Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

PARANORMAL ACTIVITY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:14
Titolo Originale: paranormal activity
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Oren Peli
Sceneggiatura: Oren Peli
Produzione: Blumhouse Productions
Durata: 86'
Interpreti: Katie Featherston, Micah Sloat

Katie e Micah si sono trasferiti nella loro nuova abitazione. Lui è un esperto di elettronica e decide di  installare nella camera da letto una telecamera per tranquilizzare Katie che ritiene che di notte ci sia un "essere" che viene a far loro visita...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non c'è nessun "messaggio"da cogliere in questo film se non la furbizia di cercar di sapventare lo spettatore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il racconto può crere apprensione nei più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Produzione a basso costo di modesta qualità

“Paranormal Activity” suscita l’emozione degli eventi. Dal settembre scorso non si parla di altro.
Come può un film costato appena 15.000 dollari incassarne più di 100 milioni negli Stati Uniti, e tenere testa a megaproduzioni costate diecimila volte tanto? Come può un film girato in una casa su due piani, davvero piccola, con la telecamera a mano, sulle spalle o fissa davanti ad un letto, convincere gli spettatori a mettersi in fila a frotte e pagare il prezzo del biglietto?

Evidentemente è possibile. L’esordiente di origini israeliane Oren Peli, con due attori soltanto (un terzo appare brevemente solo due  volte), sfrutta al meglio un’antica paura, degna della festa di Halloween, sperimentata in passato con successo in “The Blair Witch Project”. Già la letteratura romantica e gotica, nella seconda metà dell’Ottocento, aveva trasferito all’interno della casa borghese la paura per mostri, fantasmi, presenze disturbanti, macchine umane. Sigmund Freud, addirittura, analizzò un breve racconto di E.T.A. Hoffmann, “L’uomo della sabbia”, per ragionare attorno al concetto di “perturbante”, cioè l’inquietudine suscita da qualcosa ritenuto comunque familiare.

E familiare è l’ossessione raccontata in “Paranormal Activity”. Una coppia di ragazzi, sin troppo normali, vive in una casa a San Diego. Sono una coppia felice: si amano. Abitano in un bell’appartamento con piscina. Lei studia per laurearsi; lui ha una padronanza dell’elettronica. Lo vediamo installare una costosissima telecamera nella stanza da letto. A cosa serve? La ragazza avverte strane presenze nella casa. Sin da bambina convive con questo problema. Solo che adesso sta diventando una angosciosa nevrosi. Quindi la telecamera dovrà registrare, mentre dormono le notte, eventuali presenze altrimenti impercettibili. Si parte dunque da un’esagerazione, abbastanza improbabile: nell’epoca della riproducibilità tecnica, le immagini sono chiamate a testimoniare l’esistenza dell’invisibile.

Eppure immagine dopo immagine, la preoccupazione si trasforma in ossessione; il timore in paura; l’incertezza in certezza. Uno spirito demoniaco vive accanto a loro, tormenta le loro notti, li sta riducendo a brandelli. Ci sarebbe bisogno di un esorcista per allontanare lo spirito maligno.

“Paranormal Activity” è l’essenza purissima di un grande “imbroglio mediatico”. Il cinema americano distrugge ogni concorrente con la forza della tecnologia, come dimostra Avatar. Come si può resistere alla tridimensionalità, ai meravigliosi effetti speciali, al romanticismo fuso nell’ecologismo? Infatti non si può resistere. Ma non si riesce a resistere neppure al contrario di tutto ciò. Basta realizzare, senza troppi sforzi, “Paranormal Activity”.

Basta servirsi della rete, per far capire che i fantasmi esistono, e si possono riprendere con la telecamera. Mettere in giro la notizia che Spielberg, addirittura Steven Spielberg, si è spaventato alla visione del film. Il gioco, quando si sa giocare, è fatto.

Poi che “Paranormal Activity” si possa considerare un film, dal valore di sette euro la poltrona, è tutto da dimostrare. Quando si accendono le luci, molti spettatori pensano che lo spettacolo non sia ancora finito. Qualcuno sospetta un inceppamento della pellicola. Altri, certi che la storia debba ancora andare avanti,  si domandano dove sono i titoli di coda.

Ma dove possono essere? Ci sono due attori, una casa, una telecamera e un fantasma. E il fantasma non ha neppure un nome.         

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMABILI RESTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:05
Titolo Originale: The Lonely Bones
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson dal romanzo di Alice Seabold
Produzione: Stephen Spielberg e Peter Jackson per Wignut Films/Dreamworks Pictures/Film Four
Durata: 135'
Interpreti: Saoirse Ronan, Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci

Susie Salmon ha solo 14 anni quando viene rapita e assassinata da un vicino di casa che nasconde un passato oscuro. Mentre la sua famiglia straziata dal dolore combatte per trovare una ragione a quanto è accaduto, Susie, sospesa in una condizione intermedia tra la Terra e l’Aldilà, deve compiere un percorso per riuscire a dire addio ad una vita che le è stata strappata troppo presto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Bella rappresentazione della famiglia di Susie, piena di calore e unità (finchè lei è viva) ma il film non riesce ad affrontare con serietà la questione dell’esistenza o meno di un Aldilà
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di forte tensione e violenza.
Giudizio Tecnico 
 
L’insieme fa sì che il film mostri una cerca discontinuità, alternando momenti di intensa emozione e coinvolgimento a passaggi ai quali è quasi più facile riconoscere un valore “pittorico” piuttosto che una reale necessità narrativa.

Adattamento di uno struggente romanzo di Alice Seabold, il nuovo film di Peter Jackson (affiancato dall’ormai consolidata squadra di sceneggiatori con cui ha lavorato sulla saga del Signore degli anelli) tenta di riprodurre il doppio binario su cui si muove il testo di partenza: da una parte raccontare il lutto della famiglia di Susie, dall’altra la vita sospesa della ragazzina assassinata, incapace di staccarsi dal suo mondo e dai suoi cari.

Le scene che riguardano la famiglia Salmon prima del delitto (esempio di calore e unità tra i suoi membri a dispetto dei piccoli scontri di ogni giorno) e dopo di esso (quando il dolore sembra troppo forte da affrontare e rischia di creare fratture insanabili) sono capaci di catturare profondamente lo spettatore con alcuni profondi accenti di verità e la pietà da cui sono avvolti i vari personaggi.

Non si può dire la stessa cosa delle scene destinate a visualizzare la condizione spirituale (?) di Susie, sospesa in un limbo, ma affacciata da una parte sul suo vecchio mondo (con i suoi cari e il ragazzo che amava, ma anche il suo ignobile assassino), dall’altra su un paradiso che, purtroppo, ha i connotati di una fantasia un po’ troppo kitsch in cui prevale l’esibizione delle ricostruzioni CGI che hanno fatto la fortuna della Wignut Films di Jackson.

Riflesso probabilmente della difficoltà di affrontare davvero e con serietà la questione dell’esistenza o meno di un Aldilà (non è un caso che di Susie non si celebri mai un funerale e non certo solo per la mancanza di un corpo…), la scelta narrativa di Jackson finisce per penalizzare una pellicola che vive i suoi momenti più coinvolgenti quando resta attaccata alla verità dei legami familiari o quando fa vivere la profondità di essi attraverso la nostalgia vissuta da Susie (raccontata meglio nel romanzo della Seabold, ma comunque ben presente anche qui), mentre diventa deludente e a tratti perfino noiosa nel tripudio delle immagini oniriche che occupano un buon terzo del film.

L’aspetto più interessante della storia, comunque, non è nemmeno quello che riguarda la scoperta dell’identità del colpevole (uno Stanley Tucci purtroppo sopra le righe), che è giustamente presentata come non necessaria né sufficiente a dare alla famiglia Salmon l’occasione di ritrovarsi e ricominciare.

La strada interrotta dalla morte di Susie (che avviene non a caso proprio alla vigilia del suo primo bacio) viene ripresa quando ognuno a modo suo completa un percorso di elaborazione del lutto comprendendo di non poter fare a meno degli altri.

Al contrario non è chiaro come e perché a un certo punto, realizzando tutta la mostruosa portata delle azioni del suo assassino (nell’incontro con le sue precedenti vittime) e mentre il suo corpo viene metaforicamente sepolto per non essere mai ritrovato, Susie possa lasciare il suo limbo per un paradiso dai contorni piuttosto vaghi.

L’insieme fa sì che il film mostri una cerca discontinuità, alternando momenti di intensa emozione e coinvolgimento (così come altri di tensione e angoscia) a passaggi ai quali è quasi più facile riconoscere un valore “pittorico” piuttosto che una reale necessità narrativa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOURDES

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:57
Titolo Originale: Lourdes
Paese: Austria, Francia, Germania
Anno: 2009
Regia: Jessica Hausner
Sceneggiatura: Jessica Hausner
Produzione: Coop 99, Parisienne de Production, Essential Filmproduktion, Thermidor Filmproduction, ZDF, Arte France Cinema
Durata: 99'
Interpreti: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini

Un gruppo di pellegrini, guidati dai volontari dei Cavalieri di Malta, giunge a Lourdes. Fra di loro c'è Christine, paraplegica, bloccata nelle gambe e nelle braccia. Si è unita al gruppo per fare qualcosa di diverso e sentirsi meno sola ("avrei preferito andare a Roma, sarebbe stato un viaggio più culturale"): la sua fede è tiepida. Poi, improvvisamente, dopo la visita alla grotta, i suoi arti riprendono vita e può abbandonare la sedia a rotelle. Gli applausi di taluni si mescolano con le invidie di altri (perché è toccato a lei?). Inoltre una sua successiva caduta può far pensare che la guarigione non sia completa...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'autrice promuove con abilità la sua visione pessimistica sulla possibilità di definire cosa sia la verità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
L'autrice impiega uno stile molto personale per narrare una storia di idee ma non di persone

Il film Lourdes ha sicuramente qualcosa di singolare per aver avuto al contempo il premio SIGNIS (World Catholic Association for Communication) e il premio Brian (in onore dell'irriverente film Brian di Nazareth del 1979) della UAAR (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti).
Vittorio Messori, nel suo articolo apparso sul Corriere della Sera del 12 febbraio ci ha messo in guardia dall'attribuire un messaggio positivo al film: chi è stato realmente a Lourdes sa che è il luogo del dolore ma anche della gioia,  della speranza, dell'infinita generosità di tanti volontari, ben lontana  dalla rigida compostezza dei protagonisti del film, dai plumbei dubbi, dai vischiosi  sospetti   che aleggiano nell'opera cerebrale della Hausner.

Il film tratta il tema della fede e del significato che possono avere i miracoli  per la fede, in modo così politically correct da aver dato soddisfazione ad entrambi i fronti. E' una tendenza che  già vista in altri film recenti.
Ne Il segreto di Vera Drake -2004", sul tema dell'aborto  la condanna finale della protagonista, rea di praticare aborti clandestini, poteva al contempo venir vista come un giusto castigo per un'azione riprovevole ma anche (la storia è ambientata negli anni '50) come il ricordo di un oscuro  passato, ora  finalmente conclusosi con la legalizzazione dell'aborto.
Alla lista dei film "bilanciati" possiamo aggiungere 4 mesi, tre settimane e due giorni, ancora sull'aborto e in una certa misura anche Million dollar baby sull'eutanasia.

Anche ora per Lourdes, il finale aperto (non sappiamo se per Christine si può parlare di guarigione definitiva o no, di miracolo o no) può apparire un elogio del dubbio sistematico, tipico  degli agnostici ma potrebbe anche essere una riflessione "sulla libertà umana e l'intervento divino "  (dalla motivazione del premio SIGNIS).

E' bene quindi abituarsi a trattare questo tipo di film: molto probabilmente altri ne seguiranno. Film molto abili che conoscono le opinioni dei due fronti contrapposti, evitano le obiezioni più scontate, sono privi di qualsiasi spunto polemico e  puntano, per esprimere le reali intenzioni dell'autore ,  su dei sottili distinguo che vanno letti fra le righe del testo, nella scelta delle immagini, nello stile adottato.

Nel caso di Lourdes la cronaca delle giornate dei pellegrini  appare fedelmente ricostruita ma c'è qualcosa di innaturale nei personaggi: ben allineati nelle file per accedere alla grotta, diligentemente seduti nell'attendere la benedizione del sacerdote, composti e silenziosi nella sala da pranzo; gli accompagnatori scambiamo poche parole, per di più di circostanza, con i malati.
Ancora più sconcertante quello che accade dopo l'inaspettata guarigione di Christine: qualche discreto applauso dei vicini, ma poi molti commenti detti sottovoce.

E' evidente che all'autrice non interessa porre l'accento sul cuore, analizzare quest'umanità sofferente  che è arrivata fino a Lourdes forse per fede, forse perché spinta da un'irrazionale speranza; le interessa molto di più il dibattito sulle idee e per questo semplifica molto i personaggi, pulisce le immagini, lascia che siano le loro riflessioni  a prendere il sopravvento.
Non è estranea allo stile dell'autrice anche una sottile ironia: "alla fine del soggiorno verrà nominato il migliore pellegrino"-dice la coordinatrice del gruppo; "qualcuno vuole bere l'acqua di Lourdes?" dice un' accompagnatrice porgendo una caraffa: una specie di rinforzo per il pomeriggio, dopo che i malati si erano recati in mattina alla piscina.

Vediamole quindi queste riflessioni, molte delle quali avvengono attraverso un dialogo fra i pellegrini ed il sacerdote che li accompagna. Anche in questo caso le domande appaiono legittime per chi cerca un orientamento ("cosa debbo fare per poter guarire? Perché non ho una vita normale? Perché la guarigione è toccata a lei e non a me?) e le risposte sembrano proprio quelle che ci si aspetta da chi porta l'abito talare ("bisogna guarire prima l'anima del corpo"; "i miracoli avvengono tutti i giorni ma noi non sappiamo riconoscerli") ma  più insidiosi sono che avvengono ai margini della guarigione di Christine.

Due compagne della ragazza si confidano sottovoce: "Se la guarigione non dura vuol dire che non si trattava di un vero miracolo. In questo caso Dio non c'entra niente". Manca in queste due donne e quindi nell'autrice la visione provvidenziale di un Dio  che opera continuamente ed è presente nella nostra vita di tutti i giorni;  probabilmente l'autrice ha in mente il Dio orologiaio degli Illuministi, che si è limitato, agli inizi dei tempi, a caricare la molla di questo mondo.

Un accompagnatore chiede al sacerdote:
"Dio è buono o è onnipotente? Se fosse onnipotente e buono dovrebbe poter guarire tutti":  anche in questo caso si tratta di un dubbio insidioso  che  salta completamente il significato dell'incarnazione di Cristo, il suo valore redentivo e il senso cristiano della sofferenza.

Da questi esempi appare chiaro che bisogna evitare di "stare al gioco" dell'autrice ma vedere il film nel suo complesso.
Una cosa è certa: non vediamo Christine, dopo che è stata beneficata di questa guarigione inaspettata,  affrettarsi ad andare in cappella a ringraziare il Signore nè non appare particolarmente turbata per l'evento di cui si è trovata protagonista (felice sì, ma felice in modo fisiologico, per aver ritrovato l'uso delle gambe e delle braccia) viceversa, vediamo che tutte le altre persone della comitiva, a parte qualche tiepido applauso a Chritine, cercano di rispedire il miracolo al mittente con tante domande, disturbati per un evento che ha infranto le regole.

L''autrice cerca di evitare, sequenza per sequenza, dialogo per dialogo,  che quell'evento eccezionale possa venir interpretato come miracolo e ancora una volta usa l'ironia (quando Christine si reca con il sacerdote al Centro Medico, vengono invitati ad aspettare il loro turno, perché ci sono tre persone prima di loro che debbono ugualmente denunciare una guarigione inspiegabile; quando i pellegrini assistono ad un filmato-intervista di una persona che a Lourdes è guarita inaspettatamente, le solite due comari commentano che l'intervistato  è rimasto seduto e non lo si è mai visto in piedi)

L'autrice cerca di evitare che l'esistenza di Dio venga  in qualche modo dimostrata tramite una rigorosa  logica di causa ed effetto; in questo ha perfettamente ragione e tutte le sue cautele sono  inutili; non sono certo i medici a dichiarare miracolosa una guarigione (al più dichiarano una guarigione inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche)  ma è la Chiesa. Su molte migliaia di guarigioni inspiegabili avvenute a Lourdes, solo 67 sono state riconosciute come miracoli, in base non solo alla straordinarietà dell'evento  ma anche al significato soprannaturale che gli è stato riconosciuto.
Con molta coerenza nel suo pensiero, la Hausner, intervistata al Festival di Venezia dove il film era stato presentato, ha detto: " “Quello che per me è difficile capire nella religione cattolica è questa proiezione verso il futuro, questa fantasia della salvezza, della caramellina che si vede ma non si sa quando si raggiungerà”.
Alla Hauser manca una visione metafisica:  la capacità della nostra ragione di capire che c'è qualcosa al di sopra di noi, anche se non riusciamo a coglierne completamente, a causa della nostra piccolezza, l'essenza.

Le autorità religiose di Lourdes hanno concesso alla troupe del film di girare negli stessi luoghi della devozione , senza neanche chiedere una visione preventiva della sceneggiatura, secondo quanto dichiarato dalla stessa autrice.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE WOLFMAN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:47
Titolo Originale: The Wolfman
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: Joe Johnston
Sceneggiatura: Andrew Kevin Walzer e David Self
Produzione: Universal Pictures/Relativity Media
Durata: 125'
Interpreti: Benicio Del Toro, Emily Blunt, Anthony Hopkins, Hugo Weaving

Lawrence Talbot, allontanato bambino da casa dopo la morte violenta della madre, ritorna alla dimora paterna nel villaggio di Blackmoor convocato da una lettera di Gwenn Cunliffe, la fidanzata di suo fratello, che risulta scomparso da settimane. Al suo arrivo, però, il fratello è ormai l’ennesimo cadavere mutilato da una misteriosa bestia che pare aggirarsi nelle notti di luna piena. Lawrence si mette alla ricerca della verità. Sopravvissuto a stento ad un altro attacco della bestia, Lawrence subisce un’orribile trasformazione da cui non pare esserci rimedio. Gwen, però, vuole a tutti i costi salvarlo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In gioco non c’è il libero arbitrio, niente anime perse o da recuperare, solo il male, anzi il Male in azione e a contrastarlo solo l’innocenza e l’amore, unica ostinata luce di speranza in un mondo misterioso e oscuro.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, splatter e tensione nei canoni del genere.
Giudizio Tecnico 
 
La storia è più spaventosa che intrigante. Per chi vuole apprezzare le ottime interpretazioni di Del Toro e della Blunt è meglio rivolgersi altre pellicole
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MI$$IONARIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 12:27
Titolo Originale: Le Missionaire
Paese: Francia
Anno: 2009
Regia: Delattre
Sceneggiatura: Philippe Giangreco e Jean-Marie Bigard
Produzione: Luc Besson per Europacorp/TF1 Film Production/Ciby 2000/Canal +/TPS/CNC/Regione de Rhône-Alpes
Durata: 90'
Interpreti: Jean-Marie Bigard, David Straimayster, Thiam Aïssatou

Il coriaceo Mario esce dopo sette anni di galera e si trova ad affrontare le minacce dei suoi ex complici che vogliono la loro parte della refurtiva per cui lui è andato in cella. Mario, però, li prende in contropiede e, grazie all’aiuto di Patrick, suo fratello sacerdote, si nasconde in un paesino tra le montagna dell’Alvernia. Qui, scambiato per il nuovo parroco, Mario applica i suoi metodi non certo ortodossi per risolvere i problemi dei parrocchiani, ma la resa dei conti con i delinquenti che lo cercano è dietro l’angolo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Commedia che si prende gioco di tutti i simboli della religione nella speranza di guadagnarsi i favori di un pubblico “smaliziato”
Pubblico 
Sconsigliato
Alcune scene sensuali e di violenza, uso di turpiloquio e droga.
Giudizio Tecnico 
 
Non basta la presenza indubbiamente carismatica di un commediante come Jean-Marie Bigard per tenere viva l’attenzione in un racconto che perde mordente proprio perché non ha il coraggio di andare a fondo del ribaltamento che ne è il cuore.

Presentata come la nuova commedia francese destinata a ripetere il successo di Giù al nord (con cui condivide almeno in parte la riscoperta della Francia rurale), Il mi$$ionarionon mantiene quanto la sua idea di partenza (lo scambio di “abito” tra due fratelli uno delinquente e l’altro sacerdote) prometteva.

Non basta la presenza indubbiamente carismatica di un commediante come Jean-Marie Bigard (famosissimo in Francia) per tenere viva l’attenzione in un racconto che perde mordente proprio perché non ha il coraggio di andare a fondo del ribaltamento che ne è il cuore.

Le avventure rocambolesche di Mario, che preferisce menare le mani (o dare testate) che fare grandi discorsi, strappano qualche risata nei primi momenti del confronto con il suo nuovo “gregge” di paesani di buon cuore (abitanti della regione del Rhône-Alpes che, grazie ad un’evidentemente efficientissima Film Commission, è tra le più viste al cinema), ma è proprio qui che esce il limite della pellicola di Delattre. Perché nella dinamica di equivoci che coinvolge i fedeli (cui viene propinata una versione rivista e corretta – per non dire sacrilega-  della messa e della confessione) il nostro Mario si adatta anche troppo facilmente ai nuovi compiti e da taciturno e recalcitrante ospite di passaggio si lancia in prediche sempre più invadenti proponendo una sua filosofia di vita (una vaga religione dell’amore che rimuove semplicisticamente differenze e problemi) che alla fine viene avallata persino dal vescovo in visita, mentre la fidanzata magrebina dorme sull’altare e lui fa colazione con particole e vino da messa.

In sostanza il punto è che Mario non ha nulla da imparare dalla sua permanenza fuori città e dunque il suo rapporto con i locali è fin troppo sbilanciato e poco interessante.

Non migliora le cose la linea che riguarda il fratello sacerdote, un idiota anche prima che accetti di prendersi carico degli “affari sporchi” del fratello. In un attimo Patrick, di fronte a una montagna di denaro che gli piove addosso per un equivoco con un criminale da operetta, si lascia condurre da tre ragazze discinte in un gorgo di alcool e droga in cui se non altro non si allude esplicitamente al sesso, ma per il resto nulla ci viene risparmiato.

Non è un caso se nella sequenza finale (con un matrimonio interreligioso tra un musulmano e una ebrea incongruamente celebrato in chiesa) tutte le difficoltà si sciolgono come neve al sole; mancano conflitti profondi che possano sostenere qualcosa di più e la chiusa irenica sulle immagini di un’improbabile missione in Africa gestita dai due fratelli, è solo l’ennesimo sberleffo in una commedia che si prende gioco di tutti i simboli della religione nella speranza di guadagnarsi i favori di un pubblico “smaliziato”, ma fallisce prima di tutto nel tratteggiare personaggi convincenti e tridimensionali capaci di condurre la storia oltre lo spazio di una gag.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INVICTUS - l'invincibile

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 13:05
Titolo Originale: Invictus
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Anthony Peckham dal volume di John Carlin
Produzione: da Clint Eastwood, Robert Lorenz, Lori McCreary, Mace Neufeld e Kel Symons per Malpaso Productions/Revelations Entertainment/Spyglass Entertainment/Mace Neufeld Productions
Durata: 133'
Interpreti: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge

Quando Mandela viene eletto Presidente del Sud Africa post-apartheid il Paese è ancora diviso dall’odio razziale e paga le conseguenze economiche di anni di embargo con gravi problemi di disoccupazione e tassi di criminalità crescenti. Convinto del grande potere della riconciliazione attraverso il perdono, Mandela scommette sulla possibilità di riunione il paese nel sostegno alla squadra di rugby “bianca” che affronterà i mondiali di lì a un anno con tutti i pronostici contro. Gli Springboks, guidati da François Pienaar, il capitano convinto dell’importanza del progetto del presidente, sapranno superare ogni attesa lanciando un messaggio di speranza e cambiamento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il neo presidente Nelson Mandela con equilibrio e spirito di leadership spezza le logiche tribali che pervadono ancora i suoi compagni di lotta e vince le diffidenze degli precedenti dominatori e stimola in tutti l'orgoglio per la nuova nazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene di violenza
Giudizio Tecnico 
 
Clint Eastwood ancora una volta è capace di regalarci eroi straordinari e al contempo personaggi profondamente umani e veri

“È un calcolo politico, questo rugby?” chiede l’assistente di Mandela “è umano, il calcolo” le risponde il nuovo Presidente che ha deciso di scommettere il suo capitale di carisma e seguito su un gioco tradizionalmente associato alla minoranza afrikaner che fino a pochi anni prima aveva oppresso la maggioranza nera e ora guardava con disagio a un paese in faticosa ricerca di rilancio.

La nazione arcobaleno, con una nuova bandiera e un nuovo inno, arranca nelle difficoltà economiche e nei rancori che non si possono cancellare con un colpo di spugna ed è questo momento, drammatico e decisivo, che Eastwood decide di raccontare, con piglio classico, ma non troppa retorica, lasciando parlare i fatti e le persone anche quando l’effetto è quello di rinunciare agli stilemi del racconto sportivo o della biografia cinematografica.

È così che il suo ingombrante protagonista (un Mandela incarnato con grande maturità da Morgan Freeman) domina totalmente la scena, anche quando non è in campo (filmicamente e sportivamente parlando), capace di trasmettere l’approdo di un percorso umano non privo di ombre (l’accusa di terrorismo che i bianchi gli lanciavano aveva le sue basi in alcune azioni del suo partito), ma ormai pervenuto ad una convinzione matura, quanto esigente. “Il perdono libera l'anima, cancella la paura. Per questo è un'arma tanto potente” spiega Mandela. Perché spezza le logiche tribali che pervadono ancora i compagni di cammino del Presidente (che non a caso lo chiamano Madiba, con il nome del suo clan) e può penetrare il cuore di chi (come Fraçois Pienaar e la sua famiglia) probabilmente, pur non sottoscrivendo le pratiche dell’apartheid, non ha fatto mai niente per cambiare le cose e ora teme solo di essere messa ai margini. Non è un caso che Pienaar venisse da una famiglia della classe operaia, che dalla presidenza Mandela aspettava di vedersi sottratto il lavoro a favore dei neri.

Sul personaggio di Pienaar Eastwood rinuncia a un altrimenti prevedibile trattamento hollywoodiano: il capitano (a cui Matt Damon, pur dal “basso” del suo metro e settanta, dà convinzione e tenacia) aderisce fin da subito alla proposta di Mandela, affascinato dalla sua personalità e dalla responsabilità che gli viene affidata e se pure deve affrontare la diffidenza dei compagni nei confronti della campagna montata da Mandela attraverso visite ai campi da gioco polverosi delle baraccopoli (ma anche quella alla famigerata prigione di Robben Island).

Di lì quanto segue sembra davvero un cammino segnato dal destino, che porta, proprio secondo i dettami di Mandela, ad andare oltre le proprie aspettative, trascinando con sé, non senza qualche impaccio, ma tutto sommato con naturalezza, un intero paese.

La sfida di Eastwood, invece, è quella di non fare il classico “film ispirato ad eventi realmente accaduti”, che poi romanza amplificando o inventando dinamiche psicologiche che intrighino il pubblico, ma di attenersi quanto più possibile esattamente all’accaduto (come indicato in coda alla pellicola), a volte lasciando spazio a scambi esplicativi, con il preciso intento di dare conto di un momento storico fondamentale nella storia recente.

Proprio per questo Invictus, pur nell’evidente intento di celebrare la figura di Mandela e anche tradito qua e là da qualche lungaggine, riesce ad non essere semplicemente un film-monumento, ma prima di tutto un riconoscimento (che ha anche un riflesso religioso, come ci ricorda la preghiera dei giocatori non a caso posta alla fine e non all’inizio – dove sarebbe stata l’equivalente del canonico “discorso alle truppe”- dell’ultima partita) delle infinite possibilità racchiuse nel cuore dell’uomo, della sfida che la sua libertà può e deve cogliere nel rapporto con gli altri.

Una sfida che è da sempre, anche se declinata in modi diversi, una costante del cinema di Eastwood, capace di regalarci eroi straordinari e al contempo personaggi profondamente umani e veri.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Domenica, 13. Novembre 2016 - 15:35


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MINE VAGANTI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 12:46
Titolo Originale: Ferzan Ozpetek
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Ivan Cotroneo
Produzione: Fandango, Rai Cinema
Durata: 116'
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Lunetta Savino, Ennio Fantastichini, Elena sofia Ricci, Ilaria Occhini

La famiglia Cantone è molto nota a Lecce. E' proprietaria da ormai tre generazioni di un importante pastificio. La nonna vive ormai di ricordi; il padre Vincenzo è pronto a lasciare la gestione dell'azienda ai suoi due figli: Antonio e Tommaso. I  problemi nascono proprio nel momento della decisione: Antonio dichiara ufficialmente di essere omosessuale e viene cacciato di casa; Tommaso che da anni vive a Roma, in realtà non ha mai preso la laurea in economia come aveva detto alla famiglia. Come se non bastasse, anche lui è omosessuale...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista continua anche in questo film a promuovere il suo credo nell' equivalenza fra amori etero ed omosessuali: questi ultimi sono i buoni e gli altri sempre i cattivi. La nonna anziana decide di suicidarsi, evitando di attendere la morte naturale
Pubblico 
Maggiorenni
Un bacio omosessuale ed altre affettuosità; per la maturità necessaria ad analizzare criticamente le tesi dell'autore
Giudizio Tecnico 
 
Ottima la gestione degli attori da parte del regista che riesce ancora una volta ad imbastire un efficace racconto corale. Bella fotografia di un Salento solare.

 Il film La finestra di fronte" -2003 dello stesso Ozpetek, si chiudeva con la visione della protagonista Giovanna ormai sola dopo aver deciso di lasciare il suo bel potenziale amante (Raoul Bova) per tornare ai doveri coniugali. Mentre si sofferma a guardare il giardino dove si trova (che nel film ha un particolare significato come luogo di incontri dell'altra coppia clandestina del film, questa volta omosessuale), commenta che bisogna vivere del ricordo e per il ricordo, che a volte finisce per essere più vero della stessa realtà.

Ozpetk ha una chiara vocazione crepuscolare e i suoi protagonisti scivolano spesso in un languido sentimentalismo che vive di sogni più che di realtà non possibili.

Ecco che l'incipit di Le mine vaganti torna al tema a lui caro: vediamo un flash back della nonna di Tommaso giovane, in abito da sposa, che con una pistola vuole chiudere un amore impossibile con il fratello del suo promesso sposo. Lo ricorderà anni dopo lei stessa al nipote: "ho passato con lui tutta la vita. era con me anche quando non c'era. Nella mia testa io dormivo con lui e con lui mi svegliavo la mattina. I pensieri nobili sono quelli che durano per sempre". Nel contesto del discorso i pensieri nobili sono quelli non "contaminati" da un rapporto fisico.

Anche Tommaso, aspirante scrittore, che ha verso il suo compagno accenni di melanconica affettuosità, osserva che "non bisogna aver paura di lasciarsi perché tutto quello che conta non ci lascia mai" mentre suo fratello Antonio, anch'egli gay, ricorda una vita passata separata dal suo compagno per non creare scandalo alla famiglia.

Il tono del racconto è di commedia, spesso con accenti comici ma anche in questo film Ozpetek è fermo nel suo impegno  apologetico nei confronti dell'omosessualità e ancora una volta il suo atteggiamento manca di serenità e obiettività.

L'"avversario" degli omosessuali, qui impersonato da Vincenzo, il padre di Tommaso, è così stupidamente contrario, così assurdo nel negare semplicemente l'esistenza di tale fenomeno, così ciecamente ostile verso suo figlio che sembra proprio che a Ferzan "piace vincere facile".
Si fa fatica a credere che questi due fratelli omosessuali ormai grandi, grossi e padroni del proprio destino, possano essere delle vittime di questa terribile famiglia del Sud, che appare invece alquanto simpatica: la madre è piena di attenzioni, la nonna è molto comprensiva, la zia è un po' strana ma simpatica, il padre non è cattivo ma è solo stato reso stupido.

Non manca il momento ideologico, quando la mamma di Tommaso si avvicina a un amico di lui, dottore e gay anche lui, per chiedergli in confidenza se per caso ci sono speranze che il figlio possa guarire. La risposta è pronta: "non si tratta di una malattia, ma di una caratteristica".

I due atteggiamenti di Ozpetek sono fra loro coerenti: il regista  di fatto nega che l’uomo sia una unità coerente di corpo e anima e assolutizzando la componente sentimentale finisce per rendere equivalenti i due tipi di amori.

Ferzan Otzpetek ha avuto la felice intuizione di ambientare la storia a Lecce, qui resa in tutta la sua bellezza grazie a un'ottima fotografia. La Puglia è la regione decisamente più gettonata per ambientare un antagonismo nei confronti degli omosessuali: agli autori piace giocare di contrasto con la solidità della famiglia tradizionale: lo ha fatto Lino Banfi con Il padre delle spose e più recentemente Checco Zalone con Cado dalle Nubi.

Ferzan è molto bravo nel guidare gli attori, sa rendere bene le grandi tavolate familiari (questa volta non allargate) e dimostra di aver appreso bene la lezione della commedia all'italiana, caratterizzando con poche pennellate i vari personaggi. Ben riuscita è la figura di Alba (Nicole Grimaudo) a cui sa dare un divertente tocco di femminilità con il suo continuo cambiar scarpe (che conserva nel bagagliaio della macchina) in funzione delle situazioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NORD

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 12:28
Titolo Originale: NORD
Paese: Norvegia
Anno: 2009
Regia: Rune Denstad Langlo
Sceneggiatura: Erlend Loe
Produzione: Brede Hovland, Sigve Endresen, Rune Denstad Lango per Motlys
Durata: 78'
Interpreti: Anders Baasmo Christiansen, Kyrre Hellum, Marte Aunemo

Jomar, un tempo sciatore provetto, è ridotto a fare da custode a un impianto di risalita sulle montagne della Norvegia. Una grave depressione gli ha fatto perdere la moglie Linnea (che gli ha preferito il suo migliore amico Lasse) e il figlio. Jomar si trascina tra il lavoro, che fa malvolentieri, e la clinica psichiatrica dove ritornerebbe volentieri a seppellirsi. Ma un giorno Lasse viene a parlargli di suo figlio, e Jomar, vincendo la sua inerzia, si mette in strada verso nord con la sua motoslitta per cercare di recuperare almeno quel rapporto. Sulla sua strada incontrerà personaggi ancora più strani di lui…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un cambiamento in positivo, piccolo, ma reale del protagonista afflitto dalla depressione e dalla solitudine
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile e riferimenti sessuali.
Giudizio Tecnico 
 
I dialoghi ridotti al minimo, le situazioni a tratti grottesche e il passo non proprio incalzante del racconto rendono questo film non adatto a tutti i palati.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DONNE SENZA UOMINI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 11:42
Titolo Originale: Zaran bedoone mardan
Paese: Germaia, Austria, Francia
Anno: 2009
Regia: Shirin Neshat, Shoja Azari
Sceneggiatura: Shirin Neshat, Shoja Azari
Produzione: COOP99, Filmproduktion, Essential Filmproduktion Gmbh, Societè Parisienne de Production
Durata: 95'
Interpreti: Pegah Ferydoni, Arita Shahzad, Shabnam Toulei

Teheran, estate 1953. Il primo ministro Mossadeh, che sta portando a compimento la nazionalizzazione del petrolio iraniano, viene destituito con un colpo di stato organizzato dallo Sha Reza Pahlavi con l'appoggio degli Stati Uniti, Quattro donne vivono quei momenti  in modo drammatico: la perdita della libertà del popolo si riflette sulle loro vite oppresse dalla violenza e dall'insensibilità degli uomini

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia il colpo di stato che portò il popolo iraniano a vivere sotto una sequenza ininterrotta di regimi autoritari . Le giustissime denunce sull'oppressione che subisce la donna in questo paese sembrano però escludere qualsiasi forma di riconciliazione fra i due sessi
Pubblico 
Adolescenti
Per l'angoscia che scaturisce dalla storia. Alcune immagini di nudo femminile
Giudizio Tecnico 
 
Traspare dal film la sincera ansia di libertà dell'autrice, ma la realizzazione appare costruita a freddo con eccesso di simbolismo. Leone d'argento per la miglior regia al festival di Venezia 2009

Munis si sta appassionando alle vicende politiche del suo paese ma il  fermento e le manifestazioni che si susseguono nelle piazze sono vissute da lei solo attraverso i notiziari della radio: il fratello si impone su di lei in base all'autorità che ritiene di avere e la costringe a restare a casa, in attesa dell'arrivo del pretendente che lui stesso ha scelto.  Munis sale sul tetto della casa e medita il suicidio.
Faezeh è innamorata del fratello di Munis ma una sera, mentre rientra in casa, viene brutalmente violentata.
Zarin fa la prostituta  in una delle case chiuse della città:  la sua figura anoressica è il segno della vita che in lei si sta spegnendo; riesce a reagire fuggendo dal bordello  e raggiunto un bagno pubblico per donne, cerca di portar via con una spatola dal suo corpo la sporcizia che sente addosso, fino a sanguinare. 
Fakhiri è una donna sui cinquant'anni, sposata con un tracotante generale dell'esercito; decide coraggiosamente di lasciare il marito  e si ritira nella sua villa di campagna. Nella stessa casa troveranno rifugio anche le altre donne della storia.

Se l'Iran e la sua storia recente ci è oggi meno estranea, lo dobbiamo ad alcune ultime produzioni cinematografiche che hanno delle donne come autrici.

Persepolis - 2007 , premio alla regia al Festival di Cannes 2007 dell'autrice di graphic novel Marjane Satrapi, raccontava con la tecnica dell'animazione la sua storia personale che scorreva parallela alle vicende del suo paese, dalla caduta dello Sha all'instaurazione della  repubblica islamica, alla guerra contro l'Irak.
Se Marjane impiegava un piglio realistico che grazie alla maggior sintesi ottenibile con l' animazione, riusciva in 90 minuti a raccontarci la complessa storia del suo paese parallelamente alla sua storia personale, Shirin Neshat, fotografa e videoartista che da tanti anni vive negli USA, prende con il suoDonne senza uomini,  una strada completamente diversa.

Essa si muove per simboli, per metafore, le quattro donne  rappresentano altrettante tipologie femminili unificate dall'oppressione di una civiltà maschilista che continua, lascia intendere l'autrice, ancora oggi.

Le più fragili di loro muoiono perché perfino la morte costituisce una forma di libertà; come Munis, che può in questo modo "partecipare " liberamente alle manifestazioni di piazza.

Unico conforto per queste donne è il grande giardino della casa di campagna di Fakhiri, lussureggiante e silenzioso,  favolisticamente fotografato, percorso da un tranquillo ruscello. Sono tutti simboli del Paradiso islamico, per loro un luogo di pace senza gli uomini.

Il grido tragico della libertà violata che vuole esprimere l'autrice è filtrato attraverso un formalismo  sapientemente confezionato,  frutto della sua esperienza di fotografa.
Le immagini sono fortemente evocative:  nel bagno turco femminile si diffonde  una luce che filtra dall'alto e che ricorda tanti lavori dei pittori orientalisti francesi; il corpo dell'infelice  Zarin giace sull'acqua del torrente come l’Ofelia di un famoso quadro pre-raffaellita.

I cortei per le strade,   gli infuocati discorsi nelle piazze a favore di Mossadech, le tipografie clandestine per la stampa dei volantini, le perquisizioni della polizia, la convivenza di ambienti  sociali fra loro così diversi (abiti occidentali per l'alta borghesia, chador e rigoroso tradizionalismo  per il popolo) costituiscono un   veloce ma vivace affresco del'Iran  dell'epoca, che mal si amalgama con le storie  delle quattro donne-simbolo. 

Complessivamente il film, pur nella sincera tensione civile dell'autrice, manifesta qualcosa di troppo costruito, troppo celebrale.

La stessa denuncia della condizione della donna in Iran, sembra approdare a una contrapposizione uomo-donna senza via di uscita, tanto gli uomini sono ottusi e violenti quanto le donne sono disperate ed oppresse.

A onore dell'autrice va comunque notato che se Marjane Satrapi, nel suo racconto Persepolis, affronta i problemi del suo paese, concludendo che  l'unica soluzione è l'emigrazione e mostra nel suo film una sensibilità ormai occidentale con una istanza laica a-confessionale molto forte, per Shirin Nesha l'attaccamento al suo paese, la sofferenza per le sorti del suo popolo è più sentito. I suoi riferimenti culturali restano ancora quelli di un Iran islamico.

Sarà forse proprio per questo che uno spettatore occidentale ha maggiori difficoltà ad immedesimarsi nel suo stile e nelle sue storie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FUORI CONTROLLO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/10/2010 - 11:27
Titolo Originale: Edge of Darkness
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Martin Campbell
Sceneggiatura: William Monahan e Andrew Bovell, ispirata alla miniserie Edge of Darkness ideata da Troy Kennedy-Martin
Produzione: GK Films/ BBC Films/ Icon Production
Durata: 116'
Interpreti: Mel Gibson, Ray Winstone, Danny Huston

Il detective Thomas Craven è un poliziotto di Boston con una vita solitaria e regolare. Quando sua figlia Emma viene uccisa sulla porta di casa da un proiettile apparentemente destinato a lui, Craven non si rassegna e comincia a indagare, deciso a trovare e punire il colpevole. A  poco a poco gli indizi, in parte forniti dall’ambiguo Jedburgh, lo indirizzano su una pista che porta a potenti industrie coinvolte con l’amministrazione governativa. Craven comincia a capire che Emma era rimasta implicata in un pericoloso mistero in cui sono coinvolti interessi molto grandi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il fatto che i cattivi siano puntiti dà ben poca soddisfazione allo spettatore in una vicenda che riposa su una morale del fine che giustifica i mezzi ben poco condivisibile.
Pubblico 
Adolescenti
Per diverse scene di violenza e per il linguaggio
Giudizio Tecnico 
 
Lo sviluppo della vicenda resta asfittico eci si poteva forse aspettare qualcosa di più in termini di approfondimento delle psicologie e delle problematiche morali legate alla vicenda.

Per il suo ritorno da attore dopo un periodo di ghettizzazione da parte dell’industria hollywoodiana seguito alle sue disavventure giudiziarie, Mel Gibson sceglie una figura di poliziotto e di padre che in parte riprende le caratteristiche di suoi precedenti personaggi (il solitario Martin Riggs dei vari Arma letale, ma anche, in qualche modo, il padre vendicatore di The Patriot), ma che qui è messa soprattutto al servizio di un racconto che rientra appieno del genere della cospirazione oggi così popolare.

Il film è l’adattamento di una miniserie di oltre 20 anni fa (aggiornato dai tempi della Guerra Fredda a quelli delle perfide corporazioni paragovernative) e gli espedienti usati dagli sceneggiatori (tra cui il bravo Monahan di The Departed e Mystic River)  per calarlo in un’America contemporanea, in cui gli intrecci di potere e denaro sono ormai un’ossessione, rendono la pellicola solida sotto il profilo della struttura, anche se non altrettanto “pesante” sotto quello dello spessore dei personaggi e dell’interesse tematico.

È apprezzabile, infatti, una certa delicatezza nel raccontare il rapporto che lega il ritroso Thomas alla figlia Emma (che prosegue anche dopo la morte di lei, attraverso una sorta di dialogo interiore), ma purtroppo lo sviluppo della vicenda resta asfittico e il progressivo intestardirsi del protagonista sull’individuazione dei colpevoli finisce per trasformarsi in un’implicita approvazione del suo desiderio di vendetta. Nemmeno il poetico (se non pacificatorio) finale basta a riscattare una linea di racconto in realtà piuttosto povera.

Dal regista di Casino Royale  nonché dall’interprete di tanti film d’azione con l’anima ci si poteva forse aspettare qualcosa di più in termini di approfondimento delle psicologie e delle problematiche morali legate alla vicenda.

È curioso che, al di là del protagonista, a cui comunque Gibson regala una certa empatia, il personaggio a cui gli autori sembrano aver dedicato più attenzione è quello dell’ambiguo “risolutore” Jedburgh, al soldo dei “cattivi”, ma di fatto operativo secondo una certa autonomia.

Giunto a un momento particolare della sua vita (anche se questo lo veniamo a sapere verso la fine della storia), Jedburgh sembra infatti non accontentarsi più di fare pulizia per conto di potenti meno intelligenti di lui, ma si pone come punto di vista “morale” sulla vicenda, riservandosi di giudicare e punire  come un letterale deus ex machina.

Che i cattivi (ma non solo loro…) siano puntiti dà però ben poca soddisfazione allo spettatore in una vicenda che, se da una parte non riserva grandi sorprese, dall’altra riposa su una morale del fine che giustifica i mezzi ben poco condivisibile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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