Poliziesco

DON MATTEO 11

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/21/2018 - 21:34
 
Titolo Originale: Don Matteo 11
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: JAN MARIA MICHELINI, RAFFAELE ANDROSIGLIO, ALEXIS SWEET
Sceneggiatura: Alessandro Jacchia (formattì), Alessandro Bencivenni, Enrico Oldoini, Domenico Saverni
Produzione: Lux Vide, Rai Fiction
Durata: 45 min a episodio su RaiUno
Interpreti: Terence Hill, Nino Frassica, Maria Chiara Giannetta, Simona Di Bella, Francesco Scali, NATHALIE GUETTÁ ,

La stagione 11 di Don Matteo si svolge ancora a Spoleto e sono confermati i due coprotagonisti, don Matteo e il Maresciallo Cecchini ma presenta alcune novità di rilievo. Il Capitano Giulio Tommasi è stato trasferito a Roma, sostituito dal Capitano Anna Olivieri. Acquista importanza il PM Marco Nardi, attivo in tutte le indagini. Anche gli ospiti della canonica sono cambiati: c’è la quattordicenne Sofia, rimasta orfana di entrambi i genitori adottivi e il piccolo Cosimo, di soli 7 anni, al quale muore la madre nel corso della prima puntata e di cui Don Matteo si prende cura. Accanto al capitano Olivieri compare spesso sua sorella Chiara, una ragazza con la testa fra le nuvole e Giovanni, il fidanzato, indeciso se farsi sacerdote oppure no

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Don Matteo con la sua calda umanità e attenzione verso gli altri dà una bella testimonianza della misericordia divina. Peccato che il ritratto che viene fatto di lui non includa gli aspetti sacramentali della suo stato sacerdotale, che evidenzierebbero il valore della grazia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una macchina molto ben oliata procede sicura, merito soprattutto dei due comprimari, Terence Hill e Nino Frassica
Testo Breve:

Don Matteo continua ad essere araldo della misericordia divina e abile nell’individuare i colpevoli. Una formula di successo che non va cambiata ma forse approfondita nel suo messaggio di fede

In questo Don Matteo 11, ma già dalle ultime due stagioni, il format della fiction è stato notevolmente irrigiditoSi inizia sempre con una persona che è stata gravemente ferita (in genere guarisce alla fine della puntata) e da quel momento si sviluppano due indagini in paralleo: quella dei carabinieri che si attengono ai fatti e quella di don Matteo, che scruta dentro gli animi, va alla ricerca delle motivazioni più intime. C’è sempre un primo indiziato e a metà puntata don Matteo va a trovarlo in carcere ma il pubblico è matematicamente certo che il vero colpevole sarà svelato solo alla fine. In parallelo si sviluppa una sottotrama che serve a Nino Frassica per sviluppare la sua vis comica di bambino mai cresciuto che dice sempre tante bugie per cercare di modificare la realtà. Alla fine è don Matteo che individua il vero colpevole, un minuto prima che arrivino i carabinieri. Un minuto di importanza fondamentale perché Don Matteo fa a tempo a citare in Vangelo, indurre il colpevole a pentirsi e a consegnarsi alle forze dell’ordine. Occorre inoltre aggiungere che nelle serie precedenti c’era comunque una storia trasversale che coinvolgeva i protagonisti e che avanzava lungo le varie puntate. Questo spunto c’è ancora (una relazione fra il PM e il capitano donna?) ma ha perso la sua rilevanza.

Quindi un don Matteo che si è cristallizzato in una liturgia. Probabilmente un passaggio necessario perché, quando si è arrivati all’undicesima stagione, si è costituto un pubblico fedelissimo (gli indici di ascolto stanno a dimostrarlo) che vuole ritrovare i personaggi a cui è affezionato. Si tratta di un’ipotesi che soddisfa poco. E’ vero che Terence Hill nei panni di don Matteo e Nino Frassica in quelli del maresciallo Antonio Cecchini sono insuperabili ma il loro impegnarsi intorno alla scoperta del vero colpevole non costituisce l’attrattiva principale di ogni singola puntata. L’indagine si svolge a rilento, interrotta da molte parentesi che vedono coinvolti i personaggi principali nei loro vicende private.

Ma allora qual è l’attrattiva di questa serie? Molto probabilmente perché viene proposta una filosofia di vita che viene applicata a tanti casi comuni, nei quali lo stesso spettatore può facilmente identificarsi.

All’interno di una confezione così rigida vengono presentate situazioni di vita quotidiana, con enfasi particolare su storie che coinvolgono ragazzi e adolescenti (che assorbono almeno il 30% dello share della serie): le incertezze del primo amore, i casi di bullismo, l’eterna difficoltà dei genitori a comprendere i loro figli, l'ansia di emergere nelle compeizini anche conil doping, la ricerca della propria madre dalla quale si è stati abbandonati. In altri episodi si affrontano situazioni molto attuali, come la brama di successo a tutti i costi nel mondo dello spettacolo e l’immigrazione, forzata o  con l’inganno, di donne avviate alla prostituzione.

E’ a questi casi che si applica la filosofia di vita di don Matteo, testimone quasi perfetto della misericordia divina. Don Matteo invita alla riconciliazione nei conflitti familiari, ascolta le confidenze di tutti con pazienza e comprensione, dà coraggio e speranza a chi si accorge di aver sbagliato. Don Matteo si apre al mondo come a “un ospedale da campo”, ancor prima che papa Francesco coniasse questa felice espressione.

Ma don Matteo è un sacerdote a tutto tondo? Certamente ospita nella canonica giovani che hanno bisogno di aiuto ma non lo vediamo impegnato a celebrare la messa, porsi nel confessionale in attesa di penitenti, oppure organizzare catechesi per la prima comunione; questi e i tanti altri impegni che gravano sulla giornata di qualsiasi parroco, sono assenti.

Se don Matteo mostra di avere prodigiose “doti curative” (a posteriori) per l’animo umano, non viene esplorato l’aspetto formativo, a priori, dei tanti giovani che si incontrano nelle puntate. Abbiamo ragazze adolescenti che hanno il loro primo rapporto amoroso, altre che restano incinte, ragazzi che praticano con indifferenza il bullismo, giovani madri che hanno abbandonato la loro figlia. Si tratta di comportamenti che trovano sempre il perdono e la comprensione amorevole verso la fine ma non viene né proposto né prospettato un giusto percorso educativo. Sembra quindi che don Matteo non rappresenti un sacerdote reale ma ideale, come tanti fedeli lo vorrebbero, un sacerdote non vicino al sacro, più di fede protestante che cattolico, un sacerdote “comodo” che non celebra la messa con noiose prediche, non ti invita continuamente alla confessione, non ti mette in guardia su certi comportamenti ma è completamente al tuo servizio e quando sbagli, è sempre pronto a ricordare che Dio ti ama e ti perdona.

Penso che si possa concludere che la serie don Matteo potrà tranquillamente continuare a riproporsi con successo nei prossimi anni con lo stesso format di intrattenimento (la presenza di Terence Hill, il giallo da risolvere, le situazioni comiche di Nino Frassica) ma sarebbe bello se si sviluppasse un ulteriore arricchimento della filosofia di vita (cristiana) che si vuole proporre.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHILD 44 - IL BAMBINO n. 44

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/05/2015 - 21:55
Titolo Originale: Child 44
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Daniel Espinosa
Sceneggiatura: Richard Price dal romanzo di Tom Rob Smith
Produzione: RIDLEY SCOTT, MICHAEL SCHAEFER, GREG SHAPIRO PER SUMMIT ENTERTAINMENT, WORLDVIEW ENTERTAINMENT, SCOTT FREE PRODUCTIONS
Durata: 137
Interpreti: Tom Hardy, Noomi Rapace, Vincent Cassel, Gary Oldman, Joel Kinnaman, Jason Clarke

Nella Russia del 1953 Leo Demidov, ispettore della polizia politica, incappa in una serie di omicidi di bambini che lo Stato vuole a tutti i costi insabbiare perché “ideologicamente” inammissibili nella perfetta società sovietica. Leo, che pure per anni ha efficientemente eseguito arresti di traditori e dissidenti, non riesce a lasciar perdere, neppure quando una denuncia politica lo fa finire lontano da Mosca in disgrazia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Leo, un uomo corretto e leale che cerca di far luce su degli omicidi multipli e rifugge la violenza eccessiva. La sua coscienza resta però dubbiosa di fronte ai tanti uomini che ha contribuito a far condannare
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di violenza e di nudo, una scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film è mal servito da una sceneggiatura molto didascalica e assai poco profonda e gli importanti attori presenti recitano meglio che possono ruoli ben poco definiti
Testo Breve:

Nella Russia del ’53 lo stato vuole insabbiare la notizia dell’esistenza di un serial killer di bambini perché “ideologicamente” inammissibile nella perfetta società sovietica. Un thriller con tanti bravi attori mal serviti da una sceneggiatura molto didascalica e poco profonda

Nel paradiso del comunismo non possono esistere omicidi seriali, tantomeno di bambini. Queste patologie, degenerazione del capitalismo occidentale, non hanno posto in una società talmente perfetta dove “non c’è più nemmeno bisogno di essere buoni”. Una società dove è il popolo a comandare, lo stesso che ha sconfitto Hitler e che ha issato la sua bandiera sul Bundenstag di Berlino. È proprio in Germania che il protagonista Leo Demidov, cresciuto in un orfanotrofio, ha conquistato un posto in una foto storica e il proprio statuto di eroe della patria, che si traduce in una bella moglie, un appartamento elegante al centro di Mosca e un posto da ispettore della polizia politica.

Leo si comporta con maggiore correttezza del collega Vassili, codardo in guerra quanto spietato con gli oppositori, una serpe in seno pronto a fregare il collega alla prima occasione. È così che, per lealtà nei confronti di una moglie che forse lo ama meno di quanto è amata, Leo ci mette pochissimo a passare dalla parte delle vittime e finire spedito in un oscuro avamposto. In una situazione simile, per Leo sarebbe facile dimenticare lo strano omicidio di un bambino che tutti vogliono nascondere, ma il senso di colpa lo tormenta e lo stesso omicida sembra seguirlo anche nell’estrema provincia.

Da qui in poi la trama politica s’intreccia con quella investigativa: dare la caccia a un omicida di cui nessuno vuole ammettere l’esistenza in un paese vasto come la Russia, oltretutto con la polizia politica alle calcagna, diventa una missione quasi impossibile anche per un uomo che in questo compito vede la sua possibilità di redenzione.

Tom Hardy mette tutto l’impegno possibile per dare profondità al dramma interiore del protagonista, mal servito da una sceneggiatura molto didascalica ma assai poco profonda, che rende solo a tratti l’atmosfera paranoica della Russia stalinista, dove chiunque poteva essere il delatore di chiunque e i legami familiari più stretti erano pronti a cedere di fronte alla possibilità concreta di essere spediti in Siberia.

Gli altri attori (Cassel nei panni dello spietato funzionario Kuzmin, Oldman in quelli del rigoroso generale Nesterov) recitano meglio che possono ruoli ben poco definiti mentre Noomi Rapace regge poco quello della moglie di Leo, Raissa, divisa tra terrore e sospetti.

Nonostante la lunghezza (forse dovuta al tentativo di tenere insieme i vari spunti del romanzo da cui ha origine) il film delude anche chi si aspettasse un “silenzio degli innocenti” d’oltre cortina. La trama gialla vera e propria si risolve in poco, schiacciata da intrighi politici, denunce di oppressione e sensi di colpa più o meno collettivi.

I mostri sono dappertutto, pure dentro di noi, questa è la conclusione, per la verità un po’ affrettata, cui giunge Demidov che, in un clima di rinnovamento (anche se gli omicidi cui la storia s’ispira si svolsero una trentina di anni dopo, qui siamo nell’anno della morte di Stalin), s’industria a creare un nuovo corpo di polizia adatto a catturarli. Così il film si conclude un po’ bruscamente nei toni di un prologo a qualcosa che ancora deve venire (i romanzi di Smith sono una trilogia) ma destinato probabilmente a non arrivare mai al cinema. 

Autore: Laura cotta ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIZIO DI FORMA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/26/2015 - 18:09
Titolo Originale: Inherent Vice
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione: GHOULARDI FILM COMPANY, WARNER BROS.
Durata: 148
Interpreti: Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro

South-California, 1970. Doc Sportello, uno strano hippie che porta basettoni enormi, impegnato a tempo pieno a fumare erba e  detective privato a tempo perso, riceve la visita di una sua ex ragazza, Shasta Fey che non vedeva da tempo. Diventata l’amante di Wolfmann, un ricco imprenditore edile, Shasta teme che la moglie e il suo amante vogliano internarlo per accaparrarsi  il suo matrimonio. Doc inizia ad indagare ma le cose si mettono subito male: le sue indagini iniziano da un ambiguo centro massaggi dove cade svenuto per un colpo in testa. Al suo risveglio si ritrova accanto al cadavere di uno dei guardiaspalle di Wolfmann e l’ispettore Bigfoot del Dipartimento di Los Angeles, lo ritiene fortemente indiziato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ben pochi valori sono presenti in questo film: fumare l’erba è un’occupazione abituale, si fa grande consumo di sesso, gli affari più loschi sono consumati nelle alte sfere. Solo il protagonista Doc sembra avere un unico interesse: ritrovare l'amore che lui e Shasta ebbero in gioventù
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, uso di stupefacenti, una sequenza di nudità integrale femminile, un rapporto intimo prolungato, molte allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
L’autore costruisce un’opera-caledoiscopio dai molti ambienti e dai molti personaggi con pennellate cariche d’ironia, non certo per ricostruire un rigoroso thriller ma per realizzare un affresco un po’ malinconico sul “come eravamo”
Testo Breve:

Paul Thomas Anderson, già autore di “Magnolia” ha trovato una sua formula originale per ritornare con ironia ma anche con simpatica nostalgia alla California del 1970, ai tempi “allucinati” dei figli dei fiori ormai al loro tramonto. 

Le canzoni di sottofondo di Neil Young, Doc Sportello disteso sul divano di casa con lo sguardo sperduto nel vuoto per l’effetto di non si sa quale e quanta erba, l’apparizione di Shasta Fey con i capelli lunghi e lisci come quelli di Ali  MacGraw in Love Story, uscito appunto nel 1970, suggeriscono da subito allo spettatore il ritorno a un’epoca ormai cristallizzata in un mito, quello delle conquiste dei figli dei fiori (libertà sessuale, uso sistematico di  allucinogeni e musiche psichedeliche). Un’epoca che proprio nel 1970 stava morendo: Los Angeles era ancora sotto shock per gli omicidi rituali della setta di Charles Manson e si assisteva  a un generale riflusso alla normalità, sotto il mandato  del presidente di Richard Nixon. Il film richiama spesso le tensioni di quell’epoca, fra chi era ancora ancorato all’ideologia hippy e chi aderiva a movimenti reazionari come i Vigilant California, ma Paul Thomas  Anderson lo fa con il filtro dell’ironia e con una nostalgia di fondo (sono gli anni della sua stessa giovinezza vissuta nel  Golden State).

Lo spettatore cerca all’inizio di seguire la pista investigativa ma l’impresa si rivela presto inutile: il film non avanza per merito delle indagini del detective Doc ma  bisogna lasciarsi andare e seguirlo in questo viaggio un po’ pazzo fra centri di massaggio che fungono da luoghi di appuntamento, ville di ricchi imprenditori con ampia piscina centrale e ragazze sempre disponibili nei confronti degli ospiti di passaggio, sontuose cliniche odontoiatriche per chi si deve far ricostruire i denti, problema tipico di chi fa abuso di droghe. Una sorta di viaggio nell’Inferno di Dante ma forse è meglio ricordare le stravaganti tappe del viaggio lungo il fiume del film Apocalypse now.

In parallelo all’esplorazione dei luoghi si sviluppa un’esplorazione dell’umano: incontri e dialoghi con uomini e donne alquanto stralunati ma sempre ben disegnati, come l’ispettore Bigfoot (Josh  Brolin ) perennemente frustrato per non esser stato apprezzato come attore in serial polizieschi o Coy Harlingen (Owen  Wilson ) che sente il dovere di fare qualcosa per la sua patria e lavora come infiltrato salvo cercare ogni momento di sapere come sta la sua donna e sua figlia. Il film cresce progressivamente come un racconto collettivo alla Robert Altman, il maestro riconosciuto di Paul Thomas  Anderson. Joaquin  Phoenix (Doc) è la bussola di questo viaggio, indimenticabile nella sua pigrizia sorniona, desideroso solo di una serata tranquilla per farsi magari la sua fumatina d’erba ma costretto invece a ritrovarsi schiacciato in un ingranaggio che lo porta ai piani alti del potere.

Il caleidoscopio di ambientazioni, personaggi, suggestioni di un’epoca passata che Paul Thomas  Anderson è riuscito a creare mostra anche un’anima segreta, una corda in più che il registra è riuscito a far vibrare.  Doc e Shasta hanno un’intesa (sarebbe difficile chiamarlo amore: sono due persone che vivono la loro vita e che ogni tanto si ritrovano insieme) fatta quasi di niente ma molto profonda.  Si incontrano solo due volte nel film: all’inizio e poi quasi verso la fine e non ci sono molte parole fra loro né ce ne sarebbe bisogno: è un intendersi che deriva dal passato trascorso insieme, nell’aver condiviso quel mondo che li ha visti protagonisti e che ora sta finendo.

Se non ci fosse stata questa “parentesi rosa” il film sarebbe stato solo un insolito triller, un po’ complicato in verità anche se divertente. L’incontro fra i due amanti, anche se fra loro continuamente negano di essersi rimessi assieme, mostra due persone che si pongono uno a fianco dell'altra  per il solo piacere di stare vicini; la sequenza di loro due che passeggiano in silenzio lungo la spiaggia della California potrebbe riferirsi al loro oggi o essere un ricordo della loro relazione giovanile;  un romantico  spleen dove, chissà, c’è qualcosa di autobiografico da parte dell’autore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GANGSTER SQUAD

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/22/2013 - 10:42
Titolo Originale: Gangster Squad
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Ruben Fleischer
Sceneggiatura: Will Beall
Produzione: Lin Pictures, Kevin McCormick Production
Durata: 113
Interpreti: Sean Penn, Josh Brolin, Ryan Gosling, Emma Stone, Giovanni Ribisi, Robert Patrick, Nick Nolte, Michael Peña.

Per porre un limite al crimine – incarnato dal potente boss malavitoso Mickey Cohen – che imperversa nella Los Angeles del 1949, il capo della polizia ordina al più onesto poliziotto della città di comporre una squadra speciale che potrà agire al di fuori delle regole, secondo le tecniche militari

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alla fine i “buoni” vinceranno ma il film è cibo da fast food per amanti dei videogiochi violenti
Pubblico 
Maggiorenni
La violenza è brutale, non mancano le scene splatter e quelle esplosive, scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Una gangster story molro tesa che segue schemi un po’ desueti rispettati al millimetro e nessun guizzo particolare in una storia uguale a mille altre. Sean Penn è più ridicolo che inquietante
Testo Breve:

Il film nasce con la promessa che avrebbe dato agli spettatori una versione moderna de Gli intoccabili . In effetto ci sono da una parte gli sbirri incorruttibili, dall’altra i gangster, in una lotta senza quartiere sempre più violenta. Una storia non originale per amanti dei videogiochi violenti

Teso e grintoso poliziesco che cerca di risollevare, senza riuscirci, le sorti del noir e del gangster movie. La Warner Brothers ha creduto molto in questo progetto, costruendovi attorno una martellante campagna di marketing, reclutando nel cast due tra i divi giovani più emergenti del momento (Ryan Gosling ed Emma Stone), con la promessa che avrebbe dato agli spettatori una versione moderna de Gli intoccabili. In comune con il famoso film di Brian De Palma, Gangster Squad ha l’assunto: dei poliziotti scelti, che su mandato della polizia hanno la licenza di agire “oltre la legge”, riescono a incastrare l’apparentemente intoccabile boss di turno. Lì era Al Capone; qui è Mickey Cohen, figura sinistra che era già stato citato nel romanzo (e poi nel film) L.A. Confidential e nel videogame L.A. Noir delle cui atmosfere – a parere di chi ci ha giocato – questo film è fortemente debitore.

La violenza è brutale, non mancano le scene splatter e quelle esplosive; i dialoghi scoppiettanti, il ritmo e il montaggio fanno il resto, nel rendere la storia accattivante e nel tenere alta la tensione. La sceneggiatura di Will Beal trae spunto dai racconti L.A. Noir: Tales from a Gangster Squad che Paul Liberman ha pubblicato nel 2008 sul Los Angeles Times. Cohen è realmente esistito ma la trama del film costruisce una realtà fittizia a buon uso della drammaturgia hollywoodiana. A impersonare il gangster, un Sean Penn più ridicolo che inquietante, truccato in modo talmente pesante (non tanto per somigliare al vero Cohen quanto al James Cagney di Nemico pubblico e La furia umana) da creare un certo effetto di straniamento.

La storia è quanto di più classico ci possa essere: da una parte gli sbirri incorruttibili, dall’altra i gangster, in una lotta senza quartiere sempre più violenta che terminerà in un climax in cui i nostri avranno la meglio, non prima di aver pagato a caro prezzo le loro scelte. C’è il caposquadra, in attesa che la moglie partorisca il primogenito, più attento a salvaguardare il proprio codice morale che a tornare a casa vivo; c’è il cinico che ha imparato a stare al mondo, che non si tira indietro quando vede versare il sangue del più innocente di tutti; c’è il vecchio sceriffo infallibile con il grilletto e l’esperto di tecnologia (che negli anni Quaranta sono il telefono, il telegrafo, la radio), padre di famiglia dal destino segnato, e i giovani poliziotti, uno messicano e l’altro afroamericano, che con la loro presenza portano acqua al mulino dell’integrazione razziale. Insomma, schemi un po’ desueti rispettati al millimetro e nessun guizzo particolare in una storia uguale a mille altre.

Il film vorrebbe essere un inno alla legalità: la “Gangster Squad” opera con metodi non convenzionali ma non contro la legge (benché il film potrebbe inserirsi nel dibattito sulla legittimità della tortura innescato da Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow); l’operazione che porterà Cohen alla cattura verrà conclusa un giorno prima che al leader del team sia revocato il distintivo (l’ultima occasione per sconfiggerlo in un’operazione di polizia). Non è una vendetta privata, dunque, quella che guida gli eroi a tutto tondo di questo sestetto (benché gli interessi personali a un certo punto entrino in gioco, come pure avveniva – secondo cliché – ne Gli Intoccabili) ma per amore della giustizia. La cattura di Cohen, secondo il film (che però nella realtà avvenne in modo diverso e dodici anni più tardi), ha impedito al crimine organizzato di affermarsi a Los Angeles, com’è successo in altre città americane. È una conclusione che può far sorridere amaro (la mancanza di una “mafia” non ha certo reso Los Angeles una città tranquilla e immune al crimine) e che incita a prendere il film per quello che è: cibo da fast food per amanti 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
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LA TRUFFA DEI LOGAN

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/06/2018 - 10:37
 
Titolo Originale: Logan Lucky
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Rebecca Blunt
Produzione: FINGERPRINT RELEASING, IN ASSOCIAZIONE CON BLEECKER STREET
Durata: 119
Interpreti: Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Katie Holmes, Riley Keough, Hilary Swank

Jimmy Logan, una carriera da giocatore di Football stroncata dalla frattura di un ginocchio, si guadagna da vivere lavorando duramente e cerca di mantenere i contatti con l’amata figlia nonostante l’ex moglie, risposata con il ricco padrone di una concessionaria d’auto, minacci di portarla lontano…è a questo punto che Jimmy, con l’aiuto del fratello Clyde (che ha perso un braccio in guerra), della sorella Mellie e dell’esperto di esplosivi Joe Bang mette in piedi una complessa rapina al caveau del circuito Nascar di Charlotte…un piano complesso in cui ognuno ha la sua parte e che ogni imprevisto potrebbe mandare a monte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In questo film d’intrattenimento, dove non è necessario prendere troppo sul serio il tema della rapina, è coinvolto non è un criminale di professione, ma prima di tutto un padre affettuoso
Pubblico 
Pre-adolescenti
Riferimenti alla droga, linguaggio crudo
Giudizio Artistico 
 
Ottimo ritmo, sorprendenti tutti i protagonisti, un divertimento garantito per uno spaccato ironico del Sud rurale americano.
Testo Breve:

Nel tentativo di uscire da una vita precaria e risollevare le sorti della famiglia, due fratelli decidono, assieme ad altri improbabili complici, di compiere una rapina nello stile Robin Hood. Un altro divertente e scoppiettante lavoro di Steven Soderbergh

Dopo anni dedicati alla tv (sue la serie cult The Knick, la provocatoria The Girlfriend Experience e la miniserie pluripremiata  Behind the Candelabra) Soderbergh torna al cinema con una pellicola che è perfettamente in linea con la sua filmografia, popolata di criminali improbabili, ma geniali (come ai tempi del George Clooney di Out of Sight), sostenuta da colonne sonore pop che scandiscono l’azione, arricchita da camei di lusso (Seth MacFarlane nei panni dell’arrogante proprietario di una squadra di automobilisti, Sebastian Stan in quelli di un pilota salutista) che contribuiscono a creare un intrattenimento non privo di un certo cuore…

Jimmy, infatti, non è un criminale di professione, ma prima di tutto un padre affettuoso e rappresenta la faccia buona e mai risentita di un sogno infranto (quello del miglioramento sociale per meriti sportivi) così come il fratello Clyde porta sul corpo i segni della sua esperienza da militare in una delle tante missioni di guerra di cui non ci si chiede troppo il senso…

Il suo meticoloso piano nasce dall’esperienza e coinvolge complici non troppo intelligenti (i fratelli di Joe Bang), non prevede l’uso di violenza (fateci caso, non si vede mai nemmeno una pistola) e alla fine “non fa male a nessuno”.

Per Soderbergh l’impresa è un virtuosismo criminale da Robin Hood, legittimo in un mondo dove i soldi scorrono a fiumi (o meglio nei tubi pneumatici che sono poi anche il punto debole da cui partono i nostri) e sembra in fondo anche giusto, in un’America di grandi disparità, che Jimmy pareggi un po’ i conti…restando per altro l’uomo che è sempre stato, mosso dall’amore sincero per la figlia, dal legame con quella famiglia imperfetta, ma solida che si allarga anche all’imprevedibile Joe Bang, ottimamente interpretato da Daniel Craig.

Quello di Soderbergh è in fondo un film sulla famiglia che le famiglie potranno apprezzare come intrattenimento di qualità, mentre il pubblico più sofisticato si farà quattro risate anche alle insistite citazioni televisive (vedi la gustosa scena in carcere in cui i prigionieri mettono come condizione alla fine della rivolta l’acquisto degli ultimi volumi della saga de Il Trono di Spade, da cui è tratta una celebre serie tv), senza troppo pensare alla mancanza di antagonisti forti, a parte l’agente FBI Hilary Swank dalle cui puntigliose indagini e Logan (con la loro maledizione) sono salvati (o forse no) dalla benevolenza del caso…

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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THE NEXT THREE DAYS

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/09/2011 - 07:48
Titolo Originale: THE NEXT THREE DAYS
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Paul Haggis
Sceneggiatura: Paul Haggis
Produzione: FIDÉLITÉ FILMS, HWY61, LIONSGATE
Durata: 122
Interpreti: Russell Crowe, Elizabeth Banks, Brian Dennehy

Pittsburgh. Un professore di lettere, una mamma che lavora, un bambino piccolo: la fotografia della felicità. Fino a quando la donna è arrestata con l’accusa di omicidio. Siccome gli avvocati non riescono a dimostrare la sua innocenza, al marito non resta che una via: farla evadere dal carcere. Di qui, la storia al cardiopalma di un padre disposto a tutto per salvare la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Solo nell’amore si trova la pazzia necessaria alle grandi imprese. Un amore limpido fra marito e moglie supera ogni sospetto, perchè si conoscono come nesun'altro può conoscerli. Ma il fine non giustifica mai i mezzi, certo non quello di organizzare una rapina a mano armata, sia pur a danno di alcuni spacciatori di driga
Pubblico 
Adolescenti
Due scene di violenza; una di tentato suicidio, commercio di droga
Giudizio Artistico 
 
Paul Haggis, firma prestigiosa per regia e sceneggiatura segue fedelmente l'originale francese per due terzi della storia. Commoventi le scene tra padre e figlio:quelle tra il protagonista e il suo bambino, ma soprattutto quelle tra il protagonista e suo padre
Testo Breve:

Paul Haggis, prestigioso sceneggiatore e regista americano, firma il remake di un thriller francese  aggiungendoci molta più adrenalina nella parte finale. Bello ma pericoloso l'amore di un marito per sua moglie condannata per omicidio: la sua decisione di organizzarne l'evasione ed estorcere a mano armata  i soldi che gli sono necessari non è tra gli esempi da imitare

Solo nell’amore si trova la pazzia necessaria alle grandi imprese. È il messaggio del riuscito remake di un buon thriller francese (Pour elle, 2008). A chi sono piaciuti Il fuggitivo e la serie Prison Break piacerà anche questo film.

Firma prestigiosa per regia e storia: Paul Haggis, secondo tanti addetti ai lavori, il migliore sceneggiatore su piazza (Crash, Million Dollar Baby, Nella Valle di Elah). In questo caso, però, Haggis ha trovato la strada spianata da un valido originale che ha seguito molto fedelmente lungo due terzi abbondanti della trama. Fatta salva la grinta ossessiva di Russell Crowe al posto della vena introversa e vittimistica di Vincent Lindon, e fatto salvo qualche dubbio aggiuntivo sull’innocenza della donna, quello che c’è nella prima ora e mezza del film americano c’è già nella versione di partenza.

C’è già il gancio emotivo che fa stare dalla parte del protagonista: la disgrazia improvvisa. C’è la posta in palio altissima: un’intera vita, da prendersi indietro o perdere per sempre. Ci sono già l’obiettivo di eccezionale difficoltà - far scappare la propria moglie di prigione - e il brivido del lato oscuro - un uomo normale che si compromette con la malavita per studiare da fuorilegge -. Anche la ricca dose di proceduralità, tipico ingrediente americano, in Pour elle è in buona parte già presente: i dettagli del piano di fuga calcolati al millimetro. Stesso dicasi per il coinvolgimento degli affetti fondamentali: le commoventi scene tra padre e figlio (quelle tra il protagonista e il suo bambino, ma soprattutto quelle tra il protagonista e suo padre, giocate sull’implicito di un genitore che, da uomo a uomo, capisce il figlio e tacitamente lo approva). Tutto questo nell’originale francese c’è già.

Quello che non c’è, è lo spunto di Haggis sull’ultimo tratto della storia, quando il remake è scritto per spremere dalla stessa vicenda tutta la tensione possibile. Mentre il rapporto marito-moglie è portato agli estremi e conosce alti e bassi assenti nella versione europea, lo sceneggiatore comincia a giocare con le attese del pubblico come fa il gatto con il topo. L’azione crea aspettative, le frustra, le rilancia, le mantiene con sorpresa. Così, sul rettilineo finale, inanellando con maestria coincidenze positive e negative per il personaggio di Crowe, Haggis si cimenta su un interrogativo a lui caro: la questione se il destino sia più giusto o più ironico.

Sia come sia, per portare il destino dalla tua parte, serve la pazzia del sentimento. Come quella di Don Chisciotte, appositamente citato dal professore fuorilegge quando in aula incalza i suoi studenti con la fatidica domanda: “Quale parte della nostra vita è davvero sotto il nostro controllo?”.    

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RAGAZZA DEL LAGO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 18:50
Titolo Originale: LA RAGAZZA DEL LAGO
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Andrea Molaioli
Sceneggiatura: Sandro Petraglia dal romanzo "Lo sguardo di uno sconosciuto" di Karin Fossum
Produzione: Indigo Film in collaborazione con Medusa Film
Durata: 95'
Interpreti: Toni Servillo, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Anna Bonaiuto, Giulia Michelini

Il commissario Sanzio si è trasferito dalla capitale in una piccola città del Nord per poter stare vicino a sua moglie, ricoverata in una clinica  per malattie mentali anche se sua  figlia, ancora adolescente, non si trova a suo agio nel nuovo ambiente. Una mattina viene chiamato  per indagare sul caso di una bambina scomparsa, poi rapidamente risolto, ma la scoperta che nel corso delle indagini viene fatta è ben più grave: Anna, una giovane donna giace morta sulla riva del lago. Il padre, il fidanzato Roberto, i vicini, la famiglia Canali presso la quale  aveva fatto da babysitter a un bimbo poi morto un uno strano  incidente,  vengono subito interrogati e tutti sembrano aver avuto un movente per uccidere la ragazza....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il senso di fragilità dei personaggi di fronte alla sofferenza
Pubblico 
Adolescenti
Alcune ambientazioni cupe e sospetti intorno alla ragazza morta potrebbero non essere adatte ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Lo sviluppo del giallo mostra alcune crepe logiche, ma l'analisi delle psicologie dei personaggi è ben fatta. Ottima l'interpretazione di Toni Servillo
Autore: Franco Olearo
In Televisione
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PROVA A PRENDERMI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 16:27
Titolo Originale: Catch me if you can
Paese: USA
Anno: 2002
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: eff Nathanson
Durata: 141'
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Tom Hanks, Christopher Walken, Martin Sheen, Nathalie Baye.

Prova a prendermi  racconta la storia vera di un geniale bugiardo. Frank Abagnale Jr., prima di compiere 19 anni, riuscì a volare gratis per più di due milioni di miglia spacciandosi per pilota della Pan Am, a lavorare come primario di pediatria millantando studi ad Harvard, a praticare in un importante studio legale della Louisiana accampando una fittizia laurea a Berkeley, a guadagnare circa 4 milioni di dollari falsificando un numero imprecisato di assegni, a diventare uno dei principali ricercati dall’FBI, avendo violato la legge in 26 diversi stati americani.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tutto è bene quel che finisce bene; diventato falsario per aiutare suo padre a sollevarsi da una bancarotta e da una crisi familiare, Frank metterà la testa a posto
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scene a sfondo sessuale ed il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
Spielberg è sempre attento ai dettagli, alla caratterizzazione dei personaggi, a mantenere un ritmo brioso anche per una storia semplice come questa

Basandosi sulla biografia scritta dallo stesso Abagnale e da Stan Redding, lo sceneggiatore Jeff Nathanson (Speed 2), racconta come la frenesia mistificatrice che ha animato il giovane Abagnale sia nata dall’aver assistito alla rovina del matrimonio fra i genitori (Christopher Walken e Nathalie Baye) in seguito ad un tracollo economico del padre. Per fuggire dall’incubo di una famiglia frantumata e per cercare aiutare il padre a ricomporne i cocci, Frank fugge di casa e incomincia a dare vita ad un vortice di inganni.

Frank è un Mozart della dissimulazione. Uno degli insegnamenti che il padre con più insistenza gli ripeteva era che gli Yankees vincono sempre perché gli avversari sono troppo occupati a fissare le righine della loro divisa. Questo sarà il segreto di Frank: distrarre l’attenzione della vittima

Quando un direttore di banca esita a cambiare un assegno non fidandosi della credibilità di un ragazzino, Frank si presenta con una divisa da pilota della Pan Am: il direttore nemmeno lo riconosce, ogni sospetto è dissipato, l’assegno subito accettato. Quando Hanratty (Tom Hanks), l’agente dell’FBI che gli dà la caccia, lo sorprende in una camera d’albergo, Frank, senza battere ciglio, si presenta come un agente della CIA: è stato solo un colpo di fortuna se ha preceduto il “collega” e ha già proceduto all’arresto del ricercato. Quando un intero aeroporto è presidiato da agenti che lo stanno aspettando per arrestarlo, Frank recluta una decina di avvenenti studentesse offrendo un praticantato da hostess per la prestigiosa Pan Am: come potrete immaginare gli agenti hanno preferito notare le nuove giovani hostess piuttosto che il pilota sospetto che le sta accompagnando…

Dopo essersi misurato con i temi complessi e ambiziosi diA.I. (2001) e Minority report (2002), i suoi più recenti tentativi di scrollarsi di dosso l’immagine di regista commerciale, Steven Spielberg con Prova a prendermi è tornato a raccontare una storia semplice e briosa. Avrebbe voluto occuparsene solo come produttore, attraverso la sua Dreamworks, ma i ritardi dell’inizio delle riprese dovuto ai prolungati impegni di Leonardo di Caprio sul set di Gangs of New York, hanno compromesso la possibilità che i registi prescelti (Gore Verbinski, David Fincher, Cameron Crowe, Lasse Hallström) potessero occuparsi del progetto.

La mano di Spielberg si nota soprattutto nell’attenzione con cui le rocambolesche avventure del giovane Abagnale sono viste come il disperato tentativo di un bambino di recuperare un eden famigliare ormai perduto. Frank è scappato da casa perché non ci viveva più una famiglia.

Come in numerosi film basati su un conflitto “gatto-topo” (Il fuggitivo, Il negoziatore) il peggior nemico del protagonista diventa il suo migliore amico. In Prova a prendermi, infatti,l’agente Hanratty, che insegue Frank Abagnale attraverso gli USA fino a catturalo in Francia, si assume poi la responsabilità di offrirgli un posto nell’FBI come esperto di frodi bancarie. Una scritta in chiusura del film ci informa che oggi Abagnale è uno dei più pagati consulenti del Federal Bureau of Investigation e delle maggiori banche d’America. Vive con la moglie e tre figli: Frank è tornato a casa.

La versione italiana del DVD contiene alcuni extra molto interessanti: il dietro le quinte delle riprese del film, le registrazioni dei provini e i documentari sul rapporto fra il film e la vera vita di Frank Abagnale e sulla prospettiva dell’FBI sull’intera vicenda.

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
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Canale: PREMIUM EMOTION
Data Trasmissione: Mercoledì, 13. Maggio 2015 - 21:15


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OCEAN'S TWELVE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/29/2010 - 11:46
Titolo Originale: OCEAN'S TWELVE
Paese: Australia/USA
Anno: 2004
Regia: Steven Soderberg
Sceneggiatura: George Nolfi
Durata: 125'
Interpreti: George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts, Andy Garcia, Matt Damon, Catherine Zeta-Jones

Dopo la memorabile rapina al Casinò Bellagio di Las Vegas, la banda di Daniel Ocean torna a riunirsi. Ma questa volta i  “12” devono organizzare un colpo per restituire i soldi della prima fortunata rapina a Terry Benedict. In più c’è il leggendario scassinatore Nightfox che li sfida a dimostrare chi sia il più grande ladro di tutti i tempi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ironica valorizzazione del mestiere di ladro
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per i riferimenti al crimine e il linguaggio
Giudizio Artistico 
 
La storia si complica eccessivamente, diventa fine a se stessa;Il film risulta più lento, meno brillante, meno facile da seguire. Vengono deluse le aspettative dopo il primo episodio.
Autore: Stefano Mastrobuoni
In Televisione
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THE TOWN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/19/2010 - 13:01
Titolo Originale: THE TOWN
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Ben Affleck, Peter Craig, Aaron Stockard dal romanzo di Chuck Hogan
Produzione: Warner Bros. Pictures/Legendary Pictures/GK Films Production/Thunder Road Film Production
Durata: 125'
Interpreti: Ben Affleck, Jeemy Renner, Rebecca Hall, Jon Hamm

Per Doug MacRay, nativo del sobborgo bostoniano di Charlestown, quello delle rapine è un mestiere di famiglia. Quando però durante un colpo il suo amico e compagno di “lavoro” Jem prende in ostaggio Claire Keesey, la direttrice della banca, Doug si offre di seguirla per verificare che non li possa riconoscere. Poco a poco però se ne innamora e questo risveglia in lui il desiderio di una vita diversa. L’FBI, però, è sulla tracce della banda e sfuggire al proprio destino è più complicato del previsto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nota stonata in un percorso morale coerente e non banale resta il duplice omicidio che pure se commesso per proteggere Claire resta un atto di violenza particolarmente spietato, che riavvicina pericolosamente Doug al mondo che pure vuole lasciare.
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di violenza a volte efferata, alcune scene a contenuto sessuale e di nudo.
Giudizio Artistico 
 
Il film, pieno di ritmo e costellato di grandi e spettacolari scene d’azione e di efferata violenza, ma anche di guizzi di humour e di sentimento, riesce ad essere una meditazione non banale sul destino e la libertà, sulla possibilità di cambiare e sul prezzo da pagare per essa.
Testo Breve:

Un film pieno di ritmo ma violento con Ben Affleck attore, regista e sceneggiatore che mette in scena la storia di un difficile tentativo di redenzione

Dopo il felice esordio di Gone Baby Gone, Ben Affleck torna dietro la macchina da presa (ma anche davanti, qui si cuce addosso il ruolo del protagonista, un rapinatore romantico e tormentato) adattando un altro bel romanzo di ambientazione bostoniana e mettendo in scena la storia di un  difficile tentativo di redenzione sullo sfondo del miglio quadrato americano con la più alta percentuale di rapine a mano armata.

Le tre rapine scandiscono la storia: la prima, quella che segna l’inizio del rapporto tra Doug e Claire (anche se lei ancora non lo sa); una seconda pittoresca in abiti da suore e l’ultima, nientemeno che nella “cattedrale” di Boston, lo stadio di Fenway Park. A mettere i bastoni tra le ruote ai geniali criminali il testardo e spregiudicato agente FBI Frowley, rappresentante della legge i cui metodi violenti, almeno all’apparenza, differiscono poco da quelli delle sue prede.

Sono tante le catene che legano Doug MacRay a Charlestown: un mestiere maledetto trasmesso di padre in figlio, una carriera fallita di giocatore di hockey, un’amicizia, quella con il “socio” Jem, diventata una zavorra capace di tirarlo a fondo, una relazione fallita con la sorella tossica di lui, la difficile lotta contro l’alcolismo, la nostalgia per una madre sparita troppo presto.

Dentro un destino che pare già scritto- la morte o la galera- irrompe l’incontro con Claire, prima ignara vittima della violenza e dell’inganno, poi inaspettata fonte di speranza di un cambiamento. È lo sguardo indifeso e ferito di Claire, capace però di smascherare le sue fragilità, che per la prima volta fa intravedere a Doug, in crisi con un mondo di cui sente da tempo di far parte solo a metà, la reale possibilità di una vita nuova, lontano da tutto quello che ha sempre conosciuto, dove essere sé stesso e non il figlio di qualcuno.

Ma può un amore nato sull’inganno (Doug si è presentato a lei con una menzogna e fa una fatica del diavolo a tenerla lontana sia dalle indagini di un testardo poliziotto dell’FBI che dai sospetti dello psicopatico Jem) dare la salvezza a un uomo? Soprattutto quando la salvezza può giungere solo al prezzo di abbandonare per sempre gli amici di un tempo, ora sono naufraghi disperati che si aggrappano ai loro compagni di sventura e portarli verso la morte.

Come Jem, che nel passato ha salvato la vita dell’amico e per questa ragione accampa un diritto di “sangue” su di lui. Ormai schiavo della violenza come di una droga, pericolosamente imprevedibile e deciso a finire la propria carriera nel sangue piuttosto che in galera, Jem (e sua sorella Krista, tossica e ragazza madre, un tempo ragazza di Doug) rappresenta il polo opposto a Claire. Non a caso intuisce subito la “pericolosità” della ragazza nella battaglia per l’anima di Doug.

Il groviglio di morale e di sentimenti dei personaggi (resi credibili dalle ottime performance dello stesso Affleck, del protagonista di Hurt Locker Jeremy Renner, e dalla dolce e combattiva Rebecca Hall) si fa via via più complesso e difficile da sbrogliare, le azioni e le reazioni dei personaggi più violente, le loro conseguenze drammatiche, ma il racconto non perde quasi mai la bussola e fila dritto verso il suo finale inevitabile di grandiosa tragedia. E qui Affleck e gli altri due sceneggiatori si prendono qualche (grossa) libertà nel finale, preferendo regalare una speranza in più a Doug e agli spettatori. Unica nota stonata in un percorso morale coerente e non banale resta il duplice omicidio che pure se commesso per proteggere Claire resta un atto di violenza particolarmente spietato, che riavvicina pericolosamente Doug al mondo che pure vuole lasciare.

Il film, pieno di ritmo e costellato di grandi e spettacolari scene d’azione e di efferata violenza, ma anche di guizzi di humour e di sentimento, riesce comunque ad essere anche una meditazione non banale sul destino e la libertà, sulla possibilità di cambiare e sul prezzo da pagare per essa.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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