Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

RITORNO IN BORGOGNA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/24/2017 - 14:15
Titolo Originale: Ce Qui Nous Lie
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Cédric Klapisch
Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Produzione: BRUNO LEVY
Durata: 113
Interpreti: Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, María Valverde

Dopo dieci anni di assenza, Jean torna in Borgogna, nella tenuta vinicola della sua famiglia, quando il padre è ormai in fin di vita. Lì ritrova la sorella e il fratello, Juliette e Jérémy, con i quali dovrà ricostruire un rapporto e chiarire diverse incomprensioni. La morte del padre costringe poi i tre fratelli ad assumersi la responsabilità dell’azienda di famiglia, le cui sorti dipendono dal pagamento di una pesante tassa di successione. Di fronte alle difficoltà e alle proprie personali fragilità, Jean, Juliette e Jérémy dovranno decidere che fare della loro eredità: vendere e lasciarsi tutto alle spalle o difendere il proprio passato e capire come conciliarlo con le rispettive vite personali.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità e di sostegno reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Il film risulta godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato ma nello sviluppo narrativo ci sono alcune occasioni mancate: alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante
Testo Breve:

Tre fratelli, alla morte del padre, debbono gestire la vigna proprietà di famiglia, che avevano lasciato quando erano piccoli. La cura per ottenere un buon vino si sviluppa  assieme alla lenta ricucitura dei rapporti familiari 

Ritorno in Borgogna è la storia di un ritorno alle radici, della riscoperta di “quello che ci lega” (come espresso bene dal titolo originale francese) e di come le proprie origini e la propria esperienza passata parlino al presente e al futuro di una persona, senza necessariamente impedirne l’originalità e la novità.

I tre fratelli protagonisti del film si trovano a dover fare i conti con un’eredità preziosa, una tenuta vinicola che rappresenta non solo il mestiere di famiglia, ma anche la loro casa, la passione per l’arte di fare il vino, che ha segnato la loro infanzia, il terreno su cui si sono basati tutti i rapporti, soprattutto quello con il padre viticoltore. In poche parole, fanno i conti con la loro tradizione.

E quando il padre muore lasciando loro la responsabilità di tutto, ognuno dovrà trovare se stesso e la propria via, a partire proprio dal significato di quel passato. Se il novello figliol prodigo Jean dovrà finalmente decidere qual è la sua casa, la Borgogna - teatro della sua infanzia e di un passato da cui è fuggito - o l’Australia - terra “nuova” per eccellenza - dove si è rifatto una vita, Juliette affronterà invece le difficoltà legate al ruolo di leader della vigna ereditato dal padre, mentre Jérémy, fratello minore e meno talentuoso, avrà a che fare con i suoceri invadenti, dai quali vorrebbe emanciparsi.

Il percorso dei tre si sviluppa nell’arco temporale di un anno, col passaggio di stagione in stagione e le corrispondenti fasi di lavorazione e maturazione nella vigna, rendendo così la campagna della Borgogna co-protagonista del film. Il regista Klapisch dedica attenzione e spazio alla rappresentazione del luogo, facendocelo vivere e assaporare.

Uguale attenzione è data al concetto di “tempo” e a immagini che lo riguardano. La stessa locandina del film ne richiama l’importanza, preannunciandolo come elemento in gioco in ciò che stiamo guardando: “L’amore è come il vino, ci vuole tempo”. Non c’è crescita, non c’è passione, non c’è rapporto (famigliare e non), che non abbia bisogno di tempo.

Nello sviluppo narrativo ci sono tuttavia alcune occasioni mancate. Ci si perde forse un po’ nella caratterizzazione e nei percorsi dei personaggi. Non sono ben chiare le motivazioni della fuga di Jean da casa, da un padre cui rimprovera cose che risultano astratte o non così determinanti. Alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante di Jean per chiarire alcuni cambiamenti.

Se la rievocazione del passato e delle memorie dell’infanzia, con l’uso di alcuni intensi flashback, funziona nel trasmetterci i sentimenti dei protagonisti, altri espedienti, come il dialogo di Jean con il “se stesso bambino”, arrivano troppo tardi e appaiono forzati in un racconto che non se ne è servito per la gran parte del tempo.

Il film risulta comunque godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato, in particolare nella rappresentazione dei diversi drammi famigliari e personali.

I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità. E quando arrivano alla soluzione finale, i fratelli agiscono sostenendosi a vicenda.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MONSTER FAMILY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/20/2017 - 16:17
Titolo Originale: Happy family
Paese: Germania
Anno: 2017
Regia: Holger Tappe
Sceneggiatura: David Safier, Catharina Junk
Produzione: Ambient Entertainment GmbH
Durata: 96

A dispetto del nome, la famiglia Wishbone (dal desiderio nelle ossa) è ben lungi dall'essere felice. Nel tentativo di riunire tutti i membri insieme per un evento piacevole, la mamma, Emma, progetta una serata divertente, ma il suo piano le si ritorce contro quando una strega malvagia li maledice e tutti vengono trasformati in mostri.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nonostante l’idea di famiglia felice e unita trionfi, la storia manca della capacità di creare empatia nel pubblico. L’idea di felicità familiare è assai poco esplorata
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Per quanto godibile per la sua grafica e le piccole simpatiche trovate, il Monster family nella sostanza sembra un insieme di convenzionali stereotipi sulla famiglia felice che denotano una scarso approfondimento dei temi.
Testo Breve:

Una tranquilla coppia con due bambini,  vengono trasformati in mostri da Dracula che concupisce la donna. Una comicità scurrile e infantile cerca di sostenere questo film con ambizioni familiari che affonda invece negli stereotipi piu scontati

Tratto da un bestseller di David Safier, La mia Famiglia e altri Orrori, e diretto dal primo regista tedesco ad utilizzare la CGI in Germania, Holger Tappe (Gaya, 2004, e Animals United, 2010), Monster family è un film di animazione ben realizzato, divertente e adatto a tutta la famiglia ma nella sostanza piuttosto povero. Un misto tra Hotel Transylvania (2012) e Gli Incredibili, quest’opera tedesca però non riesce a raggiungere il realismo nella fantasia e lo spasso che gli altri due film presentano.

Ricco di azione e di simpatici personaggi, Monster family cattura l’attenzione per la stravagante avventura che una famiglia piuttosto ordinaria si trova a vivere. Emma e suo marito hanno due figli, Fay, una ragazza nel pieno della sua adolescenza, e Max, bimbo dotato di una grande intelligenza ma bullizzato a scuola. Presi dalle quotidiane occupazioni e dalle ordinarie dinamiche familiari, i membri della famiglia Wishbone ormai da tanto tempo non hanno più occasione di condividere dei bei momenti insieme. Così Emma decide di trascinare tutti a quello che crede essere un party sul tema dei mostri per trascorrere del tempo insieme. Ma nella vita di Emma si è intromessa un’improbabile figura, Dracula, che desidera strapparla dalla sua famiglia per farla diventare la sua sposa.

Se da un lato l’idea di infelicità, o forse sarebbe più corretto dire di scontento, di una famiglia comune è ben rappresentata, dall’altro il film non riesce a coinvolgere perché i personaggi non vengono approfonditi e il loro percorso di crescita resta superficiale e non ben giustificato. Per questo anche il momento topico della presa di coscienza da parte di ciascuno del vero, prezioso valore dei legami familiari è poco appassionante e assolutamente poco convincente.

Sebbene si tratti di un film di animazione e di una storia di fantasia, l’intervento di un personaggio come Dracula, che mette definitivamente in crisi il precario e grigio equilibrio della famiglia Wishbone, sembra quasi scollato e fittizio. Il racconto è ben costruito e segue il classico andamento narrativo delle storie per ragazzi, ma ciò non costituisce una garanzia rispetto ai contenuti e alla chiarezza. Nel complesso, per quanto godibile per la sua grafica e le piccole simpatiche trovate, il Monster family nella sostanza sembra un insieme di convenzionali stereotipi sulla famiglia felice che denotano una scarso approfondimento dei temi. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO DI NEVE (Laura Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/17/2017 - 13:36
Titolo Originale: The Snowman
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2017
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Hossein Amini e Peter Straughan
Produzione: WORKING TITLE FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON ANOTHER PARK FILM
Durata: 119
Interpreti: Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Chloe Sevigny, Val Kilmer, J.K. Simmons, Charlotte Gainsbourg, James D’Arcy

Harry Hole, poliziotto di Oslo ubriacone e problematico, viene sfidato da un feroce serial killer che ha come segno distintivo un macabro pupazzo di neve… Ad affiancarlo nelle indagini la collega Katrine Bratt, che però nasconde un suo fantasma personale. Mentre lotta per fermare l’assassino, Harry deve anche recuperare il rapporto con la donna che ama e suo figlio.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
il problematico rapporto con la figura paterna è variamente declinato sui veri personaggi e non manca la fredda perversione della storia originale
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza anche molto efferata, scene a contenuto sessuale e di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Tomas Alfredson, si lascia scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø. Problematica anche la sceneggiatura, che preferisce puntare sull’effetto granguignolesco dei terribili omicidi e su una caratterizzazione un po’ schematica dei personaggi
Testo Breve:

Un super cast pieno di star (Fassbender e la  Ferguson), l'ambientazione norvegese sempre un po' turistica, non riescono a evitare che il regista si lasci scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø.

Tomas Alfredson, che altrove ha dimostrato di essere un regista solido e a suo agio con i meccanismi della suspense e con cast di livello, qui invece si lascia scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø.

Il problema, a dir la verità, inizia già dalla sceneggiatura, che pura porta le firme prestigiose di Hossein Amini (Drive, e un paio di serie televisive molto attese) e Peter Straughan (La talpa, altra collaborazione con Alfredson, e la prestigiosa serie tv Wolf Hall) e che preferisce puntare sull’effetto granguignolesco dei terribili omicidi (teste, dita e membra mozzate in gran numero) e su una caratterizzazione un po’ schematica dei personaggi, perdendo per strada molte delle suggestioni del romanzo, un solido bestseller di intrattenimento non privo di riflessioni esistenziali e metafisiche.

Forse fidando troppo nel suo super cast pieno di star (Fassbender e la  Ferguson) e  solidi professionisti (il solito ottimo J.K. Simmons, il dolente James D’Arcy), Alfredson non si prende il tempo di approfondire i caratteri dei personaggi, le loro piccole manie e il mondo un po’ claustrofobico della polizia norvegese, così ben tratteggiati da Nesbø nella serie dedicata a Harry Hole.

L’approccio all’ambiente norvegese, sia la capitale Oslo che la nebbiosa Bergen o il remoto Telemark, appare invece sempre un po’ vagamente turistico e l’apparizione di volti noti (Chloe Sevigny) per parti piccolissime ha talvolta un effetto un po’ straniante quando non grottesco (Val Kilmer).

Sarebbe sempre consigliabile cercare di mettere da parte il materiale originale quando si affronta un adattamento e lasciare vivere l’opera cinematografica di vita propria, ma in questo caso convince solo parzialmente la resa di un personaggio iconico come il cacciatore di serial killer alcolizzato e misantropo Harry Hole, affidata alla buona performance di Fassbender (anche se molto lontano fisicamente dal personaggio del libro), ma non approfondita a sufficienza nella scrittura. Per il fan di Nesbø, aver sbagliato, nella sua prima inquadratura, la scelta dell’alcolico di cui è pericolosamente appassionato Hole equivale a confondere il Martini di James Bond con un bicchiere di whiskey e la stessa noncuranza riguarda molti altri aspetti del mondo che lo circonda.

È evidente, nell’adattamento del giallo in cui un misterioso assassino amante dei pupazzi di neve (questi sì un elemento ingannevolmente infantile e molto inquietante) che uccide donne fedifraghe sfida il grande professionista, un tentativo di attualizzazione (il personaggio del politico interpretato da J.K. Simmons, sciupa femmine con il talento per la comunicazione).  

Nell’indagare il passato, tuttavia, la storia vira al mélo (il problematico rapporto con la figura paterna è variamente declinato sui veri personaggi), rispetto alla fredda perversione della storia originale, mentre Hole nel finale assume una statura da eroe quasi superoministica, sullo sfondo di una natura spettacolarmente ostile. Inevitabile, forse, in una pellicola che punta alla risoluzione, ma un po’ in contraddizione con un personaggio che di suo è orgogliosamente tragico e perdente.

Il risultato finale è un prodotto di intrattenimento poco soddisfacente anche per i fan del genere (aveva fatto decisamente meglio David Fincher con il suo adattamento americano di Millenium – Uomini che odiano le donne), pure se lascia aperta la strada di un sequel. Nesbø è uno scrittore prolifico, i romanzi a cui guardare non mancano. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOVE LUNE E MEZZA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/16/2017 - 13:53
Titolo Originale: Nove Lune e Mezza
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Michela Andreozzi
Sceneggiatura: Michela Andreozzi, Alessia Crocini, Fabio Morici
Produzione: PACO CINEMATOGRAFICA, NEO ART PRODUCCIONES IN COLLABORAZIONE CON VISION DISTRIBUTION
Durata: 100
Interpreti: Claudia Gerini, Michela Andreozzi, Pasquale Petrolo, Giorgio Pasotti, Stefano Fresi

Tina e Livia sono due sorelle profondamente legate nonostante i caratteri opposti: Tina, infatti, è una poliziotta timida e impacciata, legata sentimentalmente ad un collega ma divorata da un fortissimo desiderio di maternità, mentre Livia è una musicista decisa e indipendente, pienamente appagata dalla sua vita di coppia senza figli. Quando quest'ultima va dal ginecologo per sbarazzarsi definitivamente dal rischio di una maternità, lui le propone inaspettatamente di portare per nove mesi il figlio che sua sorella altrimenti non potrà mai avere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
"Donare l'utero, non è come donare il rene?" .."La famiglia è dove ci si ama e sostiene, anche senza prosecuzione della specie". "Per la coppia omosessuale ho creato due omoni maschi innamorati con figli, come ce ne sono tanti". La regista conferma in un'intervista quanto viene rappresentato nel film. Il film travisa completamente il concetto di amore, che viene considerato una realizzazione egocentrica di se stessi, da cui scaturisce la pretesa di certi "diritti", invece di essere servizio e donazione di se' verso i nuovi nati, che hanno diritto di esser concepiti per amore dal proprio padre e dalla propria madre, di crescere nel grembo della propria madre ed essere allevati con continuità dai propri genitori grazie a un matrimonio stabile
Pubblico 
Sconsigliato
Per la trasmissione di messaggi sbagliati
Giudizio Tecnico 
 
Michela Andreozzi e Claudia Gerini sono due divertenti personaggi tratteggiati a tutto tondo (ma i ruoli maschili lo sono molto meno). Il film regge bene come commedia, molto meno come lavoro impegnato
Testo Breve:

Questo film tutto al femminile (le figure maschili non ci fanno una buona figura) costituisce una rivendicazione sindacale sulla libertà delle donne di non essere madri o di esserlo (tramite l'utero in affitto), di convivere senza sposarsi mentre   famiglie che vivono il matrimonio con fede (pentacostali, in questo caso) sono solo troppo serie e bigotte

Michela Andreozzi veste per la prima volta i panni di regista (pur senza togliersi quelli di attrice) per raccontare una commedia all'italiana moderna, che tocca molte delle sfaccettature più attuali e scottanti del tema della maternità. In primo luogo, certamente, quella dell'utero in affitto, su cui si regge tutta la storia delle due sorelle, ma è lasciato spazio anche al problema dei figli per le coppie omosessuali, dal momento che il ginecologo che dirige tutta l'operazione ha un compagno e due bambini (e sotto tanti aspetti appaiono, seguendo un cliché oggi di moda, come la famiglia più "normale" sullo schermo).

Tina e Livia, ben interpretate da Michela Andreozzi e Claudia Gerini, sono gli unici personaggi con una personalità a tutto tondo ed è grazie a loro se l'interesse per la storia si mantiene alto fino alla fine. Sono molto toccanti le scene iniziali che mostrano il desiderio di maternità di Tina, che arriva a "rapire" una bambina creduta abbandonata, nella speranza di poterla tenere con sé. Ed è interessante il percorso di crescita che entrambe compiono, unite nell'assurda complicità di dover nascondere la gravidanza di Livia e fingere quella di Tina, anche davanti alla loro famiglia d'origine.

Livia, in particolare, è un personaggio che guadagna spessore e complessità man mano, soprattutto dal momento in cui si rende conto di come la sua generosità nell'aiutare la sorella potrebbe non essere stata dettata solo dal profondo legame di affetto, ma anche dal suo perenne senso di superiorità.

Gli altri personaggi sono fondamentalmente macchiette che riescono a strappare tanti sorrisi, ma poche risate. Viene spontaneo domandarsi se, per affrontare temi simili, forse non valesse la pena un po' di profondità psicologica in più.

Fabio (il compagno di Livia) e Gianni (quello di Tina) sono travolti dall'evento della maternità, ma mai veramente chiamati in causa: la responsabilità se la assumono totalmente le loro donne. I loro deboli tentativi di ribellione li porteranno a un cambiamento, ma non hanno lo spessore umano per vivere lo stesso viaggio emotivo delle loro compagne: in generale, l'immagine che arriva è quella di una maternità che cambia le donne, più che l'intera famiglia.

Pieni di limiti e insicurezze, tutti gli uomini vengono guardati con una sorta di tenerezza accondiscendente, tranne uno: il fratello neocatecumenale di Tina e Livia. Sposato e con quattro figlie femmine, anche lui potrebbe rappresentare una forma alternativa di famiglia, ma viene invece relegato a un ruolo anacronistico e oscurantista, senza possibilità di redenzione, che non riesce nemmeno a fare ridere.

In un film che esplora minuziosamente le conseguenze della maternità, all'interno di famiglie tutt'altro che tradizionali, è curioso che non si parli mai esplicitamente del bene del bambino. Al centro dell'attenzione ci sono sempre gli adulti e la loro tardiva "maturazione", che sicuramente questo nuovo arrivo rende più urgente che mai. Ma è giusto pensare alla gravidanza solo come a un bisogno dei genitori? E al bambino come un collante per tenere insieme famiglie scompaginate?

L'argomento non viene affrontato esplicitamente, ma in un film di questo tipo anche il fatto che sia taciuto può dire molto.

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
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IL PALAZZO DEL VICERE'

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/13/2017 - 11:21
Titolo Originale: Viceroy's House
Paese: GRAN BRETAGNA, INDIA
Anno: 2016
Regia: Gurinder Chadha
Sceneggiatura: Paul Mayeda Berges, Gurinder Chadha, Moira Buffini
Produzione: DEEPAK NAYAR, GURINDER CHADHA, PAUL MAYEDA BERGES, BBC FILMS
Durata: 106
Interpreti: Hugh Bonneville, Gillian Anderson, Manish Dayal, Huma Qureshi

Delhi nel 1947, lord Mountbatten (Hugh Bonneville) si insedia nel palazzo reale inglese in qualità di ultimo viceré indiano dell’Impero coloniale britannico, insieme a lui anche la moglie, Edwina (Gillian Anderson), e la figlia. Mountbatten dovrà sovraintendere al passaggio dell’india da colonia a nazione indipendente e mediare il disaccordo sorto tra i due maggiori leader indiani: Jawaharlal Nehru, che desidera che l'India rimanga unita in un’unica nazione dopo l'indipendenza, e Muhammad Ali Jinnah, che invece vorrebbe creare due stati separati, uno musulmano e l’altro indù.  In questo difficile passaggio politico le vicende personali di alcuni degli abitanti del Palazzo si intrecciano con gli eventi storici e i loro drammatici risvolti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi incarnano valori familiari e religiosi molto importanti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
A dispetto di una splendida e dettagliata riproduzione degli affascinanti costumi e di alcuni ambienti dell’epoca, purtroppo le ricostruzioni storiche degli eventi unite ai racconti personali dei personaggi risultano poco convincenti a causa di una sceneggiatura troppo incentrata sui dialoghi e poco sulle azioni
Testo Breve:

L'ultimo vicerè inglese cerca di gestire il passaggio dell'India all'indipendenza nel modo meno cruento. Un tema interessante sviluppato come romantico polpettone

Nel Palazzo del Vicerè tre diverse culture si incrociano, quella britannica, quella indù e quella musulmana, ciascuna con i propri valori e tradizioni. Tutti sembrano riuscire a mantenere un certo equilibrio  in armonia fino al momento in cui la dominazione britannica non si tira indietro e l’intero sistema sociale va in crisi.

Il soggetto sembrerebbe assai interessante sia da un punto di vista storico che umano e sociale. Tuttavia il racconto delle vicende personali dei personaggi, pur volendo rappresentare la spiegazione concreta e il riflesso degli accadimenti politici sul vissuto umano, in realtà non riesce a legare bene con la raffigurazione degli eventi storici. I due aspetti del film, quello personale e quello storico, sembrano restare sempre troppo scollegati e nessuno dei due riesce davvero a chiarire l’altro.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO DI NEVE (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/12/2017 - 14:03
Titolo Originale: The Snowman
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Peter Straughan, Hossein Amini, Søren Sveistrup
Produzione: WORKING TITLE FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON ANOTHER PARK FILM
Durata: 119
Interpreti: Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Chloë Sevigny

Harry Hole, un abile detective della omicidi di Oslo, si è lasciato andare: abbandonato dalla moglie, conduce una vita solitaria e passa le serate a ubriacarsi. Una mattina riceve un foglio anonimo dov’è disegnato un pupazzo di neve, con l’avvertimento di un prossimo omicidio. In effetti una donna è scomparsa di casa e davanti all’ingresso è stato preparato un pupazzo di neve. Il caso viene abbinato ad altri avvenuti nel passato ma più Harry cerca di indagare, più ha la sensazione che l’assassino sia in grado di prevedere le sue prossime mosse...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Molte situazioni di famiglie infelici contribuiscono a dare al film un tono cupo
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di corpi mutilati e situazioni familiari infelici
Giudizio Tecnico 
 
Di bello in questo film ci sono solo i paesaggi invernali norvegesi. La componente poliziesca risulta modesta
Testo Breve:

Un thriller ambientato in una suggestiva Norvegia invernale, con attori di primo piano manca l’obiettivo di interessare lo spettatore a causa di uno sviluppo quasi meccanico, pieno di scene impressionanti

Questo thriller ricavato dal romanzo omonimo di  Jo Nesbø, aveva tutte le carte in regola per raggiungere il successo. Un buon regista, ottimi attori, la produzione di Martin Scorzese.  Eppure non lo raggiunge. I film di genere thriller sono diventati ormai molto sofisticati, in grado di stupire per le motivazioni a sorpresa,  spesso a sfondo psicologico, che hanno animato il killer. Niente di tutto questo troviamo nel film: l’assassino appare subito essere un “banale” psicopatico a cui piace uccidere un certo tipo di donna: la regia gioca a indirizzarci verso il prossimo indiziato salvo poi sviarci per puntare verso un altro. Alla fine il meccanismo è così scoperto che lo spettatore ha presto capito chi è il colpevole. Il film vorrebbe risultare  avvolto in un’atmosfera dark (impressionante l’incipit del film, dove un uomo picchia una donna che poi si suicida in presenza del figlio) ma anche questo tentativo fallisce perché le teste mozzate, i corpi tagliati a pezzi si sussseguono senza sosta, fino ad annoiare. Il film è stato vietato ai minori in tutti i paesi dove finora è stato proiettato, tranne che in Italia.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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BLADE RUNNER 2049

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/06/2017 - 18:41
Titolo Originale: Blade Runner 20149
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green
Produzione: RIDLEY SCOTT, ALCON ENTERTAINMENT,IN ASSOCIAZIONE CON TORRIDON FILMS, 16:14 ENTERTAINMENT
Durata: 152
Interpreti: Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Robin Wrigh

A fare il Blade Runner (cacciatore di replicanti vecchio modello, che vanno eliminati) non c’è più, come nel 2019, Deckart ma ora, nel 2049, questo sporco mestiere è passato all’agente K, un replicante di nuovissima generazione senza più una “scadenza” a quattro anni, come nei precedenti modelli. Durante una incursione nella casa di un replicante, l’agente fa una scoperta insolita. I suoi capi gli impongono di non proseguire oltre nelle indagini ma K disubbidisce, perché forse potrà comprendere meglio qualcosa del suo passato. Per lui ora diventa importante scoprire dove si è rifugiato Deckart...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime la tensione del protagonista (un replicante) alla ricerca di alcuni valori fondanti che contraddistinguono l’essere uomano
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena cruenta con l'uso di un coltello. Presenza di nudità femminili
Giudizio Tecnico 
 
Ottime la fotografia e la sceneggiatura, degne del film-capostipite:il messaggio metafisico che viene dato, pur con qualche lungaggine, raggiunge il segno
Testo Breve:

Il  Blade Runner K, uomo-robot, nella sua caccia a replicanti di vecchio modello, fa una scoperta che mette in gioco il senso della sua stessa esistenza. Le belle scenografie, molto fedeli al film capostipide, fanno da sfondo a un racconto che si pone alla ricerca dei valori fondanti dell’esistenza umana

Cosa ha decretato il successo del Blade Runner del 1982, le scenografie di una futura Los Angeles nebbiosa e cupa, illuminata solo da enormi schermi con pubblicità simil-nipponiche, oppure la forza del dubbio esistenziale, del desiderio di poter vivere più di quattro anni da parte dei replicanti, dell’aspirazione metafisica di svincolarsi dai limiti imposti dal proprio creatore?

Sicuramente entrambi, o meglio la perfetta simbiosi artistica dei due elementi, mentre la componente poliziesca e quella amorosa rientravano in ciò che ci si può aspettare da un film di genere.

Il regista Ridley Scott ha atteso trent’anni prima di rimettersi in gioco, come produttore, per avventurarsi nell’impresa, quasi impossibile, di replicare un tale successo. Possiamo ora dire che c’è quasi riuscito. Garanti di quest’impresa sono state la fotografia di Roger Deakins e le scenografie di Dennis Gassner che si sono mantenute fedeli alle ambientazioni originali, aggiungendo una san Diego trasformata in una gigantesca  pattumiera e una Las Vegas ridotta a cimitero di simulacri del passato. Determinante è stata anche la scelta del regista canadese Denis Villeneuve, autore di quel Arrival che aveva saputo trasformare il genere fantascientifico nel palcoscenico più appropriato per avviare dibattiti filosofici non banali  sui valori  che sostengono la nostra esistenza. Villeneuve non ha tradito i temi di fondo e gli scenari del primo Blade Runner ma ne ha portato avanti alcuni discorsi impliciti ponendo l’accento sull’universalità  di certi valori umani, spesso trascurati da chi è un umano e  ora grandemente desiderati da chi si sente un quasi-uomo. Non possiamo rivelare in cosa consiste la ricerca spasmodica dell’agente K (reso molto bene da quell’ intima inquietitudine che traspare dallo sguardo di Ryan Gosling) ma si tratta di una sottolineatura importante di ciò che veramente conta per sentirsi pienamente umani e riconoscere che solo la disponibilità di un’anima ci dà diritto di trascendenza.

Il regista si prende tutto il tempo necessario per raccontare la storia ( scivolando in qualche lungaggine); non tutti i personaggi sono riusciti, in particolare il nuovo fabbricante di replicanti, interpretato da Jared Leto che sentenzia troppo con frasi prese dalla Bibbia costruendo un eccesso di riferimenti troppo importanti per il messaggio trasmesso dal film. Originale invece la presenza di una donna-ologramma che intrattiene e consola il replicante K. La sequenza dell’incontro amoroso per interposta persona non è però originale ma preso di sana pianta dal film Lei, dove Joaquin Phoenix si intratteneva con una voce generata a computer.

Resta insolita la scelta, per un blockbuster destinato a un vasto pubblico, la presenza di scene violente, in particolare una, dove una donna inerme viene accoltellata e qualche sporadico nudo  femminile. Il film è stato giudicato in U.S.A. come restricted, cioè vietato ai minori di 17 anni non accompagnati.

Autore: Vania amitrano
In Televisione
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AMMORE E MALAVITA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/05/2017 - 13:31
Titolo Originale: Ammore e Malavita
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Manetti Bros. (Antonioe Marco Manetti)) Michelangelo La Neve
Sceneggiatura: Antonio Manetti, Marco Manetti, Michelangelo La Neve
Produzione: MADELEINE, MANETTI BROS. FILM, CON RAI CINEMA, IN COLLABORAZIONE CON TAM TAM FOTOGRAFIE, MOMPRACEM
Durata: 134
Interpreti: Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso

Don Vincenzo è il re del pesce a Posillipo. Dopo esser sfuggito a un attacco compiuto da una banda camorrista rivale, accetta il consiglio della moglie Maria, che trae sempre furbe ispirazioni dalla sua cultura cinefila, di dichiararsi morto e godersi così una vita più tranquilla. Vincenzo si rifugia in una clinica ma un’infermiera, Fatima, lo riconosce proprio quando la televisione sta annunciando la sua morte in un attentato. Ciro e Rosario, i due killer del boss, hanno l’ordine di trovarla e ucciderla. Il primo a scoprirla è Ciro, che riconosce in Fatima il suo grande amore di gioventù. Decide quindi di fuggire con lei anche se sa bene che Vincenzo organizzerà nei suoi confronti una terribile caccia all’uomo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel film solo una donna cerca di uscire dalla spirale delle vendette omicide, come richiesto dal codice d’onore della malavita, giocando d’astuzia e chiedendo l’aiuto delle forze dell’ordine
Pubblico 
Adolescenti
Molte scene di sparatorie incluse ciniche esecuzioni ma senza dettagli cruenti
Giudizio Tecnico 
 
Un racconto divertente e originale che beneficia della simpatia dei personaggi con qualche lungaggine di troppo
Testo Breve:

Il killer Ciro deve uccidere una testimone scomoda ma scopre che si tratta dell’unica ragazza che ha veramente amato. Una originale sceneggiata napoletana intrisa di rimandi al cinema americano.

Un pullman si ferma davanti alle vele di Scampia. Scendono dei turisti stranieri e il cicerone inizia a decantare quello che è stato il fondale di tanti film e serial TV di successo e li invita ad apprezzare quello che non si trova in nessun’altra città del mondo: il brivido del rischio, il contatto diretto con la malavita. Si tratta di un incipit scanzonato che dà subito il tono al film: i fratelli Manetti, registi e sceneggiatori, non hanno avuto alcuna intenzione di mostrarci, ancora una volta, uno spaccato di violenza e miseria della capitale partenopea ma realizzarne piuttosto una sua trasfigurazione ispirata alla sceneggiata napoletana, con l’aiuto di un dose massiccia di riferimenti cinefili, soprattutto americani. Ne scaturisce una storia di amore e malavita con tante sparatorie e morti ammazzati anche in questo caso ma ciò che conta non è ciò che accade ma la sua forma. Se c’è da sottolineare un momento romantico nel primo incontro fra Fatima e Ciro, lei inizia a cantare sulle note di What a Feeling (Flashdance); se c’è una sparatoria, si vede Ciro, con una sequenza al rallentatore, che schiva le pallottole secondo la tradizione inaugurata da Matrix; se il boss Vincenzo si è rifugiato in una clinica, i suoi si aggirano sospettosi e armati per le corsie, in pieno stile Il Padrino.  

Se sorge spontaneo il rimando a un altro recente musical d’oltreoceano: La La Land, possiamo dare un punto al nostro per la sua maggiore freschezza e originalità ma, bisogna riconoscerlo, nel lavoro americano troviamo approfondito lo sviluppo di una storia d’amore che si evolve nel conflitto fra successo e felicità privata mentre nel primo i sentimenti sono statici. Se Ciro e Fatima si amano senza tentennare fin dall’inizio, il boss Vincenzo e Maria restano una coppia a delinquere fedele nonostante le difficoltà e i due killer Ciro e Rosario, mantengono forte il senso di un’amicizia coltivata fin dall’infanzia, nonostante militino in fronti contrapposti. La dinamica del racconto va cercata altrove, nell’evolversi della caccia all’uomo che è stata orchestrata contro Ciro e la sua Fatima.

Occorre inoltre riconoscere che ci troviamo di fronte a una professionalità ancora in formazione. Lo si nota dalla difficoltà a costruire un racconto più compatto, da qualche scarto sulla verosimiglianza di certe scene (alcuni scontri a fuoco sono troppo “facili” per i nostri eroi) e dalla qualità della fotografia, soprattutto in esterni, che manca di profondità e di chiaroscuro. Occorre comunque lodare la divertente espressività napoletana delle due protagoniste: Fatima (Serena Rossi) e Maria (Claudia Gerini). Anche il boss che crede di essere furbo ma è solo manipolato dalla moglie beneficia della divertente interpretazione di Carlo Buccirosso.

Se al festival di Venezia anche un altro film (di animazione) ambientato a Napoli e realizzato da napoletani (Gatta Cenerentola) ha riscosso l’approvazione dei critici e del pubblico vuol dire che soprattutto da quella città stanno emergendo spunti di fresca vitalità creativa

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ISIS - LE RECLUTE DEL MALE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/27/2017 - 09:39
Titolo Originale: The State
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Peter Kosminsky
Sceneggiatura: Peter Kosminsky
Produzione: Archery Pictures
Durata: 4 puntate su National Geographic dal 12 al 19 settembre 2017
Interpreti: Sam Otto, Ony Uhiara, Ryan McKen, Ony Uhiara,

PLOT Quattro giovani inglesi escono nottetempo dalle loro case, senza avvisare i genitori e attraverso vari mezzi riescono a raggungere Raqqa, nella Siria occupata dallo Stato Islamico. C’è Jalal, che ha deciso di seguire le orme del fratello maggiore, morto martire per l’ISIS, assieme al suo amico Ziyaad; Shkira, che ha deciso di compiere la sua jihad mettendosi al servizio, con la sua professione di dottoressa, del nuovo Stato Islamico. C’è infine Ushana, una teenager, radicalizzata dai filmati visti su Internet, che sogna di sposare un eroico combattente di Allah. I quattro, dopo due settimane di addestramento, compiono il loro giuramento di fedeltà allo Stato; gli uomini partono per il fronte mentre le donne scelgono il loro marito islamico...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una lucida analisi di come l’Isis riesca a indottrinare i propri combattenti martiri, attraverso il fanatismo religioso e un eccesso di crudeltà verso gli infedeli che serve a fare terra bruciata in modo che ogni ripensamento possa diventare impossibile
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza (accennate, senza dettagli cruenti) e il clima generale di fanatismo religioso rendono il film adatto a sole persone mature
Giudizio Tecnico 
 
Frutto di un’accurata preparazione, il regista è riuscito nell’obiettivo di farci entrare nell’anima di chi decide di combattere per lo Stato Islamico
Testo Breve:

Quattro Foreign Fighter inglesi decidono di unirsi all’Isis: un film ben realizzato, chiarificatore di certi ambienti culturali e contesti politici a noi poco noti, frutto di una rigorosa preparazione

Serial televisivi come questo Isis - le reclude del male del canale National Geographic (nella versione originale: The State, trasmesso sul canale 4 della televisione inglese ad agosto 2017) sono assolutamente necessari. Le fiction TV presentano un grosso vantaggio: quello di entrare dentro contesti culturali a noi molto lontani, attraverso la partecipazione alla vita quotidiana di personaggi il più possibile aderenti alla realtà. Si riesce, con questi contributi, a uscire da giudizi generici e approssimativi per cercare di capire la ragione di certi fenomeni: non solo la nascita dell’ISIS ma anche quella dei Foreign fighters, cioè del perché giovani non certo disperati, anzi, per la maggior parte dei casi di classe media, con buona cultura, decidono di lasciare una vita serena e confortevole per andare a morire per lo Stato Islamico. Molto utile, per la conoscenza della realtà siriana, anche il documentario di Sebastian Junger e Nick Quested: Hell on Earth: The Fall of Syria and the Rise of ISIS, presentato in contemporanea con il  serial, sempre sulla rete National Geographic italiana con il titolo Inferno sulla terra – Il crollo della Siria e il potere dell’ISIS.

La fiction inizia dal momento in cui i quattro giovani attraversano il confine turco per entrare nel territorio dell’ISIS: non abbiamo riferimenti precedenti sul perché della loro decisione ma riusciamo a scoprirlo progressivamente durante il loro soggiorno a Raqqa; evita inoltre di premettere un inquadramento storico della situazione siriana ma lo scopriamo indirettamente: molti combattenti Isis  che le nostre nuove reclute incontrano sono ex soldati o ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein. Come spiega più dettagliatamente il documentario citato, la cattiva gestione del dopo-Saddam da parte degli americani che avevano operato una radicale estromissione di persone iscritte al partito Ba’hat (iscrizione obbligatoria per qualsiasi incarico pubblico) aveva creato le premesse per un malcontento diffuso che aveva portato le forze di opposizione a organizzarsi nell’ISIS. Secondo l’opinione dello stesso documentario, il cambiamento di decisione del presidente Obama, nell’agosto del 2013, di non attaccare le forze del presidente Assad, nonostante avesse promesso in precedenza di intervenire appena fossero stati usati i gas nervini, , aveva rinforzato la decisione di invadere anche il territorio siriano, con la convinzione che gli occidentali non sarebbero intervenuti.

La prima puntata del serial si concentra sulla preparazione dei foreign fighters: rigorosamente separata fra uomini e donne. Anche se le motivazioni dei quattro sono forti, durante le due settimane di addestramento si accorgono di quanto radicale debba essere  l’immersione nel nuovo mondo privandosi di ogni riferimento al passato.  Jalal, che si trova nelle condizioni migliori perché ha avuto un fratello che prima di lui si era unito all’ISIS morendo martire e si fregia di essere un Hafiz (colui che ha imparato il Corano a memoria), è costretto a cancellare dal suo cellulare le foto di sua madre, perché non si possono conservare immagini di donne senza velo e deve strappare il suo passaporto inglese davanti a tutti.

Shkira,  arrivata in Siria perché desiderosa di realizzare la sua jiad (combattimento spirituale) prestando le sue competenze di medico a favore dello Stato Islamico, scopre che non può esercitare la professione senza il premesso del suo mahram (guardiano: il marito o un parente maschio). Per tutti loro, il paese dove sono cresciuti e rimasti i loro parenti e  amici è  da considerare   dar al kufr (terra degli infedeli).   Ushana, la più giovane dei quattro, riesce a sposare, com’era suo desiderio, un combattente ISIS ma si tratta per lei di una felicità di breve durata: una sera due donne bussano alla porta per felicitarsi con lei: suo marito è morto da shahid (martire) e ora si è unito a tutti gli altri uccelli verdi dell’Jinnah (paradiso)

Viene infine il giorno del bay ‘ah (giuramento di fedeltà) fra le acclamazioni festose dei partecipanti: i nuovi adepti si impegnano a morire per Allah e a difendere lo Stato Islamico dove l’unica legge è quella di Allah.

Nelle puntate successive i quattro iniziano a scoprire che, pur compiendo il loro dovere, si trovano intrappolati in regole rigide che stridono con la loro coscienza occidentale che non si è ancora spenta.

Jalal, il più sensibile, scopre che, secondo il Corano, è ancora in vigore la schiavitù per le donne mogli dei nemici conquistati ed è  diritto di ogni combattente ISIS, una volta comprate, possederle sessualmente sia loro che le loro figlie.  Decide quindi di “comprare” una donna curda e sua figlia per cercare di proteggerle. Anche Shkira vede con sgomento che suo figlio di nove anni viene mandato in campi si addestramento dove impara a usare il pugnale, a sviluppare la propria aggressività e il disprezzo del nemico (assistiamo, in questa occasione, a una delle scene più “forte” del serial). Debbono inoltre assistere alle esecuzioni pubbliche per decapitazione degli stranieri catturati sotto gli occhi di una cinepresa, a beneficio degli Occidentali o alle torture inflitte ai nemici prigionieri.

Alla fine il “meccanismo” messo in piedi dall’ISIS traspare con chiarezza in  questa fiction: si tratta di mantenere sempre alta la tensione fra i combattenti attraverso un circolo vizioso costituito da credenze religiose fanatiche e da un nichilismo che cerca il “tanto peggio tanto meglio”. Appare chiaro quando uno degli istruttori cerca di spiegare ai novelli foreign fighters perchè l’ ISIS si ostini a compiere attacchi suicidi nel mondo occidentale, con rischio che intervengano in forze a sconfiggerli.  “E’ proprio questo che stiamo cercando”, dichiara il mujahiddin:“quando verranno i crociati - come dice il Corano- molti fratelli moriranno ma chi si salverà si rifugerà a Gerusalemme e lì verrà Gesù, il  figlio di Maria: è lui che condurrà il nostro esercito alla vittoria”. Alla fine il ricorso a una fede islamica protesa esclusivamente alla conquista del Jinnah (paradiso) ha l’obiettivo di spingere i combattenti alla gloria del martirio e al contempo le azioni terroriste contro i “nemici di Allah” servono a creare quella “terra bruciata” che impedisce qualsiasi ripensamento.

In Inghilterra alcuni giornali (invero pochi, fra cui il Daily Mail) hanno criticato la serie televisiva, considerandola pericolosa, perché può incitare alla violenza e al fanatismo. Sicuramente si tratta di una serie adatta alla visione di sole persone adulte a causa di alcune scene di violenza (per le quali ci vengono comunque risparmiati i dettagli) ma detto questo bisogna riconoscere che il lavoro, frutto di più di un anno di preparazione, è accurato e rigoroso nella ricostruzione dell’ambiente dei combattenti Isis, descrivendone tutte le atrocità fisiche e mentali, sicuramente senza compiacimenti ma senza neanche facili demonizzazioni.

Come ha osservato il critico di The Guardian: “Kosmisky porta a compimento uno dei più importanti doveri di una società democratica: esplorare l’ideologia dei suoi nemici”

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'INGANNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/20/2017 - 16:48
Titolo Originale: The Beguiled
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Produzione: YOUREE HENLEY, SOFIA COPPOLA PER AMERICAN ZOETROPE
Durata: 91
Interpreti: Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst

1864. Al terzo anno della guerra di secessione, in territorio confederale, in un collegio per ragazze di buona famiglia, sono rimaste solo la direttrice (miss Martha), una istitutrice (Edwina) e cinque allieve di diversa età. Una di loro scopre, nel bosco circostante, un soldato nordista (il caporale McBurney) ferito a una gamba. Miss Martha decide di accoglierlo e curarlo, anche se è un nemico, in nome di una universale carità cristiana. Anche se il soldato resta confinato nella sua camera in attesa che guarisca, la sua sola presenza innesca fra le donne del collegio curiosità ma anche attrazione. Quando poi il caporale riprende a camminare, bisognerebbe invitarlo ad andar via ma sia le donne che lui stesso preferiscono rinviare il momento della partenza…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film non esprime praticamente nulla, se non i turbamenti sessuali di alcune giovani o non più giovani, che non hanno remore a cercare di soddisfare
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena d’amore senza nudità
Giudizio Tecnico 
 
Con il suo inconfondibile stile molto curato ma un po’ freddo, Sofia Coppola realizza con cura una efficace ambientazione ma la sceneggiatura risulta discontinua. Premio per la miglior regia al Festival di Cannes 2017
Testo Breve:

Durante la guerra di secessione americana, alcune donne e ragazze che sono rimaste isolate in un collegio, si prendono cura di un soldato nordista rimasto ferito. Un film di ambientazione molto curato ma poco convincente nella sceneggiatura

Questo film, per il quale Sofia Coppola ha vinto il premio per la miglior regia al Festival di Cannes 2017, è un remake di La notte brava del soldato Jonathan (1971) di Don Siegel. Lo è veramente nello sviluppo della storia (alcune sequenze sono molto simili), nei personaggi coinvolti ma lo spirito è molto diverso.

Nel film di Siegel il protagonista è il soldato Jonathan (Clint Eastwood): un uomo spavaldo e scanzonato, che trovatosi nella situazione di essere l’unico gallo in un pollaio, sa mentire per rendersi gradito a tutte e poi cerca di approfittare, senza molti scrupoli, degli appetiti sessuali che la sua presenza nel collegio ha suscitato (ma la rivalsa delle donne su di lui sarà terribile). In questo film della Coppola l’attenzione è posta sulle donne e la stessa ambientazione, costruita con cura, svolge un ruolo determinante.

La regista, nelle sequenze iniziali, indugia sulla grande foresta che circonda la bianca, solitaria, casa coloniale dove sono asserragliate le ragazze: solo il rombo lontano dei cannoni ricorda che fuori di quel mondo calmo si sta svolgendo una guerra. Le due istitutrici e le cinque ragazze sono quindi sole, quasi a costituire un microcosmo autonomo, tutto al femminile. Ce lo fa notare la regista con il candore e la nitidezza dei vestiti, la compostezza dei comportamenti, l’agilità delle mani sottili delle fanciulle intente a ricamare o a suonare uno strumento musicale e siccome anche le due istitutrici sono nubili, sembra quasi che la Coppola abbia voluto realizzare un ideale mondo verginale, tema sempre ricorrente nella sua produzione.

Le giornate fluiscono ordinate fra le lezioni in aula, l’ora di ricamo, i lavori nell’orto, la cena e la preghiera serale, quando l’elemento maschile irrompe e agita le acque di questo lago tranquillo. Il film, ispeziona, viviseziona il comportamento delle due donne e delle cinque ragazze e registra al di là di un comportamento dignitoso che deve sempre essere mantenuto, piccole attenzioni fatte di frasi e di gesti nei confronti dello sconosciuto o le crescenti, indispettite maliziosità di una contro l’altra, dettate dalla gelosia.

La parte più bella e interessante del film finisce qui. Il racconto si trasforma poi in un thriller tragico, riproducendo gli stessi eventi già presenti nel film del ’71 ma il cambiamento è così repentino e il finale così sbrigativo, da rendere evidente la disarmonia fra le due parti.  Sembra quasi che l’autrice si sia dedicata a riprodurre una determinata atmosfera con la cura e la precisione (un po’ fredda) che le sono caratteristiche ma poi si sia limitata a seguire con diligenza la seconda parte del remake. Un altro elemento che contribuisce a creare questo straniamento nello spettatore è la figura del protagonista, qui interpretato da Colin Farrel. Se Clint Eastwood impersonava un furbo mascalzone che si rivelava per quello che era solo nel finale, qui il capitano appare una figura ambigua e indecisa, una persona modesta (viene sottolineato che è un mercenario fuggito dalla battaglia) che non riusciamo più a riconoscere per modi aggressivi e minacciosi che esprime nella seconda parte.

Resta, di questo film, la bellezza dei paesaggi, dei colori e delle musiche, le ottime interpretazioni femminili. La Coppola ha voluto esplorare ancora una volta quel momento di disadattamento che coglie le adolescenti quando debbono entrare nel mondo degli adulti, un disadattamento che diventa tragedia come nel suo film d’esordio, Il giardino delle vergini suicide (1999) o si esprime nella solitudine dell’undicenne Cloe, figlia di divorziati  in Somewhere, o più tardi in Bling Ring (2013), quando un gruppo di adolescenti vive solo di sogni, che alimentano rubando oggetti per loro impossibili nelle case dei ricchi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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