Storico

LA RAGAZZA DEI TULIPANI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/06/2018 - 14:52
Titolo Originale: Tulip Fever
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Justin Chadwick
Sceneggiatura: Tom Stoppard
Produzione: RUBY FILMS, WORLDVIEW ENTERTAINMENT
Durata: 105
Interpreti: Alicia Vikander, Dane DeHaan, Christoph Waltz, Judi Dench

Amsterdam 1636. Sono gli anni d’oro del commercio nelle Indie Occidentali ma anche l’epoca della bolla dei tulipani: una frenesia che aveva investito ricchi e poveri nel comperare rari tipi di bulbo di tulipano e che portò, proprio in quell’anno, alla catastrofe della prima bolla speculativa della storia.. Cornelis, un mercante vedovo e non più giovane, sceglie Sophia, una ragazza orfana cresciuta in un convento di suore come seconda moglie, con il preciso intento di poter avere un erede maschio. Cornelis ama Sophia ma il sospirato erede non arriva. Quasi come forma di consolazione, Cornelis ingaggia un giovane pittore, Jan van Loos, per un ritratto di coppia. Una decisione che risulta fatale perché Sophia e Jan, si innamorano perdutamente e iniziano a frequentarsi di nascosto. Intanto la serva di Cornelis, Maria, intrattiene una relazione con il pescivendolo William, ma questi, preso dalla febbre dei tulipani, finisce per perdere tutto ed è costretto a imbarcarsi come marinaio per l’Africa, lasciando Maria in attesa di un figlio. Le due donne, entrambe costrette ad affrontare una situazione non più sostenibile, decidono di allearsi ….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo buono, timorato di Dio, è capace di un gesto generoso proprio quando si accorge di essere stato ingannato
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di rapporti intimi con nudità. In U.S.A.: restricted
Giudizio Artistico 
 
Un cast di premi Oscar che include una bravissima Judy Dench dà vita a un racconto di passioni in una Amsterdam del ‘600 molto ben ricostruita ma si perde nello sviluppo per le troppe incoerenze nella sceneggiatura.
Testo Breve:

Nella Amsterdam del ‘600 una storia di passioni amorose e di speculazioni finanziarie minata da una sceneggiatura che si smarrisce per strada

La ragazza con l’orecchino di perla era un film che aveva colpito nel segno. Una perfetta ricostruzione dei costumi e della vita dell’Olanda dei secoli d’oro e una giovane Scarlett Johansson che aveva dato corpo e sensibilità alla misteriosa ragazza ritratta da Johannes Vermeer.

La tentazione di ritornare a quegli ambienti e in quell’epoca, resa famosa con i colori di tanti pittori fiamminghi, e di sfruttare il successo dell’omonimo romanzo della scrittrice inglese Deborah Moggach debbono esser stati i moventi principali che hanno spinto la società di produzione a varare questo progetto senza lesinare spese nello scegliere attori di primo piano come i premi Oscar Alicia Vikander,  Judi Dench, Christoph Waltz. Dalle prime immagini ci si accorge subito che La ragazza dall’orecchino di perla è stato raggiunto e superato. La scenografia di Simon Elliott ha puntato non tanto a riprodurre i quadri di Vermeer ma a rappresentarci una Amsterdam vivace e prospera: le strade fangose dove gente di varia estrazione (venditori, mercanti, prostitute, soldati) si affretta lungo i canali, le affollate aste clandestine di bulbi di tulipani che si svolgevano nelle taverne di sera, a lume di candela. Chi voleva arricchirsi oppure fuggire dai debiti, come accade ad alcuni personaggi del film, non aveva che imbarcarsi su una nave diretta alla Nuova Amsterdam (il primo nome di New York) in cerca di fortuna.

La prima parte del film mantiene un coerente sviluppo narrativo e si concentra sulla orfana Sophia, costretta a sposarsi con un ricco mercante in cambio dei soldi necessari ai suoi fratelli per raggiungere le Americhe e sulla domestica Maria innamorata del pescivendolo William. La seconda parte si sfilaccia in eventi che si accavallano con poca coesione e con una certa ripetitività. La febbre dei tulipani contagia non uno ma tutti i protagonisti giovani della vicenda, una donna fugge da una situazione imbarazzante fingendo per ben due volte di essere morta. L’episodio di una moglie che simula di essere incinta mentre in realtà è la domestica che sta per avere un figlio, trasforma il tono del racconto, facendo il verso a una  delle tante novelle boccaccesche dove un marito resta ingannato. Sorprende molto questa incoerenza, dal momento che lo sceneggiatore è Tom Stoppard, premio Oscar per Shakespeare in Love. Resta comunque da ammirare, ancora una volta, la recitazione di Judi Dench, nella parte di una saggia ma anche furba badessa di un convento.

Se finora abbiamo analizzato il film solo da un punto di vista artistico, anche il giudizio etico appare controverso. Il racconto sembra restituirci ritratti di uomini e donne incapaci di controllare le loro pulsioni. Molti finiscono rovinati dalla speculazione sui tulipani, attratti da facili guadagni; la relazione fra Jan e Sophia sembra dettata da pura passione erotica, senza che i due giovani abbiano avuto il modo di conoscersi a fondo. Un amico di Jan, dedito all’alcool, pur impegnato in una missione importante, finisce vittima del suo vizio. Il riscatto del film avviene dalle uniche due persone che sembrano dotate di coscienza: il mercante Cornelis e la stessa Sophia.  Cornelis ama la sua seconda moglie, sa riconoscere ciò che è giusto e sbagliato di fronte a Dio e anche quando viene a conoscenza del suo tradimento, compie un atto altamente generoso. Sophia dal canto suo si accorge di aver fatto del male a un uomo buono e troverà il modo di rimediare al suo errore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MARIA MADDALENA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/19/2018 - 12:26
Titolo Originale: Mary Magdalene
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2018
Regia: Garth Davis
Sceneggiatura: Helen Edmundson e Philippa Goslett
Produzione: SEE-SAW FILMS, PORCHLIGHT FILMS, UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL PRODUCTION (UPIP
Durata: 120
Interpreti: Rooney Mara, Joaquin Phoenix

Maria di Magdala è una ragazza semplice e buona, ma pervasa da un'inquietudine così misteriosa che la famiglia finisce per crederla indemoniata. L'incontro con il "guaritore" Gesù le renderà finalmente chiara la sua strada

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista mostra il desiderio di un'unione totale con Dio, che fa naufragare anche la possibilità di un buon matrimonio. Questa profonda inquietudine che la spinge a una continua ricerca costituisce senza dubbio uno dei tratti di maggiore modernità del film. Ma il il film si concentra troppo su di lei, sminuendo il valore degli apostoli; Pietro risulta privo della profondità raccontata nei Vangeli e sembra solo interessato alla declinazione terrestre e "politica" del Regno dei Cieli
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Il film non è all'altezza delle aspettative suscitate e difficilmente riuscirà a spiccare fra i tanti che prendono ispirazione dai fatti raccontati nei Vangeli. Resta comunque il pregio di aver saputo raccontare di una donna in cui forza e dolcezza si esaltano a vicenda, genuinamente femminile ma agli antipodi rispetto al femminismo aggressivo che oggi viene così frequentemente sbandierato
Testo Breve:

Una Maria Maddalena quasi mistica mostra desiderio di un'unione totale con Dio. Un’ottima premessa che non trova conferma nello sviluppo della storia, poco aderente a quanto scritto nei Vangeli

Garth Davis, dopo il successo ottenuto con Lion, esce con il suo secondo lungometraggio: un film centrato sull'enigmatica figura di Maria Maddalena, di cui sono state date molteplici interpretazioni nel corso dei secoli, complice anche una tradizione errata che spesso l'ha assimilata alla prostituta salvata da Gesù o alla sorella di Marta e Lazzaro. In realtà, i Vangeli ci dicono pochissimo su di lei, se non il fatto che è stata presente alla Crocefissione e che è stata la prima a vedere Gesù risorto.

La Maria interpretata dalla glaciale Rooney Mara è più semplice e allo stesso tempo più complessa della prostituta penitente ormai familiare al grande pubblico: è un'instancabile lavoratrice, figlia di una famiglia unita e numerosa, ma con un senso religioso così forte da metterla in contrasto con i parenti. Il padre e il fratello, infatti, sono i primi a sostenere che sia doveroso pregare, ma proprio non riescono a capire in cosa consista il suo bisogno di un'unione totale con Dio, che fa naufragare anche la possibilità di un buon matrimonio. Questa profonda inquietudine che la spinge a una continua ricerca pur avendo tutto (una famiglia che la ama e un futuro sicuro) costituisce senza dubbio uno dei tratti di maggiore modernità del film e crea una profonda empatia nei confronti della protagonista.

Gesù la conquista proprio proponendole ciò che aveva sempre cercato: la possibilità che ogni respiro sia fatto in comunione con Dio. Questo nel film si declina in un misticismo a tratti un po' eccessivo, con Joaquin Phoenix continuamente in trance o in preda a visioni, mentre gli apostoli sono coloro che agiscono (molto maldestramente). Pietro è assolutamente privo della profondità raccontata nei Vangeli e sembra solo interessato alla declinazione terrestre e "politica" del Regno dei Cieli, così come Giuda, il cui tradimento viene presentato come un modo per mettere alle strette il Messia e costringerlo a realizzare il progetto di salvezza cui aveva tanto parlato. In generale i discepoli appaiono di gran lunga inferiori a Maria Maddalena, che sembra l'unica a comprendere la dimensione spirituale del messaggio di Gesù, grazie alla sua sensibilità femminile.

Questo genera, però, il problema fondamentale del film perché, dal momento in cui Maria instaura questa profonda sintonia col Maestro (che, per fortuna, non scade mai in un facile sentimentalismo), niente la fa più vacillare, nemmeno la condanna e la morte di Gesù. I classici episodi evangelici scorrono davanti ai suoi occhi sbarrati, sospesi in un tempo che non è certo quello hollywoodiano. E se visivamente l'atmosfera rimane sempre molto bella (grazie all'ottima scelta delle locations che comprendono Matera e Napoli, oltre alla Basilicata), presto si inizia a sentire la mancanza di una vera e propria tensione drammatica. Chiunque abbia fatto un po' di Catechismo sa come andrà a finire la storia e il punto di vista della Maddalena, all'inizio così originale, nella seconda metà del film non porta più nessun valore aggiunto e scolora in una generica accettazione della volontà di Dio.

Insomma, l'idea è interessante ed è un peccato che alcune buone intuizioni non siano state sviluppate fino in fondo. Il risultato è un film che non è all'altezza delle aspettative suscitate e che difficilmente riuscirà a spiccare fra i tanti che prendono ispirazione dai fatti raccontati nei Vangeli. Resta comunque il pregio di aver saputo raccontare di una donna in cui forza e dolcezza si esaltano a vicenda, genuinamente femminile ma agli antipodi rispetto al femminismo aggressivo che oggi viene così frequentemente sbandierato.

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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300 - L'ALBA DI UN IMPERO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/05/2014 - 20:34
Titolo Originale: 300: Rise of an Empire
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: Noam Murro
Sceneggiatura: Zack Snyder, Kurt Johnstad
Produzione: ATMOSPHERE ENTERTAINMENT MM, CRUEL & UNUSUAL FILMS, HOLLYWOOD GANG PRODUCTIONS, LEGENDARY PICTURES, WARNER BROS. PICTURES
Durata: 102
Interpreti: Eva Green, Lena Headey, Rodrigo Santoro, Sullivan Stapleton

I 300 guidati da Leonida sono morti alle Termopili, così a difendere la Grecia dalla furia di Serse ora resta il generale ateniese Temistocle. Contro di lui la flotta persiana guidata da Artemisia, una donna che con i Greci ha un conto in sospeso e non si ferma davanti a nulla. Solo se i Greci sapranno unirsi come chiede Temistocle, ci sarà una possibilità di salvezza.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Si tratta di un fumettone iperviolento e super stilizzato che può essere in parte perdonato perché si tratta di rappresentazioni completamente astratte
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza splatter, una scena di sesso e di nudo.
Giudizio Artistico 
 
Se sul piano della spettacolarità la pellicola non si fa mancare nulla, la drammaturgia latita. si perde l’occasione di trasformare i puri scontri da videogioco in qualcosa di più tematicamente rilevante
Testo Breve:

Dopo il successo si 300, ecco il sequel che mantiene la sua nota stilistica di compiacimento estetico di immagini iperviolente: molto spettacolare la la drammaturgia latita

Temistocle non fu l’eroe di Maratona e non uccise il re Dario. A Salamina la vittoria contro i Persiani fu il risultato del genio del generale ateniese e non dell’arrivo in campo degli Spartani guidati dalla vedova di Leonida, spartani che invece nella realtà Temistocle aveva avuto le sue belle difficoltà a trattenere sul posto. Del resto a Sparta di re ce n’erano due quindi nessuno si sognava di spedire le truppe in battaglia guidate dalla moglie del sovrano defunto.

Per vedere l’ultima fatica firmata da Zack Snyder (che qui, rispetto al primo 300, cede il timone della regia ma firma la sceneggiatura e produce) non c’è bisogno di alcuna di queste premesse né tantomeno di qualche conoscenza della storia della Grecia del V secolo a. C. che, anzi, potrebbe risultare fastidiosa per la visione, costringendo a un gioco di correzione che diventerebbe ben presto infinito.

La visione della storia così com’è presentata in questo fumettone iperviolento e super stilizzato è qualcosa di quasi completamente astratto, in cui i personaggi si sganciano dai loro referenti storici per elevarsi a uno status eroico e leggendario dove gli avvenimenti si giustappongono come le tavole dei fumetti più che succedersi per una sequenza logica.

Come e forse ancora di più del suo fortunato predecessore, un prodotto medio almeno quanto a budget baciato da uno strabiliante e inaspettato successo al botteghino, questo 300 L’alba di un impero è un film davanti a cui ci si esalta o ci si annoia mortalmente. Vie di mezzo non esistono. Le sequenze di battaglie si susseguono intervallate a discorsi dalla retorica roboante,  complicate dal fatto che si svolgono prevalente sul mare, sulle tolde delle navi, nei loro visceri abitati da rematori schiavi o volontari, sotto l’acqua che inghiotte naufraghi e relitti.

Gli spartani devono ancora superare la loro propensione all’isolamento, ma potrebbero forse essere indotti alla vendetta. Il re Serse persegue il suo piano di conquista, la bella Artemisia ha in mente solo di spargere più sangue greco che può e Temistocle (interpretato con carisma discutibile dall’australiano Sullivan) vuole difendere la libertà e sembra sempre in campagna elettorale mentre ciancia appena può di Grecia unita.

L’approfondimento psicologico non era il punto forte nemmeno della vicenda di Leonida e dei suoi ma agli sceneggiatori Snyder e Johnstad (esperto quest’ultimo in pellicole sui marines e docufiction sui Navy Seals) l’astuto Temistocle, stratega geniale e uomo politico discusso, poneva probabilmente una sfida troppo complicata. Se sul piano della spettacolarità la pellicola non si fa mancare nulla, la drammaturgia latita.

Inutile lamentarsi dello stravolgimento degli eventi storici, che pure così com’erano avrebbero fornito ottimo materiale drammatico, ma che interessano probabilmente più agli appassionati di storia che agli adolescenti, che al limite andranno a fare un veloce ripasso su Wikipedia.

Il confronto-scontro tra Temistocle e Artemisia, lui fautore dell’unità ellenica, lei segnata da un passato doloroso che dei Greci la fa diffidare, è l’elemento più interessante della vicenda ed è giocato come una sorta di affaire mancato tra due anime gemelle destinate a incontrarsi sul campo di battaglia anziché nel talamo. Anche qui, però, si perde l’occasione di trasformare i puri scontri da videogioco in qualcosa di più tematicamente rilevante. Per non parlare dei personaggi di contorno appena abbozzati, tra cui un giovane Eschilo, che evidentemente è pronto a prendere appunti per la scrittura di future tragedie. La guerra si riduce a scontri di soldati seminudi e nonostante i proclami di Temistocle, la quasi totale assenza di un mondo reale fatto di persone vere per cui lottare (ma che non si vedono mai) è un ulteriore handicap per la storia.

È improbabile che questo funga da deterrente per il pubblico che ha amato il primo capitolo e già vediamo profilarsi all’orizzonte, se il botteghino risponderà bene, un terzo capitolo della saga. Tanto Greci e Persiani del resto hanno continuato a darsele di santa ragione fino ai tempi di Alessandro Magno. Buone notizie per Franck Miller e Zack Snyder, che hanno così ancora davanti ancora un bel po’ di massacri (metaforici e reali) da perpetrare.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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UNDICI SETTEMBRE 1683

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/12/2013 - 10:45
Titolo Originale: UNDICI SETTEMBRE 1683
Paese: Italia, Polonia
Anno: 2012
Regia: Renzo Martinelli
Sceneggiatura: Renzo Martinelli, Valerio Massimo Manfredi, Giuseppe Baiocchi
Produzione: MARTINELLI FILM COMPANY INT., AGRESYWNA BANDA, IN COLLABORAZIONE CON RAI RADIO TELEVISIONE ITALIANA E RAI CINEMA
Durata: 113
Interpreti: F. Murray Abraham, Enrico Lo Verso, Jerzy Skolimowski, Alicja Bachleda-Curus, Piotr Adamczyk,

Nel 1683 il Gran Sultano dell’Impero Ottomano nomina Gran Visir Karà Mustafà e gli assegna l’obiettivo di conquistare Vienna e poi dilagare in Europa. Mustafà saluta suo figlio ancora adolescente e si mette in marcia con 300.00 uomini. Intanto il frate Marco d’Aviano si è conquistato la fama di veggente e taumaturgo; decide di mettersi in viaggio per raggiungere Vienna e incontrare l’imperatore: vuole sensibilizzare la corte sul fatto che l’Austria è in pericolo a dispetto del trattato di pace stipulato con l’Impero Turco; l’ostilità della Francia nei confronti dell’Imperatore rende debole l’Europa.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il frate Marco D’Aviano riesce a incoraggiare re e semplici soldati a combattere per la difesa della cristianità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di ferite da battaglia
Giudizio Artistico 
 
Il film regala scene spettacolari (ma la computer grafica è incerta) e la sceneggiatura imbastisce dialoghi costantemente enfatici
Testo Breve:

Il film ricostruisce con toni magniloquenti la battaglia che si svolse quell’anno intorno a Vienna con la sconfitta delle forze turche. Molte scene spettacolari ma la contrapposizione cristiani-islamici (buoni e cattivi) è troppo schematica

I fagioli posti sopra un tamburo sono ormai entrati nella  leggenda. Servivano alle truppe assediate per percepire anche le più piccole vibrazioni del terreno e capire in questo modo in quale direzione avanzavano le gallerie sotterranee che le truppe del gran Visir stavano scavando per poi piazzare delle mine sotto le mura.

Un particolare che viene riprodotto anche nel film che passa in rassegna, con sufficiente aderenza storica, le fasi essenziali della battaglia di Vienna che costituì l’ultimo serio tentativo dell’Impero Ottomano di penetrare in Europa e di “trasformare la basilica di S. Pietro in una moschea”.

Il film valorizza giustamente la figura del frate cappuccino Marco D’Aviano:  guida spirituale dell’imperatore Leopoldo I, ebbe l’incarico dal Papa di costituire una  Lega Santa dei re cristiani contro i turchi e  non mancò di animare le stesse truppe, come si vede anche nel film, dall’alto di una collina tenendo alto il crocifisso durante la battaglia. A lui viene contrapposto Karà Mustafà, gran Visir che ha avuto dal sultano il compito di conquistate Vienna con 300.000 uomini.

Dopo Barbarossa, Renzo Martinelli torna sui campi di battaglia e agli assedi di città fortificate ma questa volta le scene di massa (o meglio di computer grafica) sono concentrate nella parte finale del film: gli antefatti (la lunga marcia di avvicinamento dell’esercito turco, l’arrivo di frate Marco alla corte di Leopoldo, le beghe fra i re cristiani) sono raccontati, coerentemente con quei tempi, con enfasi sui presagi percepiti (Karà Mustafà) e sulle superstizioni del popolo che crede nelle capacità taumaturgiche dell’abate Marco. Sono coerenti con quei tempi anche i dialoghi, sicuramente troppo enfatici ma non si può negare  che ciascuna delle due parti in guerra credesse nel proprio dio come l’unico e vero e che per l’Europa cristiana la minaccia di una invasione islamica fosse oltremodo reale.

Dove il racconto di Martinelli perde colpi, come era già accaduto in Barbarossa, è nel tentativo di umanizzare i personaggi e nell’imbastire subplot di vita privata: i protagonisti restano ancorati alle loro funzioni pubbliche e i rapporti di  Karà Mustafà con il figlio, la storia della concubina sordomuta che resta ostinatamente fedele al suo marito mussulmano mancano di sinergia con il resto della storia.

Sicuramente costituisce un’attualizzazione forzata il vaticino del Gran Visir che dopo la sua sconfitta davanti alle mura di Vienna  vede nel futuro una rivincita delle forze mussulmane (magari di nuovo a settembre, magari di nuovo il giorno 11) e resta un po’ di amaro in bocca allo spettatore perché se è sicuramente corretto ricostruire eventi del passato con personaggi ancorati alla mentalità dell’epoca, ci si sarebbe aspettati un messaggio di pace e di maggior comprensione fra  popoli di religione diversa. Il tentativo di fondere nel personaggio dell’abate Marco la necessità di un vigilanza non ingenua nei confronti della minaccia turca ma al contempo ribadire che la ricerca del vero Dio può essere solo pacifica, riesce solo in parte. Karà Mustafà  impersona al contrario un islam intollerante, disposto solo a combattere fino alla vittoria finale.

Il film ci regala  molte immagini spettacolari (il panorama del Corno d’oro di Istanbul, la carica della cavalleria polacca) e molto accurata è la ricostruzione dei costumi d’epoca.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DUNKIRK

Inviato da Franco Olearo il Gio, 08/31/2017 - 10:55
Titolo Originale: Dunkirk
Paese: USA, GRAN BRETAGNA, FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Christopher Nolan
Produzione: EMMA THOMAS, CHRISTOPHER NOLAN PER SYNCOPY
Durata: 106
Interpreti: Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurin Barnard

Dunkerque, maggio-giugno 1940. 400.000 soldati inglesi oltre a francesi e belgi, sono intrappolati sulla spiaggia in attesa di navi e battelli che li possano trasportare oltremanica. Churchill vuole impiegare poche navi da guerra e pochi aerei per il recupero dell’armata perché vuole risparmiare le risorse più pregiate per la prossima decisiva battaglia: l’invasione dell’Inghilterra. Ha ipotizzato che si potranno salvare al massimo 35.000 persone. L’operazione di salvataggio andrà invece molto meglio del previsto. Le truppe francesi frenarono l’avanzata tedesca,  Hitler inspiegabilmente decisione di fermare le sue truppe corazzate e la Manica fu percorsa da 400 navigli (motoscafi o pescherecci) di privati cittadini che decisero di rischiare le loro vite per riportare i ragazzi in patria.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una sconfitta militare si trasforma in una vittoria morale grazie al contributo di tanti singoli, generosi civili
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La qualità delle immagini è impeccabile ma il distacco con cui l’autore cerca di porsi rispetto alle vicende narrate finisce per non coinvolgere né emozionare lo spettatore
Testo Breve:

Nel 1940, 400.000 soldati inglesi, bloccati sulla spiaggia di Dunkerque,  furono tratti in salvo oltre la Manica grazie a centinaia di pescherecci privati. Un racconto non epico, che si concentra sulle vicende dei singoli

E’ indubbio che Dunkirk (così lo chiamano gli inglesi) sia entrato nella galleria delle più esaltanti glorie del popolo inglese, proprio perché una sconfitta militare si è trasformata in vittoria morale grazie a una generosa, spontanea risposta che è scaturita dal cuore di singoli civili che si sono preoccupati di salvare i loro ragazzi. E’ strano, anzi, che si sia arrivati al 2017 senza che nessun altro regista abbia portato avanti l’iniziativa  di costruire un blockbuster sull’evento. Fa eccezione solo il recente film Espiazione, che  si concludeva con uno stupendo piano-sequenza che abbracciava tutti i soldati in attesa sulla spiaggia di Dunkerque colti in un'alternanza di noia, disperazione e attesa fiduciosa e che riusciva a dare in pieno il senso della tragedia.

Al contempo il tema del salvataggio di Dunkerque si prestava bene per costruire un ottimo war movie. Di battaglie sulla spiaggia ne abbiamo già viste molte, anche se più spesso i nostri si sono mossi nella direzione opposta. In Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, prodigioso nelle scene più drammatiche, si riusciva a cogliere il tutto della massa ma anche il dramma del singolo (il marine che vomita sul battello un istante prima che si apra lo sportello per lo sbarco, le scene subcquee dei soldati caduti in mare che cercano di raggiungere la riva mentre i proiettili nemici tracciano traiettorie  bianche intorno a loro).

Anche un film come Il giorno più lungo, nelle sue tre ore sullo stesso argomento, sviluppava bene il punto di vista sia degli alleati che quello dei tedeschi, riuscendo a raccontarci le storie del singolo ufficiale alle prese con la sua difficile  missione, senza farci perdere il quadro complessivo di come si stavano svolgendo le operazioni in terra, per mare e in cielo.

Orbene, il film di    Christofer Nolan nonostante una prima, più superficiale sensazione, non è nè un film apologetico sull’impresa inglese, nè un film di guerra tout court. Nolan non appare nè patriottico nè epico ma ancora una volta è interessato esclusivamente alle vicende del singolo, impegnato a dare un senso tutto personale alla sua esistenza in un mondo che non sente proprio. Manca il senso dell’uno per tutti e tutti per uno, così appassionante nei film citati. Lo si nota molto bene nelle scene di massa: i soldati sono allineati lungo la spiaggia,  tutti anonimi e silenziosi, non c’è nessun impegno da parte del regista di  trasformarli in una massa viva che ubbidisce ma attende con ansia la propria salvezza.

Simmetricamente, quando seguiamo le vicende dei singoli, questi sembrano poco interessati al dramma nel quale sono immersi ma si concentrano sulle proprie, personalissime vicende, spesso poco patriottiche. Due giovani usano tutti gli espedienti possibili per riuscire a imbarcarsi scavalcando le file dei loro commilitoni. Un soldato francese indossa la divisa e la piastrina di un inglese morto per riuscire a imbarcarsi. Un naufrago, che viene soccorso da un peschereccio diretto a Dunquerque, viene preso dal panico e finisce per ferire gravemente proprio uno dei giovani che lo aveano soccorso. Solo il racconto dei tre Spitfire che da soli cercano di contrastare i bombardieri e caccia tedeschi ha una sua omogeneità narrativa, perché le gesta di un pilota sono istituzionalmente singole e le immagini della battaglia aerea hanno una loro innegabile bellezza.  Anche in questa occasione però l’attenzione di Nolan si ferma su particolari secondari (l’ossessione di controllare continuamente quanti galloni di carburante siano rimasti nel serbatoio) e un dialogo fra piloti particolarmente trattenuto, forse molto inglese (quando un compagno è costretto a un ammarraggio forzato, l’altro pilota gli augura “buona fortuna”, quasi fosse una gara sportiva).

Nolan non trascura di celebrare l’eroismo inglese ma lo fa in modo limitato e trattenuto (“chi sta arrivando?“ chiede il colonnello all’ammiraglio che dal molo, con il binocolo ha avvistato centinaia di pescherecchi che stanno arrivando e quest’ultimo risponde: “La patria!”); ciò che interessa al nostro autore è ancora una volta proprio l’estraniamento del singolo rispetto alla realtà, che aveva già così bene espresso in altri film dove il protagonista è costretto a vivere tempi e spazi multipli (Interstellar, Inception).

E’ strano, perché in fondo, nella trilogia su Batman Nolan aveva tratteggiato un eroe moto umano e al contempo preoccupato di ristabilire la giustizia. Forse perché questa volta la scerneggiatura è tutta di Christopher e manca la firma di suo fratello Jonathan.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE IRON LADY (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/28/2012 - 18:41
Titolo Originale: The Iron Lady
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2011
Regia: Phyllida Lloyd
Sceneggiatura: Abi Morgan
Produzione: DJ FILMS, PATHÉ, FILM4, UK FILM COUNCIL, CANAL+, CINE+, GOLDCREST FILM PRODUCTION LLP
Durata: 105
Interpreti: Meryl Streep, Jim Broadbent, Olivia Colman, Alexandra Roach

Margareth Thatcher, primo ministro britannico dal 1979 al 1990, ormai ottantenne. conversa con il marito che in realtà è morto da vari anni. Inizia così la carrellata dei suoi ricordi, da quando sosteneva la candidatura di suo padre sindaco, ai primi passi nel partito laburista, fino al drammatico episodio della guerra delle Falkland.....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E' sempre difficile ricostruire una biografia di un personaggio così significativo per la storia recente come Margareth Thatcher dove ci sono stati grandi successi e grandi errori. In questo film si ha la sensazione che la sceneggiatrice abbiano lavorato con un pregiudizio politico nei confronti della lady di ferro presentandone un ritratto complessivamente negativo
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni dettagli sanguinosi di feriti e morti violente. Turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Una grandiosa interpretazione di Meryl Streep, ma l’immagine della figlia del droghiere che rovesciò come un guanto l’Inghilterra è la risultante di un fraintendimento “politicamente corretto” della sceneggiatrice e della regista, che non hanno compreso realmente il personaggio.
Testo Breve:

Una Meryl Streep da oscar sorregge tutto lo sviluppo del film ma si ha la sensazione che la sceneggiatrice e la regista non abbiano correttamente ricostruito  il personaggio. Le recensioni sono di Claudio Siniscalchi e Laura Cotta Mamosino

 Nancy Astor, americana naturalizzata inglese nota come “Lady Astor”, fu la prima donna ad entrare nel parlamento britannico. Eletta nel 1919 nelle file del partito conservatore. Di lei sono diventati epici gli scontri verbali con Wiston Churchill, suo compagno di partito. Un giorno, presa dall’ira, gli disse che se fosse stata sua moglie la mattina gli avrebbe portato il caffè al letto aggiungendo il veleno nella tazzina. Nella sciagurata ipotesi che lei fosse sua moglie, gli rispose sornione Churchill, quel caffè lo avrebbe bevuto volentieri. Sempre più imbarazzati della sua incontenibile presenza i conservatori si sbarazzarono di lei. E tirarono un sospiro di sollievo.
Lo stesso destino è toccato a Margaret Thatcher, la “lady di ferro”, prima donna a varcare la soglia del 10 di Downing Street (residenza del premier britannico), restandoci dal 1979 al 1990, e protagonista del film “The Iron Lady” di Phyllida Lloyd, che potrebbe assicurarsi la statuetta dorata  per la migliore protagonista femminile, grazie alla grandiosa interpretazione di Meryl Streep.
Lo scorso anno agli Oscar trionfarono le peripezie del sovrano balbuziente. Quest’anno potrebbe accadere lo stesso per la figlia di un bottegaio, laureata in chimica ad Oxford, diventata il politico inglese più importante nella seconda metà del XX secolo. Lo spettatore di “The Iron Lady” che ha vaghe conoscenze della reale funzione storica rivestita da Margaret Thatcher, ne può restare rapito.
In realtà il film è una macchina ad ingranaggi perfetti. Un gioiello di narrazione e ricostruzione. Della “lady di ferro” viene offerto il ritratto della massima dedizione umana al potere, solenne messa in scena di una sconfinata ambizione. Margaret Thatcher ha triturato tutti gli ostacoli (e gli uomini) che si sono frapposti tra lei i suoi obbiettivi.
Poi è arrivata la stagione fredda, l’autunno inoltrato della vita. Una così straordinaria avventura si è conclusa prima con la perdita dell’amato marito (la parte veramente umana della sua esistenza) e poi con un male terribile, la demenza senile, che non le consente di distinguere più la realtà dal passato.
In vita Margaret Thatcher si è attirata odi irrefrenabili. Il ritratto preferito fabbricato con perfidia dai suoi detrattori è stato quello di un Robin Hood alla rovescia: ha tolto ai poveri per dare ai ricchi. Ha inoltre scacciato, malmenato e ridotto alla fame la categoria dei minatori. Infine ha trascinato la Gran Bretagna in una guerra insensata con l’Argentina nel 1982, per la sovranità di un lontano, povero e inutile arcipelago, le Falkland (o Malvinas).
Tutto falso. Quella guerra, ad esempio, che nessuno voleva (non la volevano gli italiani, gli europei e gli americani), in realtà era combattuta contro un dittatore, il generale Leopoldo Galtieri, fra i principali responsabili del “colpo di stato” organizzato nel 1976 dai militari guidati da Roberto Videla. Oggi molti hanno perso la memoria, come la vecchia Thatcher, e non ricordano più i “desaparecidos”, fiore all’occhiello di Videla.
La sconfitta nella guerra con gli inglesi costrinse Galtieri ad abbandonare. Il crollo della dittatura era imminente. La democrazia poté così tornare in Argentina nel 1983, quando alle libere elezioni presidenziali vinse Raúl Alfonsín. La “débacle” dei militari argentini divenne il detonatore per far saltare in tutto il continente latino-americano la tirannia.
Considerare quella guerra voluta con ostinazione dalla Thatcher una sciagura per il popolo inglese (così come viene presentato in “The Iron Lady”), la dice lunga sull’orientamento di fondo della biografia cinematografica. E che dire del ruolo ricoperto dalla Thatcher, al fianco di Ronald Reagan e Giovanni Paolo II, nel mettere in difficoltà e successivamente battere il comunismo? Nel film non vi è traccia. Quindi, in conclusione, bellissimo film “The Iron Lady”, ma l’immagine della figlia del droghiere che rovesciò come un guanto l’Inghilterra, è la risultante di un fraintendimento “politicamente corretto”.  

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AUGUSTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/03/2010 - 12:03
Titolo Originale: AUGUSTO
Anno: 2003
Valutazioni

Si tratta di uno sceneggiato in due puntate (domenica 30 e lunedì 1 dicembre) che racconta la vita di Ottaviano Augusto, il primo imperatore della storia di Roma.

Autore: Francesco Arlanch
In Televisione
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L’ULTIMA LEGIONE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/08/2010 - 14:12
 
Titolo Originale: The Last Legion
Paese: Usa/Gran Bretagna/Francia
Anno: 2007
Regia: Doug Lefler
Sceneggiatura: Jez e Tom Butterworth dal romanzo di Valerio Massimo Manfredi
Produzione: Dino De Laurentiis per De Laurentiis Company/Ingenious Film Partners/Quinta Comminications/Zephir Films LTD
Durata: 98'
Interpreti: Colin Firth, Aishwarya Ray, Ben Kisley, Thomas Sangster

Anno 476 d.C. L’impero romano d’Occidente è alla fine e l’ultimo Cesare, un bambino di nome Romolo Augustolo, viene deposto dal re goto Odoacre. Ma un misterioso stregone filosofo, Ambrosinus, e un valoroso soldato, Aurelio, sono disposti a tutto per salvarlo, anche perché il piccolo è destinato a trovare la leggendaria spada di Cesare, perduta da secoli e destinata ad un grande sovrano. È solo l’inizio di un lungo viaggio che li porterà in Britannia, dove il sovrano di Roma troverà un nuovo regno e dove le loro gesta saranno all’origine di un’altra leggenda, quella di Excalibur.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La solidarietà fra i legionari di un tempo per salvare un paese dalla tirannia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di combattimento e violenza nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Un carrozzone improbabile e involontariamente ridicolo, dalla trama confusa e dalla messa in scena approssimativa, che non riesce nemmeno a valorizzare i suoi volonterosi se non azzeccatissimi interpreti.

Ci aveva già pensato non molto tempo fa il non entusiasmante (ma a posteriori dignitoso) King Arthur ad insegnarci che colui che conoscevamo come re Artù il britanno altri non era che un valoroso comandante romano mentre le gesta dei cortesi cavalieri della tavola rotonda non erano che la rielaborazione medioevale e fantasiosa di eventi molto più antichi, risalenti in realtà al V secolo d.C.

Se quello di Antoine Fuqua non era certo un capolavoro all’altezza del Gladiatore, aveva almeno alcuni degli elementi di un racconto degno di questo nome: un plot coerente e protagonisti all’altezza del loro ruolo storico e drammatico.

Due ingredienti che mancano completamente a L’ultima legione (tratto abbastanza liberamente da uno degli ultimi romanzi di Manfredi), un carrozzone improbabile e involontariamente ridicolo, dalla trama confusa e dalla messa in scena approssimativa, che non riesce nemmeno a valorizzare i suoi volonterosi se non azzeccatissimi interpreti. Uno straniato Colin Firth, più a suo agio, ormai, data l’età, con le commedie che con i film d’azione, un’improbabile Ben Kisley sacerdote-stregone-filosofo (si scoprirà poi non essere altri che il mago Merlino), e la bella Aishwarya Ray, che ancheggia un po’ troppo per il suo ruolo di rude guerriera e sente necessario fornire dati scrupolosissimi sulla propria provenienza indiana (forse a favore di quel target geografico).

La vicenda prende le mosse con un’inspiegabile lentezza, così che quello che ragionevolmente dovrebbe costituire l’antefatto della vicenda principale (il ritrovamento della spada) finisce per occupare più di metà della pellicola, mentre l’azione principale appare talmente compressa da risultare incredibile.

Se nella prima metà gli scalcinati antagonisti sono i Goti di Odoacre (insieme al solito gruppetto di politici infidi e traditori), nella seconda metà entra in scena un cattivone mascherato nuovo di zecca i cui scopi appaiono per altro alquanto nebulosi.

L’ambientazione decisamente fantasiosa comprende una Roma dall’aspetto ancora classicheggiante (e apparentemente non sfiorata dal Cristianesimo, ai tempi della vicenda invece una realtà totalmente integrata nella struttura sociale e politica) e una Britannia dall’aria già medievale (con il suo bel castello da cartolina, tutto torrette e bandiere ondeggianti al vento), dove una legione di un milione di uomini (speriamo vivamente si tratti di un errore di traduzioni) può sparire senza lasciare tracce e nemmeno mandare una lettera di saluto.

Gli autori, evidentemente fidando sulla lettura previa del romanzo, hanno disseminato la storia di buchi colossali, non si sono preoccupati di dare una caratterizzazione almeno schematica ai personaggi secondari (che infatti muoiono senza che il pubblico provi il seppur minimo moto di simpatia) e hanno sparso a piene mani dialoghi e situazioni destinate a procurare involontarie risate.

Il registro epico, specie in un’epoca come la nostra così ostile ai miti e agli eroi, è forse uno dei più difficili da ottenere al cinema, anche se lo sviluppo della computer grafica ha reso molto più facile ricreare con costi accessibili sfondi verosimili per avventure lontane nel tempo e nello spazio.

In mancanza di denaro si può cercare di ovviare alle scarse comparse e alle costruzioni di cartone iniettando una buona dose di autoironia, cosa che L’ultima legione, purtroppo, fa troppo raramente, lasciandosi spesso prendere la mano da un tono pomposo e retorico fatto di frasi ad effetto (ma di poca sostanza) condite di musica roboante e ralenti improbabili.

Se l’alternativa è questa preferiamo tenerci i cavalieri, l’armi, gli amori e le audaci imprese della nostra tradizione letteraria e lasciare riposare in pace Cesare e la sua spada.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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IL RISORTO OLTRE IL DOLORE E LA CROCE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/03/2010 - 13:04
Titolo Originale: IL RISORTO OLTRE IL DOLORE E LA CROCE

Conosco Daniele Ricci da quando era ragazzo e già allora manifestava un chiaro talento musicale. Quando ci incontravamo parlavamo spesso di cinema: mi raccontava di quanto fosse rimasto affascinato da Jesus Christ Superstar (1973) ricavato dall'omonima opera rock di Tim Rice. Lo aveva  entusiasmato quel modo originale di  rappresentare la passione di Cristo con un  linguaggio musicale così moderno: il rock.

Valutazioni

an mano che la sua fede cresceva di pari passo con la sua maturità di compositore, quel famoso musical restava sempre per lui, un punto di riferimento ma al contempo, come ebbe modo di confidarmi, gli appariva come qualcosa di incompleto: quella storia  finiva con la crocifissione e morte, mentre della Resurrezione, evento cardine  per la sua vita di fede come per molti di noi, non c'era traccia. 
In effetti in tutte le opere sullo stesso argomento che vennero realizzate negli anni successivi (il successo più  recente è stato sicuramente La Passione di Cristo - 2003 di Mel Gibson) si chiudevano con la Sua morte con al più un rapido cenno alla Resurrezione.

Intanto  la sua esperienza si approfondiva: verso la fine degli anni '70 era stato tra gli iniziatori del cosiddetto "rock sacro", componendo per i Gen Rosso e Gen Verde (complessi internazionali del Movimento dei Focolari) alcuni brani noti ancora oggi. A partire dagli anni '80 è cominciata la sua collaborazione con le Paoline, per le quali ha composto numerosi canti per progetti liturgici e di catechesi, canzoni e copioni per opere teatrali e musicali destinate a ragazzi e giovani: una trentina di opere in tutto.

Restava  sempre aperta la sfida di Jesus Crist Superstar di molti anni prima e quando , per la Pasqua 2007, le Edizioni Paoline  hanno accettato il suo progetto di comporre un’opera proprio sulla Resurrezione, capì  che il sogno tanto atteso si stava realizzando: avrebbe fatto un'opera sulla morte, ma sopratutto sulla Resurrezione di Gesù Cristo.

L'opera ha un'altra originalità: quella di porre in particolare risalto  le figure femminili:  non per conceder loro qualche sorta di privilegio in questa sacra rappresentazione, ma come emblema di una umanità in grado di esprimere accoglienza, intuizione, delicatezza, attenzione alle sfumature, condivisione, il “curarsi di…”.
"Con questa chiave di lettura si comprendono  brani - mi spiega Daniele Ricci-  come, ad esempio, NELLE MANI DI CAIFA, in cui le donne esprimono tutto il loro rammarico per non avere avuto l’accortezza, l'intuizione  di prevedere quello che sarebbe successo quella notte, e di non essere state presenti nell’orto degli ulivi, non fosse altro per vivere a fianco all’amato Gesù quel momento drammatico. Quando poi le guardie di Caifa  lo gettano in un angolo in attesa dell’alba e della consegna a Pilato, ecco il “duetto” tra Gesù e Maria. L’uno, imprigionato, invoca il Padre di non abbandonarlo (ma poi proverà lo strazio dell’abbandono) e l’altra, altrove, invoca il figlio di non abbandonarla. Sono distanti, ma comunicano ugualmente, misteriosamente.
In L’ANIMA MIA CON TE, la Maddalena contempla Gesù crocifisso che, al culmine di tutti i suoi dolori, sperimenta l’abbandono da parte del Padre: ma questo Gesù Abbandonato, diviene per la Maddalena – e dunque per tutta l’umanità che essa rappresenta - non solo l’amato che muore in un determinato momento, ma una presenza viva in ogni attimo dell’esistenza che ancora le rimane.
E poi O MARIA DESOLATA, che vuole essere il canto “spartiacque” tra la Passione e la Resurrezione. Ora Gesù è morto e sepolto. Maria è davanti alla tomba, perduta in un “non tempo”, nel quale rimarrebbe per sempre. C’è solo lei, lì, non c’è nessun altro: quella che era la chiesa primordiale, i suoi discepoli, si è dispersa. La musica inizia con il battito del cuore. Ma poi ecco una voce che la invita a venire via, a venire a “casa”: a invitarla è Giovanni, ma la sua non è la voce di un uomo: è quella di un coro. E’ infatti la chiesa, che si raduna intorno a lei, sua madre, sotto il suo manto".

"Anche la figura di S. Tommaso.è trattato con originalità - mi spiega ancora Daniele -  Gesù non si limita a mostrarsi a lui per fargli vedere le sue ferite. Infatti per chi non vuole credere non c’è dimostrazione che tenga e che non possa prima o poi venir messa in discussione. E allora Gesù si rivolge a Tommaso chiedendogli tutto. Non gli chiede qualcosa di sé, un po’ del suo tempo. Gesù chiede a Tommaso tutto, di lui: tutto il suo cuore, tutta la sua mente e tutta la sua anima. E questo perché Gesù vuole lui, per portare nel mondo il Suo sorriso, il Suo Regno, la Sua presenza tra gli uomini con la Parola, con il Pane, e laddove due o più sono uniti nel suo nome".
Appena usciti il CD e il copione in Italia (Pasqua 2007), l’opera ha trovato subito un’ottima accoglienza. Diverse compagnie e gruppi in Italia l’hanno messa in scena ma di tutte le rappresentazioni, quella di maggior successo è quella di una compagnia formatasi dalla riunione di due accademie artistiche di teatro, canto e danza (Arenaartis di Chioggia e Arteinventando di Cividale). Si tratta di ragazzi giovani e giovanissimi che, nel loro entusiasmo, hanno pure allestito un sito www.ilrisortothemusical.it ed ora stanno tentando di farsi conoscere anche nel resto d’Italia.


E all'estero?

Bisogna proprio raccontare una storia accaduta nel 2007: una suora lituana (salesiana), venuta a Roma, ha trovato in libreria il CD, lo ha ascoltato e, tornata in patria, si è ritirata in un monastero benedettino per tre giorni a tradurre tutto il copione in lituano, come cosa sacra. Poi ha contattato non solo un’intera accademia musicale (Kaunas), ma anche personaggi dello spettacolo della Lituania, senza distinguere se fossero cattolici, protestanti o non credenti, e li ha coinvolti nella messa in scena dell’opera.
"Il Risorto"  è stata rappresentato come evento diocesano  alla presenza dell’Arcivescovo nella chiesa principale di Kaunas, dedicata proprio alla Risurrezione. Mi spiega Ricci che: "vedere il loro DVD è commovente, perché risalta una sensibilità molto diversa da quella italiana-occidentale. E’ gente bella, di profondissima spiritualità e densità di interpretazione, che viene fuori da una chiesa clandestina e che pur senza soldi né costumi riesce a comunicare con Dio".

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PONTORMO UN AMORE ERETICO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/02/2010 - 14:57
 
Titolo Originale: "PONTORMO UN AMORE ERETICO"
Paese: Italia
Anno: 2002
Regia: Giovanni Fago
Sceneggiatura: Marilisa Calò, Massimo Felisatti e Giovanni Fago
Durata: 97'
Interpreti: Joe Mantenga (Pontormo), Galatea Ranzi (Anna), Laurent Terzieff (Inquisitore)

Firenze, 1500: gli ultimi anni della vita di Jacopo Carrucci, il pittore rinascimentale conosciuto come il Pontormo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'arte è concepita come servizio e come ricerca di Dio e non come puro arricchimento
Pubblico 
Pre-adolescenti
Presente una scena di aggressione solo accennata
Giudizio Artistico 
 
Regia semplicistica e recitazione troppo teatrale

Firenze 1500: sono gli ultimi anni della vita di Jacopo Carrucci, il pittore rinascimentale conosciuto come il Pontormo. Jacopo viene incaricato dal Granduca Cosimo I di progettare l’affresco con tema il giudizio universale per la chiesa di San Lorenzo.

La sua vita è centrata solo sulla sua arte fino a quando si accorge di essersi innamorato di Anna, una ragazza fiamminga privata della lingua durante la guerra della Fiandre, e tacciata di stregoneria. Pontormo viene ispirato da Anna e scopre attraverso i disegni del suo volto come dipingere Eva nell’affresco del giudizio universale.

Lo spettatore però può essere confuso dal titolo del film - Storia di un amore eretico- e può credere che la storia di Pontormo ruoti intorno ad Anna; lo sviluppo della trama non affronta infatti in profondità la nascita di questo amore e lo racconta attraverso un gioco di sguardi e di gesti minimi. Il contesto storico, il periodo dell’Inquisizione e lo sviluppo della religione protestante sono la cornice attraverso la quale si muovono i personaggi.

L’opposizione tra la cultura rinascimentale, in cui l’uomo è il centro dell’universo, e lo sviluppo della ignoranza religiosa e delle guerre sono il motore che scatena lo svilupparsi della poetica e delle opere di Pontormo. La guerra alle streghe è raccontata con delicatezza e forse l’attrazione per questo film, i cui punti deboli sono nella regia a volte semplicistica e nella recitazione troppo teatrale, possono essere la forza di questo pittore amante della bellezza e dell’arte e pieno del desiderio di esprimere la fede in Dio attraverso le sue opere.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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