Avventura

HAZZARD

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 11:39
Titolo Originale: The Dukes of Hazzard
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Jay Chandrasekhar
Sceneggiatura: Jonathan Davis, Jay Chandrasekhar
Produzione: Gerber Pictures, Warner Bros., Village Roadshow Pictures
Durata: 106'
Interpreti: Seann William Scott, Johnny Knoxville, Jessica Simpson, Burt Reynolds, Willie Nelson

Tornano i cugini Duke a cavallo della mitica “Generale Lee”, e con loro rivive il variopinto mondo della contea di Hazzard: le barzellette di zio Jesse, i sexy pants della cugina Daisy, e naturalmente  i piani malvagi di Boss Hogg da sventare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'atteggiamento sessuale dei due giovani è alquanto disinvolto
Pubblico 
Adolescenti
Qualche volgarità verbale, riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
La storia è prevedibile, i personaggi stilizzati, le gag a grana grossa. Una fredda operazione commerciale per rivivere un vecchio successo televisivo
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FORESTRA DEI PUGNALI VOLANTI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/15/2010 - 12:13
 
Titolo Originale: Shi mian mai fu/House of flying daggers
Paese: Hong Kong/ Cina
Anno: 2004
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Zhang Yimou
Produzione: Edko Films, Zhang Yimou Studios
Interpreti: Zhang Ziyi, Takeshi Kaneshiro, Andy Lau, Dandan Song

 Nel 2001 La tigre e il dragone di Ang Lee è stato il deciso apripista delle susseguenti massicce importazioni di cappa e spada cinese. Un successo di pubblico ben diffuso dai media ha tolto ai distributori ogni dubbio superfluo e la moda, inseguendo il successo per codificarlo in tendenza, si è presto occupata di farne un’occasione etnico-autoriale da non perdere.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La violenza è solo un presupposto per giochi di danza rappresentati come schemi di geometrica armonia. Visione favolistica della bellezza della natura
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
È un’immedesimazione che entusiasma, il dominio della materia e la sperimentazione visiva sono senza pari, ma alla lunga il racconto ne risente e la sceneggiatura ne esce trascurata

Una regolare dose di wuxiapian (ruscelli e montagne cinesi, combattimenti e sospensione nel tempo) improvvisamente è stata decretata universalmente necessaria: dove minimalismo europeo e massimalismo americano non esaudiscono più tutte le richieste di entertainment, entrano in gioco i generi esotici, escursioni rarefatte in un altro da sé cinematografico.

Si tratta in realtà di territori inesplorati quanto può esserlo un villaggio di vacanze che però, come quest’ultimo, mantengono un forte fascino visivo e di narrazione proprio in virtù del contesto, cioè grazie alla tradizione antica di cui si fanno citazione moderna.

Ora, a distanza di qualche anno e di analoghe produzioni di cappa e spada, sembra possibile dire che La tigre e il dragone fu invero sopravvalutato, ma questo non impedisce di seguire con interesse lo sbarco armato in Occidente di un genere tanto omaggiato in Oriente. A tal punto che anche Zhang Yimou, dopo un iniziale e manifesto disinteresse per volteggi e guerrieri volanti, ha pensato bene che quando non si può combattere un nemico è meglio farci un film. Anzi due. E, dopo l’interessante prova del pur farraginoso Hero, forse ancora troppo autoriale e riflessivo per attingere il genere “puro”, ecco La foresta dei pugnali volanti che si giova della pratica di Hero e nel contempo porta la forma a compimento iperuranico: è un manuale di alta scuola, è la bibbia del wuxia.

Splendide coreografie e combattimenti vorticosi passano, senza più remore, in primo piano, ma senza contorcimenti barocchi, senza esotismo ricercato. I personaggi sono ridotti di numero, i temi concettualmente troppo profondi espunti, affinché nulla sia d’ostacolo al genere. E Zhang Yimou ne ha conquistato ormai una conoscenza solida, è tutt’uno con il potere trascinante della saga, con le sfide di arti marziali, con le imboscate nelle foreste di bambù. È un’immedesimazione che entusiasma, il dominio della materia e la sperimentazione visiva sono senza pari, ma alla lunga il racconto ne risente e la sceneggiatura ne esce trascurata. I suoi tre protagonisti, una ballerina cieca, una guardia militare, un ribelle affiliato a un gruppo di cospiratori (i “Pugnali volanti” appunto) si muovono come marionette poetiche in un teatrino di agguati, combattimenti, rivelazioni che si susseguono una dentro l’altra. La ricerca visiva e di ritmo restano stupefacenti, ma la narrazione perde colpi e, mentre il tema portante del film rimane improvvisamente relegato sullo sfondo, qualche passaggio ci sembra di vederlo più di una volta, poi a mezz’ora dal finale, che ci aspettavamo epico e risolutivo, per giunta veniamo bendati e trasportati controvoglia dentro un melodramma a inviti.

Partito da premesse eccellenti, Yimou commette l’errore di puntare tutto e solo sullo stile, sulla confezione, su una foresta di stilemi volanti che esasperano con grande professionalità il lato favolistico del wuxia, però senza trascinare con sé anche la sceneggiatura, come a dire che al cospetto di cotanta qualità visiva sarebbe superfluo voler seguire anche una storia compiuta.

Giunto al bivio tra sublime e precipizio, Yimou imbocca convinto il secondo con quel cambio finale di registro che incrina la fede nel wuxia e anche nelle intenzioni del regista.

Grazie ad alcune scene memorabili, però, La foresta dei pugnali resta un’opera di prodigiosa perizia tecnica che distilla in ogni fotogramma un concentrato di cultura visiva cinese e segna un nuovo punto di riferimento con cui le declinazioni moderne del genere dovranno per forza misurarsi.

Autore: Giulia Gibertoni
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: CULT
Data Trasmissione: Domenica, 24. Luglio 2011 - 21:00


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FINAL FANTASY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/15/2010 - 11:23
 
Titolo Originale: Final Fantasy - the Spirits Within
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Frank Marshall
Sceneggiatura: David Digilio
Durata: 120'
Interpreti: Paul Walker, Jason Biggs, Bruce Greenwood, Moon Bloodgood

Shreck, il film di animazione interamente realizzato in computer grafica uscito nella  stagione 2000-2001, aveva affrontato con successo una importante sfida: riuscire a realizzare un film d'animazione da confrontarsi direttamente con i grandi classici della Disney.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Fratellanza, solidarietà e coraggio ma è presente una visione mistica di ispirazione orientale che ci appare distante
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena con mostri che potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Grosso impegno tecnologico per realizzare una storia con esseri umani in 3D. Operazione riuscita parzialmente

La sfida è pienamente riuscita : l'animazione in 3D non ha nulla da invidiare al cartone animato, non solo da un punto di vista tecnico, ma anche per la sua capacità di restituirci l'incanto di un mondo di favola.

Final Fantasy ha voluto perseguire un obiettivo simile: realizzare un film completamente in computer grafica che faccia concorrenza ai più classici film di fantascienza.
L'obiettivo è lecito: già oggi i film di questo genere sono traboccanti di effetti speciali, di astronavi che si spostano nell'immensità dello spazio, di suggestive albe che sorgono su pianeti di altre galassie. L'operazione appariva tanto più giustificata in quanto il film si è ispirato ai personaggi dell' omonimo gioco per Playstation.

Final Fantasy è riscito nel suo intento? Non completamente.

La protagonista AKI, sulla quale è stato profuso il maggior impegno degli animatori, è realmente impressionante nella sua femminilità artificiale. Lo stesso non si può dire dei protagonisti maschili, che sembrano tanti Big Gim; le mille sfumature che presenta un volto umano mentre si esprime sono qui state appena abbozzate. Non vi è dubbio comunque che tra pochi anni il realismo, l'espressività di questi attori generati via software ci sembrerà pienamente accettabile.

Il problema però non è solo tecnico: un film del genere di fantascienza beneficia di alcuni ingredienti che lo rendono inequivocabilmente tale: il rapporto dell'uomo con gli infiniti spazi siderali o lo stimolo che riceve la nostra immaginazione nel figurarci la nostra vita in un mondo proiettato nel futuro remoto.
Molto di tutto questo manca; la "poetica" tipica di film di fantascienza, stenta a venir fuori perchè troppo disturbata dalla presenza di personaggi che noi percepiamo come pupazzi.

La storia comunque è ben raccontata e piena di suspense (la presenza di scene di combattimenti violenti contro i "mostri" sconsiglia la visione ai piu piccoli ed ai più impressionabili).
Si parla di Java, lo spirito della terra, e di tanti altri "spiriti" sia buoni che cattivi, in eterna lotta fra di loro. Vi è, come dice il regista giapponese Hironobu Sagakuchi (lo stesso creatore della saga dei videogiochi), coma una esplorazione spirituale e filosofica dell'esistenza.
Si tratta di una visione mistica di ispirazione orientale che ad alcuni può apparire distante dalla nostra sensibilità

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CONTE DI MONTECRISTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/12/2010 - 10:21
 
Titolo Originale: the count of monte cristo
Paese: USA
Anno: 2002
Regia: Kevin Reynolds
Sceneggiatura: Jay Wolpert
Durata: 131'
Interpreti: James Caviezel (Edmond), Richard Harris (Faria), Guy Paerce (Mondego), Dagmara Dominczyk (Mercedes)

 Dal romanzo di Alexandre Dumas padre, un classico della letteratura d’avventura portato innumerevoli volte al cinema e in televisione, nasce un film che, mentre rispetta tutti i canoni del buon prodotto americano di intrattenimento (ricostruzione d’epoca sontuosa e accattivante, regia vivace affidata ad un professionista che può vantare nel suo curriculum titoli come Robin Hood principe dei ladri e Waterworld, interpreti di ottimo livello, tra cui spiccano Richard Harris nel ruolo dell’abate Faria e James Caviezel, già protagonista de La sottile linea rossa e futuro Gesù in Passion di Mel Gibson), si prende alcune libertà rispetto al testo di partenza e sceglie come segno distintivo una costante sottolineatura dell’elemento religioso, senza timore di parlare, oltre che del desiderio di vendetta, anche di Dio, di perdono e di Provvidenza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un senso della Provvidenza pervade il film e la vendetta non diventa più l'unico movente del protagonista
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene di violenza e riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Regia accattivante e vivace

Per Edmond Dantes, imbarcato su un mercantile insieme all’amico Fernando Mondego, sembra giunto il tanto atteso colpo di fortuna: una promozione e con essa la possibilità di sposare l’amata Mercedes costruendosi una semplice felicità. Ma l’invidia di alcuni (tra cui Fernando) e l’ambizione di altri (il magistrato corrotto Villefort) lo costringono di colpo a confrontarsi con il male, l’odio e la violenza nella terribile isola-prigione dove viene mandato a morire.

Di fronte all’accanirsi dei nemici e forse di un destino maligno, quale significato può avere per Edmond la scritta (“Dio mi renderà giustizia”) che compare nella tetra cella dove sembra destinato a trascorrere il resto della vita? Forse nessuno, forse si tratta solo della beffa di un Dio un tempo venerato e in cui sembra ormai impossibile credere; almeno fino a quando il nostro incontra l’Abate Faria, curioso miscuglio di razionalità illuminista e fede autentica. L’educazione che Edmond riceve da lui negli anni di prigionia durante i quali scavano la galleria destinata portarli alla libertà, è molto più di una preparazione al tremendo piano di vendetta che Dantes non smette mai di covare. E l’Abate, fidando che il cuore di Edmond saprà alla fine condurlo oltre la spirale della rivalsa, gli lascia tuttavia gli strumenti per attuarla. Dopo la fuga nasce dunque il Conte di Monte Cristo, un uomo diverso dall’ingenuo Edmond, un individuo freddo e spietato, il cui unico scopo sembra essere quello di punire i responsabili del suo destino miserando.

Persone che, per altro, sembrano già portare i segni della dannazione; in particolare Fernando, che in fondo ha commesso il tradimento più grave, quello dell’amicizia, spinto da un movente impressionante nella sua cruda semplicità: nobile, vizioso e avvelenato dalla gelosia verso Dantes, Mondego, vergognandosi di invidiare l’amico, povero e plebeo, ma capace di amare ed essere amato, ha ceduto agli istinti più bassi, senza esitare di fronte alla menzogna e all’omicidio. Si tratta di un personaggio che, incapace di trovare un freno ai suoi appetiti e alle sue ambizioni (ha sposato Mercedes, ma se ne è presto stancato e la tradisce; è diventato conte, ma ha dilapidato il suo patrimonio), forse scavato dal tarlo della sua miseria spirituale, non sa godere nemmeno di quanto possiede, ma solo consumare se stesso e quelli che lo circondano.

Questo, però, potrebbe essere anche il destino di Edmond, abilissimo con la spada e con il cervello, capace di escogitare trucchi e inganni per mettere in trappola i suoi nemici, ma forse non più in grado di provare sentimenti umani.

Ma è su questo punto che la pellicola prende davvero le distanze dal romanzo di Dumas, sia per porre rimedio alla prolissità di un testo pensato per la pubblicazione periodica sulle riviste del tempo, sia per adottare una chiave di lettura che, almeno a parere di chi scrive, non cerca tanto un forzato happy end, ma consapevolmente decide di piegare il destino dei personaggi tramite il riferimento alla Provvidenza; essa infatti non coincide con una facile soluzione dell’intreccio che cancelli gli anni del dolore e dell’odio, ma corrisponde ad una possibilità, una seconda chance di felicità data all’uomo Edmond, se solo egli è in grado di tornare ad essere se stesso e riesce a trovare in sè la forza di perdonare affidando l’ultimo giudizio sul bene e sul male all’Unico in grado di scrutare il cuore di ognuno.

Con grande attenzione, quindi, gli autori del film, pur senza rinunciare a mostrare la doverosa e prevedibile rovina dei “cattivi”, fanno in modo che i complicati intrighi orditi da Monte Cristo non si risolvono mai in omicidi commessi da Edmond, in cui possono lentamente tornare a fiorire la speranza e la fiducia in quel Dio solo apparentemente lontano (Faria glielo aveva detto: “Tu puoi non credere in lui, ma lui crede in te”) e di conseguenza nella donna amata un tempo e mai dimenticata. Lo stesso confronto con Fernando (lui sì incapace di accettare perfino il perdono da parte dell’odiato “amico”) ha lo spessore di un confronto tra due modi di guardare il mondo e la vita: da una parte quello di chi, memore della sofferenza patita, accoglie ogni cosa come un dono da non sciupare, dall’altra quello di chi è abituato a pretendere e a “consumare” ed è destinato a perdere ogni cosa, compresa la vita e l’anima.vv

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAST AWAY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/11/2010 - 10:16
Titolo Originale: CAST AWAY
Paese: USA
Anno: 2000
Regia: Robert Zemeckis
Sceneggiatura: William Broyles Jr.
Durata: 143'
Interpreti: Tom Hanks, Helen Hunt

Come dimostrano i dati del box office e le lunghe file di spettatori all’ingresso delle sale cinematografiche, Cast Away è sicuramente il film che più ha segnato il panorama cinematografico delle prime settimane del 2001. Oltre che per il successo di distribuzione, questo film merita una particolare attenzione perché la storia narrata, proseguendo la riflessione su un tema che sta particolarmente a cuore al regista, si impone come una di quelle metafore che in maniera piuttosto scoperta tentano di istituire dei riferimenti ideologici per l’orientamento dell’uomo americano in particolare e dunque occidentale in generale.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Combattendo la disperazione, il naufrago vince prima la battaglia per sopravvivere, poi quella per avere ancora speranza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scena ad alta tensione drammatica
Giudizio Artistico 
 
L'accoppiata Zemeckis-Hanks funziona ancora come in Forrest Gump. Bravissimo Hanks che in questo caso subisce anche una trasformazione fisica; bravo narratore Zemeckis di una storia che non è di avventura ma intimista

L’intreccio, combinazione di Robinson Crusoe e de Il Fu Mattia Pascal è presto raccontata. Chuck Noland (Tom Hanks) è un ingegnere delle FedEx, la maggiore azienda di trasporti degli Stati Uniti. È fidanzato con Kelly (Helen Hunt). Nel corso di uno dei frequenti viaggi per conto dalla propria azienda, l’aereo su cui viaggia è costretto ad ammarare in mezzo all’Oceano Pacifico. Chuck si sveglia su un’isola sperduta. Assistiamo alle traversie che affronta per sopravvivere finché, 4 anni dopo, trova il coraggio di imbarcarsi su una fragile zattera. Viene ripescato in mare da una nave da carico, ma, tornato a casa, trova che la fidanzata, credendolo morto, si è sposata con un altro. All’ex ingegnere della FedEx non resta che riconsegnare al mittente un ultimo pacco, l’unico che aveva lasciato chiuso fra quelli sospinti come lui sulla spiaggia dell’isola.

Questa trama, per la situazione-limite in cui pone il protagonista, gettato in un mondo estraneo, si presta in modo immediato ad imporsi come riflessione sul senso dell’esistenza umana messa alla prova dall’arbitrio del destino. Il film presenta infatti una molteplice variazione sul tema della separazione dalla persona amata: assistiamo infatti, oltre alla vicenda di Chuck e Kelly, al tradimento di una donna innamorata e alla morte di cancro della moglie di un collega del protagonista. Il film sembra dunque porsi questo interrogativo: perché vale la pena continuare ad affrontare un futuro che può riservarci sorprese così dolorose?

Questo interrogativo circa la natura, provvidenziale o arbitraria, del destino umano sembra percorrere quasi tutti i film di maggiore successo fra quelli firmati da Robert Zemeckis: Ritorno al futuro (con i relativi sequel) e Forrest Gump in particolare.

La saga dei Ritorno al futuro (sceneggiata dallo stesso Zemeckis) risponde alla questione posta difendendo, seppur in modo molto ironico e divertito, una tesi piuttosto forte: ogni essere umano è direttamente responsabile del destino che lo attende. Homo faber fortuanae suae: se potessimo tornare indietro nel tempo, con l’opportuna perizia, potremmo migliorare il nostro presente. È solo una questione tecnica ottimizzare il rapporto fra le conseguenze positive e quelle negative dei cambiamenti che introduciamo nel continuum temporale della nostra vita.

Gli anni ’90 hanno lasciato il segno sulla visione americana del destino e l’attenuazione dell’ottimismo alla base dei film girati da Zemeckis è un sintomo emblematico. Ce ne accorgiamo riflettendo su quella che è la frase tematica che caratterizza Forrest Gump, uno dei più significativi personaggi cinematografici degli ultimi anni: “La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita”. In modo semplice ed efficace questa massima esprime un profondo cambiamento dell’orientamento rispetto alla natura del nostro destino (espressa anche da una delle sequenze più famose di questo film: il lento cadere di una piuma sospinta dal vento): l’essere umano, creatura finita, non ha a completa disposizione il proprio futuro, la scelta libera ha sempre una componente di rischio e la realizzazione della felicità un che di aleatorio.

Il personaggio di Forrest Gump sollevò fin da subito numerose polemiche circa il suo essere un ritardato. A mio avviso Eric Roth, lo sceneggiatore di questo film (e di altri film interessanti e profondi come Insider, L’uomo che sussurrava ai cavalli, Mr. Jones, L’uomo del giorno dopo) girato da Zemeckis, ha voluto presentare due personaggi, Forrest e l’amica Jenny, che attraversano in modo diverso i decenni più tormentati della storia americana (il Vietnam, la contestazione giovanile, la lotta contro la discriminazione razziale, la violenza contro le più alte cariche dello stato). Forrest attraversa questi anni senza venirne travolto, mentre Jenny subisce tutti gli sbandamenti di un epoca fino a morire di Aids. Molti hanno dunque letto nel film questa tesi: l’unico modo per sopravvivere alla storia e difendersi dalle avversità del futuro è quello di ignorare la storia stessa rifugiandosi in un oasi di ingenua semplicità. Non credo si voglia difendere una tesi semplicistica come questa. Forrest è un uomo felice, nonostante i dolori che attraversa, non perché è stupido e non capisce ciò che sta avvenendo. È un uomo felice perché il suo sguardo, all’inizio per necessità poi sempre più per scelta consapevole, non si fa distrarre da ciò che è importante: l’amore per Jenny e per la madre, l’amicizia leale, la fedeltà al proprio dovere, la capacità di elaborare un lutto con profondità (espressa dalla famosa sequenza della lunga corsa da una costa all’altra degli USA). La straordinaria esperienza che si prova seguendo questo film (e che ne ha determinato il clamoroso successo) risiede nel fatto che alla fine lo spettatore si accorge che un uomo che per tutta la storia gli è stato presentato come ritardato è invece una persona a cui desidera profondamente assomigliare.

Forrest è insomma una specie di Pinocchio postmoderno che affronta un interessante percorso di formazione. Da bambino è riuscito a liberarsi dai pesanti sistemi tutori per la sua spina dorsale imparando a correre in modo autonomo. Da grande ha imparato a liberarsi dalla forma di tutela psicologica che la madre gli aveva suggerito (rispondere a chi lo considerava uno stupido con un convinto, ma ripetitivo, “stupido è chi lo stupido fa”). Il momento in cui Forrest dimostra di essere cresciuto è particolarmente emozionante: lo vediamo trovare il coraggio di dichiararsi alla donna che ama, affermando con chiarezza che lui non è stupido, e non perché “non fa lo stupido” ma perché sa amare e sa cosa amare significhi.

L’orientamento hollywoodiano espresso dal film di Zemeckis sembrava insomma dirci: non sappiamo cosa il futuro abbia in serbo per noi, una devastazione generazionale, la nostra nazione sconfitta in una guerra atroce, la morte di nostra madre o della donna della nostra vita: l’importante è conservare il coraggio, in genere giudicato (con un certa invidia)un po’ ingenuo, di amare. Forrest, alla fine del film, oltre ad aver salvato il proprio miglior amico, è padre di un bambino che nessuno chiamerà stupido.

La tesi di Cast Away, sebbene il film abbia molti caratteri in comune con quello precedente, suona piuttosto diversa perché nell’insieme la storia è venata da un senso di amarezza assente da quella di Forrest. Come Forrest Gump anche Chuck Noland deve fare i conti con un destino crudele. Ma mentre il primo film si conclude con il protagonista ai lati della strada da cui è appena partito lo scuolabus con a bordo suo figlio, il secondo si conclude con il protagonista ai bordi di un incrocio sperduto nella campagna americana: è indifferentemente possibile intraprendere una qualsiasi via. L’unica direzione che abbia un minimo senso è quella dell’indirizzo del mittente di quel pacco che, come lui, è sopravvissuto al naufragio (noi sappiamo che appartiene alla donna tradita nelle prime sequenze del film).

I due finali sono per certi versi significativamente speculari, ma hanno un gusto innegabilmente diverso. Entrambe i film sostengono che l’uomo non può dominare il proprio futuro (nemmeno un ingegnere ossessionato dal tempo come Chuck Noland), ma quanto fragile risulta la serenità dello sguardo che Chuck rivolge alle strade che gli sono aperte davanti!

Inoltre Cast away si differenzia da Forrest Gump in un punto decisivo per la questione generale che pongono: il confronto con la morte. Forrest elabora i propri lutti in modo molto vero: un dolore straziante per la morte in guerra dell’amico Buba, la lunga corsa verso le coste dello stato americano per la morte della madre, quasi a voler acquisire la consapevolezza del limite che segna l’esistenza creaturale, e infine l’amore per il piccolo figlio, per trovare un senso alla morte di Jenny. Di fronte alla morte Chuck si comporta in modo molto diverso: l’amico gli confida che la moglie è gravemente ammalata di cancro e lui, per quanto addolorato, non trova di meglio che raccomandargli l’indirizzo di un abile medico. Seppellito sull’isola il corpo del pilota dell’aereo, non trova miglior commento che un laconico “È tutto”. Probabilmente in fase di montaggio è stata poi significativamente tagliata una sequenza a mio avviso fondamentale: il fallito tentativo di suicidio messo in atto da Chuck in un momento di disperazione sull’isola. Questa sequenza ci viene solo raccontata più tardi dal protagonista, mentre confida ad un amico il senso che lui trova nella propria storia: vale la pena continuare ad affrontare il futuro perché non sai mai cosa ti possa portare la prossima onda: a volte un naufragio, altre volte il necessario per andarsene dall’isola su cui sei naufragato.

Questa frase sembra chiudere una parabola di riflessione dell’ideologia hollywoodiana espressa dal cinema di Zemeckis su come tutelare la propria felicità contro il futuro: da una specie di allegro titanismo del Marty McFly di Ritorno al futuro, fino al rassegnato minimalismo del naufrago Chuck Noland. Continuo a preferire la coraggiosa ingenuità di Forrest Gump.

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY HITS
Data Trasmissione: Domenica, 21. Aprile 2013 - 21:10


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C'ERA UNA VOLTA IN MESSICO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 10:45
Titolo Originale: Once upon a time in Mexico
Paese: Usa
Anno: 2003
Regia: Robert Rodriguez
Sceneggiatura: Robert Rodriguez
Durata: 129''
Interpreti: Antonio Banderas “El Mariachi”, Johnny Depp “Sands”, Salma Hayek, Mickey Rourke, Eva Mendes, Danny Trejo, Enrique Iglesias, Willem Dafoe “Barrillo”, Gerardo Vigil, Pedro Armendáriz, Julio Oscar Mechoso, Tito Larriva, Miguel Couturier, Tony Valdes, José Luis Avendaño

El Mariachi è una leggenda vivente in Messico, il più veloce e infallibile pistolero, che lotta contro i cartelli della droga e i militari corrotti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Vendetta, tradimento e uno scarso senso del valore della vita nei pistoleri messicani
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Per le molte scene violente ed il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Film di pura azione,senza una sceneggiatura disostegno
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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8 AMICI DA SALVARE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/04/2010 - 10:08
 
Titolo Originale: 8 below
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Frank Marshall
Sceneggiatura: David Digilio
Durata: 120'
Interpreti: Paul Walker, Jason Biggs, Bruce Greenwood, Moon Bloodgood

Base antartica degli Stati Uniti. Uno scienziato esperto in minerali (Bruce Greenwood) insiste per fare una spedizione alla ricerca di un raro meteorite anche se la stagione è avanzata.  Jerry, il capo  guida  (Paul Walker), è perplesso ma poi accetta di attrezzare la sua slitta trainata da 8 cani eschimesi. Una improvvisa perturbazione costringe tutti ad abbandonare  frettolosamente la base con l'aereo lasciando i cani legati alla catena. Da quel momento Jerry ha un solo pensiero: organizzare una spedizione per salvare i cani; bisogna però aspettare che ritorni la primavera e nel frattempo i cani sono costretti ad affrontare l'inverno antartico da soli....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alla fine la solidarietà, l'amicizia (ma anche l'amore) hanno il sopravvento
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena con animali spaventosi potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Grandi mezzi per garantire la spettacolarità del film e ottimo addestramento degli 8 cani. Occorre sorvolare sulla recitazione sufficiente e sulle numerose sponsorizzazioni

Se avete un cane, se li  amate, sedetevi tranquilli senza guardare l'orologio e godetevi questo film tutto d'un fiato. Come critici dovremmo parlare di recitazione sufficiente, di una storia un po' troppo lunga, ma tutto questo scompare di fronte alle vere star del film: gli otto cani da slitta (husky siberiani e alaskan malamute) che svolgono con abnegazione il loro lavoro per l'uomo ma che poi, da soli, contando sulla resistenza straordinaria che la Natura  ha dato loro, riescono a superare da soli l'inverno dell'Antartide (un posto tutt'altro che disabitato). Fin dalle prime sequenze gli otto cani ci vengono presentati uno ad uno: c'è il giovane esuberante ma inesperto, il vecchio prudente, la saggia capo-branco, l'irrequieto che ubbidisce poco ai comandi. Da quel momento impariamo a riconoscerli e a non meravigliarci  delle loro reazioni quasi umane anche se  sappiamo che dietro questo lavoro di caratterizzazione ci sono stati mesi di addestramento in USA e poi in Canada da parte di 14 trainer (i cani impiegati sono stati in realtà 17).

Il secondo personaggio di rilievo è l'Antartide. Ci appare un po' meno vero di come era apparso ne La marcia dei pinguini (2005) - alcune sequenze sono state realizzate in studi di posa e lo si percepisce - ma non mancano straordinarie sequenze aeree e dal mare, su di una nave rompighiaccio.
Si tratta di due storie di solidarietà, una umana e l'altra canina. Da una parte c'è Jerry, che cerca di organizzare la spedizione di soccorso e sembra  rimasto solo a combattere contro il muro di gomma dell'indifferenza di chi non comprende il suo problema (il suo impegno d'onore verso quei cani che lo hanno salvato mille volte) ma finirà per venir aiutato dai suoi veri amici. Anche i cani, in condizioni tanto avverse,  sapranno portar da mangiare anche al compagno che resta indietro o è rimasto ferito.

Alla fine della storia, anche se in fondo tutta la storia è prevedibile, ho visto delle signore tirar fuori il fazzoletto. C'è qualcosa di male ad abbandonarsi a un momento di tenerezza?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI1
Data Trasmissione: Lunedì, 26. Dicembre 2016 - 21:25


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L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/01/2010 - 12:05
Titolo Originale: L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Mike Newell
Sceneggiatura: Ronald Harwood dal romanzo di Gabriel Garcia Marquez
Produzione: New Line Cinema/Stone Village Pictures/Grosvenor Park Media
Durata: 132'
Interpreti: Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno, Benjamin Bratt, Catalina Sandino Moreno, Laura Harring

Florentino Ariza, impiegato al telegrafo di Cartagena (Colombia) alla fine dell’Ottocento, vede per la prima volta Fermina Deza alla finestra di casa e subito se ne innamora. Conquistata la ragazza a forza di lettere appassionate, è però ostacolato dal padre di lei, un arricchito che spera in un matrimonio di alto livello. Piegata dalla volontà del padre Fermina accetta di sposare il buon dottore Juvenal Urbino, lasciando Florentino nella disperazione, che l’uomo comincia ben presto a curare con decine di storie di sesso di cui prende accuratamente nota in attesa che Fermina torni libera. Il che accade solo dopo oltre 50 anni. Fortunatamente per i due amanti i sentimenti non invecchiano mai.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista Florentino ci mette poco a stabilire una cesura tra la fedeltà spirituale e la consumazione della passione fisica con oltre 600 donne…con la scusa di curare il suo mal d’amore, mentre i cinquant’anni del matrimonio di Fermina fanno presto ad essere bollati come una faticosa parentesi di fondamentale indifferenza
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene a contenuto sessuale e molteplici situazioni con nudità femminili
Giudizio Artistico 
 
Efficace nel ricostruire ambientazioni sudamericane, il film, durante le sue interminabili due ore, si trascina senza mai riuscire a coinvolgere né emozionare veramente
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRIPLICE INGANNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/01/2010 - 11:50
Titolo Originale: Les Brigades du Tigre
Paese: Francia
Anno: 2006
Regia: Jerome Cornuau
Sceneggiatura: Xavier Dorison, Fabien Nury
Durata: 125'
Interpreti: Clovis Cornillac, Diane Kruger, Stefano Accorsi, Eduard Baer

Parigi 1912. La capitale francese sta per diventare teatro di un evento storico: la firma della Triplice Intesa fra Francia, Inghilterra e Russia. A cercare di impedire questo evento c'è un'organizzazione anarchica, la banda Bonnot e la comunità degli emigrati russi, desiderosi di smascherare il regime oppressivo  del loro paese. Di fronte a tanti pericoli non resta che far intervenire la Brigata del Tigre, corpo speciale di Polizia espressamente voluto da Georges Clemenceau....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La squadra vince, ma i metodi sono alquanto brutali e spesso illegali
Pubblico 
Adolescenti
Qualche colluttazione violenta, una scena con ferite raccapriccianti
Giudizio Artistico 
 
La pellicola,soddisfa pienamente le esigenze di spettacolo (sparatorie e inseguimenti, costumi sfarzosi, il divismo dei protagonisti) ma molto limitati sono gli sforzi per dare maggiore profondità ai personaggi.

La Francia dell'inizio del secolo scorso soffriva, come conseguenza del suo tumultuoso sviluppo industriale, di un aumento incontrollato della criminalità organizzata. La polizia, aveva all'epoca un'organizzazione cantonale ed era impreparata ad affrontare questa nuova minaccia. Nel 1907 Georges Clemenceau, allora Ministro degli Interni, organizzò dei  Corpi speciali di Polizia che riportavano direttamente al Ministero e che furono chiamate Le brigate del Tigre (dal soprannome che era stato dato a Clemenceau). Questo corpo era costituito da personale specializzato addestrato alla boxe e al combattimento con il bastone e adottava tecniche di indagine allora innovative: l'analisi delle impronte digitali e il riconoscimento tramite identikit, senza contare l'uso sistematico dell'automobile e del telefono. In pochi anni le brigate conseguirono successi spettacolari e  da quel momento fu chiaro che la polizia poteva essere efficace solo se nazionale e dotata delle attrezzaturepiù moderne.

Les brigades du tigre (titolo originale del film) è anche il nome di un fortunato serial televisivo che andò in onda in Francia nel periodo 1974-1983 e che ebbe un successo paragonabile agli altri serial ormai considerati dei  cult come Belfagor, Vidoq o Il commissario Maigreit. Il segreto stava nel mischiare due generi: quello poliziesco, sempre molto amato e quello storico: in particolare non poteva non lusingare l'orgoglio nazionale la rievocazione della favolosa Ville Lumière di inizio secolo, all'epoca baricentro anche della politica internazionale. 

Il film che porta lo stesso titolo è un condensato della serie e in particolare si concentra sull'anno 1912, anno della firma della Triplice Intesa, evento intorno al quale si addensano tutti le tensioni nazionali e internazionali: dal movimento anarchico alle rivendicazioni dei fuoriusciti russi, prodromi della rivoluzione che li a poco sarebbe scoppiata. Se da una parte i "buoni" sono rappresentati dal commissario Valentin ( Clovis Cornillac) e la sua squadra, il cattivo (anzi la cattiva) assume l'aspetto inquietante di una bella principessa russa impegnata in un rischioso doppio gioco (Diane Kruger) e  nientemeno  che la polizia di prefettura, invidiosa dei  successi della squadra.

Il molti euro che sono stati investiti per realizzare questo film si vedono tutti e soddisfano pienamente le esigenze dello spettacolo, senza ricorrere eccessivamente alla computer grafica, come era accaduto a Una lunga domenica di passioni (2004) : sparatorie,  lotte corpo a corpo, inseguimenti per i mercati di Parigi, sfarzo di costumi all'Opera di Parigi e inoltre, elemento di attrazione non trascurabile, una buona dose di divismo grazie alla presenza di Diane Kruger che dopo aver interpretato Elena in Troy, buca lo schermo confermandosi adatta a ruoli regali: in questo caso di principessa russa.

Per godersi lo spettacolo bisogna molto perdonare alla sceneggiatura, che mette continuamente a repentaglio la nostra credibilità (a cominciare dal personaggio della principessa russa che parteggia per i rivoluzionari per finire con l'improbabile bacio fra lei e il commissario, irrimediabilmente su fronti opposti).

Quello che è più difficile da perdonare  è la mancanza di uno sforzo maggiore per dare profondità ai personaggi: lo si vede di riflesso attraverso Stefano Accorsi, che risulta sprecato in una particina appena abbozzata.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MISTERO DELLE PAGINE PERDUTE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/01/2010 - 11:37
 
Titolo Originale: National Treasure: Book of Secrets
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Turteltaub
Sceneggiatura: Cormac Wibberley e Marianne Wibberley Interpreti:Nicholas Cage, Ed Harris, Diane Kruger, Justin Bartha,
Produzione: Walt Disney Pictures / Jerry Bruckheimer Films
Durata: 124'
Interpreti: Nicholas Cage, Ed Harris, Diane Kruger, Justin Bartha, Helen Mirren, Jon Voight, Harvey Keitel

Ben Gates, cacciatore di tesori per professione e per tradizione famigliare, vuole discolpare il proprio trisavolo dall’accusa infamante di essere stato uno dei complici dell’assassino di Abramo Lincoln. Ma per farlo dovrà seguire una serie di indizi enigmatici che sembrano condurre alla città perduta di Eldorado…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Buono il tentativo di articolare un film d’azione pop corn come questo su un tema “alto” come quello dell’onore famigliare e l'importanza della stabilità familiare
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Rispetto a il Mistero dei Templari la progressione dell’avventura è meno fluida ed è venuto un po' a mancare lo smalto ironico.

Di fronte agli enormi incassi del Mistero dei Templari (recensito in Scegliere un film 2005) Jerry Bruckheimer – vero re Mida della tipica e insostituibile Hollywood da intrattenimento fast food, (da Top Gun fino alla trilogia dei Pirati dei Caraibi, passando per il successo planetario di una serie televisiva come CSI) – non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di lanciare il personaggio di Ben Gates, interpretato da Nicholas Cage, in una seconda caccia al tesoro.

La nuova avventura di Gates (che la stampa già saluta come una versione contemporanea del mitico Indiana Jones… ma per favore!) si sviluppa, come la precedente, attraverso una catena di enigmi, rompicapo, indizi smozzicati che rimandano l’uno all’altro fino, chissà, al sospirato tesoro. Perciò, anche stavolta, la parola feticcio è codice (gli strascichi della moda danbrowniana ancora si fanno sentire): fra un rocambolesco inseguimento e l’altro (e magari anche durante il rocambolesco inseguimento), per il protagonista e i suoi compagni è tutto un frenetico decodificare, decrittare, decifrare sistemi di simboli più o meno intricati.

L’altra parola feticcio è complotto. Le avventure di Ben dimostrano che ogni dietrologia sulla storia americana – dall’area 51 all’omicidio di Kennedy – è vera: per capirlo basta saper leggere i segni, interpretare gli indizi, decrittare il… codice.

Il film è divertente e, rispetto al precedente, ha lasciato perdere ogni ammiccamento ad una presunta massoneria tutrice dei valori americani. Anzi, a ben guardare, sembra quasi che gli autori abbiano deciso di gettare una certa ombra sul personaggio di Sadusky, l’agente dell’FBI (interpretato da Harvey Keitel) che nel precedente film incarnava una sorta di rassicurante (o, meglio, inquietante) “vigilante massone” che “non ci lascia mai soli”.

Va riconosciuto anche il tentativo di articolare un film d’azione pop corn come questo su un tema “alto” come quello dell’onore famigliare, nel nome del quale si lanciano nella caccia sia il protagonista che il suo antagonista (interpretato da Ed Harris).

Peccato che questo tema “alto” tenda un po’ a gravare sull’inizio del film e a restare piuttosto irrisolto nel finale. E che la progressione dell’avventura sia meno fluida che nel precedente. E che, rispetto a questo, sia un po’ venuto a mancare lo smalto ironico. Ma Jerry non ha da preoccuparsi: anche stavolta il vero tesoro sarà quello che finirà nelle sue tasche.

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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