrofobiche. Non manca la suspence indotta dall’ansia di vincere le partite del campionato a tutti costi, mentre la fabbrica rischia di chiudere.

Bisogna riconoscere che il film scorre spumeggiante e con un buon ritmo; si potrebbe concludere che si tratta di un film popolare di buona fattura, senza molte pretese;  il finale è prevedibile e deve essere tale perché lavori come questi vengono realizzati per rassicurare,  non certo per turbare.

C’è però una piccola  anima segreta nel film che lo riscalda e che lo rende più interessante di quanto ci si possa aspettare: la solidarietà fra uomini che sanno di essere fragili, che sanno che riprendere in mano il pallone comporta per loro ricordare fallimenti passati ma che tuttavia vanno avanti perché quella piccola squadra per cui giocano li costringe a non pensare a loro stessi  e forse per la prima volta riescono ad essere altruisti.

Giorno dopo giorno, lo sforzo per restare uniti e affrontare una sfida che li accomuna sublima la loro soggettività e poco a poco li trasforma. Per alcuni sarà l’effetto di una stagione, forse finito il campionato torneranno alla vita scombinata di prima ma qualcosa di positivo è accaduto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA RAGAZZA A LAS VEGAS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/11/2013 - 14:54
Titolo Originale: Lay The Favorite
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: D.V. DeVincentis
Produzione: EMMETT/FURLA FILMS, RANDOM HOUSE FILMS, LIKELY STORY, RUBY FILMS
Durata: 94
Interpreti: Rebecca Hall, Bruce Willis, Joshua Jackson, Catherine Zeta-Jones

Beth è una ragazza esuberante che fa la spogliarellista a domicilio; si sente insoddisfatta e decide di tentare la fortuna a Las Vegas. Per sua fortuna incontra Dink, un giocatore professionista che la assume nel suo ufficio dove si passa la giornata a scommettere su qualsiasi cosa. Nasce presto del tenero far loro ma la moglie di Dink è alquanto gelosa..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Solo valori falsi in questo film: quanto sia stimolante il mestiere della spogliarellista e di giocatrice d’azzardo
Pubblico 
Sconsigliato
Una scena di nudo parziale. Esaltazione del fascino del gioco d’azzardo Censura USA: PG 17
Giudizio Artistico 
 
Il film può vantare un regista di tutto rispetto e attori professionisti che recitano bene i propri ruoli. Peccato che la sceneggiatura abbia il suono di una moneta falsa
Testo Breve:

Un film fasullo e fuorviante su quanto sia divertente, per una ragazza, prima fare la spogliarellista e poi la professionista del gioco d’azzardo

Impieghiamo poche parole per chiarire perché riteniamo di sconsigliare questo film.

Non ci sono scene violente, né scene sensuali con l’eccezione di una sola sequenza con  nudi parziali. Il tono è di commedia ironica e non mancano i buoni sentimenti, come quando il protagonista decide di restare fedele a sua moglie, mettendo da parte l’interesse che in lui stava nascendo per Beth.

Quindi dov’è il problema?

Il  film si  ispira al libro autobiografico di Beth Raymer, una scrittrice che ha effettivamente vissuto le esperienze della protagonista, prima come spogliarellista a domicilio, poi come professionista del gioco d’azzardo.

Il problema sta proprio nel modo assolutamente fasullo con cui sono state  ritratte queste due realtà. Nel suo mestiere di spogliarellista Beth non fa che incontrare persone un po’ strane ma simpatiche, non c’è alcuna allusione alle prestazioni extra che certi signori finiscono per  richiedere né al racket che controlla questi servizi.

Anche il suo ingresso nel gamblig professionale è visto attraverso la lente deformata dell’inguaribile narcisismo della scrittrice: ciò che è posto in primo piano nel  film è la sua abilità matematica nel calcolo delle vincite e delle perdite e la crescita inarrestabile dei suoi guadagni, grazie al suo spostamento da Las Vegas, considerata una piazza troppo piccola,  a uno dei paradisi fiscali centroamericani. C’è molta benevolenza nel gioco illecito (ciò che è importante e non farsi "beccare"); in fondo si tratta di un ambiente frequentato da gente che sa aiutarsi a vicenda quando è necessario mentre della malavita non c’è nemmeno l’ombra.

Tutto appare falso e scintillante come le grandi sale da gioco di Las Vegas.

Alcune scene sono difficilmente digeribili: Beth confida al padre che vuole smettere di fare la spogliarellista per cercare di fare fortuna a las Vegas, magari come barista. Il padre cerca di dissuaderla perché in fondo con il mestiere che fa guadagna già abbastanza.

La moglie di Dink fa una scena di gelosia perché si accorge del suo interesse per Beth: alla fine giungono a un compromesso: Dink potrà continuare ad avere Beth nel suo ufficio se lei potrà avere i soldi necessari  per un ulteriore intervento di chirurgia estetica.

Come era già successo ne Il Lato positivo, anche per questo film sarà risolutiva la vincita  su una scommessa rischiosa. Sono ormai troppi i film che esaltano la piacevolezza del gioco d’azzardo, mettendo a tacere tutti i suoi risvolti drammatici.  Visto che la mania del gioco si sta diffondendo anche in Italia non è proprio il caso di favorire film di questo genere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANDO MENO TE LO ASPETTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/03/2013 - 19:57
Titolo Originale: Au bout du conte
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Agnès Jaoui
Sceneggiatura: Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri
Produzione: Les Films A4/ France 2 Cinéma/ Memento Films Production/ La Cinéfacture/ Hérodiade/ Canal +/ Ciné +/ France Télévisions/ Memento Films Distribution/ Memento Films International/ Cofimage 23/ Api 4
Durata: 112
Interpreti: Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri, Agathe Bonitzer, Arthur Dupond, Benjamin Biolay, Clément Roussier

La bella Laura, unica erede di un ricco industriale, ha 24 anni, ma ancora attende il suo principe azzurro; quando ad un ballo incontra Sandro, un giovane musicista a corto di soldi, pensa di averlo trovato e in effetti tra i due scoppia l’amore. Poi, però, andando a trovare la zia Marianne, attrice fallita specializzata in spettacoli per bambini, Laura incontra l’affascinante e ambiguo Maxime Wolf, che le fa perdere la testa… Intanto lo scorbutico Pierre, padre di Sandro, rincontra l’indovina che quarant’anni prima gli aveva rivelato la data della sua morte. Il problema è che alla data mancano solo tre mesi e anche uno scettico inveterato come Pierre non può fare a meno di preoccuparsi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le favole non sono una sorta di manuale di istruzioni pre-programmato per affrontare la vita e alla fine i giovani conquisteranno l’età adulta mettendosi di fronte alle proprie mancanze e ai propri errori mentre i non più giovani imparerano ad affrontare le proprie paure come quella per la morte. Non si può negare però che il contesto narrativo sia disinvolto( la protagonista dà per scontati i rapporti prematrimoniali) e di ispirazione atea (due genitori sono sollevati quando che la loro figlia non vuole più fare la prima comunione)
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene sensuali, presenza di rapporti prematrimoniali. Uso di stupefacenti nei festini
Giudizio Artistico 
 
Con un’inventiva e un gusto sopraffino, che suppliscono al piccolo budget, la coppia transalpina intreccia le vicende di molti personaggi che assumono di volta in volta i ruoli delle fiabe che tutti conosciamo, continuamente scombinando le aspettative del pubblico e costringendolo a un gioco di decostruzione che però fortunatamente non è mai solo compiacimento formale.
Testo Breve:

La coppia Jaoui-Bacri (autori e interpreti – e lei anche regista - di piccoli e brillanti capolavori) hanno costruito una vivace e brillante variazione sul tema delle favole e del ruolo che hanno nella vita delle persone. 

L’ultima fatica della coppia Jaoui-Bacri (autori e interpreti – e lei anche regista - di piccoli e brillanti capolavori come Il gusto degli altri e Così fan tutti, a suo tempo sceneggiatori anche del musicale Parole, parole, parole, oltre che di molti film purtroppo mai distribuiti in Italia) è una vivace e brillante variazione sul tema delle favole e del ruolo che hanno nella vita delle persone.

Con un’inventiva e un gusto sopraffino, che suppliscono al piccolo budget, la coppia transalpina intreccia come al solito le vicende di molti personaggi che assumono di volta in volta i ruoli delle fiabe che tutti conosciamo e che, volenti o nolenti, hanno contribuito a formare i nostri desideri e le nostre aspettative sulle vita.

Come nel caso della ricca Laura, che ha tutto dalla vita ma è pronta a credere a una pseudo-veggente che le promette l’arrivo del principe azzurro… che puntuale si presenta (proprio ad un ballo e opportunamente segnalato alla sua attenzione dal dito di una statua di angelo) nei panni di musicista povero che, novello Cenerentolo, perde una scarpa scappando per le scale.

I personaggi di Quando meno te lo aspetti, infatti, entrano ed escono dai ruoli delle fiabe, trasformandosi con disarmante leggerezza, continuamente scombinando le aspettative del pubblico e costringendolo a un gioco di decostruzione che però fortunatamente non è mai solo compiacimento formale.

Il messaggio della Jaoui (che qui si ritaglia il ruolo di Larianne, zia di Laura, un’attrice fallita, recentemente divorziata, alle prese con i tentativi di una vita indipendente e una figlia piccola che reagisce al trauma della separazione dei genitori rifugiandosi in una ricerca religiosa che lascia spiazzati gli ateissimi genitori) è volutamente decostruzionista e post-moderno. Le fiabe sono una bella cosa, soprattutto per i bambini, ma bisogna stare attenti a non lasciarsi passivamente influenzare, sperando che la vita riservi la felicità perfetta (il tradizionale “vissero felici e contenti”) e il destino sia sempre infallibilmente segnato. Insomma, non bisogna lasciare che questi racconti diventino una sorta di manuale di istruzioni pre-programmato per affrontare le paure della vita e mettersi ai ripari da errori e tradimenti.

Anche perché, come dimostra la facilità con cui Laura si innamora e disinnamora, si finisce spesso per passare da un principe azzurro a un lupo, cattivo sì, ma tanto più affascinante...

D’altra parte può capitare pure che una predizione vecchia di anni costringa a ripensamenti anche uno scettico e ateo inveterato come il burbero Pierre, che rifiuta di dare il bacio della buonanotte ai bambini e ci tiene a specificare che i morti rimangono al cimitero e non vanno né in cielo né in paradiso.

Alla fine, per lui come per Marianne, si tratta di affrontare le proprie paure (quella della morte come quella di guidare), mentre altri conquisteranno l’età adulta mettendosi di fronte alle proprie mancanze e ai propri errori. Così se forse quello del “principe azzurro” e dell’amore romantico è un mito, mentre anche un amico si può tradire, in nome del successo e in modo altrettanto doloroso anche un fidanzato, questo però non significa che non ci sia modo di essere felici in una maniera forse un po’ meno perfetta e “con qualche sbandamento”.

Una morale di sicuro attuale, che emerge leggera da questo gioco di destini incrociati, gestito con il solito immancabile brio dalla regista francese.

Dispiace, però, che finisca un po’ arbitrariamente tra i “miti consolatori” dei bambini, da superare con l’età, insieme alle fiabe e alle superstizioni, anche il senso religioso.

Quello che sembra sfuggire alla Jaoui, almeno in parte, è che se la trasformazione delle fiabe in racconti dal lieto fine fin troppo consolatorio è il prodotto di un certo tipo di cultura che detta modelli e ruoli e le sfrutta a fini consumistici, il bisogno di significato a cui anche queste narrazioni rispondono è qualcosa che nessuna sovrastruttura culturale può aver inculcato e che quindi tantomeno potrà eliminare.

Come diceva J.R.R. Tolkien nel suo saggio sulle fiabe, Albero e foglia, miti e fiabe sono la più autentica espressione dell’essere umano, animale “narrante” ancor prima che razionale, cui Dio stesso sceglie di comunicare la salvezza tramite una storia, cosicché proprio attraverso le storie che si raccontano gli uomini continuano a ripetere questo inesauribile desiderio di salvezza e di bene

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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20 ANNI DI MENO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/11/2013 - 21:45
Titolo Originale: 20 ans d’écart
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: David Moreau
Sceneggiatura: David Moreau, Amro Hamzawi
Produzione: Echo Films/ Europacorp/ TF1 Films Production
Durata: 92
Interpreti: Virginie Efira, Pierre Niney, Gilles Cohen

Alice Lantins, 38 anni, un ex marito e una figlia piccola, vive per il suo lavoro di redattrice di una rivista di moda. Il suo capo, in partenza per gli Stati Uniti e in cerca di una sostituta, favorisce, però, una collega più brillante e disinibita… Sulla via del ritorno da un viaggio di lavoro in Brasile Alice conosce Balthazar, un simpatico ventenne studente di architettura. Complice un equivoco, i suoi colleghi credono che lei abbia una relazione con il ragazzo e, visto che la cosa sembra finalmente aprirle la strade per la promozione, Alice decide di continuare a fingere…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’etica appare ormai cosa superata e gettato al vento ogni scrupolo, anche solo di rispettabilità borghese, il discorso si sposta addirittura sulle tiranniche categorizzazioni amorose dettate ormai da certi siti Internet
Pubblico 
Maggiorenni
Scene sensuali e di nudo, turpiloquio, uso di droghe
Giudizio Artistico 
 
Come spesso accade oltralpe, una buona idea finisce per essere preda di un plot frenetico che vira volentieri nella farsa e nella macchietta, a discapito dell’approfondimento di temi e caratteri. Anche così 20 anni di meno resta un prodotto ben fatto
Testo Breve:

Complice un equivoco, i colleghi di ufficio di Alice, 38 anni, credono che lei abbia una relazione con il ragazzo di 18. Commedia francese leggera e amorale, dove i comportamenti vengono dettati dai siti Internet

Questa leggera commedia francese, ambientata nel mondo frivolo ma spietato del giornalismo di moda (c’è pure un direttore che sembra la caricatura di Yves Saint Laurent e una proprietaria che fa il verso sia alla direttrice di Vogue Anna Wintour che al suo avatar cinematografico Miranda Priestley de Il diavolo veste Prada) vive soprattutto della simpatia dei suoi due protagonisti, la bella “matura” Virginie Efira e il brillante e simpaticissimo Pierre Niney (che a breve incarnerà proprio Yves Saint Laurent in una biografia cinematografica).

Il tema, quello dell’improbabile relazione tra una donna quasi quarantenne (Alice, con un ex abbastanza odioso, ma sincero e una figlia decenne sovrappeso) ma ancora piacente e un uomo molto più giovane di lei (un ventenne studente di architettura) è ormai cinematograficamente e televisivamente sdoganato (ci hanno fatto pure una serie statunitense, Cougar Town) quasi quanto l’ormai superato cliché a sessi scambiati.

Gettato al vento ogni scrupolo, anche solo di rispettabilità borghese (perché il criterio morale rischierebbe di sembrare bigotto e obsoleto) qui il discorso, ad un certo punto, si sposta addirittura sulle tiranniche categorizzazioni dettate ormai da internet e nella fattispecie da certi siti Internet  diventati il galateo di un certo smaliziato modo di intendere le relazioni tra i sessi.

L’etica, appunto, appare ormai cosa superata, e al massimo si discetta su cosa “si porti di più” in termini di relazioni sentimentali (che, cela va sans dire, devono essere anche sessuali), e quanto possa giovare alla solitamente ingessata e super-efficiente Alice, abituata a sgobbare senza ottenere riconoscimenti, l’esibizione di un amante con i famosi “vent’anni di meno”.

Specie se si tratta di un giovanotto carino, amabile e così ben educato da alzarsi per soccorrere una modella inciampata a una sfilata e che, è vero, forse fa le tre di notte in discoteca, ma ha in testa soprattutto i suoi studi di architettura (per un appuntamento porta Alice a brindare in un edificio progettato da Niemeyer).

Detto fatto, l’accoppiata, frutto inizialmente di un equivoco (pure quello veicolato da Twitter), proseguita per finta e per ottenere l’agognata promozione, si trasforma in realtà, per poi complicarsi come tutti i rapporti reali, qualunque sia l’età dei personaggi coinvolti.

Vero è che nel mondo amorale e francamente detestabile della protagonista, la spontaneità e l’amore sincero del giovane Bathazar (che, sorpreso in casa dopo una notte d’amore, è disposto a fingersi uno stagista per non sconvolgere la figlia piccola di Alice) è una boccata d’ossigeno (e forse, aggiungiamo noi, anche un po’ un sogno ad occhi aperti). Così il pubblico ci mette poco a tifare perché la differenza d’età (derubricata a falso problema prodotto da una cultura che accetta senza problemi ricchi di mezza età con amanti poco più che maggiorenni) e qualche equivoco non siano d’ostacolo al grande amore.

In tutto questo si salta a piè pari l’eventuale disagio di una figlia piccola (eppure lo stesso Bathazar fa fatica ad accettare che la nuova fidanzata del padre sia una sua vecchia compagna di liceo) e il fatto che la prospettiva a lungo termine, qui gioiosamente accettata, potrebbe rivelarsi più complicata di quanto l’impeto della passione suggerisca. Perché il divario generazionale non è solamente questione di rughe intorno agli occhi o di fisico che non regge più, ma anche di progetti, necessità e desideri che cambiano ed evolvono.

Lo suggerisce il confronto con una commedia americana d’argomento affine, Prime, che la contraddizione del divario generazionale decideva invece di affrontarla sì con le risate, ma anche con un certa profondità.

Sarà che nella sofisticata Francia si teme di passare per bigotti a suggerire un po’ di buon senso o che, come spesso accade oltralpe, una buona idea finisce per essere preda di un plot  frenetico che vira volentieri nella farsa e nella macchietta, a discapito dell’approfondimento di temi e caratteri. Anche così 20 anni di meno resta un prodotto piacevole, ameno due spanne sopra, almeno per brillantezza e ritmo, ad equivalenti italiani tipo Viaggio sola.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BENVENUTO PRESIDENTE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/21/2013 - 16:31
Titolo Originale: Benvenuto Presidente
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Riccardo Milani
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: INDIGO FILM CON RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON MORATO PANE SPA, IN ASSOCIAZIONE CON BNL - GRUPPO BNP PARIBAS
Durata: 100
Interpreti: Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Beppe Fiorello

Non riuscendo a mettersi d’accordo su chi votare come Presidente della Repubblica, tre capigruppo parlamentari – ognuno all’insaputa degli altri – decidono provocatoriamente di votare Giuseppe Garibaldi. Peccato che esista un cittadino italiano con tale nome che, ottenuta legalmente la maggioranza assoluta dei voti, possa effettivamente ricoprire l’incarico di Presidente. Per uscire dalla paradossale situazione creata da quest’equivoco, basterebbe che il neo eletto – un gioviale bibliotecario con l’hobby della pesca delle trote – rinunci ufficialmente alla carica. Giuseppe “Peppino” Garibaldi, però, una volta seduto sulla poltrona del Quirinale, cambia le carte in tavola.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un italiano qualunque ma onesto sa gestire l'Italia meglio di tanti politici corrotti. Buone le intenzioni ma si tratta di un troppo facile qualunquismo
Pubblico 
Adolescenti
Scene sensuali, a contenuto sessuale e di nudo parziale
Giudizio Artistico 
 
Il film barcolla tra indecisioni stilistiche e narrative, improvvisi cambi di marcia, un generale horror vacui che pervade la trama e le motivazioni dei personaggi
Testo Breve:

Un pescatore di trote del Nord Italia, bibliotecario precario totalmente digiuno di politica, potrebbe governare il Paese meglio di qualunque politico di professione. Deludente commedia all’italiana che si dimostra incapace di non degenerare nella farsa.

Deludente commedia all’italiana che, esaurito in poche gag il brillante spunto iniziale, si dimostra incapace di non degenerare nella farsa, con un accumulo disordinato di situazioni e siparietti comici, che solo il carisma e la simpatia del protagonista Claudio Bisio riescono a tenere in fila. Benvenuto Presidente! è un oggetto non difficile da decifrare ma complicato da definire: sembra che gli autori avessero qualcosa di importante da dire ma non siano riusciti a dare a questo “qualcosa” una forma compiuta. Non si può dire che il film sia un’opera riuscita, tra indecisioni stilistiche e narrative, improvvisi cambi di marcia, un generale horror vacui che pervade la trama e le motivazioni dei personaggi.

Forse Riccardo Milani non era la persona adatta a dirigere il film, giacché il suo curriculum è di un cineasta più a suo agio con i drammi e le commedie malinconiche e crepuscolari (poco c’entra, in questo caso, che abbia fatto da assistente di regia sul set de Il portaborse, rarissimo esempio di film “politico” italiano degli anni Novanta). Non lo stesso si può dire di Fabio Bonifacci, autore di soggetto e sceneggiatura, solitamente a suo agio con high concept come questo (per high concept, per usare un termine del gergo degli sceneggiatori americani, s’intende l’idea di un film il cui senso possa essere racchiuso in una frase di sicura presa ed effetto, densa di potenzialità drammaturgiche: “cosa succederebbe se l’unico italiano onesto, digiuno di politica, sedesse all’improvviso sulla poltrona del Quirinale?”). Forse però l’occupatissimo Bonifacci dovrebbe scrivere meno sceneggiature l’anno, dedicando più tempo ad approfondirle singolarmente. Non è un caso che dei quattro film del 2013 che portano la sua firma, usciti tutti tra gennaio e aprile, almeno due avrebbero avuto bisogno di maggiore sedimentazione (l’altro film non riuscito, a nostro parere, oltre a questo, è Il principe abusivo di Alessandro Siani). L’impressione, guardando il film, è quella di mangiare per fame una pietanza ancora cruda, perché è sufficiente a riempirsi da pancia.

Qualche altro salto in padella, insomma, avrebbe solo giovato, e invece la commedia è indecisa su che direzione prendere. In tutta la prima parte spira aria di “grillismo”, e quindi di populismo e demagogia. Un pescatore di trote del Nord Italia, bibliotecario precario totalmente digiuno di politica, potrebbe governare il Paese meglio di qualunque politico di professione. Basta mettere a capo della Nazione un uomo onesto, disinteressato al potere in quanto tale e senza scheletri nell’armadio, e le soluzioni per riportare a galla un’Italia sfasciata e delusa sarebbero facilmente alla portata. Il film lavora per oltre un’ora su queste sintesi, raccontando la buona volontà del Presidente Garibaldi, che rifiuta di raccomandare suo figlio, dona quasi tutto il suo stipendio ai poveri, trasforma i corridoi del Quirinale in un lazzaretto per accattoni e barboni, ascolta gli italiani andando a mangiare con loro in pizzeria, instaura una democrazia meritocratica sfruttando ciò che consente la Costituzione (senza far mancare, c’era da immaginarlo, solite frecciatine alla chiesa cattolica: “l’IMU devono pagarla tutti: signore, signori e… [dopo una pausa a effetto] monsignori”; “Monsignore, per caso lei conosce dei poveri?”).

Giuseppe “Peppino” Garibaldi, insomma, dimostra di essere in grado di risanare l’Italia non grazie a chissà quali ricette ma sfruttando la legge e le capacità degli italiani. Se l’Italia va male, è per colpa dei politici abbarbicati alle loro poltrone e alle fitte reti di clientelismi e corruzione che, per favorire pochi eletti, schiacciano la maggioranza dei cittadini riducendoli alla fame. Un uomo così è un danno per le oligarchie e i “poteri forti” interessati a tenere in pugno milioni d’italiani: Garibaldi, però, si dimostra più abile e più furbo dei suoi avversari, frustrando i tentativi dei tre disonestissimi politici (tre laidi uomini senza nome, che dovrebbero incarnare la “destra”, la “sinistra” e il “centro”, interpretati da Cesare Bocci, Beppe Fiorello e Massimo Popolizio) di disarcionarlo. Così anche sconfigge un inquietantissimo agente dei servizi segreti (Gianni Cavina), che cerca inutilmente di scoprire nel suo passato elementi per ricattarlo (e quindi controllarlo), al servizio dei “poteri forti” di cui sopra (interpretati, in una scena grottesca, quasi felliniana o à la Bellocchio, da due registi, Pupi Avati e Lina Wertmuller, uno storico del cinema, Gianni Rondolino, e un critico cinematografico, Stefano Della Casa).

Bonifacci e Milani sembrano indecisi se imparentarsi col qualunquismo di Tutto tutto niente niente di Antonio Albanese (con cui questo film verrà ricordato, tra qualche anno, come ritratto desolato, fatto dal cinema, della situazione politica attuale) o con l’ottimismo paradossale di Viva la libertà di Roberto Andò (Toni Servillo nel doppio ruolo di un grigio segretario di partito e del suo gemello più intelligente, che dona nuova linfa a un’intera classe politica: più o meno la storia di Dave. Presidente per un giorno con Kevin Cline). O ancora, fare un Mr. Smith va a Washington all’italiana, puntando sulla pars costruens, salvo poi pentirsi e ritrattare: per esempio si fanno tentare, ma solo per un istante, dal colpo di scena finale come in Train de vie. È solo una favola. O forse no. O forse sì… Insomma, un film che non sa dove andare, che punta in alto e quando sale troppo (o davvero si poteva fare il bis del Grande Dittatore di Chaplin?), decide di scendere in picchiata. Vorrei ma non posso, e allora la butto in farsa, che non sbaglio mai e comunque garantisco la cassetta.

Nel gioco dei se, abbiamo pensato a Benvenuto Presidente! con Totò nel ruolo del protagonista, ma abbiamo scoperto che il film assomiglia a uno di quei film di seconda fascia che il “principe della risata” interpretava, per motivi squisitamente alimentari, tra un film l’altro più riuscito, magari nello stesso anno (tra un film di Steno, uno di Monicelli e uno di Comencini, c’era sempre lo spazio di un film di Camillo Mastrocinque), perché poteva permetterselo e perché il pubblico non gli diceva mai di no. Nei sogni, questo spunto sarebbe stato sfruttato a meraviglia da Vincenzo Cerami alla sceneggiatura e Roberto Benigni alla regia e come interprete protagonista. Poteva uscirne una commedia davvero riuscita.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BUONGIORNO PAPA'

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/16/2013 - 10:10
Titolo Originale: Buongiorno papà
Paese: ITALIA
Anno: 2012
Regia: Edoardo Leo
Sceneggiatura: Herbert Simone Paragnani Massimiliano Bruno Edoardo Leo
Produzione: IIF ITALIAN INTERNATIONAL FILM IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
Durata: 109
Interpreti: Raoul Bova, Marco Giallini, Edoardo Leo, Nicole Grimaudo, Rosabell Laurenti Sellers

Andrea, quarantenne in carriera, single, spensierato, amante delle belle donne e delle macchine sportive, si vede sconvolgere la vita da un’impensabile novità: in una mattina che sembra come tante altre, infatti, si presenta alla sua porta l’adolescente Layla con una notizia potente come una bomba atomica: “Ti ricordi quel fugace flirt al campeggio diciassette anni fa? Quella ragazza era mia madre, che ora è morta, e io sono tua figlia”. Bel grattacapo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Uno scapolo impenitente che non ha mai amato nessuno scopre la bellezza della paternità e impara ad assumersi le proprie responsabilità
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcuni atteggiamenti libertini del protagonista
Giudizio Artistico 
 
Commedia lieve, che ha il coraggio di puntare in alto, pur senza evitare qualche banalità. Raoul Bova bravo ma non bravissimo mentre è ottima la prova di Marco Giallini.
Testo Breve:

Andrea, quarantenne in carriera, scapolo impenitente, scopre di essere padre di una ragazza di 17. Dopo inutili tentativi di sfuggire al problema, scopre   la bellezza di ciò che vuol dire prendersi cura di qualcuno. Commedia lieve che ha il coraggio di puntare in altro

Commedia lieve, che ha il coraggio di puntare in alto, pur senza evitare qualche banalità e qualche impennata non richiesta del tasso di ruffianeria. I modelli che s’intrecciano – senza raggiungere nessuno dei due né per simpatia né per sottigliezza – sono il britannico About a Boy (film con Hugh Grant tratto dal best-seller di Nick Hornby) e l’italico Scialla!, scritto e diretto da Francesco Bruni. Se in About a Boy il motto del protagonista era “Ogni uomo è un’isola”, lo slogan preferito di Andrea, il quarantenne interpretato da Raoul Bova (bravo, non bravissimo a recitare), è “I am mine” (“Io sono mio”), che lampeggia su una luce al neon appesa su un muro di casa (una casa invasa da oggetti inutili, status symbol di una “singletudine” e di un giovanilismo di maniera, utili a seppellire solitudine e povertà interiore).

“Io sono mio” significa non appartenere a nessun altro, come pontificava la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany (altro personaggio cinematografico in cui il glamour e lo chic nascondevano disperazione ed egoismo), prima di essere redenta da un uomo che le insegnava che amare significa appartenere a qualcuno (anche, nei casi baciati dalla grazia, a Qualcuno con la lettera maiuscola). Qui la “redenzione” (o la trasformazione, per usare un gergo più da storyteller) avviene attraverso una figlia sconosciuta, un “imprevisto” che mette il protagonista davanti a un fatto. La realtà colpisce Andrea, lo ottunde, lo disarma. Lo costringe a fare i conti con le proprie azioni, le proprie scelte; ad assumersi responsabilità che non si è mai preso, neanche nei confronti dei suoi genitori o del suo miglior amico. Per il malcapitato Andrea si tratta di diventare padre a quarant’anni senza averlo mai fatto e, soprattutto, senza mai aver davvero amato qualcuno. Una strada in salita che non potrà che portare grandi frutti.

Un film positivo, insomma, più che sufficiente nel giudizio, cui si può perdonare la fattura non proprio di alto livello (montaggio, scenografia, fotografia, sono più da sitcom televisiva che da cinema) e qualche inverosimiglianza di troppo (la bella prof di educazione fisica ai cui piedi cadrà il protagonista sembra essere l’unica insegnante, e quindi al centro della didattica, di un’intera scuola). Insieme al regista Edoardo Leo – alla sua seconda prova come autore dopo Diciotto anni dopo (2010) – scrivono la sceneggiatura l’attivissimo Massimiliano Bruno (di cui sono usciti, nella stessa stagione, anche Viva l’Italia! e Tutti contro tutti) e Herbert Simone Paragnani (uno che ha nel curriculum anche qualche puntata di Don Matteo). Impossibile non segnalare, tra gli interpreti, un Marco Giallini in gran forma – il migliore del cast – nel ruolo di un nonno rockettaro, che fa da mentore e da guru di tutti gli altri (anche qui con qualche semplificazione di troppo, e con tutto un corredo proveniente dagli anni Sessanta-Settanta fatto di tatuaggi, spinelli e narghilè) e che sembra aver imparato, anche sulla propria pelle e non senza ferite e sofferenze, qualche segreto sull’educazione e sull’unità familiare da condividere e trasmettere al protagonista. Siamo anche contenti che dal film sia stata tagliata una scena – presente invece nel trailer – in cui il papà piacione chiedeva alla figlia un preservativo e lei tranquillamente glielo dava (!), scena che avrebbe svilito i personaggi (qualunque fosse stato il frangente della storia in cui la scena fosse stata ambientata) e vanificato lo sforzo di positività e di apertura alla vita che il film invece è capace di costruire.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMICHE DA MORIRE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/09/2013 - 08:46
Titolo Originale: Amiche da morire
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Giorgia Farina
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci e Giorgia Farina
Produzione: Andrea Leone e Raffaella Leone per Andrea Leone Films, in collaborazione con Rai Cinema
Durata: 103
Interpreti: Claudia Gerini, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore, Vinicio Marchioni

Subito dopo aver individuato i componenti di una banda di rapinatori tra i pescatori di tonni di un’isoletta del Sud Italia, un commissario di polizia registra l’inspiegabile sparizione del loro capobanda. S’insospettisce quando, andato a interrogare la giovane moglie Olivia di prima mattina, trova a farle compagnia Gilda, una nota prostituta del paese, e Crocetta, timida e scontrosa impiegata della tonnara. Mai queste tre donne erano state viste insieme. Come mai, proprio in concomitanza della sparizione del bandito, iniziano a fare sempre più spesso comunella? Ohibò, qui gatta ci cova.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film programmaticamente amorale ma che si mostra come tale . Almeno in questo è onesto
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, scene di sesso, allusioni sessuali, due scene di tensione.
Giudizio Artistico 
 
Una commedia nera confezionata con brio e spigliatezza puntando su un cast femminile molto ben affiatato
Testo Breve:

Tre amiche si coalizzano contro gli uomini questi  mascalzoni. Una commedia-noir  volutamente sopra le righe, ben realizzato e ben recitato, programmaticamente amorale ma che si mostra come tale. In questo è  onesto.  

Ilare commedia nera, volutamente sopra le righe e volutamente amorale, che l’esordiente regista Giorgia Farina ha confezionato con brio e spigliatezza puntando su un cast femminile molto ben affiatato. La trama un po’ strizza l’occhio e un po’ prende in giro il cinismo del poliziesco americano, usando le maschere della commedia dell’arte italiana e tutti i cliché possibili e immaginabili. La macchina narrativa non s’inceppa, merito delle tre attrici e soprattutto della sceneggiatura dell’indaffaratissimo Fabio Bonifacci (scrittore eclettico che nella stessa stagione cinematografica è passato da Il principe abusivo a Bianca come il latte, rossa come il sangue, passando per questo film).

Non è un caso che il film illustri una Sicilia, un po’ da cartolina un po’ da barzelletta, che in realtà è stata ricostruita in Puglia (con set a Monopoli, Polignano, Fasano e Massafra). Qui si gioca con gli stereotipi, senza volerli sovvertire o affrontare, semplicemente utilizzandoli come pezzi dell’ingranaggio del plot, con l’unico scopo di divertire lo spettatore (quindi anche con un Sud schematico e stilizzato come un fondale dipinto a mano, in cui una regione può valere un’altra: pazienza se si nota lontano un miglio la differenza. Benedice la Film Commission). Fa sorridere, piuttosto, che molte recensioni abbiano parlato di questo film come di un vessillo della battaglia femminile per la parità dei sessi, festeggiando l’uscita nelle sale per l’8 marzo come un segnale di presa di coscienza civile da parte di un qualche movimento femminista, come se fossimo ancora ai tempi di Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi.

Donne umiliate di tutto il mondo: unitevi, imbracciate le armi e prendetevi ciò che vi spetta; se possibile, con gli interessi. Potrebbe essere questo il tema del film (o anche “Thelma & Louise incontrano Aldo, Giovanni e Giacomo”), che mette in scena tre donne che si ribellano ai pregiudizi, alle tradizioni, a un matriarcato soffocante e alle comari pettegole, ma che si fanno anche beffe di uno sbirro scaltro ma sfortunato e mettono al tappeto chi cerca di far loro del male senza alcun rigurgito di coscienza. Perché dovrebbero, visto che gli uomini sono tutti mascalzoni, a usare un eufemismo?

La regista e coautrice della sceneggiatura è una donna, è vero, ma non basta ad appioppare al film la patente di misandria e femminismo. Piuttosto, si tratta di un’escursione divertita e divertente oltre le regole del genere (la commedia all’italiana) alla ricerca d’ispirazione e di originalità in qualche prodotto cinematografico e televisivo d’oltreoceano: senza mai, però, prendersi veramente sul serio. Dall’ironia si passa facilmente al sarcasmo e la storia, che racconta di un delitto senza castigo né redenzione, è quanto di più sconsigliabile a chi cerca da un film occasione di approfondimento e riflessione sugli abissi d’immoralità cui può precipitare l’animo umano. Detto questo, nella sua ludica sincerità, che ammicca già dalla locandina, un film molto meno pericoloso di quelli che cercano di spacciare per buone morali cattive.    

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTI CONTRO TUTTI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/01/2013 - 23:05
Titolo Originale: Tutti contro tutti
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Rolando Ravello
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno e Rolando Ravello
Produzione: Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Warner Bros. Entertainment Italia
Durata: 100
Interpreti: Rolando Ravello, Kasia Smutniak, Marco Giallini, Stefano Altieri, Raffaele Iorio, Agnese Ghinassi

Periferia di Roma. Di ritorno dalla messa per la prima comunione del figlio piccolo, Agostino e la sua famiglia scoprono che, durante le poche ore di assenza, la loro casa è stata abusivamente occupata da un’altra famiglia. La polizia ha le mani legate perché si scopre che l’uomo a cui Agostino paga l’affitto non è il proprietario ma solo un faccendiere che gestisce traffici poco puliti. Due possibilità per il nostro eroe: o cercare una nuova casa o fare di tutto per riprendersi la propria. Idea: e se si occupasse abusivamente il pianerottolo?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha uno sguardo totalmente positivo nei confronti della famiglia ma è presente un stilettata gratuita e di cattivo gusto contro la chiesa cattolica
Pubblico 
Maggiorenni
turpiloquio, fumo di spinelli, scene di sesso e con allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
La paradossalità della situazione e la resa grottesca di alcuni personaggi non si amalgamano per niente con gli slanci di crudo realismo e i toni da incubo kafkiano che regista e sceneggiatore tentano di tenere insieme con effetti a dir poco stranianti.
Testo Breve:

Alla periferia di Roma, il protagonista e la sua famiglia scoprono che la loro casa è stata abusivamente occupata da un’altra famiglia. Una storia in bilico fra commedia e dramma alla ricerca della giusta direzione

 

Rolando Rovello è l’ennesimo attore che ha deciso di debuttare dietro la macchina da presa per essere preso sul serio come “autore”. Lo spunto per questo film proviene dal monologo teatrale Agostino che Massimiliano Bruno giura di aver scritto partendo da fatti reali. L’idea dell’uomo schiacciato dall’ingiustizia che si ribella in modo imprevedibile poteva essere sfruttata decisamente meglio. L’occupazione del pianerottolo – con il nonno che si cucina gli spaghetti salutando i bengalesi che scendono le scale – è uno spunto narrativo che avrebbe potuto far sorgere una commedia davvero divertente: chissà Totò e Peppino De Filippo cosa avrebbero combinato al posto di Rolando Rovello e Marco Giallini.

Ne esce, invece, uno strano film, sospeso in equilibrio più che precario tra commedia e dramma (a un certo punto ci scappa anche il morto), alla ricerca dell’andazzo giusto – comune a molte commedie italiane di questa generazione –, attento cioè ai problemi e alle urgenze sociali di quest’Italia d’inizio secolo. La paradossalità della situazione e la resa grottesca di alcuni personaggi non si amalgamano per niente con gli slanci di crudo realismo e i toni da incubo kafkiano che regista e sceneggiatore tentano di tenere insieme con effetti a dir poco stranianti.

Bruno – noto al pubblico televisivo per aver interpretato Martellone nella serie Boris – è attivissimo come sceneggiatore (spesso in coppia con Fausto Brizzi, con cui ha concepito la saga Notte prima degli esami) e anche come regista (suoi sono Nessuno mi può giudicare e Viva l’Italia). Qui è co-sceneggiatore e si ritaglia il ruolo minore del poliziotto prima indifferente e poi comprensivo. Nei suoi film sembra esserci l’urgenza di mettere il dito nelle piaghe di una Nazione ridotta allo sfascio, qui rappresentata da una squallida periferia romana in cui coabitano piccole comunità appartenenti a diverse etnie, autarchiche e chiuse, dominate dal prepotente di turno. La microcriminalità dilaga (droga, prostituzione, incendi nei campi rom) e la legge è totalmente assente.

Non è chiaro che tipo di critica al razzismo vogliano fare gli autori: gruppuscoli umani di rumeni, egiziani e bengalesi sono tendenzialmente ostili tra di loro, e indifferenti ai problemi altrui. Quando il troppo è troppo, però, sanno mettere da parte gli egoismi e fare la scelta giusta. I cattivi, invece, sono tutti italiani e provenienti dal meridione (quasi tutti dalla Puglia): sia il boss locale che fa il bello e il cattivo tempo, sia gli “infami” che occupano la casa del protagonista, sia la cafona arricchita che tratta gli operai che le ristrutturano la villa come se fossero suoi schiavi. Anche nel razzismo, evidentemente, ci sono persone “più uguali delle altre”…

Non manca, ovviamente, la stilettata gratuita contro la Chiesa Cattolica: disperato, il protagonista va dal parroco a chiedergli cosa fare e il sacerdote, un bonario africano, gli dice che la cosa migliore che può fare è mettersi a pregare. Il protagonista, deluso, gli risponde che da piccolo pregava ma ha perso un familiare per malattia; ha continuato a pregare e ne ha perso un altro, così ha smesso di pregare perché gli sembrava che come risultato ottenesse solo quello di decimare la sua famiglia. Poi attacca una rancorosa filippica: “So che voi in Vaticano avete un sacco di case che affittate per pochi spiccioli a gente altolocata. Non ce ne sarebbe una anche per me? Anche piccola, mi accontento di un monolocale, di un box…”. Infine, senza neanche dare il tempo al sacerdote di rispondere, si toglie la collanina con il crocifisso che ha al collo e gliela consegna in mano, dicendo: “e questa può anche tenersela”. Dopodiché va via

Peccato trovare tanti brutti difetti in un film che ha uno sguardo totalmente positivo nei confronti della famiglia e descrive dei rapporti realistici e sinceri tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fratello e sorella. Uniti nelle difficoltà, i componenti di questo nucleo familiare – allargato ai solidali zii – dimostrano che l’amore e l’attenzione reciproci possono permettere di sopravvivere alle situazioni più brutte. C’è perfino una scena commovente in cui i genitori leggono un tema scritto a scuola dal figlio piccolo, in cui il bambino dice che ha nostalgia non della casa dove abitava ma proprio dello stare assieme e dei piccoli gesti quotidiani di normalità che facevano di loro una vera famiglia.

Anche il finale (che ovviamente non riveliamo) vorrebbe essere un colpo a sorpresa e insistere sulla satira sociale. Stride profondamente, invece, proprio se accostato a scene di grande tenerezza come quella appena descritta. Sembra, quindi, di assistere a due film in uno e a una modalità di scrivere una sceneggiatura per accumulo, che testimonia la persistenza di un equivoco: che cioè l’efficacia della fusione dei registri comico e tragico (come sapevano fare i giganti del nostro cinema in film come I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa) possa essere sostituita dall’alternanza dei registri grottesco e realistico. Se la rinascita della commedia italiana si basa su equivoci di questo tipo, c’è davvero poco da ridere.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GAMBIT

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/22/2013 - 16:49
Titolo Originale: Ganbit
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Michael Hoffman
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen
Produzione: CRIME SCENE PICTURES, MICHAEL LOBELL PRODUCTIONS
Durata: 90
Interpreti: Colin Firth, Cameron Diaz, Alan Rickman

Vessato da un superiore arrogante e dispotico, un curatore di mostre londinese decide di giocargli un tiro mancino facendogli acquistare per dodici milioni di sterline un’imitazione dei Covoni di Monet. Sembra un colpo perfetto ma niente andrà secondo le previsioni.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una commedia leggera, senza pretese; peccato che ogni tanto cede alla volgarità
Pubblico 
Adolescenti
allusioni sessuali e scene di nudo parziale.
Giudizio Artistico 
 
I fratelli Coen, per una volta solo sceneggiatori, graffiano meno del previsto e sembrano più che altro in gita di piacere. Colin Firth è perfetto nel ruolo dell’inglese che non perde mai il suo aplomb mentre Cameron Diaz dimostra come sempre di saperci fare
Testo Breve:

Una commedia leggera, remake del Grande furto al Semiramis con i fratelli Coen in gita di piacere. Bravi Colin Firth e Cameron Diaz

Remake, di grana più grossa, del film Gambit – Grande furto al Semiramis (1966) con Michael Caine e Shirley MacLaine, rimpiazzati qui da Colin Firth e Cameron Diaz. C’è aria da anni Sessanta già dai titoli di testa, realizzati a cartoni animati come nei vecchi film della serie della Pantera rosa diretti da Blake Edwards e interpretati da Peter Sellers. C’è molto di entrambi – del grande regista di Hollywood Party e del suo attore-feticcio – in questa commedia frizzante. Peccato solo che qualche accenno di volgarità impedisca a questo film di diventare un passatempo godibile per tutta la famiglia, lì dove invece maestri come Blake Edwards e Billy Wilder, nell’epoca che il film cita, riuscivano a essere sottili senza essere impudenti. Altri tempi, altra classe.

La storia è quella di una stangata all’inglese: il compassato esperto d’arte Harry Deane (grande interpretazione di Colin Firth, in un ruolo in cui Peter Sellers avrebbe spadroneggiato) decide di vendicarsi delle prepotenze del suo capo, il magnate Lionel Shahbandar (un uomo meno orribile, comunque, di come Harry lo descrive) coinvolgendo in una truffa milionaria la cow-girl texana P.J. Puznowski (una bionda apparentemente tonta, che dimostrerà di avere molte frecce al suo arco). La ragazza dovrà far credere al riccone di volergli vendere una copia autentica dei Covoni di Monet (il pittore ne dipinse diversi), in suo possesso per averlo ereditato da un ufficiale dell’esercito americano, che lo aveva confiscato a un gerarca nazista durante la Seconda guerra mondiale. Il quadro, in realtà, è stato dipinto dal maggiore Wingate (Tom Courtney, visto recentemente in Quartet), vecchio amico di Harry, falsario eclettico che spazia da David a Pollock.
Nei primi minuti del film assistiamo al colpo perfetto, così come lo prefigura l’ottimista Harry in un flashforward (il contrario del flashback: una pre-visualizzazione di un evento futuro). Il resto del film non farà altro che giocare sulla discrepanza tra le rosee previsioni del truffatore dilettante e la dura realtà dei fatti, fatta di equivoci e complicazioni di ogni genere. Non solo – per dirne una – il riccone è tutt’altro che insensibile al ruspante fascino della ragazza, ma quest’ultima sembra non avere nulla in contrario all’essere sedotta, con scorno del timido Harry, che è già cotto di lei. Tutto il divertimento, al di là dell’intreccio giallo-rosa, nasce dal contrasto tra l’inappuntabilità di Colin Firth e la rumorosa concatenazione di disastri che lo avvolge, dall’inizio alla fine, senza fargli perdere l’aplomb. Si raggiunge l’acme nella scena ambientata al Savoy – lussuoso albergo di Londra in cui viene alloggiata la ragazza texana – teatro di riuscitissime gag che vedono coinvolti i “cospiratori”, la vittima del raggiro, gli incolpevoli clienti e gli allibiti concierge.
 
Una commedia leggera, senza pretese, che ogni tanto cede alla volgarità ma che riesce a far ridere di gusto grazie a un umorismo “di situazione”. Il regista Michael Hoffman non è un fuoriclasse ma sa tenere la rotta. Colin Firth è perfetto nel ruolo dell’inglese impettito che non si scompone davanti ai disastri più colossali. Cameron Diaz dimostra di saperci fare sempre e comunque. Alan Rickman è un cattivo di gran classe. I fratelli Coen, per una volta solo sceneggiatori, graffiano meno del previsto e sembrano più che altro in gita di piacere. Ogni tanto fa bene anche a loro.
Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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