Avventura

ALL IS LOST - TUTTO E' PERDUTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/05/2014 - 17:31
Titolo Originale: All is Lost
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: J.C. Chandor
Sceneggiatura: J.C. Chandor
Produzione: Before The Doors Pictures/Washington Square Films
Durata: 106
Interpreti: Robert Redford

Robert Redford è un uomo senza nome capace di sopravvivere per otto giorni sperduto nell’oceano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo riesce a sopravvivere da solo, sperduto nell’oceano, combattendo la disperazione.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e numerosi momenti di tensione.
Giudizio Artistico 
 
Un “One man show” con Robert Redford che non riesce a supplire alla mancanza di una tematica narrativa
Testo Breve:

Robert Redford da solo su una barca nell’oceano. I critici lo lodano ma il pubblico si addormenta

I critici lo lodano, il pubblico si addormenta. All Is Lost è l’audace tentativo di J.C. Chandor e Robert Redford di raccontare una storia di sopravvivenza e solitudine tramite il solo uso di immagini di “straordinaria quotidianità”.

“Il Nostro Uomo”, pseudonimo utilizzato nei titoli di coda per identificare un Redford senza nome, non è un Seal o un marinaio dalle capacità fuori dall’ordinario, ma un uomo con un’irrefrenabile voglia di vivere. J.C. Chandor non comunica alcun dettaglio sulla vita personale del suo protagonista, se non nella lettura iniziale di una lettera dal contenuto alquanto vago, e non ha alcuna pretesa (sarebbe stata legittima peraltro) di produrre un arco narrativo. Redford non incarna tanto l’uomo comune quanto un’umanità generica e forse proprio per questo (paradossalmente) priva di punti d’identificazione.

Film che vedono come fulcro narrativo la battaglia dell’uomo contro fenomeni naturali sono interessanti per il loro aspetto visivo, ma si elevano artisticamente e acquistano significato quando il vero conflitto è quello del protagonista contro se stesso. La lotta interiore e personale di un uomo contro le sue debolezze è ciò che emoziona un pubblico. Un uomo che vuole vivere nonostante gli innumerevoli nubifragi è ammirevole, ma non colpisce il cuore come il personaggio che cade, si rialza e combatte.  

Vista la genericità narrativa, la conseguenza è un film episodico, quasi documentaristico, in cui si susseguono catastrofi naturali che Redford vive con una tranquillità stoica che lascia lentamente spazio ad una crescente disperazione. La mancanza di tessuto narrativo si fa sentire anche nella scelta delle inquadrature e del montaggio. L’attenzione ai dettagli della nave, dell’oceano e del cielo è quasi esasperata e spesso innecessaria.  

Ci troviamo di fronte ad un’ambientazione soffocante, dalla piccola imbarcazione iniziale alla scialuppa di salvataggio fino all’immensità oceanica. Gravity ha il pregio di suscitare ambivalenza nel pubblico: lo spazio diventa un luogo tanto terrificante quanto affascinante. Chandor sembra non amare l’oceano e ogni suo particolare è utilizzato per suscitare timore e claustrofobia.

 

“One man show” sembra il motto delle maggiori pellicole di questo 2013. Gravity vanta Sandra Bullock, Captain Phillips Tom Hanks e All Is Lost si appropria del mito americano Redford. Può un attore, pur dalle grandi capacità, supplire alla mancanza di una tematica narrativa? La risposta è no.

Un film deve essere una storia umana raccontata per immagini, non un esercizio visivo. 

Autore: Miriam Bellomo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Lunedì, 25. Aprile 2016 - 21:00


Share |

BELLE & SEBASTIEN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/28/2014 - 18:53
 
Titolo Originale: Belle et Sébastien
Paese: FRANCIA
Anno: 2013
Regia: Nicolas Vanier
Sceneggiatura: Nicolas Vanier, Fabien Suarez, Juliette Sales
Produzione: RADAR FILMS, EPITHÈTE FILMS, GAUMONT
Durata: 104
Interpreti: Félix Bossuet, Tchéky Karyo, Dimitri Storoge, Margaux Châtelier

Nel 1943, durante l’occupazione tedesca, in un villaggio alpino della Savoia, gli abitanti si sono messi alla caccia di un cane selvatico accusato di assaltare le greggi. Il piccolo orfano Sébastien, accudito da César, il suo nonno adottivo, incontra per caso il cane. Capisce che non è lui ad attaccare le greggi e da quel momento in poi cerca di salvarlo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un invito a vivere nella natura e a comprenderne le leggi. Non bisogna mai giudicare affrettatamente né gli animali né le persone
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista realizza pienamente il suo obiettivo: una sorta di racconto poetico, dove gli uomini vengono come purificati al contatto con la natura. Alcune lentezze nella parte centrale.
Testo Breve:

L’orfanello Sebastien difende un pastore dei Pirenei dall’accusa di aver assaltato delle greggi. Un rapporto bambino-cane nello splendore delle Alpi, un film a metà fra poesia e documentario 

In una giornata splendente, un’aquila vola lenta e solenne sulle cime innevate delle Alpi al confine fra Francia e Svizzera. Più sotto, il nonno putativo César e l’orfanello Sebastien sentono il lamento di un piccolo stambecco rimasto senza madre, uccisa dai bracconieri. César non esita un attimo a calare il nipotino con una corda lungo uno strapiombo, perché possa trarre in salvo il piccolo. Tornati a casa, César prova a far annusare lo stambecco  a una pecora, in modo che possa accettarlo come figlio ed allattarlo. Verso la fine del film, ormai svezzato, verrà lasciato libero sull’altopiano.

Questo inizio dice già  tutto sulla poetica del film: piccole comunità di montagna che vivono in stretta simbiosi con la natura e gli animali, una natura che viene amministrata e rispettata. Non è una favola quella che ci viene raccontata ma è la poesia che scaturisce da qualcosa di molto concreto: i ritmi lenti e solenni di una natura generosa che si prende cura degli animali ma anche degli uomini.  

Fanno da contrasto, quasi corpi estranei, le truppe tedesche di occupazione e  le famiglie ebree che che vogliono passare il confine (novità introdotta in questo film rispetto precedente serial televisivo giapponese, ricavato anch’esso dal racconto dell’attrice-sceneggiatrice francese  Cécile Aubry).  Come si comprenderà meglio alla fine del film, il parallelo fra ciò che succede nel mondo animale e quello umano ha lo stesso  significato: la necessità di cercare la verità in profondità, senza restare irretiti nei pregiudizi.

L’incontro fra la cagna Belle e Sebastien è venata da molta tenerezza: non è solo  espressione della naturale intesa fra bambini (Sebastien ha 7 anni) e animali; Sebastien è orfano, desidera rivedere la madre (gli hanno detto che è andata in America), trascorre la giornata lavorando per il nonno  (perché non va a scuola?) e l’amicizia con questo cane,  il suo impegno a difenderlo, costituisce per lui un motivo per sentirsi meno solo.

Altri personaggi In questo film hanno una nobile missione da compiere: il medico del paese deve far passare clandestinamente delle famiglie ebree oltre il confine e il nonno César cerca come può di prendersi cura di Sebastien perché così ha promesso alla madre prima che morisse. Perfino fra le file dei soldati tedeschi ci saranno delle liete sorprese. Non c’è il male in questo film quindi? Il messaggio appare essere differente: tutti (uomini e animali) sono intrinsecamente buoni ma possono venir deviati nel loro comportamento da vicissitudini o condizionamenti esterni. Se Belle si è imbastardita perché aveva un padrone che la picchiava, anche i soldati tedeschi, costretti ad obbedire, non sono poi così cattivi.

Il film ha un andamento a volte lento, ma riteniamo sia una scelta coerente con la poetica del film, in sintonia con i ritmi solenni della natura.

 In questo modo i più piccoli potranno seguire meglio la storia ma non saranno d’accordo i ragazzi più grandi, abituati ai ritmi serrati dei giochi playstation o ai blockbuster con gli eroi della Marvel. Ma anche per loro, un maggiore contatto con la natura non potrebbe che giovare. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SHERLOCK HOLMES - GIOCO DI OMBRE (Luisa C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/18/2011 - 19:41
 
Titolo Originale: Sherlock Holmes - A game of Shadow
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Michele, Kieran Mulroney
Produzione: Playtone Productions/Lin Pictures/Silver Pictures/Legendary Pictures/Village Roadshow Pictures
Durata: 129
Interpreti: Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Noomi Rapace

Sherlock Homes, divenuto se possibile ancora più eccentrico dopo che l’amico Watson lo ha “lasciato” per preparare il matrimonio, non ha però smesso di seguire le trace di un intricatissimo piano criminale dietro cui si cela la mente criminale del Professor Moriarty. Quando Holmes lo affronta Moriarty non esita a minacciare di prendersela con Watson e consorte e così l’investigatore si unisce alla luna di miele dei due per proteggerli…ma anche per convincere Watson a unirsi a lui in un’ultima avventura, nel tentativo di sventare il piano di Moriarty, che rischia di precipitare l’Europa in una guerra sanguinosa. Improbabile compagna di avventure la zingara cartomante Sim, a cui Sherlock Holmes ha salvato la vita.
Non è facile, all’interno del sistema dei franchise che tanto

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Anche lo spettatore più superficiale non può fare a meno di rendersi conto che quella che passa sullo schermo è un’amicizia vera, fatta di stima che va oltre le differenze, di scontri, ma anche di reciproca preoccupazione, di capacità di sacrificio;
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di tensione e violenza nei limiti del genere.
Giudizio Artistico 
 
Un cast assolutamente azzeccato e affiatato, ottima qualità dei dialoghi, arguti, rapidi, straordinari nel coordinarsi e intrecciarsi alle azioni
Testo Breve:

Nelle recensioni di Luisa Cotta Ramosino e Claudio Siniscalchi questo secondo capitolo della nuova saga di Herlock Holmes è uno spettacolo godibile per tutti e a diversi livelli , con un cast assolutamente azzeccato  per descrivere un'amicizia vera fatta di scontri, ma anche di reciproca preoccupazione, di capacità di sacrificio 

Non è facile, all’interno del sistema dei franchise che tanto piacciono al cinema commerciale americano (perché permettono di ottimizzare gli investimenti e spesso di risparmiare sulle idee), riuscire a creare un secondo capitolo che conservi i punti forti dell’originale, ma riesca a capitalizzare sul concept ampliandone la portata e le ambizioni.

Il team dietro al successo di questo Sherlock Holmes del XXI secolo ci riesce dando compattezza alla ricetta che ha conquistato un pubblico trasversale (e non solo gli adolescenti maschi, che sono ormai il target di riferimento del cinema americano mainstream) grazie ad un accorto mix di azione, umorismo, citazioni e riferimenti  colti e intelligenti (ma mai fine a se stessi). Un mix che tuttavia non potrebbe rivelarsi così esplosivo (e nel caso del plot di questo capitolo il termine e quanto mai appropriato) se non fosse sostenuto da un cast assolutamente azzeccato e affiatato.

Il cuore del racconto (che dopo un avvio più blando si precipita in una progressione da togliere il fiato verso l’imprevedibile finale), infatti, resta giustamente nel rapporto che lega Holmes e Watson, amici che più diversi non si può, come non si vedevano sullo schermo da molto tempo.

Non si tratta solo dell’ottima qualità dei dialoghi, arguti, rapidi, straordinari nel coordinarsi e intrecciarsi alle azioni; la verità è che anche lo spettatore più superficiale non può fare a meno di rendersi conto che quella che passa sullo schermo è un’amicizia vera, fatta di stima che va oltre le differenze, di scontri, ma anche di reciproca preoccupazione, di capacità di sacrificio; tutte caratteristiche che difficilmente si trovano sul grande schermo di questi tempi, anche in pellicole che proprio di amicizia vorrebbero parlare…

La rivisitazione dei personaggi di Conan Doyle fatta da Ritchie e compagnia, del resto, non ha nulla di superficiale, ma al contrario appare accuratamente progettata per accostare gli elementi più classici (il celebre processo deduttivo, il gusto della scoperta e della sfida per Holmes, la solida praticità di Watson, la crudeltà geniale di Moriarty) a tocchi di modernità che vanno ben oltre l’uso di effetti speciali e del rallentamento del’azione in stile Matrix (che pure si rivelano spettacolari). Fare di Moriarty un trafficante d’armi con interessi finanziari, infatti, oltre a giustificare il giro per l’Europa di protagonista e avversario, strizza l’occhio all’oggi senza farlo pesare.

Né più né meno di quanto la colonna sonora, punteggiata di brani “colti”, solletichi l’orecchio di un pubblico più raffinato, quello che alle scazzottate e alle corse per la foresta preferisce il confronto di menti (e di etica) tra Holmes e Moriarty in una partita a scacchi che mette alla prova l’intelligenza ma anche la tempra morale.

Eh già, perché a convincere è anche lo studio del personaggio Holmes, presuntuoso, egocentrico e impertinente, ma sincero (quanto britannicamente contenuto) nel suo dolore per la perdita dell’amata Irene Adler, così come nella preoccupazione per l’amico Watson e la di lui consorte (la cui unione per altro costantemente osteggia per paura di restare solo…).

In questo sta anche la genialità dell’operazione, che, pur nella diversità dei generi in qualche modo richiama quella fatta con la saga di X-Men, altro riuscitissimo tentativo di dare complessità e profondità a personaggi e storie pur rimanendo decisamente nell’alveo del cinema commerciale.

Il risultato è uno spettacolo godibile per tutti e a diversi livelli, con un più che legittimo lancio per un terzo capitolo della saga… 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SUPER 8 (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 09/10/2011 - 14:28
 
Titolo Originale: SUPER 8
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: J.J. Abrams
Produzione: Steven Spielberg, J. J. Abrams, Bryan Burk per Paramount Pictures/Amblin Entertainment/Bad Robot
Durata: 112
Interpreti: Kyle Chandler, Elle Fanning, Joel Courtney, Noah Emmerich, Ron Elderd

La 14-enne Joe, nell’estate del 1979 è impegnato assieme ad un gruppo di amici a girare uno zombi-movie in super 8. Il gruppetto di cineasti in erba hanno molta fantasia, e decidono di girare una scena mentre passa un treno nella notte alla stazione cittadina. Assistono così, e involontariamente filmano “in diretta” , oltre al tremendo disastro ferroviario, l’immagine vivida di una “creatura” incredibile, naturalmente extraterrestre...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esalta la speranza, la comprensione e solidarietà tra padri e figli
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di violenza e horror nei limiti del genere. Uso di stupefacenti, linguaggio a volte scurrile.
Giudizio Artistico 
 
Il film è l’omaggio al talento di alcuni registi, Spielberg e George Lucas su tutti, che negli anni Settanta del secolo passato, hanno cambiato la pelle al cinema americano, attraverso la fantascienza, trasferendo nelle immagini un universo di valori, sentimenti, turbamenti, speranze e desideri, divenuto cultura popolare
Testo Breve:

Nel 1979  un gruppo di amici è impegnato a girare uno zombi-movie in super 8 e decidono di girare una scena mentre passa un treno nella notte alla stazione cittadina. Assistono così, e involontariamente filmano “in diretta”  l’immagine vivida di una “creatura” incredibile, naturalmente extraterrestre... Il film è l’omaggio al talento di alcuni registi, Spielberg e George Lucas su tutti, che negli anni Settanta del secolo passato, hanno cambiato la pelle al cinema americano, attraverso la fantascienza ..Il film è l’omaggio al talento di alcuni registi, Spielberg e George Lucas su tutti, che negli anni Settanta del secolo passato, hanno cambiato la pelle al cinema americano, attraverso la fantascienza Il film è l’omaggio al talento di alcuni registi, Spielberg e George Lucas su tutti, che negli anni Settanta del secolo passato, hanno cambiato la pelle al cinema americano, attraverso la fantascienza     

Prendiamo l’apertura di “Twilight”, la serie di romanzi, trasportati sullo schermo con successo planetario, scritti da Stephanie Meyer, 30 milioni di libri venduti ovunque, copia più copia meno. Una giovane ragazza, Bella, si è trasferita dal college dall’assolata Arizona all’estremo occidente degli Stati Uniti, confinante col Canada, landa gelida e piovosa. Vive sola col padre (separato dalla madre), poliziotto. E prendiamo l’apertura di “Super 8”, il nuovo bellissimo film di J.J. Abrams (sceneggiatore, produttore, ideatore di serie televisive e regista di “Mission: Impossibile III” e “Star Trek”), realizzato e supervisionato da Steven Spielberg. Joe è un po’ più piccolo di Bella. Ha quattordici anni e vive insieme al padre, vice-sceriffo di una piccola cittadina dell’Ohio, poiché ha perso la madre, deceduta in un incidente nella fabbrica. In entrambi i casi l’adolescente protagonista della storia alla fine si troverà a contatto con l’insolito, il mostruoso e in fin dei conti il meraviglioso. Bella, come noto, si innamora di un affascinante vampiro, naturalmente buono come lei. Joe, nell’estate del 1979 è impegnato assieme ad un gruppo di amici a girare uno zombi-movie in super 8. Il gruppetto di cineasti in erba (dieci anni prima avrebbero pensato ad un western, ora invece la buttano sul sangue) hanno molta fantasia, e decidono di girare una scena mentre passa un treno nella notte alla stazione cittadina. Assistono così, e involontariamente filmano “in diretta” (come fece Abraham Zapruder mentre centravano nel 1963 a Dallas il cranio del presidente J.F. Kennedy, facendolo esplodere), oltre al tremendo disastro ferroviario, l’immagine vivida di una “creatura” incredibile, naturalmente extraterrestre. Da questo momento parte un grandioso e spettacolare omaggio al cinema di Steven Spielberg. Ragazzi di provincia, casette a due piani, cani persi, biciclette sfreccianti, fenomeni inspiegabili, militari imbroglioni e per nulla solidali, alieni buoni, amicizie difficili ma salde, primi turbamenti sentimentali. È l’omaggio al talento di alcuni registi, Spielberg e George Lucas su tutti, che negli anni Settanta del secolo passato, hanno cambiato la pelle al cinema americano, attraverso la fantascienza, trasferendo nelle immagini un universo di valori, sentimenti, turbamenti, speranze e desideri, divenuto cultura popolare (J.J. Abrams è nato nel 1966, e aveva undici anni quando uscirono “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg  e il primo episodio di “Guerre stellari” di Lucas). Lo schermo cominciò a riempirsi di alieni amici (“E.T.” si rivelò il paradigma insuperabile), e ciò voleva dire che la “guerra fredda” (di cui il Vietnam e il radicalismo culturale erano stati le ferite più devastanti e difficili da rimarginare) era davvero finita. Adesso dal cielo non piovevano più minacce di devastazioni, ma inviti a saper guardare oltre i confini dell’uomo e dell’universo. Il rifugio nella fantasia fu un modo per saltare a piè pari le storture della realtà (l’impero sconfitto da un esercito orgoglioso di straccioni con gli occhi a mandorla, lo scandalo Watergate, la recessione economica, la disoccupazione a due cifre, il declino industriale, la violenza, la desocializzazione). La speranza, la positività del finale, la comprensione e solidarietà tra padri e figli (mentre la società radicale postulava la necessaria rottura generazionale), la timidezza e il rossore romantico (quando il sesso era diventato il metro per misurare l’ampiezza della liberazione), l’illusione che i confini dell’universo andassero estesi all’ultraumano (e che questo fosse meglio dell’umano): tutto ciò a molti apparve spirito regressivo, espressione di tradizionalismo e provincialismo, esaltazione della comunità quale freno all’individualismo. In realtà era solo la ribellione dell’uomo al relativismo morale. Ieri come oggi. 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SUPER 8 (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 09/10/2011 - 09:12
 
Titolo Originale: Super 8
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: J.J. Abrams
Sceneggiatura: J.J. Abrams
Produzione: Steven Spielberg, J. J. Abrams, Bryan Burk per Paramount Pictures/Amblin Entertainment/Bad Robot
Durata: 112
Interpreti: Kyle Chandler, Elle Fanning, Joel Courtney, Noah Emmerich, Ron Elderd

1979. Il dodicenne Joe Lamb è rimasto orfano di madre per un incidente sul lavoro e non riesce a comunicare con suo padre, vicesceriffo della cittadina in cui vive. Ma in quell’estate lui e i suoi amici hanno in mente solo una cosa: girare un film di zombie con il loro super 8. Durante le riprese, però, sono per caso testimoni di uno strano incidente ferroviario. Ben presto in città cominciano ad avvenire strane sparizioni, mentre sul posto arriva l’esercito, che non spiega nulla ma sembra in cerca di qualcosa. Qualcosa di molto pericoloso…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
una fantascienza umanistica e piena di sentimento
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di violenza e horror nei limiti del genere. Uso di stupefacenti, linguaggio a volte scurrile.
Giudizio Artistico 
 
Il film mescola abilmente le suggestioni di opere come ET alla simpatia di film di formazione come i Goonies. I tanti "furti" a film classici dello stesso genere per fortuna non saranno percepiti dai più giovani
Testo Breve:

Nelle recensioni di Laura Cotta Ramosino  e Claudio Sioniscalchi, la storia raccontata da Steven Spielberg  e J.J. Adams (Lost)  di un gruppo di ragazzi dodicenni intenzionati a realizzare un filmino Super8 sugli zombi. Il film  mescola abilmente le suggestioni di opere come ET alla simpatia di film di formazione come i Goonies  

Con Steven Spielberg tra i produttori e J.J. Abrams (la mente di Lost, ma anche dell’ultima versione cinematografica di Star Trek nonchè di Cloverfield, che racconta l’invasione di Manhattan da parte di un enorme e distruttivo mostro) le aspettative su questo Super 8 (titolo vintage che si riferisce alle piccole macchine da presa con cui le famiglie degli anni Settanta registravano gli eventi di famiglia ma con cui anche l’allora giovanissimo autore di E.T.  e de Lo squalo girava le sue prime prove) erano comprensibilmente alte.

E i due autori, grandi specialisti nel raccontare, grazie alla scrittura ma anche alla regia, il mistero nella sua faccia straordinaria e spaventosa, non tradiscono, almeno fino a un certo punto, i loro spettatori.

Super 8 mescola abilmente le suggestioni del primo Spielberg (E.T.  per l’appunto, ma anche Incontri ravvicinati), con divertenti ed epocali romanzi di formazione come i Goonies (banda di ragazzini in cerca di misteri), ma cita pure i grandi film di fantascienza del passato, con l’esercito che invade la piccola cittadina e cerca di coprire le tracce di sporchi esperimenti.

Il punto di forza di Super 8 è l’aver scelto come punto di vista lo sguardo di un gruppo di ragazzini, la cui reazione di fronte alla realtà, anche degli eventi più terrificanti e misteriosi, non smette mai di essere innanzitutto di curiosità e meraviglia.

Nella cittadina di Lillian spariscono i cani (si scoprirà poi che, più acuti dei loro padroni umani, sono scappati il più lontano possibile), ma anche le persone, mentre le macchine vengono ritrovate accartocciate come scatolette, ma le autorità pensano ad attacchi di orsi, almeno finché non interviene l’esercito e tutto diventa più complicato.

Nel frattempo Jack e i suoi amici continuano a girare il loro film di zombie (e approfittano spudoratamente della presenza dei soldati e dell’incidente ferroviario per aggiungere production values alla storia!), ma anche a litigarsi, come era prevedibile, l’unica ragazza del gruppo, la bella Alice, che ha un padre ubriacone ma che, nonostante sia più grande di loro -ha già 14 anni-, è disposta a scorrazzare in macchina i marmocchi.

Abrams, soprattutto nella prima ora del film, trova anche il tempo, tra un alieno alla macchia, qualche esplosione e una cospirazione del governo, per tratteggiare con delicatezza i rapporti problematici di Jack e Alice con i rispettivi genitori (il primo, il vicesceriffo Lamb, troppo preso dal suo dolore per riuscire a comunicare con il figlio, il secondo perso nell’alcool e nei sensi di colpa), ma anche la timida attrazione tra i due, le dinamiche del gruppo dei cineasti in erba e la vita di un piccolo centro dove tutti si conoscono.

Come al solito, una volta che il mistero assume contorni precisi, un po’ del ritmo e dell’atmosfera iniziali si perdono, i fili si tirano con eccessiva concitazione e forse la soluzione finale è un po’ troppo “buonista” viste le premesse. Resta però il gusto di un film che è forse colpevole di furto con destrezza da troppi classici (anche se il pubblico più giovane, in questo caso benedetto dalla sua corta memoria, magari non se ne accorgerà), ma che sa ridare il gusto di film “come non se ne fanno più”, una fantascienza umanistica e piena di sentimento, che per questo che si è conquistata un meritato successo.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Venerdì, 29. Novembre 2013 - 21:10


Share |

Le cronache di Narnia - Il viaggio del veliero

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/18/2010 - 21:44
 
Titolo Originale: The Chronicles of Narnia - The Voyage of the Dawn Teader
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2010
Regia: Michael Apted
Sceneggiatura: Christofer Markus, Stephen McFeely, Machael Petroni
Produzione: OX 2000 PICTURES, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION, WALDEN MEDIA
Durata: 113
Interpreti: Ben Barnes, Skandar Keynes, Georgie Henley, Will Poulter

I fratelli più piccoli dei Pervensine, Lucy ed Edmund, ospiti non molto desiderati in casa dell'impertinente cugino Eustachio, stanno osservando un quadro che hanno in camera. Si tratta di una marina le cui onde iniziano a prendere vita ed invadono ben presto tutta la stanza: i due fratelli ma anche il malcapitato cugino vengono soccorsi dai marinai di un veliero: è la nave del principe Caspian che ancora una volta ha bisogno del loro aiuto per salvare il regno di Narnia...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Per vincere contro il male non basta il coraggio: bisogna conquistarsi un cuore puro sconfiggendo le proprie debolezze
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Film ineccepible come realizzazione e computer grafica, manca di una linea portante narrativa che possa realmente appassionare il pubblico
Testo Breve:

Le cronache di Narnia - Il viaggio del veliero Avventura tutta per mare nel terzo film della serie: ci sono chiari riferimenti cristiani ma il racconto non valorizza adeguatamente personaggi

Completata la trilogia de Il Signore degli Anelli, avviata alle ultime battute la serie di Harry Potter, questo terzo film  delle Cronache di Narnia, passato in gestione dalla Walt Disney alla Twentieth Century Fox, gode del vantaggio della mancanza di concorrenti.
In effetti dopo i non molto felici esiti del precedente  Le cronache di Narnia - Il Principe Caspian questa terza edizione è risultata prima al botteghino natalizio statunitense.

Bisogna riconoscere che le novità sono molte: pur restando fedele all'impostazione originale, una felice miscela di favolistico, mitologico e cavalleresco la vicenda non si svolge più sulla solida e tranquillizzante terraferma del regno di Narnia ma si affida alle infide acque dell'ignoto  su un fragile veliero che ricorda molto la nave di Ulisse (in effetti a più riprese compaiono anche le sirene), non  per cercare di tornare a casa come l'eroe omerico ma per arrivare all'isola delle tenebre, al cuore delle insidie che minacciamo il regno: il male oscuro, il male assoluto.

L' altra novità di rilievo è costituita proprio dall'interiorizzazione della battaglia fra il bene ed il male: non c'è più da combattere, spada in pugno, contro la strega cattiva o il popolo dei Telmarini ma contro il Male che riesce a corrompere i cuori più puri, facendo leva sulle loro debolezze più inconfessate. Il tema viene tratteggiato al principe Caspian e ai suoi amici con cupi accenti che ci ricordano che C. S. Lewis ha scritto la saga negli anni '50, poco dopo la sconfitta del nazismo:  "il male può assumere qualsiasi forma, può avverare i vostri sogni più oscuri. Cerca di corrompere tutti i giusti e far gettare il  mondo nell'oscurità".

Il corredo di computer grafica, sempre importante in questo genere di film, è più che adeguato:  il lagnoso cugino Eustachio viene trasformato in un drago volante che si rivelerà molto coraggioso mentre il veliero nella battaglia finale viene squassato  da un terribile serpente marino su cui solo il coraggioso principe Caspian riesce ad avere la meglio.

Sembrerebbe quindi un film con tutte le carte in regola; in realtà c'è qualcosa che non torna nel tessuto narrativo: manca il sostegno di un tema portante che impegni emotivamente lo spettatore.
Manca il cattivo di turno da contrastare: il fatto che il nemico sia il male in persona sotto forma di una amorfa nube verdognola non emoziona più di tanto. Manca anche qualsiasi accenno a un intreccio sentimentale, che avrebbe reso più intrigante il rapporto fra i protagonisti.  I personaggi mancano di uno specifico spessore: per fortuna è stata introdotta la figura dell'impertinente  e lagnoso cugino, coinvolto suo malgrado in avventure più grandi di lui, impegnato a crescere cercando in se stesso  il coraggio e l'altruismo necessari.
Lo sviluppo della trama ha inoltre un andamento eccessivamente schematico: stabilito che il male deve indurre in tentazione i nostri eroi, ecco che Lucy viene lusingata con il miraggio di una bellezza seducente; Edmund e Eustachio vengo abbagliati (strana tentazione per degli adolescenti) dalla possibilità di acquisire ricchezze senza pari. Le tentazioni di Pinocchio erano sicuramente più originali e più divertenti.
Nella seconda parte del film compare anche il leone Aslan, sul quale si concentrano, nel modo più netto che negli altri film della saga, i riferimenti cristiani. Quando Lucy, prima di congedarsi gli domanda:"Verrai a trovarci nel nostro mondo?" Aslan risponde: "Io veglierò su di voi, sempre. Nel vostro mondo ho un altro nome. Dovrete imparare a conoscermi con quello. E' questa la ragione che vi ha portati a Narnia: perché avendomi conosciuto un po' qui riusciate a conoscermi un po meglio anche li".

Se la centralità della fede era il tema dominante in  Le cronache di Narnia - Il Principe Caspian   e la riconquista del regno si era resa  possibile solo nel momento in cui i nostri  si erano affidati interamente ad Aslan, ora la vittoria finale è concessa dal leone-salvatore  solo a chi avrà superato tutte le tentazioni.   "La mia terra è per i cuori puri" è la sua sentenza finale. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Lunedì, 19. Dicembre 2011 - 21:10


Share |

TRAPPOLA IN FONDO AL MARE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 12:22
 
Titolo Originale: Into the Blue
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: John Stockwell
Sceneggiatura: Matt Johnson
Durata: 110'
Interpreti: Paul Walker, Jessica Alba, Scott Caan, Ashley Scott

Arcipelago delle Bahamas. Sam (Jessica Alba) lavora in un acquario come addestratrice di delfini; Jared (Paul Walker)  è un istruttore subacqueo. I due giovani si amano e sono felici così, anche con pochi mezzi. L'arrivo dell'amico Bryce (Scott Caan), ormai arricchito e dotato di motoscafo e della sua ragazza Amanda (Ashley Scott), fanno cambiare i piani all'intraprendente Jared: ci sono speranze per recuperare il tesoro di un antico vascello affondato. Non hanno però fatto i conti con i trafficanti di droga che stanno cercando, nella stessa zona, un aereo inabissatosi con un prezioso carico....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La tentazione della scorciatoia, dell'essere cioè disonesti "una sola volta e poi mai più" viene duramente punita
Pubblico 
Adolescenti
Per alcuni combattimenti violenti
Giudizio Artistico 
 
Un prodotto di intrattenimento costruito con discreta capacità

L'inizio del film lascia fortemente sospettare la sponsorizzazione dell'Ente del Turismo dell'arcipelago delle Bahamas, meta preferita di turisti americani: un mare color zaffiro, acque affollate di pesci di ogni forma e colore che guardano incuriositi frotte di subacquei improvvisati, temperatura perennemente mite.
La presenza di due miti dei teen-agers come Jessica Alba (Sin City, I fantastici Quattro) e Paul Walker (The Fast and the Furious) confermano l'obiettivo del film: puro intrattenimento con buone dosi di giovinezza, ambientazione esotica  e il brivido  dell'avventura.
Man mano però che la storia si sviluppa, bisogna riconoscere che il regista è riuscito a dosare l'arrivo di eventi imprevisti in modo tale da mantenere alta l'attenzione dello spettatore, rendendo non banale la storia.

Ciò che desta più l'interesse  è il fatto che il film si configura come una utile esercitazione di alta scuola di etica. Si fronteggiano infatti un'etica della situazione con un'etica dei valori e della persona. Bryce cerca di convincere Jared che contrabbandare droga per una sola volta gli avrebbe consentito di  fare gli acquisti necessari per avviare un'intraprendente carriera di cercatore di tesori. Lui teorizza una sorta di "opzione fondamentale" secondo la quale si resterebbe sostanzialmente onesti tranne una volta, necessaria per superare il livello dell'indigenza. Jaret invece con la fidanzata Sam ripone ogni valore nel loro amore: qualsiasi azione disonesta finirebbe per far loro perdere il rispetto e la fiducia reciproca.  "Ho più speranza in te che in qualunque altro tesoro" ribadisce Sam a Jaret.
I personaggi hanno una diversa propensione al bene a cui consegue una diversa sorte: c'è chi riesce a mantenersi fede ai buoni principi e diventa un appoggio sicuro per tutti gli altri; chi è sostanzialmente buono ma debole, ma  riuscirà ad avere il suo momento di pentimento e di riscatto; chi infine è intrinsecamente malvagio e subirà una brutta sorte.

Non manca una certa malizia nell'attirare il giovane pubblico maschile grazie all'esibizione delle due protagoniste in bikini qualche taglia sotto il necessario (costituendo comunque una pallida emulazione di Jacqueline Bisset in Abissi, del 1977) ma complessivamente non viene tradito lo spirito di un sano intrattenimento con finale moralmente positivo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA TEMPESTA PERFETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 10:56
Titolo Originale: The perfect storm
Paese: USA
Anno: 2000
Regia: Wolfang Petersen
Sceneggiatura: W.D. Wittliff
Durata: 125'

"They that go down to the sea on the ships": è la dedica apposta sul piedistallo della statua innalzata nella piazza principale di Gloucester, di fronte all'Oceano Atlantico, in memoria dei pescatori morti in mare. Questa statua appare nelle prime scene di questo film ma è anche presente nell'ultima sequenza di "Capitani coraggiosi" il bel film del '37 di Victor Flaming. In effetti gli abitanti di questo paesino del Massachussets sono gli eredi di una gloriosa ma spesso tragica tradizione, che risale alla prima metà del '600: quella di andar per mare dedicandosi alla pesca d'altura.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La sceneggiatura sembra calcare la mano su situazioni famigliari disgregate con poche speranze di recupero
Pubblico 
Adolescenti
Per alcuni incidenti violenti e disinvoltura "marinara" nel linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Grande professionalità nel riprodurre "la tempesta perfetta" anche con l'aiuto della computer grafica. Poco approfonditi i personaggi
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

 
Titolo Originale: The Lord of the Ring
Paese: USA
Anno: 2001
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: di Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens
Produzione: NewLine/Wingnut Films
Durata: 178’ + 179’ + 201’
Interpreti: Elijah Wood (Frodo), Sean Astin (Sam), Ian McKellen (Gandalf), Viggo Mortensen (Aragorn), Orlando Bloom (Legolas), John Rhys-Davis (Gimli), Sean Bean (Boromir), David Wenham (Faramir), Christopher Lee (Saruman), Liv Tyler (Arwen), Hugo Weaving (Elrond), Miranda Otto (Eowyn), Cate Blanchett (Galadriel), Ian Holm (Bilbo)

Realizzare un adattamento della monumentale opera di J.R.R.Tolkien, un testo di oltre 1200 pagine ricchissimo di eventi e personaggi, di luoghi e di creature fantastiche, era un’idea circolata fin dall’uscita del romanzo, tanto è vero che l’autore, un po’ a corto di fondi, ne aveva venduto i diritti. Tuttavia la sfida implicita nel tentativo di dare corpo ad un immaginario tanto ampio e dettagliato (Tolkien descrive luoghi, usi, oggetti, lingue, edifici e specie viventi con una meticolosità certosina, che de resto corrisponde alla fanatica cura del particolare che è propria di tanti suoi adoranti lettori) era evidente e forse al di sopra delle possibilità del cinema anche di soli dieci anni fa.

Valutazioni

Del resto la difficoltà di portare sul grande schermo il genere fantasy è proverbiale. Eppure la forza e il fascino delle vicende de Il Signore degli anelli sembravano in un certo senso essere fatte apposta per costituire la materia di un racconto per immagini, se solo si fosse trovato il modo, anche tecnico, di cogliere lo spirito di questa grande epopea avventurosa e spirituale e trasfonderlo in un film per il grande schermo.

Dopo il modestissimo esito di un film del 1978, che fondeva disegni animati e immagini reali corrette in post-produzione (una pellicola che, tra l’altro, non andava oltre il primo volume del romanzo, La compagnia dell’anello), ecco allora il megaprogetto concepito da Peter Jackson, registra australiano e grande appassionato di Tolkien, che aveva alle spalle una manciata di film interessanti, anche se forse non memorabili (Creature del cielo, Sospesi nel tempo), ma era certo che le nuove tecnologie applicate al cinema (ricostruzione o integrazione digitale di ambienti e addirittura di personaggi) avrebbero consentito di rendere giustizia all’immaginario dello scrittore inglese.

La storia dell’anello del potere, forgiato dall’oscuro Sauron per soggiogare i popoli delle Terra di Mezzo, prende il via in realtà ben prima dell’avvio del romanzo; è noto che Tolkien, filologo di altissimo livello, concepì un mondo dotato di una storia lunga e intensa, il cui peso è ciò che fornisce al suo romanzo più noto un sapore di verità assolutamente unico. Quando la nostra storia prende il via il malefico anello è nelle mani dell’hobbit Bilbo, che lo consegna al nipote Frodo. Seguendo le istruzioni del mago Gandalf, Frodo, accompagnato dal fido servitore Sam e da altri due hobbit, Merry e Pipino, lascia l’amata Contea per raggiungere una delle dimore degli elfi, Granburrone. D qui partirà la Compagnia dell’Anello, con il “folle” scopo di distruggere lo strumento del male, che Sauron si propone di recuperare per distruggere i popoli della Terra di Mezzo. In questa “santa” alleanza, in cui si uniscono, nonostante le perplessità, i rappresentanti delle diverse razze, in un’impresa che ha speranza di riuscire proprio perché sfida la logica del potere e dell’odio propria del Nemico.

Da Granburrone partono dunque Frodo e i suoi amici, Gandalf, l’elfo Legolas, il nano Gimli, Boromir, figlio del sovraintendente del regno umano di Gondor, e Aragorn, un ramingo che in realtà è l’ultimo erede di Gondor. Il percorso della compagnia non sarà facile, sia per le difficoltà che non tardano a insorgere tra i diversi membri (la diffidenza e le opinioni discordanti sull’intero progetto rispecchiano una distanza tra le razze che si è accresciuta lungo i secoli passati), sia per i pericoli del cammino verso l’Est, verso il Monte Fato dove l’anello dovrà essere gettato. Perduto Gandalf nelle miniere di Moria, la Compagnia si disperde dopo un sanguinoso attacco degli orchi di Saruman, uno stregone che si è convertito al male. Frodo prosegue con Sam, presto affiancato dal viscido Gollum, un tempo padrone dell’anello; Legolas, Gimli e Aragorn si mettono sulle tracce di Merry e Pipino, rapiti dagli orchi nonostante l’eroica difesa di Boromir, che riscatta con la sua morte il tentativo di rubare l’anello a Frodo. Da questo momento la vicenda si sviluppa con una serie di fili paralleli. Ritrovato Gandalf, Aragorn e gli altri vanno a Rohan, dove, dopo aver liberato il re dalla malefica influenza del consigliere Vermilinguo, difendono il Fosso di Helm fino all’arrivo dei soccorsi: è la prima vittoria contro Sauron, favorita anche dall’intervento degli Ent, creature antiche e potenti della foresta che si sono mosse dopo secoli grazie all’intervento di Merry e Pipino.

Ma la guerra è solo all’inizio: l’azione si sposta a Gondor, dove Sauron sferra l’attacco più duro. Mentre Aragorn rivendica la sua identità e con essa l’obbedienza di centinaia di guerrieri defunti, Gandalf organizza la difesa della città contro la volontà del sovraintendente Denethor, reso pazzo dal potere e dalla disperazione.

Frodo, Sam e Gollum, intanto sono alle porte di Mordor, ma l’anello ha reso lo hobbit sempre più debole e solo la costante presenza di Sam lo fa andare avanti. Grazie all’estremo sacrificio dei suoi amici, che attirano lo sguardo di Sauron lontano da Frodo, lo hobbit arriverà sul bordo del cratere, ma gettare l’anello sarà la scelta più difficile.

Sconfitto forse per sempre il Nemico i protagonisti della storia affrontano per vie diverse il loro ritorno a casa dopo un’avventura che ha cambiato per sempre la loro vita e la Terra di Mezzo.

Sembrava impossibile sintetizzare tutto questo (e tutto il resto del materiale, dei personaggi e degli eventi che animano le pagine di Tolkien) senza togliere quell’aura di grandiosità, malinconia e forza che essi hanno sulla pagina scritta, senza scontentare gli appassionati, senza sforare il budget, mantenendo la continuità di storia e personaggi negli anni su cui si è distesa la lavorazione.

Alla base di tutto, prima degli effetti e delle intense interpretazioni di tanti ottimi attori, c’è senza dubbio un durissimo lavoro di sceneggiatura.Un impegno durato anni e proseguito anche nel corso delle riprese che si è tradotto in primo luogo in una certa sintesi a livello di plot e di personaggi.

Scompare per esempio nella prima parte Tom Bombadill, protagonista di un episodio importante, ma in fondo circoscritto rispetto alla trama principale; a Faramir vengono attribuite azioni che non compaiono nel romanzo; l’intera dinamica degli ultimi scontri viene rivoluzionata.

Secondariamente Jackson, la moglie Frances Walsh e la sceneggiatrice Philippa Boyens hanno lavorato sulle figure principale al fine di porre in evidenza i dilemmi interiori, le incertezze e le ferite di ognuno, in aderenza ai dettati delle regole drammaturgiche cinematografiche, le stesse che li hanno spinti ad ampliare i ruoli femminili (decisivi, ma piuttosto ridotti nella narrazione di Tolkien), per venire incontro alle esigenze del pubblico contemporaneo.

Significativo in questo senso il lavoro sulla figura di Aragorn, visto come un uomo che, pur dotato di coraggio e determinazione deve ancora accettare fino in fondo un’eredità impegnativa e lo fa veramente solo verso la fine del terzo episodio: nel romanzo questo passaggio precede l’azione de Il Signore degli Anelli, dove Aragorn appare ormai privo di dubbi e incertezze.

Il risultato di tanto lavoro è uno spettacolo che si prende i suoi tempi nel raccontare un’avventura dalle implicazioni morali profonde e decisive; alternando scene d’azione a passaggi lirici e meditativi (senza far mancare dialoghi davvero emozionanti e significativi), Jackson si preoccupa di venire incontro alle aspettative dei lettori di Tolkien (che in un certo senso hanno anche partecipato alla realizzazione del progetto attraverso una rete di rapporti e notizie che ha fatto da costante contorno all’ambizioso progetto), ma anche di catturare un pubblico più ampio di non lettori genericamente interessati al genere fantastico e avventuroso, impresa quest’ultima pienamente riuscita, come testimoniano gli stupefacenti risultati al botteghino.

I tre film hanno dunque un respiro epico d’altri tempi, ma al contempo sono il frutto di una tecnologia all’avanguardia, effetti speciali che per una volta non hanno per mira l’essere visti e ammirati, ma lo scomparire per regalare allo spettatore quell’impressione di verità che è vitale per condividere appieno la narrazione di Tolkien.

Reso possibile da circa sette anni di lavoro complessivo il progetto vince anche la sfida di costruire tre pellicole evidentemente interdipendenti, ma dotate tuttavia di una loro specifica identità: se il primo film parla di fede (in un’impresa apparentemente folle, nei propri compagni, in una sorta di Provvidenza che guida ogni cosa), il secondo ripete all’infinito la parola speranza ed è appunto questo il cuore della parte centrale del racconto. Il terzo film è un inno all’amicizia (forse l’unica declinazione concepibile per gli autori della carità che manca all’appello), incarnata nelle diverse coppie di personaggi, che crescono e maturano verso il loro destino appoggiandosi gli uni agli altri, grazie alla comune certezza di un fine buono a cui è saggio sacrificare persino la vita.

Allora il successo del lavoro di Jackson e della sua equipe sta forse proprio nell’essere riusciti a rispecchiare, forse persino involontariamente, questo sottofondo che è difficile non definire religioso; un’anima che è del romanzo e in qualche modo, al di là dell’eccellente cast e delle spettacolari scene di battaglia, anche delle tre pellicole.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY HITS
Data Trasmissione: Domenica, 3. Luglio 2016 - 23:40


Share |

SAHARA LE AVVENTURE DI DIRK PITT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/04/2010 - 10:31
Titolo Originale: Sahara
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Breck Eisner
Sceneggiatura: Thomas Dean Donnelly, Joshua Oppenheimer, John C. Richards, James V. Hart
Produzione: Paramount Pictures/Bristol Bay Productions/Baldwin Entertainment Group
Durata: 125'
Interpreti: Matthew McConaughey, Steve Zahn, Penelope Cruz

I due cacciatori di tesori americani, Dirk Pitt e il suo amico Al Giordino, sono sulle tracce di una nave corazzata dispersa alla fine della Guerra Civile… nel bel mezzo dell’Africa Occidentale! A Lagos incontrano la bella dottoressa Eva Rojas, che sta indagando su una misteriosa epidemia che potrebbe avere origine in Mali. Scopriranno che i due misteri sono stranamente collegati, ma dovranno vedersela con un malvagio signora della guerra e un uomo d’affari francese senza scrupoli.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sorvola con disinvoltura sui mali e la povertà che affligge l'Africa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Manca un certo ritmo nell’azione e un tocco di originalità e di spettacolarità La sceneggiatura è lenta, prevedibile e piena di cliché

Fantomatica organizzazione di esplorazione, una nave corazzata fantasma nel cuore dell’Africa Nera, una dottoressa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che indaga su un misterioso virus; un signore della guerra africano con la passione dei pezzi d’epoca in affari con il solito perfido francese. E poi bambini di colore saltellanti a bordo strada e sulle rive dei fiumi, Tuareg a cavallo in mezzo al deserto e un misterioso segreto. Gli ingredienti del classico racconto di avventura (alla base del film c’è un romanzo di Clive Cusserl) ci sarebbero tutti, ma in questo caso, a differenza del recente Mistero dei Templari, il risultato non è proprio entusiasmante. Colpa forse dello scarso glamour del cast, che ha i suoi pezzi migliori nei ruoli di contorno (William H. Macy, che pare uscito dalla ciurma di Steve Zissou e Delroy Lindo, ottimo caratterista come sempre) e convince molto meno nelle parti principali: McConaughey gigioneggia insieme a Steve Zahn, e Penelope Cruz è così poco convincente da far rimpiangere le solite belle sconosciute a cui tocca in genere la parte della scienziata in pericolo e/o svampita.  In questo caso la Cruz dovrebbe essere un modello di professionalità e dedizione alla professione medica, ma il suo maneggiare potenziali contagiati di un’epidemia mortale con il solo ausilio di guanti di lattice lascia qualche perplessità sull’efficacia dei suoi studi…

Anche le nozioni di geografia, chimica e geologia che la dottoressa Rojas accampa per spiegare la misteriosa origine dell’epidemia sono piuttosto approssimative (tossine pericolosissime come prodotto di scarto del potenziamento di un gigantesco impianto a specchi solari?! forse si tratta di una pubblicità subliminale a favore del nucleare e del petrolio….) e la superficialità con cui vengono presentati gli scontri etnici che insanguinano tanta parte dell’Africa appaiono imbarazzanti anche per un prodotto commerciale.

D’altra parte, giustamente lo spettatore non si aspetta da questo genere di pellicola né grandi temi o messaggi né una completa plausibilità. Però ha tutto il diritto di pretendere un certo ritmo nell’azione e quel tocco di originalità e di spettacolarità in più che giustifichi il costo del biglietto e del popcorn. Che qui spesso latita…

La sceneggiatura di Sahara, infatti, si rivelalenta, prevedibile e piena di cliché, che non riesce nemmeno a rivitalizzzare con un minimo di ironia. Con l’effetto, divertente all’inizio, fastidioso poi, che si riesce quasi sempre ad indovinare con cinque minuti d’anticipo ogni svolta del racconto.

La battuta migliore, come spesso accade, sta in bocca al cattivo di turno che, quando il compare si preoccupa delle possibili reazioni internazionali ad un inquinamento idrico di proporzioni continentali risponde “Tanto di quello che succede in Africa non frega niente a nessuno”.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |