Fantasia

HUGO CABRET (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/04/2012 - 17:17
 
Titolo Originale: Hugo
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: John Logan
Produzione: GKFILMS, INFINITUM NIHIL
Durata: 125
Interpreti: Asa Butterfield, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Emily Mortimer, Ray Winstone, Jude Law

Il dodicenne Hugo, orfano, vive solo, nascondendosi nei meravigliosi anfratti della stazione di Montparnasse. Numerosi e maestosi orologi scandiscono il trascorre del tempo nella stazione, e Hugo s’industria al meglio per farli funzionare. Come tutti i ragazzi Hugo ha un grande sogno: completare la costruzione dell’uomo meccanico che il padre non ha potuto ultimare...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bambino orfano ha un sogno: ultimare la macchina che il padre non ha potuto portare a termine. Il suo sogno trova la solidarietà di chi ha fatto vivere gli altri di incantevol illusioni: l'inventore del cinema fantastico
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Hugo Cabret” scorre veloce. Ha un’apertura incantevole, che rimanda direttamente alla sbalorditiva meraviglia che si poteva provare nel cinema delle origini, quando la parola non era in grado di indirizzare e condizionare la visione
Testo Breve:

Hugo Cabret” è un racconto garbato e piacevole. Ha un’apertura incantevole, che rimanda direttamente alla sbalorditiva meraviglia che si poteva provare nel cinema delle origini, quando la parola non era in grado di indirizzare e condizionare la visione

 Può un racconto per ragazzi, bello ed intelligente quanto si vuole, diventare un capolavoro cinematografico, con la possibilità di assicurarsi l’intero piatto nella notte degli Oscar, ormai imminente?
La domanda sorge spontanea vedendo il nuovo film di Martin Scorsese, “Hugo Cabret”. Scordatevi dello Scorsese alle prese con psiche, follia, spietati e inquietanti criminali. Scordatevi i preti, le italiane ancora col fazzoletto, i piccoli trafficanti e delinquenti di Little Italy.
Scordatevi il sontuoso guardaroba di Robert De Niro, padrone della città del vizio e del gioco La Vegas. Scordatevi il sangue, armi, rapine, droga. macellerie varie. E scordarlo non è un male. Poiché in “Hugo Cabret” entriamo nel mondo magico della Parigi della Belle Epoque, quando il cinema si chiamava cinematografo.
Il dodicenne Hugo, orfano, vive solo, nascondendosi nei meravigliosi anfratti della stazione di Montparnasse. Numerosi e maestosi orologi scandiscono il trascorre del tempo nella stazione, e Hugo s’industria al meglio per farli funzionare. Come tutti i ragazzi Hugo ha un grande sogno: completare la costruzione dell’uomo meccanico che il padre non ha potuto ultimare.
L’uomo ha lasciato al figlio un prezioso libretto di disegni. Per riuscire nell’impresa Hugo ha bisogno di ingranaggi, che ruba ad un anziano giocattolaio. Un vecchio signore scontroso, proprietario del negozio situato in un “passage”, tempio moderno di ferro, vetro e innovativa architettura, costruito per mettere a riparo gli acquirenti, sempre più indaffarati a fare acquisti, dal cattivo tempo della strada. Il vecchio e accigliato giocattolaio non è un semplice commerciante: è un genio.
Anzi è il Genio, Georges Méliès, un tempo teatrante e illusionista, poi inventore del cinema di fantascienza e famoso in tutto il mondo, oggi arnese malmesso caduto nel dimenticatoio. Un ragazzino solo. Un vecchio solo. La magia delle macchine meravigliose, e fra di esse la più meravigliosa di tutte: il cinema.
Martin Scorsese in maniera davvero sorprendente ha deciso di portare sullo schermo, servendosi della tecnologia tridimensionale, il fortunato racconto per ragazzi “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” dello scrittore e disegnatore americano Brian Selznick.
A molti commentatori il tuffo nella memoria del cinema di Scorsese ha fatto storcere il naso. Anche il pubblico americano non si è proprio precipitato ad affollare le sale (uscito alla fine di novembre ha incassato la cifra non certo ragguardevole di 60 milioni di dollari, e la promozione dell’Oscar è l’ultima occasione per il rilancio). Le undici nomination agli Oscar per il film di Martin Scorsese, poi, sono apparse una autentica esagerazione. Per anni al regista di “Taxi Driver” le porte del tempio hollywoodiano sono state chiuse, con proterva ostilità. Ora, quando non serve più, le aprono invece senza sufficiente motivazioni.
Dunque “Hugo Cabret sarebbe soltanto una operazione furba, costruita a tavolino per nobilitare un prodotto convenzionale con la firma di un regista-artista. In parte questa contestazione è fondata.
Ma alla fine un tale dilemma lo risolve soltanto il film: è gradevole o pesante? Geniale o scontato? Divertente o noioso? “Hugo Cabret” scorre veloce. Ha un’apertura incantevole, che rimanda direttamente alla sbalorditiva meraviglia che si poteva provare nel cinema delle origini, quando la parola non era in grado di indirizzare e condizionare la visione. Di sensazionale c’è poco, ma c’è poco anche di scontato. Martin Scorsese in un recentissimo libro ha ricordato come nella sua carriera cinematografica si debba tirare una linea di demarcazione tra film realizzati per esigenze produttive e film ostinatamente voluti.  Certo, alla luce di questa osservazione, viene il sospetto che “Hugo Cabret” non possa essere annoverato nella seconda categoria. Vale però il prezzo del biglietto. Compresa la sovrattassa per gli occhialini.

 

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA 1
Data Trasmissione: Lunedì, 4. Febbraio 2013 - 21:10


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THE TWILIGHT SAGA: BREAKING DAWN - PART 1

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/18/2011 - 16:11
Titolo Originale: The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 1
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Bill Condon
Sceneggiatura: Melissa Rosenberg
Produzione: IMPRINT ENTERTAINMENT, SUMMIT ENTERTAINMENT, TOTAL ENTERTAINMENT, ZOHAR INTERNATIONAL
Durata: 117
Interpreti: Kristen Stewart, Robert Pattinson, Taylor Lautner

Bella e Edward hanno si sono sposati e dopo il viaggio di nozze sono in attesa del loro primo figlio. La gravidanza si rivela però molto più accelerata di una normale gestazione umana tanto che la salute di Bella, che nel frattempo è diventata una vampiressa, viene messa in serio pericolo. La nuova creatura ha inoltre risvegliato l'interesse minaccioso dei Volturi....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La componente romantica, oltre a quella spettacolare del film propongono il mito della forza temperata dalla moralità. La corruzione degli uomini non dipende dalle passioni ma dalla ragione. I vampiri e lupi sanno benissimo come indirizzare i loro poteri straordinari verso il giusto. Un messaggio a favore della vita che nasce.
Pubblico 
Adolescenti
Alcuno scene dal tono l'horror, le crude scene della gravidanza della protagonista, qualche scena sensuale. USA: PG 13; Irlanda:12A / Svezia:15 / Norvegia:11 / Finlandia:K-13 / Danimarca:15 / Italia: tutti
Giudizio Artistico 
 
L’ultimo film della saga è un pastrocchio senza capo né coda che rischia di rovinare una idea geniale. Gli concediamo ancora un po’ di fiducia per la seconda parte.
Testo Breve:

Nel quarto film della serie, Bella ed Edward si sposano. Bella diventa un vampiro e la gravidanza presenta molti rischi. Il film è modesto ma la saga conferma il messaggio positivo di come la forza dell'istinto possa venir temperata dalla moralità

Ernst Jünger vedeva come unica salvezza per l’uomo contemporaneo, schiacciato dallo strapotere della tecnica e dalle istituzioni democratiche, la fuga nel bosco. Lì l’uomo, “ribellatosi” all’esistente, avrebbe ritrovato se stesso, recuperato la propria forza morale, corrotta e dispersa nei mille rivoli del quotidiano. Certo, anche se Jünger non lo dice espressamente, i pochi individui umani capaci di attraversare la linea, e addentrasi nella fitta vegetazione del bosco, dovevano perlomeno avvicinarsi al “superuomo”.

Il filosofo e scrittore tedesco, morto ultracentenario, prendendo un bagno quotidiano fino alla fine, nelle acque ghiacciate e cristalline della Foresta Nera, non amava il cinema, considerato strumento secondario della rappresentazione rispetto alla letteratura. Se fosse vissuto ancora un po’ forse si sarebbe ricreduto.

Lo avrebbe potuto fare vedendo i vari episodi della saga “Twilight”, dominata da un “oltre uomo” molto speciale. Tutto prende avvio nel 2008. “Twilight”, horror adolescenziale romantico, si affermò sorprendendo tutti, perfetto modello di film hollywoodiano nell’epoca della globalizzazione. Il mix tra storia di vampiri e storia d’amore si rivelò talmente vincente da trasformare la pellicola in potente richiamo per l’immaginario contemporaneo.

Che altro chiedere? Tutto partiva, come si ricorderà, dai romanzi di Stephanie Meyer (qualche decina di milioni di copie vendute). Isabella “Bella” Swan, ragazza abbastanza ordinaria, perde la testa per il più bello del college: Edward Cullen. Il ragazzo ha tutto: una famiglia unita e numerosa talmente affascinante da sembrare clonata. Un casa da sogno, castello postmoderno di vetro incastonato nella folta e verdissima vegetazione. Poi lo spettatore scopriva che Edward era un vampiro. Autentico colpo di genio narrativo. Un vampiro però stravagante, lontanissimo dall’ennesima variante del conte Dracula. Non si nutre di sangue umano, ma animale, non riposa nella bara in terra sconsacrata dalla quale esce per le scorribande notturne. Bella, senza indugi, decideva di concedersi anima e collo al bel vampiro.

Prima dell’affondo dei canini però serviva un giro di pausa. Ecco così un altro film, “New Moon” (2009), necessario per salvare Bella dalla vendetta della vampira cattiva. Inoltre ci vengono presentati due gruppi essenziali per sviluppare il racconto: i Volturi, vampiri divoratori di fanciulle; e gli “uomini lupo”, comunità di indiani-surfisti, bicipiti pettorali addominali sempre in vista, in pace con la famiglia Cullen in virtù di un antico patto mai infranto. Apprendiamo così che Bella è amata al contempo da un “vampiro” (buono) e da Jacob, un “uomo lupo” (buono). Ai Volturi Edward sta sulle scatole. I vampiri uccidono, terrorizzano, dormono di giorno, non sono una famiglia ma un branco sanguinario.

Per andare avanti serve un terzo film, “Ecplise” (2010). L’intensità della battaglia sale di tono. Per mettere in salvo Bella vampiri e lupi si alleano per sconfiggere i “neonati”, vampiri alle prime armi, incapaci di dominare la sete di sangue. E il matrimonio? Nel prossimo film naturalmente. Eccolo, allora, quarto episodio della saga: “Breaking Dawn” (è già pronta una seconda e forse conclusiva parte). Sposalizio da favola. Il dandy romantico Edward è vestito come Dorian Gray. Bella, abito lungo e tacchi vertiginosi, è titubante ma felice. Vampiri, lupi e umani festeggiano. Viaggio di nozze su una piccola isola da sogno davanti a Rio De Janeiro. E adesso cosa succede? La ragazza verrà trasformata in immortale o morirà non reggendo nelle vene la linfa dei morti viventi?

C’è una terza possibilità, imprevedibile e non contemplata: la gravidanza. Bella è incinta del demonio, come lo era Mia Farrow in “Rosemary’s Baby” (1968) di Roman Polansky. “Breaking Dawn” rappresenta il punto di non ritorno di “Twilight”. Bella, moderna principessa addormentata non è risvegliata da una bacio dell’amato ma da un morso. Ha gli occhi rossi (è diventata finalmente un vampiro), ha un pargolo che richiama l’attenzione dei Volturi. Li vediamo in conclusione. Edward ha qualcosa che li interessa molto. E presto (nella seconda parte di “Breaking Dawn”) gli andranno a rendere visita, certo non di cortesia. Riassumendo il senso della saga “Twilight” si potrebbe affermare che è l’amore a smuovere il mondo  e appianare le diversità.

Ma la parte romantica, oltre a quella spettacolare dei combattimenti, nascondono una natura del racconto formidabile: il mito della forza temperata dalla moralità. La corruzione degli uomini non dipende dalle passioni ma dalla ragione. E difatti vampiri e lupi sanno benissimo come indirizzare i loro poteri straordinari verso il giusto.

Vivendo in quell’isola ideale e incontaminata rappresentata dal bosco (nei confini americani con il Canada) sono i soli a sapere cosa è l’umano. Edward e Jacob per agire nel giusto non hanno bisogno di ricorrere a istituzioni, codici, idee astratte, fedi religiose. Ciò che è umano è puro e semplice: e la purezza massima è l’amore.

Il cinema contemporaneo in larghi tratti altro non è che la volgarizzazione (alcuni la ritengono, sbagliando, banalizzazione) della mitologia. Anche Ernst Jünger, se avesse avuto ancora un po’ di tempo terreno e voglia di vedere“Twilight”, avrebbe certamente modificato il suo parere negativo sul cinema.

Speriamo però che i produttori di “Twilight” abbiano deciso di mettere il punto finale. L’esordio era bellissimo. Gli altri due film più che godibili.

L’ultimo è un pastrocchio senza capo né coda. Perché rovinare nella comicità involontaria una idea geniale? Gli concediamo ancora un po’ di fiducia. Ma se la musica è questa meglio smettere.

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY CINEMA
Data Trasmissione: Lunedì, 3. Dicembre 2012 - 21:10


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CAPPUCCETTO ROSSO SANGUE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/22/2011 - 15:10
Titolo Originale: RED RIDING HOOD
Paese: USA
Anno: 2011
Regia: Catherine Hardwicke
Sceneggiatura: David Johnson
Produzione: Leonardo Di Caprio, Michael Ireland, Jennifer Davisson Killoran, Alex Mace e Julie Yorn per Appian Way/ Random Films/Warner Bros. Pictures
Durata: 94
Interpreti: Amanda Seyfried, Gary Oldman, Julie Christie

In un paesino disperso in mezzo a fitte foreste (la Foresta nera?) da decenni pesa la minaccia di un lupo feroce e mostruoso; per placarlo ad ogni luna piena viene offerto un maialino. Il patto sembra tenere fino al giorno in cui una fanciulla viene uccisa dal lupo, che forse è in realtà un licantropo… La sorella della defunta, la bella Valerie, è stata promessa in sposa dai genitori al rampollo della famiglia più ricca del villaggio, ma medita la fuga con l’innamorato di sempre…. Intanto sul posto viene convocato un leggendario cacciatore di lupi mannari e Valerie comincia a sospettare che dietro gli occhi maledetti della bestia si nasconda qualcuno che conosce anche troppo bene…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un sacerdote, chiamato al villaggio per la sua fama di addomesticatore di licantropi, si scopre essere un cinico e sensuale inquisitore
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene horror e di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Lo svolgimento risulta fiacco e poco interessante, per nulla aiutato dallo scarso carisma degli interpreti giovan
Testo Breve:

La regista Catherine Hardwicke, già dietro alla macchina da presa per Twilight  cerca di riesumare      cer , cerca di bissare il successo della famosa saga per adolescenti ma fallisce su tutta la linea: lo svolgimento risulta fiacco e poco interessante, i personaggi appaiono del tutto bidimensionali e intercambiabili    . SCarsa    anche   anche a causa dello scarso carisma degli interpreti giovani  

Ci sono due bei fusti che fanno la corte a una fanciulla solo apparentemente indifesa, c’è una minaccia oscura e soprannaturale che sembra riguardare proprio la bella fanciulla, c’è la regista Catherine Hardwicke (già dietro alla macchina da presa per Twilight), c’è un po’ di invadente musica pop per ravvivare l’atmosfera pseudomedievale.

Sulla carta, dunque, gli ingredienti perfetti per un nuovo hit adolescenziale che inaugura ad Hollywood la tendenza delle fiabe rivisitate per il pubblico dei teen e degli young adults che sono diventati il target privilegiato non solo del cinema, ma anche di certa letteratura di consumo che sopravvive alla crisi della pagina scritta. Nei prossimi mesi/anni arriveranno ben due Biancaneve, unHansel e Gretel e via a seguire a meno che i mediocri risultati americani di questo primo titolo facciano già cambiare idea ai produttori.

Trovare chiavi nuove per raccontare le fiabe più amate, infatti, è tutt’altro che semplice, in letteratura, ma soprattutto al cinema (basti ricordare il maldestro tentativo di Gilliam con I fratelli Grimm e l’incantevole strega). Che Cappuccetto Rosso si presti a letture psicanalitiche più o meno azzardate lo avevano dimostrato con più successo prima la scrittrice Angela Carter (autrice di numerose rivisitazioni fiabesche di stampo femminista), poi Neil Jordan che nel 1984 aveva realizzato l’insolito, sebbene non perfettamente riuscito, In compagnia dei lupi proprio adattando un racconto della Carter.

Il film della Hardwicke, invece, fallisce su tutta la linea, incapace di creare un’atmosfera di sospensione in cui intrecciare i fili di una vicenda tutto sommato elementare, ma limitandosi a giocare ripetutamente la carta della suspense circa l’identità del lupo irresistibilmente attratto dalla bella (e francamente un po’ smorfiosa) Valerie. I personaggi appaiono del tutto bidimensionali e intercambiabili, funzioni di un gioco di eliminazione in cui alcuni dettagli francamente incongrui (l’elefante di metallo che il cacciatore di lupi mannari usa per torturare i sospettati, due guerrieri di colore e uno asiatico) non fanno che moltiplicare l’effetto generale di ridicolo.

I fin banali ammiccamenti di natura sessuale (che forse avevano convinto i produttori dell’interesse dell’operazione) perdono ogni residua efficacia in un baraccone in cui è impossibile essere coinvolti per mancanza dei più elementari meccanismi di affezione.

Le relazioni tra i personaggi principali o secondari ( tra Valerie e i suoi spasimanti, ma anche tra la famiglia di lei e del suo promesso sposo, nonché interne al villaggio) risultano incomprensibili per mancanza di sufficiente approfondimento o date per scontate, e così lo svolgimento risulta fiacco e poco interessante, per nulla aiutato dallo scarso carisma degli interpreti giovani mentre i due nomi noti tra i personaggi adulti (Oldman e la Christie) si limitano a offrire il minimo sindacale in un contesto decisamente inferiore alle loro capacità.

Scambiando la semplicità della fiaba con la schematicità delle caratterizzazioni e convincendosi che sia sufficiente aggiungere un po’ di musica pop e un qualunque triangolo sentimentale per dare smalto a intrecci così noti, gli autori hanno realizzato niente più che un B movie destinato a lasciare, al contrario delle grandi narrazione archetipiche a cui si rifà, poco o nulla nella memoria degli spettatori.

  

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Il Signore degli Anelli Il Ritorno del Re

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/05/2010 - 12:29
 
Titolo Originale: The Lord of the Ring - The Return of the King
Paese: USA
Anno: 2003
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Philippa Boyens, Fran Walsh, Peter Jackson
Interpreti: Elijah Wood (Frodo), Ian Mckellen (Gandalf), Viggo Mortensen (Aragorn), Liv Tyler (Arwen)

La trilogia del Signore degli Anelli è arrivato al suo ultimo episodio. Frodo, accompagnato dal suo inseparabile amico Sam, salgono sul monte Fato nella speranza di poter distruggere l'anello. Debbono necessariamente affidarsi alla guida di Gollum, il cui secondo io, Smeagol, sta meditando il tradimento...Nel frattempo Aragon assieme al re Théoden ed alle sue truppe decidono di correre in soccorso Minas Tirith, la capitale della terra di Gondor, che presto avrà un nuovo re...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli uomini riescono a superare i loro egoismi e ad allearsi per combattere il Male
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene impressionanti i ed i violenti combattimenti
Giudizio Artistico 
 
La capacità immaginifica di Peter Jackson, ben supportata da una computer grafica scenografie di Grant Major, realizzano il sogno dei fan di R.R.Tolkien

Ci siamo. La battaglia finale sta per iniziare. Per chi ha seguito i due episodi  precedenti, per chi si è appassionato alla vita degli Hobbit già dalla lettura del libro di R.R. Tolkien, non ha importanza il sapere che non ci sarà nessun nuovo personaggio da conoscere, ma vuole rivedere i suoi idoli continuare  a combattere, a soffrire, ad  amare. 

Forse per questo il regista può permettersi alcune licenze che in altri film alla spasmodica caccia del successo di botteghino, non si sarebbe potuto permettere: un lunghissimo e melanconico epilogo, quasi una difficoltà a staccarsi da quegli eroi che per 12 ore, diluite in tre anni, ci hanno appassionato. Una strana reticenza a sviluppare storie d'amore: la bella Arwen (Liv Tyler) compare all'inizio e poi solo alla fine, anche se è proprio la cavalcata  di Arwen e del suo seguito con la luce che a stento penetra nel fitto bosco a regalarci  una delle più belle immagini del film, in perfetto stile pre-raffaellita. In effetti il cuore del film sta altrove: nella solidarietà maschile, nell'onore e nella generosità di portarsi aiuto a vicenda, superando gli egoismi di parte. Nella capacità di disegnare  e poi costruire, grazie alla computer grafica,  un mondo immaginario di cui la città di Minas Tirith che si protende  vertiginosamente verso l'alto, quasi una sorta di Mont Saint Michel fortificato, ne è l'espressione più completa. Nel guizzo di fantasia di una fuga di fuochi di segnalazione che si accendono uno dopo l'altro, inseguendosi fra le cime innevate di montagne neozelandesi o italiane, non si sa.
Questo mondo di fantasia non può che essere popolato anche dal lato più oscuro della mente, dai nostri incubi più segreti. Ecco un  ragno gigantesco che si avvicina alle nostre spalle, una bocca sudicia che mangia un pesce vivo,  un nemico che sotto la sua corazza non ha un volto, ma il nulla più nero. Il male e la minaccia non provengono solo dall'esterno, ma è dentro di noi. E' questo forse il fascino e la modernità  del Signore degli Anelli:  nel tipo di eroe che viene rappresentato. Non è l'eroe che tanti film di guerra e di azione ci hanno proposto, in ossequio all'equazione del tanto più puro, tanto più coraggioso: non è l'eroe de "l'ultimo samurai" che quasi cerca la morte per affogare il rimorso che ritorna dalla vita passata. Si tratta di uomini assolutamente deboli di fronte alla loro  inclinazione  verso il male , che spesso cadono ma che ritrovano in loro stessi e nell'aiuto dei loro compagni la forza per risollevarsi e per vincere.
Non mi riferisco solo a Frodo ed alla sua continua vicinanza con l'anello malefico, ma anche ad Arangorn, di cui  Viggo Mortensen ne ha ben colto l'essenza, creando un eroe anti-protagonista, un guerriero senza odio che conosce le sue responsabilità, personaggio che non a torto ha finito per prevalere sugli altri.
Nella sua arringa prima della battaglia, Arangorn è cosciente che la fine del mondo degli uomini può arrivare presto, non vuole illudere nessuno,ma proprio perché siamo  uomini, siamo capaci di andare oltre la logica dell'ineluttabile, mostrando di saper combattere  mossi  dalla sola spinta delle nostre intime convinzioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY Cinema 1
Data Trasmissione: Domenica, 1. Luglio 2012 - 21:10


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PINOCCHIO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 13:02
 
Titolo Originale: PINOCCHIO
Paese: Italia
Anno: 2002
Regia: Roberto Benigni
Sceneggiatura: V. Cerami, R. Benigni
Durata: 112'
Interpreti: R. Benigni (Pinocchio), N. Braschi (fata), C. Giuffrè (Geppetto), Lucignolo (K. Rossi Stuard)

Non occorre fare la sintesi della vicenda del film perché conosciamo tutti la storia di Pinocchio. Questa asserzione è particolarmente vera nella versione di Benigni (attore, regista e co-sceneggiatore), perché il testo di Collodi è rispettato quasi alla lettera. Benigni si è concesso solo due licenze, una all'inizio e l' altra alla fine.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il bambino-burrattino mette giudizio ma diventa meno divertente
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il Benigni regista non ha avuto questa volta la fantasia visionaria,il gusto per lo sberleffo che tutti gli riconosciamo. Bellissime scenografie. Bravo Kim Rossi Stuard

Il tronco di legno dal quale verrà ricavato il burattino, si rotola e saltella per le strade del paesino di Geppetto, in modo impertinente, generando danni e tanto spavento, quasi già esternasse lo spirito del suo ospite. Similmente alla fine: Pinocchio, diventato ormai un bambino buono, si muove sempre accompagnato dall' ombra del Pinocchio-burattino, lasciandoci intendere che il nostro eroe non è poi diventato così noiosamente buono, come vuole la favola, ma uno spirito di indipendenza e curiosità briccona esiste ancora in lui.
Queste sono, purtroppo, le uniche licenze che Benigni si è concesso. In questo film il nostro Roberto si .è incamminato su di una strada da lui mai percorsa. Se finora i suoi film ci sono piaciuti e ci hanno divertito, è perchè la sua personalità prorompente ha finito quasi sempre per sorreggere da solo tutto il film. Regia, sceneggiatura, scenografia, erano degli elementi secondari, di supporto alla sua interpretazione. Basterebbe ricordarsi di "Jonny Stecchino" , il "piccolo diavolo" , "il mostro" . Perfino in un film più impegnativo come "la vita è bella" , la chiave interpretativa, così abilmente in bilico fra realtà e sogno, era fornita proprio dal modo con cui Benigni rendeva il suo personaggio.
Nel caso di Pinocchio invece, Benigni ha usato un approccio classico: regista, sceneggiatori, scenografo, interpreti, tutti sono parimenti impegnati a dare un senso al film. Niente di male in tutto questo, semplicemente non abbiamo più di fronte il Benigni che noi conosciamo, ma finiamo per giudicare i vari aspetti del film per quel che valgono da soli, singolarmente. In questa nuova ottica la scenografia è stupenda e curata nei minimi dettagli dal compianto Danilo Donati. Ma poi la regia è statica (la sequenza con mangiafuoco, invece che incutere terrore é quasi noiosa) . I personaggi del gatto e la volpe, cercando di imitare le mosse di Benigni sono quasi patetici, surclassati però dall'ottimo Kim Rossi Stuart nei panni di Lucignolo. Ma chi più ci lascia dubbiosi è proprio il Pinocchio di Benigni. Rischia quasi di far cadere il patto narrativo con lo spettatore: possiamo figurarci un bambino /burattino nelle smorfie di un signore di ormai cinquant' anni? Difficile pensarlo. Dovremmo fare un sondaggio frai bambini in sala. Benigni nei panni del "piccolo diavolo" , non era forse più pinocchiesco del suo stesso questo Pinocchio da lui ora interpretato?.

Vorrei comunque sottolineare l'orgoglio che si prova nell'assistere ad un film italiano al cento per cento, che in nulla concede a lusinghe holliwoodiane: Benigni si compiace di usare il vernacolo toscano (sicuramente di difficile traduzione) e ci ricrea una dolce campagna toscana di fine secolo: un contadino, nell'assaggiare le carote del suo orto, dice tutto orgoglioso: "sembrano morbide come dei biscotti" . Quanti ragazzi di città, intenti a sgranocchiare pop corn, potranno apprezzare questo richiamo ad un universo contadino d'altri tempi?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI1
Data Trasmissione: Domenica, 22. Dicembre 2013 - 21:30


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I FRATELLI GRIMM E L'INCANTEVOLE STREGA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/18/2010 - 10:57
 
Titolo Originale: The Brothers Grimm
Paese: Gran Bretagna/ Rep. Ceca, USA
Anno: 2005
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Durata: 120'
Interpreti: Matt Damon, Heath Ledger, Lena Headey, Peter Stormare, Monica Bellucci

I fratelli Will (Matt Damon) e Jack (Heath Ledger)  Grimm vivono nella Germania invasa dall'esercito napoleonico e cercano di sbarcare il lunario imbrogliando le popolazioni ingenue dei villaggi ai piedi delle foreste: con l'aiuto di complici, creano presenze minacciose di streghe che poi solo loro saranno in grado di sconfiggere.   Scoperto il loro inganno, i francesi li mandano per punizione in un villaggio che è realmente sotto l'influsso di una strega malefica.....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il freddo razionalismo lascia un po' di spazio alla fantasia e all'amore
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Film estremamente piacevole nell'inventiva scenografica e nell'impegno degli attori. Gli manca un'anima che non sia il puro divertimento di...divertirsi alle spalle dei fratelli Grimm

Diciamo subito che il film non è un biopic e che Will e Jack non rappresentano i "veri" fratelli Grimm: sono piuttosto degli imbroglioni che nella Germania dei primi dell'ottocento, nel pieno delle guerre napoleoniche, raggirano ingenui bifolchi con le loro presunta capacità di sciogliere qualunque incantesimo o  stregoneria. L'epoca in cui è ambientata la storia è però quella giusta e nei boschi (che sono i veri protagonisti della storia) incontriamo uno ad uno, come in rapidi flash, i principali protagonisti delle famose fiabe:  Cenerentola, Cappuccetto rosso e Hansel e Gretel.

Si tratta insomma di una ricostruzione irriverente nei confronti dei famosi fratelli, poco noti invece  per esser stati dei grandi riformatori della lingua tedesca; alquanto prevedibile da parte di un regista che nel passato si è divertito a dirigere i Monthy Python (Monthy Python  e il sacro Graal - 1975, Monthy Python e il senso della vita - 1983) enfatizzando tutti gli aspetti graffianti e provocatori della loro comicità. Anche la rappresentazione burlesca dell'esercito francese, portatore della razionalità del secolo dei lumi, fa da efficace contrasto a villaggi e personaggi che sembrano ancora appartenere ad un medioevo intriso di fiabe e leggende.

L'idea di per se risulta  buona e per di più sostenuta da un generoso dispiego di computer grafica e da attori di tutto rispetto ma il  film dilata i tempi e insiste sopratutto su mirabolanti effetti di magia, acrobatiche prestazioni dei nostri eroi fino all'inevitabile lieto fine, senza che la storia mostri uno sviluppo interiore o  qualche  significato se non sia quello di prender in giro, con amorevole simpatia, i personaggi delle favole dei Grimm.

Anche Shrek (2001) era partito dalla stessa premessa, ma poi aveva sviluppato con una storia sua propria.
Se vogliamo fare un (invero crudele) confronto, Tim Burton ne  Il mistero di Sleepy Hollow - 1999 , aveva saputo dare corpo a un cupo mondo di macabre apparizioni mescolato alla sottile ironia del protagonista impersonato da  Johnny Deep ; Tim Gilliam oscilla invece fra paure annacquate da troppa computer grafica e un preteso umorismo troppo sopra le riga: il risultato netto di tante forze che si autoelidono  è un tranquilla, rocambolesca, stramba  storia di avventure per bambini.

Monica Bellucci appare nuovamente  come "un volto" e "un corpo" ma questa volta ha contribuito a dare  una buona dose di ironia a una donna-maga che non vuole invecchiare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA BUSSOLA D'ORO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/08/2010 - 11:18
Titolo Originale: The Golden Compass
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Chris Weitz
Sceneggiatura: Chris Weitz; soggetto di Philip Pullman, autore del romanzo omonimo
Produzione: Bill Carraro e Deborah Forte
Durata: 114'
Interpreti: Dakota Blue Richards, Daniel Craig, Nicole Kidman, Sam Elliott, Eva Green;

Bambini, attenti alle istituzioni dogmatiche che vogliono indottrinarvi. È il messaggio di un fantasy poco ispirato, preoccupato, per non offendere il pubblico cristiano, di non essere troppo fedele all'originale letterario di cui è adattamento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bambino, probabilmente non riesce a capirlo da solo, ma un ragazzo già maturo è i grado di operare le associazioni che attivano la vena ateistica della pellicola e che il paraocchi messo alle persone perché non vedano il vero è l'oppio della religione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza che possono impressionare i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Le animazioni digitali e le scenografie in stile liberty appagano l'occhio di adulti e bambini, ma mancando un arco di cambiamento intimo del personaggio principale, il film è una somma di scene, non un tutto espressivo organico.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ARTE DEL SOGNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/06/2010 - 13:01
 
Titolo Originale: La science des rêves
Paese: Francia/ Italia
Anno: 2006
Regia: Michel Gondry
Sceneggiatura: Michel Gondry
Produzione: Partizan Films, Société des Etablissements L. Gaumont, France 3 Cinéma, Mikado, Canal+, TPS Star
Durata: 105'
Interpreti: Gael García Bernal, Charlotte Gainsbourg, Alain Chabat, Miou-Miou, Pierre Vaneck, Emma de Caunes, Aurélia Petit, Sacha Bourdo, Stéphane Metzger, Inigo Lezzi

Stéphane, timido illustratore trasferitosi dal Messico in Francia, intraprende un impiego di incerta soddisfazione. Conosce però quasi subito l’altra metà della sua anima, Stéphanie. Cercare di parlarle non è semplice, ecco allora che il protagonista, che pure è certo della corrispondenza tra i due, sceglie di evadere in un mondo di sogno. I suoi sogni vengono a comprendere anche il mondo onirico di Stéphanie, che per lavoro e per passione fabbrica e colleziona animali di feltro. Ne deriva un incerta battaglia tra i livelli di sogno e realtà, come pure tra i sentimenti di Stéphane e la sua insicurezza, accompagnata dalla tensione sempre presente verso il cuore dell’amata

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il sogno resta uno stimolo e una sfida alla realtà esterna e alle sue malinconie, purché non diventi la comoda evasione in un paradiso artificiale a nostra immagine e somiglianza
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottimo lavoro di regia e di fotografia su una scenografia incantevole anche se tende alla lunga a sfilacciarsi e a perdersi in se stessa

Michel Gondry è un noto autore di videoclip (da Bjork ai White Stripes) a cui è riuscito con successo il salto al lungometraggio, mantenendo intatti la cifra stilistica fantasiosa e l’amore per situazioni al confine tra sogno e realtà. Sullo stesso filo tematico, centrato più in particolare sulle conseguenze irreali della rimozione dei ricordi, era infatti il suo lungometraggio Se mi lasci ti cancello (notoriamente più bello il titolo originale: Eternal Sunshine of the Spotless Mind), un melodramma delicato con una proposta tematica tutt’altro che banale.

A una scrittura dai tratti pastello, eppure sempre efficace in una narrazione in grado di destreggiarsi tra piani diversi e diverse consistenze di realtà, si affianca un ottimo lavoro di regia e di fotografia su una scenografia incantevole che costituisce un perfetto contraltare visuale di questo intelligente apologo sul sogno. I cavalli di pezza naturalmente si muovono, e trottano sulle nuvole, una mano può ingrandirsi fino a diventare enorme, un principe azzurro può avere orecchie d’asino, così come è possibile nuotare sull’orizzonte cittadino e i pensieri che si affollano nel sonno possono prendere l’apparenza di uno studio televisivo in cui si svolge un talk-show.

Nel complesso la struttura fantasy è piacevole, anche se, come era stato il caso con Big Fish di Tim Burton, tende alla lunga a sfilacciarsi e a perdersi in se stessa. L’idea resta meritevole e da raccomandare, ma solo finché non si smarrisce inevitabilmente nella creazione di cartapesta, finché il sogno resta uno stimolo e una sfida alla realtà esterna e alle sue malinconie, ma non la comoda evasione in un paradiso artificiale a nostra immagine e somiglianza. Amare qualcuno significa infine dargli anche uno statuto di realtà all’interno della nostra, il resto è monologo, bidimensionalità, forse immaginazione intensa e autarchica, ma non amore.

Gondry riesce comunque a rendersi efficace interprete del lato immaginifico della realtà affettiva e traccia un percorso che ogni spettatore può fare proprio, andandosi a mettere, nel fluire delle suggestioni più surreali e sensibili, sul proprio personale piano inclinato di ricordo e nostalgia. Un tuffo salubre verso il senso dimenticato delle cose.

Autore: Giulia Gibertoni
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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