Drammatico

DAFNE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 17:26
 
Titolo Originale: Dafne
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Federico Bondi
Sceneggiatura: Federico Bondi
Durata: 94
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive in Toscana con gli anziani genitori. Un giorno, al termine di una vacanza in campeggio, la madre ha un malore e muore. L’unico genere di evento, forse, in grado di togliere il sorriso alla vulcanica Dafne. Ma è solo un momento, perché la ragazza torna presto quella di sempre. Chi invece non sembra avere le risorse e forse nemmeno la voglia per rialzarsi è Luigi, il padre, con il quale Dafne ha un rapporto a dir poco complicato. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre, in un cimitero sperduto in mezzo alla campagna toscana, è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il tema della diversità (la sindrome di Down) è visto come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Dafne è un film asciutto che si riduce all’essenziale. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano,esalta la ricchezza emotiva della protagonista che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli
Testo Breve:

Dafne è una ragazza Down di trentacinque anni, gioviale e spensierata, che vive con il padre anziano. Un viaggio a piedi per raggiungere la tomba della madre è l’occasione giusta per riscoprire l’affetto che li lega…

In questo suo secondo lungometraggio, come nel pluripremiato Mar Nero, Federico Bondi sceglie di raccontare una storia partendo da un dramma famigliare, privato, nascosto, per poi condurre fuori i protagonisti e spingerli ad intraprendere un viaggio, fisico ed esistenziale, che porta ad esplorare e a saggiare sentimenti e relazioni, mettendo generazioni diverse a confronto.

Anche questa volta il regista riesce sapientemente ad entrare nell’intimità affettiva di una famiglia speciale - come speciale è quella figlia con la sindrome di Down - e ha il coraggio di raccontare il tema della diversità e dell’handicap come una sfida, senza timori ma soprattutto senza perdersi in retorica ne inutili pietismi.

Dafne è infatti un film asciutto che si riduce all’essenziale, in ogni suo aspetto. I dialoghi sono dilatatissimi e la regia - per niente morbosa nella ricerca del primo piano e costruita sulla verità della macchina a mano piuttosto che su inutili virtuosismi – esalta la ricchezza emotiva della protagonista (tra capricci e straripanti manifestazioni d’affetto) che si staglia per contrasto sul minimalismo espressivo degli altri personaggi, soprattutto quello del padre, che in certi momenti sembra implodere interiormente. Il ritmo di racconto, così compassato, lascia il tempo per assaporare le emozioni, per stare con i personaggi e sforzarsi di comprenderli. Il dramma esistenziale, come già detto, è soprattutto quello di un anziano genitore, stanco e spaventato, che non sembra avere le energie necessarie per gestire da solo la difficile personalità della figlia, la quale, forse proprio in virtù del suo handicap, nella vita sembra averle avute tutte vinte.

Proprio Luigi dichiara, nel climax, uno dei temi del film. La sua ferita infatti per paradosso, sembra essere lenita solo quando davanti ad un bicchiere di vino rosso e ad una cameriera sconosciuta, viene gridata sottovoce, e riguarda la difficile accettazione di una diversità così “ingombrante” come quella della figlia. Una battaglia durata trentacinque anni con se stessi ma anche con quella ragazza che fa di tutto per essere normale, che sente di esserlo, ma che a cominciare dai genitori non è mai stata trattata come tale.

Ma Dafne è un film che parla anche del tempo – una parola che torna spesso soprattutto all’inizio, nei dialoghi tra madre e figlia – e dei diversi modi di pensarlo e di viverlo, un inno alla vita - come la canzone cantata a squarciagola da Dafne prima di partire insieme al padre – evidenziato dalla trovata poetica nella scena finale…

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FRONT RUNNER - IL VIZIO DEL POTERE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/08/2019 - 09:49
Titolo Originale: The front Runner
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Matt Bai, Jay Carson, Jason Reitman
Produzione: RIGHT OF WAY FILMS, AARON L. GILBERT PER BRON STUDIO
Durata: 113
Interpreti: Hugh Jackman, Vera Farmiga, J.K. Simmons, Alfred Molina

Nel 1988, Gary Hart, senatore democratico del Colorado, è in piena corsa presidenziale. Favorito dai sondaggi e da un entourage efficientissimo, conduce una vita al riparo dai media che non vedono l'ora di affondare la penna nella sua vita privata. Ma Hart, abile oratore, rimanda al mittente e rilancia esponendo il suo programma politico. Marito e padre, niente sembra contare per lui più del suo lavoro e della sua famiglia. Poi il "Miami Herald" pubblica un articolo e la sua ascesa si interrompe bruscamente. Accusato di avere una relazione extraconiugale con Donna Rice, dovrà rispondere alla consorte e agli elettori dell'attacco e delle foto che lo inchiodano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo commette un errore ma sa anche recuperare la dignità propria e di quella della sua famiglia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film è impostato nella prospettiva di chi ci sta ricostruendo con rigore fatti realmente accaduti ma questa ricerca dell’obiettività si trasforma in una certa freddezza con cui vengono ritratti i vari protagonisti
Testo Breve:

Il famoso scandalo del 1988, che costrinse il candidato democratico Gary Hart  a rinunciare alla corsa per la presidenza, viene analizzato nella prospettiva storica dei rapporti di forza fra politica e stampa, che cambiò radialmente dopo quell’episodio

Sappiamo dalla cronaca e dai tanti film che hanno affrontato questo tema (fra i più recenti: Il caso Spot Light, The Post) che negli Stati Uniti l’unico potere in grado di porsi testa a testa e di contrastare, quando necessario, il potere politico è la stampa, così come in Italia lo è la magistratura.

Al contempo il cinema non ha mancato di sottolineare certi abusi di potere della carta stampata e della televisione attraverso colpevoli deformazioni della realtà, a iniziare dal terribile Asso nella manica (1951), per poi continuare con Piombo rovente (1957), Quinto potere (1976), Diritto di cronaca (1981).

Il caso del senatore Hart, costretto a dimettersi per una relazione extraconigale, potrebbe far sorridere oggi, dove buona parte dei politici, se guardiamo l’Italia, convivono e quindi il tema non si pone neanche- Si dà inoltre per scontato che chi vuole calcare le scene del teatro politico non può che essere un esperto mediatico, capace di rispondere sempre a tono e in grado di rivoltare, con le parole, l’evidenza di qualsiasi verità. Il film, proprio per questo, è interessante, non solo per il caso umano in se', ma perchè quei fatti segnarono una svolta nei rapporti fra giornalismo e politica.

Prima di quella data, la stampa sorvolava sulla vita privata dei presidenti (lo stesso film ricorda i comportamenti “disinvolti” di Kennedy e di Johnson), perché a quei tempi si riteneva che la dignità della carica, per il bene della nazione, non andasse offuscata da pettegolezzi.

Con il caso Hart il rapporto si trasforma e i candidati-presidenti e i presidenti stessi (ricordiamo il caso Clinton) iniziano a venir trattati non in base alla dignità della loro carica ma come dei divi del cinema, nei confronti dei quali ogni pettegolezzo diventa lecito.

Il regista Jason  Reitman, che  si è sempre mostrato sensibile a temi sociali descrivendo protagonisti che si trovano di fronte a un caso di coscienza (Juno, Tra le nuvole, Thank you for smoking, Young adult), si è ispirato a libro di Matt Bai che ha ricostruito meticolosamente quelle tre settimane decisive, in modo da attenersi il più possibile a ciò che è realmente accaduto.  Non ha quindi posto in primo piano la storia d’amore fra il senatore e la modella aspirante lobbista, anzi è reticente nel darci l’evidenza della loro relazione. Si pone piuttosto nella prospettiva di chi animava lo staff del candidato-presidente e la redazione del Miami Herald, che aveva innescato lo scandalo. Il regista ha voluto restare imparziale  in questo scontro mediatico e lo si nota anche dal fatto che gli stessi reporter non vi fanno una bella figura. Se il film Tutti gli uomini del presidente (1976) , ci aveva abituati a vedere redazioni che non pubblicano una notizia se non hanno la conferma dei fatti almeno da due fonti diverse, qui è sufficiente qualche informazione incompleta per far sì che la bestia assetata di sangue dell’opinione pubblica venga scatenata e non si sarebbe acquieti se non di fronte a una piena e dettagliata confessione del colpevole. Gary Hart si mostra totalmente impreparato e ancora troppo onesto per gestire questo tipo di onda mediatica. Prima reagisce in modo schivo, pensando che i suoi programmi elettorali siano più interessanti dei pettegolezzi sulla sua vita privata e le risposte date ai giornalisi appaiono goffe e indecise; poi, una volta accortosi che ormai non era più visto come candidato ma come protagonista di uno scandalo, si rifiuta di ribattere alla malizia con furbizia e non  trova altra soluzione che  dimettersi dalla candidatura. Il film lascia intendere che il ritiro dalla corsa presidenziale sia stata anche motivata dalla volontà di  non esporre ulteriormente la famiglia (la moglie e la figlia) all’umiliazione di quello scandalo. Se ciò è vero, non resta che rendere omaggio all’uomo, che ha saputo sollevarsi con dignità dai suoi errori. In effetti Hart e la moglie vivono ancora insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PRIMO RE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/07/2019 - 09:55
Titolo Originale: Il primo re
Paese: Italia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Produzione: Rai Cinema, Groenlandia, Gapbusters
Durata: 127
Interpreti: Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi

La storia di Romolo e Remo come mai raccontata prima. Travolti, in senso non solo metaforico, da una valanga che cambierà per sempre il loro destino e quello del mondo intero.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Unico valore va attribuito al protagonista che fa davvero di tutto per mantenere la promessa fatta alla madre e proteggere costi quel che costi suo fratello
Pubblico 
Maggiorenni
Sebbene i giovani d’oggi siano abituati a film di guerra, gran parte delle scene sono molto violente e sanguinarie.
Giudizio Artistico 
 
Il film costituisce un vero spettacolo grazie alla magistrale fotografia di Daniele Crispì e all’ottima realizzazione delle sequenze in computer grafica. Il film inoltre conferma la bravura di Alessandro Borghi, recentemente molto apprezzato dalla critica anche per il suo ruolo come protagonista in Sulla mia pelle
Testo Breve:

La leggenda del primo re di Roma riproposta in un contesto  epico, violento e brutale. Un film d’autore originale e ambizioso, molto ben realizzato

753 A.C., regioni laziali. Due fratelli, orfani già da tenera età di entrambi i genitori, vengono travolti dopo l’inondazione del Tevere e fatti schiavi dalle genti di Alba.

Romolo e Remo, affiatati e inseparabili, escogitano un piano improvvisato per salvarsi, scatenando una rivolta, coinvolgendo gli altri prigionieri e riuscendo a fuggire.

Facendo loro schiava la vestale portatrice del fuoco sacro Remo si assicura, secondo lui, il volere degli dei; un sostegno indispensabile, proprio ora che per fuggire durante la sommossa è stato ferito gravemente.

Sebbene risulti agli occhi di tutti solo un peso viste le condizioni disperate del fratello, Remo lo difende costi quel che costi, sacrificandosi e portandolo in braccio, caccia per lui e dimostra chi è al suo seguito il suo coraggio, la sua intelligenza e il diritto di essere riconosciuto da tutti come capo.

Un lungo viaggio alla scoperta dei propri limiti, una sfida con sé stesso e contro i suoi nemici fino a quando il destino non gli mostra che dovrà scegliere tra il potere e l’amore per suo fratello.

Aspetti tecnici notevoli con un budget da 9 milioni di euro. Da valutare certamente un capolavoro considerando l’attuale scenario del cinema italiano. Girato completamente in esterni utilizzando prettamente luci naturali. Un vero spettacolo grazie alla magistrale fotografia di Daniele Crispì.

Alla base può sembrare semplicemente qualcosa di già visto e sentito. La storia mitologica più conosciuta da tutti gli italiani ma raccontata diversamente dai libri di scuola, per farci conoscere il lato più umano della vicenda.

Un’avventura terrena, in cui il divino si insinua tra il volere di due fratelli portandoli alla loro separazione. Non una semplice lotta del bene contro il male, del sacro e del profano ma semplicemente cosa l’amore spinge a fare, come sentimento più puro e nobile già dalla preistoria.

Niente a che fare con le sequenze eleganti di The Revenant, a cui si richiama per la cruda brutalità dei conflitti o del Gladiatore che celebrava l’antica gloria di Roma.

Il primo re è da considerare il film che segna l’inizio di qualcosa di nuovo in Italia. L’impossibile che diventa possibile. La più antica storia del mondo narrata con i mezzi moderni diventa una vicenda tutta nuova; senz’altro resa interessante grazie alla straordinaria interpretazione di Alessandro Borghi, recentemente molto apprezzato dalla critica per il suo ruolo come protagonista in Sulla mia pelle che ha  magistralmente raccontato la vicenda di Stefano Cucchi.

Nonostante ciò il film risulta essere, dopo i primi 20 minuti di conflitto e azioni rapidissime che si susseguono come quello stesso fiume che travolge i protagonisti, monotono e lento.

Probabilmente perché il contesto barbaro e la realistica brutalità delle scene si ripete per un’ora senza sosta, senza favorire nessuna identificazione particolare o lasciare un messaggio positivo allo spettatore.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VICE – L’UOMO NELL’OMBRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/14/2019 - 15:18
Titolo Originale: Vice
Paese: Usa
Anno: 2018
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Adam McKay
Durata: 132
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Sam Rockwell, Steve Carell, Jesse Plemons, Tyler Perry, Alison Pill;

L’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, dal nativo Wyoming ai corridoi del potere di Washington, animato da un’insaziabile sete di potere e sostenuto dalla leale moglie Lyanne…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il ritratto di un genio del male, dove il male è descritto come male. Spetta all’autore la responsabilità di averci, in coscienza, fatto un ritratto onesto del personaggio
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e immagini di torture e violenze
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione Christian Bale ma il film non riesce a focalizzare le più intime motivazioni del protagonista, i meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé,
Testo Breve:

L’autore di The Big short ci racconta l’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, un racconto, forse di parte, dell’insaziabile sete di potere di questo personaggio che ha molto pesato sulla scena politica americana.

Con lo stesso stile brillante e ironico, a metà tra la fiction e il documentario, utilizzato nel suo precedente film The big short, per raccontare un argomento complesso come la crisi dei mutui subprime, Adam McKay questa volta prova a trovare un chiave di accesso ad uno dei personaggi più decisivi e insieme misteriosi della storia politica americana recente, Dick Cheney.

Un film dichiaratamente “di parte”, tanto che McKay si para dalle accuse di una visione troppo liberal affrontando la questione in uno degli inserti para-documentaristici in cui mette in scena degli ipotetici focus group come quelli usati dai veri politici per interpretare e dirigere l’opinione pubblica su argomenti spinosi come la guerra in Iraq. Infatti, la pellicola negli Usa ha diviso il pubblico e non ha replicato il successo del precedente, anche se si è guadagnato sei nomination ai Golden Globe (Christian Bale con la sua eccellente e camaleontica performance nei panni del protagonista si è portato a casa il premio) e sicuramente attirerà l’attenzione anche agli Oscar.

Accanto a Bale, in un cast all star (che dovrebbe in parte aiutare il pubblico a orizzontarsi nella miriade di personaggi dell’arena politica americana che intersecano il percorso di Cheney, a volte solo per una scena o due) spicca Amy Adams, nei panni della consorte Lyanne, fondamentale per la discreta ma costante ascesa del consorte, leale, spietata e dominata da un’ambizione che può realizzare solo per interposta persona. Una sorta di Lady Macbeth all’americana, insomma, come non troppo sottilmente suggerisce anche il regista mettendo in scena un immaginario dialogo “alla Shakespeare” nel momento di una delle decisioni cruciali nella vita della coppia.

È uno dei pochi momenti di quasi trasparenza per un personaggio che resta nonostante gli sforzi straordinariamente opaco, i cui meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé, il film non riesce (e forse colpevolmente non prova nemmeno) a focalizzare.

Da ex studente universitario ubriacone e senza ambizioni, che solo l’ultimatum della fidanzata porta a un cambio di rotta, a “stagista” del congresso, pronto a seguire le orme di uno spregiudicato Ronald Rumsfeld (Steve Carell), senza apparenti reali convinzioni a parte il perseguimento di un ruolo all’interno dell’establishment (il film lascia intendere che anche l’opzione repubblicana sia più che altro una scelta di comodo all’interno dell’amministrazione Nixon), di Cheney fino ad un certo punto non si intuiscono doti o abilità eccezionali, se non l’abilità di “spararle grosse” sembrando sempre ragionevole.

Sinceramente pare troppo poco per giustificare una carriera politica che attraversa quattro decenni e trova il suo coronamento in una vicepresidenza totalmente sui generis: di fatto Cheney ottiene da un ingenuo George  W. Bush junior (Sam Rockwell, mimetico, ma per ragioni di scrittura assai meno convincente di quanto lo fu Josh Brolin nel biopic di Oliver Stone dedicato al presidente repubblicano) un potere inaudito per una carica fino ad allora considerata un niente e la gestisce con spregiudicatezza per ricambiare favori a vecchi amici e per potare a termine un progetto a lungo covato, quello con quello della guerra in Iraq.

A parte l’evidente devozione alla famiglia (se il sostegno della moglie è fondamentale per la sua scalata, Cheney si dimostra incrollabilmente leale oltre che a lei anche alla figlia Mary, dichiaratamente omosessuale, per cui si rifiuta di sostenere le posizioni di Bush rispetto ai matrimoni gay), Cheney resta però un mistero, mentre la quantità di argomenti portati in campo e la velocità con cui gli altri personaggi entrano ed escono dalla storia non aiuta il pubblico a trarre qualche conclusione più specifica che non sia che l’uomo sia stato un discreto genio del male.

Un’opinione con cui per altro molti degli spettatori si saranno già avvicinati al film, che rischia quindi di “predicare ai convertiti” perdendo l’occasione di un affondo umanamente più intrigante anche se rischioso.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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OLD MAN AND THE GUN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/24/2018 - 22:06
Titolo Originale: Old Man & The Gun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: David Lowery
Sceneggiatura: David Lowery
Produzione: CONDÉ NAST, ENDGAME ENTERTAINMENT, IDENTITY FILMS, WILDWOOD ENTERPRISES, SAILOR BEAR
Durata: 93
Interpreti: Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover, Tika Sumpter, Isiah Whitlock, John David Washington, Tom Waits, Sissy Space

L’ultra settantenne Forrest Tucker (Robert Redford) colleziona una rapina in banca dopo l’altra, conquistando le sue vittime con un sorriso indimenticabile.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A un uomo piace troppo svaligiare banche e anche se lo fa con modi gentili e senza violenza, è pur sempre un ladro
Pubblico 
Pre-adolescenti
Revisione USA: PG 13
Giudizio Artistico 
 
Robert Redford è impegnato in una grande e indimenticabile interpretazione, perfetto per questa pellicola profonda, a tratti forse un po’ lenta ma con momenti di pura ironia, che lancia numerosi spunti di riflessione
Testo Breve:

I film è ispirato alla vita di Forrest, un rapinatore di banche degli anni ‘80 che ha collezionato centinaia di rapine e un’evasione dopo l’altra. Un’indimenticabile Robert Redford alla sua ultima interpretazione

Quello che si racconta in questo film è quasi del tutto vero, come dice ironicamente la frase inziale. Forrest, interpretato da un sorprendente Robert Redford al suo addio al cinema, è un rapinatore di banche degli anni ‘80 che ha cominciato la sua attività a soli 13 anni, collezionando centinaia di rapine e un’evasione dopo l’altra: l’ultima a oltre 70 anni dal carcere di Saint Quentin, fuggendo su una barchetta di fortuna.

Il leader della banda dei vecchietti d’assalto, come vengono simpaticamente soprannominati dai media Forrest e i suoi complici, ha una caratteristica che stupisce, quasi seduce, le sue vittime: un immancabile sorriso. La sua serenità e il suo buonumore sono contagiosi, tanto che chi viene rapinato più che il trauma ricevuto, non finisce di tesserne le lodi.

Ed è proprio questo che contraddistingue il protagonista del film, un’incredibile voglia di vivere: ha una pistola sempre con sé, ma non ha mai sparato, non gli interessa la violenza. Certo è vero che nell’essere un criminale seriale c’è come una dipendenza dall’adrenalina prodotta con il solo fatto di aver conseguito un colpo di successo, ed è anche per questa sua passione che Forrest non riesce a fermarsi. Ma la mania della rapina si impasta con una riflessione ben più profonda sul desiderio di non perdere la vita, di non arrendersi al tempo che passa, che lo vorrebbe costringere prima o poi ad appendere la pistola al chiodo. Il problema di Forrest non è “guadagnarsi da vivere” ma “vivere”, e gli anni che trascorrono veloci sono un’occasione per provare nuove esperienze, e per gustarsi a pieno quello che c’è intorno. Così l’incontro fortuito con Jewel, una donna profonda e affascinante, è l’occasione per riflettere una volta per tutte sul senso del tempo e su ciò che si è realmente conquistato nell’esistenza. Un’occasione per fermarsi, almeno un’istante, ad assaporare il piacere della stabilità. “Sono esattamente dove dovrei essere” afferma il protagonista, perché il suo bambino interiore è fiero di ciò che è diventato. Ma la storia sottolinea come all’interno di un’esistenza rocambolesca e invidiabile, ci siano evidentemente dei punti di ombra. Il sorriso di Forrest è segnato anche dal dramma del passato che forse non ha mai voluto guardare in faccia, così preso dalla sua febbre di vita che rischia anche sulla porta della vecchiaia di portarlo lontano da ogni affetto.

A fare da contraltare a questo maestro della rapina, un poliziotto ben più giovane che cerca di fare il salto di carriera e con cui Forrest continua a giocare a guardia e ladri. Tra i due si crea progressivamente un rapporto molto profondo, di stima e quasi affetto. I due vivono situazioni molto diverse, ma condividono la passione per il proprio mestiere e il desiderio di non sprecare la vita.

Forrest è un vero eroe, fatto di luce ed oscurità, come in fondo ogni essere umano nel corso della propria esistenza. Perfetto per questa pellicola profonda, a tratti forse un po’ lenta ma con momenti di pura ironia, che lancia numerosi spunti di riflessione e, soprattutto, consacra con una serie di citazioni, l’intramontabile figura di Robert Redford in una grande e indimenticabile interpretazione.

Autore: Ilaria Giudici
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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Loro 1 e 2

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/14/2018 - 21:43
Titolo Originale: Loro
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Produzione: INDIGO FILM PER L'ITALIA. COPRODOTTO DA JÉRÔME SEYDOUX, ARDAVAN SAFAEE, MURIEL SAUZAY PER PATHÉ E FRANCE 2 CINÉMA PER LA FRANCIA
Durata: 204
Interpreti: Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak

Sergio Morra, faccendiere tarantino, affitta una villa in Sardegna vicino alla residenza estiva di Berlusconi per raggiungerlo attraverso le escort che gestisce. Il politico intanto sta attraversando un periodo di crisi dopo la perdita delle elezioni e la pubblicazione di compromettenti intercettazioni. Nella residenza in Sardegna Berlusconi cerca di recuperare il potere e, con meno impegno, il suo matrimonio con Veronica

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Viene rappresentata una civiltà dell'apparenza, con ritratti di donne impegnate a ottenere favori con il proprio corpo e uomini che accettano quei corpi come moneta corrente
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di nudo e di atti sessuali anche orgiastici, continui riferimenti al sesso, ripetuta assunzione di droghe
Giudizio Artistico 
 
Del tutto incomprensibile, almeno in un’ottica drammaturgica, la scelta di dividere il film in due parti asimmetriche e squilibrate. Le involate surreali di Sorrentino, al solito innescate da evanescenti comparse di animali, suonano autoreferenziali e ai limiti del parodistico, incapaci di sollevarsi da un’immanenza fatta di sgargiante volgarità.
Testo Breve:

L’uomo Berlusconi e i personaggi che girano intorno a lui sono parte di una farsa surreale e il presidente non sembra essere un uomo, ma un’eterna messinscena, come gli rinfaccia la moglie Veronica

Dopo Il Caimano di Moretti, un altro vate del cinema italiano si cimenta con il ritratto di Silvio Berlusconi, impresa sempre insidiosa per la vicinanza temporale alle vicende trattate che spesso ne impedisce una visione d’insieme che si emancipi dall’immanenza. Sorrentino sceglie però un taglio squisitamente personale e, senza ambire a sviscerare le conseguenze dell’era berlusconiana sul tessuto sociale del Paese, risucchia il suo personaggio nell’immaginario sorrentiniano rendendolo una maschera che ben incarna la sua cifra estetica.

Del tutto incomprensibile, almeno in un’ottica drammaturgica, risulta invece la scelta di dividere il film in due parti asimmetriche e squilibrate, la prima della quali dedicata a un personaggio secondario di scarso interesse, Morra (Riccardo Scamarcio), assorbito dal mediocre sogno di arrivare al deus ex machina Berlusconi e sedere insieme a Loro (coloro che contano) su un Olimpo di squallida opulenza.

Nei primi 50 minuti di Loro 1 ciò che passa sullo schermo è la rappresentazione di una civiltà dell’apparenza già largamente fotografata dieci anni fa dal Videocracy di Gandini. L’unica novità di questa lunga intro (per altro volutamente appiattita da regia e fotografia su un registro trash e patinato) risiede nell'abile presentazione in absentia di Berlusconi, adombrato da scenografici indizi e inafferrabile come una divinità pagana.

In questa prima parte persino le involate surreali di Sorrentino, al solito innescate da evanescenti comparse di animali, suonano autoreferenziali e ai limiti del parodistico, incapaci di sollevarsi da un’immanenza fatta di sgargiante volgarità. Quando finalmente il protagonista entra in scena, il film comincia davvero, e conferma il quadro seminato: Berlusconi è sin da subito un’entità che trascende l’umano, una forza della natura.

Impermeabile a qualsiasi psicologia e incapace di essere ferito dal prossimo, non possiede nessun contatto con la sua interiorità, senza per questo presentare una personalità scissa è disturbata: semplicemente egli non sembra essere un uomo, ma un’eterna messinscena, come gli rinfaccia la moglie Veronica (Elena Sofia Ricci, perfettamente algida come prescrive la parte della radical-chic) in una vibrante scena coniugale.

L’interpretazione di Servillo lavora in questa direzione, napoletanizzando Berlusconi in una commedia dell’arte e privandolo della sua biografia umana, del legame con l’humus milanese e brianzolo. 

In questo senso il Berlusconi di Sorrentino non è un personaggio ma una maschera di pura vita, monolitico e coincidente con se stesso. Una scelta drammaturgica netta in direzione della farsa che, a tratti affascinante, penalizza però l’elemento drammatico, pur presente in Loro 2 nello spaesamento del protagonista che rischia, come tutti, di essere superato dai tempi che corrono, destinando il suo corpo e il mondo che conosce allo sfaldamento. Al contrario, la cifra farsesca fa dirompere la vis comica e dà vita a situazioni finemente costruite, grottesche e nere come uno sketch dei Monthy Python.

Come ne La grande bellezza e in Youth, Sorrentino non osa consegnarsi del tutto alla disperata derisione e, in chiusura, riprende i toni del dramma, lasciando la maschera di Berlusconi per aprire al collettivo dell’umanità vera. Il regista sceglie così una citazione dei primi istanti de La Dolce Vita felliniana per chiudere il film: il Cristo Redentore sollevato su Roma diventa però un Cristo della Pietà adagiato sulle macerie del terremoto. E non si può negare che una sfumatura di pietas, pur se inquinata dalla celebrazione affascinata di un patetico vitalismo, si annidi nelle pieghe del film e del suo punto di vista su un uomo che non si è permesso di vivere come tale.

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
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HOSTILES - OSTILI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/27/2018 - 17:14
Titolo Originale: hostiles
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Scott Cooper
Sceneggiatura: Scott Cooper e Donald Steward
Produzione: WAYPOINT ENTERTAINMENT, IN COLLABORAZIONE CON BLOOM, LE GRISB
Durata: 127
Interpreti: : Christian Bale, Rosamund Pike, Wes Studi, Adam Beach, Ben Foster, Jesse Plemons, Rory Cochrane, Q'orianka Kilcher

Ambientato nel 1892, HOSTILES - Ostili di Scott Cooper racconta la storia di un capitano dell'esercito, Joseph Blocker (Christian Bale), che accetta con riluttanza di scortare un capo guerriero Cheyenne, un tempo sanguinario e violento, ora anziano e in punto di morte, (Wes Studi) e la sua famiglia fino alle loro terre natie. I due rivali affrontano un viaggio lungo e faticoso da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana. Durante il viaggio incontrano una giovane vedova, Rosalee Quaid (Rosamund Pike), colpita e spezzata nell’intimo da una tragedia causata dalla brutalità delle ostili tribù Comanche.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ottima riflessione sul valore degli affetti, dei legami familiari, dell’amicizia e delle tradizioni. Interessante analisi delle diverse componenti implicate nella questione dell’integrazione razziale
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Scott Cooper narra una storia sfaccetta e complessa, a volte lunga, ma nel complesso ben raccontata e chiara soprattutto nella descrizione degli aspetti emotivi del racconto. Splendida fotografia e ottima interpretazione soprattutto dei protagonisti
Testo Breve:

Un film al tramonto dell’epopea western, quando gli indiani, ormai sconfitti, debbo venir trasferiti nelle riserve a loro destinate. Un film duro che è un viaggio che trasforma l'ostilità fra bianchi e nativi americani in reciproca comprensione

Un western ma rivisitato con la mentalità dei giorni nostri in cui il tema della discriminazione razziale è percepito con rinnovata sensibilità e implica sfumature sottili e considerazioni non semplici. Cooper propone una storia carica di aspetti controversi, in cui i personaggi escono dai classici schemi.

La tempra vigorosa e forte della protagonista, la vedova Rosalee, è uno dei primi aspetti che salta agli occhi. Rosalee trova la forza di superare la paura e il dolore più grande in cui una donna possa incorrere attraverso un rinnovato coraggio e una lucida determinazione. Il suo è un viaggio oltre che materiale anche interiore che parte dalla sofferenza più oscura a profonda e arriva a riscoprire il valore umano della vita, anche della propria, anche quando privata di tutto sia al livello materiale che morale.

Attraverso l’esperienza del capitano Blocker invece Cooper trova la chiave giusta per raccontare un sentimento sfaccettato e complesso come l’odio. Anni di violenza feroce, di lotte e battaglie hanno forgiato in questo personaggio un animo duro, severo e quasi spietato. Eppure il contatto umano con il dolore, tanto quello della vedova quanto quello delle famiglie delle tribù indiane piagate da una guerra selvaggia e crudele, riesce ad aprire un varco nella sensibilità del capitano.

Tra violenza, affetti, tradizioni e riscoperta di comuni virtù umane, il viaggio dei soldati bianchi al fianco di una famiglia indiana e di una vedova porterà a riflettere sulla complessità della questione razziale, che vendette, morti e prevaricazioni non potranno mai risolvere, e sull’importanza di riuscire a trovare un punto di incontro tra civiltà e culture differenti. Al tempo stesso Cooper riesce trovare nei sentimenti umani e nei valori più semplici dell’amicizia e della famiglia quel comune denominatore che avvicina ogni uomo all’altro, qualunque sia la sua apparenza razziale.

Una fotografia stupefacente impreziosisce il film di colori, luci, ombre e panorami affascinanti, nonostante l’impiego di numerose scene di esplicita e a volte atroce violenza. Su tanti pregi del film solo il finale, che giunge in modo un po’ esasperato e scontato, lascia una certa delusione.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE SHACK (Il rifugio)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/11/2018 - 21:00
 
Titolo Originale: THe Shack
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Stuart Hazeldine
Sceneggiatura: William P. Young, Wayne Jacobsen
Produzione: Netter Productions, Summit Entertainment
Durata: 132
Interpreti: Sam Worthington, Octavia Spencer, Radha Mitchell, Sumire Matsubara

Mark è marito e padre felice e un devoto cristiano. La moglie Nan è molto affettuosa e dedita alla famiglia e i tre figli, due adolescenti e Missy, la più piccola vivono sereni e in armonia con i loro genitori. Durante un loro campeggio in riva a un lago, Missy scompare. In un rifugio nella foresta vicino, la polizia trova solo l’abito che lei indossava, sporco di sangue. E’ ormai chiaro che la bambina è stata rapita e uccisa. Mark perde la fede, l’armonia della famiglia resta profondamente incrinata. Una mattina Mark trova, nella cassetta postale, una lettera con la quale viene invitato ad andare al rifugio nella foresta. Mark sospetta che il biglietto sia stato scritto dall’omicida e si reca all’appuntamento armato di pistola. Nel percorso in auto ha un incidente e perde i sensi. Si ritrova in una verde vallata con al centro un casolare. Ad attenderlo c’è Papa, la vicina di casa che lo consolava quando da piccolo, veniva picchiato da suo padre ubriaco. Accanto a lei ci sono un uomo e una donna, suoi figli, che lo accolgono molto affettuosamente. Mark non tarda a comprendere che si tratta delle tre Persone della Santissima Trinità che vogliono aiutarlo a superare il lutto e a ritrovare la fede….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il coraggio di affrontare temi particolarmente sensibili come il rapporto fra il male del mondo e la Provvidenza Divina e il valore del perdono ma il modo con cui questi temi vengono affrontati può creare disorientamento
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza domestica
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura si trova impegnata ad affrontane troppi temi che hanno bisogno del loro giusto approfondimento e vengono affrontati con uno stile catechistico, poco cinematografico
Testo Breve:

Un padre, affranto dalla morte di sua figlia ha perso la fede. Le tre Persone della Santissima Trinità gli vengono incontro per fargli ritrovare serenità la fede e  il coraggio di perdonare. Un film ambizioso ma imperfetto

L’origine del libro da cui è stato tratto questo film è tutto da raccontare.

Il canadese William P Young, appassionato di C. S. Lewis e di J. R. R. Tolkien, spinto da sua moglie, scrisse questo libro per i suoi sei figli e una stretta cerchia di amici per raccontare le sue prospettive ed esperienze sul rapporto con Dio. In tutto furono fatte 15 copie ma i suoi amici più stretti lo incoraggiarono a pubblicarlo. Dopo il rifiuto di ben 26 case editrici, costituirono loro una casa editrice per poterlo pubblicare. Il rifugio fu  il racconto più venduto sia come libro che come audiobook negli Stati Uniti nel 2008. Nel 2009 raggiunse la cifra di 10 milioni di copie vendute. Lo stesso film, ha incassato finora 100 milioni di dollari a fronte di un budget di 20 milioni.

E’ la prova lampante di quanto pressante sia nel pubblico la ricerca di film, di libri che siano in grado di rispondere ai grandi interrogativi di fede che tante persone si pongono.

Dice Papa a Mark, in quella sorta di Paradiso Terrestre nel quale è stato accolto: “l’uccello è stato creato per volare ma anche per essere amato. Farlo vivere senza amore è come tagliargli le ali. La sofferenza ha lo stesso effetto: se non viene risolta, ti fa smarrire il motivo per cui sei stato creato. Questa è la tua lezione di volo: ecco perché sei qui”.

Il film, della durata di oltre due ore, dopo la prima parte più familiare, necessaria per spiegare gli antefatti e il dolore di Mark, si articola in quattro lunghi colloqui, con le tre Persone della Santissima Santità e con la Sapienza personificata da una donna vestita di bianco. Mentre Mark insiste caparbiamente nel dire che non è possibile che Dio operi sempre per il bene, se lascia libertà al diavolo di interferire con le nostre vite fino al punto di lasciare che venga uccisa una bambina, i primi tre colloqui invitano Mark ad abbandonarsi fiducioso alla Provvidenza Divina, perché Dio ama tutti gli uomini indistintamente molto più di quanto un padre ami i suoi figli. Mark non riuscirà a superare il dolore se non sarà capace di raggiungere questa dimensione di amore universale e troverà la forza di perdonare.

La Sapienza mette davanti a Mark alcuni ricordi della sua giovinezza, perché si accorga di quante volte ha giudicato frettolosamente e comprenda che solo Dio, che conosce le reali intenzioni di tutti può giudicare (c’è una certa analogia con il racconto di Dickens: Canto di Natale). Infine gli viene concesso di vedere il Paradiso e fra i beati riconosce anche la sua Missy.

E’ inutile dire che un film di questo genere ha generato un diluvio di critiche a favore e contro. Alcuni lo hanno accusato di eresia perché Il Padre e lo Spirito Santo siano state impersonate da delle donne (nessuna delle quali bianca) ma questo è a mio avviso un tema secondario e le caratterizzazioni delle tre Persone sono sufficientemente coerenti con quanto traspare dalla Bibbia.  In realtà il film, come il libro, risulta particolarmente ambizioso perché vuole affrontare il mistero del male,  il senso del peccato, l’intervento provvidenziale di Dio nel mondo, la bellezza dell’amore di donazione e del perdono (meriterebbe uno sviluppo paragonabile al poema epico Paradiso Perduto di John Milton.  In alcuni momenti traspare bene la genuina ispirazione di riuscire a rendere tangibile l’amore di Dio per l’uomo ma i lunghi colloqui appaiono altrettante catechesi e risultano poco cinematografiche.  Ci sono inoltre alcune incoerenze nelle sceneggiatura, in particolare un’azione delittuosa compiuta da Mark a tredici anni che sembra non portare alcuna conseguenza nello sviluppo della storia.

In conclusione, se non si può che ammirare l’iniziativa dell’autore di portare sullo schermi temi legati alla fede cristiana verso i quali c’è una grande aspettativa da parte del pubblico, i troppi temi trattati finiscono per creare disorientamento più che un avvicinamento alla fede. Come avverte la Movie Review dell’Episcopato cattolico statunitense, il messaggio del film sembra provenire dalle chiese nondenominazionaliste e indifferentiste americane.

Il film è disponibile in DVD in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MISURA PER MISURA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/03/2017 - 20:44
 
Titolo Originale: ;easure for Measure
Paese: ITALIA
Anno: 1977
Regia: Luigi Squarzina
Sceneggiatura: William Shakespeare
Produzione: Teatro di Roma
Durata: 160
Interpreti: Luigi Vannucchi, Ottavia Piccolo, Gabriele Lavia

Il duca di Vienna è preoccupato per la sua città. La legge non viene applicata con rigore e il disordine, la rilassatezza sembrano prendere il sopravvento. Decide quindi di fingere di partire delegando al governo del ducato il vicario Angelo, noto per il suo rigore e l’austerità dei costumi. Mentre il duca si aggira per la città travestito da frate per vedere cosa accadrà, Angelo esordisce nel suo governo applicando una legge da tempo disattesa: condanna a morte il giovane Claudio, reo di aver messo incinta la sua fidanzata prima del matrimonio. Isabella, la sorella di Claudio, novizia in procinto di prendere il velo, si reca da Angelo per intercedere il favore del fratello. Il risultato di questo incontro è sorprendente: Angelo si infiamma di passione per la novizia e promette che salverà il fratello se lei gli concederà una notte d’amore. Isabella, angosciata, si reca dal fratello e lo informa del terribile ricatto. Il duca, travestito da frate, ascolta la loro conversazione e propone alla ragazza un’astuzia: accettare il ricatto di Angelo per poi mandare all’appuntamento (l’incontro avverrà al buio) Maria, una ragazza che era stata promessa sposa di Angelo ma poi rifiutata perché lei aveva perso tutta la dote in un naufragio…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La giustizia deve essere rispettata soprattutto come difesa verso i più deboli ma la clemenza risulta superiore quando si manifesta la possibilità di riscatto del colpevole
Pubblico 
Adolescenti
Qualche argomento scabroso
Giudizio Artistico 
 
Nella versione proposta dal Teatro di Roma del 1977 per la regia altamente professionale di Luigi Squarzina, si può ammirare la bravura di molti nostri attori e attrici che per vari motivi, ora non calcano più il palcoscenico
Testo Breve:

Misura per misura è il modo con cui deve venir applicata la giustizia ma in quest’opera di Shakespeare la clemenza risplende per la sua capacità di convertire il colpevole

Nel recensire la versione cinematografica di Il Mercante di Venezia di William Shakespeare, avevamo sottolineato i passaggi nei quali veniva affrontato il tema dei rapporti fra la giustizia e la misericordia.

Non si poteva quindi trascurare l’altra opera del bardo dove con maggiore enfasi veniva affrontato questo tema: Misura per misura. Si tratta di un testo indubbiamente problematico (è stato catalogato come problem play), variamente interpretato dai critici. Se molti hanno sottolineato che viene rappresentato un mondo senza certezze, dove giustizia, potere, autorità, morale divengono disinvoltamente confuse, altri come Wilson Knight, hanno individuato nel testo frequenti riferimenti a brani del Vangelo.

Nella nostra ricerca volta a individuare quei risvolti che possano risultare significativi per una riflessione sulle virtù, ci limiteremo a sottolineare i passaggi più significativi, usando come traduzione quella usata dal teatro di Roma per la regia di Luigi Squarzina per la stagione 1977-78, presente su Youtube.

Il duca decide di assentarsi da Vienna lasciando il governo ad Angelo proprio perché convinto che un buon governo deve applicare con rigore la giustizia.

“Le abbiam tenute, però, queste leggi a sonnecchiare per quattordici anni, sì da averle ridotte fino ad oggi proprio come un leone ormai decrepito incapace perfino di uscir fuori dalla tana nemmeno per predare…. Così le nostre leggi: rimaste inapplicate per tanti anni, sono morte a se stesse, e la licenza fa oggetto di scherno la giustizia, il marmocchio percuote la nutrice, ed ogni senso d’umana decenza se ne va in opposta direzione”.

Lo stesso Angelo sottolinea come la giustizia ha precisamente la funzione di soccorrere i più deboli: “Io mostro pietà proprio praticando la giustizia” e che le leggi hanno un valore assoluto, indipendentemente dalle virtù di chi le applica

Ma quando si desidera clemenza, come Isabella per suo fratello, fino a che punto è giusto sacrificarsi? Emblematico è l’incontro fra la ragazza e suo fratello dove il dilemma che i due debbono affrontare non trova soluzione: lui reclama la salvezza dalla morte, lei difende il valore della sua verginità di novizia. Solo il Duca, quasi un deus ex machina, potrà offrire quella visione d’insieme del problema che porterà alla giusta soluzione.

Solo alla fine, grazie a un intervento sopra le parti del duca nel dilemma fra giustizia e clemenza, sarà la carità cristiana a prendere il sopavvento. A rappresentarla mirabimente è proprio Maria che ama Angelo nonostante i suoi difetti e invita Isabella implorare il perdono di Angelo di fronte al duca, proprio lei, che crede suo fratello morto per mano del vicario. Si crea in questo modo una gara di generosità che va oltre ogni misura e che ha il benefico effetto di far crollare Angelo portandolo a una pieno pentimento (c’ è una certa analogia con l’inizio de I Miserabili quando il vescovo dichiara ai gendarmi che i candelabri presi da Jean Valjean, sono stati donati, non rubati: un gesto fuori misura che segnerà l’inizio della conversione dell’ex galeotto). Se ne Il mercante di Venezia la misericordia era stata declamata più a parole (il mirabile discorso del finto avvocato) mentre nei fatti veniva disattesa (l’ebreo viene costretto a convertirsi al cristianesimo) qui la misericordia viene realmente applicata, non per disattendere la giustizia ma per provocare la conversione del colpevole.  Unico impegno posto dal duca ai vari imputati, è quello di accettare un matrimonio riparatore.

Sicuramente insolito il personaggio del duca, vero burattinaio che guida i destini dei vari protagonisti, non esente da crudeltà (cela fino all’ultimo alla sorella la verità che Antonio non è stato giustiziato ma è vivo) ma che alla fine sembra applicare nel fatti quanto aveva dichiarato: “bisogna condannare il peccato ma non il peccatore”.

Dell’opera di Shakespeare è disponibile il DVD registrato dalla BBC e su Youtube la versione del Teatro di Roma della stagione 1977-78 per la regia di Luigi Squarzina, con Luigi Vannucchi, Gabriele Lavia e Ottavia Piccolo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI TUO RESPIRO (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/19/2017 - 15:27
Titolo Originale: Breathe
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Produzione: IMAGINARIUM PRODUCTIONS
Durata: 117
Interpreti: Claire Foy, Andrew Garfield, Tom Hollander, Diana Rigg, Hugh Bonneville, Ed Speleers

Anni 50’. Robin Cavendish è giovane e avventuroso (vive commerciando the in Africa), spavaldo abbastanza da fare la corte a Diana, una ragazza molto desiderata che diventerà sua moglie. Ma questa storia d’amore quasi da cartolina si incrina di fronte all’improvvisa malattia di Robin, la poliomelite, che lo costringe in un letto d’ospedale, con una prospettiva di vita molto breve. Di fronte alla disperazione del marito, Diana, che è da poco diventata mamma, prende la disperata decisione di portare Robin a casa per dargli qualcosa che lo tenga attaccato alla vita… Nonostante le opposizioni di molti ci riuscirà e Robin vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi, almeno fino a quando la sua patologia si aggraverà ulteriormente.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti), il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare, in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri
Testo Breve:

Robin, colpito da poliomielite, contro ogni aspettativa, vedrà crescere suo figlio senza rinunciare a uscire di casa e anzi diventando il difensore dei diritti dei disabili gravi. Una storia di amore coniugale ma anche di propaganda per la dolce morte

Il primo film da regista di Andy Serkis, conosciuto al grande pubblico soprattutto per le sue performance in motion capture (è stato Gollum nella saga de Il Signore degli anelli e la scimmia parlante Cesare in quella de Il pianeta delle scimmie), è ispirato alla vita di Robin Cavendish (il cui figlio coproduce il film), che da malato di polio sopravvisse per oltre 36 anni facendosi paladino per i diritti dei disabili in un’epoca in cui la condanna a trascorrere la propria (breve) vita in un reparto sembrava senza appello. La determinazione della moglie Diana, la creatività di chi aiuta Robin a trovare il modo di respirare anche lontano dal reparto, e poi persino fuori dalle mura di casa nascono dal meritevolissimo desiderio di dire che ogni vita vale la pena di essere vissuta, anche quando ferita da una malattia grave come quella raccontata nel film.

Nel caso di Robin e Diana si tratta di una convinzione che non nasce dalla fede (nella realtà Cavendish era ateo convinto e nel film le figure religiose escono abbastanza con le ossa rotte perché presentate come portatrici di una consolazione fasulla), ma dall’amore tra i due coniugi (che forse proprio per questo, in modo a dire il vero un po’ poco realistico, viene preservato da qualunque ombra di crisi per tutto il film) e dalla volontà, una convinzione che da battaglia personale diventa anche battaglia per i diritti degli altri disabili. Un diritto che, senza voler bruciare il finale del film, è diritto a vivere con dignità…ma anche a decidere quando rinunciare a questo diritto Il film, infatti, difende sì la dignità del malato, ma allo stesso modo ne promuove il diritto a prendere la strada dell’eutanasia, senza per altro mettere mai davvero in discussione questo passo.

Quasi calligrafico nel mostrare la storia d’amore di Robin e Diana nella prima parte del film (gli inglesi in giro per l’Africa fanno un po’ cartolina), poi intenso nel racconto della malattia e della crisi, forse fin troppo poetico nel seguito, quando inizia l’avventura di Robin fuori dall’ospedale, il film di Serkis ovviamente ha più di qualche elemento in comune con La teoria del tutto di un paio di anni fa (anche se va detto che l’interpretazione di Garfield non è al livello di quella di Redmayne), che però per certi versi era più realistico nel mostrare anche la difficoltà della vita quotidiana dei protagonisti. La sensazione è che prevalga il desiderio di mostrare un racconto esemplare (in cui da un certo punto in avanti mancano conflitti interiori veri e propri), sottolineando la disumanità delle alternative (come nella visita al centro dove decine di pazienti sono tenuti in vita in polmoni artificiali)

A chi scrive è apparso francamente stridente (anche se immaginiamo corrispondente ai fatti, essendo coinvolto nella produzione anche il figlio di Cavendish) il passaggio, che non ammette reali contradditori, dalla difesa della dignità della vita del malato alla propaganda per la dolce morte, nel momento in cui lo stesso malato decida che le condizioni non sono più accettabili. Celebrata con una festa di addio in grande stile la dipartita di Robin arriva come un fulmine a ciel sereno che è difficile accettare con la stessa filosofia con cui lo fanno moglie, figlio e amici….

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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