Commedia

CONTROMANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 16:31
Titolo Originale: Contromano
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Antonio Albanese
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Andrea Salerno, Stefano Bises, Marco D'Ambrosio
Durata: 102
Interpreti: Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois

Mario Cavallaro si è sempre reputato un uomo per bene. Fiero proprietario di un negozio che vende calze di qualità in centro a Milano, fatica ad accettare i cambiamenti di una città sempre più multietnica. Gli affari non vanno molto bene e, a peggiorare la situazione, un ragazzo africano si mette a vendere calze ai passanti proprio di fronte al suo negozio. Esasperato dalla concorrenza di Oba – così si chiama il ragazzo – e da un mondo che non riconosce più, Mario elabora una teoria tanto assurda quanto concreta: se al problema dell’immigrazione molti rispondono con lo slogan “rimandiamoli a casa loro”, Mario ha intenzione di prendere la proposta sul serio e di riportare Oba a casa sua. In Senegal. Inizia così uno strano viaggio in macchina, a cui si aggiungerà anche l’affascinante sorella di Oba, Dalida …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Albanese mette un punto a favore dell’integrazione con gli immigrati ma quello che manca è proprio un ritratto approfondito che rispetti, come persone, chi si trova in un paese che non è il suo
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni accenni di nudo. Turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore. Manca inoltre un approfondimento sui personaggi
Testo Breve:

Una sorta di favola comica sul tema dell’integrazione razziale. Ma un Antonio Albanese mattatore assoluto e i due fratelli di colore ridotti a puri accessori, smentiscono l’assunto di base

 

Con Contromano, Antonio Albanese torna dopo 16 anni dietro la macchina da presa. Del film non è, dunque, solo l’attore protagonista, ma anche regista e sceneggiatore. La storia raccontata è, di fatto, espressione (didascalica) di quello che è il suo punto di vista sul tema dell’immigrazione.

Lo spunto narrativo che vede il protagonista convincere un ragazzo africano emigrato illegalmente in Italia, a farsi riaccompagnare “a casa sua”, in Africa, è originale e sicuramente fonte di situazioni comiche. Il regista, però, spreca molte delle occasioni per generare nel pubblico una sana risata, optando per un tono da commedia agrodolce che rallenta molto il ritmo del racconto.

La storia assume i contorni di una favola, a tratti amara, che però - anziché optare per una chiave di racconto spiccatamente favolistica - oscilla tra realismo ed irrealismo, finendo per perdere del tutto credibilità agli occhi dello spettatore.

A questo si aggiunge la costante (e mai piacevole) sensazione che il film abbia intenzione di insegnare qualcosa al pubblico. Fin dalle prime immagini l’intento di parlare dell’incontro/scontro con “il diverso” è dichiarato ma, se nella prima parte il lungometraggio riesce abbastanza a tenere viva l’attenzione dello spettatore, nella seconda parte – o comunque dal momento in cui i protagonisti si mettono in viaggio – lo sviluppo  della storia non si dimostra all’altezza dell’idea di partenza.

Al di là dell’assoluta prevedibilità degli avvenimenti (che in una commedia si può perdonare), quello che manca è un approfondimento sui personaggi. Mario, anche se in modo piuttosto superficiale, vive un percorso personale in cui si mette in discussione, ma Oba e Dalida risultano completamente accessori. Delle loro paure e dei loro sogni… insomma del loro vero io ci viene detto pochissimo. Così le scelte che compiono – come quella per niente scontata di accettare il “passaggio” di Mario per l’Africa senza avere la certezza assoluta di riuscire a tornare eventualmente in Europa – appaiono poco motivate e comunque senza ricadute reali sulla loro vita. Tra far prendere ai propri protagonisti decisioni (importanti) alla leggera e raccontare situazioni anche complicate con una sana leggerezza c’è una grande differenza. Una differenza che in Contromano va, purtroppo, completamente persa.

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO SONO TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 10:04
Titolo Originale: Io sono Tempesta
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Daniele Luchetti, Sandro Petraglia
Produzione: CATTLEYA, CON RAI CINEMA
Interpreti: Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco

Numa Tempesta è un finanziere iperattivo: appena sveglio, mentre fa jogging per i corridoi dell’albergo vuoto che ha appena comprato, telefona alle persone importanti che ha invitato a una cena d’affari per quella sera. Il sole si è appena alzato quando Numa si reca in aeroporto per raggiungere, con un aereo privato, il Kazakistan. Qui presenta alle persone influenti del paese il suo progetto per la costruzione dal nulla di una città intera. Al ritorno, viene informato che, a causa di una vecchia condanna per frode fiscale, dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Numa non si perde d’animo: pensa di riuscire a fare in modo che la pena si riduca a una pura formalità utilizzando i suoi soliti metodi ma si trova davanti Angela, la direttrice, che gli sequestra subito il cellulare e lo invita a utilizzare bene quell’anno per familiarizzare e rendersi utile ai tanti senza tetto che frequentano il centro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessun valore, tanto meno quello religioso, viene posto a contrasto di un finanziere che presume (non a torto) che tutti abbiano un prezzo
Pubblico 
Adolescenti
Alcune studentesse universitarie arrotondano le loro entrate facendo le escort. Turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura presenta delle debolezze nel profilare i personaggi; ottima, ancora una volta, l’interpretazione di Marco Giallini
Testo Breve:

Un finanziere miliardario è condannato a prestare servizio per un anno in un centro di accoglienza. Il contrasto ricchezza-povertà diventa uno spunto poco sfruttato e le conclusioni sono amare

Che lo spunto del film sia stato, per gli sceneggiatori, la condanna ai servizi sociali inflitta a Berlusconi, è evidente. Che il pubblico, andando a vedere il film, si aspettasse una conversione, una sorta di presa di coscienza, da parte dell’incallito finanziere, sul valore di tutte le persone, anche quelli posti ai margini della società, era facilmente prevedibile. Invece nulla di tutto ciò si compie. Presupposto indispensabile a uno sviluppo del genere doveva essere un forte contrasto fra due personalità: quella incallita e abituata alla corruzione di Numa e Angela, espressione di valori forti, acquisiti grazie a una vita passata al servizio degli altri.

E’ questa la prima, forte, delusione dello spettatore. Angela appare sostenuta da una fede un po’ esaltata, infarcita di slogan sull’amore e il “fare gruppo” e la scena dove invita tutti gli ospiti del centro a gridare assieme a lei: “il Signore ci salverà” è veramente sgradevole. Numa saprà approfittare dei suoi complessi di donna insoddisfatta e il peso di quel personaggio ai fini del racconto, finirà per ridursi a zero. Una sorte non molto diversa subiranno gli altri protagonisti, gli ospiti del centro. Sono in grado di dimostrare il loro valore umano, pur nella povertà, in contrasto con la spregiudicatezza del tycoon italiano? Niente di tutto questo: a loro interessa solo avere in tasca un po’ di soldi e sono subito pronti a seguire incondizionatamente Numa appena questi fa sventolare davanti ai loro occhi qualche pezzo da cento euro. Anche Bruno, interpretato da Elio Germano, non si discosta molto da questo profilo utilitaristico. La sceneggiatura non si preoccupa molto di caratterizzare gli ospiti del centro, con l’eccezione di Nicola, il figlio del senzatetto Bruno, che ha imparato la lezione meglio degli altri ed è l’unico a restituire a Numa pan per focaccia. Alla fine, protagonista indiscusso resta solo Numa (Marco Giallini), che sovrasta tutti non solo per la sua intraprendenza, ma anche perché riesce a diventare amico, senza problemi, di tutti questi poveri, non perché è avvenuta la conversione che ci si poteva aspettare, ma semplicemente perché mostra una gamma di comportamenti umani molto più ampia degli altri e riesce così a “vincere facile”, trovando anche il modo di sfruttare l’amicizia che si è creata, a proprio vantaggio. Solo alla fine si riesce a scoprire ciò che ha realmente interessato Daniele Lucchetti: nessun tono predicatorio al capitalismo d’assalto ma piuttosto parlare della corruzione che alligna nella politica italiana, tornando così a quei temi a lui cari, già espressi ne  Il Portaborse (1991)  che gli aveva fatto guadagnare due David di Donatello.

In conclusione un’occasione mancata, con non pochi buchi di sceneggiatura che lascia l’amaro in bocca perché tratteggia non tanto un’imprenditoria spregiudicata o una classe politica corrotta (temi facilmente prevedibili) ma uomini e donne qualunque, senza molti valori e facilmente condizionabili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO C'E'

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/02/2018 - 07:27
Titolo Originale: Io c'è
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Aronadio
Sceneggiatura: Renato Sannio, Alessandro Aronadio, Edoardo Leo, Valerio Cilio
Produzione: VISION DISTRIBUTION
Durata: 110
Interpreti: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelin

Massimo (Edoardo Leo) è proprietario insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy) di un bed&breakfast nel centro di Roma, ereditato dal ricchissimo padre. Purtroppo però, vuoi la crisi, vuoi una gestione non brillante della struttura, l’attività si ritrova sull’orlo del fallimento, anche a causa della concorrenza delle case di ospitalità religiose che hanno clienti tutto l’anno e non pagano le tasse. Da qui l’idea: trasformare il bed&breakfast in un luogo di culto, per attrarre nuovi avventori e far quadrare i conti. Preti, rabbini, imam e persino testimoni di Geova: nessuno però sembra voler aderire all’assurda iniziativa. E allora a Massimo, con l’aiuto della sorella commercialista e di uno scrittore fallito a fare da “teologo”(Giuseppe Battiston), non rimane altro che un’ultima disperata soluzione: fondare una religione tutta sua…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista. Inoltre la battuta scherzosa è fatta in modo non intelligente ma ignorante, perché non occorre approfondire ciò che è una favola, anche se milioni di persone la seguono.
Pubblico 
Sconsigliato
Per le tematiche affrontate, che necessitano di buone capacità citiche. Perchè suggerisce che la religione va contrastata senza sviluppare alcuna critica informata, ma è sufficiente un pregiudizio grossolano
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, ma la sceneggiatura è scorretta, per la pressoché totale mancanza di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista alternativo che sia portatore credibile del contro tema di fede che viene affrontato
Testo Breve:

Se i centri di accoglienza a carattere religioso sono esentasse, sarà sufficiente inventarsi una nuova religione per entrare nel business della ristorazione. Il film che gioca sulla comicità del paradosso ma manca di un reale contraddittorio sviluppando una tesi a senso unico

Dopo Che vuoi che sia, Alessandro Aronadio ed Edoardo Leo tornano a lavorare insieme in un’altra commedia, anche se stavolta tocca al primo mettersi dietro alla macchina da presa.

Lo spunto di partenza ha una sua originalità e un indubbio potenziale comico, avvalorato e sostanziato da un buon cast, costruito attorno al solito Leo, ormai quasi una maschera nell’essere sempre uguale a se stesso, ma proprio per questo una garanzia nell’interpretare ogni volta la parte del giovane spiantato e immaturo che combatte contro crisi e precarietà.

Questa volta però la storia travalica i confini del solito tema e il disagio sociale ed economico che affligge questa generazione è solo il pretesto per affrontare un altro ambito dell’esistenza umana: la religione.

Pur nei canoni della commedia dell’assurdo, un genere che può più o meno piacere (anche qui sono svariate le situazioni divertenti, a prescindere dai gusti in fatto di commedia), il film si fa prendere un po’ la mano saltando presto, molto presto, a conclusioni astruse, fondate su una visione molto personale della vita e di alcuni suoi importanti aspetti, come appunto la fede e la spiritualità in generale, infarcendo trama e dialoghi di luoghi comuni e discutibili preconcetti.

Il film d’altronde ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte, dove nel giro di poche scene si viene trascinati subito nel vivo della storia e del meccanismo comico che è anche il motore narrativo della vicenda, ma nonostante questo è alienante e disturbante – perché drammaturgicamente scorretta, oltre che tendenziosa - la pressoché totale mancanza all’interno della sceneggiatura di un reale contraddittorio, cioè di un punto di vista altro e alternativo che sia portatore credibile e plausibile del contro tema (chiamiamolo così), appartenente a chi la fede ce l’ha e in Dio crede per davvero.

Il doppio ribaltamento finale nelle vedute del protagonista sulla vita e in particolare sulla moralità delle sue scelte, sopperisce solo parzialmente al delirante percorso fatto da Massimo, e al generale andamento della trama del film che comunque, essendo una farsa costellata da personaggi e situazioni surreali, non si prende mai troppo sul serio, nonostante l’importanza del tema. Il problema vero però è che scherzare sulla religione è sempre un azzardo, perché la fede è qualcosa di intimo, personale, che fa parte della sfera più profonda e identitaria di ognuno di noi, e questo film non tiene minimamente conto di questo aspetto, rivelando una certa mancanza di sensibilità da questo punto di vista.

 

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PUOI BACIARE LO SPOSO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/04/2018 - 21:38
Titolo Originale: Puoi baciare lo sposo
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessandro Genovesi
Sceneggiatura: Giovanni Bognetti, Alessandro Genovesi
Produzione: COLORADO FILM in collaborazione con MEDUSA FILM
Durata: 90
Interpreti: Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Cristiano Caccamo, Salvatore Esposito, Diana Del Bufalo, Enzo Miccio

Antonio e Paolo sono fidanzati, vivono a Berlino e hanno deciso di sposarsi. Convinti che le loro famiglie saranno felici della notizia, tornano in Italia per il lieto annuncio. Ma la loro felicità dovrà scontrarsi con le diverse reazioni, tra pregiudizi, moralismi e un vortice di opinioni contraddittorie che metterà alla prova l’amore tra i due ragazzi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa e troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore" e lo dice guardando un ritratto di Papa Francesco
Pubblico 
Sconsigliato
Per la banalizzazione al solo scopo di far ridere, di un tema sensibile che meriterebbe un ben maggiore approfondimento
Giudizio Tecnico 
 
Il film mostra una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre. A fianco della buona interpretazione di Diego Abatantuono, ci sono tanti personaggi ridotti a macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe
Testo Breve:

Il tema delle unioni civili è sicuramente attuale e si poteva anche trovare un modo per approfondirlo con qualche sorriso. Nulla di tutto ciò succede in questo film che banalizza il tema con personaggi-macchietta, gag sopra le righe  e deride l’atteggiamento della Chiesa

Puoi baciare lo sposo è una commedia che tratta – o vuole trattare – un tema molto attuale, quello delle unioni civili in Italia, con un tono leggero. Pur avendo una buona confezione, a partire dalla regia fino alla fotografia che regala uno scenario poetico e romantico grazie anche all’ambientazione del piccolo comune di Bagnoregio, la pellicola di Genovesi soffre però di una narrazione estremamente frammentata e superficiale, che rende l’intero film mediocre.

Sembra infatti che per dare una patina di comicità all’intera storia, si sia dimenticato l’approfondimento dei personaggi, oltre che del tema sì attuale ma anche delicato. Non si ha quindi la possibilità di raccontare l’amore tra Antonio e Paolo, o di approfondire – seppur in chiave leggera – la crisi che inevitabilmente li coinvolge, andando invece a preferire un susseguirsi di lunghi dialoghi, prevedibili e ricchi di frasi fatte, su cosa sia giusto pensare o cosa sia giusto fare nei confronti delle unioni civili.

Esempio di questa narrazione superficiale è la caratterizzazione del padre di Antonio, Roberto (interpretato da un Abatantuono che comunque non delude): l’uomo è il sindaco di Bagnoregio, e viene presentato come una persona aperta all’integrazione, tanto che si batte per far rimanere nel paese alcuni immigrati in cerca di lavoro. Viene quindi messo in atto il più classico dei cliché: è molto facile accettare e accogliere l’estraneo (in questo caso il profugo) quanto è difficile accettare e accogliere il vicino (in questo caso Antonio, suo figlio). A Roberto viene costantemente rinfacciato questo suo dualismo: da una parte pronto a battersi per i diritti degli emarginati, dall’altra totalmente chiuso di fronte alla diversità del figlio. È una tematica reale, che viene però banalizzata, senza andare a scavare realmente nelle motivazioni dei personaggi e quindi nel loro cambiamento.

Dispiace vedere come il teatro di personaggi attorno ai due protagonisti sia popolato di macchiette, che ricalcano un ruolo statico e a volte decisamente sopra le righe (come l’amica Benedetta che sembra non avere coscienza della realtà che la circonda, o la ex di Antonio che lo stalkera, o il nuovo inquilino a cui piace vestirsi da donna e che li segue come un’ombra perché ha paura di rimanere da solo).

Nel tentativo di sdrammatizzare la tematica ancora spinosa delle unioni civili e, in generale, dell’omosessualità, il film va a screditare e banalizzare in primo luogo la Chiesa. Ad esempio, troviamo un frate che decide di celebrare il matrimonio tra i due ragazzi, perché “per noi conta soltanto l’amore”, come dice mentre cerca consenso guardando una foto del Papa appesa alla parete. O ancora, Antonio – come ogni anno – impersona Gesù durante la via Crucis e viene frustato mentre porta la croce, subito dopo essere stato insultato dal padre per la sua omosessualità. Questi e altri episodi nel corso del film riportano un simbolismo sovraccaricato, che non lascia spazio all’esplorazione di un punto di vista diverso o a un dialogo effettivo sull’argomento che si vuole raccontare.

Alcune parti del film, grazie soprattutto alla presenza di Abatantuono, sono godibili nella loro leggerezza senza pretese, ma purtroppo non sono sufficienti a sostenere i novanta minuti di pellicola che, seppur pochi, alla fine stancano.

In conclusione, Puoi baciare lo sposo è un film che ha sacrificato la struttura narrativa a favore di una banale parodia su una tematica attuale, finendo, purtroppo, per svuotarla di ogni possibile significato.

Autore: Elena Santoro
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SCONNESSI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/26/2018 - 21:17
Titolo Originale: Sconnessi
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Christian Marazziti
Sceneggiatura: Christian Marazziti, Michela Andreozzi, Massimiliano Vado;
Produzione: CAMALEO, IN COLLABORAZIONE CON FALCON PRODUCTIONS LTD., VISION DISTRIBUTION
Durata: 90
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis, Carolina Crescentini, Stefano Fresi

Ettore Ranieri (Fabrizio Bentivoglio), affermato scrittore in cerca d’ispirazione, decide di trascorrere insieme alla sua famiglia alcuni giorni di relax in uno chalet isolato tra le montagne del Trentino, sperando che sia anche l’occasione per ricucire i rapporti tra i due figli e la nuova moglie (una mai così coatta Carolina Crescentini). In realtà, lo strano raduno famigliare (completato fra gli altri, dai fratelli della donna e da una domestica russa d’altri tempi) sembra destinato a risolversi in un fiasco a causa della dipendenza dei partecipanti da telefonini e tablet, che rende praticamente impossibile qualsiasi canale comunicativo reale. Almeno fino a quando, per imprecisati problemi tecnici, tutti i dispositivi cominciano a risultare misteriosamente sconnessi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una tirata d’orecchi all’abuso dei telefonini e un recupero delle relazioni umane in presa diretta
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Alla storia manca un vero e proprio tirante drammaturgico, si naviga a vista, e a tratti il film sembra reggersi sulle situazioni, che comunque convincono e divertono grazie ai dialoghi, infarciti di battute molto spesso efficaci
Testo Breve:

Famiglia con due figli e altri amici passa giorni di relax in uno scalet isolato di montagna. Tutto va bene fin quando un guasto rende i cellulari sconnessi. Il film diverte ma non approfondisce il tema chesi era proposto 

Sull’impianto della classica commedia corale in ambito famigliare, il film affronta un tema attualissimo e tanto caro al pubblico (soprattutto quello più giovane) anche se non esattamente una novità per le sale cinematografiche: il mondo ai tempi della connessione.

L’espediente iniziale, lanciato già dal trailer, è intrigante e promette bene, così come il cast di tutto rispetto. Infatti, attraverso questa rappresentanza umana, variegata da un punto di vista sociale, culturale e anagrafico, il tema viene declinato in ogni sua sfaccettatura. Il regista in particolare sembra essersi divertito a mettere in scena una sorta di immaginario esperimento sociale: come reagirebbero queste tipologie di persone alla totale assenza di connessione? Si va dal dramma più profondo di chi su Internet fonda ogni aspetto della propria vita, al senso di liberazione di chi per social, chat e giochi on line prova totale indifferenza, se non addirittura repulsione.

Gli spunti lanciati quindi sono tanti ma purtroppo le premesse non vengono mantenute a pieno e il film, che comunque è confezionato discretamente (è quasi un esordio quello di Marazziti che aveva firmato solo un altro lungo) è un po’ deludente sul piano dell’approfondimento. La sensazione, infatti, è che non vengano mai esplorate fino in fondo, a livello umano, le conseguenze del disastro tecnologico raccontato.

Alla storia manca inoltre un vero e proprio tirante drammaturgico, si naviga a vista, e a tratti il film sembra reggersi sulle situazioni, che comunque convincono e divertono grazie ai dialoghi, infarciti di battute molto spesso efficaci (il talento comico di Michela Andreozzi, sia come attrice che come autrice, non è da scoprire oggi) e sul cast davvero azzeccato.  Su tutti, i fratelli Catenacci (Ricky Memphis e Stefano Fresi) e la strana coppia composta da Ettore, intellettuale radical chic, contrario a priori ad ogni tipo di strumento di connessione, e la moglie Margherita, borgatara semi-analfabeta, incinta di nove mesi e totalmente dipendente dal telefonino.

D’altra parte, l’abbondanza di personaggi, situazioni comiche e spunti tematici, fa sì che gli spazi siano molto ridotti (soprattutto per un film che dura appena novanta minuti) e la conseguenza è che si arriva meccanicamente (e in modo non sufficientemente giustificato) all’enunciazione del tema, in un finale un po’ telefonato e vagamente moralista. Il punto è che questi strumenti tecnologici, che potrebbero essere decisamente una risorsa, spesso ci portano ad isolarci innalzando barriere invisibili intorno a noi, tanto che solo quando queste vengono a mancare tutti i nodi vengono al pettine e comincia la vita vera. Solo così, sembra dirci il film, è possibile veder sbocciare giovanissimi amori, superare vecchi rancori e, addirittura, assistere personalmente al miracolo di una nuova vita che nasce…

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SONO TORNATO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 16:44
Titolo Originale: Sono tornato
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luca Miniero
Sceneggiatura: Luca Miniero e Gianluca Guaglianone
Produzione: INDIANA PRODUCTION, VISION DISTRIBUTION
Durata: 100
Interpreti: con Massimo Popolizio, Frank Matano, Stafania Rocca, Gioele Dix

In un pomeriggio come tanti, un oggetto non identificato precipita dal cielo nel bel mezzo di piazza Vittorio, a Roma. Incredibile ma vero, si tratta di Benito Mussolini in persona, il volto tumefatto, la divisa dei bei tempi. Il dittatore, vagando senza meta in un Paese distante anni luce dal suo, così tecnologico e multiculturale, si imbatte nell’aspirante reporter e regista Andrea Canaletti, che scambiandolo per un attore comico (come tutti del resto), cerca di cavalcarne la verve e l’energia per girare un documentario sull’Italia di oggi. Di tutt’altro tipo sono invece le ambizioni del duce, che mira a guadagnare consensi per tornare al potere. E in effetti, a poco a poco, la popolarità dell’uomo cresce sempre di più, fino alle prime comparsate tv. Il folle piano del dittatore sembra così prendere forma…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una satira che correttamente punta il dito sui rapporti sempre fragili fra politica e media e la tentazione del popolo italiano (come di altri) di cedere agli estremismi
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale, violenza su un animale
Giudizio Tecnico 
 
La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.
Testo Breve:

Dopo il successo del film tedesco Lui è tornato, ecco che ritorna nell’Italia di oggi anche Benito Mussolini, che scala rapidamente le vette del successo televisivo e si appresta a scalare il potere politico. Una satira divertente che avrebbe dovuto osare di più

Dopo Benvenuti al Sud (liberamente ispirato alla commedia francese Giù al nord), un altro remake in salsa europea per il regista Luca Miniero, con questa rivisitazione nostrana di Lui è tornato, film tedesco campione d’incassi (a sua volta tratto dall’omonimo best seller) che immagina l’improbabile ritorno di Adolf Hitler nella Germania dei nostri giorni.

Come nella pellicola tedesca, anche Sono tornato è un’occasione per raccontare il nostro Paese, con le sue bellezze e le sue contraddizioni, attraverso lo sguardo innamorato di un personaggio così controverso e ingombrante per la storia italiana. La cosa più divertente è rendersi conto che dalla bocca del Duce, sempre così alienato e fuori contesto, escono anche delle verità lucide e spesso condivisibili sulla nostra situazione culturale, politica ed economica. Il film non si risparmia nemmeno qualche frecciata sui rapporti tra televisione e potere, come si può capire dall’amara ma suggestiva sequenza finale in cui il dittatore e Katia Bellini (Stefania Rocca), direttrice di Mondo Tv, la rete per cui lavora l’impacciato Andrea, salgono a braccetto sul carro trionfale che attraversa le vie della Roma antica.

Proprio quella di presentare Mussolini come mentore positivo per il popolo italiano, dal pulpito dei salotti televisivi che lo accolgono a braccia aperte per la sua carica involontariamente comica, è la chiave più divertente e curiosa del film, almeno fino a quando non comincia a prendere corpo seriamente il suo piano di tornare al potere. Solo a quel punto qualcuno lo riconosce come “quello vero”, riportando alla mente dello spettatore tutto il male compiuto dal regime, a cominciare dalle leggi raziali e dai rastrellamenti nel ghetto ebraico. E allora il film cambia tono, non c’è più spazio per la commedia e la posta in gioco si alza drammaticamente.

Prima, il film è sicuramente più divertente e leggero, ma nel giudizio globale paga una sorta di ventre molle nella parte centrale, in cui il “camerata” Canaletti e il duce, per realizzare il loro documentario, si mettono a girare in lungo e in largo il Paese per tastare il polso al popolo italiano con improbabili interviste. Questa fase, anche se offre alcune situazioni decisamente simpatiche, ha una struttura un po’ troppo episodica e inevitabilmente rallenta la storia, che poi si riaccende verso il terzo atto, con la discesa in campo dell’aspirante capo di stato. La sensazione è che, seppur il film sia tutto sommato piacevole e offra anche diversi spunti di riflessione, regia e sceneggiatura abbiano avuto il braccino corto, forse presi dalla paura di affondare il colpo e scendere veramente in profondità nelle diverse tematiche solamente accarezzate.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'EST LA VIE - PRENDILA COME VIENE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/28/2018 - 16:51
 
Titolo Originale: Le sens de la fête
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Eric Toledano e Olivier Nakache
Sceneggiatura: Eric Toledano e Olivier Nakache
Durata: 117
Interpreti: Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Eye Haidara

Max Angeli ha messo in piedi una piccola impresa che si occupa dell'organizzazione di matrimoni di alto livello: a partire dalla scelta della location, passando per il catering, fino ad arrivare all'animazione e ai fuochi d'artificio. Il film si concentra in una giornata e segue tutte le fasi della preparazione e del ricevimento di nozze di una coppia particolarmente esigente, ma a cui niente va secondo i piani prestabiliti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è una metafora della nostra complessa società e un invito a impiegare la collaborazione per risolvere i problemi che ci accomunano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film corale e ben ritmato, caratterizzato da una forte unità di tempo e di luogo
Testo Breve:

E’ difficile dirigere l’organizzazione di un matrimonio quando ognuno crede di essere l’attore più importante. Una divertente metafora della complessità del mondo moderno. 

Con questo film corale e ritmato, il duo Toledano-Nakache si distanzia dagli ingredienti che avevano caratterizzato il loro capolavoro, Quasi amici, per prendere ispirazione dalla commedia italiana degli anni '60 e '70. E se il risultato non riesce a eguagliare l'intensità della storia fra lo scorbutico paraplegico e il suo badante nero, nondimeno C'est la vie è una commedia riuscita e simpatica, grazie anche ad un cast di alto livello.

Tutto il film è caratterizzato da una forte unità di tempo e di luogo, ma si salva dalla fissità teatrale grazie a un incessante movimento di macchina fra i diversi ambienti, che riesce a malapena a seguire il turbinio dei personaggi affaccendati.

La scelta del soggetto può sembrare estremamente convenzionale, perché esistono decine di commedie che ruotano intorno ai matrimoni, ma fin dalla prima scena viene introdotto un punto di vista originale: non più quello degli sposi, ma quello del businessman, per cui il matrimonio è un lavoro delicato e i clienti sono fra i più difficili da accontentare.

Il protagonista, Max (molto ben interpretato da Jean-Pierre Bacri), è il dispotico titolare dell'impresa, assolutamente incapace di ascoltare gli altri, siano essi gli sposi o gli sgangherati membri della sua squadra di lavoro. Dai camerieri a chiamata, ai lavapiatti pakistani, fino al cantante-animatore, tutti i personaggi che normalmente stanno dietro le quinte sono abbozzati con poche simpatiche caratteristiche e con un tratto comune: la convinzione che il pezzettino di cui si occupano loro sia il più importante. Partecipa a questo trionfo di egocentrismo anche lo sposo, che organizza accuratamente il ringraziamento a se stesso per poi fingere di non aspettarsi la chiamata sul palco. A sorpresa, nel finale del suo eterno e noiosissimo discorso, cita Beaumarchais (maestro del teatro comico francese), dandoci un suggerimento per comprendere lo spirito del film: "Mi affretto a ridere di tutto, per paura di essere obbligato a piangerne".

Nell'intenzione dei registi, infatti, questo gruppo di persone diventa metafora della nostra complessa società, perché quando si lavora si è costretti a collaborare con gente diversa (anche per livello socioculturale) e bisogna scegliere se superare gli ostacoli e arrivare alla meta insieme oppure ognuno per conto proprio.

Max ripete senza sosta che le parole d'ordine sono "coordinarsi" e "ci si adatta", ma di fatto nessuno ascolta nessuno, fino a quando la festa non collassa al punto tale che, privi di un capo a cui obbedire, ognuno è costretto a tirare fuori le sue capacità e a prendere in mano la situazione, collaborando con chi gli sta intorno (molto bella è la scena in cui ognuno suona uno strumento improvvisato, guidati dai lavapiatti pakistani che sono ottimi flautisti).

Per terminare con le parole degli autori: "Non si scelgono le cose che capitano, ma la maniera di affrontarle. [...] Il mondo va a rotoli e cosa dobbiamo fare per mantenere il senso della festa? (Le sens de la fête è il titolo originale del film). Come dice Bacri, dobbiamo adattarci".

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VEGETALE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/22/2018 - 09:32
 
Titolo Originale: Il vegerale
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Gennaro Nunziante
Sceneggiatura: Gennaro Nunziante
Produzione: Piero Crispino per 3Zero2, in coproduzione con The Walt Disney Company Italia
Durata: 90
Interpreti: Fabio Rovazzi, Paola Calliari, Rosy Franzese, Luca Zingaretti, Ninni Bruschetta

Milano. Assunto dopo un colloquio in un’importante azienda, il neolaureato in scienze della comunicazione Fabio Rovazzi scopre che le sue prospettive di carriera non andranno oltre l’ingrato compito di distribuire volantini condominio per condominio, che comunque assolve coscienziosamente e senza fiatare. Quando la sua ragazza lo lascia per andare a cercare fortuna all’estero, Matteo resta solo con il coinquilino Nicola, da cui è guardato con incredulo disappunto per la sua incapacità di accettare qualunque compromesso con la propria coscienza. La svolta avviene quando suo padre, imprenditore edile con cui non parla da tempo, finisce in coma dopo un incidente stradale, lasciandogli per legge carta bianca nella gestione degli affari, ma anche una sorellastra di 9 anni da accudire. Fabio si mette d’impegno alla guida dell’impresa ma scopre che tutta la fortuna di suo padre si deve a manovre illegali e allora, per mettere tutto in regola, è costretto a liquidarne il patrimonio. Non gli resta, senza più un lavoro e un soldo, che accettare uno stage nell’azienda che l’aveva già assunto, selezionato grazie alla dedizione mostrata nell’ambito del volantinaggio. Il tirocinio avverrà in un borgo rurale dell’Italia centrale e le sorprese, da qui in poi, non mancheranno.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista è un buono. Subisce non per mancanza di carattere ma per sovrabbondanza di fiducia e partendo da una posizione positiva rispetto alla realtà è capace alla fine del racconto di non perderla
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
L’autore-protagonista s’impegna, ispira simpatia – anche per come sa prendersi in giro – ma di certo non è un fuoriclasse capace di reggere un intero film grazie al carisma
Testo Breve:

Fabio Rovazzi, neolaureato in scienze della comunicazione, è un novello candide che si muove in un mondo ostile ma non perde mai la fiducia e la speranza. Un film di buoni sentimenti ma manca il carisma di Checco Zalone

Inutile girarci intorno. Scrivere e dirigere questo film, dopo averne fatti quattro di fila in coppia con Checco Zalone, per Gennaro Nunziante sarà stato come mettersi al volante di una utilitaria dopo aver pilotato una Ferrari da Formula 1. Nunziante non nasce cinematograficamente con Checco Zalone (era stato già sceneggiatore per Alessandro D’Alatri e Cristina Comencini) ma questo film era comunque atteso con curiosità, come un banco di prova e un “nuovo inizio”, per vedere che storia avrebbe potuto egli cucire attorno al filiforme youtuber Fabio Rovazzi, una maschera praticamente antitetica a quella “zaloniana” che lo ha reso celebre. Tutto in questo film sembra fatto apposta per non dover pesare troppo sulle spalle gracili del protagonista, che s’impegna, ispira simpatia – anche per come sa prendersi in giro – ma di certo non è un fuoriclasse capace di reggere un intero film grazie al carisma. Il passaggio, per certi versi, ricorda quello del regista Massimo Venier che, dopo l’abbuffata di cinque film diretti per il trio Aldo, Giovanni e Giacomo (negli anni dei loro migliori exploit) e Mi fido di te con Ale e Franz, si dedicò a Generazione 1000 euro, una commedia con a tema le ambasce dei giovani laureati nell’epoca della crisi e del precariato. Anche Nunziante riparte dai giovani, anzi dalla faccia quasi da bambino di Fabio Rovazzi, qui nelle vesti di un candido laureato ventiquattrenne che, pieno di aspettative e buona volontà, si scontra con un mondo del lavoro che sembra negargli qualunque possibilità non avesse anche prima di mettersi a studiare. Il vegetale del titolo è il soprannome che a Fabio è stato appioppato da suo padre (Ninni Bruschetta), il classico maneggione che ha capito come sfruttare a suo vantaggio i contorsionismi della legislatura italiana, ma è anche l’adulto stesso, che finisce immobilizzato dopo l’incidente, permettendo al ragazzo di riportare la famiglia nei binari dell’onestà e sul lastrico. I vegetali sono anche quelli con cui i giovani italiani non vogliono più sporcarsi le mani e che nelle campagne e negli orti della penisola vengono raccolti ormai solo dagli immigrati. Tutta la parte centrale del film (che in realtà è la meno originale, e in cui il protagonista incontra anche il mentore e la donna dei sogni) insiste sul paradosso di una società italiana multietnica in alcuni dei cui ambienti ormai gli italiani sono netta minoranza. Di vegetale è anche un po’ il sapore di questo film, guardando il quale si ha l’impressione di masticare della verdura cruda: qualcosa cioè di assolutamente sano e rinfrescante ma che non strappa i complimenti allo chef.

Nonostante i difetti e una certa mancanza di mordente, il film ci consente se non altro di allungare l’elenco di commedie totalmente prive di volgarità, e gli spunti interessanti non mancano. Le battute sui laureati in scienze della comunicazione che non sanno comunicare (con i padri, con le sorelle, con le fidanzate…) va decisamente a segno, così come la frecciata ai giovani con il mito bohémien e inflazionatissimo del fare il cameriere a Londra. Con sottigliezza si svela il ridicolo di uomini e donne d’azienda che dietro l’allure di impeccabilità sembrano più che altro recitare una parte, come anche sono ben raccontati, grazie ad alcuni caratteristi con le facce giuste, i conciliaboli tra avvocati e banchieri alla ricerca della scappatoia giusta.

Il tutto, come negli altri film firmati da Nunziante, senza mai infierire e con uno spirito costruttivo e rivolto sempre verso l’alto: l’eroe del film non è un citrullo. È un buono. Subisce non per mancanza di carattere ma per sovrabbondanza di fiducia, come ammette nel colloquio di lavoro con cui il film inizia. La sceneggiatura (nella quale sono filtrati alcuni “suggerimenti” del poeta Davide Rondoni, come si legge nei titoli di coda) asseconda questa bonomia e questo ottimismo (nel prossimo, nella vita, nel futuro…) e – bisogna ammettere – che è salutare seguire il personaggio cinematografico di un giovane italiano che parte da una posizione positiva rispetto alla realtà ed è capace di non perderla, alla fine del racconto, nonostante le vicissitudini incontrate lungo il cammino e l’epoca di spinto disincanto in cui si trova. Insomma, ci sono tutti i pregi del cinema di Gennaro Nunziante tranne quello più importante, la cui presenza, nei film precedenti, faceva da irresistibile collante. Purtroppo non è una mancanza da poco, anche se – come ha detto Rovazzi in un’intervista – “ questo film è il primo passo di un cammino”. In bocca al lupo. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NATALE DA CHEF

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 15:36
Titolo Originale: Natale da chef
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Neri Parenti
Sceneggiatura: Alessandro Bencivenni, Gianluca Bomprezzi, Domenico Saverni, Neri Parenti
Produzione: MARI FILM, IDEACINEMA
Durata: 105
Interpreti: Massimo Boldi, Dario Bandiera, Enzo Salvi, Paolo Conticini, Biagio Izzo, Rocio Munoz Morales; Francesca Chillemi

Gualtiero Saporito è convinto di essere un grande cuoco. In realtà tra pentole e fornelli combina un disastro dopo l’altro, al punto da mettere in serio pericolo la sopravvivenza del ristorante gestito con la moglie Beata. La donna quindi, per il bene della famiglia, decide di “licenziare” il marito. Gualtiero però non demorde e, determinato ad avere la sua rivincita, cerca fortuna altrove. Sembra trovarla subito grazie a Furio Galli, un losco individuo che per ripianare i debiti della sua ditta di catering, deve perdere la gara d’appalto per il prossimo G7. Per raggiungere l’obiettivo nessuno è più adatto di Gualtiero, che sembra davvero il peggiore chef in circolazione. Al suo fianco, a completare la squadra di “invincibili”, un aiuto cuoco che ha perso il senso del gusto, un sommelier astemio e una sedicente pasticcera, la cui unica attitudine dolciaria è quella di uscire a sorpresa dalle torte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Rispetto alle origini del genere, adesso i cinepanettoni sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, allusioni sessuali.
Giudizio Tecnico 
 
La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.
Testo Breve:

Un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso

Come si evince dal titolo, l’ambientazione culinaria di Natale da Chef è la ragion d’essere del film che per il resto presenta i più tradizionali, e per questo rassicuranti ingredienti che da decenni caratterizzano la ricetta dei cinepanettoni, per usare una quanto mai calzante metafora gastronomica.

Non è necessario essere cultori del genere per capire che anche questa non sia una scelta particolarmente originale (anche in A Natale mi sposo, sempre prodotto dalla Mari Film di Boldi, l’attore milanese interpretava un cuoco) ma d’altra parte si rivela un’esca efficace in un paese che negli ultimi anni, tra talent, reality e trasmissioni televisive, si è scoperto popolato da milioni di aspiranti cuochi.

Il risultato è un film onesto che, come tutti i cinepanettoni, rispetta le aspettative (basse) del pubblico, e perché no, strappa anche qualche sorriso. Ovviamente con un occhio sempre più rivolto al botteghino piuttosto che alla qualità, a cominciare dal solito cast allargato che, senza nulla togliere alla bravura degli attori, sembra studiato a tavolino per attirare il pubblico di ogni età, genere e provenienza geografica. E allora oltre ai soliti e consolidati Boldi, Salvi e Izzo, ormai una sorta di certificato di appartenenza al genere, troviamo l’immancabile quota rosa, con le televisive Rocio e Chillemi, e la sempre efficace Milena Vukotic, che fa da gancio alla tradizione della commedia italiana, interpretando una vedova sommessa e castigata che tanto ricorda l’indimenticabile Pina Fantozzi.

Per il resto, come dicevamo, la qualità è quella che è. La scrittura è efficace solo in rari sprazzi di comicità, il plot è scarno e i personaggi sono bidimensionali. La regia è ovviamente essenziale, statica e datata, ma d’altra parte ha il merito di valorizzare la libertà espressiva degli attori, vere e proprie maschere, che portano in scena gli eterni conflitti che contraddistinguono il nostro paese: nord contro sud, ricchi contro poveri, onesti contro disonesti.

Alla fine forse il punto di forza dei cinepanettoni sta proprio in questo, e cioè che sono sempre profondamente attuali nel loro raccontare mode, tendenze e personaggi protagonisti del proprio tempo (“indimenticabile” la scena in cui i potenti del G7 rigettano le pietanze cucinate da Gustavo), sempre con leggerezza (leggi superficialità) e un po’ di pepe. C’è da dire che rispetto alle origini del genere, adesso sono tendenzialmente più “castigati”, nella rinuncia ad esibire nudità o scene di sessualità esplicita, ma la comicità è immancabilmente pruriginosa e fioccano ad ogni minutaggio e latitudine doppi sensi a sfondo sessuale. Per questo, nonostante qualcuno abbia provato a sdoganarli, rimangono film poco adatti alle famiglie.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DUE SOTTO IL BURQA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/07/2017 - 16:08
Titolo Originale: Cherchez la femme!
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Sou Abadi
Sceneggiatura: Sou Abadi
Produzione: Durata 88' Colore C Genere COMMEDIA Produzione THE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, MARS FILMS
Durata: 88
Interpreti: Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro

Leila e Armand studiano Scienze Politiche, si amano e sperano di vincere una borsa di studio come tirocinanti alle Nazioni Unite a New York. Ma poi il fratello di Leila, Mahmoud, ritorna dallo Yemen dove ha aderito al radicalismo islamico. Impedisce alla sorella di uscire di casa e di vedere altri uomini e cerca di indottrinare il fratello più piccolo Sinna. Armand, però, trova una soluzione per superare la sorveglianza: si copre con un velo integrale e si presenta come una pia studentessa, Sheherazade, cui Leila dovrebbe dare lezioni di francese. Mahmoud, però, si invaghisce della misteriosa ragazza velata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La facilità con cui l’intreccio si risolve e perviene al lieto fine risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica del fondamentalismo islamico
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di nudo parziale
Giudizio Tecnico 
 
Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto
Testo Breve:

Se una sorella ha come fratello un radicalista islamico che non la lascia uscire, l’unica soluzione per il fidanzato di lei è indossare il burqa e fingersi una ragazza. Una commedia farsesca fin troppo superficiale per la realtà drammatica che vuole affrontare

Ambientato nella laicissima Francia dove in teoria burqa e chador sono proibiti dal 2011, il film di Sou Abadi, regista iraniana che viene dal documentario, prova a mettere in scena attraverso la commedia il problema (drammaticissimo) della radicalizzazione dei giovani musulmani delle periferie.

Figli di immigrati che in Francia hanno cercato libertà e integrazione, Leila e Mahmoud hanno scelto strade diverse per affrontare il proprio isolamento e la morte dei genitori: lei, laica e secolarizzata, coltiva il dubbio metodico, studia scienze politiche, sogna un futuro all’Onu e ha un fidanzato Armand, anche lui laicissimo, figlio di intellettuali iraniani sfuggiti alla rivoluzione Khomeinista.

Mahmoud, invece, dopo essersi fatto carico dei fratelli rinunciando agli studi, è partito per lo Yemen ed è ritornato con una barba da fondamentalista e idee molto chiare sul futuro suo e della famiglia.  Del resto la stessa cosa hanno fatto i suoi amici di quartiere, immigrati come lui, ma anche un francese, Fabrice, che adesso ci tiene molto a farsi chiamare Farid.

Il ritratto di questi fondamentalisti di periferia è amabile quanto superficiale (predicano la jihad ma alla prova dei fatti sono più pasticcioni che pericolosi), come una somma di clichè è la coppia di genitori di Armand: comunista lui, femminista lei, memori dei traumi del fondamentalismo nella patria perduta, ma borghesi fino al midollo nella nuova patria, a partire dalla scelta dell’arrondissement dove abitare.

Per godersi l’umorismo intermittente di questa commedia farsesca bisogna mettere da parte l’incredulità (di fronte alla prigionia di Leila in casa, che rischia di mettere in pericolo anche il suo futuro newyorkese, l’opzione polizia viene allegramente scartata) e accettare le molte assurdità come di fronte a certe opere teatrali da cui evidentemente prende spunto.

Al di là della citazione di A qualcuno piace caldo, infatti, i riferimenti più evidenti sono quelli della tradizione teatrale (da Shakespeare a Marivaux), dove il travestimento è un espediente comune del corteggiamento come dell’equivoco amoroso.

Perché anche qui Mahmoud si incapriccia della misteriosa donna velata interpretata da Armand, che da parte sua coglie l’occasione per insegnare al giovane fondamentalista un’interpretazione più aperta e umanizzata del Corano e dell’islam.

E nel frattempo, mentre si aggira mascherato per le vie di Parigi, si rende conto di quanto anche gli occidentali laici e avanzati possano essere crudeli con chi appare diverso e per questo pericoloso.

La facilità con cui l’intreccio si risolve, con una messa in scena che coinvolge tutti quanti e uno svelamento finale che sana tutte le ferite, anche se perfettamente in tono con il clima da palcoscenico tenuto fino a quel momento, risulta quanto meno un po’ semplicistico rispetto alla realtà concretissima e drammatica di cui si vorrebbe parlare.

Peccato questa superficialità in cui si perdono anche momenti di autentico sentimento (il fratellino di Leila che ricostruisce minuziosamente le fotografie di famiglia) che si rimpiange non riescano a diventare l’anima autentica della storia.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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