Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

DOCTOR STRANGE (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/07/2016 - 23:51
Titolo Originale: Doctor Strange
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Scott Derrickson
Sceneggiatura: Jon Spaihts, Scott Derrickson, C. Robert Cargill (dal fumetto di Stan Lee e Steve Ditko)
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 115
Interpreti: Benedict Cumberbatch, Tilda Swinton, Rachel McAdams, Chiwetel Ejiofor, Mads Mikkelsen, Benedict Wong

Stephen Strange è un egocentrico quanto geniale neurochirurgo di fama mondiale. Un giorno, però, la sua carriera viene distrutta da un incidente automobilistico che gli pregiudica l’uso delle mani. Dopo aver tentato ogni possibile cura della medicina occidentale, parte per il Tibet alla ricerca di un misterioso luogo chiamato Kamar-Taj, che promette incredibili possibilità di guarigione. Lì però incontra l’Antico, un personaggio dotato di eccezionali poteri che gli apre la mente a una nuova visione del mondo e lo inizia alla magia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il rischio New Age c’è, ma il film di Derrickson lo scansa abilmente ironizzandoci sopra. Più che il fascino del potere, come per altri cattivi Marvel, qui da combattere c’è il nichilismo materialista, che riduce ogni vita umana a un granello di polvere in un universo privo di senso e di fronte allo scandalo della vita che finisce, confonde l’anelito all’immortalità con la falsa promessa di un’eterna e immobile morte.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Il film riesce a trovare una sua identità, nel mix tra azione, umorismo e gravitas filosofica, e offre al pubblico un viaggio visivamente spettacolare cui il 3D dà un ulteriore quanto utile “additivo”
Testo Breve:

Un insolito personaggio uscito dal paniere Marvel, questa volta impegnato a combattere in un mondo magico ed extrasensoriale, interpretato da un bravissimo Benedict Cumberbatch

Il Dottor Strange, ex neurochirurgo di fama trasformato in Stregone Supremo che affronta nemici “mistici” attraversando dimensioni a colpi di magia, è un personaggio particolare anche nel colorato universo Marvel e una buona parte del successo di questa nuova pellicola della Casa delle idee è dovuta senz’altro all’azzeccatissimo cast di Benedict Cumberbatch nel ruolo titolare.

Lo Stephen Strange del britannico è un misto di arroganza e fragilità, che ha fatto dell’eccellenza professionale e delle continue vittorie  la misura della propria consistenza, un atteggiamento destinato a infrangersi di fronte all’incidente che gli spezza la carriera.

Materialista fino al midollo, Strange si ritrova costretto a mendicare aiuto alla porta del misterioso Antico (incarnato sul grande schermo dalla britannica Tilda Swinton, un casting che ha fatto gridare alla correzione razzista visto che il personaggio nei fumetti è un anziano orientale), che anziché la guarigione gli offre una porta su mondi sconosciuti dove l’anima può esistere separatamente dal corpo e dove la forza dello spirito può piegare la materia.

Il rischio New Age c’è (il fumetto è datato 1963 e le sue derive psichedeliche anticipano molte di quelle della controcultura americana), ma il film di Derrickson lo scansa abilmente ironizzandoci sopra e anzi gioca con sicura confidenza con i topoi del genere, tra allenamenti che sfidano i pregiudizi di Strange, paradossi temporali, viaggi spettacolari nel multiverso, combattimenti dove per una volta la supremazia fisica è meno importante di quella intellettuale e sfide in cui a volte una caparbia disponibilità alla sconfitta può essere più importante della volontà di vittoria.  Oltre all’Antico della Swinton, l’unica altra figura femminile segna di nota è Christine Palmer, la ex fiamma di Strange che, pur rimanendo fuori dal cuore dell’azione, costituisce pur sempre la sua vera bussola morale.

Se gli antagonisti di Strange non sono poi così indimenticabili (l’entità extradimensionale Dormammu è un cattivo “assoluto” ma poco interessante mentre il Kaecilius di Mads Mikkelsen avrebbe potuto dare qualche emozione in più se adeguatamente sviluppato) gli spunti per qualche riflessione, pure nei limiti di un cinema dichiaratamente mainstream ci sono.

Più che il fascino del potere, come per altri cattivi, qui da combattere c’è il nichilismo materialista, che riduce ogni vita umana a un granello di polvere in un universo privo di senso e di fronte allo scandalo della vita che finisce, confonde l’anelito all’immortalità con la falsa promessa di un’eterna e immobile morte.

Tra richiami non troppo nascosti a Christopher Nolan (Inception per la realtà piegata e deformata dagli stregoni, ma anche Batman Begins nel viaggio tibetano e addirittura Interstellar),  collegamenti con il grande universo Marvel e semine di future avventure,  il film riesce comunque a trovare una sua identità, nel mix tra azione, umorismo e gravitas filosofica, e offre al pubblico un viaggio visivamente spettacolare cui il 3D dà un ulteriore quanto utile “additivo”. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRACCIALETTI ROSSI 3 (episodi 1-3)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/06/2016 - 12:10
Titolo Originale: Braccialetti Rossi 3
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Giacomo Campiotti, Sandro Petraglia
Produzione: Palomar, Rai Fiction,
Durata: Su RaiUno 8 episodi dal 16 ottobre 2016
Interpreti: Carmine Buschini, Aurora Ruffino, Brando Pacitto, Denise Tantucci, Carlotta Natoli

Leo, protagonista indiscusso della serie “Braccialetti Rossi 3”, spinto dai suoi amici e dalla fidanzata Cris, è tornato in ospedale per curarsi, per combattere, tra momenti di fiducia e di cedimento, con un cancro al cervello molto aggressivo, che non gli lascia molte speranze di vita. Ma Leo non è il solo a rischiare di morire: in stanza con lui, ora, c’è Roberto, detto Bobo, un ragazzo chiuso, malinconico e un po’ cinico, affetto da una grave malformazione cardiaca. Il nuovo cardiochirurgo sopraggiunto in ospedale ha preso subito a cuore il suo caso e ora cerca in tutti i modi di salvargli la vita. Anche Nina, malata già nella scorsa stagione, si trova ancora a lottare contro un cancro al seno, che tiene nascosto ai genitori per non arrecare loro dolore. In ospedale si trova anche Flam, bambina non vedente, che attende di poter essere operata per riavere la vista, ma, dal momento che i genitori non hanno cellule staminali compatibili, non le resta che un’unica speranza: Margherita, la sorella maggiore che non ha ancora conosciuto… Accanto a questi ragazzi sofferenti restano gli altri componenti del gruppo Braccialetti Rossi: Cris, Tony, Rocco, Vale e la sua nuova ragazza Bella… e a vegliare su di loro c’è sempre Davide, il ragazzo venuto a mancare nella prima stagione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Valori: Si mostra che la vita è davvero piena se vissuta per gli altri e che la vita va amata in qualunque modo si presenti e che va difesa in ogni suo stadio. La fiction fa vedere anche che in situazioni di grande sofferenza possono nascere occasioni di condivisione e di crescita. Disvalori: La fiction presenta una sessualità vissuta in modo poco responsabile e in tempi non maturi. Nella serie non si mostra l’anelito dell’uomo all’eternità: la bellezza della vita si esaurisce nei rapporti con gli altri, come se si potesse fare a meno di Dio. Non si accenna neppure all’importanza della famiglia: l’amicizia sembra essere tutto ciò di cui i ragazzi hanno bisogno.
Pubblico 
Adolescenti
La fiction presenta una sessualità vissuta in modo poco responsabile e in tempi non maturi
Giudizio Tecnico 
 
La fiction funziona. Alcuni passaggi risultano un po’ forzati e irreali, ma la storia è avvincente e gli attori riescono a calarsi bene nella propria parte
Testo Breve:

La terza stagione di questa fortunata serie giovanile si apre con un inno alla vita e al valore fondante della solidarietà, che da’ un senso pieno alla nostra esistenza

In questa stagione, il dramma di Leo è senza dubbio l’evento centrale: lui, leader del gruppo e sempre pronto a porgere la mano a chi si trova in difficoltà, si trova ora a un passo dalla morte. Alla fine della scorsa stagione avevamo lasciato Leo con un male dal quale, nel 92% dei casi, non c’è guarigione.

Le probabilità di farcela, ora, sono anche diminuite… nessun segno di miglioramento a dargli speranza, nessuna buona notizia da parte dei medici, che pure stanno facendo di tutto per salvarlo.

Significativa è tuttavia la scelta consapevole di Leo di accettare la sua esistenza così com’è.

Davide, il ragazzo defunto nella prima stagione, vedendo Leo in un momento di rabbia e sconforto ottiene dall’aldilà il permesso di concedere all’amico, come per miracolo, un’altra vita: una vita senza malattia, una vita “normale”, con problemi e interessi “normali”.

Per averla, però, Leo deve rinunciare ai suoi amici e alla sua ragazza, deve lasciar andare il suo passato, dimenticarlo. Deve vivere, cioè, come se non fosse mai stato malato e quindi come se non avesse mai conosciuto le persone a cui ora tiene.

Leo, inizialmente entusiasta della proposta, si accorge poi di non voler cambiare nulla della sua vita, si accorge che essa ha valore esattamente così com’è. La sua permanenza in ospedale gli ha permesso, infatti, di aiutare tanti e di stringere amicizie che hanno reso la sua esistenza più piena.

Così, decide di accettare la sua condizione, decide di accettare la sua malattia, la sua storia.

La scelta di Leo di rinunciare alla “vita da sano” per salvare dei legami importanti evidenzia come l’uomo abbia bisogno di amore e di relazioni autentiche ancor più che della salute.

Una volta destatosi da quello che crede essere stato un “sogno”, Leo decide anche di creare una radio, per spiegare come l’amicizia possa aiutare ad affrontare il dolore, per raccontare come il suo gruppo di amici gli dia forza e sostegno.

Da apprezzare il fatto che questa fiction abbia scelto di mostrare il valore della sofferenza e la dignità di una vita logorata da una malattia, in una società che tenta di espellere ad ogni costo ogni forma di dolore.

Lodevole anche la scelta degli autori di mostrare la dignità della vita umana in ogni suo stadio.

In questa stagione, infatti, Cris scopre di essere incinta di Leo. Pur non sapendo cosa sarà del suo futuro e soprattutto non sapendo se Leo guarirà, desidera custodire la vita che porta nel grembo, supportata anche dall’amica Nina che quasi commossa afferma: “Lì dentro c’è una vita: la stessa vita per cui io, Leo, Bobo stiamo lottando”.

Accanto a questi bei messaggi, a sostegno della solidarietà e del rispetto della vita, ve ne sono altri meno positivi: ad esempio, la sessualità viene vissuta dai personaggi in modo poco responsabile e in tempi prematuri. La vita che Cris porta in pancia rischia di venire al mondo al di fuori del contesto di una famiglia, che dovrebbe essere garantita ad ogni bambino. Ammirevole la forza e l’amore che spingono la ragazza a tenere il bambino in una società che induce ragazze in simili condizioni ad abortire, ma va detto che non ci troviamo di fronte ad un caso di maternità e paternità responsabili.

Anche Vale e la sua ragazza Bella vivono l’intimità in modo precoce, senza prima aver verificato la solidità del loro rapporto e senza aver preso l’impegno di amarsi qualunque cosa accada.

Non viene mostrata, poi, la bellezza e l’importanza della famiglia: stando alla visione proposta da questa serie, tutto ciò di cui hanno bisogno dei ragazzi sono dei coetanei pronti a sostenerli. Gli amici possono prendere il posto della famiglia.

Manca, infine, come nelle serie precedenti, l‘apertura alla trascendenza: Leo è considerato da tutti una specie di supereroe, un salvatore: senza di lui, tutti si perdono… sembra non esserci spazio per un Dio, Padre di tutti, che assume su di sé le sofferenze dell’Uomo.

Ciò detto non toglie che la forza, la tenacia, l’unione dei protagonisti possano essere motivo di sprone e di conforto per chi si trova in condizioni simili alle loro; “Braccialetti Rossi”, con tutti i suoi limiti, resta una delle poche serie in grado di presentare la ricchezza e la dignità della vita umana, in ogni stadio e condizione.  

Autore: Cecilia Galatolo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOCTOR STRANGE (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/04/2016 - 12:09
Titolo Originale: Doctor Strange
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Scott Derrickson
Sceneggiatura: Jon Spaihts, Scott Derrickson, C. Robert Cargill
Produzione: MARVEL STUDIOS
Durata: 115
Interpreti: Benedict Cumberbatch, Tilda Swinton, Chiwetel Ejiofor, Rachel McAdams

La storia è fedelmente ispirata all’originale fumetto della Marvel che narra la nascita dell’eroe mistico Doctor Strange. Un neurochirurgo di fama mondiale, il Doctor Stephen Vincent Strange, è costretto ad abbandonare la propria professione a causa di un terribile incidente d’auto che lesiona in modo irreparabile l’articolazione delle sue mani. Alla ricerca di una cura Doctor Strange giunge in un particolare monastero tibetano dove viene a conoscenza dell’esistenza di una realtà parallela fatta di sconosciuti multiversi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Doctor Strange coniuga in un’unica storia un po’ di tutto: dalla spiritualità orientale all’action più sorprendente, dalla scienza medica moderna alla filosofia, dalla fede in una realtà trascendente alla magia antica, ma tanta ricchezza spesso finisce per confondere.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Effetti speciali straordinari, colonna sonora travolgente e una coinvolgente e credibile interpretazione da parte del cast artistico. Purtroppo però la sceneggiatura risente di dialoghi a volte un po’ troppo confusi, lunghi e superficiali
Testo Breve:

Questo nuovo personaggio della Marvel si presenta inizialmente come agnostico e materialista ma poi si “converte” a un pasticcio  fatto di magia, spiritualità orientale e new age

Tra caleidoscopici effetti speciali, ipnotici mandala e una coinvolgente colonna sonora il Dottor Strange, personaggio dei fumetti nato negli anni ‘60 dalla creatività di Steve Ditko, fa il suo ingresso nel modo dei cinecomics. È l’eroe mistico che mancava all’appello del Marvel Cinematic Universe e aggiunge quel tocco di spiritualità, magia e trascendenza. Tra fantasy, comics, teorie un po’ new age e arti magiche e attraverso spettacolari effetti visivi nasce così un nuovo eroe mistico.

Benedict Cumberbatch indossa in modo eccellente i panni dell’affascinante Stephen Vincent Strange, neurochirurgo affermato, un po’ arrogante ed egoista. La sua brillante carriera medica viene stroncata da un terribile incidente d’auto in cui Stephen perde la piena funzionalità dell’uso delle mani. Deluso dai risultati della medicina tradizionale, cerca una via di guarigione nei metodi orientali. Dopo aver dilapidato il suo patrimonio alla ricerca di una cura, il Doctor Strange giunge infatti a Kamar-Taj, una comunità- monastero isolata nei pressi dell’Himalaya. Sebbene inizialmente scettico e riluttante, a poco a poco Stephen comincia a lasciarsi addestrare nell'uso delle arti mistiche da Antico, potentissimo maestro mago interpretato da un’androgina Tilda Swinton.

Inizialmente agnostico e materialista convinto il Doctor Strange in questo primo capitolo della saga comincia il suo percorso verso la conoscenza di una nuova, misteriosa e non semplice dimensione che va al di là della realtà da lui conosciuta e in cui la ricerca di senso e il dubbio camminano di pari passo. Doctor Strange è abituato ad esaminare la realtà in modo scientifico: “Non credo nelle favole sui chakra o sull’energia o sul potere della fede” chiarisce al suo arrivo al monastero. Antico e il suo assistente Mordo (Chiwetel Ejiofor) gli mostrano che quella della scienza è solo una delle tante prospettive possibili: “Tu guardi il mondo dal buco della serratura” gli dice il maestro.

Doctor Strange impara così a studiare la realtà e soprattutto il tempo attraverso diverse dimensioni possibili. Il tempo e la dimensione materiale quindi cominciano a scomporsi anche al livello visivo, agli occhi del Doctor Strange: uno sconosciuto mondo immateriale comincia a separarsi dalla realtà contingente e per vederlo lo scienziato deve sforzarsi di applicare le sue grandi conoscenze alla magia.

Doctor Strange è un film che fonda tutta la sua narrazione sull’idea che la realtà possa essere osservata anche con uno sguardo di fede e con un’apertura alla trascendenza, tuttavia si perde e si complica in astruse e confuse spiegazioni fantascientifiche in cui magia, filosofia antica e spiritualità orientale si mischiano. E la trama comincia a dare largo spazio ad inafferrabili dissertazioni sul multiverso e sui concetti di male, di potere e di tempo sullo sfondo di battaglie spettacolari dagli effetti speciali mozzafiato.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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7 MINUTI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/29/2016 - 22:11
Titolo Originale: 7 Minuti
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia
Produzione: GOLDENART PRODUCTION, MANNY FILMS, VENTURA FILM, CON RAI CINEMA
Durata: 92
Interpreti: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Ottavia Piccolo, Anne Consigny, Michele Placido, Luisa Cattaneo, Erika D'Ambrosio, Balkissa Maiga,

L’azienda tessile Ravazzi versa in cattive acque ma c’è una concreta speranza di sopravvivenza se si riuscirà a cedere la maggioranza delle azioni a un partner francese. Molte persone, sopratutto donne, rischiano di perdere il lavoro, è c’è grande tensione nel giorno in cui la manager francese arrivata da Parigi varca la soglia della fabbrica per riunirsi inizia con i proprietari della Ravazzi.. E’ stato istituito per l’occasione un comitato di 11 donne, scelto fra le operaie, che avrà l’incarico di approvare o meno, a nome di tutte, le condizioni dell’accordo. Con grande soddisfazione il comitato legge la proposta che le viene recapitata: tutte potranno mantenere il loro posto di lavoro. Unica condizione è che rinuncino a “soli” sette minuti del loro intervallo di pranzo. Tutte sembrano pronte ad accettare questa minima condizione ma Bianca, la decana (Ottavia Piccolo), le invita a riflettere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Undici donne sanno riflettere su un problema comune, superando una visione esclusivamente personale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Brave le attrici e buon ritmo della regia, ma c’è un eccesso di didascalismo nella sceneggiatura
Testo Breve:

Undici donne lavoratrici intorno a un tavolo per decidere se accettare o no le condizioni poste dai proprietari della fabbrica. Come in La parola ai giurati, il bene comune fatica a emergere fra i tanti interessi personali 

Il film si svolge nell’arco di una giornata e inizia la mattina presto, quando le operaie entrano in fabbrica. E’ l’occasione, da parte del regista, di mostrare la multiforme umanità che varca i cancelli, fatta di giovani e di anziane, di donne bianche o di colore. C’è l’afroitaliana che finalmente ha trovato un lavoro dignitoso, la giovane bianca che attende un figlio dal suo ragazzo indiano,  l’albanese costretta a cedere alle attenzioni del capo reparto, la rumena che subisce le angherie del marito violento e c’è anche una ex-operaia, ora impiegata, costretta a spostarsi su una sedia a rotelle dopo aver subito un’incidente sul lavoro.

Tutte e 11 le donne, riunite a discutere intorno a un tavolo, con a capotavola la veterana, Bianca, intenta a dissuaderle dal prendere la decisione più facile (accettare la ridicola riduzione di 7 minuti dall’orario di pranzo) non può che ricordare il più famoso La parola ai giurati del ’57 di Sidney Lumet (nella lista dei primi cento migliori film americani, con un magnifico Henry Fonda, poi replicato nel 2007 da Nokita Mikhalkov con il titolo di 12.
Si tratta di tre film uguali nella forma ma non nel contenuto.
Il film americano progredisce attraverso una sempre più approfondita indagine dei fatti accaduti e si conclude con un’elogio della demcrazia: dodici persone, estranee ai fatti, che non avevano quindi nulla da perdere o da guadagnare, hanno avuto la responsabilità di decidere il destino di un uomo. La tenacia di uno solo di loro  è riuscita a scuotere la pigrizia e l’indifferenza degli altri.
La versione di Mikhalkov si trasforma invece in un elogio all’”anima russa”: la sua capacità di non badare tanto al rigore delle leggi, ma di guardare “dentro” le persone.
Questo 7 minuti, già opera teatrale di Stefano Massini (che firma anche la sceneggiatura assieme a Michele Placido e a Toni Trupia) affronta un problema meno grave ma di più difficile comprensione. Non si tratta di decidere se un imputato sia reo di omicidio o no, ma di comprendere se la richiesta di aumento dell’orario di lavoro di 7 minuti è lecita, data la crisi in cui versa la società o se invece si tratta di una manovra intimidatoria dei nuovi proprietari che offende quindi la dignità dei lavoratori.
Se nei due precedenti film il dilemma da risolvere aveva un differente rimbalzo sulle persone in funzione della diversa generosità che i personaggi coinvolti mostravano di avere nei confronti di un tema con non li toccava personalmente, nelle 11 donne sembra prendere il sopravvento il primordiale bisogno di continuare a guadagnare piuttosto che attardarsi a fare una protesta in difesa di alcuni principi, piuttosto che intorno a una proposta  pratica.
Questi “soli” 7 minuti diventano la violazione di un principio? Hanno il diritto queste 11 operaie di prendere una decisione per salvaguardare un principio anche a nome di tutte le loro colleghe?  In che misura le operaie più anziane possono validamente cercare di ripristinare i tempi in cui il sindacato contava ancora qualcosa rispetto alla situazione attuale, molto più fluida?
Si tratta di un problema complesso che non viene risolto in termini universali, ma nello specifico della narrazione che già orienta lo spettatore mostrando i proprietari come “i cattivi”: La manager francese che si preoccupa sopratutto di finire presto per prendere l’aereo quella stessa sera; il patron Ravazzi che cerca di blandire astutamente le operaie, il ricatto compiuto su l’ex operaia,  ora sulla sedie a rotelle, che è stata “promossa a impiegata” a patto che firmasse una carta che liberava la società da qualsiasi responsabilità sull’incidente.
Michele Placido mostra una sicura mano da regista nel dare un buon ritmo alla storia e nel dirigere le attrici tutte brave, con una piacevole sorpresa nella performance di due cantanti: Fiorella Mannoia e Maria Nazionale.
Il film mostra però il difetto di voler “dimostrare” troppo: e le undici donne finiscono per non essere dei personaggi ma dei tipi. La ragazza pugile che sbatte con forza i pugni sul tavolo; la donna picchiata dal marito che butta l’anello dentro la spazzatura, la ragazza incinta di un indiano come simbolo della multi etnia, i rappresentanti della proprietà insensibili e manipolatori… 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PIUMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/26/2016 - 15:21
Titolo Originale: Piuma
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura: Roan Johnson, Ottavia Madeddu, Carlotta Massimi, Davide Lantieri
Produzione: Carlo Degli Esposti, Nora Barbieri, Nicola Serra
Durata: 98
Interpreti: Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon, Sergio Pierattini, Brando Pacitto, Clara Alonso

Cate e Ferro sono due diciottenni che si stanno preparando ad affrontare l’esame di maturità, ma la vita li mette di fronte ad una prova ancora più grande: l’inatteso arrivo di un bambino. Attraverso varie vicissitudini, spesso anche comiche, i due giovani insieme alle loro rispettive famiglie avranno nove mesi di tempo per prepararsi, in un modo o nell’altro, all’evento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’ottimismo, la dolcezza e il fiducioso entusiasmo verso la vita con cui i due ragazzi scelgono di tenere il bambino è esemplare. Tuttavia la grottesca caratterizzazione con cui viene rappresentata la controparte adulta più razionale dei personaggi finisce con lo sminuire anche la portata dell’importanza della scelta operata dai due ragazzi
Pubblico 
Adolescenti
Qualche esplicito riferimento al sesso e all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Piuma è una commedia leggera, semplice e divertente con un gradevole ritmo narrativo, interpretata in modo brillante soprattutto dai due giovani protagonisti
Testo Breve:

Una commedia leggera per parlare di due adolescenti di 17 anni che affrontano una gravidanza inaspettata con fiducioso entusiasmo verso la vita; solo i genitori sembrano sopraffatti dalla novità 

Una piuma e una paperella, sono le immagini che caratterizzano questo film di Roan Johnson, ma perché? La spiegazione non è proprio delle più immediate ma ha una sua simpatica poesia in chiave tutta positiva. Ciò che caratterizza infatti Piuma è una visone profondamente ottimista della vita, una visione, appunto, leggera come una piuma e fluttuante come una paperella.

Ferro e Cate sono due adolescenti come tanti che si preparano all’esame di maturità al termine del quale hanno programmato una favolosa vacanza all’estero con gli amici. Ma i loro piani improvvisamente vengono sconvolti a causa di un evento inatteso: Cate aspetta un bambino. Di qui cominciano a manifestarsi le varie reazioni di tutti i protagonisti della storia. Ferro accoglie la notizia con spirito ed entusiasmo e nonostante la sua giovane età trova la forza di sostenere e accompagnare Cate nella scelta di tenere il bambino, ma il resto del mondo intorno a loro, soprattutto i genitori dei due ragazzi non riescono subito a prendere la notizia con lo stesso ottimismo.

In Piuma colpisce soprattutto la spensierata leggerezza con cui i due protagonisti, Ferro in modo particolare, affrontano la vita e le difficoltà che questa gli pone. Di fronte ad una scelta difficile i ragazzi sembrano non avere dubbi e riescono a trovare l’uno nell’altra la forza e la determinazione per affrontare gli ostacoli e le prime rinunce anche quando queste si fanno via via sempre più grandi. Di contro ci sono gli adulti che già conoscono le fatiche e i sacrifici richiesti dalla vita. Le loro paure verso il futuro dei ragazzi sono certamente motivate dall’affetto e da valide considerazioni di carattere pratico. La storia di questo film, con le due immagini della piuma che si libra leggera nell’aria al di sopra di tutto e della paperella che solca gli oceani senza affondare, induce proprio ad una riflessione sulla necessità di riuscire a dosare con equilibrio questi due aspetti: da un lato quello più ottimista e fiducioso, dall’altro quello più razionale e prudente.  

Nonostante le buone intenzioni però Piuma resta pur sempre una commedia ed è chiaro che Roan Johnson, regista e sceneggiatore, non sembra essersi voluto lasciare sfuggire l’occasione di sfruttare al meglio anche i possibili risvolti più grotteschi e comici della vicenda. Le due famiglie dei ragazzi infatti nel corso dello sviluppo della storia si trasformano sempre più in un allegro circo, sicuramente spassoso, ma purtroppo poco credibile. La storia indugia a tal punto sulla comicità indotta dal mondo degli adulti da sfiorare il ridicolo. La teatralità farsesca di questa parte della storia finisce col far sembrare i ragazzi assai più maturi e coscienziosi dei loro genitori e spezza quell’interno equilibrio iniziale.

Sul finale Piuma però si riscatta. Al giorno d’oggi sembra che il tempo per prepararsi all’arrivo di un bambino nella propria vita non basti mai e che il momento per avere un figlio non sia mai quello giusto; per i protagonisti di questo film invece i nove mesi di gestazione diventano più che sufficienti per affrontare un’avventura a cui non si sarà mai abbastanza preparati. Perché forse ha ragione Ferro: non ha senso preoccuparsi oggi di tutti i possibili problemi di domani, è sufficiente vivere e occuparsi di quanto accade momento per momento.

Autore: Vania Amitrano
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THE ACCOUNTANT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/23/2016 - 21:59
Titolo Originale: The Accountant
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Gavin O'Connor
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Anna Kendrick, J.K. Simmons

Christian Wolff è un bambino autistico. La mamma vorrebbe che frequentasse un centro specializzato mentre il padre, un ufficiale dell’Esercito, ha in mente ben altro: organizza per lui una vita fatta di dura disciplina e addestramento paramilitare che lo possa rendere pronto a reagire alle inevitabili avversità di una vita vissuta nelle sue condizioni. Christian, ormai adulto, è diventato un abile contabile perché si è rivelato un genio della matematica. Grazie alla sua fama, viene ingaggiato da una società di robotica perché una sua impiegata, Dana, sembra aver scoperto un ammanco nei conti. Il sospetto viene confermato: sono state effettuate delle delle transazioni irregolari e questa scoperta pone in serio pericolo la vita di Christian e Dana. Intanto anche Ray King, il capo della divisione delle investigazioni criminali del Dipartimento del Tesoro è sulle tracce di Christian perché lo ritiene il contabile di una grossa organizzazione criminale...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole dimostrare come la violenza sia l’unico mezzo per farsi giustizia
Pubblico 
Maggiorenni
Ripetute scene di violenza e di uccisioni a sangue freddo
Giudizio Tecnico 
 
Il film, buono nella messa in scena e con un Ben Affleck credibile come giovane affetto da autismo, è carente da un punto di vista della sceneggiatura e rende poco credibili certi passaggi narrativi
Testo Breve:

Ben Affleck nelle vesti di giustiziere in un film “macho” che esalta la violenza come unico rimedio per contrastare la delinquenza

Il film inizia in modo promettente: sembra assumere l’aspetto di un thriller finanziario, un filone poco esplorato, dove ci vengono spiegati tutti i trucchi per evadere il fisco ed effettuare pagamenti in nero. L’interesse è rafforzato dal fatto di scoprire che il protagonista, che da piccolo aveva mostrato segni di autismo, adesso esercita con successo il mestiere di contabile, grazie alle sue prodigiose doti matematiche. Riesce a convivere con la sua malattia grazie a un rigido autocontrollo anche se Christian resta un uomo chiuso in se stesso e anaffettivo.

Si tratta però solo di un’impressione iniziale; in seguito, man mano che le minacce aumentano intorno a Christian, il film si trasforma in un violento action-movie dove la scena viene occupata dai numerosi, continui combattimenti (sarebbe più opportuno parlare di stragi) che il nostro pseudo-supereroe compie, in alcuni casi per difendersi, in altri per pura vendetta.

Siamo lontani dai combattimenti di Superman contro i “cattivi”: Christian non è meno delinquente dei suoi avversari, uccide spesso a freddo anche chi non si aspetta di esser minacciato e tutta la trama converge verso l’esaltazione della violenza, l’unica adatta per risolvere situazioni di conflitto.

Odiosa è la scena che si svolge quando Christian era bambino, deriso dai compagni di scuola per il suo autismo. Il padre porta lui e il fratello in una zona appartata dove possono incontrare i suoi compagni e poi li aizza perché inizino a picchiare senza pietà.

Ben Affleck sostiene bene la parte dell’uomo insensibile, abituato a risolvere ogni cosa da solo, ma non riesce a coprire i buchi di una sceneggiatura che zoppica. Come in ogni thriller, ci si sarebbe aspettati una trama dove gli indizi ci vengono svelati progressivamente; in questo caso, a due terzi del film, l’azione si ferma perché c’è un personaggio che svela, in una lunga chiacchierata, tutto ciò che avremmo dovuto scoprire.

Si tratta di un film ruffiano che cerca di costruire empatia intorno al protagonista (protegge Dana, in continuo pericolo, elargisce generose donazioni a una clinica per ragazzi autistici) ma la situazione sfiora il sarcasmo inconsapevole quando Christian e suo fratello si ritrovano dopo tanto tempo. Il pubblico dovrebbe emozionarsi a questo evento ma in realtà sembra quasi che i due fratelli si congratulino a vicenda per aver “fatto carriera” nella delinquenza come protettori di due organizzazioni criminali fra loro antagoniste.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JACK REACHER – PUNTO DI NON RITORNO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/22/2016 - 12:24
Titolo Originale: Jack Reacher: Never Go Back
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Richard Wenk, Edward Zwick e Marshall Herskovitz, dal romanzo Never Go Back di Lee Child
Produzione: PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE
Durata: 118
Interpreti: Tom Cruise, Cobie Smulders, Danika Yarosh, Patrick Heusinger, Robert Knepper

Eroe solitario ed errabondo, Jack Reacher è un ex militare che continua a servire la Patria, sgominando cattivi su e giù per gli Stati Uniti, senza obbedire ad altre regole che alle sue. Stimatissimo dagli ex colleghi della 110ª unità della polizia militare della Virginia, cui spesso toglie le castagne dal fuoco, fa amicizia per telefono con la maggiore Susan Turner – che di Reacher ha ereditato l’incarico nella base – e decide di incontrarla di persona. Nel giorno prestabilito, però, scopre che la donna è stata arrestata, accusata di spionaggio e ritenuta responsabile della morte di due soldati in Afghanistan. Sentendo puzza di bruciato, Reacher inizia a indagare, attirandosi così le attenzioni di qualcuno molto potente che riesce a incriminarlo per un omicidio mai commesso e da cui l’eroe dovrà guardarsi bene se vorrà restare vivo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista ha un senso dell’onore, tratta con rispetto le donne ma è a favore di una giustizia fai da tè. e della giustizia,Inoltre il film è carico di scene con violenza brutale
Pubblico 
Adolescenti
scene di violenza brutale e occorrenze di turpiloquio.
Giudizio Tecnico 
 
Lo svolgimento della trama e la messa in scena, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere interessanti le sfide che si era ripromesso
Testo Breve:

Al secondo film della serie, Tom Cruise deve affrontare nemici particolamente insidiosi. Un film di onesto intrattenimento ma com molta violenza e che si dimentica in fretta

Adattamento cinematografico del diciottesimo di una serie di più di venti romanzi dello scrittore britannico Lee Child, Punto di non ritorno segue a distanza di tre anni il primo Jack Reacher, che non andò così bene al botteghino nordamericano ma che si rifece grazie agli altri mercati e alle vendite in DVD e in streaming. Un destino, quello del primo film, tipico dei B-Movie, che di solito si distinguono per la partenza lenta e per la tenuta lunga. Ne era regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie, che Tom Cruise incontrò a bordo del progetto Operazione Valchiria (2008) e che volle poi con sé come sceneggiatore di Edge of Tomorrow (2014) e soprattutto come scrittore e regista di Mission:Impossible – Rogue Nation (2015). Cruise – che in questo film come negli altri sopra citati è anche produttore – ama tornare a lavorare con le persone con cui si è trovato bene. In questo caso ritrova la stessa squadra – il regista Edward Zwick e lo sceneggiatore Marshall Herskovitz – de L’ultimo samurai (2003).

Le premesse – dati i nomi coinvolti – sarebbero promettenti ma il film non va molto al di là dell’onesto intrattenimento che si dimentica in fretta. Jack Reacher, in verità, è – almeno per com’è descritto qui (sulle criticità del personaggio del primo episodio si veda la recensione di Paolo Braga in Scegliere un film 2013) – un eroe di cui il cinema avrebbe bisogno, molto simile al Batman dipinto dalla trilogia di Christopher Nolan: un outsider, per scelta, che decide di non avere padroni per poter obbedire solo alla propria coscienza; un cavaliere con poche macchie e senza paura, paladino della giustizia, che uccide solo per legittima difesa e ha sommo rispetto per le donne che lo accompagnano e per la loro virtù.

Tutto bene, dunque? No, perché la sceneggiatura, che vorrebbe inseguire un tema, non lo centra come dovrebbe: con l’eroe, infatti, viaggiano la bella ufficiale dell’esercito (che si dimostra tosta quanto lui) e una ragazza adolescente legata a lui enigmaticamente (il dubbio sull’ipotetica parentela permane fin quasi ai titoli di coda). “Anziché essere un lupo solitario” – così l’autore del libro ha sintetizzato il senso della storia – “Jack Reacher diviene parte di una squadra a tre. Dovranno lavorare insieme per uscire dai guai, ma nessuno di loro ha familiarità con il concetto di prendere ordini. Sono tutti abituati a essere i capi di se stessi”. All’eroe, quindi, sulla carta, è richiesto un cambiamento, l’adeguarsi a una situazione completamente nuova e forse un’assunzione di responsabilità decisiva per la sua vita. Lo svolgimento della trama e la messa in scena, però, sono talmente convenzionali da non riuscire, sullo schermo, a rendere queste sfide interessanti. Stilisticamente, poi, gli autori sono indecisi se riprendere l’umorismo sardonico del primo film o prediligere un tono più intimo e crepuscolare, con la conseguenza di perdere sia sul fronte del divertimento sia su quello dell’approfondimento psicologico. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE YOUNG POPE (episodi 1 e 2)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/20/2016 - 17:17
Titolo Originale: The Young Pope
Paese: Italia, Regno Unito, Stati Uniti d'America, Francia, Spagna
Anno: 2016
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello, Tony Grisoni, Stefano Rulli
Produzione: Wildside, Haut et Court TV, Mediapro
Durata: dal 21 ottobre 2016 su Sky Atlanti
Interpreti: Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando

Il collegio cardinalizio decide di eleggere un Papa giovane, che sia facile da manipolare, e fa ricadere la sua scelta su Lenny Belardo, un cardinale quarantasettenne americano, che prende il nome di Pio XIII. Tuttavia il nuovo Papa, tormentato da un’infanzia problematica e dolorosa, si mostra da subito poco incline a lasciarsi comandare.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Paolo Sorrentino presenta i primi due episodi della serie televisiva in modo molto furbo: senza prendere posizione sui più controversi temi relativi alla morale cattolica e concentrandosi più sui personaggi. Nelle prime due puntate nella Chiesa dipinta da Sorrentino forse c'è un certo senso della religiosità, ma la fede è del tutto assente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I primi due episodi della serie si presentano molto ben costruiti a livello drammaturgico, ben diretti e ben interpretati, delineano in modo abbastanza chiaro i primi tratti dei personaggi e le relazioni umane da cui sono legati tra loro.
Testo Breve:

Un papa enigmatico ed affascinante, cucito intorno alla fantasia visiva del regista Sorrentino, che cerca di cogliere non certo il valore, ma il fascino mediatico di una istituzione universale come la Chiesa Cattolica

Un Papa oscurato e oscurantista, questo è il Pio XIII che il regista premio Oscar Paolo Sorrentino dipinge in The Young Pope, attesissima serie televisiva che immagina la Chiesa Cristiana Cattolica guidata da un romano pontefice statunitense di 47 anni.

Un’operazione furba quella di Sorrentino che già dalle prime scene fa in modo di citare tutti i temi più caldi e dibattuti in materia di morale cattolica, senza però sbilanciarsi in alcun giudizio evidente, almeno per il momento. A partire da queste prime, oniriche e surreali scene il regista procede con tutta la libertà creativa e d’immaginazione di cui sente di aver bisogno. Nelle prime due puntate della serie la narrazione spiazza il pubblico di continuo. Ogni volta che sembra di essere sul punto di afferrare una posizione o un messaggio chiari all’interno della storia, il quadro cambia completamente e la prospettiva viene ribaltata.

Questo Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, magistralmente interpretato da Jude Law, è un Papa conservatore, non tanto per le sue idee quanto piuttosto per un atteggiamento accentratore e poco incline al dialogo, fino al punto di sfiorare l’oscurantismo. Ieratico in ogni suo gesto, moralmente irreprensibile e imperscrutabile tanto da sembrare a tratti quasi inquietante. Pio XIII non si lascia conoscere e studiare da nessuno, manifesta quasi subito la sua volontà di restare invisibile agli occhi del mondo intero e fa oscurare la propria immagine celandosi dietro un’umiltà solo apparente. Al tempo stesso questa marmorea figura statuaria, una sorta di semidio terrestre, a tratti sembra quasi andare in corto circuito lasciando intravedere tutta l’umana fragilità e la debolezza che stanno all’origine del suo serafico autocontrollo. Al livello drammaturgico ne risulta un personaggio assai enigmatico e affascinante, ma decisamente fuorviante rispetto alla realtà.

Papa Belardo si muove sullo sfondo di una curia bizzarra e sontuosa. Nonostante il loro autorevole contegno Vescovi a e Cardinali in più di una circostanza si comportano in modo assai comico. Il regista afferma di non aver avuto alcun intento denigratorio; al contrario frequentando alcuni membri della curia ha avuto modo di scoprire con sorpresa che questi nelle loro conversazioni coltivano con piacere un certo umorismo; un dettaglio che ha ritenuto interessante mantenere per dare colore ai suoi personaggi.

In The Young Pope la Chiesa, nonostante le tante diverse sfumature, resta rappresentata alla maniera sorrentiniana: maestosa, imponente e naturalmente potente, con un cerimoniale sfarzoso che non sempre corrisponde alla realtà, fondata più sull’apparenza che sulla fede. Tanto che non è del tutto inappropriato paragonare gli intrighi di questo Vaticano alle cospirazioni e alle trame di potere che a grandi linee alimentano la storia di altre serie come House of cards. Come quando ad esempio, fatte le debite differenze, il Papa induce il povero frate confessore di tutti gli ecclesiastici che risiedono in Vaticano a rompere il vincolo di segretezza della confessione per poter avere il pieno controllo del modo di agire e pensare dei prelati a lui vicini. Non si può dire che la prospettiva religiosa sia del tutto trascurata; al contrario Pio XIII e i personaggi a lui più vicini, come il segretario di Stato cardinale Angelo Voiello, interpretato da Silvio Orlando, e suor Mary, Diane Keaton, mostrano in più di una circostanza di affrontare momenti di dubbio, di ricerca, di preghiera e di riflessione in una prospettiva di fede. Si tratta però appunto solo di una prospettiva, peraltro assai incerta e tormentata, e mai di uno sguardo veramente trascendente sul mondo e sulla vita.

Certamente da Sorrentino non ci si poteva aspettare una interpretazione della Chiesa Cattolica coerentemente inserita in una realtà di fede e tantomeno uno sguardo aperto alla trascendenza. L’affresco tracciato dal regista in questi primi due episodi corrisponde ad una sua personale fantasia, è un libero racconto fondato sulla sua immagine di Chiesa. Un'immagine probabilmente da molti condivisa, ma carente di tanti e fondamentali aspetti.

"È un lavoro - ha detto Sorretino ai giornalisti a Venezia - che affronta con curiosità e onestà, senza sterili provocazioni o pregiudizi e fin dove può, le contraddizioni, le difficoltà e le cose affascinanti della Chiesa”; ma bisogna anche aggiungere che un’istituzione grande e millenaria come la Chiesa Cattolica è in grado di suscitare una curiosità e un interesse notevoli anche al livello commerciale. Un aspetto che Sky, HBO e Canal+ non hanno ignorato e su cui infatti hanno volentieri investito cifre considerevoli. Tanto che Sorrentino ha annunciato di lavorare già alla seconda stagione della serie.

The young Pope è trasmesso su Sky Atlantic alle 21,15 dal 21 ottobre 2016  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I MEDICI (episodi 1 e 2)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/20/2016 - 15:11
Titolo Originale: I Medici
Paese: GRAN BRETAGNA, ITALIA
Anno: 2016
Regia: Sergio Mimica-Gezzan
Sceneggiatura: Frank Spotnitz, Nicholas Meyer
Produzione: Big Light Productions, Lux Vide, Wild Bunch
Durata: SU RAI 1 dal 18 ottobre 2016
Interpreti: Richard Madden, Dustin Hoffman, Annabel Scholey, Lex Shrapnel, Alessandro Preziosi

Giovanni de’ Medici, il capostipite della dinastia, muore assassinato. Cosimo ne prende il posto. Deve subito affrontare l’antagonismo della famiglia Albizzi che ha trascinato Firenze in una guerra contro Milano, danneggiando di fatto tutte le attività commerciali e finanziarie della città. Cosimo è una persona prudente: senza esasperare il contrasti riesce a portare la pace fra Firenze e Milano e al contempo dà il via al completamento della cupola del Duomo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Gli atti compiuti dai componenti della famiglia Medici, che puntano soprattutto alla loro prosperità, sembra obbedire alla legge di “il fine giustifica i mezzi”
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sessualmente audace
Giudizio Tecnico 
 
La fiction è stata realizzata in piena aderenza ai canoni della bellezza esaltati dal Rinascimento. Ottima l’interpretazione di Dustin Hoffman; opaca quella di Richard Madden
Testo Breve:

La storia di Cosimo de’ Medici: la sua abilità politica e il suo mecenatismo. Una fiction in una confezione di lusso con un grande Dustin Hoffman e qualche incompiutezza, nei primi due episodi, nella definizione dei personaggi

Sono state tramesse su RaiUno, martedì 18 ottobre, le prime due puntate del Serial TV I Medici. Ci limitiamo pertanto a commentare ciò che è stato visto finora, ben consapevoli che solo l’osservazione dell’intera seria potrà consentire un commento ponderato.

Il primo aspetto della fiction che salta agli occhi, è la bellezza. La bellezza delle ambientazioni (le riprese sono spesso state effettuate nei palazzi originali), dei dolci paesaggi toscani, dei costumi e la bellezza delle stesse attrici scelte come protagoniste. Non si tratta di un’estetica oleografica ma di una bellezza reale, un giusto tributo a quest’epoca d’oro della nostra storia, che verrà sicuramente apprezzata nei paesi in cui la fiction verrà trasmessa.
I Medici è il risultato di una poderosa produzione internazionale e sia il cast artistico che quello tecnico sono costituiti da talenti provenienti da varie parti del mondo. 
Si può facilmente quindi comprendere come questa fiction ha dovuto allinearsi a uno stile narrativo che risulta dominante sul mercato internazionale, che è poi quello dei blockbuster televisivi americani. Si tratta di un’osservazione doverosa, rivolta soprattutto a coloro che sono abituati ad abbinare la Lux Vide (coproduttrice) ai serial del genere Don Matteo.

Citiamo almeno cinque scelte narrative che caratterizzano questo tipo di “internazionalizzazione”.

1-Quando un uomo e una donna decidono di stare insieme, come amanti o come coniugi, occorre sempre mostrare come si comportano nell’intimità del loro letto, anche se in questa fiction compaiono nudità solo parziali.
2-L’omosessualità riveste una significativa rilevanza. Nelle due prime puntate sono già due gli accadimenti narrati: viene mostrata come reale la supposta tendenza di Donatello e viene attribuita la stessa tendenza al cardinale Orsini. Non ci sono prove che Donatello subisse, quando era a Roma, un’accusa di sodomia ma l’inserimento di questa ipotesi serve per sottolineare l’insensibilità della Chiesa su questo tema.
3-In molte sequenze affiora il giudizio sbrigativo sulla Chiesa Cattolica a cui siamo stati abituati da tanti serial di cultura protestante: fanciulle seminude che escono dall’alcova di un cardinale, prelati che si fanno corrompere per un borsello pieno di monete d’oro. Nessuno mette in dubbio il livello di degrado della Chiesa del tempo ma forse la presenza di qualche sacerdote o cardinale capace di fare onore all’abito che porta avrebbe evitato il giudizio globalmente negativo che traspare da queste prime due puntate. La sequenza nella quale i cardinali vengono corrotti perfino durante la reclusione del conclave con biglietti messi fra le loro pietanze è identica a quella che ci è stata già mostrata nel serial I Borgia nella versione canadese con Jeremy Irons.
4- Il protagonista non è un eroe positivo ma un uomo che è cattivo o buono in funzione della sua convenienza (Breaking Bad e Better Call Saul docent) : in questo caso Cosimo non persegue principi assoluti ma si muove per raggiungere ciò che èconveniente per la famiglia secondo un principio di utilità.
5- Infine l’esecuzione di omicidi compiuti, su mandato di Cosimo de’ Medici; anche se non esistono prove storiche a riguardo (tanto meno l’assassinio di Giovanni dè Medici, che finì tranquillamente i suoi giorni nel suo letto) servono per enfatizzare  il binomio potere-morte secondo lo stile ormai consolidato di House of Cards.

La fiction tratta un arco di tempo molto ampio (circa quarant’anni, dal 1409 al 1449) e sono pochi i lavori che hanno avuto archi narrativi così estesi sul tema del Rinascimento. Si possono  citare I Medici – Padrini del Rinascimento di History Channel (2004), che ha enfatizzato il mecenatismo e l’intraprendenza bancaria della famiglia e il classico lavoro di Roberto Rossellini: L’età di Cosimo de’ Medici (1972), che ha sottolineato soprattutto la transizione da un mondo agricolo alla supremazia di una citta orientata alle arti e ai mestieri.  Anche gli autori Frank Spotnitz e Nicholas Meyer di questo I Medici hanno avuto il non facile compito di far trasparire, in forme adatte al piccolo schermo, le tendenze, gli umori di quel tempo. 
Questo problema è stato spesso risolto verbalmente, più che visivamente.
In un confronto serrato fra il nobile Albizzi e Cosimo de' Medici durante una seduta del Consiglio, viene delineata la contrapposizione fra le famiglie nobili di Firenze pronti a combattere per la gloria della città (“altrimenti le nostre spade si arrugginiscono”) e la classe dei mercanti e del popolo, sostenuti da banchieri come i Medici, amanti della pace, a beneficio dei loro affari. 
Allo stesso modo, in un dialogo fra Giovanni de' Medici e sui figli, traspare la nuova funzione che stanno assumendo gli istituti di credito, così diversa dal concetto di usura: “il nostro profitto viene dal commercio e dal credito: noi diamo un’opportunità a chi altrimenti non ne avrebbe”.

Nella fiction predomina su tutti l’interpretazione del grande Dustin Hoffman. A lui bastano poche battute per fornirci l’immagine del pater familias che tiene sotto il suo stretto controllo i componenti della famiglia e li dirige per perseguire obiettivi da lui ben definiti. 
Ben delineata è anche la figura della Contessina, la moglie di Cosimo, impegnata a difendere e a mantenere l’armonia della famiglia.
Più ermetica, in queste due prime puntate, la figura di Cosimo. Dal volto perennemete pensoso di Richard Madden traspare a fatica la sua personalità. A parole sembra un uomo pacifico ma poi quando i suoi uomini vanno oltre (uccidono invece di limitarsi a minacciare) appare incerto, rassegnato al fatto compiuto. Anche i rapporti con la moglie restano incompresi: lei è moglie fedele e madre scrupolosa e il comportamento scostante di lui non trova alcuna motivazione.

In complesso un lavoro altamente professionale, un prodotto  ben confezionato ma con un’anima ancora in definizione, che probabilmente verrà meglio delineata nelle prossime puntate. 
Ovviamente il serial non cerca di giustificare le molte azioni delittuose o di corruzione della famiglia Medici, anche se più volte, un componente della famiglia, cita la frase: “a volte è necessario fare del male per raggiungere un bene molto più grande”. 
Si tratta di un sinistro richiamo al principio di utilità; in realtà i Medici, da buoni cristiani, dovrebbero ben sapere che non si può mai fare del male per ottenere del bene. In questo caso il “bene” è il loro tornaconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NERUDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/17/2016 - 21:30
Titolo Originale: Neruda
Paese: Argentina, Cile, Spagna, Francia.
Anno: 2016
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Guillermo Calderón
Durata: 107
Interpreti: Luis Gnecco, Gael García Bernard, Alfredo Castro, Mercedes Morán, Pablo Derqui, Michael

In Cile, nel 1948, il governo di Gabriel Gonzales Videla, eletto dalla sinistra ma manipolato dagli Stati Uniti, dichiara clandestino il comunismo. Pablo Neruda, in quanto senatore comunista, si oppone alla decisione. Videla, ossessionato dal poeta e dalla sua influenza sul popolo, incarica il prefetto Oscar Peluchonneau di ricercare e imprigionare Neruda che si nasconde in Cile con la moglie, nell’attesa di varcare il confine e fuggire all’estero. Il prefetto, intriso di odio e amore per il poeta, si impegna così in un inseguimento serrato e ossessionante lungo tutto il paese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non sposa una teoria o ideologia ma tenta (riuscendoci piuttosto bene) a restituire la complessità della realtà in maniera non ideologica, non sleale con la natura umana però si mantiene abbastanza acritico con le condotte di vita avventurose
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo, diverse sequenze ambientate in bordelli con esplicite allusioni sessuali, qualche scena di violenza leggera
Giudizio Tecnico 
 
La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema. La dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso
Testo Breve:

Nel Cile del 1948, Pablo Neruda, il famoso poeta e senatore comunista. deve vivere in clandestinità braccato dalla polizia. La storia ottiamente scritta di un inseguimento

Per chi, considerando il titolo e la trama, si aspettasse legittimamente un racconto biografico eroico, la visione di Neruda potrebbe risultare profondamente spiazzante.

Se, dopo No- I giorni dell’arcobaleno, Pablo Larraín torna a parlare della storia del Cile attraverso la vita del suo personaggio più illustre, l’approccio neutro e piano del film storico è ciò che di più lontano esista da quest’opera a cavallo tra noir, on the road, black comedy e metaracconto.  

Il regista sceglie di non parlare di Neruda ma degli infiniti sguardi che si posano su di lui, investendolo di significati soggettivi, diversi a seconda di chi si approcci alla sua immagine e alla sua poesia. Un punto di vista frammentato che trova la sua unità nella voce narrante dell’indimenticabile personaggio di Peluchonneau e che sa restituire le contraddizioni del poeta cileno e della storia di un Paese, in costante tensione tra molteplici verità coesistenti.

Eppure, nonostante il mélange di generi e significati, Neruda possiede una compattezza invidiabile, grazie a un tema pervasivo e universale. Sin dalle prime parole della voce narrante Neruda si dichiara come la storia di una caccia, e la dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso.

La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema: il tema dell’ “incatturabilità” pervade ogni elemento della scena. A sfuggire inevitabilmente dall’ossessione di Videla e Peluchonneau non è solo Neruda, ma la poesia stessa e, con una metafora universalizzante, ogni essere umano nella sua singolarità.

La voce narrante del prefetto, lucido e folle al contempo, tesse un dialogo continuo in ogni scena: per ogni significato arriva inesorabile il suo contrappunto, in un gioco di rimandi tutt’altro che relativista, ma piuttosto aderente all’incommensurabile complessità della storia e di ogni vita umana. L’ironia profonda della sceneggiatura, che non risparmia inseguito né inseguitore, possiede il tono ma non il cinismo della black comedy, e illumina di tenerezza i personaggi, mai compatti, pervasi da crepe e fragilità.

Solo per un istante il film perde ritmo e armonia, a pochi minuti dal finale, impantanandosi nell’astruso di alcune didascaliche riflessioni metanarrative; un inciampo che apre troppo frettolosamente a complessità interpretative. Ma subito si riprende, regalandoci un inseguimento quasi western nella neve, in cui Neruda va incontro al suo nemico, immagine metaforica di un ricongiungimento impossibile e agognato tra inseguito e inseguitore, tra verità che si sfiorano senza mai abbracciarsi. E’ soltanto la preparazione per una chiusa ancor più spettacolare che toglie lo sguardo dal vate e illumina il grigio anonimato di Peluchonneau per ricordarci il bisogno assoluto degli altri e della loro parola, senza la quale non saremmo chiamati alla vita e tratti fuori dal buio dell’oblio.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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