Avventura

ASTERIX ALLE OLIMPIADI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/01/2010 - 09:51
 
Titolo Originale: Astérix aux jeux olympiques
Paese: Francia,Germania, Spagna
Anno: 2008
Regia: Frédéric Forestier, Thomas Langmann
Sceneggiatura: Olivier Dazat, Thomas Langmann, Franck Magnier, Alexandre Charlot
Produzione: La Petite Reine, Canal +, Pathé, Motion Investment Group, Sorolla Films
Interpreti: Clovis Cornillac, Gérard Depardieu, Alain Delon, Vanessa Hessler, Michael Schumacher

La principessa Irina di Grecia è innamorata del barbaro Alafolix, con in quale intrattiene una romantica corrispondenza.  Ma anche il goffo Bruto, il figlio adottivo di Giulio Cesare, si è invaghito della principessa. Per dirimere la contesa, il papà di Irina stabilisce che impalmerà sua figlia colui che avrà vinto i giochi olimpici...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A dispetto di tanti ostacoli, l'amore trionferà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grande dispendio di star e di computer grafica, ma manca una bella storia e la regia e troppo arrendevole alle esigenze produttive

Questo film è il terzo della  serie in "carne ed ossa" (non in cartone animato) ispirato ai due inseparabili Asterix ed Obelix creati dalla penna di René Goscinny (scomparso nel 1977) e dalla matita di Albert Uderzo ed  è quello che più chiaramente mostra l'ambizione di diventare un Blockbuster da record.
78 milioni di euro di Budget , 40 paesi coinvolti, coproduzione franco-anglo-spagnola. Sono stati ingaggiati due premi Oscar (Charles Depardieu ancora una volta come Obelix e Alain Delon nella parte di Giulio Cesare), comprimari scelti opportunamente per soddisfare le varie nazionalità coinvolte (ci sono anche le nostre "iene" Paolo Kessisoglu e Luca Bizarri),  star dello sport  ingaggiati  per una  breve apparizione (fra cui Michael Schumacher, impegnato a guidare una biga tutta rossa, Jean Todt, Zinedine Zidane, Amélie Mauresmo, Tony Parker). Lo scettro della più bella del reame spetta per la seconda  volta a un'italiana :dopo Laetitia Casta del primoAsterix e Obielix contro Cesare (1999), seguita  da Monica Bellucci in Asterix e Obelix: missione Cleopatra (2002) e ora spetta alla modella italo-americana Vanessa Hessler.

Il primo difetto che appare con evidenza è l'incapacità di controllare questa grande massa di energia e di soldi messi a disposizione. E' noto che i francesi si vantano di essere i numero due ( o forse si considerano i numero uno) nella computer grafica dopo gli americani: questa situazione li autorizza a inserire  scenari a volo d'uccello dell'antica Roma e dell'antica Grecia con una frequenza che alla fine risulta noiosamente ripetitiva. La corsa con le bighe nel grande stadio è l'unica situazione dove si riproduce il respiro dei grandi spazi, ma la corsa di Ben Hur (all'epoca niente CG) era tutt'altra cosa. Il secondo difetto è la mancanza di armonizzazione nel contesto narrativo delle troppe presenze dei divi sportivi: se Schumacher ha la sua simpatica particina assieme all'inseparabile Todt, per gli altri non è stata trovata altra soluzione, praticamente a film finito, che farli giochicchiare a turno con una palla di pelle di pecora.

Alain Delon riesce a dare l'unico tocco di originalità: un Giulio Cesare narcisista, un io sono io di vaghe reminiscenze degaulliane. Anche l'Obelix, quell'omone dall'animo di bambino continua ad essere ben reso dal fedele Depardieu, ma questa volta è relegato in posizione di secondo piano.
La comicità è presente a sprazzi: Una spassosa replica del dialogo alla finestra di Cyranò de Bergerac,un sub-plot sugli amori del fedele cagnolino di Obelix, ma molte battute si perdono nella traduzione.

In fondo potevano anche sorvolare sui difetti prima citati  abbandonandoci alle quasi due ore di innocente divertimento ma c'è qualcosa che non può essere perdonato: la mancanza di una storia. Una volta stabilito che ci sono due giovani che si amano e che il loro amore è contrastato da Bruto, il film si muove sempre nella stessa direzione, in una sequenza ripetitiva ostacoli da superare fino all'inevitabile lieto fine. Il fatto che il personaggio più riuscito sia proprio Bruto (interpretato da Benoit Poelvoorde), finisce per spostare in modo innaturale l'asse della nostra attenzione, perché paradossalmente i due giovani innamorati restano in secondo piano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INDIANA JONES E IL REGNO DEL TESCHIO DI CRISTALLO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/28/2010 - 09:39
 
Titolo Originale: Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: David Koepp
Produzione: Amblin Entertainment e Lucas Film Ltd
Durata: 125'
Interpreti: Harrison Ford, Karen Allen, Cate Blanchett, Shia LaBoeuf

Siamo nel 1957 e il professor Jones non riesce a stare lontano dalle avventure e dai guai. Agenti russi guidati dalla glaciale Irina Spalko (la Blanchett) sono alla ricerca del mitico Teschio di cristallo che secondo la leggenda potrebbe mettere nelle loro mani un enorme potere. Per trovarlo contano sulla collaborazione non proprio volontaria del nostro archeologo. Ma non hanno fatto i conti con le risorse di Indy, né con l’‘inaspettata alleanza con un giovanotto intraprendente di nome Mutt, il figlio di una donna a cui il nostro eroe tiene molto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Se rispetto a L’ultima crociata e a L’arca perduta (che pur aprivano anche ad una dimensione più propriamente metafisica), resta vivo, accanto al legittimo amore per la conoscenza, il senso del mistero.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione e qualche elemento horror che potrebbero spaventare i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Molte finezze di scrittura caratterizzano una storia dall’ottimo ritmo

Erano ormai quasi vent’anni (era il 1989 quando Indiana Jones affrontava la sua Ultima crociata al fianco del vecchio padre – Sean Connery, purtroppo assente in questo nuovo episodio) che i fan aspettavano il ritorno dell’archeologo avventuriero. Più di Rambo e Rocky, almeno quanto i personaggi di Guerre stellari (le uniche altre saghe cinematografiche paragonabili per fama e successo di pubblico), Indiana Jones è entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo con le sue spettacolari avventure in cui non manca mai qualche acuta caratterizzazione psicologica e una certa profondità tematica che fa da sfondo alle pittoresche avventure da un capo all’altro del mondo.

In questa nuova pellicola l’ormai sessantenne professor Jones (che riconosce senza timore ed anzi con un pizzico di malinconico compiacimento il passare del tempo) non teme la concorrenza di emuli di vario successo come il Rick O’Connell de La Mummia e il Ben Gates dei vari misteri dei Templari (vedi recensione de Il mistero delle pagine perdute).

Dalla sua, infatti, non ha solo l’arma di un’ironia (che è prima di tutto autoironia) tagliente, ma anche la capacità degli autori di costruire un racconto accattivante, riempiendolo di affettuose citazioni dalle prime tre pellicole della saga, ma anche dagli altri titoli della premiata coppia Spielberg & Lucas (quest’ultimo autore del soggetto e produttore).

Se il mito di Indiana Jones si è nutrito nei capitoli passati della sua suggestiva ambientazione anni Trenta, con il suo corollario di nemici al servizio della svastica e di un solido sfondo fornito dal riferimento alla tradizione giudaico cristiana (l’Arca dell’alleanza e il Sacro Graal), Il regno del teschio di cristallo compie un deciso salto in avanti (siamo nel 1957, epoca di corse in macchina e brillantina, ma anche di esperimenti nucleari, maccartismo e Guerra Fredda), scegliendo il suo mistero da svelare nell’incrocio tra due ossessioni che non hanno perso popolarità anche ai nostri giorni: antiche civiltà precolombiane e vite aliene.

Falce e martello sostituiscono la svastica, ma resta comune l’identificazione assai acuta del nemico nei totalitarismi pronti a cedere alla superstizione in cambio del potere. E se la supercattiva Irina Spalko deve molto alle donne letali dei film di James Bond, è pur vero che Spielberg & C. lavorano con intelligenza a livello visivo e tematico sull’opposizione tra l’autentico ed equilibrato desiderio di conoscenza del protagonista e la caccia spietata scatenata dai Sovietici per impadronirsi di un potere che dovrebbe consentire loro di controllare le menti degli avversari. Un potere che non a caso è custodito da entità dotate di una mente collettiva.

Sono queste solo alcune delle finezze di scrittura che caratterizzano una storia dall’ottimo ritmo che trova però il suo cuore più autentico nelle dinamiche familiari che coinvolgono il coriaceo archeologo (ma è un duro dal cuore tenero, come dimostra facendosi giocare dal suo compagno d’avventura), il giovane Mutt (un ottimo Shia LaBoeuf che saggiamente si presta a fare da spalla in attesa di raccogliere, forse, il testimone) e la rediviva Marion Ravenwood, unico vero amore del fascinoso Indy.

Se già il confronto tra il maturo e un po’ acciaccato Jones e il giovane Mutt in versione simil Brando fa scintille, è proprio quando in scena compare Karen Allen che il film decolla, grazie ad un susseguirsi di scambi in stile screwballcomedyche delizieranno i fan di lunga data senza però lasciar fuori le nuove generazioni di spettatori.

Il film, infatti, ha il merito di trovare un felice equilibrio tra la celebrazione di un mito e la necessità di rinnovarlo aprendo la strada alla continuazione del brand.

Per una volta, comunque, l’operazione, che è senza dubbio anche commerciale, sembra animata da un autentico attaccamento alla materia, meno contabilistico calcolo di marketing e più ritorno ad un amore mai dimenticato in cui Lucas e Spielberg, produttori di successo, possono unire le loro forze di autentici e appassionati narratori.

Interessante anche il tema scelto: la conoscenza piena come tesoro supremo (ma anche suprema tentazione che, come anche nei capitoli precedenti, comporta rischi mortali) è il punto di arrivo del viaggio attraverso i continenti, un culmine che dà corpo per l’ennesima volta all’ossessione spielberghiana per le “visite” da altri mondi.

E se gli E.T. in salsa maya sembrano un sostituto un po’ misero (o forse solo un po’ pacchiano) rispetto agli antichi reperti de L’ultima crociata e de L’arca perduta (che pur nella semplificazione hollywoodiana aprivano anche ad una dimensione più propriamente metafisica), resta però vivo, accanto al legittimo amore per la conoscenza, il senso del mistero.

Alla russa Spalko che lo accusa di non aver abbastanza fede per compiere l’ultimo passo, così come accadeva di fronte al possesso del calice capace di dare la vita eterna o al mistero letale dell’arca perduta, il saggio Indiana Jones oppone così un buon senso consapevole del limite umano che non si fa abbagliare dal luccichio dell’oro, ma nemmeno dall’utopia della conoscenza assoluta.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RICHIAMO DELLA FORESTA 3 D

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 13:00
 
Titolo Originale: Call of the Wild
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Richard Gabai
Sceneggiatura: Leland Douglas (liberamente ispirata al romanzo di Jack London)
Produzione: Richard Gabai, Nancy Draper, Stacy Fish, Larissa Michel per Braeburn Entertainment/ Call of the Wild Productions/ Check Entertainment/21th Century 3D
Durata: 90'
Interpreti: Richard Gabai, Nancy Draper, Stacy Fish, Larissa Michel per Braeburn Entertainment/ Call of the Wild Productions/ Check Entertainment/21th Century 3D

Ryann Hale, viziata rampolla di una coppia di Boston, viene mandata in vacanza in Montana dal nonno, fresco vedovo, mentre i genitori sono in viaggio in giro per l’Europa. La bambina, inizialmente poco attratta dalla vita semplice e dagli spazi selvaggi del paese dove vive il nonno, cambia idea quando incontra un cane per metà lupo, che battezza Buck. Ryann lo accudisce e gli si affeziona, e, ascoltando il nonno che le rilegge “Il richiamo della foresta” di Jack London, si trova a preparare, insieme ad un simpatico vicino di casa del nonno, una corsa con la slitta…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ennesimo peana ai buoni sentimenti, la generosità e la semplice religiosità dell’America rurale che è il vero cuore degli Stati Uniti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ogni snodo della storia è prevedibile, i pericoli e le peripezie ridotte alla misura minima, i personaggi, delineati in modo più che schematico, sono talvolta involontariamente ridicoli e fuori posto

Ennesima variazione sul tema (sarebbe abbastanza sacrilego considerarlo un adattamento) del famosissimo libro di Jack London che racconta le avventure e la riscoperta della natura da parte di un cane “di città” forzatamente gettato nelle lande desolate dell’Alaska, trasparente metafora del recupero della propria natura selvaggia da parte degli esploratori dell’epoca.

Probabilmente sperando di acchiappare un pubblico di giovanissime interessate, come la piccola protagonista, più allo shopping che alle corse di slitte, qui gli autori riducono lo spazio del libro originale a qualche lettura parafrasata da parte del nonno, e costruiscono un racconto un po’ sconclusionato sulla scoperta del mondo rurale da parte di una cittadina recalcitrante.

Ogni snodo della storia è prevedibile, i pericoli e le peripezie ridotte alla misura minima, i personaggi, delineati in modo più che schematico, sono talvolta involontariamente ridicoli e fuori posto (un veterinario di colore in un paesino del Montana, e che senza nemmeno una visita propone di abbattere un animale?).

Girato, chissà perché, in un poco apprezzabile 3D, questo Richiamo della foresta affastella un bel po’ di inutili quanto innocui cliché, dal nonno saggio, all’antagonista cattivissimo e stupido, ai paesani bonaccioni e disponibili, al misterioso indiano che sembra cattivo, ma ovviamente non lo è, senza riuscire ad appassionare né sulla linea principale né sul maldestro “bigino” di Jack London.

A fare da trait d’union un cane mezzo lupo forse troppo selvaggio che, peccato mortale in una pellicola come questa, interagisce ben poco con la piccola e poco simpatica protagonista, ma che fa a tempo a diventare il premio in palio di una corsa di slitte dall’esito assai poco appassionante.

Che poi il sedicenne vicino di casa, biondino e belloccio, preferisca passare il tempo in slitta con una bambina di dieci anni piuttosto che fare il filo alla graziosa barista che gli piace è qualcosa che può accadere solo in una storia come questa.

Qualche giro in slitta e un paio di bei paesaggi non salvano questo film dimenticabile che ha l’unico pregio di non dire veramente nulla di negativo e di fare l’ennesimo peana ai buoni sentimenti, la generosità e la semplice religiosità dell’America rurale che è il vero cuore degli Stati Uniti.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ROBIN HOOD

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/08/2010 - 13:10
 
Titolo Originale: Robin Hood
Paese: USA/Gran Bretagna
Anno: 2010
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Ethan Reiff, Cyrus Vors, Brian Helgeland
Produzione: Ridley Scott, Russell Crowe e Brian Grazer per Imagine Entertainment/Scott Free Productions/Universal Pictures
Durata: 131'
Interpreti: Russel Crowe, Cate Blanchett, Mark Strong, Matthew Macfadyen, Danny Huston

Robin Longstride combatte come arciere al seguito di Riccardo Cuor di Leone che, dopo anni di crociate e prigionia, sta tornando in un’Inghilterra impoverita dalle sue guerre. Quando il re muore, Robin e alcuni suoi compagni tornano in patria, portando con sé la corona che passerà a Giovanni, principe inetto ma presuntuoso che non si accorge dei maneggi di Godfrey, suo amico d’infanzia che complotta con i francesi.

Intanto Robin, insieme ai suoi “allegri compagni” va a Nottingham per riconsegnare una spada che forse ha a che fare con i ricordi confusi del suo passato. Qui incontra Lady Marion, che ha dovuto industriarsi per mantenere la proprietà del marito lontano, e Walter Loxley, suo suocero, che svelerà a Robin la verità su suo padre e lo spingerà a lottare per la giustizia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un arciere furbo che si accontenta di vivere di piccoli imbrogli trova la sua realizzazione nel difendere la città di Sherwood da spietati predatori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche violenza in battaglia ma sensa dettagli cruenti
Giudizio Artistico 
 
La predominanza data ai conflitti socio-politici rispetto a quelli personali e interiori determina una certa debolezza del film che, pur reso indubbiamente coinvolgente da un’originale e shakespeariana storia d’amore così come da straordinarie scene di battaglia non riesce ad articolarsi con un climax realmente soddisfacente.

Raccontare l’uomo prima della leggenda rievocando un passaggio storico particolarmente denso di implicazioni e risonanze epiche.

A metà strada tra Braveheart  e Il Gladiatore, Ridley Scott – un regista a volte troppo intelligente per il suo stesso bene…- con la storia dell’arciere di Sherwood in versione 2010 ha l’ambizione di dare un affresco storico degli anni che porteranno alla firma della Magna Charta, primo atto che pone un limite al potere del sovrano costringendolo a riconoscere alcuni minimi diritti ai suoi sudditi. Poco importa che all’epoca si trattasse di tutelare i privilegi di pochi nobili e non di promuovere la democrazia (come qui sembra immaginare il visionario padre di Robin e ripetere lui alle folle con eloquenza da condottiero), l’importante, sostengono un po’ sbrigativamente gli autori, è stabilire il principio…
Tanto carico di “pensiero” fa sì che, pure grazie al carisma del solito Russell Crowe l’eroe resta centrale, molte sono le figure che si contendono l'attenzione del pubblico, si moltiplicano le linee narrative e i conflitti  con il risultato che la pellicola non ha quella potente e univoca direzione che ci si aspetterebbe da un kolossal storico di questo genere e finisce per trascurare alcuni snodi narrativi dei protagonisti (Robin e Marion) a favore dell’intreccio politico-sociale.

Grazer, Scott e Crowe (qui anche produttore), hanno dato mandato a Brian Helgeland (già sceneggiatore del complesso L.A. Confidential) di soffermarsi sulle psicologie affascinanti e contraddittorie di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni. Così mentre il primo è dipinto come un monarca “condannato” a fare il coraggioso condottiero, insofferente all’adulazione, consapevole dei suoi “peccati”, ma incapace di riconoscerli fino in fondo, l’altro è tratteggiato per certi versi copia sbiadita del Commodo del Gladiatore. Intorno a loro si muovono altri personaggi di rilievo: il consigliere Guglielmo (William Hurt) e la regina Eleonora, mentre viene snobbato il cattivo per eccellenza, lo sceriffo di Nottingham, affidando alla sola bravura di Mark Strong una vera e propria caratterizzazione del villain di turno, nemico del Paese prima che del protagonista.

Ed è forse proprio la predominanza data ai conflitti socio-politici (alcuni raccontati anche in termini non proprio storicamente accurati) rispetto a quelli personali e interiori la ragione di una certa debolezza del film che, pur reso indubbiamente coinvolgente da un’originale e shakespeariana storia d’amore così come da straordinarie scene di battaglia (compreso uno sbarco in stile D-Day…),  non riesce ad articolarsi con un climax realmente soddisfacente.

Non aiuta il fatto che alcuni snodi (l’alleanza finale con i fuorilegge del bosco - nella versione di Scott orfani della guerra ridotti a vivere di espedienti - ma anche la ricostruzione del passato di Robin tra la morte del padre e quando lo vediamo al seguito di Riccardo) siano saltati al montaggio finale (ne resta traccia nelle parole degli autori), contribuendo a sbilanciare l’insieme nel senso del racconto collettivo.

Tra l’altro spiazza e delude una chiusura che, tra il voltafaccia di re Giovanni e l’inizio della latitanza dell’eroe, potrebbe sembrare il gancio di un sequel.  Ora che Robin è finalmente il fuorilegge della foresta comincerà a fare a tempo pieno quello per cui tutti noi lo conosciamo?! Se pure l’idea degli autori era di evitare di ripetere quanto visto molte volte sullo schermo, questo non basta ad eliminare la sensazione di trovarsi di fronte a un’occasione in parte mancata.

Sarebbe stato interessante dare più spazio all’approfondimento del tema del legame padre-figlio, non semplicemente in termini di memoria da recuperare, ma di riconciliazione profonda e vera, che qui viene letta nel rapporto tra Robin e Walter Loxley (Max Von Sydow), ma lascia fuori di fatto il racconto di ciò che ha fatto del protagonista quello che è dopo la morte del padre sognatore…

Molto più convincente, seppur essenziale, la dinamica del rapporto tra Robin e Marion, messi in scena nel rispetto dell’età anagrafica degli interpreti e così giocati su una chiave di malinconico romanticismo non privo di ironia, in cui stona un po’ il finale irenico ed “ecologista” che li lega, di fatto, ai non-personaggi degli orfani delinquenti della foresta.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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