Azione

THE EQUALIZER 2 - SENZA PERDONO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/12/2018 - 14:56
Titolo Originale: The Equalizer 2
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: Richard Wenk
Produzione: COLUMBIA PICTURES, LONETREE ENTERTAINMENT, MACE NEUFELD PRODUCTIONS, SONY PICTURES ENTERTAINMENT (SPE), VILLAGE ROADSHOW PICTURES
Interpreti: Denzel Washington, Pedro Pascal, Melissa Leo

Robert McCall, è un veterano agente segreto che si è lasciato alle spalle il proprio torbido passato e ora, vedovo, conduce una vita tranquilla come autonoleggiatore. Con il suo mestiere finisce per conoscere, fra i tanti, alcune persone che hanno subito dei torti o delle violenze. La proprietaria della libreria dove si reca spesso è stata privata della figlia, rapita dal marito che è fuggito nel suo paese, in Turchia. Una ragazza che è salita sulla sua vettura, è stata drogata e violentata. Robert sente che deve agire: le arti marziali che ha appreso durante il suo servizio nell’Esercito gli saranno utili per fare giustizia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film trasmette messaggi positivi riguardo all’aiuto da prestare ai più deboli e ai più emarginati ma poi giustifica una giustizia “fai da te”, espressione di brutale vendetta
Pubblico 
Adolescenti
Scene di combattimenti violenti
Giudizio Artistico 
 
Il personaggio di Denzel Washington regge da solo tutto il racconto ma il regista è bravo nell’alternare momenti di action puro a momenti più riflessivi
Testo Breve:

Un agente addestrato per missioni speciali viene messo in pensione troppo presto, e decide di impiegare le sue abilità militari per proteggere deboli e oppressi. Un film dall’etica ambigua, dove si alternano azioni generose a crudeli vendette.

Negli ultimi tempi i film di action ma in particolare i Revenge movie si stanno rinnovando in due direzioni. Il vendicatore non è più un maschio muscoloso e dalla barba ispida ma ha preso le forme di snelle ragazze che privilegiano l’agilità e una mira infallibile. Ecco quindi apparire sugli schermi, sporche, con i vestiti strappati nei punti giusti ma armate fino ai denti, Alicia Vikander in Tomb Rider e  Matilda Anna Ingrid Lutz in Revenge.

L’altro filone è ancora più insolito: uomini già in pensione o vicini alla meta, un po’ ingrassati e con l’artrite, che fronteggiano e spaccano in pochi secondi ossa di giovani che hanno osato sfidarli. Ovviamente il montaggio veloce e la computer grafica coprono ciò che è chiaramente impossibile e così tutto è diventato accettabile come Liam Neeson, di 66 anni, in L’uomo del treno e  Denzel Washington, di 67, in questo Revenge 2.

Anche il botteghino ha finito per apprezzare questo insolito cocktail di ingredienti e Revenge 2 alla sua prima settimana in USA è salito al primo posto.

Questo sequel beneficia certamente della presenza del premio Oscar Denzel Washington (in questo film anche produttore) che ha disegnato un personaggio che non è solo bravo a menar le mani ma sa fruttare tutta la maturità che gli deriva dall’età. Prima di scattare in azione sa valutare con fredda lucidità la situazione e ha il vezzo di attivare il cronometro per vedere in quanti secondi riuscirà ad abbattere chi ha osato sfidarlo.  Il regista sembra enfatizzare questo atteggiamento, da momento che ha impostato il racconto in un insolito stop and go. A sequenze altamente dinamiche, si alternano scene di assoluta calma dove Robert si legge un libro o si mette a pulire le scritte che imbrattano un muro del cortile del suo condominio. E’ questa la seconda dimensione del film dove il fare ciò che è giusto non consiste solo nel menar le mani ma convincere un ragazzo ad andare a scuola senza ascoltare chi vorrebbe farlo diventare uno spacciatore o aiutare un vecchio ebreo vicino di casa che è stato in un campo di concentramento e non vede la sorella da anni. E’ proprio in questi sub plot che si coglie l’“anima” di  Denzel Washington.  

Figlio di un predicatore protestante, devoto seguace della Chiesa Pentacostale, l’attore ha voluto trasmettere l’importanza di compiere opere buone nei confronti di più deboli: giovani, vecchi o immigrati, come la donna musulmana sua vicina ma il suo atteggiamento appare molto più ispirato all’Antico Testamento che al Vangelo. E’ vero che aiuta i deboli e gli oppressi ma verso i cattivi che non si redimono applica una spietata punizione. "Avete ucciso la mia amica. Quindi ucciderò ognuno di voi. E l'unico dispiacere è che lo posso fare solo una volta" dichiara Robert ai suoi avversari. Alla fine, proprio per questo suo giustificare la violenza vendicativa, il film finisce per allinearsi con i tanti film americani che ricordano che è sempre bene tenere una pistola nel cassetto ed essere pronti a farsi giustizia da soli.

Il film si avvantaggia del carisma di Denzel Washington ma anche il regista Antoine Fuqua alterna bene i momenti di azione a quelli di calma riflessiva. La sequenza di lotta finale, ambientato in un paesino sull’oceano sconvolto dall’arrivo di un uragano è altamente spettacolare. Come ultima osservazione, c’è una chiave di lettura insolita da fare su questo film: il raccontare di prodi guerrieri addestrati dall’esercito per missioni speciali e poi scaricati, con modeste pensioni da veterano, incapaci di adattarsi a una vita tranquilla dove le loro doti sono inutili, sembra far riferimento a situazioni tutt’altro che irrealistiche.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JACK REACHER – PUNTO DI NON RITORNO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/22/2016 - 12:24
Titolo Originale: Jack Reacher: Never Go Back
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Richard Wenk, Edward Zwick e Marshall Herskovitz, dal romanzo Never Go Back di Lee Child
Produzione: PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE
Durata: 118
Interpreti: Tom Cruise, Cobie Smulders, Danika Yarosh, Patrick Heusinger, Robert Knepper

Eroe solitario ed errabondo, Jack Reacher è un ex militare che continua a servire la Patria, sgominando cattivi su e giù per gli Stati Uniti, senza obbedire ad altre regole che alle sue. Stimatissimo dagli ex colleghi della 110ª unità della polizia militare della Virginia, cui spesso toglie le castagne dal fuoco, fa amicizia per telefono con la maggiore Susan Turner – che di Reacher ha ereditato l’incarico nella base – e decide di incontrarla di persona. Nel giorno prestabilito, però, scopre che la donna è stata arrestata, accusata di spionaggio e ritenuta responsabile della morte di due soldati in Afghanistan. Sentendo puzza di bruciato, Reacher inizia a indagare, attirandosi così le attenzioni di qualcuno molto potente che riesce a incriminarlo per un omicidio mai commesso e da cui l’eroe dovrà guardarsi bene se vorrà restare vivo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista ha un senso dell’onore, tratta con rispetto le donne ma è a favore di una giustizia fai da tè. e della giustizia,Inoltre il film è carico di scene con violenza brutale
Pubblico 
Adolescenti
scene di violenza brutale e occorrenze di turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Lo svolgimento della trama e la messa in scena, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere interessanti le sfide che si era ripromesso
Testo Breve:

Al secondo film della serie, Tom Cruise deve affrontare nemici particolamente insidiosi. Un film di onesto intrattenimento ma com molta violenza e che si dimentica in fretta

Adattamento cinematografico del diciottesimo di una serie di più di venti romanzi dello scrittore britannico Lee Child, Punto di non ritorno segue a distanza di tre anni il primo Jack Reacher, che non andò così bene al botteghino nordamericano ma che si rifece grazie agli altri mercati e alle vendite in DVD e in streaming. Un destino, quello del primo film, tipico dei B-Movie, che di solito si distinguono per la partenza lenta e per la tenuta lunga. Ne era regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie, che Tom Cruise incontrò a bordo del progetto Operazione Valchiria (2008) e che volle poi con sé come sceneggiatore di Edge of Tomorrow (2014) e soprattutto come scrittore e regista di Mission:Impossible – Rogue Nation (2015). Cruise – che in questo film come negli altri sopra citati è anche produttore – ama tornare a lavorare con le persone con cui si è trovato bene. In questo caso ritrova la stessa squadra – il regista Edward Zwick e lo sceneggiatore Marshall Herskovitz – de L’ultimo samurai (2003).

Le premesse – dati i nomi coinvolti – sarebbero promettenti ma il film non va molto al di là dell’onesto intrattenimento che si dimentica in fretta. Jack Reacher, in verità, è – almeno per com’è descritto qui (sulle criticità del personaggio del primo episodio si veda la recensione di Paolo Braga in Scegliere un film 2013) – un eroe di cui il cinema avrebbe bisogno, molto simile al Batman dipinto dalla trilogia di Christopher Nolan: un outsider, per scelta, che decide di non avere padroni per poter obbedire solo alla propria coscienza; un cavaliere con poche macchie e senza paura, paladino della giustizia, che uccide solo per legittima difesa e ha sommo rispetto per le donne che lo accompagnano e per la loro virtù.

Tutto bene, dunque? No, perché la sceneggiatura, che vorrebbe inseguire un tema, non lo centra come dovrebbe: con l’eroe, infatti, viaggiano la bella ufficiale dell’esercito (che si dimostra tosta quanto lui) e una ragazza adolescente legata a lui enigmaticamente (il dubbio sull’ipotetica parentela permane fin quasi ai titoli di coda). “Anziché essere un lupo solitario” – così l’autore del libro ha sintetizzato il senso della storia – “Jack Reacher diviene parte di una squadra a tre. Dovranno lavorare insieme per uscire dai guai, ma nessuno di loro ha familiarità con il concetto di prendere ordini. Sono tutti abituati a essere i capi di se stessi”. All’eroe, quindi, sulla carta, è richiesto un cambiamento, l’adeguarsi a una situazione completamente nuova e forse un’assunzione di responsabilità decisiva per la sua vita. Lo svolgimento della trama e la messa in scena, però, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere queste sfide interessanti. Stilisticamente, poi, gli autori sono indecisi se riprendere l’umorismo sardonico del primo film o prediligere un tono più intimo e crepuscolare, con la conseguenza di perdere sia sul fronte del divertimento sia su quello dell’approfondimento psicologico. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I MAGNIFICI SETTE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/26/2016 - 18:20
 
Titolo Originale: The Magnificent Seven
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Nic Pizzolatto, Richard Wenk
Sceneggiatura: Nic Pizzolatto, Richard Wenk
Produzione: PIN HIGH, ESCAPE ARTISTS
Durata: 130
Interpreti: Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Vincent D'Onofrio, Lee Byung-hun, Lee Byung-hun

 La pace e la tranquillità degli abitanti di Rose Creek viene messa in pericolo dalla cattiveria di Bartholomew Bogue, un prepotente cercatore d’oro. La città viene assoggettata al suo volere e gli uomini costretti ad abbandonare i campi da lavoro. Una rivolta cittadina culmina drammaticamente in sangue innocente ed Emma Cullen, una coraggiosa e giovane donna a cui Bogue ha ucciso il marito, decide di cercare giustizia per sé e per gli abitanti di Rose Creek. Assolda, così, Sam Chisolm, che accetta la “guerra” contro il Cattivo non solo per soldi, ma anche per una misteriosa ragione personale che giunge dal passato. È così che Chisolm cerca – e trova – altri combattenti che accettino l’incarico. I 7 uomini arrivano a Rose Creek e stabiliscono fin da subito con gli uomini di Bogue le regole del gioco e le condizioni. Una lunga ed estenuante battaglia, che coinvolge anche gli abitanti della città, libera Rose Creek dagli usurpatori, ma il prezzo da pagare sarà per tutti, compresi i 7 guerrieri, molto caro.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un manipolo di mercenari, assoldati grazie al profumo dei soldi, sono pur sempre disposti a morire per una giusta causa. C’è sempre una netta e pulita dualità tra Bene e Male.
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di combattimenti cruenti
Giudizio Artistico 
 
Diviso nel ritmo, che risulta intenso e profondo nella prima parte, mentre è più agito quando si prepara la battaglia contro il Cattivo, il film, in generale, scorre senza troppi intoppi. Il merito di Fuqua, in un’epoca cinematografica fatta di super eroi, di fumetti che prendono vita, di saghe fantasy e di fantascienza, è di far rivivere sullo schermo il sapore del cinema classico-
Testo Breve:

Ritorna sugli schermi, sessant’anni dopo il classico omonimo di John Sturges, il remake di questo western dove il bene è ben separato dal male e si combatte per una giusta causa

Alle origini ci sono I 7 Samurai (1954) di Akira Kurosawa. Poi seguirono I Magnifici 7, un western “maturo” targato 1960 e con cui John Sturges rivisita in chiave e stilemi americani la storia che fu del regista nipponico. Ora, a distanza di 6 decenni, Antoine Fuqua riporta sul grande schermo il genere western raccontando nel suo remake I Magnifici 7 del 1960 e attualizzandone il linguaggio e alcuni connotati narrativi.

Va subito detto che il risultato è buono e godibile, dedicato esclusivamente ad un pubblico adulto a causa degli espliciti e violenti ammazzamenti.

Diviso nel ritmo, che risulta intenso e profondo nella prima parte, dedicata ad immagini, gesti, parole che presentano i personaggi e il loro reclutamento, mentre è più agito quando si prepara la battaglia contro il Cattivo, il film, in generale, scorre senza troppi intoppi.

Il merito di Fuqua, in un’epoca cinematografica fatta di super eroi, di fumetti che prendono vita, di saghe fantasy e di fantascienza, è di far rivivere sullo schermo il sapore del cinema classico e, in particolar modo la netta e pulita dualità tra Bene e Male. Non ci sono zone d’ombra né finali aperti. Solo un lungo duello e una posta molto alta in palio. Buoni contro Cattivi. Non importa da quale passato doloroso stiano scappando i Buoni. L’importante è che siano tutti, pur nella loro specifica diversità, uniti verso un unico obiettivo. Diversità, si, perché Fuqua raduna un gruppo multietnico di combattenti. Sam Chisolm, il capo dei magnifici 7, è di colore. Farraday è irlandese, Billy Rocks ha gli occhi a mandorla, Vasquez è messicano, Red è indiano. Goodnight, detto Goody, è un cecchino “violentato” dalla guerra che non riesce più a premere il grilletto, Jack è un omone grande e grosso invasato di misticismo.

Mercenari, certo, assoldati grazie al profumo dei soldi, ma pur sempre disposti a morire per una giusta causa. Anche se la maggior parte di loro sta cercando, in questa guerra, l’ultimo anello personale per chiudere una catena di “fantasmi” lunga e pesante. Per alcuni è vendetta. Per altri è destino, per altri ancora è giustizia. Per altri, invece, è semplicemente il luogo giusto in cui essere, in assenza di una casa e di affetti da cui tornare.

Quel che importa è che questi stranieri che arrivano e liberano Rose Creek riescono a ristabilire il giusto ordine delle cose e a dare nuovamente legittimità ai rituali che questa landa ricca d’oro riserva ai propri umili abitanti. Uomini disarmati che coltivano la terra. Donne e bambini che aspettano a casa i propri mariti e padri. Un Dio che svetta nella Chiesa posta in fondo alla via che unisce gli abitanti, luogo di ritrovo, di preghiera, punto di riferimento per una popolazione che ha poche regole e le rispetta in nome dei valori in cui crede.

Per questo, di fronte alla malvagità dei cattivi, i Magnifici 7 si sentono in dovere di scendere in campo. Perché tutto questo è dalla parte del Bene.

Del genere western - e in particolare di questo film poiché, come detto, arriva in un’epoca cinematografica più ricca nei contenuti e confusa negli ideali – colpisce che tra i suoi personaggi esiste un codice d’onore non scritto rispettato da tutti. Questo avviene sia a livello narrativo, dunque dentro la storia, che a livello strutturale e di linguaggio.

Si pensi al modo in cui Fuqua presenta ciascuno dei 7 guerrieri. L’attenzione ai particolari, alla gestualità, ai rituali che li connotano, ai dialoghi, scarni ma netti, senza una duplice interpretazione. Tutto questo è un “modo” classico di fare cinema, rassicurante anche nelle scene e nelle inquadrature, che parlano senza dubbio il linguaggio pulito ed antico del genere western. 

Autore: Maria Luisa Bellucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SPECTRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/03/2015 - 12:08
Titolo Originale: Spectre
Paese: Usa/Gran Bretagna
Anno: 2015
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: John Logan, Neal Purvis, Robert Wade
Durata: 148
Interpreti: Daniel Craig, Léa Seydoux, Monica Bellucci, Ralph Fiennes, Naomie Harris, Ben Whishaw, Christoph Waltz

Dopo la sua morte (alla fine di Skyfall), M ha lasciato a 007 un incarico, uccidere un uomo e al suo funerale mettersi sulle tracce di una misteriosa organizzazione criminale. Isolato dai Servizi Segreti britannici e sempre più determinato a conoscere la verità e avere vendetta, Bond incrocia sul suo cammino la bella Madeline Swann, figlia di un vecchio nemico e forse chiave per raggiungere il cuore dell’organizzazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I cattivi alla fine verranno sconfitti e, cosa più importante, Bond inizia a provare disprezzo per il proprio lavoro: vorrebbe non uccidere
Pubblico 
Adolescenti
Diverse scene di violenza, una scena di tortura, qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Dal punto di vista strettamente tecnico il film non delude, anzi inanella una serie di sequenze spettacolari ma la trama decolla per davvero solo nella seconda parte
Testo Breve:

Ultimo (forse) capitolo della quadrilogia di 007 interpretato da Daniel Craig. Sequenze molto spettacolari ma il racconto è meno avvincente dei film precedenti

Ultimo (a quanto pare) capitolo della quadrilogia in cui Daniel Craig ha ridisegnato la figura e la mitologia dell'agente segreto più famoso al mondo, Spectre si gioca la partita mettendo in campo fin dal titolo il nemico dei nemici, l'organizzazione che nei decenni tanto filo ha dato da torcere a James Bond, cercando di tirare le fila di quanto seminato nell’arco delle varie pellicole.

Dal punto di vista strettamente tecnico il film non delude, anzi inanella una serie di sequenze spettacolari (dall’apertura a Città del Messico durante il Giorno dei Morti, alla sequenza di inseguimento in automobile per le vie di Roma) degne della migliore tradizione della serie, che viene omaggiata nei suoi momenti ed elementi più topici, dalla Aston Martin al famoso Martini agitato non mescolato (che in epoca di salutismo Bond si vede negare).

La trama decolla per davvero, però, solo nella seconda parte (il ruolo di Monica Bellucci vedova poco afflitta di un assassino dell’organizzazione è dimenticabile), quando nelle ricerche del suo nemico inafferrabile, simili a una specie di caccia al tesoro dove ogni tappa nasconde un indizio, Bond viene affiancato da Madeline Swann, una donna che ha a lungo cercato di sfuggire l’eredità di un padre assassino e criminale, che per salvare la vita a sé e al suo compagno dovrà almeno in parte riappropriarsene.

Questo in un momento in cui Bond ha perso la sua “licenza di uccidere” (quella che, come ricorda M, è anche una “licenza di non uccidere”, perché l’istinto umano resta sempre giudice migliore dei semplici dati), ma, cosa ancora più grave, inizia a provare disprezzo per il proprio lavoro, o, semplicemente, a invecchiare.

Il grande inganno, del resto, ricorda curiosamente quello che sta dietro la trama dell’ultimo Mission Impossible, dove pure terrorismo e intrighi miravano alla creazione di una multinazionale del crimine capace di combattere e controllare gli Stati e non solo le persone.

Laddove Tom Cruise supplisce all’assurdo di certe situazioni con l’esibizione di uno sforzo fisico al limite del superomistico, Bond fedele alla tradizione affronta nemici sempre in impeccabili completi e alterna lo scontro fisico con l’immancabile amoreggiare. La love story di questo capitolo, per altro, si può senz’altro annoverare tra i punti di maggior interesse della storia, e proprio l’impossibilità di approfondirla come avrebbe potuto impedisce a Madeline Swann di diventare un personaggio indimenticabile come la Vesper Lynd di Casino Royale.

Il passato continua a perseguitare James Bond (dal passato viene anche il suo acerrimo avversario, un Christoph Waltz a suo agio nel solito ruolo sopra le righe), ma l’atmosfera in cui ci troviamo immersi resta meno avvincente del capitolo precedente, alcune situazioni sono sì citazioni colte ma restano al livello di piacevoli divertissement e non scavano nel profondo della psiche del protagonista.

Potrebbe sembrare insensato pretendere tutto questo da una saga d’azione con ascendenze decisamente politically incorrect  ma se allo spettatore, per quanto sazio di spettacolo, resta in bocca un po’ di insoddisfazione è per l’eccellenza a cui almeno il primo e il terzo capitolo del Bond di Craig ci aveva abituato. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUBURRA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/17/2015 - 21:10
Titolo Originale: Suburra
Paese: Francia, Italia
Anno: 2015
Regia: Stefano Sollima
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Giancarlo De Cataldo, Carlo Bonini
Produzione: CATTLEYA, LA CHAUVE SOURIS CON RAI CINEMA
Durata: 130
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola, Alessandro Borghi, Greta Scarano, Giulia Elettra Gorietti

Roma, 12 novembre 2011. Una settimana prima che Silvio Berlusconi dia le dimissioni, Filippo Malgradi, un politico corrotto, passa la notte con due escort, di cui una minorenne che muore per overdose. Per togliersi dall’impaccio chiede aiuto alla malavita romana, con la quale è in collusione perché impegnato a far passare una legge che sarà moto utile per attivare speculazioni illegali. L’intervento viene realizzato brutalmente, ci scappa il morto e ciò innesca un ciclo di vendette fra clan rivali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista si compiace di ricercare un’estetica della violenza e del vizio e non è interessato a rappresentare uno scontro fra il bene e il male.
Pubblico 
Maggiorenni
Dosi massicce di violenza, sesso, nudi integrali, uso di droghe
Giudizio Artistico 
 
Il regista è molto gravo nel realizzare scene action, gli attori caratterizzano bene i loro personaggi, molto valide la fotografia e la colonna sonora, ma il film è privo di contenuto portante
Testo Breve:

Un film sulla malavita romana e la corruzione del mondo della politica ,ben realizzato ed interpretato, ma privo di un contenuto portante 

Bisogna subito chiarire che Suburra non è un film-inchiesta sui problemi della Roma di oggi, né una denuncia sulle connivenze fra malavita, politica e lo Ior del Vaticano. Certamente ci sono nel film politici corrotti che portano avanti leggi che fanno comodo alle speculazioni della malavita romana e che questa tiene i suoi soldi conservati al sicuro nelle casse dello Ior ma si tratta di elementi che appaiono sullo sfondo per un racconto dark che ha trovato, nella costruzione di un racconto in perfetta grammatica noir, il suo obiettivo principale.  Il regista ha lavorato molto nel modellare volti di delinquenti,che, quando si trovano uno davanti all’altro, senza parlare, sanno rendere,  in modo quasi plastico, la tensione di due poteri che stanno per dilaniarsi. La sparatoria dentro il supermercato, mentre la vittima designata, già ferita, cerca affannosamente un’uscita di salvezza, è degna del miglior cinema poliziesco americano. Le uccisioni più truci, il trasporto di cadaveri,  avvengono di notte sotto una pioggia incessante inquadrati dal basso: sono tagli prospettici  che richiamano le migliori graphic novel del genere, tipo  Sin City.
Per questo motivo bisogna prendere il film per quello che è, molto ben fatto quando ricerca un’estetica del male, ma  non bisogna pretendere nessun messaggio trasversale sulla situazione politica odierna e ancor meno sugli scandali di Mafia Capitale.

Si tratta di un’operazione simile a quella realizzata con i due film della serie 300, (a sua volta ricavate dall’omonimo fumetto) sull’estetica del sangue che sgorga copioso nelle battaglie fra greci e persiani. L’unico tema che in realtà viene approfondito e quello delle dinamiche interne dell’universo malavitoso, dove le regole sono molto semplici: non si debbono rompere i delicati equilibri fra le rispettive sfere di influenza, altrimenti si sbilancia tutto il sistema e si innesca una guerra che non potrà che risultare autodistruttiva. Non ci sono personaggi complessi, ma “tipi”, statici nella loro caratterizzazione, ognuno con un soprannome, secondo le regole classiche della mala. Tutti gli attori costruiscono ottime caratterizzazioni: primo fra tutti  Adriano Dionisi,  un corposo  capo banda zingaro rozzo e spaventoso; Claudio Amendola, detto il  “samurai”  che è il “re di Roma” e che con calma detta le sue leggi e non ha bisogno di ripetersi  perché tutti conoscono il destino di chi disobbedisce.  C’è anche “la tossica”,interpretata da  Greta Scarano, la ragazza del boss, apparentemente fragile ma capace di terribili vendette. Non mancano momenti di colloquio intimo che alleggeriscono la tensione, come quando il “numero 8”, il boss di Ostia (Alessandro Borgi)  confida alla sua donna i suoi sogni: un’Ostia piena di luci trasformata in una Las Vegas romana. Oppure la chiacchierata distensiva sul letto fra Sebastiano (Elio Germano) e la escort di lusso (Giulia Elettra Gorietti) che gli confida che forse non si sarebbe messa a fare la escort se avesse avuto un fratello tenero come lui. La stessa Roma è stata trasformata per il film:  sembra una terra selvaggia dove si può uccidere una persona anche in pieno giorno senza temerne le conseguenze.

Il film più che immorale è amorale: non ci sono poliziotti in giro né si percepisce la presenza della magistratura. Non ci sono messaggi che vengono trasmessi allo spettatore: agli autori non interessa la contrapposizione buoni- cattivi, ma si compiace di ricostruire  un’atmosfera plumbea di corruzione uniforme. Si potrebbe ipotizzare che la visione di tanti ambienti così corrotti possa essere comunque utile per innescare una giusta reazione nello spettatore ma in realtà ciò non avviene perché le immagini costruite con molta cura, non hanno lo scopo di  scandalizzare il pubblico ma di compiacerlo. Un film ben realizzato, soprattutto nelle scene di azione, sostenuto da una bella fotografia e una suggestiva colonna sonora con le musiche degli M38 ma vuoto di contenuti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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OPERAZIONE U.N.C.L.E

Inviato da Franco Olearo il Ven, 08/28/2015 - 18:09
Titolo Originale: The Man from U.N.C.L.E
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Lionel Wigram e Guy Ritchie
Produzione: WARNER BROS.
Durata: 116
Interpreti: Henry Cavill, Armie Hammer, Alicia Vikander, Elisabeth Debicki, Jared Harris, Hugh Grant

Berlino anni Sessanta. Durante un’operazione di “estrazione” di Gaby, la giovane figlia di uno scienziato nucleare tedesco, Napoleon Solo, agente Cia con un passato da ladro d’arte, si scontra con Ilya Kuryakin, efficientissimo quanto instabile agente del KGB. La sorpresa che di lì a poco i due dovranno collaborare, insieme a Gaby, per ritrovare il di lei padre e impedire ai coniugi Vinciguerra di vendere a un gruppo di ex nazisti una pericolosa bomba nucleare. La collaborazione tra i tre non sarà delle più semplici…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Film di puro intrattenimento concepito negli anni ’60 che mira a mostrare la possibilità di un riavvicinamento pacifico fra americani e russi in tempi di guerra fredda
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere, accenni di nudo
Giudizio Artistico 
 
Un film ben architettato con un cast intrigante, uno stile vivace ed eccessivo, movimentate scene d’azione e un’ironia pungente
Testo Breve:

Una storia di spionaggio ricavata da una famosa serie televisiva degli anni ’60, ironica, divertente e piena di azione

Bromance, romance, azione, eleganza e split screen: ecco gli ingredienti che Guy Ritchie (già al timone dei vari Sherlock Holmes) miscela nell’adattamento di una famosa serie anni ’60 tirandone fuori un film ad alto tasso di intrattenimento.

L’operazione è ben architettata: dal cast intrigante (con Cavill forse più convincente qui nei panni dell’agente donnaiolo ed egocentrico che in quelli di Superman) allo stile vivace ed eccessivo, con le scene d’azione movimentate dagli effetti e dallo schermo che si divide a moltiplicare i punti di vista; fondamentale l’ironia pungente e lo scontro scoppiettante tra i due “maschi alpha”, talmente sicuri della propria virilità da poter bisticciare anche sull’accostamento dei capi che indosserà la loro partner…

Ritchie del resto ha dimostrato più volte di saper gestire con abilità e umorismo le coppie maschili dello schermo e anche qui, con il contributo non indifferente della brava Alicia Vikander e di un ventaglio di ottimi comprimari (tra cui il convincente british Hugh Grant), accompagna lo spettatore in una storia di spionaggio tutto sommato semplice, in cui non resta che gustarsi, per l’appunto, le acrobazie volutamente sopra le righe dei protagonisti, dei James Bond alla moda decisi a dimostrarsi l’un l’altro di essere i migliori.

Le caratterizzazioni sono convincenti, la tensione sentimentale tra l’intraprendente meccanica tedesca e il duro agente russo con un passato drammatico strizza l’occhio al pubblico femminile, almeno quando questo non è distratto dalla incontestabile presenza scenica di Cavill, spudoratamente glamour e seduttore.

L’ambientazione italiana non si fa mancare e anzi sottolinea (ma senza infastidire) l’aspetto pittoresco che ben si sposa con il generale stile visivo della pellicola, azzeccatissimo, dai costumi agli accessori (imperdibili gli occhialoni indossati dalla Vikander) e il suo passo sincopato e coinvolgente.

È chiaramente un “origin movie”, che racconta la nascita di una squadra “impossibile” nei tempi della Guerra Fredda (in questo senso siamo ben lontani dalla “serietà” degli 007), e la riuscita di questo tentativo fa pensare che ritroveremo gli agenti Solo e Kuryakin in altre avventure…

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISSION IMPOSSIBLE: ROGUE NATION

Inviato da Franco Olearo il Ven, 08/28/2015 - 17:37
 
Titolo Originale: Mission Impossible: Rogue Nation
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Christopher MacQuarrie
Sceneggiatura: Christopher MacQuarrie
Produzione: BAD ROBOT, SKYDANCE PRODUCTIONS, TC PRODUCTIONS
Durata: 130
Interpreti: Tom Cruise, Jeremy Renner, Rebecca Ferguson, Simon Pegg, Ving Rhames, Alec Baldwin

Dopo essere riuscito a sventare il furto di un pericoloso materiale tossico, Ethan Hunt ha la conferma dell'esistenza di una pericolosa organizzazione spionistica criminale chiamata Sindacato che intende destabilizzare l'ordine mondiale con attacchi terroristici. Nel frattempo, però, l'MIF viene smantellato e Hunt e i suoi devono decidere se continuare a lavorare in proprio contro un nemico potentissimo... a complicare le cose la presenza di Ilsa Faust, un'agente britannica infiltrata nel Sindacato che stringe con Hunt un rapporto dai risvolti imprevedibili…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Film di puro intrattenimento con qualche accenno alla tema della giustificazione della violenza per giusti fini
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione e violenza nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Un dinamico Tom Cruise, con ottimi comprimari, garantisce ancora una volta il successo di questa particolarmente atletica versione del genere spionistico
Testo Breve:

Mission Impossible arriva alla sua quinta edizione e ancora una volta un ancora atletico Tom Cruise riesce a garantirne il successo, coadiuvato da ottimi comprimari

Sono quasi vent'anni che il cinema si è appropriato del MIF, la squadra delle missioni impossibili ed estreme che la televisione aveva lanciato qualche decade prima e che un motivetto irresistibile e la tag line memorabile "questo messaggio si autodistruggerà..." hanno reso familiare anche a noi affezionati al genere. Dopo cinque lungometraggi bisogna ammettere che la persistente fortuna di questa particolare e atletica versione del genere spionistico si deve soprattutto al carisma e all'energia che il suo protagonista Tom Cruise profonde in tutte le pellicole. Suoi sono gli stunt della scena di apertura dove decolla aggrappato al portellone di un aereo e sue anche le corse in moto e le mille scene d'azione che costellano come al solito la pellicola, da una pericolosa missione in apnea, alle più comuni scazzottate e sparatorie.

La trama è brillante senza essere particolarmente originale: sono più le volte che abbiamo visto l'MIF rischiare più o meno seriamente lo smantellamento che quelle in cui i nostri hanno agito da "normale" protocollo e forse in un mondo che sospetta l'istituzione in quanto tale questo è il destino di ogni eroe che si rispetti (è capitato pure a Captain America...). Questo comunque non impedisce di godersi una storia che fa delle situazioni più improbabili una perenne fonte di autoironia, anche grazie all'ottima alchimia tra il protagonista  e i comprimari, in questo caso soprattutto Simon Pegg, nei panni del fedele Benji Dunn, che mette l'amicizia per Ethan anche al di sopra della fedeltà alla nazione.

A dare una marcia in più al film è però soprattutto la nuova entrata femminile, Rebecca Ferguson, nei panni della britannica Ilsa Faust, un concentrato di azione, intelligenza e citazioni assortite (non bastasse il nome e l'ambientazione marocchina della sequenza centrale, ci pensano le inquadrature iniziali a giocare sulla sua somiglianza con la Bergman di Casablanca, mentre la mossa con cui stende spesso gli avversari è debitrice a quella della Bond girl Xenia Onatopp di Goldeneye) capace di tenere testa e affascinare l'adrenalinico Hunt.

Per funzionare, non si richiede a un film d'azione di indagare chissà quali dilemmi morali, ma è comunque inevitabile che anche questi blockbuster  vivano dello spirito della loro epoca, e allora qui, a parte i soliti Mcguffin (qui una chiavetta che dovrebbe contenere i dati necessari a smascherare il Sindacato ma che ovviamente nasconde tutt'altro), la sceneggiatura di MacQuarrie ricama abilmente sul contemporaneo clima di sfiducia verso le agenzie segrete e la loro onnipresenza occhiuta, sulla mancanza di scrupoli tra alleati di facciata e sull'amoralità della realpolitik senza mai, diciamolo, rischiar di andare tanto in profondità da perdere la sua essenziale leggerezza.

Se la Mission Impossible Force riuscirà mantenere ancora questo delicato equilibrio e Tom Cruise i  suoi muscoli, le previsioni di rinascita della squadra (con o senza la bella misteriosa di turno, che ad ogni buon conto ha detto solo un arrivederci) sono di sicuro positive.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LONE SURVIVOR

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/18/2014 - 17:26
Titolo Originale: Lone Survivor
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Peter Berg
Produzione: Emmett/Furla FIlms, Envision Entertainment Corporation, Film 44, Herrick Entertainment, Hollywood Studos International, Spikings Entertainment, Weed Road Pictures
Durata: 121
Interpreti: Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Ben Foster, Emile Hirsch, Ali Suliman, Eric Bana

Tratto dalle memorie che il militare Marcus Luttrell ha affidato al giornalista inglese Patrick Robinson, Lone Survivor racconta lo svolgimento di una spedizione fallimentare – nome in codice “Operation Red Wings” – che vide coinvolta nell’estate 2005 una squadra di Navy Seal, mandata tra le montagne della regione afghana di Kunar, al confine con il Pakistan, a stanare un leader talebano. I quattro uomini che devono occuparsi materialmente della ricognizione (ottimamente interpretati da Wahlberg, Kitsch, Foster e Hirsch) vengono colti di sorpresa, circondati da un nutrito drappello di talebani armati fino ai denti e, impossibilitati a comunicare con il centro operativo, ridotti allo stremo delle forze e delle munizioni. Venderanno carissima la pelle.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In una rischiosa missione una squadra di Navy Seals sceglie di risparmiare degli ostaggi che potrebbero rivelare la loro presenza. Un afghano rispetta l'antico codice di ospitalità del suo paese
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza cruda, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Un action movie che ti fa stare con il cuore in gola fino alla fine ma il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia e la sceneggiatura non approfondisce gli aspetti più interessanti della storia. Tutti bravi gli attori.
Testo Breve:

Un action movie basato su una operazione di Navi Seal realmente svoltasi in Afghanistan, fa stare con il cuore in gola fino alla fine ma il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia 

Regista e sceneggiatore di questo atipico War-Movie è Peter Berg, capace mestierante hollywoodiano avvezzo ai film d’azione, che struttura il film in tre segmenti ben definiti: nel primo, dopo un prologo in cui immagini di repertorio mostrano quanto sia duro e selettivo l’addestramento dei Seal, conosciamo i personaggi. I militari, tutti abbastanza giovani (dietro le folte barbe spiccano i volti di alcuni talenti del nuovo cinema americano), chattano con le mogli e le fidanzate che li aspettano a casa e scherzano con le reclute, rivelando un cameratismo nutrito da stima e sincera amicizia. Nella seconda tranche si assiste all’operazione Red Wings vera e propria. Da un punto di vista tecnico, la parte centrale del film è la meglio realizzata: Berg piazza la macchina da presa sui quattro commilitoni, sui loro volti tumefatti, sugli sguardi allucinati, e racconta la strenua lotta per la sopravvivenza e l’eroismo, lo spirito di corpo e quello di sacrificio. Il terzo atto del film segue l’iter ugualmente accidentato dell’unico superstite che deve tornare a casa, con una brevissima tregua in un villaggio afghano in cui un padre di famiglia, rispettando il bimillenario codice di ospitalità del suo popolo, sottrae l’americano ai suoi persecutori e mette a repentaglio la sua stessa vita per proteggerlo.

Una volta partita la missione, il film non dà un attimo di tregua e si segue con il cuore in gola fino alla fine, anche conoscendo già l’esito della storia (il titolo del film dice già tutto). Berg è abile ma non è un cineasta dalle grandi sottigliezze: il tasso di retorica patriottica è tenuto a fatica sotto il livello di guardia, né ci sono particolari trovate che ci farebbero preferire questo film ad altri sullo stesso argomento. Troppe volte abbiamo visto un giovane marito lasciarci la pelle, senza che abbia potuto scegliere il colore delle piastrelle del bagno (i cui campioni scompaiono con lui sotto il fuoco nemico) per poterci commuovere. Né può più destarci emozione il solito capitano di corvetta (qui interpretato da un dimagritissimo Eric Bana) che sorseggia pensieroso beveroni di caffè, chiedendosi che fine abbiano fatto i suoi uomini.

Peccato, da un punto di vista della sceneggiatura, che il film non approfondisca e non dia unità tematica all’aspetto più interessante di questa storia: all’inizio della missione il drappello s’imbatte in un vecchio e in due ragazzi – tutti e tre disarmati – appartenenti alla stessa compagine del terrorista talebano che stanno cercando. Non sanno cosa farne: se li lasciassero andare, sicuramente darebbero l’allarme e in poco tempo avrebbero i nemici alle costole. Se uccidessero dei civili disarmati, avrebbero un peso sulla coscienza e finirebbero nell’occhio del ciclone dei media. Se li legassero, in una zona disabitata e selvaggia, li condannerebbero a morte certa. Che fare? I Seal sono in disaccordo ma obbediscono al loro più alto in grado, che sceglie di risparmiarli. È questa scelta probabilmente a condannarli ma il film non argomenta, non ne sottolinea per esempio il peso morale in contrasto con le tentazioni della vigliaccheria. Si limita a una cronaca dettagliata, benché avvincente. La questione del rispetto di questo “codice d’onore” riemerge nel finale, allorché l’unico sopravvissuto, nelle mani degli abitanti di un villaggio, gode della loro ospitalità e del loro precetto tramandato da generazioni per cui – come nella “legge del mare” dei pescatori siciliani – è immorale negare soccorso a un uomo che ne ha bisogno. Potrebbe nascere un altro film ma ormai le due ore sono passate, c’è tempo solo per un ultimo scontro a fuoco (e all’arma bianca) e aspettare la cavalleria

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ESCAPE PLAN - FUGA DALL'INFERNO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/15/2013 - 19:15
Titolo Originale: Escape Plan
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Mikael Håfström.
Sceneggiatura: Miles Chapman e Jason Keller
Produzione: Emmett/ Furla Films, Summit Entertainment
Durata: 105
Interpreti: Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Jim Caviezel, Vinnie Jones, Sam Neill, Vincent D’Onofrio.

Ray Breslin è un esperto di sicurezza carceraria che, per guadagnarsi da vivere, si fa rinchiudere in incognito in penitenziari di massima sicurezza da dove riesce a evadere, una volta studiati i punti deboli, presentandosi poi agli allibiti direttori con una pagella (con tutti voti insufficienti) e dei suggerimenti per eventuali migliorie. Quando la CIA gli chiede di testare le misure di sicurezza di un carcere supersegreto (che dovrebbe fare da prototipo per una serie di prigioni in cui richiudere la feccia dell’umanità), qualcosa va storto. Il nostro eroe finisce rapito, narcotizzato e si risveglia in una cella senza nessun contatto con il mondo esterno, capendo ben presto di essere stato incastrato. Essendo in gioco la sua stessa sopravvivenza, stavolta, la sua unica possibilità è di fidarsi di un detenuto particolarmente socievole che sembra potergli dare una mano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non c’è molto da dire se non che i cattivi vengono sconfitti in mezzo a violenza e turpiloquio
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura e la regia sembrano accontentarsi delle soluzioni più facili, senza neanche provare a creare un po’ di tensione e di senso dell’avventura e tutto diventa noioso e prevedibile
Testo Breve:

Questo film ha una sola idea: riunire le due maggiori icone del cinema action degli anni Ottanta e Novanta, Sylvester Stallone, e Arnold Schwarzenegger in un B-movie condito di sparatorie e scazzottate

Una sola idea: riunire le due maggiori icone del cinema action degli anni Ottanta Novanta in un B-movie condito di sparatorie e scazzottate. Non c’erano particolari motivi per sperare che quest’operazione nata “a tavolino” funzionasse ma la delusione rimane. È vero che Arnold Schwarzenegger – dismessi i panni di governatore – si era saputo reinventare come eroe veterano con la giusta dose d’ironia (nel saporito The Last Stand); è anche vero che Stallone, pur incapace di non prendersi sul serio qualunque sia l’impresa in cui si cimenti (contrariamente al compagno d’armi), aveva però dimostrato di avere ancora un certo fiuto per gli affari, riuscendo addirittura a scalare il boxoffice con l’operazione nostalgia di The Expendables; è vero anche che il cast di volti noti che dovevano fare da compagnia cantante ai magnifici due (e in certi casi prendere anche qualche sberla) era abbastanza invitante, con quel brutto ceffo di Vinnie Jones, i mai dimenticati Sam Neill e Vincent D’Onofrio, e il povero Jim Caviezel che – esattamente come il Mel Gibson che l’ha diretto ne La Passione di Cristo – sembra trovare a Hollywood ormai solo ruoli da psicopatico.

La puzza di operazione programmatica e improvvisata, però, stavolta era inequivocabile e una volta passata dalla carta allo schermo, infatti, l’operazione ha mostrato tutta la sua inconsistenza. Sarebbe un esercizio sterile e fin troppo lungo fare l’elenco delle assurdità della trama, che inizia a perdere colpi già nei primi cinque minuti, con Stallone che evade dall’Alcatraz di turno usando un rotolo di carta igienica e un cartone del latte (una puntata del McGyver televisivo, al confronto, sembra una pièce di David Mamet), e che finisce in gloria con una serie di flashback esplicativi a prova di spettatori ottusi, per cui sembra di stare vedendo una puntata di un telefilm di quart’ordine . Ciò che irrita è che la prigione è un luogo denso di memoria cinematografica e sarebbe bastato scopiazzare un po’ di vecchi modelli per realizzare un onesto e divertente prodotto d’intrattenimento. La sceneggiatura e la regia, invece, si accontentano delle soluzioni più facili, senza neanche provare a creare un po’ di tensione e di senso dell’avventura. E poi con quel cattivo così fesso che sembra uscito da un cartone animato di Cip e Ciop, la vittoria dei nostri eroi è talmente scontata e prevedibile che starli a guardare è una noia mortale. Il ridicolo, perennemente in agguato, ghermisce il film più di una volta (il medico coscenzioso che si rilegge in giuramento di Ippocrate prima di fare la cosa giusta è da guinness dei primati della risata involontaria) e quando Stallone mette fuori uso tutte le telecamere della prigione più sicura del mondo con una fetta di pan carré, anche lo spettatore meglio disposto manderebbe al diavolo lo sceneggiatore.

Piccola nota sociologica: di fronte ai nuovi cattivi (corporazioni che creano e gestiscono carceri a scopo di lucro senza preoccuparsi chi ci mettono dentro: e purtroppo in America succede davvero…) i nemici di ieri, gli islamici, diventano alleati dei buoni, anime candide che si votano docilmente alla causa con dedizione e spirito di sacrificio. Come passa il tempo…

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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REDEMPTION - IDENTITA' NASCOSTE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/27/2013 - 12:02
Titolo Originale: Redemption
Paese: USA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2013
Regia: Steven Knight
Sceneggiatura: Steven Knight
Produzione: SHOEBOX FILMS
Durata: 100
Interpreti: Jason Statham, Agata Buzek, Vicky McClure, Benedict Wong

Joey Jones (così si fa chiamare) è un veterano della guerra in Afghanistan, ex-soldato delle forze speciali che ha commesso degli errori. E’ fuggito dal carcere militare prima di venir giudicato dalla corte marziale ed ora è uno dei tanti homeless di Londra. Viene assoldato dalla mafia cinese di Soho come gorilla perché ciò che sa fare è soprattutto picchiare duro.
Alla mensa dei poveri incontra suor Cristina: Joey è affascinato dalla sua dolcezza e sente la necessità di cambiare vita ma anche la suora finisce per svelargli il suo passato burrascoso…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ci sono valori solo falsati in questo film (redimersi vuol dire vendicarsi) e un eccesso di violenza compiaciuta
Pubblico 
Sconsigliato
Scene violente prolungate e dettagliate
Giudizio Artistico 
 
Steven Knight ha un sicuro talento cinematografico ma carica la storia di avvenimenti e di snodi narrativi, proteso più a tenere alto il ritmo che a esplorare l’evoluzione umana dei personaggi
Testo Breve:

Joey è un ex militare che vive in incognito come gorilla al soldo della mafia cinese ma il suo istinto violento si infrange contro la dolcezza di suor Cristina. Uno spunto interessate per un film eccessivo anche nella violenza 

Steven Knight, già sceneggiatore di La promessa dell'assassino e Piccoli affari sporchi, si cimenta per la seconda volta nella regia con questo film e bisogna riconoscere che è più bravo nel nuovo mestiere che non in quello di origine.

La Londra che ci ritrae, quasi sempre di notte, in una visione riflessiva dall’alto del Tamigi o nei vicoli malfrequentati di Soho, ma anche in momenti collettivi alla Royal Opera House è affascinante ma al contempo lascia trapelare una misteriosa, disturbante, anima inesplorata.

La sceneggiatura al contrario mostra tutti i suoi limiti: non ci può né si deve aspettare molto da un film di genere, soprattutto da un film-action duro come questo ma Steven Knight sembra realmente assillato da horror vacui.  Joey, con un passato da militare violento da dimenticare, sembra trovare prima un suo equilibrio sotto la falsa identità di un fotografo benestante ma poi si trasforma di nuovo, lavorando come gorilla della mafia cinese di Soho. Nel frattempo si trova a gestire tre donne: la sua ex moglie e la figlia, che ha abbandonato senza un soldo; Isabel, una ragazza con cui ha condiviso la sua vita da clochard e che ora è misteriosamente scomparsa; infine Cristina, una suora che ha incontrato alla mensa dei poveri. E’ questa la parte più interessante ed originale del film,  un confronto fra  chi sa dare solo dei pugni e una suora che ha imparato a vivere in totale dedizione agli altri.

Sarebbe stato sufficiente questo incontro-confronto per costruire un film ricco di umanià e di trasformazione interiore (la Redemption del titolo) ma ancora una volta Steven Knight non riesce a trattenersi: ecco che veniamo a scoprire che Cristina ha un passato di violenze subite, a causa delle quali ha dovuto abbandonare la sua vocazione per la danza ed è stata forzata dalla famiglia a diventare suora.   .

Il concetto stesso di redenzione, che dà il titolo al film,  finisce per essere quanto di più frainteso si possa immaginare: il nuovo programma del Joe  redento consiste nell’uccidere l’uomo che ha violentato Cristina, nel lasciare alla porta di casa di sua moglie i soldi che ha guadagnato picchiando gli esercenti inadempienti nei confronti della mafia (ma forse la figlia avrebbe preferito ritrovare un papà).

Il regista non si trattiene dall’aggiungere anche  spunti sociali (le immigrazioni  clandestine oltremanica su falsi camion da trasporto merci) e traborda sopratuto nelle  scene di violenza. Si tratta di lunghe sequenze   ricolme di dettagli raccapriccianti: allo spettatore non viene neanche risparmiata una lunga scena di violenza su di una donna.

Un vero peccato, perché questo regista ha talento ma non riesce ancora a contenerlo.

La colonna sonora è firmata dell'italiano Dario Marianelli, premio Oscar per Espiazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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