Drammatico

CRUXMAN

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/16/2018 - 17:12
 
Titolo Originale: Cruxman
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Filippo Grilli
Sceneggiatura: Filippo Grilli, Tommaso Vergani, Matteo Cascio, Davide Galimberti
Produzione: GPG Film
Durata: 122
Interpreti: Luigi Vitale, Stefania Zamperi, Fabrizio Grassi, Paolo Posa, Claudio Aloise

In una cittadina del Nord Italia arriva don Giuseppe, un sacerdote consacrato da pochi mesi. Simpatico e comunicativo, resta un prete sui generis: si sposta solo con una potente moto e il suo portamento atletico tradisce la sua precedente appartenenza ai corpi speciali dell’Esercito. Don Beppe si inserisce molto bene nella comunità parrocchiale a cui è stato assegnato ma subito dopo il suo arrivo avvengono nella cittadina, soprattutto di notte, fatti insoliti. Alcune persone che rischiavano di restare vittime della malavita locale sono state misteriosamente salvate da un uomo mascherato con una vistosa croce cucita sul petto e che si sposta velocemente con una moto. La giornalista della televisione locale non tarda a soprannominarlo Cruxman e a diffondere i sospetti che questo misterioso supereroe non sia altri che don Giuseppe….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un sacerdote si occupa di alimentare la vita spirituale dei suoi parrocchiani ma comprende anche i loro problemi materiali e la comunità lo sostiene con convinzione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un prodotto di buona fattura che riesce anche a creare momenti di suspence, recitato con molta naturalezza
Testo Breve:

Un giovane sacerdote dal fisico atletico è al servizio di una parrocchia dove, da quando è arrivato, i delinquenti locali vengono sgominati da un uomo mascherato che presenta sul costume  una croce. Questo Cruxman sarà forse lo stesso sacerdote?

Questo Cruxman è ormai il quinto lavoro della GPG Film, scritto e diretto da Filippo Grilli (Se non in fotografia, Voglio essere profumo, La sabbia nelle tasche e KZ) e, come gli altri, ha avuto la stessa impostazione: attori e tecnici volontari hanno lavorato impiegando il loro tempo libero mentre il ricavato verrà destinato a sostenere progetti di solidarietà in Italia e all’estero. Cruxman mostra una pregevole unità di stile: si parla di supereroi quindi di fantasia e il film ha la correttezza di non prendersi troppo sul serio (pur trasmettendo messaggi profondi): lo si vede nel come viene preso in giro il “terribile” boss che ha sempre bisogno della sua mammina e dei velocissimi combattimenti corpo a corpo che si risolvono sempre a favore del personaggio con il costume rosso. Il film riesce inoltre a destare la curiosità dello spettatore  che si deve preparare a un imprevisto, insolito, colpo di scena finale.  

E’ abbastanza fuori luogo farsi domande più serie del necessario: è lecito ipotizzare un sacerdote che invece di usare la preghiera e la predicazione per sostenere nella fede i propri parrocchiani, impegna i suoi muscoli per fare giustizia? Il film appare orientato soprattutto ai giovani che si imbevono continuamente delle storie mirabolanti dei supereroi della Marvel ed è proprio a loro che si vuol ricordare che ognuno di noi può diventare un supereroe nella vita quotidiana, impegnandosi sempre in ciò che è buono e giusto. Il riferimento più prossimo può essere proprio il film del 2004 della Pixar: Gli incredibili-una normale famiglia di supereroi : dove due genitori con i loro figli vorrebbe tanto vivere una vita tranquilla ma quando si sentono minacciati, sono pronti a impegnare i loro superpoteri. D’altronde non è forse vero che santa Teresa d’Avila, da bambina, si riempiva la testa di racconti di prodi cavalieri e aveva tramato, all’insaputa dei genitori, di partire per la Terra Santa?

Il tema della missione dei sacerdoti viene trattato seriamente a metà film in un incontro fra don Giuseppe e il suo parroco. “Predicare il Vangelo, occuparmi delle anime” è ciò che don Giuseppe ritiene giusto fare come sacerdote, anche perché è stato proprio Gesù a sgridare Pietro perché aveva sguainato la spada nell’Orto degli Ulivi. Il parroco è d’accordo con lui ma gli ricorda che Gesù è anche colui che si arrabbia di fronte allo scandalo e all’ingiustizia e butta in aria le cianfrusaglie dei venditori davanti al tempio. Gesù, vero Dio e vero uomo, è colui che rimette i peccati allo storpio ma lo guarisce anche.

Il film ha un buon ritmo, è recitato con molta naturalezza, buona la regia (qualche combattimento si risolve forse troppo frettolosamente) ed è stato patrocinato dall’Ispettoria Salesiana di Milano e dal Sermig Fraternità della Speranza di Torino.

C’è un valore molto particolare in questo film, che si pone discretamente, come di sottofondo al racconto principale ma che ne costituisce la vera “anima”.  Si tratta di come è stata rappresentata la vita di una parrocchia: i ragazzi che fanno catechismo, gli adolescenti e i giovani che vanno ai ritiri con don Giuseppe, le messe domenicali dove partecipano famiglie al completo. Questa immagine molto serena, gioiosa e propositiva della vita di parrocchia è il vero “messaggio forte” che traspare dal film.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISURA PER MISURA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/03/2017 - 20:44
 
Titolo Originale: ;easure for Measure
Paese: ITALIA
Anno: 1977
Regia: Luigi Squarzina
Sceneggiatura: William Shakespeare
Produzione: Teatro di Roma
Durata: 160
Interpreti: Luigi Vannucchi, Ottavia Piccolo, Gabriele Lavia

Il duca di Vienna è preoccupato per la sua città. La legge non viene applicata con rigore e il disordine, la rilassatezza sembrano prendere il sopravvento. Decide quindi di fingere di partire delegando al governo del ducato il vicario Angelo, noto per il suo rigore e l’austerità dei costumi. Mentre il duca si aggira per la città travestito da frate per vedere cosa accadrà, Angelo esordisce nel suo governo applicando una legge da tempo disattesa: condanna a morte il giovane Claudio, reo di aver messo incinta la sua fidanzata prima del matrimonio. Isabella, la sorella di Claudio, novizia in procinto di prendere il velo, si reca da Angelo per intercedere il favore del fratello. Il risultato di questo incontro è sorprendente: Angelo si infiamma di passione per la novizia e promette che salverà il fratello se lei gli concederà una notte d’amore. Isabella, angosciata, si reca dal fratello e lo informa del terribile ricatto. Il duca, travestito da frate, ascolta la loro conversazione e propone alla ragazza un’astuzia: accettare il ricatto di Angelo per poi mandare all’appuntamento (l’incontro avverrà al buio) Maria, una ragazza che era stata promessa sposa di Angelo ma poi rifiutata perché lei aveva perso tutta la dote in un naufragio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La giustizia deve essere rispettata soprattutto come difesa verso i più deboli ma la clemenza risulta superiore quando si manifesta la possibilità di riscatto del colpevole
Pubblico 
Adolescenti
Qualche argomento scabroso
Giudizio Tecnico 
 
Nella versione proposta dal Teatro di Roma del 1977 per la regia altamente professionale di Luigi Squarzina, si può ammirare la bravura di molti nostri attori e attrici che per vari motivi, ora non calcano più il palcoscenico
Testo Breve:

Misura per misura è il modo con cui deve venir applicata la giustizia ma in quest’opera di Shakespeare la clemenza risplende per la sua capacità di convertire il colpevole

Nel recensire la versione cinematografica di Il Mercante di Venezia di William Shakespeare, avevamo sottolineato i passaggi nei quali veniva affrontato il tema dei rapporti fra la giustizia e la misericordia.

Non si poteva quindi trascurare l’altra opera del bardo dove con maggiore enfasi veniva affrontato questo tema: Misura per misura. Si tratta di un testo indubbiamente problematico (è stato catalogato come problem play), variamente interpretato dai critici. Se molti hanno sottolineato che viene rappresentato un mondo senza certezze, dove giustizia, potere, autorità, morale divengono disinvoltamente confuse, altri come Wilson Knight, hanno individuato nel testo frequenti riferimenti a brani del Vangelo.

Nella nostra ricerca volta a individuare quei risvolti che possano risultare significativi per una riflessione sulle virtù, ci limiteremo a sottolineare i passaggi più significativi, usando come traduzione quella usata dal teatro di Roma per la regia di Luigi Squarzina per la stagione 1977-78, presente su Youtube.

Il duca decide di assentarsi da Vienna lasciando il governo ad Angelo proprio perché convinto che un buon governo deve applicare con rigore la giustizia.

“Le abbiam tenute, però, queste leggi a sonnecchiare per quattordici anni, sì da averle ridotte fino ad oggi proprio come un leone ormai decrepito incapace perfino di uscir fuori dalla tana nemmeno per predare…. Così le nostre leggi: rimaste inapplicate per tanti anni, sono morte a se stesse, e la licenza fa oggetto di scherno la giustizia, il marmocchio percuote la nutrice, ed ogni senso d’umana decenza se ne va in opposta direzione”.

Lo stesso Angelo sottolinea come la giustizia ha precisamente la funzione di soccorrere i più deboli: “Io mostro pietà proprio praticando la giustizia” e che le leggi hanno un valore assoluto, indipendentemente dalle virtù di chi le applica

Ma quando si desidera clemenza, come Isabella per suo fratello, fino a che punto è giusto sacrificarsi? Emblematico è l’incontro fra la ragazza e suo fratello dove il dilemma che i due debbono affrontare non trova soluzione: lui reclama la salvezza dalla morte, lei difende il valore della sua verginità di novizia. Solo il Duca, quasi un deus ex machina, potrà offrire quella visione d’insieme del problema che porterà alla giusta soluzione.

Solo alla fine, grazie a un intervento sopra le parti del duca nel dilemma fra giustizia e clemenza, sarà la carità cristiana a prendere il sopavvento. A rappresentarla mirabimente è proprio Maria che ama Angelo nonostante i suoi difetti e invita Isabella implorare il perdono di Angelo di fronte al duca, proprio lei, che crede suo fratello morto per mano del vicario. Si crea in questo modo una gara di generosità che va oltre ogni misura e che ha il benefico effetto di far crollare Angelo portandolo a una pieno pentimento (c’ è una certa analogia con l’inizio de I Miserabili quando il vescovo dichiara ai gendarmi che i candelabri presi da Jean Valjean, sono stati donati, non rubati: un gesto fuori misura che segnerà l’inizio della conversione dell’ex galeotto). Se ne Il mercante di Venezia la misericordia era stata declamata più a parole (il mirabile discorso del finto avvocato) mentre nei fatti veniva disattesa (l’ebreo viene costretto a convertirsi al cristianesimo) qui la misericordia viene realmente applicata, non per disattendere la giustizia ma per provocare la conversione del colpevole.  Unico impegno posto dal duca ai vari imputati, è quello di accettare un matrimonio riparatore.

Sicuramente insolito il personaggio del duca, vero burattinaio che guida i destini dei vari protagonisti, non esente da crudeltà (cela fino all’ultimo alla sorella la verità che Antonio non è stato giustiziato ma è vivo) ma che alla fine sembra applicare nel fatti quanto aveva dichiarato: “bisogna condannare il peccato ma non il peccatore”.

Dell’opera di Shakespeare è disponibile il DVD registrato dalla BBC e su Youtube la versione del Teatro di Roma della stagione 1977-78 per la regia di Luigi Squarzina, con Luigi Vannucchi, Gabriele Lavia e Ottavia Piccolo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI TUO RESPIRO (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 15:27
Titolo Originale: Breathe
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Produzione: IMAGINARIUM PRODUCTIONS
Durata: 117
Interpreti: Claire Foy, Andrew Garfield, Tom Hollander, Diana Rigg, Hugh Bonneville, Ed Speleers

Anni 50’. Robin Cavendish è giovane e avventuroso (vive commerciando the in Africa), spavaldo abbastanza da fare la corte a Diana, una ragazza molto desiderata che diventerà sua moglie. Ma questa storia d’amore quasi da cartolina si incrina di fronte all’improvvisa malattia di Robin, la poliomelite, che lo costringe in un letto d’ospedale, con una prospettiva di vita molto breve. Di fronte alla disperazione del marito, Diana, che è da poco diventata mamma, prende la disperata decisione di portare Robin a casa per dargli qualcosa che lo tenga attaccato alla vita… Nonostante le opposizioni di molti ci riuscirà e Robin vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi, almeno fino a quando la sua patologia si aggraverà ulteriormente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti), il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare, in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri
Testo Breve:

Robin, colpito da poliomielite, contro ogni aspettativa, vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi. Una storia di amore coniugale ma anche di propaganda per la dolce morte

Il primo film da regista di Andy Serkis, conosciuto al grande pubblico soprattutto per le sue performance in motion capture (è stato Gollum nella saga de Il Signore degli anelli e la scimmia parlante Cesare in quella de Il pianeta delle scimmie), è ispirato alla vita di Robin Cavendish (il cui figlio coproduce il film), che da malato di polio sopravvisse per oltre 36 anni facendosi paladino per i diritti dei disabili in un’epoca in cui la condanna a trascorrere la propria (breve) vita in un reparto sembrava senza appello. La determinazione della moglie Diana, la creatività di chi aiuta Robin a trovare il modo di respirare anche lontano dal reparto, e poi persino fuori dalle mura di casa nascono dal meritevolissimo desiderio di dire che ogni vita vale la pena di essere vissuta, anche quando ferita da una malattia grave come quella raccontata nel film.

Nel caso di Robin e Diana si tratta di una convinzione che non nasce dalla fede (nella realtà Cavendish era ateo convinto e nel film le figure religiose escono abbastanza con le ossa rotte perché presentate come portatrici di una consolazione fasulla), ma dall’amore tra i due coniugi (che forse proprio per questo, in modo a dire il vero un po’ poco realistico, viene preservato da qualunque ombra di crisi per tutto il film) e dalla volontà, una convinzione che da battaglia personale diventa anche battaglia per i diritti degli altri disabili. Un diritto che, senza voler bruciare il finale del film, è diritto a vivere con dignità…ma anche a decidere quando rinunciare a questo diritto Il film, infatti, difende sì la dignità del malato, ma allo stesso modo ne promuove il diritto a prendere la strada dell’eutanasia, senza per altro mettere mai davvero in discussione questo passo.

Quasi calligrafico nel mostrare la storia d’amore di Robin e Diana nella prima parte del film (gli inglesi in giro per l’Africa fanno un po’ cartolina), poi intenso nel racconto della malattia e della crisi, forse fin troppo poetico nel seguito, quando inizia l’avventura di Robin fuori dall’ospedale, il film di Serkis ovviamente ha più di qualche elemento in comune con La teoria del tutto di un paio di anni fa (anche se va detto che l’interpretazione di Garfield non è al livello di quella di Redmayne), che però per certi versi era più realistico nel mostrare anche la difficoltà della vita quotidiana dei protagonisti. La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare (in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri), sottolineando la disumanità delle alternative (come nella visita al centro dove decine di pazienti sono tenuti in vita in polmoni artificiali)

A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti, essendo coinvolto nella produzione anche il figlio di Cavendish) il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili. Celebrata con una festa di addio in grande stile la dipartita di Robin arriva come un fulmine a ciel sereno che è difficile accettare con la stessa filosofia con cui lo fanno moglie, figlio e amici….

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE PLACE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/13/2017 - 11:08
Titolo Originale: The Place
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Isabella Aguilar e Paolo Genovese
Produzione: MEDUSA FILM, MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP
Durata: 105
Interpreti: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rorhwacher, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Silvia D’Amico, Silvio Muccino, Vittoria Puccini, Alessandro Borghi, Giulia Lazzarini, Sabrina Ferilli

In un bar situato nella periferia di una grande città siede, sempre allo stesso identico posto, un uomo misterioso. Quotidianamente, da chissà quanto tempo, costui accoglie le persone più disparate, ascolta le loro richieste, consulta un’enorme agenda e poi assegna loro un compito. L’accordo prevede che se il richiedente accetta e svolge il compito proposto, vedrà esaudito il proprio desiderio. C’è chi entra in quel bar per guarire il proprio figlio da un tumore o il proprio marito dall’Alzheimer; chi vuole aumentare la propria bellezza e chi andare a letto con una modella; chi vuole rintracciare il bottino di un furto e chi vuole vendicarsi di un genitore violento; c’è chi vuole riconquistare l’affetto del coniuge e chi recuperare la vista; c’è anche chi desidera ritrovare la presenza di Dio. Per ottenere quanto desiderato, quasi a ognuno dei personaggi è proposto di compiere un’azione orribile. Imboccare tale scorciatoia, quindi, comporta per ognuno un viaggio inevitabile, a volte spaventoso, nella propria anima.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Ha commentato il regista in un’intervista
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, tensione psicologica.
Giudizio Tecnico 
 
Si deve dare atto a Genovese di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi
Testo Breve:

Un uomo sconosciuto, seduto a un bar, riceve la visita di diverse persone che desiderano ottenere qualcosa.  Potranno ottenerla solo se faranno ciò che lo sconosciuto propone loro, liberi di accettare o no, anche cose moralmente terribili. Un giallo metafisico e una riflessione sul libero arbitrio, dove il bene e il male sono assolutamente equivalenti.

Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che desideri? È il tema dell’intrigante thriller diretto da Paolo Genovese, scritto dal regista insieme a Isabella Aguilar, adattamento della serie targata Netflix The Booth at the End. Si deve dare atto a Genovese (che già con il precedente Perfetti sconosciuti aveva convinto tutti dimostrando capacità di scrittura, regia e direzione degli attori degne dei maestri della commedia all’italiana) di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi. Artisticamente, Genovese si sta guadagnando film dopo film la patente di “Autore” tanto agognata. Se la merita: possiede un’idea del mondo e un’idea del cinema. Anche, possiede un’idea dello spettatore: qualcuno con un cervello a cui regalare qualcosa su cui riflettere dopo la visione del film, senza per questo annoiarlo a morte.

Abbiamo parlato dell’aspetto tecnico. Ma quale visione del mondo è sottesa a The Place? Chi è il misterioso individuo che permette a chiunque glielo chieda una strada, tortuosissima ma sicura, per ottenere ciò che si desidera? Il diavolo? Un angelo? La coscienza? Uno specchio? Il destino? La giustizia? La sceneggiatura del film gioca a rimpiattino con lo spettatore, lo lascia libero di trovare una soluzione e un senso e lavora nella sua mente anche dopo aver composto il mosaico con l’ultima tessera. The Place vuole essere così un giallo metafisico e una riflessione sul libero arbitrio. Le “prove” cui sono sottoposti i personaggi perché conquistino il loro obiettivo non sono tutte analoghe (per alcuni sono pene del contrappasso, per altri sono spiazzanti ma accettabili) ma ognuno, affrontandole, è costretto ad affrontare i propri demoni. Per alcuni il cammino è di redenzione, per altri di dannazione; c’è chi si trova a cambiare desiderio perché ha scoperto qualcosa di sé di nuovo e chi si trova a rinunciare solo per vigliaccheria. Ognuno impara qualcosa, qualcuno a carissimo prezzo.

Quando uno dei personaggi gli chiede se crede in Dio, l’uomo risponde di credere nei dettagli. È raccontando i particolari delle proprie azioni, infatti, che gli altri personaggi sono costretti a definire chi sono e a guardarsi allo specchio, scovando – nella maggioranza dei casi – una parte di sé nascosta e terribile. Il film condanna senza mezze misure ogni abiezione ma non sembra avere molta fiducia nella libertà dell’essere umano; la libertà di fare il bene. Genovese – come già in Perfetti sconosciuti – sembra essere freddo come un entomologo, lucido (e un po’ compiaciuto) nel mettere in luce le bassezze di cui gli uomini sono capaci ma mai realmente convinto (né tantomeno commosso) di fronte alle possibilità del bene. Soprattutto, mai convinto che il bene possa essere scelto come prima istanza.

“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Così il regista ha presentato il suo film. Particolarmente emblematico di questa “sospensione di giudizio” è il segmento narrativo che vede protagonista la giovane suora. Il suo desiderio è di sentire, come agli inizi della propria vocazione religiosa, la voce di Dio. Prima di accettare il patto, chiede all’uomo seduto nel bar: “come faccio a sapere che lei non è il diavolo?” e si sente rispondere: “non può saperlo”. Naturalmente tutto, nel film, è al servizio dell’efficacia narrativa ma una religiosa che per ritrovare Dio accetta un patto con uno che potrebbe essere “l’avversario” ci sembra una incoerenza troppo forte. Non capire mai se il personaggio sia un emissario diabolico o un messaggero divino è uno dei punti di forza del film ma s’insinua, tra le pieghe della brillante sceneggiatura, l’idea che per gli autori la cosa – anche fuori di metafora – non abbia importanza alcuna. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
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I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/03/2017 - 07:43
 
Titolo Originale: KNIGHTS OF THE ROUND TABLE
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Richard Thorpe
Sceneggiatura: Talbot Jennings
Produzione: MGM
Durata: 115
Interpreti: Robert Taylor, Ava Gardner, Mel Ferrer, Anne Crawford, Stanley Baker

Dopo che i Romani hanno abbandonato l’Inghilterra, l’isola vive un periodo di instabilità, causato dalle continue contese fra i nobili locali. Arthur, figlio del re Uther Pendragon, riesce a vincere il suo rivale, Morderd, e a diventare re d’Inghilterra. Istituisce la tavola rotonda, dove i valorosi cavalieri da lui scelti si impegnano a combattere solo per Dio e la patria e a sottoscrivere un codice d’onore che li impegna alla difesa dei più deboli e delle donne. Lancillotto, il suo cavaliere più valoroso, sente un forte sentimento, ricambiato, per Ginevra, la moglie del re ma entrambi restano leali nei confronti del sovrano. Non hanno fatto i conti con Morderd che è sempre in agguato e denuncia i due innamorati al re…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Essere virtuosi vuol dire, per tutti i protagonisti, porre la propria intelligenza e la volontà al servizio di ciò che è giusto e buono, anche quando questo comporta la mortificazione delle proprie passioni
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una efficace ricostruzione dei colori e dei costumi dell’immaginario medioevale sostiene una sceneggiatura rispettosa del testo originale
Testo Breve:

La famosa saga dei cavalieri della Tavola Rotonda viene riproposta nello splendore del Cinemascope ponendo l’accento sulle virtù dei protagonisti

“Accadde nei tempi antichi, che Roma dovesse ritirare le sue legioni dall’Inghilterra; il regno piombò allora nelle tenebre e nel caos…”. Inizia così, con un elogio all’efficienza dell’Impero Romano, questo film che si ispira, abbastanza fedelmente, all’opera Morte d’Arthur di Thomas Malory (XV sec.). In effetti, in più di un momento, il racconto porta alla ribalta ciò che è necessario per dare ordine e pace a un regno: un re che sappia essere giusto ma soprattutto l’esistenza di leggi scritte di fronte alle quale tutti siano considerati uguali, incluso il re stesso (un anticipo, forse eccessivo, dello spirito della Magna Charta).

Mentre il re è impegnato a governare cercando di domare i turbolenti baroni, Lancillotto si occupa di frenare l’avanzata dei Pitti al Nord ma soprattutto deve controllare il suo cuore, innamorato della moglie del suo migliore amico: il re. Politica e amore finiscono inesorabilmente per intrecciarsi perché un passo falso nel secondo può determinare la rotture degli equilibri su cui poggia il fragile regno di Artù.

Tutto il racconto diventa quindi un elogio delle virtù, non solo dei protagonisti, ma di tutti i cavalieri della Tavola Rotonda. La loro caratteristica principale è l’assenza, o la presenza moderata, di conflitti fra ragione, sentimenti e volontà. Il campione di queste virtù è senz’altro Lancillotto, che di fronte a una passione amorosa che agita il suo cuore, sa sempre dare la priorità alla lealtà nei confronti del suo re.

“In guerra Artù parlava sempre di voi; ho combattuto al suo fianco e voi eravate nel suo cuore. Non dovete essere anche nel mio” dichiara Lancillotto a Ginevra nell’accettare la proposta di sposare Elena, che è innamorata di lui, per far tacere le malelingue. Saprà anche mentire verso Ginevra, affermando di non amarla più, quando si accorge che lei sta perdendo il controllo di se stessa.

Re Artù non ha un cuore meno nobile. Quando vene dichiarato re d’Inghilterra, offre il perdono agli avversari sconfitti, in modo che possa ristabilirsi la pace e quando sta per scoppiare nuovamente una guerra fratricida, è disposto ad accettare un accordo a lui sfavorevole, pur di evitare che si sparga altro sangue.

Tutti gli altri cavalieri infine hanno giurato di seguire un codice etico, sintetizzato nel film ma ben espresso nell’opera di Thomas Malory:

Non aggredire né uccidere nessuno

Non tradire il re e la patria

Dare sempre grazia della vita a chi la chiede, anche in combattimento

Prestare aiuto alle donne e alle vedove

Mai ingaggiare battaglia per la conquista di beni o per amore ma solo per la patria e per Dio

Il racconto cinematografico conferma, sia pur in modo indiretto, che le leggi morali che i cavalieri si sono dati scaturiscono dalla fede cristiana. Quando, alla mezzanotte di Natale, si odono in lontananza le campane di una chiesa, i cavalieri si fanno il segno della croce e si inginocchiano.

Fra di loro è presente il puro Percival, l’unico che sente la voce divina che lo invita a cercare il santo Graal (il tema non viene sviluppato in questo film, che d’altronde viene sviluppato in Gli idilli del re, il ciclo di nove poemi di Alfred Tennyson- 1885). Lancillotto, che è accanto a lui, non può sentire questa voce soprannaturale ma si inginocchia lo stesso, umilmente. Lui sa bene perché gli è negata l’apparizione: “Nelle cose sacre so che fallirei, perché porto un peccato nel cuore e nessuno può dargli purezza”.

Il film beneficia di una colorata messa in scena che riesuma ben l’immaginario medioevale; il divismo è garantito grazie alla presenza di Robert Taylor e di Ava Gardner; la sceneggiatura è coerente con i nobili obiettivi che si è posta. Le scene di battaglia difettano della perfezione che verrà raggiunta nei decenni successivi, grazie a un uso massiccio della computer grafica: e a volte sembra che le spade fendano l’aria e che qualcuno cada a terra senza neanche venir sfiorato.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THIS BEAUTIFUL FANTASTIC

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/10/2017 - 14:16
 
Titolo Originale: This Beautiful Fantastic
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2016
Regia: Simon Aboud
Sceneggiatura: Simon Aboud
Produzione: AMBI MEDIA GROUP, IPSO FACTO PRODUCTION, SMUDGE FILMS, CONSTANCE MEDIA, IN ASSOCIAZIONE CON LIPSYNC, HEAD GEAR FILMS, KREO FILMS
Durata: 100
Interpreti: Jessica Brown Findlay, Tom Wilkinson, Jeremy Irvine, Andrew Scott

Bella Brown è un’orfana allevata in un collegio di suore dopo che un vecchio che passava in bicicletta per il greto di un fiume l’aveva trovata, neonata, in una scatola di cartone. Bella, ormai cresciuta, vive da sola in una casa in affitto perfettamente ordinata, perché lei ha repulsione per tutto ciò che è fuori posto. Ha trovato un impiego di bibliotecaria che le serve per guadagnarsi da vivere quanto basta per finire di scrivere un racconto illustrato per ragazzi. Tutto va per il suo verso giusto quando, un giorno, il padrone di casa le intima di mettere in ordine il giardino entro un mese (lei non ama il verde) altrimenti la sfratterà. Le viene in aiuto, con saggi consigli, Vernon, un giovane vedovo che fa da cuoco e maggiordomo per Alfie, lo scorbutico e insopportabile vicino di casa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre vicini, ognuno con i propri problemi, trovano il modo di aiutarsi a vicenda e stabilire fra loro solidarietà e amicizia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film si mantiene coerente, nella sceneggiatura, la recitazione e la regia, al tono favolistico che ha voluto imprimere al racconto. Traspare talvolta un eccesso di enfasi nei dialoghi
Testo Breve:

Bella è una ragazza orfana che vive sola, anche se presto troverà amicizia e amore. Una bella favola raccontata con molta delicatezza

A chi non piacciono i libri con racconti illustrati per bambini, né si è mai seduto accanto a un figlio o un nipote a raccontare la storia del libro seguendo le figure, questo film non fa per lui. Non solo perché la protagonista, Bella, è una ragazza che desidera scrivere e disegnarne uno, ma perché tutto il racconto si sviluppa come se fosse proprio una favola illustrata. C’è la ragazza orfana un po’ svagata, il vecchio burbero ma buono, il maggiordomo vedovo con due bimbe gemelle, sempre pronto ad aiutare tutti, il bel giovane scienziato disordinato di cui Bella finirà per innamorarsi.  Il tutto si svolge in spazi limitati: la casa della ragazza con il suo giardino da coltivare, quella del vicino e la biblioteca della cittadina. Sono spazi ristretti ma la fantasia dei protagonisti spazia senza limiti: Alfi, un abile giardiniere, sa raccontare, di ogni fiore, le sue lontane origini e si commuove ricordando quando scoprì, fra le montagne dell’Iran, un fiore rarissimo, assieme a sua moglie, anch’ella appassionata fioricultrice, nell’ultimo viaggio prima che lei morisse. Anche Billy, il giovane scienziato, sogna di far volare i suoi uccelli meccanici mentre Bella cerca ispirazione per riuscire a raccontare una favola bella come un sogno….

All’inizio del racconto troviamo non pochi conflitti. Vernon non sopporta più i toni insolenti di Alfie e decide di licenziarsi, Bella rischia lo sfratto se non mette a posto il giardino e deve sopportare la tignosa direttrice della biblioteca. Ma come nelle migliori favole, tutto si trasforma quando ognuno scoprirà che aiutandosi a vicenda ogni cosa potrà venir risolta e Bella, che si era sempre preoccupata di chiudere la porta di casa con tre lucchetti, finisce per dimenticarsela aperta, ora che si è innamorata. Un’armonia umana che si riverbera nella perfetta composizione di fiori del giardino, ora che Alfie ha preso in mano la direzione dei lavori. Un’armonia a cui non è estranea la fede in Dio, anche se vi si allude in modo indiretto (i rosari che Bella conserva in casa sua, le brave suore che si sono curate di lei quando era piccola).

Bella ricorda tantissimo, nei suoi occhi sognanti un’altra ragazza, quella di Il favoloso mondo di Amélie,  il grande successo francese del 2001. Anche Amélie cercava di “mettere  ogni cosa a posto” nei confronti dei suoi vicini ma mentre le sue soluzioni era molto graziose e surreali,  il racconto su Bella e i suoi amici assume le caratteristiche  di un apologo morale.

Un film bello ma delicato come le manine citate in Amarcord, che fluttuano nell’aria al più leggero soffio di vento.

Non si può che apprezzare la grazia del racconto e i buoni sentimenti che riesce a esprimere, se non fosse che la sceneggiatura ha infarcito i dialoghi di non poca retorica. Soprattutto nei racconti di Alfie, i prati si estendono all’infinito, il sole è radioso, i colori dei fiori sono abbaglianti. Ma forse anche questo è un modo di allinearsi allo stile dei racconti delle favole.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/20/2017 - 17:44
 
Titolo Originale: Santa Brigida di Svezia
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Fabio Carini
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video
Durata: 85
Interpreti: Fabiana Formica, Charlotta Smeds, Antti Kaarlela

Brigida di Svezia nacque a Finsta nell’Uppland da famiglia aristocratica. Fin da bambina si intratteneva a pregare con Gesù impegnandosi ad amarlo per sempre. A 14 anni fu data in sposa al giovane Ulf, uomo mite e generoso. Ebbero otto figli e insieme si dedicarono a numerose opere di carità. Nel 1335 Brigida fu chiamata alla corte svedese per assistere la giovane regina di origine francese. Dopo tre anni tornò dai figli e dal marito; fecero insieme un pellegrinaggio a Santiago ma Ulf morì pochi anni dopo. Brigida, che nel frattempo aveva abbracciato la vita religiosa, si recò nel monastero cistercense di Alvastra, dove meditò i divini misteri della Passione del Signore. Iniziò un periodo intenso di rivelazioni ricevute da Gesù e dalla Madonna e di lettere inviate ai re d’Europa e al papa stesso. Si recò in seguito a Roma, con la richiesta di autorizzazione dell’ordine del Ss Salvatore (le brigidine) da lei fondato e rimase nella città eterna fino alla morte, avvenuta nel 1373, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa. Unico suo rimpianto fu di non aver visto il papa tornare a Roma definitivamente, cosa che avverrà poco più di tre anni dopo, il 17 gennaio 1377, per mezzo di un’altra donna, santa Caterina da Siena che riuscì a portare a termine l’opera di persuasione da lei iniziata.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Santa Brigida, co-patrona d’Europa, passò la sua vita a prendersi cura dei poveri e dei malati e ricevette il dono della profezia, con il quale non cessò di mandare esortazioni e ammonimenti ai potenti del tempo, inclusi i papi e altre autorità ecclesiastiche
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La docufiction si avvantaggia di riprese fatte nei luoghi originali dove si svolse la vita della santa e di autorevoli commentatori. La recitazione, con l’eccezione di Fabiana Formica nella parte della santa, risulta appena sufficiente, anche se la docufiction non richiede una recitazione ma una rappresentazione
Testo Breve:

Un racconto ben documentato e fedele agli scritti da lei lasciati di santa Brigida di Svezia, che visse  in un triste periodo della Chiesa (il soggiorno dei papi ad Avignone) ma illuminato da importanti spiritualità femminili, come quella di questa santa svedese ma anche di s Caterina da Siena 

La casa di produzione di audiovisivi Cristiana Video continua la realizzazione di docufiction che ci ripropongono santi e sante del passato, in modo aderente ai tempi in cui vissero e alle testimonianze da loro lasciate, evitando quindi rischiose operazioni di “attualizzazione” che rischierebbero di alterarne l’originalità della testimonianza.

E’ ora uscito nella loro collana il DVD sulla vita di Santa Brigida di Svezia. Fanno da guida alla ricostruzione il prof.Denis Searby dell'Università di Stoccolma, primo traduttore in inglese delle Rivelazioni di Santa Brigida e la prof.ssa Alessandra Bartolomei dell'Università Gregoriana di Roma, esperta di mistica medievale femminile. Il film si giova anche delle riprese fatte all’interno nel Museo di Storia Svedese dove sono esposti numerosi resti di Arte Sacra medievale, che furono risparmiati dalla furia iconoclasta della riforma, diversamente da quanto accadde in altri paesi.

Nella prima parte del film la vediamo sposa di Ulf, un uomo buono e mite e madre di otto figli. Si tratta di un periodo della sua vita interessante tanto quanto quella successiva, quando scelse la vita consacrata, come è  stato sottolineato dallo stesso san Giovanni Paolo II nel sua lettera apostolica Spes Aedificandi  del 1999 con la quale la nomina co-patrona d’Europa: “indicandola come compatrona d'Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all'alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana”

La docuficton la mostra in questa fase, moglie e madre premurosa, impegnata a prendersi cura, in piena armonia con il marito, di chi era povero o malato, con particolare attenzione alle ragazze che rischiavano di venir avviate alla prostituzione. Si tratta di un servizio che esercitò durante tutta la sua vita, in qualunque parte dell’Europa si recasse. Invitata alla corte svedese, fu pronta a dare, su ispirazione divina, consigli pratici di buon governo ricordando che non si è buoni re passando il tempo in orazione ma dando udienza a chiunque la richiede.

Sarà in seguito che, morto il marito, trovò nel monastero cistercense di Alvastra, la condizione più propizia per porsi in dialogo continuo con il Signore, ricevendo delle rivelazioni, in particolare riguardo alla Passione del Signore, di cui abbiamo testimonianza scritta. Il film inserisce con frequenza, man mano che il racconto avanza, brani di colloquio con il Signore tratti dagli otto volumi delle Rivelazioni, che riguardano temi di sempre che toccano ogni cristiano: il perché della sofferenza anche di chi è povero e innocente, l’amore di Gesù per gli uomini, che vuole tutti salvi. Non mancano, secondo la sensibilità del tempo, molti accenni alle sofferenze dell’inferno per chi non si pente dei propri peccati, in particolare verso “i potenti che saranno vagliati con rigore”.

Peculiare di Santa Brigida fu il mandato ricevuto dal Signore: “tu sarai la voce con cui parlerò al mondo perché hai messo la tua volontà nelle mie mani”. Disponiamo di numerose lettere con cui, con tono fermo e autorevole, coerente con il mandato ricevuto, si indirizza a re, papi, priori di monastero e ai capi dell’Ordine dei Templari ““Non risparmiando ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero” come dice san Giovanni Paolo II nella Spes Aedificandi anche se, chiarisce subito dopo che: "riconoscendo la santità di Brigida, la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l'autenticità complessiva della sua esperienza interiore”. Tensione continua presente in questi suoi scritti, fu quella di vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal papa, non più ad Avignone ma a Roma.  

Il film fa comprendere come il titolo di patrona d’Europa sia stato pienamente meritato. Vissuta in un Occidente interamente cristiano (anche se travagliato da lotte intestine) percepì i problemi della cristianità del tempo come suoi e la santa viaggiò spesso,  non solo per compiere dei pellegrinaggi (i più famosi furono quelli a  Santiago di Compostela con suo marito e l’ultimo in Terra Santa), ma anche per visitare  chiese e monasteri italiani, dove erano custodite reliquie di Santi.

Dispiace solo che la docufiction , non approfondisca l’abilità della santa di dare saggi consigli sul governo dei regni (non solo nei confronti del re di Svezia, dove fu abolito il diritto regio di rapina sui beni dei naufraghi  ma anche della regina Eleonora d’Aragona) e sulle difficoltà che ebbe a Roma, dove fu chiamata “la strega del Nord” e si ridusse in estrema povertà,  mendicando alla porta delle chiese.  Si tratta di una dura prova che va anch’essa a suo merito.

Il DVD può essere ordinato al sito della Cristiana Video

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVING - L'AMORE DEVE NASCERE LIBERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/14/2017 - 09:49
Titolo Originale: Loving
Paese: Gran Bretagna, USA
Anno: 2016
Regia: Jeff Nichols
Sceneggiatura: Jeff Nichols
Produzione: RAINDOG FILMS, BIG BEACH FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON AUGUSTA FILMS, TRI-STATE PICTURES
Durata: 123
Interpreti: Joel Edgerton, Ruth Negga, Marton Csokas, Nick Kroll

Richard e Mildred, cresciuti e vissuti a Central Point, un cittadina rurale della Virginia, si sono conosciuti, si sono innamorati e si sono sposati nel 1958. Le loro famiglie non hanno nulla da obiettare al loro matrimonio (la cerimonia si è svolta a Washington D.C.) ma lo stato della Virginia si, perché lui è bianco e lei è di colore. Condannati all’esilio, si trasferiscono nello stato di Washington fra molte difficoltà. Di loro finisce per interessarsi la Lega per i diritti civili e il loro caso arriva fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tenero e forte amore coniugale caratterizza questa vicenda realmente accaduta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ottimi attori e una regia sensibile che registra anche i minimi risvolti psicologici, anche se il film, per raggiungere l’obiettivo di risultare antiretorico, finisce per appiatture troppo la narrazione
Testo Breve:

La storia vera di due semplici americani, colpevoli di essersi sposati pur essendo di razza diversa, che creano, quasi loro malgrado, una crisi di coscienza nella società americana, che porta la Corte Suprema  a dichiarare il matrimonio un diritto personale inalienabile. 

Richard e Mildred sono delle persone semplici. Lui è un muratore; il suo unico divertimento è quello di modificare le automobili per farle gareggiare in corse rionali di velocità. Sua madre è una levatrice. E’ un tipo di poche parole, che al massimo dice si o no.  Mildred è una donna dolce, non fa niente senza l’approvazione del marito, si occupa delle faccende di casa e dei quattro figli che hanno avuto dopo il matrimonio. La loro intesa è profonda e a lui piace poggiare la testa sulle sue ginocchia quando, la sera, guardano la televisione, esattamente come sono stati ritratti, in incognito, dal fotografo di Life che era andato a trovarli, dopo che il loro caso era assurto a interesse nazionale.

E’ ormai vasta la produzione di film che hanno ricostruito casi realmente accaduti di battaglie per la conquista de diritti civili degli afroamericani ma questo si discosta in modo considervole dagli altri. Se pensiamo solo ai lavori di Spielberg (Lincoln, Amistad) il culmine del racconto si svolge sempre nell’aula del parlamento o di una corte di giustizia, dove due visioni della legge si fronteggiano, con ampio sfoggio di retorica da entrambe le parti.  

In questo film, al contrario, la coppia non vuole neanche andare ad assistere al dibattito che si svolge alla Corte Suprema; sono persone troppo semplici e schive per sentirsi coinvolti in tematiche che sembrano più grandi di loro. Le sequenze che rievocano il dibattito in aula sono ridotte al minimo, mentre l’attenzione del regista si concentra sulla vita familiare della coppia: il loro trasferimento nella caotica periferia di Washington, il loro ritorno in campagna, in Virginia,e il  faticoso commuting di Richard, per evitare di esser sorpresi dalla polizia  a dormire sotto lo stesso tetto; lo sconforto di lui dopo più di dieci anni di attesa da quando era stata avviata la causa legale.

Molti critici hanno accusato il film di minimalismo eccessivo, l’uso di un registro intimista che contrasta con i tanti film che ci hanno infiammato con il calore di battaglie legali. In realtà il film risulta efficace proprio perché non pone in contrasto due leggi ma svuota di significato la causa razziale proprio mettendola a confronto con la più nuda verità: l’amore tenero e intenso fra i due coniugi che risulta più forte di qualsiasi avversità.

Solo in alcune, sintetiche frasi, vendono presentate le ragioni della parte avversa e sempre facendo riferimento a presunte leggi divine. Il poliziotto che mette in cella i due coniugi ricorda che: “è un problema di legge divina: un passero è un passero e un pettirosso è un pettirosso. Se sono diversi c’è un motivo”. Anche la sentenza del tribulale della Virginia contro di loro è chiara: “l’amore interrazziale contravviene l’ordine, la pace e la dignità sociale; Dio non ha certo messo gialli, bianchi e neri in continenti diversi perchè si mischiassero le razze". Gli “effetti spuri” di questo matrimonio (i figli) sarebbero solo dei bastardi.

Naturalmente non occorre dare troppo credito al film nella sua contrapposizione fra “pregiudizi religiosi “ e laicità delle leggi, dal momento che tanti cristiani di fede, a partire da Martin Kuther King si sono espressi e hanno lottato contro le discriminazini dell’epoca.

E’ utile osservare come l’esercizio di raccontare sul grande schermo tante storie di segregazione razziale, felicemente risolte con nuove leggi, è servita come palestra per raccontare, con lo stesso stile, nuove lotte, in particolare il diritto al matrimonio omosessuale, ormai sancito dalla Corte Suprema U.S.A. Ma questo è un altro argomento.

Il film, grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti, Joel Edgerton e Ruth Negg, , quest’ultima candidata all’Oscar 2017, ha un suo valore particolare perché ci racconta, al di là della tematica razziale, una tenerissima stooria di affetto coniugale, che resta saldo di fronte a tutte le avversità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA LEGGE DELLA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/08/2017 - 09:19
Titolo Originale: Live by night
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Ben Affleck
Produzione: Appian Way Productions, Pearl Street, Warner Bros
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Elle Fanning, Brendan Gleeson, Chris Messina, Sienna Miller, Zoe Saldana, Chris Cooper, Remo Girone

La storia narra le vicende di Joe Coughlin, rapinatore figlio di un capitano di polizia di Boston. Dopo una terribile vicenda personale Joe si trasferisce a Ybor City, quartiere di Tampa, in Florida, dove diventa un contrabbandiere e un trafficante di rum e, più tardi, un famigerato gangster

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia potrebbe essere interessante, ma è costruita su un personaggio dai tratti confusi e a volte contraddittori che non trovano una loro giustificazione nemmeno nell’epilogo. Inoltre si fonda su di un ambiguo concetto di libertà e successo
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza e alcune scene a sfondo sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Il film è realizzato con grande cura nei dettagli riguardanti scenografie, costumi, ambienti e fotografia, ma risente di una sceneggiatura poco coerente
Testo Breve:

Ben Affleck, produttore, regista e protagonista realizza, con grande cura nelle scenografie, nei costumi e nella fotografia, un gangster movie  troppo ambizioso. Il film si perde nelle troppe sottotrame aperte e nell’incoerenza del personaggio principale

Un gangster movie dalle grandi aspettative, La legge della notte. Di questo suo ultimo lavoro Ben Affleck è realizzatore a tutto tondo, sua è infatti la produzione, la sceneggiatura, la regia e l’interpretazione. Tuttavia il personaggio principale sembra non reggere il carico di una storia così importante.

Per Ben Affleck non è una novità ricoprire più ruoli nella produzione di uno stesso film. Tra i tanti suoi lavori già nel 2012 aveva raggiunto un grande successo con Argo, thriller storico ambientato a Teheran nel periodo successivo alla rivoluzione iraniana. Anche in quel caso Affleck fu regista, produttore e interprete di un film che l’anno successivo gli valse l’Oscar.

Con La legge della notte Affleck propone l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2012 di Denni Lehane ambientato nell’America del periodo del proibizionismo. Un dramma storico di tutt’altro genere rispetto al più vintage Argo, che ha richiesto un budget altissimo soprattutto per le affascinanti scenografie e i costumi curati in ogni dettaglio.

Affleck non trascura nessun particolare e sembra non aver badato a spese per realizzare un film che ricrea quasi perfettamente gli ambienti e le atmosfere dell’America degli ’20. Edifici, auto e arredi d’epoca ricostruiscono in modo molto suggestivo anche i diversi stili delle location della storia, che si svolge tra Boston e Tampa in Florida. Purtroppo però, nonostante gli sforzi e la scelta di un cast di tutto rispetto, tra cui spicca l’ottima interpretazione di Sienna Miller, Remo Girone e Chris Cooper, il lavoro di Affleck non ha riscontrato grandi favori né da parte della critica né da parte del pubblico alla sua uscita negli USA, registrando al momento forti perdite rispetto all’investimento iniziale.

La legge della notte racconta la storia di un giovane criminale alle prese con la guerra di mafia tra italiani e irlandesi negli anni ’20 del secolo scorso. Joe Coughlin è figlio di un noto capitano della polizia di Boston e, nonostante sia uno scassinatore professionista, non ama definirsi un gangster. Tuttavia per ragioni sentimentali rimane coinvolto in un colpo dagli esiti catastrofici che costa la vita a diversi poliziotti. Grazie al sacrificio di suo padre, Joe riesce a scontare il minimo della pena possibile, ma la terribile esperienza del tradimento prima e del carcere poi serviranno solo a rafforzare in lui la volontà di rivalersi sul suo nemico, il boss irlandese Albert White, diventando uno dei contrabbandieri più influenti sul mercato clandestino del rum.

Ben Affleck realizza un film ambizioso e dalle notevoli e diverse tonalità. La legge della notte infatti passa dal film d’azione ai toni più intensi del dramma umano e sentimentale, con interessanti sfumature storiche, come il richiamo alle terribili persecuzioni razziali operate all’epoca dai membri del Ku Klux Klan. Ciò nonostante la storia ha il difetto di perdersi nella sua narrazione. Forse soprattutto a causa del personaggio principale, una figura complessa e a tratti poco coerente con cui non sempre è facile entrare in sintonia.

Joe oscilla infatti tra diversi opposti che non si conciliano mai del tutto, è un uomo buono ma al tempo stesso anche terribilmente crudele, sentimentale e romantico ma anche ombroso e distaccato. A dispetto di un’indole che sembrerebbe mite e rispettosa della persona e della vita, Joe sceglie di intraprendere con sempre maggior determinazione una strada sempre più contraria ai principi inizialmente manifestati. Sebbene il sacrificio del padre prima e la devozione della sua nuova compagna poi potrebbero rappresentare un punto di svolta nella vita di Joe, questi continua a coltivare sentimenti di rancore e vendetta rispetto al passato, fino alla fine.

Nel film è singolare la figura di una fanciulla, Loretta Figgis (Elle Fanning), la figlia del capo della polizia locale, che dopo una terribile esperienza di violenza sceglie di convertirsi ad una vita fatta di rigori e fondata su un moralismo esaltato con cui il personaggio pretende, in modo poco credibile, di guidare la comunità di Tampa. La commistione tra valori religiosi e farneticanti regole morali confonde, come del resto tutto il film, il concetto di libertà umana. Sembra infatti che la ricerca del bene per sé e per il prossimo sia vista come un obiettivo irraggiungibile e limitante rispetto alla possibilità per l’uomo di diventare artefice della propria fortuna, che resta sempre dolorosa e amara.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/02/2017 - 13:45
 
Titolo Originale: Hacksaw Ridge
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Andrew Knight, Robert Schenkkan
Produzione: Hacksaw Ridge Production, Cross Creek Pictures, Demarest Media, Icon Productions, Pandemonium, Permut Presentations, Vendian Entertainment
Durata: 139
Interpreti: Andrew Garfield, Vince Vaughn, Sam Worthington, Luke Bracey, Hugo Weaving, Ryan Corr, Teresa Palmer

Nella primavera del 1945, durante la guerra nel Pacifico, l’esercito degli Stati Uniti si trova ad affrontare a Okinawa alcuni dei combattimenti più feroci in assoluto. In queste circostanze un soldato particolare si distingue fra tutti gli altri, Desmond T. Doss, un obiettore di coscienza, che nonostante avesse giurato di non uccidere, come medico partecipa alla battaglia senza portare armi e salva la vita di decine di suoi commilitoni caduti sotto il fuoco nemico dei giapponesi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Saldi principi, raro coraggio e profonda umiltà sono le caratteristiche del protagonista di questa storia avvincente quanto esemplare. Desmond Doss, un obiettore di coscienza che va in guerra armato solo della volontà di sostenere e soccorrere i suoi compagni, dimostra che è possibile restare fedeli alle proprie convinzioni e compiere atti eroici impensabili anche nelle condizioni più avverse se si riesce a riporre le proprie speranze e la propria forza nel rapporto con Dio
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene molto violente
Giudizio Tecnico 
 
Eccellente la sceneggiatura di Andrew Knight e Robert Schenkkan che hanno approfondito e armonizzato bene tanto gli aspetti storici quanto quelli biografici e spirituali. Ottima l’interpretazione di Andrew Garfield molto convincente ed eccellente la regia di Mel Gibson che in un racconto articolato ha saputo far dominare su tutto l’umanità del personaggio
Testo Breve:

“In un panorama cinematografico invaso da immaginari di ‘supereroi’, ho pensato che fosse il momento di celebrarne uno vero" : così ha commentato Mel Gibson, nel presentare la storia di  un obiettore di coscienza per motivi di fede che è stato capace di salvare 75 suoi compagni

 

“In un panorama cinematografico invaso da immaginari di ‘supereroi’, ho pensato che fosse il momento di celebrarne uno vero. Desmond era un uomo del tutto ordinario che ha fatto cose straordinarie”: così ha commentato il premio Oscar Mel Gibson (Braveheart – Cuore impavido; La passione di Cristo) per spiegare le ragioni che lo hanno indotto a scegliere di tornare, dopo quattordici anni di assenza, dietro la macchina da presa per raccontare questa storia vera ne La battaglia di Hacksaw Ridge. Desmond T. Doss, è il nome di questo obiettore di coscienza che nel corso della Seconda Guerra Mondiale rifiutò l’uso delle armi e fu insignito della Medaglia d’Onore dal Presidente Harry S. Truman per aver salvato da solo più di 75 compagni durante la brutale battaglia di Okinawa

Mel Gibson dirige Andrew Garfiled, interprete di Desmond Doss, in un film epico che coniuga insieme storia, elementi biografici e spirituali con una profonda passione per i “ temi alti”. Non ci risparmia scene vivide al limite del brutale, ma che offre anche un forte coinvolgimento emotivo. L’Accademy lo ha premiato con ben 6 nomination ai prossimi Oscar.

Desmond è un ragazzo semplice, cresciuto sulle montagne della Virginia secondo la fede degli avventisti del settimo giorno che lo ha reso un giovane ricco di valori e di forti ideali. È figlio di un ex soldato dell’esercito americano che durante la Prima Guerra Mondiale fu insignito di alcune onorificenze ma che nel corso della propria vita ha ceduto alla dipendenza dall’alcool e si è trasformato in un uomo violento. In seguito all’attacco della base americana di Pearl Harbor, Desmond decide di arruolarsi e di servire il suo paese. Tuttavia, sebbene mosso dall’amore verso la propria patria, Desmond non vuole diventare un soldato come gli altri, perché la sua fede e i  valori in cui crede gli impongono di non toccare mai le armi.

Nonostante le terribili vessazioni a cui andrà incontro, il giovane soldato sceglie ogni giorno di restare fedele ai propri ideali senza per questo venir mai meno alla lealtà dovuta nei confronti dell’esercito americano per cui combatte. L’obiettivo è alto e gli costerà grandissimi sacrifici (come ad esempio vedersi negata la licenza proprio nel giorno delle sue nozze), ma Desmond spiega che è proprio la coerenza rispetto ai suoi principi a conferirgli dignità di uomo. Una dignità che anche le alte cariche dell’esercito faticano a comprendere perché entra in contrasto con le loro convinzioni più profonde, quelle che in giustificano anche l’uccidere in battaglia.

Desmond, magro, vegetariano, è considerato prima pazzo, poi disertore e dovrà difendersi da accuse gravissime con la semplice linearità delle proprie idee. I suoi compagni e superiori sono convinti che sarebbe stato un pericoloso peso per loro in trincea e provano in tutti i modi possibili di cacciarlo dall'esercito. Eppure Desmond, senza entrare in polemica con nessuno e senza fare rivoluzioni, con il solo sostegno della preghiera e con la sua Sacra Scrittura tra le mani, dimostra che è possibile combattere l’orrore della guerra da dentro, opponendo la volontà di salvezza alla potenza devastante di ogni conflitto, la tenacia e la compassione alla forza brutale.

Le scene della battaglia di Hacksaw Ridge non ci  risparmiano i dettagli più crudi e cruenti della guerra, ma come già ne La Passione di Cristo, Gibson usa questi particolari per mostrare allo spettatore la grandezza di un gesto apparentemente nascosto ed esaltare l’importanza anche di quella che potrebbe sembrare una goccia nell’oceano. L’interpretazione di Garfield, coraggiosa e umile al tempo stesso, conferisce realismo al personaggio grazie a certe sfumature irriverenti nel suo comportamento che lo allontanano dal rischio di apparire una sorta di giovane invasato, tanto da avergli fatto meritare la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista.

Doss è morto all'età di 87 anni, nel marzo del 2006. Non amava essere qualificato come ‘obiettore di coscienza’, ma piuttosto preferiva definirsi un ‘cooperatore di coscienza’ e credeva con instancabile tenacia che avrebbe potuto contribuire moltissimo alla vittoria del suo paese senza dover uccidere altri esseri umani. Nonostante gli sia stato chiesto più volte di vendere i diritti sulla storia della propria vita, Doss aveva scelto di condurre una vita tranquilla e umile, senza la notorietà che un film gli avrebbe portato; non voleva la popolarità perché sentiva che sarebbe stata una contraddizione per se stesso. Solo al termine della sua vita ha ceduto i diritti perché la sua storia fosse resa nota anche al grande pubblico.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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