Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

CAFE' SOCIETY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/27/2016 - 12:51
Titolo Originale: Café Society
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: GRAVIER PRODUCTIONS
Durata: 96
Interpreti: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Jeannie Berlin, Steve Carell

New York, anni trenta.  I Dorfman sono una numerosa famiglia ebrea che vive nel Bronx. Hanno uno zio, Phil, che si è trasferito a Hollywood e ha avuto successo come produttore. Suo nipote Bobby, non trovando molte opportunità a New York (se non quelle che gli offre il fratello Ben, legato alla malavita) decide di trasferirsi in California. Lo zio inizia a dargli qualche lavoretto e prega la sua segretaria, Vonnie, di fargli conoscere la città. I due giovani iniziano a frequentarsi e fra loro sboccia l’amore. In realtà Vonnie è combattuta perché da un anno è l’amante segreta dello zio Phil, che sembra deciso a lasciare la moglie per vivere con lei…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nella Cafè Society tratteggiata da Woody Allen si divorzia spesso e le porte restano sempre aperte a nuovi innamoramenti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza criminale, anche se non vengono mostrati dettagli, possono non essere indicate ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Woody conferma il suo stile inconfondibile, fatto di eleganza e di dialoghi arguti e ironici ma in questo caso non sono stati posti al servizio di una storia appassionante
Testo Breve:

Un racconto fra Hollywood e New York, fra nostalgia e tradimenti. Un Woody Allen gradevole ma che non riesce ad appassionare

“Leonard (lo zio intellettuale marxista) dice che l’intensità della vita consiste in questo: non solo dobbiamo accogliere la sua mancanza di significato ma celebrare la vita proprio perché non ha significato”.
La mamma dice sempre: “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e un giorno ci azzeccherai”
Alla morte del fratello-gangster, la madre commenta: “prima un omicida e  ora  mi diventa anche cristiano. Che cosa ho fatto per meritare questo? Non so quale è peggio”.
Anche il padre è scontento. “Quando morirò protesterò per bene: è tutta la vita che prego e prego e non c’è mai una risposta. E’ un peccato che la religione ebraica non abbia un aldilà: sai quanti clienti in più avrebbe”

Sono queste le (in fondo poche) battute dove Woody non perde occasione di filosofeggiare sul senso della vita e lanciare frecciate alla religione ebraica. Per il resto il film è un compendio di quanto ci si può aspettare da questo autore, che pur fra tanti film belli e brutti (con questo film ci troviamo a metà strada) resta un professionista di prim’ordine.

Questo Cafè society esprime pienamente Woody: la cronica impossibilità di rinunciare all’eleganza e alla bellezza; i dialoghi ben costruiti e sottilmente ironici; una ricostruzione meticolosa e carica di nostalgia del bel tempo che fu (in questo caso gli anni ’30, valorizzati dalla fotografia di Giuseppe Storaro); la passione per il jazz e tanti amori scombinati dove il tradimento è sempre dietro l’angolo.

Il problema del film è proprio questo: c’è un po’ troppo di tutto e con poca anima.

Cerca di ricostruire i favolosi anni trenta di Hollywood citando famosi attori e registi dell’epoca e facendoci stupire con le loro lussuose ville, ma siamo lontani dalla ricostruzione degli umori, dei pensieri delle speranze della Parigi dei tempi di Hemingway di Midnight in Paris.

Gli amori e le crisi coniugali sono sempre presenti nei suoi film ma in questo caso (Phil deve decidere se abbandonare la moglie e i figli per sposare la più giovane Vonnie)  chi deve scegliere la via del tradimento non sembra essere particolarmente angosciato. Diverso è stato il caso di Blue Jasmine dove veniva ricostruita ogni piega del dramma di una donna lasciata dal marito.

Nonostante l’innegabile piacevolezza del racconto, il film ha una struttura complessa: si svolge nell’arco di più anni fra Los Angeles e New York con molti personaggi per esprimere, alla fine,  un unico sentimento: la nostalgia struggente di ciò che non è stato detto e di ciò che non è stato fatto e l’incapacità di saper convivere con le decisioni prese. Se prima avevamo detto che questo film appare un compendio di tutto Woody, dobbiamo sottolineare un’eccezione: il regista ha sempre avuto un tocco particolare nel dirigere le donne (Cate Blanchett ha vinto l’Oscar mentre Penelope Cruz  si è meritata una Nomination grazie a Woody) ma questa volta il personaggio di Vonnie, interpretato da Kristen Stewart appare un po’ sbiadito. Ma forse non è solo colpa del regista…

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN MEDICO IN FAMIGLIA 10

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/20/2016 - 20:13
Titolo Originale: Un medico in famiglia 10
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Elisabetta Marchetti, Isabella Leoni
Produzione: Publispei per Rai Fiction
Durata: 100'
Interpreti: Lino Banfi, Giulio Scarpati, Milena Vukotic, Flavio Parenti, Valentina Corti

Il dott. Martini, detto Lele, vive a Roma, con suo padre Libero, sua suocera Enrica, la figlia Anna, avuta dalla prima moglie defunta e i due gemelli avuti da Alice, sua seconda moglie nonché cognata, dalla quale si è separato poco dopo la nascita dei bambini, ora divenuti adolescenti. In casa Martini, temporaneamente, vivono anche Maddalena, una donna sola, figlia di un caro amico di Libero, abbandonata dal padre e dal marito, e il cugino nonché collega di Lele, il chirurgo Lorenzo, con la moglie Sara e il figlio Tommaso, i quali attendono che sia pronta la loro nuova casa. In Francia, invece, vivono l’attuale moglie di Lele e il loro figlio Carlo. Già nella prima puntata si intuisce quale sarà la vicenda centrale della fiction: Lele scopre di essere stato tradito dalla sua prima moglie defunta. Valerio, l’amante della donna, rivendica ora la possibilità che Anna, l’ultima bambina avuta da Elena, sia sua figlia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La fiction vuole presentare la bellezza dello stare insieme, ma le situazioni famigliari che mostra sono confuse e i legami interpersonali troppo fragili. Inoltre gli autori non perdono occasione per ridicolizzare molti aspetti cardine della vita cristiana
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono volgarità ma le complesse e contorte situazioni familiari che vengono descritte sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Le situazioni presentate sono irreali e la fiction non ha futuro: la serie sta in piedi solo grazie alla simpatia degli attori, agli intrighi amorosi, ai tradimenti e a delle verità nascoste del passato.
Testo Breve:

Un Medico in Famiglia 10, con scarsi indici di ascolto, va avanti grazie alla simpatia dei protagonisti e alla costruzione artificiosa di intrighi e colpi di scena in mezzo a fragili legami familiari 

La fiction ci presenta ancora una volta una famiglia “allargata”, anche se sarebbe più corretto definirla “smembrata”: di stagione in stagione, infatti, attori con ruoli fondamentali abbandonano il cast, portando alla creazione di situazioni famigliari confuse e quasi irreali. Basti pensare che Lele, dipinto come padre premuroso e uomo amorevole, in questa stagione vive lontano da sua moglie e dal suo ultimo bambino e sembra molto più coinvolto nelle vicende della sua casa romana che non da ciò che accade alla moglie e al figlio lontani. La scelta degli sceneggiatori, per quanto sconcertante, non dovrebbe stupire: non è la prima volta che la fiction mostra figure paterne e materne completamente assenti senza dare giustificazioni credibili a riguardo. Si pensi ai gemelli di Lele, Libero ed Elena, che sono cresciuti e diventati ormai adolescenti senza una madre, sebbene questa sia ancora viva.

Gli autori della serie sembrano non preoccuparsi delle incongruenze e della fragilità dei legami che presentano, molto più presi dalla creazione di intrighi e colpi di scena che distolgono l’attenzione da ogni possibile riflessione sulla genitorialità e sui valori famigliari.  Gli sceneggiatori non si fanno neppure scrupoli ad infangare la memoria di un personaggio amato e stimato come Elena, la prima moglie di Lele, che risulta aver tradito il marito per mesi senza averlo mai confessato.

Appare in modo lampante, d’altronde, che la fiction non si preoccupa di condividere dei valori o di insegnare qualcosa al suo pubblico: unico scopo della serie sembra quello di suscitare curiosità e tenere lo spettatore con il fiato sospeso di puntata in puntata. Tutto ciò che si può apprendere dalle vicende di “Un medico in famiglia” è che l’essere umano è tremendamente fragile e incostante: bugie, tradimenti, verità nascoste intessono la tela di tutta la narrazione.

L’unico personaggio che sarebbe potuto apparire coerente, Maddalena (che si considera sposata nonostante sia stata lasciata dal marito e che, umilmente, si abbandona a Dio, per capire cosa fare della sua vita) viene dipinta come una donna ingenua, goffa, superstiziosa, rigida nelle sue convinzioni. E gli autori, servendosi di lei, non perdono occasione per ridicolizzare molti aspetti cardine della vita cristiana e della dottrina della Chiesa (quali l’importanza della messa, della preghiera e del rapporto personale e quotidiano con Dio, la dignità del ministero sacerdotale, l’indissolubilità del matrimonio). Maddalena, per quanto appaia una donna simpatica, viene rappresentata come la credente fanatica, che va aiutata ad essere più concreta e sicura di sé.

Bisogna ammettere che la serie non è noiosa: è accattivante e riesce a trasmettere la sensazione che sia bello vivere insieme, in armonia. Baci, abbracci, sorrisi, battute sono all’ordine del giorno in casa Martini, una casa “sempre piena di gente”, dove c’è un continuo via vai e dove ognuno può sentirsi accettato e benvoluto per quello che è. Questo, probabilmente, è uno dei suoi maggiori punti di forza, accanto alla permanenza di personaggi che rappresentano il cuore della fiction, come nonno Libero, interpretato da Lino Banfi.

Tuttavia, i difetti della serie, sia sul piano valoriale che dal punto di vista drammaturgico, mettono a nudo quanto la sensazione di serenità che si vuole lasciare al pubblico sia costruita in modo artificiale.

Gli sceneggiatori, per quanto abili e capaci di costruire una storia con i personaggi che hanno, si ostinano a chiamare quel gruppo di persone che si allarga e si smembra “famiglia Martini”, ma basta guardare le ultime 3 stagioni per capire che il termine famiglia suona molto come una forzatura. Una vera famiglia, in “Un medico in famiglia” non esiste. E la serie sta in piedi quasi per miracolo.

Il fatto che per andare avanti la fiction debba “riesumare” un personaggio defunto, la dice lunga: quando una serie non ha futuro, si può solo scavare nel passato.

 

 

Autore: Cecilia Galatolo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CLAN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/19/2016 - 18:02
Titolo Originale: El Clan
Paese: Argentina, Spagna
Anno: 2015
Regia: Pablo Trapero
Sceneggiatura: Pablo Trapero, Esteban Student, Julián Loyola
Produzione: KRAMER & SIGMAN FILMS, MATANZA CINE, EL DESEO, IN COPRODUZIONE CON TELEFÉ, TELEFONICA STUDIOS
Durata: 108
Interpreti: Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich

Nell’Argentina dei primi anni Ottanta, appena terminata la guerra delle Falkland, Arquímedes Puccio, un funzionario dei servizi segreti, organizza sequestri di persone facoltose con l’aiuto, tra gli altri complici, del figlio Alejandro, giocatore della nazionale argentina di rugby. I sequestri, perpetrati anche grazie al silenzio della famiglia e dello stesso governo, si concludono sempre con la riscossione del riscatto e l’uccisione dell’ostaggio. Le cose iniziano a cambiare con la fine della dittatura e il ritorno alla repubblica, ma soprattutto nel momento in cui Alejandro, che vuole sposarsi e avere una vita normale, apre gli occhi sull’abisso di violenza e menzogne in cui il padre sta trascinando la famiglia, cominciando a prenderne le distanze…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un figlio, dopo aver accettato tutto, ha un risveglio di coscienza e poco a poco accetta sempre di meno i delitti del padre fino a una ribellione completa. L'autore, attraverso una breve sequenza, non manca di dare una sferzata a chi è cattolico, che considera ipocrita e colluso con il potere
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena esplicita di sesso e alcune scene di violenza
Giudizio Tecnico 
 
Il film ha vinto nel 2015 con il Leone d’argento a Venezia e riesce a rappresentare in modo approfondito lo stato d’animo di un Paese uscito dalla dittatura, attraverso le contraddizioni e le ipocrisie di una famiglia che ne è per certi versi l’emblema
Testo Breve:

Un film crudo (Leone d’argento a Venezia nel 2015) che riesce a evidenziare la fragile facciata di valori e di ideali su cui si reggeva l’Argentina appena uscita dalla dittatura militare

Dopo sette anni della più terribile dittatura nella storia argentina e al termine di una guerra tanto sanguinosa quanto inutile, il Paese, ferito e tradito, è allo sbando. In questo ben preciso contesto storico, da considerare a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film, si colloca la vicenda dei Puccio, una famiglia che di normale ha solo l’apparenza.

Il film riesce nel tentativo di raccontare in modo per niente superficiale lo stato d’animo di un Paese, attraverso le contraddizioni e le ipocrisie di una famiglia che ne è per certi versi l’emblema.

Al centro del racconto, infatti, c’è lo stridente contrasto tra la ferocia e la spregiudicatezza dell’attività criminale messa in piedi da Arquímedes per conto del governo, e la facciata di valori e di grandi ideali su cui si regge non solo la famiglia, ma anche la nazione stessa. Orgoglio, voglia di rivalsa, fedeltà, solidarietà tra simili e, soprattutto, senso di appartenenza al “clan”, appunto, di qualsiasi natura esso sia: che sia la famiglia o l’organizzazione criminale, che sia la nazione o la squadra di rugby (sport che racchiude in sé tutti i valori sopra elencati e perfetto, quindi, come metafora del tema).

È una storia che parla di grandi contraddizioni, un aspetto sottolineato egregiamente anche dalla regia (per la quale il film è stato premiato nel 2015 con il Leone d’argento a Venezia) che alle scene dei rapimenti, spesso realizzate con la dinamicità della macchina a mano, alterna sequenze dai ritmi cadenzati, composte da lenti movimenti di macchina o da una serie di quadretti per mezzo dei quali viene raccontata la tranquilla normalità della vita famigliare. Il passaggio spesso brusco tra questi due tipi di scene produce un effetto a dir poco alienante.

Alienata è anche la personalità di Arquímedes, capofamiglia e capobanda, emblematico esponente di una classe dirigente che ha messo in ginocchio il popolo argentino. Così come il governo per cui lavora, anch’egli ha approfittato della fiducia in lui riposta dalle persone di cui avrebbe dovuto prendersi cura: la sua famiglia. L’uomo, possessivo ai limiti del patologico, manipola e soggioga moglie e figli, distribuendo a piacimento menzogne, paure e sensi di colpa, a seconda di quello che più gli è funzionale per la realizzazione dei propri piani criminali e, a livello più profondo, per soddisfare la propria sete di potere e di controllo.

A farne le spese più di tutti, il figlio Alex, la cui unica colpa forse è quella di essere il primogenito. Il ragazzo, infatti, è totalmente succube della figura paterna ed è disposto a credere ad ogni sua parola, pronunciata in nome di un falso bene che esiste solo nella sua mente. Almeno fino al terribile finale dove, quasi inevitabilmente, non c’è redenzione.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRAFFICANTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/19/2016 - 10:52
Titolo Originale: War Dogs
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Todd Phillips
Sceneggiatura: Stephen Chin, Todd Phillips, Jason Smilovic
Produzione: JOINT EFFORT, MARK GORDON COMPANY
Durata: 114
Interpreti: Jonah Hill, Miles Teller, Ana de Armas, Bradley Cooper

David, che vive a Miami, non è ancora riuscito a trovare un lavoro che lo soddisfi. Guadagna qualcosa come massaggiatore terapista a domicilio ma quando decide di investire i suoi risparmi comprando una partita di lenzuola di puro cotone egiziano per venderla ai soggiorni per anziani di Miami, si accorge ben presto che la sua iniziativa è destinata al fallimento. Come se non bastasse, Iz, la ragazza con cui convive, lo informa che stanno aspettando un bambino. A questo punto David incontra Efraim, un suo vecchio compagno di scuola che lo invita a unirsi a lui nella vendita di armi all’Esercito degli Stati Uniti. David accetta con la promessa di favolosi guadagni e in effetti la ditta da loro costituita riscuote in poco tempo un grande successo. Spinti dal desiderio di guadagnare sempre di più, decidono alla fine di imbarcarsi in un affare più grande di loro…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra un atteggiamento ambiguo: costruisce dei personaggi cinici e ambiziosi che di fatto diventano gli eroi del racconto in grado di realizzare, con l’astuzia e l’inganno, favolosi guadagni, fino a quando non vengono smascherati
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo con frequenti riferimenti sessuali, uso di droga
Giudizio Tecnico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti, in particolare di Jonah Hill, la regia di Todd Phillips si concentra più sui fatti che sulle parole con un ritmo serrato
Testo Breve:

Due giovani fanno affari d’oro vendendo, senza esperienza, armi all’Esercito Americano. Una storia vera di facili guadagni sulle sventure della guerra

La storia raccontata in questo film si ispira a fatti realmente accaduti ed è questo il suo vero, indiscusso, interesse. Non sono pochi i film che hanno affrontato il tema del traffico d’armi ma la bravura del regista Todd Philips sta proprio nell’esser riuscito a farci immergere nel mondo di questi commercianti che operano a migliaia di miglia da qualsiasi campo di battaglia, nel metterci alla loro scrivania per consultare la lunga lista di bandi che ogni giorno vengono emessi dall’esercito americano per l’acquisto di armi (siamo ai tempi della guerra in Irak), nel compilare l’offerta e poi click! Spedirla via Internet sperando di vincere. Per trovare le armi da rivendere basta partecipare alle numerose fiere di armi che vengono organizzate negli Stati Uniti, dove si si ritrovano tutti i maggiori fornitori mondiali e quando le quantità diventano troppo importanti, bisogna alzare il livello di rischio, entrare nel sottobosco dei mediatori irregolari che riescono a trovare la merce giusta in magazzini non ufficiali.

Il racconto è ravvivato da sequenze avventurose (la corsa, con un camion carico di armi, attraverso il deserto dell’Irak, che nella realtà non è mai avvenuta) e da spunti romantici (l’amore contrastato fra Daviz e Iz) ma l’interesse del film sta proprio nella descrizione dettagliata di quel meccanismo che prometteva profitti favolosi; nel modo eccessivamente aperto e “democratico” con cui l’Esercito Americano accettava di comperare armi anche da piccoli e  spesso  sconosciuti mediatori, probabilmente per far fare ad altri il lavoro sporco di andare in giro per il mondo a cercare armi o proiettili, di provenienza non ortodossa.

Efraim e David sono molto diversi fra loro: il primo è un cinico dominato da una bramosia di guadagno senza limiti; il secondo è un debole che ha dei buoni principi (sostenuto in questo dalla sua ragazza Iz) ma non sa resistere alla lusinga di facili guadagni.

La descrizione della vita e degli affari dei due protagonisti ricalca, in modo quasi   gemellare, il più famoso The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese (non a caso l’attore Jonah Hill, bravissimo, è presente in entrambi). I loro dialoghi sono intercalati da un turpiloquio continuo e ogni occasione è buona per sniffare un po’ di polvere bianca. Efraim, in particolare, sa mentire con destrezza, spende le serate in locali notturni, si compra le donne per una notte come comprerebbe qualsiasi altro oggetto di lusso e per raggiungere i suoi obiettivi non esita a falsificare documenti e a disattendere i suoi impegni con i fornitori. Appena riesce a metter le mani su un buon affare, cerca subito di tradire i suoi soci per sottrar loro parti del guadagno.

Il film finisce come la vera storia è finita: Efraim e David vengono arrestati dall’FBI e Efraim trascorre quattro anni in prigione. Dovremmo concludere che alla fine si tratta di un film positivo perché i “cattivi” vengono puniti. In realtà ci troviamo di fronte a un altro dei tanti racconti ormai presenti nei serial televisivi (Breaking Bad,,..) o al cinema (The Wolf of Wall Street), su degli  “eroi cattivi”. E’ vero, si tratta di protagonisti che fanno una brutta fine ma intanto abbiamo potuto appassionarci alle loro imprese perché in fondo, ciò che conta, è Instant living: ”è vero, ora sono stato punito- sembrano dirci questi eroi-  ma quanto è stato divertente essersi sentito, sia pur per poco, come il padrone del mondo e ho potuto fare tutto quello che volevo..”.

Questo film, che beneficia di un’ottima recitazione e una regia asciutta ed essenziale, ha il merito di aver denunciato una grossa, dolorosa verità: quando un governo è impegnato a spendere del denaro pubblico per affrontare tragici eventi (una guerra, ma anche un terremoto, una calamità naturale) si alza subito in volo uno stormo di avvoltoi, che non si rattristano molto per i morti che questi eventi portano con sé ma sono solo ansiosi di accaparrarsi una fetta dei tanti soldi che verranno spesi in queste occasioni

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRIDGET JONES'S BABY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 09/17/2016 - 14:42
Titolo Originale: Bridget Jones's Baby
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2016
Regia: Sharon Maguire
Sceneggiatura: Helen Fielding, Dan Mazer, Emma Thompson
Produzione: WORKING TITLE FILMS
Durata: 122
Interpreti: Renée Zellweger, Colin Firth, Patrick Dempsey, Emma Thompson

Bridget festeggia tutta sola i suoi 43 anni. Il suo eterno fidanzato Daniel Cleaver è dato per morto in seguito a un incidente aereo mentre l’altro importante uomo della sua vita, Mark Darcy, si è sposato. Per fortuna ottiene importanti soddisfazioni professionali dal suo lavoro di produttrice televisiva ed è proprio una sua collega che le propone di concedersi un week end di follia partecipando a un festival canoro dove gli incontri con l’altro sesso saranno più facili. In effetti Bridget fa, in quell’occasione, la conoscenza con un prestante e ricco americano, Jack Quant con il quale trascorre una notte insieme. Alcuni giorni dopo Bridget si trova in un albergo dove partecipa al battesimo del figlio di una sua amica in qualità di madrina e scopre, con stupore, che Mark è l’altro padrino. Mark confessa di amarla ancora (sta per divorziare) e i due non tardano a trasferirsi ai piani superiori in una camera da letto. Qualche mese dopo Bridget scopre di essere incinta ma non sa quale dei due uomini sia il padre…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film, in mezzo a tante allusioni trasgressive, trasferisce con sincera convinzione, la felicità che scaturisce dalla nascita di un figlio
Pubblico 
Maggiorenni
Il film è considerato restricted anche in USA per il linguaggio con continui riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
La coppia Renee Zellweger e Colin Firth sostiene bene un racconto leggero, che si fonda su un solo spunto narrativo
Testo Breve:

Bridget Jones ha ora 43 anni ed è rimasta incinta senza sapere di chi. Un film trasgressivo nella forma e nel linguaggio ma con un cuore tenero nei confronti della bellezza di ogni nuova nascita

Arrivati al terzo film della serie (Il diario di Bridget Jones (2001) e Che pasticcio, Bridget Jones (2004), gli autori hanno potuto confidare in una formula collaudata. Il film appoggia sicuro sulle adorabili gaffe imbastite da Renee Zellweger, sull’ ironico aplomb contenuto, molto british, di Colin Firth , anche se questa volta manca Hugh Grant (sostituito in questo film, da Patrick Dempsey)

Con due protagonisti di questo livello e un’intesa ormai collaudata nei due precedenti lavori, il film potrebbe viaggiare da solo e in effetti l’innesco narrativo è molto semplice: Bridget si trova incinta senza sapere chi sia il padre e questo unico spunto, non troppo originale, alimenta una serie di situazioni comiche che si sviluppano nelle oltre due ore del film. Non resterebbe quindi che concludere rapidamente la recensione lodando gli attori, i momenti più divertenti che ci regala, cercando di perdonare il linguaggio disinvolto e spregiudicato che viene adottato con continue allusioni sessuali.

Al contrario il film può risultare interessante se lo si analizza da un altro punto di vista: dovendo raccontare, divertendo, una storia di oggi sull’amore, la famiglia e la sessualità, quali valori vengono considerati intoccabili in questo film e quali aspetti vengono considerati come ormai “normati” dai costumi correnti?

E’ indubbio che Bridget accoglie con gioia la notizia della gravidanza; in nessun momento viene adombrata l’idea dell’aborto. La protagonista inoltre, nonostante la sua prolungata vita da single, continua a desiderare di sposarsi e di metter su famiglia. Accanto a questi valori confermati, il film ne porta avanti altri: il diritto irrinunciabile di usare la propria sessualità per godersi momenti piacevoli anche in incontri occasionali, come di fatto accade alla protagonista, né viene percepita nessuna discrepanza di atteggiamento nel perseguire entrambi gli obiettivi.  Anche la situazione di incertezza che si è determinata con l’esistenza di due padri-candidati innesca un contrasto di atteggiamenti, uno configurato come moderno, l’altro come tradizionale. Jack prende atto senza rancore verso il suo “antagonista” della situazione che si è creata, segno dei tempi ed invita nobilmente qualsiasi motivo di contesa fra loro due, proponendo di concentrare le loro attenzioni solo sul bambino e la madre. Mark non è d’accordo è ritiene la situazione di due padri insostenibile. Non possiamo che tifare per Mark, che ama Bridget e riconosce, che nonostante i costumi si siano evoluti, l’amore può essere solo esclusivo.

Un’ottima sintesi della situazione è il colloquio fra Brdget e sua madre, quando quest’ultima cerca di venir eletta nel comitato della parrocchia e imposta la sua campagna sui valori della famiglia. Bridget fa notare alla mamma che: “non siamo più negli anni ‘50” e potrà vincere solo se dichiarerà di impegnarsi nel sostegno delle ragazze madri e delle coppie omosessuali (la mamma accoglie il suo consiglio e viene eletta).

Se sul finale tutto torna in ordine con i fiori d’arancio nel più tradizionale dei modi, lo spettatore resta stordito, molto probabilmente in modo voluto, da questo modo, impostato dal film, di provocare continuamente senza però, nei fatti, uscire dal mainstream valoriale.

In effetti il film risulta genuino proprio quando esalta il potere trasformante della nascita di un figlio: di colpo tutto diventa secondario

E’ come se le regole si fossero rovesciate: è diventata conformità ogni forma di libertà trasgressiva; quindi va tenuto ben nascosto, nell’angolo più segreto del proprio cuore, l’antichissimo desiderio di trovare un uomo da amare, da sposare e con cui fare un figlio insieme.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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L'ESTATE ADDOSSO (Vania Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/14/2016 - 20:17
Titolo Originale: L'estate addosso
Paese: ITALIA, USA
Anno: 2016
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Dale Nall
Produzione: INDIANA PRODUCTION, CON RAI CINEMA
Durata: 103
Interpreti: Brando Pacitto; Matilda Lutz; Taylor Frey; Joseph Haro

Marco e Maria sono due diciottenni, hanno appena terminato gli studi superiori e prima di scegliere cosa fare del proprio futuro decidono di intraprendere un viaggio negli USA. Nonostante abbiano due caratteri completamente diversi, i due si ritrovano a vivere questa particolare esperienza insieme ospiti in casa di Matt e Paul a San Francisco. I quattro giovani diventeranno grandi amici

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mescola in modo ambiguo e non sempre coerente sentimenti ed emozioni in cui l’aspetto della sessualità sembra dominare su tutto. Il film racconta la storia di una "conversione": dall'atteggiamento avverso alle unioni omosessuali della protagonista, perché repressa e bigotta (e quindi antipatica), passa in seguito a riconoscerne la piena validità ( trasformandosi in ragazza allegra e simpatica)
Pubblico 
Maggiorenni
Le molte allusioni al sesso, il giudizio di equivalenza fra relazioni omo ed eterosessuali, rendono la visione del film adatta ad un pubblico di adulti
Giudizio Tecnico 
 
Ottima l’inconfondibile regia di Muccino che riesce a rendere avvincente anche una storia fin troppo articolata e sviluppata in una sceneggiatura in cui molti dei passaggi narrativi restano ingiustificati. Buona la recitazione soprattutto della giovane protagonista femminile Matilda Lutz
Testo Breve:

Nella fatidica estate che chiude il tempo della scuola e non apre ancora quello del lavoro o dell’università, quattro ragazzi vanno negli Stati Uniti. Buona la regia ma la sceneggiatura resta alla superfice delle emozioni provate

L’intenzione sembrava proprio quella di rappresentare le grandi, intense e importanti emozioni dell’età adolescenziale, ma nell’attesissimo nuovo lungometraggio di Gabriele Muccino, L’estate addosso, qualcosa non convince. Presentato alla 73. Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica nella sezione Cinema nel Giardino, L’estate addosso racconta lo straordinario viaggio negli USA di due adolescenti appena terminate le scuole superiori.

Marco ha 18 anni e non ha idea di che strada intraprendere nella vita, se proseguire gli studi o affrontare il mondo del lavoro. Maria è una sua compagna di scuola, anche lei si è appena diplomata; Marco la detesta, la considera pedante e conservatrice, ma suo malgrado un amico comune li invita a partire insieme per San Francisco, dove saranno ospiti di Matt e Paul. I due ragazzi americani sono una coppia e si portano dietro le difficoltà di essere cresciuti a New Orleans, in un ambiente profondamente omofobico. Nonostante l’iniziale diffidenza, i quattro finiscono col diventare grandi amici e intraprendono un viaggio on the road fino a Cuba.

Il regista romano propone un film che è tutta una nostalgica esaltazione dell’età adolescenziale. Ne L’estate addosso però colpiscono le numerose fragilità nella sceneggiatura. Prima fra tutte la repentina e spesso ingiustificata, al livello narrativo, trasformazione dei personaggi che cambiano da un giorno ad un altro senza che vi sia una reale evidente evoluzione. Maria ad esempio una sera si addormenta conservatrice e pudica, scandalizzata dall'unione omosesuale di due dei suoi due compagni di viaggio, per svegliarsi il giorno successivo completamente all’opposto, disinibita e aperta ad ogni nuova esperienza,  inclusa quella fra i due ragazzi.

Lascia assai perplessi, da un punto di vista drammaturgico, anche l’improvvisa quanto sconfinata simpatia che sorge quasi dal nulla tra i quattro protagonisti, che sconvolge le vite di tutti e che sembra avere comunque sempre un suo fondamento nell’attrazione sessuale anche promiscua.

Muccino confeziona una storia con un’ottima regia e che potrebbe puntare ad essere un eccitante racconto di formazione, ma in realtà si ferma al puro piano descrittivo e lascia buona parte dei passaggi narrativi privi di una comprensibile motivazione. Il piano dei sentimenti, delle emozioni e delle pulsioni sessuali si confondo e nessuna delle esperienze fatte dai personaggi viene mai davvero esplorata da un punto di vista interiore. “Ci sono estati che si portano addosso per sempre. Questa è la storia di una di quelle” commenta Marco nel film. Eppure tutto ne L’estate addosso rimane un semplice divertimento, l’eccitante scoperta ed esperienza di emozioni confuse che però non portano ad una reale crescita o evoluzione nei personaggi

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COCONUT HERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 08/30/2016 - 22:22
Titolo Originale: Coconut Hero
Paese: Canada-Germania
Anno: 2015
Regia: Florian Cossen
Sceneggiatura: Elena di Saucken
Produzione: Paul Scherzer, Fabian Untermaubach, Jochen Laube
Durata: 97
Interpreti: Alex Ozerov; Bea Santos; Krista Bridges; Sebastian Schipper; Jim Annan

Mike Tyson ha 16 anni e vive con la madre nella città canadese Faintville. Non ha amici e non conosce suo padre. Per dare uno scopo alla sua vita decide di suicidarsi, ma fallisce nel suo goffo tentativo e contemporaneamente scopre di avere un tumore al cervello. Con la morte certa in mente, tuttavia, egli impara a sentire gioia e dolore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il tema delicato e doloroso della morte diventa il divertente pretesto attraverso cui illuminare in modo simpatico, originale ma assai serio, argomenti importanti come l’adolescenza, l’amicizia, l’amore e il rapporto genitori-figli
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale. E' presente la tematica, anche se sviluppata in modo ironico, di un ragazzo che vuole suicidarsi. VM 12 in Germania
Giudizio Tecnico 
 
il film non sempre riesce a sostenere il ritmo brioso che l’impostazione drammaturgica richiederebbe, a volte infatti la narrazione rallenta penosamente e apre la strada a troppi generi diversi, compreso il musical. La sceneggiatura però è assai originale e la fotografia meritevole.
Testo Breve:

Vincitore del Premio della Giuria dei Giornalisti 2016 al Fiuggi Film Festival, il film sviluppa, in modo divertente e paradossale, un racconto adolescenziale sulla scoperta dell’amore e del senso della vita

Mike Tyson è lo stravagante nome del sedicenne, atipico protagonista di questo film. In realtà il ragazzo non ha nulla a che fare con il pugile, al contrario ha una struttura fisica e un aspetto del tutto opposti al nome che porta. Mike non è particolarmente inserito nel gruppo dei suoi coetanei e a scuola è bullizzato persino dai ragazzi più piccoli di lui; vive con una mamma stravagante e un po’ distratta e del padre, che non ha mai conosciuto, sa solo che vive in Germania. Eppure nonostante tutto ciò Mike sembra all’apparenza un ragazzo mite e sereno, semplicemente in cerca di uno scopo che dia senso alla sua esistenza.  

Il regista Florian Cossen si diverte a raccontare una storia densa di contenuti ed emozioni ma in cui tutto è generato per ironici contrasti. Per Mike infatti la sola cosa che dia davvero senso alla sua vita è riuscire nell’obiettivo di porvi termine. Intento in cui fallisce ma che lo porta alla scoperta di un tumore al cervello che, se non curato, lo porterà a morte certa. Bizzarramente lieto della notizia Mike dedica tutte le sue energie al suo nuovo obiettivo: la preparazione della propria morte.  Ciò genera una serie di situazioni tra il divertente e toccante. Lungo questo suo percorso in vista della propria dipartita infatti Mike si trova a fare delle surreali chiacchierate con un sacerdote in cui il senso del discorso sulla morte è esattamente opposto per mittente e destinatario. Stringerà una stravagante amicizia con un impresario delle pompe funebri e, inaspettatamente, riallaccerà i rapporti con il padre. Al di sopra di tutto però l’impegno e la perseveranza nel ricercare il proprio obiettivo per contrappunto lo porteranno a conoscere il valore dell’amicizia, del dono di sé e l’emozione del primo amore.

Coconut hero potrebbe far pensare ad altri famosi film di questo genere divenuti un cult come Harold e Moude, Il giardino delle vergini suicide o La vita di Adele, ma in esso, a parte il tema del suicidio, ogni dettaglio è trattato con una freschezza del tutto nuova e originale, che non scade mai nel patetico nonostante la storia riceva poi un forte impatto drammatico.

Mike compie un cammino di crescita profonda che lo porta a diventare un giovane adulto capace di affrontare la vita e le emozioni, belle e brutte, che essa comporta senza cercare di evadere dalla realtà.Coconut Hero è stato presentato in anteprima al Festival di Monaco e lanciato il 13 agosto 2015 nei cinema tedeschi.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IO PRIMA DI TE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 08/23/2016 - 15:04
Titolo Originale: Me Before You
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Thea Sharrock
Sceneggiatura: Scott Neustadter, Michael H. Weber
Produzione: Produzione METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), NEW LINE CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Emilia Clarke, Sam Claflin, Charles Dance,

In una cittadina inglese vicino al Pembroke Castle, la 26-enne Louisa “Lou” Clark, viene licenziata dalla pasticceria dove lavorava come commessa. La situazione è critica: il padre è disoccupato e lei deve assolutamente trovare un nuovo lavoro. Accetta quindi, anche se non ha alcun precedente in materia, di prendersi cura del trentenne Will,che è rimasto bloccato su una sedia a rotelle dopo esser stato investito da una moto. La famiglia di Will è benestante e il carattere del giovane è alquanto scontroso perché non riesce a rassegnarsi alla rinuncia di quella vita dinamica e sportiva a cui si era abituato. Le attenzioni di Lou finiscono per addolcire il ragazzo ma è grande il dispiacere della ragazza quando scopre che esiste un patto segreto fra Will e suoi genitori: procurarsi la morte in una clinica svizzera entro i prossimi sei mesi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una visione edonistica e materialista della vita giustifica, secondo il film, l’opportunità di por fine alla propria esistenza da parte di chi è disabile
Pubblico 
Sconsigliato
Il film misconosce il valore di una persona in condizioni di disabilità
Giudizio Tecnico 
 
Emilia Clarke (già conosciuta come la regina Daenerys di Il Trono di Spade) è brava nel recitare la parte della ragazza semplice e spontanea; per il resto, lo sviluppo del racconto si limita a ostentare bellezza e ricchezza nello stile Istagram senza sviluppare in profondità il tema della disabilità.
Testo Breve:

La scelta di  por fine alla propria vita  per chi è affetto da disabilità diventa l'inevitabile conseguenza di un approccio alla vita edonistico e materialista 

Questo film è la storia di una conversione. La protagonista Lou, una ragazza semplice e quasi goffa nella sua spontaneità, di modeste origini, educata alla fede, incontra un ragazzo benestante che gli prospetta una visione del mondo edonista e materialista: un mondo basato sul lusso, i bei viaggi esotici, il piacere esistenziale di vivere singoli, incantevoli, momenti. Quando il ragazzo, paraplegico, decide di por fine alla propria vita recandosi a una delle cliniche svizzere della morte, lei cerca all’inizio di mostrarle tutto il suo affetto e la sua dedizione, urlandogli al contempo che la sua terribile decisione è solo frutto di egoismo. Ma poi, “convertita”, finisce per accettare il suo punto di vista e godersi gli effetti “materiali” della sua morte: poter finalmente disporre dei soldi necessari per realizzare le proprie ambizioni e recarsi Parigi, felice di poter comprare in quei negozi di lusso che ormai le sono diventate acessibili e sedersi a un bar vicino al Pont Neuf, per poter organizzare, anche lei, la vita intorno al piacere di singoli, irripetibili momenti.

Sono ormai tanti i fim che hanno affrontato il tema della disabilità per tetraplegia ma è indubbio che Quasi amici ne sia stato l’insuperabile capostipite, che ha anche tracciato l’impostazione narrativa di fondo: un uomo o una donna che hanno assolutamente bisogno di lavorare e accettano, pur non avendo alcuna esperienza, di prendersi cura di un tetraplegico (stranamente, sempre benestante).

In Quasi amici il senegalese Driss si prende cura del miliardario Philippe e lo fa in modo esemplare: lo considera non un malato ma una persona umana con desideri e volontà, con cui chiacchierare, ridere e scherzare.

Su queste colonne abbiamo recensito anche Altruisti si diventa (una esclusività Netflix) dove Ben, uno scrittore che continua ad anellare insuccessi e che deve cercar di superare una profonda crisi familiare, decide di prendersi cura di Trevor, un ragazzo di 18 anni affetto da una grave forma di distrofia muscolare. Alla fine fra i due nascerà un ottimo rapporto e sarà difficile stabilire se la loro amicizia abbia umanamente arricchito, più Trevor o Ben.

Ora, con questo Me before you, lo schema si ripete: Lou è una ragazza che deve assolutamente trovare un lavoro e accetta di accudire Will, il figlio trentenne di una delle famiglie più ricche della città, divenuto tetraplegico dopo esser stato investito da una moto. La sceneggiatura non si è preoccupata tanto di approfondire la psicologia dei due protagonisti, destinati a innamorarsi una dell’altro, ma siamo più dalle parti dell’insipido 50 sfumature di grigiouna ragazza di semplici origini, viene posta di fronte a una ricchezza ostentata (jet privati, soggiorni in alberghi di prima categoria, la munifica accondiscendenza della famiglia di Will che offre al padre di Lou il lavoro di custode di un castello di loro proprietà) che sposta l’asse di interesse del film  dal rapporto malato-badante, a quello del pigmalione Will nei confronti della popolana Lou.

Le conclusioni del film hanno provocato l’indignazione, in Inghilterra e in U.S.A., dei movimenti a favore dei disabili: il fim non si limita a propugnare l’opzione pro-choice sul tema dell’eutanasia, ma di fatto mostra di ritenere di nessun valore una vita vissuta su una sedia a rotelle

Altri film, come il pluripremiato Million Dollar Baby, sono ricorsi, per giustificare il diritto di poter por termine alla propria disabilità, a una visione della vita “pesata a chili”: secondo un colloquio che avviene alla fine del film, la protagonista Maggie, campionessa di pugilato rimasta paralizzata, ha avuto “la sua occasione” e quindi può morire in pace, mentre una donna che ha svolto servizi domestici per tutta la vita, rischia di morire senza che la sua vita abbia “acquistato valore”.

Per fortuna altri flm hanno ben rappresentato il valore assoluto e l’integrità della dignità della persona, indipendentemente dalle infermità che deve sopportare: il già citato Quasi amici ma a anche Lo scafandro e la farfalla dove un uomo, in grado di muovere solamente le palpebre, riesce perfino a scrivere un libro.

Si è determinato in questo modo, fra queste due categorie di film, una drammatica contrapposizione fra il “vivere per consumare” e il “vivere per progettare”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRACCIALETTI ROSSI 2

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/26/2016 - 21:10
Titolo Originale: Braccialetti Rossi 2
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: Giacomo Campiotti
Produzione: Palomar, Rai Fiction
Durata: 5 episodi su RaiUno dal 15 febbraio 2015 al 15 marzo 2015
Interpreti: Carmine Buschini, Aurora Ruffino, Brando Pacitto, Denise Tantucci, Carlotta Natoli

Alcuni adolescenti si ritrovano a trascorrere una lunga degenza nello stesso ospedale e saldano fra loro una forte amicizia. Concretizzano la loro solidarietà indossando quei braccialetti rossi che avevano ricevuto come identificativo in occasione dei loro interventi chirurgici. Leo ha avuto una gamba amputata a causa del cancro e nella seconda stagione è diventato il leader del gruppo. Si sente legato da un forte sentimento a Cristina (Cris) che era stata ricoverata per anoressia ma che ora è potuta tornare a casa anche se non perde occasione per andare a trovare Leo in ospedale. Di recente è arrivata anche Nina, una ragazza a cui dovrà esser amputato un seno e che trova in Leo un valido sostegno, creando non pochi problemi al rapporto fra Leo e Cris. Vale, un tempo una colonna del gruppo, si rifiuta di effettuare i dovuti controlli per paura che gli venga diagnosticato nuovamente un tumore abbandonando di fatto gli amici. Leo è costretto a cacciarlo dal gruppo perché "un Braccialetto Rosso non è un vigliacco". Nella seconda stagione viene ricoverato anche Chicco, un ragazzo filippino che guidando il motorino da ubriaco, è caduto investendo Bea, che è ora in coma. Isolato e disprezzato dagli altri ragazzi per la sua incoscienza, salda un bella amicizia con la piccola Flaminia, una bambina non vedente che deve subire una delicato intervento agli occhi...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Fra giovani malati di cancro si sviluppa una forte solidarietà. Per gli autori del serial la vita è un mistero e la scienza è l’unica in grado di dare una risposta ai nostri interrogativi. Viene introdotto anche il concetto di vita come proprietà privata: ognuno ha dritto di farne ciò che vuole, anche sopprimerla
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il serial non riesce sempre a evitare di scivolare nel patetismo ma i personaggi sono ben tratteggiati e il racconto si mantiene scorrevole lungo tutte le puntate
Testo Breve:

Il serial gioca con buon mestiere sulla commozione che suscitano giovani adolescenti malati di cancro e valorizza la solidarietà che si stabilisce fra loro, l’unico sentimento che li aiuta a superare i momenti più difficili. Il racconto mostra di non rispettare il valore della vita, vista come una proprietà privata

Su RaiUno è stata replicata, nel mese di luglio, la seconda stagione di Braccialetti Rossi. C’è un motivo: a ottobre 2016 verrà trasmessa la terza stagione.

Una continuazione che trova giustificazione nell’interesse e nell’affetto che i protagonisti adolescenti di questa serie hanno saputo suscitare, nei confronti di un pubblico in prevalenza giovanile.

L’idea di mostrare dei giovani colpiti dal cancro o da altre gravi patologie, posti di fronte alla prospettiva di una morte imminente, ha fatto nascere un vero e proprio filone narrativo, che ha trovato il suo sbocco anche nel cinema: basterebbe ricordare il successo di Colpa delle stelle.

Un filone molto delicato, che può scivolare (come di fatto accade sovente in qualche  puntata di questa seconda stagione) nel patetismo, nella lacrima facile. Per fortuna la possibilità di una morte sempre vicina viene trasfigurata dai valori superiori che questi ragazzi riescono  a trovare. Nasce fra loro una forte amicizia che diventa molto più di una naturale solidarietà fra chi sta condividendo la stessa esperienza;  è il restare vicino all’altro quando si trova nel momento della paura e dello sconforto, anche quando diventa antipatico e scostante. Lo si vede nel modo con cui Leo si pone accanto a Nina, cinica e disillusa dalla sorte infelice che le è capitata o cerca di recuperare l’ex braccialetto rosso Vale, che ora ha paura di scoprire la verità sulla sua salute. Come dice Leo: “chi ha il braccialetto rosso è molto speciale perché ha attraversato il territorio della paura e del dolore”.

Il serial esprime anche il grande valore della vita stessa, anche quando sembra non esserci, come nel caso di Bea, una ragazza  in coma da molto tempo oppure quando la possibilità di viverla pienamente è fortememte ridotta, come nel caso della piccola Flaminia, a cui i medici non hanno dato più alcuna speranza di recuperare la vista. Molto bella è l’amicizia che sboccia fra lei e Chicco, un ragazzo disadattato e solo: sarà proprio Flaminia a risultare la più saggia dei due e a ridare a Chicco fiducia in se stesso.

Dopo le lodi, è tempo di parlare dei problemi che scaturiscono dall’analisi di  questo serial.  Il primo aspetto, forse il più evidente, è la mancanza di un rapporto continuativo e costruttivo degli adolescenti con i loro genitori. Se i dottori e gli infermieri dell’ospedale sono molto comprensivi, i genitori sono assenti o inutilmente apprensivi, incapaci di sostenere i figli nei momenti difficili.  Siamo lontani dalla sensibilità mostrata dalla sceneggiatura di Colpa delle stelle: “la cosa peggiore di morire di cancro è avere una figlia che muore di cancro” pensa la giovane protagonita che si preoccupa  più di quello che provano i suoi genitori che di se stessa. Si determina in questo modo, in Braccialetti Rossi, una situazione irreale: un mondo chiuso in sé, una repubblica dei braccialetti rossi, che non ha altro territorio se non l’ospedale e nessun altro interesse se non quello dei rapporti all’interno del branco.

Il secondo aspetto è l’interpretazione dei sentimenti che animano i ragazzi nella loro particolarissima situazione di trovarsi sul crinale fra la vita e la morte, eppure di sentirsi vivi come possono esserlo degli adolescenti, desiderosi di conoscere le emozioni dell’amore, come nel caso di Leo e Cris. Anche in questo caso, la risposta di Colpa delle stelle è stata lineare. Il protagonista Gus non può pensare che il suo amore sia solo un “grido nel vuoto”; si interpella sul senso del suo vivere, amare e morire e approda a una visione soprannaturale, a un aldilà che coroni quel senso che sta cercando.

La situazione è diversa in questo serial. Nina chiede a Leo: "che abbiamo fatto di male noi due? Chi è che ha deciso che ci doveva punire?” La risposta di Leo è lapidaria: "ho smesso da tempo di farmi questa domanda, tanto non c'è risposta" (Stagione 2, episodio 3).
Perchè non ci fossero dubbi sul pensiero degli sceneggiatori, il tema è ripreso nell’ultima puntata, quando  un ragazzo chiede alla dottoressa Lisandri: “lei crede nei miracoli?”  Lei   risponde: “no. Credo ai misteri, alle tante cose che la scienza non può spiegare soltanto perché non le abbiamo ancora scoperte”. Odioso è anche il concetto di valore della vita che mostrano di avere i ragazzi. Di fronte alla diagnosi di una morte prossima molto probabile, un protagonista decide di scegliere il modo migliore di por fine alla sua esistenza. Un suo amico conferma questa posizione: "ognuno può fare della sua vita quello che vuole".

Eppure il serial è molto di più di una fredda visione scientista, è più di un invito a una generica benevolenza fra uomini. In molte sequenze viene ben evidenziato  il valore superiore di una vita impiegata a prendersi cura degli altri. "Nessuno ce la può fare da solo, perché da soli siamo niente": sentenzia Vale

Nella terza puntata l'allenatore Nicola, in punto di morte, dice a Leo: “la natura ti ha dato questo dono: di pensare prima agli altri e poi a te stesso. Questo fa di te un vero leader coraggioso nella vita e nella morte”. A parte questo riferimento a una natura impersonale che segna i destini degli uomini, la dedizione agli altri come radice della propria esistenza ha una chiara origine cristiana ma è come se gli autori avessero voluto strappare la pianta dalle proprie radici.  Si è costituita una sorta di “religione dell’umano” che sembra volerci dire: “ci troviamo tutti su una stessa barca; non sappiamo perché siamo qui nè dove stiamo andando ma almeno ci aiutiamo a vicenda nei momenti difficili”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/20/2016 - 09:58
Titolo Originale: Once Upon a Time
Paese: USA
Anno: 2011
Sceneggiatura: Edward Kitsis, Adam Horowitz
Durata: 43' a puntata
Interpreti: Ginnifer Goodwin, Jennifer Morrison, Lana Parrilla, Josh Dallas, Jared S. Gilmore, Robert Carlyle, Emilie de Ravin, Colin O'Donoghue

C'era una volta una foresta incantata popolata da tutti i classici personaggi delle fiabe più note al mondo. Un giorno una regina-strega cattiva per vendetta scaglia su di loro una maledizione che li trasporta in una dimensione dove la magia non esiste e tutti perdono la memoria della propria identità, in un luogo chiamato Storybrooke. Ma l’uso della magia ha sempre un prezzo da pagare e un bambino alla ricerca della sua vera mamma riesce a rompere l’incantesimo e riportare la memoria a tutti i personaggi del mondo delle fiabe che abitano la cittadina di Storybrooke

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le riflessioni morali che le fiabe da sempre convogliano attraverso la fantasia in questa serie vengono sviluppate in modo esponenziale perché i personaggi, inseriti nel mondo reale, assumono caratteristiche sempre più umane e, sebbene vivano situazioni del tutto straordinarie, affrontano problematiche morali assai concrete. La libertà individuale, la scelta tra il bene e il male, tra ciò che è facile e ciò che è difficile, l’esigenza di redimersi, perdonare e continuare a sperare sono situazioni che si propongono di continuo all’interno delle diverse e numerose vicende che la serie racconta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Once upon a time si avvale di due sceneggiatori di grande esperienza, Edward Kitsis e Adam Horowitz, già ideatori di una serie di grande successo come fu Lost. Insieme creano una struttura narrativa sorprendente e umanamente molto avvincente. Con il contributo della Disney inoltre anche le ambientazioni e i costumi nel corso delle stagioni si fanno via via sempre più curati.
Testo Breve:

Gli autori di Lost si sono impegnati a far rivivere le favole raccontate dai film di Walt Disney riportandoli tutti insieme al giorno d’oggi. I celebri protagonisti diventano persone umane come noi, impegnate a distinguere il bene dal male

Cosa accadrebbe se tutti i personaggi delle fiabe più belle e più note al mondo avessero l’opportunità di interagire tra loro in un mondo parallelo? E cosa succederebbe se poi questi stessi personaggi con le loro storie fossero improvvisamente catapultati nel nostro mondo ai giorni nostri? Once upon a time, la sorprendente serie ideata da Edward Kitsis e Adam Horowitz e prodotta dallarete ABC, lo racconta in modo così avvincente che dopo 5 stagioni  andate in onda è già in preparazione una sesta.

Dopo l’enorme successo della storica serie Lost, i due sceneggiatori sentivano l’esigenza di dedicarsi ad una serie tv del tutto nuova. Già da tempo coltivavano l’idea di attingere al modo della fiaba, non tanto per le storie da proporre quanto piuttosto per i personaggi. Dalla mitologia ai racconti popolari e d’autore, le fiabe hanno mostrato l’efficacia narrativa di una storia che segue un preciso percorso fatto di eroi, antagonisti, prove, oggetti magici e lieto fine, uno schema sempre simile ma che non pone alcun limite alla fantasia. Tuttavia secondo Edward Kitsis e Adam Horowitz l’aspetto davvero interessante da riscoprire nel rivisitare le fiabe sta soprattutto nel cercare di approfondire la conoscenza dei personaggi, dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni e delle ragioni del loro agire. In questo modo le fiabe servono essenzialmente a raccontare la storia pregressa del personaggio, a chiarire il loro comportamento, e danno la spinta per le successive azioni.

Once upon a time quindi non è una semplice miscellanea di eroi e antagonisti le cui storie improvvisamente si mischiano, ma è il luogo in cui i protagonisti hanno modo di manifestare se stessi come persone uscendo dall’iconografia statica del racconto. Biancaneve, il Principe Azzurro, la Regina cattiva, Tremotino, Belle, Aurora e Cappuccetto rosso diventano persone vere e proprie con tutta la meravigliosa complessità e i limiti strutturali dell’essere umano ordinario. 

Anche gli eroi sbagliano e anche i cattivi possono redimersi: in breve questa potrebbe essere considerata la sostanza di Once upon a time. Una serie che, anche secondo suoi creatori, si fonda tutta sul concetto di speranza, come elemento strutturale della persona. Ogni personaggio infatti agisce e lotta non solo in funzione di quanto gli è accaduto in passato, ma soprattutto con l’obiettivo di conquistare o guadagnare la felicità, il lieto fine, per sé e per coloro che ama

Gli infiniti intrecci possibili tra le diverse fiabe nel corso di cinque stagioni hanno creato legami sorprendenti ma assai credibili tra personaggi noti e personaggi nuovi. L’intricata trama di questa serie è riuscita a creare e giustificare un collegamento logico e affettivo del tutto plausibile tra i vari protagonisti delle fiabe dando loro uno spessore e una profondità del tutto nuovi. I personaggi, con le loro criticità, i loro tormenti e le loro aspirazioni riprendono vita con una forma e una consistenza del tutto realistiche. Così la Regina cattiva, mossa dall’amore materno, desidera sforzarsi di diventare buona, Biancaneve, come moglie e madre, si trasforma in una dura guerriera e una regnante coraggiosa e Peter Pan diventa un egoista e machiavellico tiranno.

Anche gli stessi autori delle fiabe, come il giovane Henry, assumono una propria fisionomia e una diversa influenza sulle sorti delle vicende, da semplici inventori passano ad essere parte integrante delle storie e aprono riflessioni inaspettate tra i concetti di creazione e libertà della creatura.

Speranza, libertà, redenzione, bene e male sono i cardini su cui ruota ogni vicenda della serie e in relazione a questi ogni personaggio ha modo di vivere esperienze che lo portano a riflettere su stesso e sulla propria natura. Ogni personaggio compie un cammino di crescita fatto di prove e cadute che aprono in continuazione nuove ed avvincenti prospettive.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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