Drammatico

THE PLACE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/13/2017 - 11:08
Titolo Originale: The Place
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Isabella Aguilar e Paolo Genovese
Produzione: MEDUSA FILM, MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP
Durata: 105
Interpreti: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rorhwacher, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Silvia D’Amico, Silvio Muccino, Vittoria Puccini, Alessandro Borghi, Giulia Lazzarini, Sabrina Ferilli

In un bar situato nella periferia di una grande città siede, sempre allo stesso identico posto, un uomo misterioso. Quotidianamente, da chissà quanto tempo, costui accoglie le persone più disparate, ascolta le loro richieste, consulta un’enorme agenda e poi assegna loro un compito. L’accordo prevede che se il richiedente accetta e svolge il compito proposto, vedrà esaudito il proprio desiderio. C’è chi entra in quel bar per guarire il proprio figlio da un tumore o il proprio marito dall’Alzheimer; chi vuole aumentare la propria bellezza e chi andare a letto con una modella; chi vuole rintracciare il bottino di un furto e chi vuole vendicarsi di un genitore violento; c’è chi vuole riconquistare l’affetto del coniuge e chi recuperare la vista; c’è anche chi desidera ritrovare la presenza di Dio. Per ottenere quanto desiderato, quasi a ognuno dei personaggi è proposto di compiere un’azione orribile. Imboccare tale scorciatoia, quindi, comporta per ognuno un viaggio inevitabile, a volte spaventoso, nella propria anima.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Ha commentato il regista in un’intervista
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, tensione psicologica.
Giudizio Tecnico 
 
Si deve dare atto a Genovese di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi
Testo Breve:

Un uomo sconosciuto, seduto a un bar, riceve la visita di diverse persone che desiderano ottenere qualcosa.  Potranno ottenerla solo se faranno ciò che lo sconosciuto propone loro, liberi di accettare o no, anche cose moralmente terribili. Un giallo metafisico e una riflessione sul libero arbitrio, dove il bene e il male sono assolutamente equivalenti.

Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che desideri? È il tema dell’intrigante thriller diretto da Paolo Genovese, scritto dal regista insieme a Isabella Aguilar, adattamento della serie targata Netflix The Booth at the End. Si deve dare atto a Genovese (che già con il precedente Perfetti sconosciuti aveva convinto tutti dimostrando capacità di scrittura, regia e direzione degli attori degne dei maestri della commedia all’italiana) di saperci fare. C’è classe, padronanza del mezzo, bravura nel coordinare un cast ricchissimo di volti quasi tutti notissimi e nel costruire un racconto ambientato in un’unica stanza e giocato interamente sulle interpretazioni, sui dialoghi, sull’arco narrativo dei personaggi. Artisticamente, Genovese si sta guadagnando film dopo film la patente di “Autore” tanto agognata. Se la merita: possiede un’idea del mondo e un’idea del cinema. Anche, possiede un’idea dello spettatore: qualcuno con un cervello a cui regalare qualcosa su cui riflettere dopo la visione del film, senza per questo annoiarlo a morte.

Abbiamo parlato dell’aspetto tecnico. Ma quale visione del mondo è sottesa a The Place? Chi è il misterioso individuo che permette a chiunque glielo chieda una strada, tortuosissima ma sicura, per ottenere ciò che si desidera? Il diavolo? Un angelo? La coscienza? Uno specchio? Il destino? La giustizia? La sceneggiatura del film gioca a rimpiattino con lo spettatore, lo lascia libero di trovare una soluzione e un senso e lavora nella sua mente anche dopo aver composto il mosaico con l’ultima tessera. The Place vuole essere così un giallo metafisico e una riflessione sul libero arbitrio. Le “prove” cui sono sottoposti i personaggi perché conquistino il loro obiettivo non sono tutte analoghe (per alcuni sono pene del contrappasso, per altri sono spiazzanti ma accettabili) ma ognuno, affrontandole, è costretto ad affrontare i propri demoni. Per alcuni il cammino è di redenzione, per altri di dannazione; c’è chi si trova a cambiare desiderio perché ha scoperto qualcosa di sé di nuovo e chi si trova a rinunciare solo per vigliaccheria. Ognuno impara qualcosa, qualcuno a carissimo prezzo.

Quando uno dei personaggi gli chiede se crede in Dio, l’uomo risponde di credere nei dettagli. È raccontando i particolari delle proprie azioni, infatti, che gli altri personaggi sono costretti a definire chi sono e a guardarsi allo specchio, scovando – nella maggioranza dei casi – una parte di sé nascosta e terribile. Il film condanna senza mezze misure ogni abiezione ma non sembra avere molta fiducia nella libertà dell’essere umano; la libertà di fare il bene. Genovese – come già in Perfetti sconosciuti – sembra essere freddo come un entomologo, lucido (e un po’ compiaciuto) nel mettere in luce le bassezze di cui gli uomini sono capaci ma mai realmente convinto (né tantomeno commosso) di fronte alle possibilità del bene. Soprattutto, mai convinto che il bene possa essere scelto come prima istanza.

“Mi interessa ragionare sulle relazioni, sulla moralità, sull’etica, senza uno straccio di morale e di etica. Senza giudizio: solo domande sospese nell’aria”. Così il regista ha presentato il suo film. Particolarmente emblematico di questa “sospensione di giudizio” è il segmento narrativo che vede protagonista la giovane suora. Il suo desiderio è di sentire, come agli inizi della propria vocazione religiosa, la voce di Dio. Prima di accettare il patto, chiede all’uomo seduto nel bar: “come faccio a sapere che lei non è il diavolo?” e si sente rispondere: “non può saperlo”. Naturalmente tutto, nel film, è al servizio dell’efficacia narrativa ma una religiosa che per ritrovare Dio accetta un patto con uno che potrebbe essere “l’avversario” ci sembra una incoerenza troppo forte. Non capire mai se il personaggio sia un emissario diabolico o un messaggero divino è uno dei punti di forza del film ma s’insinua, tra le pieghe della brillante sceneggiatura, l’idea che per gli autori la cosa – anche fuori di metafora – non abbia importanza alcuna. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/03/2017 - 07:43
 
Titolo Originale: KNIGHTS OF THE ROUND TABLE
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Richard Thorpe
Sceneggiatura: Talbot Jennings
Produzione: MGM
Durata: 115
Interpreti: Robert Taylor, Ava Gardner, Mel Ferrer, Anne Crawford, Stanley Baker

Dopo che i Romani hanno abbandonato l’Inghilterra, l’isola vive un periodo di instabilità, causato dalle continue contese fra i nobili locali. Arthur, figlio del re Uther Pendragon, riesce a vincere il suo rivale, Morderd, e a diventare re d’Inghilterra. Istituisce la tavola rotonda, dove i valorosi cavalieri da lui scelti si impegnano a combattere solo per Dio e la patria e a sottoscrivere un codice d’onore che li impegna alla difesa dei più deboli e delle donne. Lancillotto, il suo cavaliere più valoroso, sente un forte sentimento, ricambiato, per Ginevra, la moglie del re ma entrambi restano leali nei confronti del sovrano. Non hanno fatto i conti con Morderd che è sempre in agguato e denuncia i due innamorati al re…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Essere virtuosi vuol dire, per tutti i protagonisti, porre la propria intelligenza e la volontà al servizio di ciò che è giusto e buono, anche quando questo comporta la mortificazione delle proprie passioni
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una efficace ricostruzione dei colori e dei costumi dell’immaginario medioevale sostiene una sceneggiatura rispettosa del testo originale
Testo Breve:

La famosa saga dei cavalieri della Tavola Rotonda viene riproposta nello splendore del Cinemascope ponendo l’accento sulle virtù dei protagonisti

“Accadde nei tempi antichi, che Roma dovesse ritirare le sue legioni dall’Inghilterra; il regno piombò allora nelle tenebre e nel caos…”. Inizia così, con un elogio all’efficienza dell’Impero Romano, questo film che si ispira, abbastanza fedelmente, all’opera Morte d’Arthur di Thomas Malory (XV sec.). In effetti, in più di un momento, il racconto porta alla ribalta ciò che è necessario per dare ordine e pace a un regno: un re che sappia essere giusto ma soprattutto l’esistenza di leggi scritte di fronte alle quale tutti siano considerati uguali, incluso il re stesso (un anticipo, forse eccessivo, dello spirito della Magna Charta).

Mentre il re è impegnato a governare cercando di domare i turbolenti baroni, Lancillotto si occupa di frenare l’avanzata dei Pitti al Nord ma soprattutto deve controllare il suo cuore, innamorato della moglie del suo migliore amico: il re. Politica e amore finiscono inesorabilmente per intrecciarsi perché un passo falso nel secondo può determinare la rotture degli equilibri su cui poggia il fragile regno di Artù.

Tutto il racconto diventa quindi un elogio delle virtù, non solo dei protagonisti, ma di tutti i cavalieri della Tavola Rotonda. La loro caratteristica principale è l’assenza, o la presenza moderata, di conflitti fra ragione, sentimenti e volontà. Il campione di queste virtù è senz’altro Lancillotto, che di fronte a una passione amorosa che agita il suo cuore, sa sempre dare la priorità alla lealtà nei confronti del suo re.

“In guerra Artù parlava sempre di voi; ho combattuto al suo fianco e voi eravate nel suo cuore. Non dovete essere anche nel mio” dichiara Lancillotto a Ginevra nell’accettare la proposta di sposare Elena, che è innamorata di lui, per far tacere le malelingue. Saprà anche mentire verso Ginevra, affermando di non amarla più, quando si accorge che lei sta perdendo il controllo di se stessa.

Re Artù non ha un cuore meno nobile. Quando vene dichiarato re d’Inghilterra, offre il perdono agli avversari sconfitti, in modo che possa ristabilirsi la pace e quando sta per scoppiare nuovamente una guerra fratricida, è disposto ad accettare un accordo a lui sfavorevole, pur di evitare che si sparga altro sangue.

Tutti gli altri cavalieri infine hanno giurato di seguire un codice etico, sintetizzato nel film ma ben espresso nell’opera di Thomas Malory:

Non aggredire né uccidere nessuno

Non tradire il re e la patria

Dare sempre grazia della vita a chi la chiede, anche in combattimento

Prestare aiuto alle donne e alle vedove

Mai ingaggiare battaglia per la conquista di beni o per amore ma solo per la patria e per Dio

Il racconto cinematografico conferma, sia pur in modo indiretto, che le leggi morali che i cavalieri si sono dati scaturiscono dalla fede cristiana. Quando, alla mezzanotte di Natale, si odono in lontananza le campane di una chiesa, i cavalieri si fanno il segno della croce e si inginocchiano.

Fra di loro è presente il puro Percival, l’unico che sente la voce divina che lo invita a cercare il santo Graal (il tema non viene sviluppato in questo film, che d’altronde viene sviluppato in Gli idilli del re, il ciclo di nove poemi di Alfred Tennyson- 1885). Lancillotto, che è accanto a lui, non può sentire questa voce soprannaturale ma si inginocchia lo stesso, umilmente. Lui sa bene perché gli è negata l’apparizione: “Nelle cose sacre so che fallirei, perché porto un peccato nel cuore e nessuno può dargli purezza”.

Il film beneficia di una colorata messa in scena che riesuma ben l’immaginario medioevale; il divismo è garantito grazie alla presenza di Robert Taylor e di Ava Gardner; la sceneggiatura è coerente con i nobili obiettivi che si è posta. Le scene di battaglia difettano della perfezione che verrà raggiunta nei decenni successivi, grazie a un uso massiccio della computer grafica: e a volte sembra che le spade fendano l’aria e che qualcuno cada a terra senza neanche venir sfiorato.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THIS BEAUTIFUL FANTASTIC

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/10/2017 - 14:16
 
Titolo Originale: This Beautiful Fantastic
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2016
Regia: Simon Aboud
Sceneggiatura: Simon Aboud
Produzione: AMBI MEDIA GROUP, IPSO FACTO PRODUCTION, SMUDGE FILMS, CONSTANCE MEDIA, IN ASSOCIAZIONE CON LIPSYNC, HEAD GEAR FILMS, KREO FILMS
Durata: 100
Interpreti: Jessica Brown Findlay, Tom Wilkinson, Jeremy Irvine, Andrew Scott

Bella Brown è un’orfana allevata in un collegio di suore dopo che un vecchio che passava in bicicletta per il greto di un fiume l’aveva trovata, neonata, in una scatola di cartone. Bella, ormai cresciuta, vive da sola in una casa in affitto perfettamente ordinata, perché lei ha repulsione per tutto ciò che è fuori posto. Ha trovato un impiego di bibliotecaria che le serve per guadagnarsi da vivere quanto basta per finire di scrivere un racconto illustrato per ragazzi. Tutto va per il suo verso giusto quando, un giorno, il padrone di casa le intima di mettere in ordine il giardino entro un mese (lei non ama il verde) altrimenti la sfratterà. Le viene in aiuto, con saggi consigli, Vernon, un giovane vedovo che fa da cuoco e maggiordomo per Alfie, lo scorbutico e insopportabile vicino di casa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre vicini, ognuno con i propri problemi, trovano il modo di aiutarsi a vicenda e stabilire fra loro solidarietà e amicizia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film si mantiene coerente, nella sceneggiatura, la recitazione e la regia, al tono favolistico che ha voluto imprimere al racconto. Traspare talvolta un eccesso di enfasi nei dialoghi
Testo Breve:

Bella è una ragazza orfana che vive sola, anche se presto troverà amicizia e amore. Una bella favola raccontata con molta delicatezza

A chi non piacciono i libri con racconti illustrati per bambini, né si è mai seduto accanto a un figlio o un nipote a raccontare la storia del libro seguendo le figure, questo film non fa per lui. Non solo perché la protagonista, Bella, è una ragazza che desidera scrivere e disegnarne uno, ma perché tutto il racconto si sviluppa come se fosse proprio una favola illustrata. C’è la ragazza orfana un po’ svagata, il vecchio burbero ma buono, il maggiordomo vedovo con due bimbe gemelle, sempre pronto ad aiutare tutti, il bel giovane scienziato disordinato di cui Bella finirà per innamorarsi.  Il tutto si svolge in spazi limitati: la casa della ragazza con il suo giardino da coltivare, quella del vicino e la biblioteca della cittadina. Sono spazi ristretti ma la fantasia dei protagonisti spazia senza limiti: Alfi, un abile giardiniere, sa raccontare, di ogni fiore, le sue lontane origini e si commuove ricordando quando scoprì, fra le montagne dell’Iran, un fiore rarissimo, assieme a sua moglie, anch’ella appassionata fioricultrice, nell’ultimo viaggio prima che lei morisse. Anche Billy, il giovane scienziato, sogna di far volare i suoi uccelli meccanici mentre Bella cerca ispirazione per riuscire a raccontare una favola bella come un sogno….

All’inizio del racconto troviamo non pochi conflitti. Vernon non sopporta più i toni insolenti di Alfie e decide di licenziarsi, Bella rischia lo sfratto se non mette a posto il giardino e deve sopportare la tignosa direttrice della biblioteca. Ma come nelle migliori favole, tutto si trasforma quando ognuno scoprirà che aiutandosi a vicenda ogni cosa potrà venir risolta e Bella, che si era sempre preoccupata di chiudere la porta di casa con tre lucchetti, finisce per dimenticarsela aperta, ora che si è innamorata. Un’armonia umana che si riverbera nella perfetta composizione di fiori del giardino, ora che Alfie ha preso in mano la direzione dei lavori. Un’armonia a cui non è estranea la fede in Dio, anche se vi si allude in modo indiretto (i rosari che Bella conserva in casa sua, le brave suore che si sono curate di lei quando era piccola).

Bella ricorda tantissimo, nei suoi occhi sognanti un’altra ragazza, quella di Il favoloso mondo di Amélie,  il grande successo francese del 2001. Anche Amélie cercava di “mettere  ogni cosa a posto” nei confronti dei suoi vicini ma mentre le sue soluzioni era molto graziose e surreali,  il racconto su Bella e i suoi amici assume le caratteristiche  di un apologo morale.

Un film bello ma delicato come le manine citate in Amarcord, che fluttuano nell’aria al più leggero soffio di vento.

Non si può che apprezzare la grazia del racconto e i buoni sentimenti che riesce a esprimere, se non fosse che la sceneggiatura ha infarcito i dialoghi di non poca retorica. Soprattutto nei racconti di Alfie, i prati si estendono all’infinito, il sole è radioso, i colori dei fiori sono abbaglianti. Ma forse anche questo è un modo di allinearsi allo stile dei racconti delle favole.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/20/2017 - 17:44
 
Titolo Originale: Santa Brigida di Svezia
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Fabio Carini
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video
Durata: 85
Interpreti: Fabiana Formica, Charlotta Smeds, Antti Kaarlela

Brigida di Svezia nacque a Finsta nell’Uppland da famiglia aristocratica. Fin da bambina si intratteneva a pregare con Gesù impegnandosi ad amarlo per sempre. A 14 anni fu data in sposa al giovane Ulf, uomo mite e generoso. Ebbero otto figli e insieme si dedicarono a numerose opere di carità. Nel 1335 Brigida fu chiamata alla corte svedese per assistere la giovane regina di origine francese. Dopo tre anni tornò dai figli e dal marito; fecero insieme un pellegrinaggio a Santiago ma Ulf morì pochi anni dopo. Brigida, che nel frattempo aveva abbracciato la vita religiosa, si recò nel monastero cistercense di Alvastra, dove meditò i divini misteri della Passione del Signore. Iniziò un periodo intenso di rivelazioni ricevute da Gesù e dalla Madonna e di lettere inviate ai re d’Europa e al papa stesso. Si recò in seguito a Roma, con la richiesta di autorizzazione dell’ordine del Ss Salvatore (le brigidine) da lei fondato e rimase nella città eterna fino alla morte, avvenuta nel 1373, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa. Unico suo rimpianto fu di non aver visto il papa tornare a Roma definitivamente, cosa che avverrà poco più di tre anni dopo, il 17 gennaio 1377, per mezzo di un’altra donna, santa Caterina da Siena che riuscì a portare a termine l’opera di persuasione da lei iniziata.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Santa Brigida, co-patrona d’Europa, passò la sua vita a prendersi cura dei poveri e dei malati e ricevette il dono della profezia, con il quale non cessò di mandare esortazioni e ammonimenti ai potenti del tempo, inclusi i papi e altre autorità ecclesiastiche
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La docufiction si avvantaggia di riprese fatte nei luoghi originali dove si svolse la vita della santa e di autorevoli commentatori. La recitazione, con l’eccezione di Fabiana Formica nella parte della santa, risulta appena sufficiente, anche se la docufiction non richiede una recitazione ma una rappresentazione
Testo Breve:

Un racconto ben documentato e fedele agli scritti da lei lasciati di santa Brigida di Svezia, che visse  in un triste periodo della Chiesa (il soggiorno dei papi ad Avignone) ma illuminato da importanti spiritualità femminili, come quella di questa santa svedese ma anche di s Caterina da Siena 

La casa di produzione di audiovisivi Cristiana Video continua la realizzazione di docufiction che ci ripropongono santi e sante del passato, in modo aderente ai tempi in cui vissero e alle testimonianze da loro lasciate, evitando quindi rischiose operazioni di “attualizzazione” che rischierebbero di alterarne l’originalità della testimonianza.

E’ ora uscito nella loro collana il DVD sulla vita di Santa Brigida di Svezia. Fanno da guida alla ricostruzione il prof.Denis Searby dell'Università di Stoccolma, primo traduttore in inglese delle Rivelazioni di Santa Brigida e la prof.ssa Alessandra Bartolomei dell'Università Gregoriana di Roma, esperta di mistica medievale femminile. Il film si giova anche delle riprese fatte all’interno nel Museo di Storia Svedese dove sono esposti numerosi resti di Arte Sacra medievale, che furono risparmiati dalla furia iconoclasta della riforma, diversamente da quanto accadde in altri paesi.

Nella prima parte del film la vediamo sposa di Ulf, un uomo buono e mite e madre di otto figli. Si tratta di un periodo della sua vita interessante tanto quanto quella successiva, quando scelse la vita consacrata, come è  stato sottolineato dallo stesso san Giovanni Paolo II nel sua lettera apostolica Spes Aedificandi  del 1999 con la quale la nomina co-patrona d’Europa: “indicandola come compatrona d'Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all'alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana”

La docuficton la mostra in questa fase, moglie e madre premurosa, impegnata a prendersi cura, in piena armonia con il marito, di chi era povero o malato, con particolare attenzione alle ragazze che rischiavano di venir avviate alla prostituzione. Si tratta di un servizio che esercitò durante tutta la sua vita, in qualunque parte dell’Europa si recasse. Invitata alla corte svedese, fu pronta a dare, su ispirazione divina, consigli pratici di buon governo ricordando che non si è buoni re passando il tempo in orazione ma dando udienza a chiunque la richiede.

Sarà in seguito che, morto il marito, trovò nel monastero cistercense di Alvastra, la condizione più propizia per porsi in dialogo continuo con il Signore, ricevendo delle rivelazioni, in particolare riguardo alla Passione del Signore, di cui abbiamo testimonianza scritta. Il film inserisce con frequenza, man mano che il racconto avanza, brani di colloquio con il Signore tratti dagli otto volumi delle Rivelazioni, che riguardano temi di sempre che toccano ogni cristiano: il perché della sofferenza anche di chi è povero e innocente, l’amore di Gesù per gli uomini, che vuole tutti salvi. Non mancano, secondo la sensibilità del tempo, molti accenni alle sofferenze dell’inferno per chi non si pente dei propri peccati, in particolare verso “i potenti che saranno vagliati con rigore”.

Peculiare di Santa Brigida fu il mandato ricevuto dal Signore: “tu sarai la voce con cui parlerò al mondo perché hai messo la tua volontà nelle mie mani”. Disponiamo di numerose lettere con cui, con tono fermo e autorevole, coerente con il mandato ricevuto, si indirizza a re, papi, priori di monastero e ai capi dell’Ordine dei Templari ““Non risparmiando ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero” come dice san Giovanni Paolo II nella Spes Aedificandi anche se, chiarisce subito dopo che: "riconoscendo la santità di Brigida, la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l'autenticità complessiva della sua esperienza interiore”. Tensione continua presente in questi suoi scritti, fu quella di vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal papa, non più ad Avignone ma a Roma.  

Il film fa comprendere come il titolo di patrona d’Europa sia stato pienamente meritato. Vissuta in un Occidente interamente cristiano (anche se travagliato da lotte intestine) percepì i problemi della cristianità del tempo come suoi e la santa viaggiò spesso,  non solo per compiere dei pellegrinaggi (i più famosi furono quelli a  Santiago di Compostela con suo marito e l’ultimo in Terra Santa), ma anche per visitare  chiese e monasteri italiani, dove erano custodite reliquie di Santi.

Dispiace solo che la docufiction , non approfondisca l’abilità della santa di dare saggi consigli sul governo dei regni (non solo nei confronti del re di Svezia, dove fu abolito il diritto regio di rapina sui beni dei naufraghi  ma anche della regina Eleonora d’Aragona) e sulle difficoltà che ebbe a Roma, dove fu chiamata “la strega del Nord” e si ridusse in estrema povertà,  mendicando alla porta delle chiese.  Si tratta di una dura prova che va anch’essa a suo merito.

Il DVD può essere ordinato al sito della Cristiana Video

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVING - L'AMORE DEVE NASCERE LIBERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/14/2017 - 09:49
Titolo Originale: Loving
Paese: Gran Bretagna, USA
Anno: 2016
Regia: Jeff Nichols
Sceneggiatura: Jeff Nichols
Produzione: RAINDOG FILMS, BIG BEACH FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON AUGUSTA FILMS, TRI-STATE PICTURES
Durata: 123
Interpreti: Joel Edgerton, Ruth Negga, Marton Csokas, Nick Kroll

Richard e Mildred, cresciuti e vissuti a Central Point, un cittadina rurale della Virginia, si sono conosciuti, si sono innamorati e si sono sposati nel 1958. Le loro famiglie non hanno nulla da obiettare al loro matrimonio (la cerimonia si è svolta a Washington D.C.) ma lo stato della Virginia si, perché lui è bianco e lei è di colore. Condannati all’esilio, si trasferiscono nello stato di Washington fra molte difficoltà. Di loro finisce per interessarsi la Lega per i diritti civili e il loro caso arriva fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tenero e forte amore coniugale caratterizza questa vicenda realmente accaduta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ottimi attori e una regia sensibile che registra anche i minimi risvolti psicologici, anche se il film, per raggiungere l’obiettivo di risultare antiretorico, finisce per appiatture troppo la narrazione
Testo Breve:

La storia vera di due semplici americani, colpevoli di essersi sposati pur essendo di razza diversa, che creano, quasi loro malgrado, una crisi di coscienza nella società americana, che porta la Corte Suprema  a dichiarare il matrimonio un diritto personale inalienabile. 

Richard e Mildred sono delle persone semplici. Lui è un muratore; il suo unico divertimento è quello di modificare le automobili per farle gareggiare in corse rionali di velocità. Sua madre è una levatrice. E’ un tipo di poche parole, che al massimo dice si o no.  Mildred è una donna dolce, non fa niente senza l’approvazione del marito, si occupa delle faccende di casa e dei quattro figli che hanno avuto dopo il matrimonio. La loro intesa è profonda e a lui piace poggiare la testa sulle sue ginocchia quando, la sera, guardano la televisione, esattamente come sono stati ritratti, in incognito, dal fotografo di Life che era andato a trovarli, dopo che il loro caso era assurto a interesse nazionale.

E’ ormai vasta la produzione di film che hanno ricostruito casi realmente accaduti di battaglie per la conquista de diritti civili degli afroamericani ma questo si discosta in modo considervole dagli altri. Se pensiamo solo ai lavori di Spielberg (Lincoln, Amistad) il culmine del racconto si svolge sempre nell’aula del parlamento o di una corte di giustizia, dove due visioni della legge si fronteggiano, con ampio sfoggio di retorica da entrambe le parti.  

In questo film, al contrario, la coppia non vuole neanche andare ad assistere al dibattito che si svolge alla Corte Suprema; sono persone troppo semplici e schive per sentirsi coinvolti in tematiche che sembrano più grandi di loro. Le sequenze che rievocano il dibattito in aula sono ridotte al minimo, mentre l’attenzione del regista si concentra sulla vita familiare della coppia: il loro trasferimento nella caotica periferia di Washington, il loro ritorno in campagna, in Virginia,e il  faticoso commuting di Richard, per evitare di esser sorpresi dalla polizia  a dormire sotto lo stesso tetto; lo sconforto di lui dopo più di dieci anni di attesa da quando era stata avviata la causa legale.

Molti critici hanno accusato il film di minimalismo eccessivo, l’uso di un registro intimista che contrasta con i tanti film che ci hanno infiammato con il calore di battaglie legali. In realtà il film risulta efficace proprio perché non pone in contrasto due leggi ma svuota di significato la causa razziale proprio mettendola a confronto con la più nuda verità: l’amore tenero e intenso fra i due coniugi che risulta più forte di qualsiasi avversità.

Solo in alcune, sintetiche frasi, vendono presentate le ragioni della parte avversa e sempre facendo riferimento a presunte leggi divine. Il poliziotto che mette in cella i due coniugi ricorda che: “è un problema di legge divina: un passero è un passero e un pettirosso è un pettirosso. Se sono diversi c’è un motivo”. Anche la sentenza del tribulale della Virginia contro di loro è chiara: “l’amore interrazziale contravviene l’ordine, la pace e la dignità sociale; Dio non ha certo messo gialli, bianchi e neri in continenti diversi perchè si mischiassero le razze". Gli “effetti spuri” di questo matrimonio (i figli) sarebbero solo dei bastardi.

Naturalmente non occorre dare troppo credito al film nella sua contrapposizione fra “pregiudizi religiosi “ e laicità delle leggi, dal momento che tanti cristiani di fede, a partire da Martin Kuther King si sono espressi e hanno lottato contro le discriminazini dell’epoca.

E’ utile osservare come l’esercizio di raccontare sul grande schermo tante storie di segregazione razziale, felicemente risolte con nuove leggi, è servita come palestra per raccontare, con lo stesso stile, nuove lotte, in particolare il diritto al matrimonio omosessuale, ormai sancito dalla Corte Suprema U.S.A. Ma questo è un altro argomento.

Il film, grazie all’ottima interpretazione dei due protagonisti, Joel Edgerton e Ruth Negg, , quest’ultima candidata all’Oscar 2017, ha un suo valore particolare perché ci racconta, al di là della tematica razziale, una tenerissima stooria di affetto coniugale, che resta saldo di fronte a tutte le avversità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA LEGGE DELLA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/08/2017 - 09:19
Titolo Originale: Live by night
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Ben Affleck
Produzione: Appian Way Productions, Pearl Street, Warner Bros
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Elle Fanning, Brendan Gleeson, Chris Messina, Sienna Miller, Zoe Saldana, Chris Cooper, Remo Girone

La storia narra le vicende di Joe Coughlin, rapinatore figlio di un capitano di polizia di Boston. Dopo una terribile vicenda personale Joe si trasferisce a Ybor City, quartiere di Tampa, in Florida, dove diventa un contrabbandiere e un trafficante di rum e, più tardi, un famigerato gangster

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia potrebbe essere interessante, ma è costruita su un personaggio dai tratti confusi e a volte contraddittori che non trovano una loro giustificazione nemmeno nell’epilogo. Inoltre si fonda su di un ambiguo concetto di libertà e successo
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza e alcune scene a sfondo sessuale
Giudizio Tecnico 
 
Il film è realizzato con grande cura nei dettagli riguardanti scenografie, costumi, ambienti e fotografia, ma risente di una sceneggiatura poco coerente
Testo Breve:

Ben Affleck, produttore, regista e protagonista realizza, con grande cura nelle scenografie, nei costumi e nella fotografia, un gangster movie  troppo ambizioso. Il film si perde nelle troppe sottotrame aperte e nell’incoerenza del personaggio principale

Un gangster movie dalle grandi aspettative, La legge della notte. Di questo suo ultimo lavoro Ben Affleck è realizzatore a tutto tondo, sua è infatti la produzione, la sceneggiatura, la regia e l’interpretazione. Tuttavia il personaggio principale sembra non reggere il carico di una storia così importante.

Per Ben Affleck non è una novità ricoprire più ruoli nella produzione di uno stesso film. Tra i tanti suoi lavori già nel 2012 aveva raggiunto un grande successo con Argo, thriller storico ambientato a Teheran nel periodo successivo alla rivoluzione iraniana. Anche in quel caso Affleck fu regista, produttore e interprete di un film che l’anno successivo gli valse l’Oscar.

Con La legge della notte Affleck propone l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2012 di Denni Lehane ambientato nell’America del periodo del proibizionismo. Un dramma storico di tutt’altro genere rispetto al più vintage Argo, che ha richiesto un budget altissimo soprattutto per le affascinanti scenografie e i costumi curati in ogni dettaglio.

Affleck non trascura nessun particolare e sembra non aver badato a spese per realizzare un film che ricrea quasi perfettamente gli ambienti e le atmosfere dell’America degli ’20. Edifici, auto e arredi d’epoca ricostruiscono in modo molto suggestivo anche i diversi stili delle location della storia, che si svolge tra Boston e Tampa in Florida. Purtroppo però, nonostante gli sforzi e la scelta di un cast di tutto rispetto, tra cui spicca l’ottima interpretazione di Sienna Miller, Remo Girone e Chris Cooper, il lavoro di Affleck non ha riscontrato grandi favori né da parte della critica né da parte del pubblico alla sua uscita negli USA, registrando al momento forti perdite rispetto all’investimento iniziale.

La legge della notte racconta la storia di un giovane criminale alle prese con la guerra di mafia tra italiani e irlandesi negli anni ’20 del secolo scorso. Joe Coughlin è figlio di un noto capitano della polizia di Boston e, nonostante sia uno scassinatore professionista, non ama definirsi un gangster. Tuttavia per ragioni sentimentali rimane coinvolto in un colpo dagli esiti catastrofici che costa la vita a diversi poliziotti. Grazie al sacrificio di suo padre, Joe riesce a scontare il minimo della pena possibile, ma la terribile esperienza del tradimento prima e del carcere poi serviranno solo a rafforzare in lui la volontà di rivalersi sul suo nemico, il boss irlandese Albert White, diventando uno dei contrabbandieri più influenti sul mercato clandestino del rum.

Ben Affleck realizza un film ambizioso e dalle notevoli e diverse tonalità. La legge della notte infatti passa dal film d’azione ai toni più intensi del dramma umano e sentimentale, con interessanti sfumature storiche, come il richiamo alle terribili persecuzioni razziali operate all’epoca dai membri del Ku Klux Klan. Ciò nonostante la storia ha il difetto di perdersi nella sua narrazione. Forse soprattutto a causa del personaggio principale, una figura complessa e a tratti poco coerente con cui non sempre è facile entrare in sintonia.

Joe oscilla infatti tra diversi opposti che non si conciliano mai del tutto, è un uomo buono ma al tempo stesso anche terribilmente crudele, sentimentale e romantico ma anche ombroso e distaccato. A dispetto di un’indole che sembrerebbe mite e rispettosa della persona e della vita, Joe sceglie di intraprendere con sempre maggior determinazione una strada sempre più contraria ai principi inizialmente manifestati. Sebbene il sacrificio del padre prima e la devozione della sua nuova compagna poi potrebbero rappresentare un punto di svolta nella vita di Joe, questi continua a coltivare sentimenti di rancore e vendetta rispetto al passato, fino alla fine.

Nel film è singolare la figura di una fanciulla, Loretta Figgis (Elle Fanning), la figlia del capo della polizia locale, che dopo una terribile esperienza di violenza sceglie di convertirsi ad una vita fatta di rigori e fondata su un moralismo esaltato con cui il personaggio pretende, in modo poco credibile, di guidare la comunità di Tampa. La commistione tra valori religiosi e farneticanti regole morali confonde, come del resto tutto il film, il concetto di libertà umana. Sembra infatti che la ricerca del bene per sé e per il prossimo sia vista come un obiettivo irraggiungibile e limitante rispetto alla possibilità per l’uomo di diventare artefice della propria fortuna, che resta sempre dolorosa e amara.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/02/2017 - 13:45
 
Titolo Originale: Hacksaw Ridge
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Andrew Knight, Robert Schenkkan
Produzione: Hacksaw Ridge Production, Cross Creek Pictures, Demarest Media, Icon Productions, Pandemonium, Permut Presentations, Vendian Entertainment
Durata: 139
Interpreti: Andrew Garfield, Vince Vaughn, Sam Worthington, Luke Bracey, Hugo Weaving, Ryan Corr, Teresa Palmer

Nella primavera del 1945, durante la guerra nel Pacifico, l’esercito degli Stati Uniti si trova ad affrontare a Okinawa alcuni dei combattimenti più feroci in assoluto. In queste circostanze un soldato particolare si distingue fra tutti gli altri, Desmond T. Doss, un obiettore di coscienza, che nonostante avesse giurato di non uccidere, come medico partecipa alla battaglia senza portare armi e salva la vita di decine di suoi commilitoni caduti sotto il fuoco nemico dei giapponesi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Saldi principi, raro coraggio e profonda umiltà sono le caratteristiche del protagonista di questa storia avvincente quanto esemplare. Desmond Doss, un obiettore di coscienza che va in guerra armato solo della volontà di sostenere e soccorrere i suoi compagni, dimostra che è possibile restare fedeli alle proprie convinzioni e compiere atti eroici impensabili anche nelle condizioni più avverse se si riesce a riporre le proprie speranze e la propria forza nel rapporto con Dio
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene molto violente
Giudizio Tecnico 
 
Eccellente la sceneggiatura di Andrew Knight e Robert Schenkkan che hanno approfondito e armonizzato bene tanto gli aspetti storici quanto quelli biografici e spirituali. Ottima l’interpretazione di Andrew Garfield molto convincente ed eccellente la regia di Mel Gibson che in un racconto articolato ha saputo far dominare su tutto l’umanità del personaggio
Testo Breve:

“In un panorama cinematografico invaso da immaginari di ‘supereroi’, ho pensato che fosse il momento di celebrarne uno vero" : così ha commentato Mel Gibson, nel presentare la storia di  un obiettore di coscienza per motivi di fede che è stato capace di salvare 75 suoi compagni

 

“In un panorama cinematografico invaso da immaginari di ‘supereroi’, ho pensato che fosse il momento di celebrarne uno vero. Desmond era un uomo del tutto ordinario che ha fatto cose straordinarie”: così ha commentato il premio Oscar Mel Gibson (Braveheart – Cuore impavido; La passione di Cristo) per spiegare le ragioni che lo hanno indotto a scegliere di tornare, dopo quattordici anni di assenza, dietro la macchina da presa per raccontare questa storia vera ne La battaglia di Hacksaw Ridge. Desmond T. Doss, è il nome di questo obiettore di coscienza che nel corso della Seconda Guerra Mondiale rifiutò l’uso delle armi e fu insignito della Medaglia d’Onore dal Presidente Harry S. Truman per aver salvato da solo più di 75 compagni durante la brutale battaglia di Okinawa

Mel Gibson dirige Andrew Garfiled, interprete di Desmond Doss, in un film epico che coniuga insieme storia, elementi biografici e spirituali con una profonda passione per i “ temi alti”. Non ci risparmia scene vivide al limite del brutale, ma che offre anche un forte coinvolgimento emotivo. L’Accademy lo ha premiato con ben 6 nomination ai prossimi Oscar.

Desmond è un ragazzo semplice, cresciuto sulle montagne della Virginia secondo la fede degli avventisti del settimo giorno che lo ha reso un giovane ricco di valori e di forti ideali. È figlio di un ex soldato dell’esercito americano che durante la Prima Guerra Mondiale fu insignito di alcune onorificenze ma che nel corso della propria vita ha ceduto alla dipendenza dall’alcool e si è trasformato in un uomo violento. In seguito all’attacco della base americana di Pearl Harbor, Desmond decide di arruolarsi e di servire il suo paese. Tuttavia, sebbene mosso dall’amore verso la propria patria, Desmond non vuole diventare un soldato come gli altri, perché la sua fede e i  valori in cui crede gli impongono di non toccare mai le armi.

Nonostante le terribili vessazioni a cui andrà incontro, il giovane soldato sceglie ogni giorno di restare fedele ai propri ideali senza per questo venir mai meno alla lealtà dovuta nei confronti dell’esercito americano per cui combatte. L’obiettivo è alto e gli costerà grandissimi sacrifici (come ad esempio vedersi negata la licenza proprio nel giorno delle sue nozze), ma Desmond spiega che è proprio la coerenza rispetto ai suoi principi a conferirgli dignità di uomo. Una dignità che anche le alte cariche dell’esercito faticano a comprendere perché entra in contrasto con le loro convinzioni più profonde, quelle che in giustificano anche l’uccidere in battaglia.

Desmond, magro, vegetariano, è considerato prima pazzo, poi disertore e dovrà difendersi da accuse gravissime con la semplice linearità delle proprie idee. I suoi compagni e superiori sono convinti che sarebbe stato un pericoloso peso per loro in trincea e provano in tutti i modi possibili di cacciarlo dall'esercito. Eppure Desmond, senza entrare in polemica con nessuno e senza fare rivoluzioni, con il solo sostegno della preghiera e con la sua Sacra Scrittura tra le mani, dimostra che è possibile combattere l’orrore della guerra da dentro, opponendo la volontà di salvezza alla potenza devastante di ogni conflitto, la tenacia e la compassione alla forza brutale.

Le scene della battaglia di Hacksaw Ridge non ci  risparmiano i dettagli più crudi e cruenti della guerra, ma come già ne La Passione di Cristo, Gibson usa questi particolari per mostrare allo spettatore la grandezza di un gesto apparentemente nascosto ed esaltare l’importanza anche di quella che potrebbe sembrare una goccia nell’oceano. L’interpretazione di Garfield, coraggiosa e umile al tempo stesso, conferisce realismo al personaggio grazie a certe sfumature irriverenti nel suo comportamento che lo allontanano dal rischio di apparire una sorta di giovane invasato, tanto da avergli fatto meritare la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista.

Doss è morto all'età di 87 anni, nel marzo del 2006. Non amava essere qualificato come ‘obiettore di coscienza’, ma piuttosto preferiva definirsi un ‘cooperatore di coscienza’ e credeva con instancabile tenacia che avrebbe potuto contribuire moltissimo alla vittoria del suo paese senza dover uccidere altri esseri umani. Nonostante gli sia stato chiesto più volte di vendere i diritti sulla storia della propria vita, Doss aveva scelto di condurre una vita tranquilla e umile, senza la notorietà che un film gli avrebbe portato; non voleva la popolarità perché sentiva che sarebbe stata una contraddizione per se stesso. Solo al termine della sua vita ha ceduto i diritti perché la sua storia fosse resa nota anche al grande pubblico.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RAGAZZA SENZA NOME

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/26/2016 - 11:48
 
Titolo Originale: La fille inconnue
Paese: Belgio, Francia
Anno: 2016
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Produzione: LES FILMS DU FLEUVE, ARCHIPEL 35, SAVAGE FILM, FRANCE 2 CINÉMA, VOO, BE TV, RTBF
Durata: 113
Interpreti: Adèle Haenel, Olivier Bonnaud, Jérémie Renier

Jenny è una giovane dottoressa, medico di base in una banlieu di Liegi. Una sera sente suonare al campanello del suo ambulatorio ma è ormai troppo tardi e Jenny decide di non aprire. Il giorno dopo il locale commissariato di polizia le chiede le registrazioni della videocamera di sorveglianza posta davanti al suo ingresso. Jenny scopre così che quella donna che aveva suonato alla sua porta è stata trovata uccisa. La ragazza sente il rimorso di non averle aperto e siccome nessuno ha riconosciuto quella donna, decide di intraprendere un’indagine per riuscire a scoprire come si chiamava e poterle dare degna sepoltura…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non si appella alle emozioni, ai sentimenti, ma esalta il valore dei principi assoluti che sono comuni a tutti gli esseri umani la solidarietà reciproca e il diritto a una degna sepoltura
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema affrontato non è adatto ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
I fratelli Dardenne realizzano un film riuscito solo in parte, perché si sono avventurati in un filone (quello dell’indagine poliziesca) che non è nelle loro corde e il personaggio della protagonista Jasmine è (forse volutamente) incompiuto.
Testo Breve:

Un nuovo film dei fratelli Dardenne poco riuscito nella forma narrativa ma di grande significato etico perché manifesta l’esistenza di principi assoluti che accomunano tutti  gli esseri umani

La protagonista assoluta del film è la giovane dottoressa Jenny. Nel suo ambulatorio si prende cura con dolcezza femminile e dedizione professionale a tutte le persone (per lo più povere) che hanno chiesto il suo aiuto. Ausculta, pratica iniezioni, pulisce con cura orribili ferite ulcerose. La vediamo applicare una garza a un piede piagato dal diabete e poi infilare di nuovo i calzini sporchi e bucati a un vecchio clochard, quasi espressione-di quella che potrebbe essere la misericordia cristiana ma che è dedizione totale alla sua missione laica di medico.  Il suo cellulare resta acceso giorno e notte. Più volte, anche quando si trova già a letto la vediamo alzarsi per raggiungere chi ha bisogno urgente di lei. Trascura la sua femminilità (dispone solo di due maglioni uno rosso e uno blu e per uscire indossa sempre lo stesso giaccone di lana). Nelle sue viste a domicilio accetta cortesemente chi le offre da mangiare oppure le regala un panettone ma “bisogna sempre mantenere un certo distacco professionale”, spiega Jenny al suo giovane borsista, perché è il modo più sicuro per esercitare al meglio la loro professione. Con la stessa fermezza rifiuta di firmare un certificato di malattia falso a un ragazzo che voleva solo assentarsi dal lavoro.

Il personaggio di Jenny costituisce la ricchezza ma anche il limite di questo film dei fratelli Dardenne. Di questa ragazza, al di là del contesto lavorativo, non sappiamo null’altro. Ha un ragazzo? Telefona qualche volte ai genitori? Esce con amici o amiche e si concede qualche risata di gusto? Nulla di tutto questo. Ciò determina un certo distacco fra il personaggio e il pubblico e quando il film sviluppa il tema più interessante, l’impegno di Jasmine di dare la dignità di un nome e una tomba a quella donna immigrata che per tanti non ha contato nulla, la tensione etica che ci vuole trasferire resta in qualche modo attenuata, perché ci proviene da una persona talmente perfetta (una sorta di santa laica) che non scatena in noi quell’emozione empatica che si innesca quando ci troviamo di fronte a una persona simile a noi.

Il tema affrontato nel film è quello del rimorso generato da una colpa e della difficoltà ad riconoscerla come tale a se stessi ancor prima che agli altri.

Il primo rimorso è quello di Jenny, che sa che in quella fatidica notte non aprì la porta non perché da sola non lo avrebbe fatto, ma per dare un esempio di freddezza professionale al suo borsista. C’è il rimorso di un ragazzo che non riesce a confessare qualcosa di terribile che aveva visto, quello dell’assassino che si era fatto prendere dall’ira e della sorella della ragazza uccisa, che, quando aveva saputo che era scomparsa, aveva provato nel suo intimo un senso di sollievo, perché la considerava una rivale in amore.

Sono tutte persone che hanno la convenienza a tenersi dentro le loro colpe ma allora perché confidarsi con un’estranea, con Jenny ? Alla fine si sentono interpellate dalla purezza d’intenzione di chi chiede loro solo un nome e da chi fa loro ricordare la nostra appartenenza alla comune famiglia umana e l’indecenza che qualcuno di noi possa morire come sconosciuto, senza l’affetto dei propri familiari. Ci sono dei principi (in questo film forse più kantiani che cristiani) che testimoniano che abbiamo un destino in comune e che non possono esser disattesi.

Questo film si può considerare, da un punto di vista artistico, il meno riuscito dei fratelli Dardenne, sia per la staticità espressiva della protagonista sia perché si sono avventurati in un nuovo filone, quello del giallo (la verità viene a galla progressivamente, per indizi successivi) che non è nelle corde dei due autori.

Per converso è originalissimo perché non si appella al sentimento, alla commozione, secondo le mode correnti, ma alla forza di principi assoluti. Jenny non conosce la donna uccisa, non sa neanche il suo nome ma quella donna è entrata per un secondo, suonando all’ambulatorio, dentro la sua vita e da quel momento si sente in dovere di cercare di sapere chi era per darle una tomba con una lapide. Jenny ricorda un po’ il John May del film Still life , anch’egli un solitario,  impiegato del comune di Londra che si occupa di dare degna sepoltura e ritrovare i parenti di chi è morto in completa solitudine. In quel caso però si trattava di un uomo pacifico, amante dei dettagli, che faceva il suo lavoro finché glielo lasciavano fare. Jasmine è più indomita: ha individuato ciò che è giusto e va avanti anche in situazioni di pericolo per il semplice motivo che è giusto comportarsi in quel modo. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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CAFE' SOCIETY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/27/2016 - 11:51
Titolo Originale: Café Society
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: GRAVIER PRODUCTIONS
Durata: 96
Interpreti: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Jeannie Berlin, Steve Carell

New York, anni trenta.  I Dorfman sono una numerosa famiglia ebrea che vive nel Bronx. Hanno uno zio, Phil, che si è trasferito a Hollywood e ha avuto successo come produttore. Suo nipote Bobby, non trovando molte opportunità a New York (se non quelle che gli offre il fratello Ben, legato alla malavita) decide di trasferirsi in California. Lo zio inizia a dargli qualche lavoretto e prega la sua segretaria, Vonnie, di fargli conoscere la città. I due giovani iniziano a frequentarsi e fra loro sboccia l’amore. In realtà Vonnie è combattuta perché da un anno è l’amante segreta dello zio Phil, che sembra deciso a lasciare la moglie per vivere con lei…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nella Cafè Society tratteggiata da Woody Allen si divorzia spesso e le porte restano sempre aperte a nuovi innamoramenti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza criminale, anche se non vengono mostrati dettagli, possono non essere indicate ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Woody conferma il suo stile inconfondibile, fatto di eleganza e di dialoghi arguti e ironici ma in questo caso non sono stati posti al servizio di una storia appassionante
Testo Breve:

Un racconto fra Hollywood e New York, fra nostalgia e tradimenti. Un Woody Allen gradevole ma che non riesce ad appassionare

“Leonard (lo zio intellettuale marxista) dice che l’intensità della vita consiste in questo: non solo dobbiamo accogliere la sua mancanza di significato ma celebrare la vita proprio perché non ha significato”.
La mamma dice sempre: “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e un giorno ci azzeccherai”
Alla morte del fratello-gangster, la madre commenta: “prima un omicida e  ora  mi diventa anche cristiano. Che cosa ho fatto per meritare questo? Non so quale è peggio”.
Anche il padre è scontento. “Quando morirò protesterò per bene: è tutta la vita che prego e prego e non c’è mai una risposta. E’ un peccato che la religione ebraica non abbia un aldilà: sai quanti clienti in più avrebbe”

Sono queste le (in fondo poche) battute dove Woody non perde occasione di filosofeggiare sul senso della vita e lanciare frecciate alla religione ebraica. Per il resto il film è un compendio di quanto ci si può aspettare da questo autore, che pur fra tanti film belli e brutti (con questo film ci troviamo a metà strada) resta un professionista di prim’ordine.

Questo Cafè society esprime pienamente Woody: la cronica impossibilità di rinunciare all’eleganza e alla bellezza; i dialoghi ben costruiti e sottilmente ironici; una ricostruzione meticolosa e carica di nostalgia del bel tempo che fu (in questo caso gli anni ’30, valorizzati dalla fotografia di Giuseppe Storaro); la passione per il jazz e tanti amori scombinati dove il tradimento è sempre dietro l’angolo.

Il problema del film è proprio questo: c’è un po’ troppo di tutto e con poca anima.

Cerca di ricostruire i favolosi anni trenta di Hollywood citando famosi attori e registi dell’epoca e facendoci stupire con le loro lussuose ville, ma siamo lontani dalla ricostruzione degli umori, dei pensieri delle speranze della Parigi dei tempi di Hemingway di Midnight in Paris.

Gli amori e le crisi coniugali sono sempre presenti nei suoi film ma in questo caso (Phil deve decidere se abbandonare la moglie e i figli per sposare la più giovane Vonnie)  chi deve scegliere la via del tradimento non sembra essere particolarmente angosciato. Diverso è stato il caso di Blue Jasmine dove veniva ricostruita ogni piega del dramma di una donna lasciata dal marito.

Nonostante l’innegabile piacevolezza del racconto, il film ha una struttura complessa: si svolge nell’arco di più anni fra Los Angeles e New York con molti personaggi per esprimere, alla fine,  un unico sentimento: la nostalgia struggente di ciò che non è stato detto e di ciò che non è stato fatto e l’incapacità di saper convivere con le decisioni prese. Se prima avevamo detto che questo film appare un compendio di tutto Woody, dobbiamo sottolineare un’eccezione: il regista ha sempre avuto un tocco particolare nel dirigere le donne (Cate Blanchett ha vinto l’Oscar mentre Penelope Cruz  si è meritata una Nomination grazie a Woody) ma questa volta il personaggio di Vonnie, interpretato da Kristen Stewart appare un po’ sbiadito. Ma forse non è solo colpa del regista…

Autore: Franco Olearo
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L'ESTATE ADDOSSO (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/14/2016 - 19:17
Titolo Originale: L'estate addosso
Paese: ITALIA, USA
Anno: 2016
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Dale Nall
Produzione: INDIANA PRODUCTION, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Brando Pacitto; Matilda Lutz; Taylor Frey; Joseph Haro

Marco e Maria sono due diciottenni, hanno appena terminato gli studi superiori e prima di scegliere cosa fare del proprio futuro decidono di intraprendere un viaggio negli USA. Nonostante abbiano due caratteri completamente diversi, i due si ritrovano a vivere questa particolare esperienza insieme ospiti in casa di Matt e Paul a San Francisco. I quattro giovani diventeranno grandi amici

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mescola in modo ambiguo e non sempre coerente sentimenti ed emozioni in cui l’aspetto della sessualità sembra dominare su tutto. Il film racconta la storia di una "conversione": dall'atteggiamento avverso alle unioni omosessuali della protagonista, perché repressa e bigotta (e quindi antipatica), passa in seguito a riconoscerne la piena validità ( trasformandosi in ragazza allegra e simpatica)
Pubblico 
Maggiorenni
Le molte allusioni al sesso, il giudizio di equivalenza fra relazioni omo ed eterosessuali, rendono la visione del film adatta ad un pubblico di adulti
Giudizio Tecnico 
 
Ottima l’inconfondibile regia di Muccino che riesce a rendere avvincente anche una storia fin troppo articolata e sviluppata in una sceneggiatura in cui molti dei passaggi narrativi restano ingiustificati. Buona la recitazione soprattutto della giovane protagonista femminile Matilda Lutz
Testo Breve:

Nella fatidica estate che chiude il tempo della scuola e non apre ancora quello del lavoro o dell’università, quattro ragazzi vanno negli Stati Uniti. Buona la regia ma la sceneggiatura resta alla superfice delle emozioni provate

L’intenzione sembrava proprio quella di rappresentare le grandi, intense e importanti emozioni dell’età adolescenziale, ma nell’attesissimo nuovo lungometraggio di Gabriele Muccino, L’estate addosso, qualcosa non convince. Presentato alla 73. Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica nella sezione Cinema nel Giardino, L’estate addosso racconta lo straordinario viaggio negli USA di due adolescenti appena terminate le scuole superiori.

Marco ha 18 anni e non ha idea di che strada intraprendere nella vita, se proseguire gli studi o affrontare il mondo del lavoro. Maria è una sua compagna di scuola, anche lei si è appena diplomata; Marco la detesta, la considera pedante e conservatrice, ma suo malgrado un amico comune li invita a partire insieme per San Francisco, dove saranno ospiti di Matt e Paul. I due ragazzi americani sono una coppia e si portano dietro le difficoltà di essere cresciuti a New Orleans, in un ambiente profondamente omofobico. Nonostante l’iniziale diffidenza, i quattro finiscono col diventare grandi amici e intraprendono un viaggio on the road fino a Cuba.

Il regista romano propone un film che è tutta una nostalgica esaltazione dell’età adolescenziale. Ne L’estate addosso però colpiscono le numerose fragilità nella sceneggiatura. Prima fra tutte la repentina e spesso ingiustificata, al livello narrativo, trasformazione dei personaggi che cambiano da un giorno ad un altro senza che vi sia una reale evidente evoluzione. Maria ad esempio una sera si addormenta conservatrice e pudica, scandalizzata dall'unione omosesuale di due dei suoi due compagni di viaggio, per svegliarsi il giorno successivo completamente all’opposto, disinibita e aperta ad ogni nuova esperienza,  inclusa quella fra i due ragazzi.

Lascia assai perplessi, da un punto di vista drammaturgico, anche l’improvvisa quanto sconfinata simpatia che sorge quasi dal nulla tra i quattro protagonisti, che sconvolge le vite di tutti e che sembra avere comunque sempre un suo fondamento nell’attrazione sessuale anche promiscua.

Muccino confeziona una storia con un’ottima regia e che potrebbe puntare ad essere un eccitante racconto di formazione, ma in realtà si ferma al puro piano descrittivo e lascia buona parte dei passaggi narrativi privi di una comprensibile motivazione. Il piano dei sentimenti, delle emozioni e delle pulsioni sessuali si confondo e nessuna delle esperienze fatte dai personaggi viene mai davvero esplorata da un punto di vista interiore. “Ci sono estati che si portano addosso per sempre. Questa è la storia di una di quelle” commenta Marco nel film. Eppure tutto ne L’estate addosso rimane un semplice divertimento, l’eccitante scoperta ed esperienza di emozioni confuse che però non portano ad una reale crescita o evoluzione nei personaggi

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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