Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

INSOSPETTABILI SOSPETTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/14/2017 - 16:37
Titolo Originale: Going in Style
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Zach Braff
Sceneggiatura: Theodore Melfi
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, New Line Cinema, Village Roadshow Pictures, Warner Bros
Interpreti: Morgan Freeman, Michael Caine, Alan Arkin, Matt Dillon, Ann-Margret

Pressati da una sempre più precaria condizione economica, tre pensionati, tre amici di vecchia data, Willie, Joe e Al, decidono di rapinare la banca che li ha defraudati del loro fondo pensione per coprire un’assicurazione aziendale

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Willie, Joe e Al sono soprattutto tre amici legati da un fraterno affetto, decidono di compiere un atto illegale, ma restano saldamente attaccati ai valori del rispetto dell’altro come persona
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una regia dinamica e una sceneggiatura brillante, accompagnate da una divertente interpretazione di tre grandi nomi del cinema
Testo Breve:

Un Michael Caine elegante e astuto, un ruvido e pessimista di Alan Arkin, un sornione e sensibile Morgan Freeman sono i tre grandi vecchi del cinema impegnati a svaligiare una banca che li sta truffando. Un film divertente di qualità media 

Morgan Freeman (Million Dollar Baby), Michael Caine (Hannah e le sue sorelle) e Alan Arkin (Little Miss Sunshine), tre premi Oscar® che insieme totalizzano 247 anni di età in Insospettabili sospetti (Going in style) di Zach Braff sono i protagonisti del più sorprendente e inimmaginabile colpo ad una banca mai visto. Sono tre amici pensionati dal passo un po’ lento ma dalla mente ancora lesta e lucida che non si arrendono alle circostanze e trasformano i loro limiti in uno straordinario punto di forza.

Nel 1979 Vivere alla grande (Going in style) di Martin Brest (Scent of a Woman - Profumo di donna) raccontava la storia di Al, Willie e Joe, tre anziani amici che vivono con la rendita delle loro modeste pensioni nel Queens, a New York. Nel film originale le giornate dei tre anziani protagonisti trascorrono tranquillamente fino a quando un giorno Joe propone agli altri il colpo della vita: una clamorosa e grottesca rapina in banca. In Insospettabili sospetti il sarcastico attore e regista Zach Braff (Scrubs - Medici ai primi ferri) riporta la storia ai giorni nostri, ne attenua i toni da stangata soprattutto nel finale, ma mantiene un certo fascino proprio dello stile poliziesco anni '70.

I personaggi di Al, Willie e Joe (rispettivamente Alan Arkin, Morgan Freeman e Michael Caine) degli anni 2000 sono tre anziani dall’aspetto tutto sommato ancora brillante nonostante l’età e i movimenti assai più lenti. La condizione di pensionati a loro sembra stare stretta non solo dal punto di vista economico ma anche da quello operativo. Tanto che per i tre l’incredibile idea di rapinare una banca rappresenta oltre che una sorta di giusta rivalsa sociale anche l’appassionante progetto che rianima le loro vite.

La rapina che Al, Willie e Joe progettano proprio alla loro banca ha il sapore delle sfide contro le istituzioni che ingiustamente vessano i piccoli lavoratori. E infatti, a differenza del film originale e andando di pari passo con i tempi, i tre anziani uomini non cercano di arricchirsi per dedicarsi finalmente alla bella vita, ma al contrario desiderano garantire a se stessi e alle loro famiglie quel sostegno che ritengono gli spetti di diritto per il duro lavoro prestato negli anni.

Tuttavia ciò che davvero diverte e coinvolge in Insospettabili sospetti è la straordinaria professionalità, esilarante e al tempo stesso seria, con cui i tre preparano il colpo. Morgan Freeman, Michael Caine e Alan Arkin sono assolutamente credibili nei loro ruoli e, nonostante la loro grande carriera, riescono a non prendersi troppo sul serio. In una scenografia anni 70

I tre premi Oscar infondono la giusta leggerezza non priva di sensibilità nei momenti più gravi e una equilibrata e sapiente ironia ai momenti più grotteschi. Senza drammatizzare Insospettabili sospetti infatti descrive un disagio sociale purtroppo piuttosto comune ai giorni nostri causato dalla crisi e dalle vessazioni delle banche, ma al tempo stesso entusiasma con una storia insolita, ricca di trovate e non priva di tenerezza. Al di là della grave illegalità del colpo organizzato le intenzioni e il modo di comportarsi dei tre protagonisti sono infatti delicati, rispettosi e manifestano sempre sensibilità e generosità verso gli altri.

Il film vede inoltre la presenza della vincitrice di due premi Oscar® Ann-Margret (Tommy, Conoscenza carnale) nel ruolo di Annie, un’intraprendente commessa di un supermercato; il candidato Oscar Matt Dillon (Crash) nei panni dell’agente FBI Hamer e Christopher Lloyd (Ritorno al futuro) nel ruolo dello stralunato coinquilino degli amici. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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KING ARTHUR – IL POTERE DELLA SPADA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/12/2017 - 09:46
Titolo Originale: King Arthur Legend of the sword
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Guy Ritchie, Joby Harold e Lionel Wigram
Produzione: WEED ROAD PICTURES, SAFEHOUSE PICTURES
Durata: 126
Interpreti: Charlie Hunnam, Jude Law, Astrid Bergès-Frisbey, Eric Bana, Djimon Hounsou

Privato del trono dal perfido zio Vortigern, il giovane Artù cresce in un bordello della malfamata Londinium e diventa un piccolo boss della malavita locale. Ignaro della propria origine, si terrebbe lontano dal potere, ma la ricomparsa della leggendaria spada di suo padre mette in moto gli eventi che lo chiameranno ad essere il re che conosciamo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Assistiamo alla lotta interiore di Artù, tra lo spirito irriverente e anarchico del delinquente e lo spirito di sacrificio dell’eroe. Un Artù non più da leggenda ma che fin da subito ha ben chiaro il valore della lealtà e dell’amicizia
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, una breve scena di nudo e violenza nei limiti del genere.
Giudizio Tecnico 
 
Il regista inglese Guy Ritchie usa i suoi registri più usuali, mescolando iniezioni improvvise di adrenalina, musica e ironia, con momenti di epica dai risultati intermittenti anche se a volte molto suggestivi. Un buon intrattenimento per palati non troppo fini
Testo Breve:

Il giovane Arthur diventa un boss della malavita di Londra prima di scoprir le sue vere origini ed essere costretto a fare l’eroe. Una rivisitazione irrispettosa della leggenda che diventa un divertente intrattenimento

Se qualcuno poteva avere dubbi sulla capacità di Guy Ritchie di fare sua una leggenda millenaria e dalle mille trasposizioni può mettersi tranquillo: a parte un incipit un po’ in stile Il signore degli anelli questo King Arthur è in tutto e per tutto parte del canone del dinamico regista inglese, che qui firma anche la sceneggiatura insieme ai sodali di sempre.

E così re Artù, cresciuto in un bordello della sordida Londinium tardoromana, dopo essere sfuggito alla morte, come una specie di Mosè, salvato dalle acque, diventa Art, piccolo gangster che paga mazzette alle forze dell’ordine, si allena con un cinese esperto di arti marziali e fa rispettare la sua autorità ai contrabbandieri a suon di brillante parlantina e botte, lontano mille miglia, dunque, dal personaggio eroico che la tradizione ci ha consegnato. 

A riportarlo alla sua “vocazione” ci penseranno forze più grandi di lui, incarnate nella spada misteriosa che emerge dalle acque ai piedi del castello del crudele re Vortigern, che in questa versione è il fratello infido di Uther Pendragon, in una specie di frullato shakespeariano che pesca tanto da Macbeth come da Amleto.

La prova della spada, che il nostro eroe affronta con incauta incoscienza, cambia il segno della sua storia, costringendolo ad entrare nella leggenda che avrebbe volentieri evitato. La lotta interiore di Artù, tra lo spirito irriverente e anarchico del delinquente e lo spirito di sacrificio dell’eroe, è anche quella di una pellicola che mescola i registri più usuali al regista, con iniezioni improvvise di adrenalina, musica e ironia (il soldato che invita Artù alla prova della spada non è altri che il calciatore David Beckham sotto un pesante trucco), con momenti di epica dai risultati intermittenti anche se a volte molto suggestivi.

Charlie Hunnam si cala senza troppo impaccio nelle “braghe” di Artù mentre Jude Law (già un buon Watson nell’ultimo spericolato adattamento letterario di Ritchie, Sherlock Holmes) gigioneggia un po’ troppo nei panni del cattivo. Ed è un peccato perché Vortigern, pronto a sacrificare ciò che più ama all’ambizione del potere, e imbrogliato dalle stesse profezie che pensa di sfruttare a suo favore, aveva il potenziale per diventare qualcosa di più che un cattivo da fumetto.

Bisogna buttare un po’ alle ortiche quel che si sa della leggenda arturiana per godersi fino in fondo lo spettacolo rutilante di lotte con la spada, serpenti giganti evocati con la magia, stregoneria bianca e nera, e apprezzare un eroe che ha un po’ di problemi di inconscio da risolvere prima di poter abbracciare il suo destino, ma che fin da subito ha ben chiaro il valore della lealtà e dell’amicizia, due temi che da sempre percorrono la filmografia di Ritchie (vedi il bel  Rockenrolla di qualche anno fa o il recente Operazione UNCLE).

Questo re Artù non sarà forse destinato a entrare nella leggenda (cinematografica per lo meno), anche se nelle intenzioni di chi lo ha prodotto potrebbe essere il primo passo di una saga, ma è di sicuro un buon intrattenimento per palati non troppo fini che sapranno abbracciare fino in fondo la natura sfacciatamente popolare e picaresca del suo autore. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SONG TO SONG

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/09/2017 - 10:53
Titolo Originale: Song to Song
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produzione: BROAD GREEN PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON BUCKEYE PICTURES, WAYPOINT ENTERTAINMENT, FILMNATION ENTERTAINMENT
Durata: 129
Interpreti: Rooney Mara, Ryan Gosling, Michael Fassbender, Nathalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter

Sullo sfondo della scena musicale di Austin si incrociano le vite di quattro personaggi: la giovane Faye, che vorrebbe diventare una cantante ma soprattutto gustare la vita al massimo; BV, un cantante di talento che ha una dolorosa eredità famigliare e cerca l’autenticità a ogni costo; Cook, il ricco produttore musicale che pensa di poter avere tutto senza ubbidire a nulla; Rhonda, una cameriera che diventerà sua moglie e sarà distrutta da quel rapporto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre personaggi, incapaci di uscire da se stessi, si domandano astrattamente “chi sono, dove vado?”. Intanto si intrattengono con esperienze sessuali di ogni tipo
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene sensuali etero e omosessuali, nudità
Giudizio Tecnico 
 
Lo stile del racconto resta arduo e poco immediato, e chiede allo spettatore la pazienza di lasciarsi raccontate i mille frammenti di un puzzle esistenziale. Il forte radicamento in un modo particolare, quello della scena musicale, impedisce alla vicenda di scadere in una metafora vaga. Siamo molto lontani dai vertici della cinematografia di Malick come Tree of Life o La sottile linea rossa.
Testo Breve:

Terrence Malick sfida la nostra pazienza con un film di più di due ore pieno di belle immagini ma che sviluppa un racconto astratto, metafora di una vuota ricerca esistenziale  

È sempre difficile racchiudere in una semplice sinossi le architetture complesse e musicali (qui ancora più che altrove) dei film di Terrence Malick, qui alle prese con un “quadrangolo” amoroso aperto a ulteriori prolungamenti. Gli intrecci sentimentali dei personaggi sono, insieme alla musica stessa (si tratti di quella classica, una costante per lui, ma qui anche di una variegata e sterminata serie di bravi che spaziano nei generi più diversi), il cuore di un racconto che resta, tuttavia, nella sua essenza, il pellegrinaggio di un’anima alla ricerca di se stessa e del suo compimento.

Un compimento che Faye cerca tra mille esperienze spesso estreme, sia musicali che sentimentali e sessuali, una sete di vita che spesso la porta a sbandare, commettere errori e tradimenti, seguire menzogne anche di fronte all’evidenza dell’amore vero, ma la cui meta ha un nome pronunciato chiaramente, perdono.

Tra riprese che danzano addosso agli attori con amorosa ossessione, monologhi sognanti, che oscillano tra lo sbocco logorroico e passionale e la meditazione filosofica, dialoghi ellittici che suggeriscono situazioni più che spiegarle chiaramente, Song to song si avvicina paradossalmente più un moral play  di stampo biblico che a un film vero e proprio.

La fragile Faye, assetata di vita e di successo, mentitrice eppure sincera si trova irretita da Cook, una figura quasi satanica, che però non manca di un suo dramma interiore. Predica una libertà assoluta, ma sembra voler possedere le persone che tocca e si ritrova a invidiare profondamente la purezza del sentimento che nasce tra Faye e BV, cercando di rovinarla e poi a sua volta di imitarla irretendo la cameriera Rhonda, finendo per distruggerla costringendola ad esperienze sessuali forzate e umilianti. Il sesso, insieme alla musica, diventa così una delle chiavi espressive dei personaggi e della loro personale parabola (Faye, tra le altre cose, ha anche una esperienza lesbica).

Tutti i personaggi hanno la stessa fortissima carica simbolica che tuttavia non li spoglia della loro particolare umanità anche grazie alla scelta di interpreti di peso anche per figure di sfondo (come Cate Blanchett, una donna che BV frequenta quando la sua storia con Faye va in crisi).

Il forte radicamento in un modo particolare, quello della scena musicale di Austin (non solo i festival e i palcoscenici, ma anche lo star system che ci gira attorno), che Malick conosce molto bene, impedisce alla vicenda di scadere in una metafora vaga. Alle vite dei protagonisti, infatti, si intrecciano la musica e i volti di tanti protagonisti della scena musicale americana, veri e propri comprimari o veloci apparizioni e solo i più ferrati conoscitori saranno capaci di ritrovare tutti i presenti. Tra tutti Patty Smith, cui è affidato il ruolo di mentore di Faye e che, semplicemente essendo se stessa, si pone come un luminoso punto di confronto per la ragazza confusa.

Lo stile del racconto resta arduo e poco immediato, e chiede allo spettatore la pazienza di lasciarsi raccontate i mille frammenti di un puzzle esistenziale. Pur avendo molti aspetti in comune con la precedente opera di Malick, Knight of Cups, riesce tuttavia a tenere maggiormente il filo della storia (anche se lo spettatore non si deve aspettare di ritrovarvi una trama nel tradizionale senso del termine) pur rimanendo lontano dai vertici della cinematografia di Malick come Tree of Life  o la sottile linea rossa

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GOLD - LA GRANDE TRUFFA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/07/2017 - 22:16
Titolo Originale: Gold
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Stephen Gaghan
Sceneggiatura: Patrick Massett, John Zinman
Produzione: Black Bear Pictures, Hwy61, Living Films
Durata: 121
Interpreti: Matthew McConaughey, Edgar Ramirez, Bryce Dallas, Howard Corey Stoll, Toby Kebbell, Rachel Taylor

La storia vera di Kenny Wells un uomo d’affari in cerca di fortuna, ma senza successo. Un giorno con l'aiuto del geologo Michael Acosta, Wells scopre nella inesplorata giungla indonesiana una delle più grandi e prolifiche miniere d'oro che lo fa finalmente diventare sfacciatamente ricco.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Su tutto domina l’entusiasmo verso un grande sogno, ma la storia mette bene in evidenza i rischi che conseguono ad una scarsa prudenza sia nella gestione delle relazioni che nella condotta di vita
Pubblico 
Maggiorenni
Comportamenti eccessivi e sregolati da parte soprattutto del protagonista e di un linguaggio forte
Giudizio Tecnico 
 
Grande attenzione ad ogni dettaglio che contribuisca a ricreare le atmosfere e gli ambienti della fine degli anni ottanta; ottima interpretazione da parte del cast artistico e ottima regia che coniuga insieme il fascino della fotografia e delle musiche all’alternanza delle emozioni e delle sequenze narrative. Tuttavia la sceneggiatura risulta a tratti un po’ ridondante, allunga in modo eccessivo la storia tronando un po’ troppo spesso sugli stessi argomenti
Testo Breve:

La storia vera di Kenny Wells che rischia quel poco che ha per cercare una miniera d’oro e la trova. Ma anche il successo va ben gestito

I pionieri dell’oro, metafora del grande sogno americano, non hanno mai smesso di esistere, Kenny Wells fu uno di questi, la sua storia sorprendente ha ispirato il film Gold – La grande truffa di Stephen Gaghan, regista di Syriana e Premio Oscar® per la miglior sceneggiatura di Traffic.Matthew McConaughey, produttore e protagonista del film, si trasforma per interpretare il ruolo di un sognatore americano ambizioso ma miope.

Un biopic affascinante e incredibilmente curato in ogni dettaglio per ricreare ambienti e atmosfere di fine anni ottanta, Gold ricerca gli eccessi di The Wolf of Wall Street e le emozioni del film d’avventura, ma la storia di Kenny Wells ha dei risvolti alquanto sconcertanti. Nel film McConaughey compie una trasformazione fisica completa, testa calva, denti storti e l'aggiunta di 20 chili (acquisiti attraverso una dieta a base di birra, cheeseburger e milkshake) per ridare vita all’epopea di un moderno cercatore d’oro.

Kenny Wells è l’erede di un’impresa familiare che produce oro e metalli preziosi in forte crisi. Sotto il suo sguardo il piccolo impero creato dal nonno e ingrandito dal padre fallisce del tutto. Kenny però non smette di sognare e continua a credere nella possibilità di fare fortuna realizzando una grande impresa. Così un giorno decide di dare fondo a quel poco che gli rimane per investire nel progetto di un geologo, Michael Acosta. Michael sostiene che nella parte più impervia e inesplorata della giungla indonesiana esista una delle più grandi e prolifiche miniere d’oro, ma dopo anni e svariati tentavi le sue ricerche sono sempre miseramente fallite. Kenny tuttavia decide di credere in lui e nonostante i suoi scarsi mezzi e a rischio della sua stessa vita si mette alla ricerca del giacimento con Michael.

Kenny è un visionario ma ha il pregio di avere una grande tenacia e dimostra nella sua storia un’incrollabile forza di volontà. Il suo sogno si compone di tutte le caratteristiche dell’ideale americano: la ricerca del successo attraverso il rischio e la collaborazione di squadra. Tuttavia l’emozionante parabola della sua fortuna soffre di una miopia di fondo che arriva a contagiare persino i giganti dell’alta finanza americana. Kenny è talmente accecato dalla prospettiva di potersi arricchire investendo in un magico colpo di fortuna da non riuscire a tenere conto dei limiti oggettivi e contingenti relativi alle circostanze e all’onestà dei propri collaboratori.

La sua storia racconta quanto il desiderio di successo e di arricchirsi rapidamente possa rendere incauti rispetto ai rischi e alle possibilità di sbagliare. Kenny con il suo travolgente ma ingenuo entusiasmo porta se stesso e alcuni grandi uomini di finanza a credere nella realtà di un sogno senza verificarne le reali caratteristiche e questa imprudenza gli costerà cara.

Tuttavia per quanto sregolato e per certi versi sprovveduto il personaggio di Kenny suscita una certa simpatia. La sua è una figura molto umana e sembra incarnare la spontaneità di un bambino immaturo inebriato dai propri sogni. Kenny lotta tenacemente per realizzare i propri desideri ma ha il grande difetto di crederci troppo. Lo scontro con la realtà sarà duro. Accanto a lui c’è invece una donna semplice ma sincera, che nonostante tutto riesce a stare al suo fianco fino alla fine, lo sostiene nei suoi sogni anche e soprattutto nel momento più duro e il suo schietto e puro pragmatismo costituisce la vera ancora di salvezza per il suo compagno.

Avventura, eccessi di ogni genere, intrighi di finanza, amore, amicizia e tradimenti, sono gli elementi che conducono questa storia su una sorta di montagne russe emotive, tra entusiasmi e rovinose cadute, fino all’epilogo finale. Sebbene portata avanti con un po’ troppa insistenza, alla fine la vicenda di Gold racconta bene la necessità di dare spazio anche nei sogni più legittimi ad una certa prudenza nell’approccio ad ogni aspetto della vita, dalla carriera professionale, le abitudini, alla sfera più personale.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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THE CIRCLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 05/04/2017 - 21:45
Titolo Originale: The Circle
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: James Ponsoldt
Sceneggiatura: James Ponsoldt, Dave Eggers
Produzione: PLAYTONE, LIKELY STORY, 1978 FILMS
Durata: 110
Interpreti: Emma Watson, Tom Hanks, John Boyega, Karen Gillan

La ventenne Mae lavora a un call center di una public utility. Vive con i suoi genitori e cerca di aiutare la mamma nell’accudire il padre bloccato su di una sedia a rotelle. Un giorno la sua amica Annie le dà un’ottima notizia: cercano nuovo personale alla società The Circle, una Internet company, molto attiva nel settore dei social network. Mae viene assunta ed è entusiasta del lavoro, viene notata dal co-fondatore Eamon e accetta di essere protagonista di un esperimento di trasparenza: la sua vita, sia lavorativa che privata, verrà continuamente monitorata da piccole telecamere posizionate in punti strategici. Ben presto però, con l’aiuto di Ty, un co-fondatore dissidente, si accorge che qualcosa non va nelle ambizioni della società….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una ragazza onesta si accorge che l’intimità di ogni persona è un bene prezioso che va preservato contro nuove forme invasive di socializzazione via Internet
Pubblico 
Adolescenti
Una molto rapida sequenza di intimità fra coniugi
Giudizio Tecnico 
 
Se Tom Hancks si conferma un bravo attore, Emma Watson si mostra ancora incerta e a volte eccessiva nella sua gamma espressiva. La sceneggiatura affonda nel politically correct e perde di mordente
Testo Breve:

Una ragazza inizia a lavorare in una Internet Company che ha portato al successo una social network molto invasiva. Un film di denuncia senza molta convinzione che affoga nel politically correct

Quando Mae entra per la prima volta in The Circle e nota che tutte le scrivanie sono in open space, l’ampio giardino è disponibile con molte attrezzature per i momenti di svago, gli impiegati sono tutti giovani che si muovono freneticamente mentre l’amica Annie, che ha fatto carriera ed è appena tornata dall’Europa quella sera stessa deve partire per l’Australia, comprendiamo subito che il regista si è ispirato alle più avanzate e prospere società di Internet, come Google, Facebook, Amazon, Airbnb. Quando poi, scopriamo che ogni venerdì il personale viene riunito in assemblea plenaria per ascoltare il fondatore, che in jeans e con continue battute di spirito cerca di galvanizzarli verso nuove conquiste e nuovi obiettivi, ci troviamo, senza alcun dubbio, all’emulazione del mito Steve Jobs.
Di racconti su carta o in pellicola, sul pericolo di un controllo totale dei cittadini e della conseguente perdita della privacy del singolo, ce ne sono stati tanti, a iniziare dal 1984 di George Orwell, anche se in un contesto è totalmente diverso. Per Orwell la minaccia veniva da una dittatura, non importa se nazista o comunista; nell’attualità di oggi la minaccia ha il volto suadente dei media. Mae, come nuova arrivata, viene blandita da una calda accoglienza da parte dei colleghi più anziani, e l’impegno dell’azienda nel dirle “sei dei nostri” che si concretizza con attenzioni verso la sua salute ma soprattutto, cosa che a lei più interessa, riceve un sostegno concreto per le spese sanitarie che interessano suo padre. Mae lavora con impegno nel call center dell’azienda ma si accorge ben presto che questo non è sufficiente: la società vuole che tutti i dipendenti restino connessi alla stessa rete, scambiandosi opinioni e proposte su tutto. Ci si allontana dalla distopia di Orwell per rientrare nell’Utopia di Tommaso Moro. Un mondo ideale dove tutti si conoscono via rete e si aiutano a vicenda; la riservatezza diventa un delitto sociale. La conoscenza diventa un diritto universale che comporta l’accesso a tutte le esperienze umane possibili.  “I segreti sono bugie” dice ormai anche Mae, convinta. – “i peggiori crimini si commettono proprio quando si è soli”..
Il tema trattato dal film è indubbiamente interessante (chi, nell’aderire a un social network, non ha percepito il piacere di far parte di una rete di internauti ma al contempo ha sentito di perdere non poca parte della propria privacy?)  ma è stato sviluppato male. Se Tom Hanks è sempre impeccabile, il personaggio Mae non risulta approfondito, nel suo continuo oscillare fra l’entusiasmo per la rete e il rispetto per una vita privata; le sue troppe smorfiette non depongono positivamente a favore di una recitazione consolidata da quando ha lasciato la serie di Harry Potter. Anche il lieto fine che capovolge la situazione, resta una soluzione forzata, del resto non presente nel romanzo omonimo di David Eggers a cui il film si è ispirato. Si tratta di un finale che non aiuta a stimolare un giudizio sui social network, così bilanciato nel mostrarne vantaggi e svantaggi. . Un approccio politically correct che non accontenta nessuno

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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I AM MICHAEL

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/02/2017 - 21:06
Titolo Originale: I am Michael
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Justin Kelly
Sceneggiatura: Justin Kelly, Stacey Miller
Produzione: Gotham Group RabbitBandini Productions Thats Hollywood
Durata: 101
Interpreti: James Franco, Emma Roberts, Zachary Quinto, Charlie Carver

Michael lavora a San Francisco alla rivista XY. Cerca di contribuire a costruire, con questa suo impegno, un’identità e un orgoglio gay fra tanti giovani con inclinazione omosessuale che temono di venir derisi e perseguitati. Si trasferisce in seguito ad Halifax, in Canada, dove il suo compagno, Bennett, è stato ingaggiato per un progetto importante.  Un attacco al cuore pone Michael di fronte al mistero della morte. La ricerca di un senso più profondo da dare alla sua vita lo porta a riprendere la lettura della Bibbia abbandonata da quand’era ragazzo. Scopre, nel messaggio cristiano, una perfetta armonia con ciò che percepisce come vocazione personale: aiutare gli altri. Riconosce in se un’identità più ricca e profonda del semplice venir qualificato come gay: abbandona il suo compagno e inizia a frequentare una scuola di teologia dei mormoni…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un attivista del movimento gay si sente incompleto nella sua definizione di omosessuale e, cercando un senso da dare alla propria vita, scopre la fede in Dio
Pubblico 
Maggiorenni
Il film, destinato originariamente al solo circuito LGBT, con molte scene di affettuosità omosessuale (senza dettagli intimi) è consigliabile solo a quegli adulti che sono interessati alla tematica della vocazione cristiana per chi ha inclinazioni omosessuali
Giudizio Tecnico 
 
Il film è vincitore di otto premi al FilmOut 2015, il festival del cinema gay di S Diego. La regia collega in modo logico la sequenza dei fatti che hanno portato alla conversione di Michael ma non approfondisce a sufficienza il percorso intimo compiuto dal protagonista
Testo Breve:

La storia vera di Michael, che da attivista gay, scopre l’amore di Dio per noi e decide di abbandonare le pratiche omosessuali, di sposarsi e di diventare pastore cristiano

Ciò che viene raccontato in questo film è realmente accaduto e si guadagna il diritto, proprio per questo motivo, di un’attenzione particolare. La storia di Michael che da attivista gay diventa un pastore cristiano, era stata raccontata in un articolo apparso nel 2011 sul New York Times; il film segue con una certa fedeltà, con l’aiuto della voice-over, l’intervista che costituì l’ossatura di quell’articolo.

Il racconto inizia nel 1996.  Michael e il resto della redazione di XY, stanno discutendo la posizione che deve prendere la rivista in merito al linciaggio subito, nell’ottobre di quell’anno, in un paesino del Wyomin, da Mattew Shepard, un giovane picchiato e lasciato morire al freddo, in odio alla sua omosessualità. Già in quell’occasione, sia pure ancora in modo confuso, Michael aveva avuto modo di distinguersi dagli altri colleghi, secondo i quali bisognava continuare a costruire, soprattutto nei giovani, uno spirito di identità e di orgoglio gay e combattere quanti, in particolare i cristiani, fomentavano odio nei loro confronti. Michael ha un approccio diverso: segue la teoria queer, secondo la quale non è l’ inclinazione sessuale a definire la propria identità: l’eterosessualità e l’omosessualità sono solo classificazioni  fittizie imposteci dalla società.

Un attacco di cuore, che gli fa temere il peggio (suo padre era morto per una disfunzione cardiaca) lo pone, in modo drammatico, di fronte al mistero della morte. Se ancora non è alla ricerca di un senso alla vita, mostra almeno la paura per un non-senso della nostra esistenza, l’impossibilità di potersi un giorno incontrare con i propri cari (in particolare sua madre, a cui era legato da grande affetto e che gli aveva dato un’educazione cristiana).

Nel suo secondo importante lavoro, il documentario Jim in Bold, sulla condizione omosessuale fra i giovani americani, realizzato assieme al compagno Bennet e al giovane Tyler che era venuto a vivere con loro, Michael scopre una realtà a lui nuova: ci sono dei giovani che pur non negando la loro inclinazione omosessuale, non rinunciano a sentirsi cristiani. Inizia a percepire che Dio c’è e che lo interpella continuamente.

Inizia in questo modo ad avvicinarsi al cristianesimo, in questa prima fase in modo ancora confuso: riconosce che parla di amore e quindi non ritiene sia possibile che Cristo possa rigettare due persone dello stesso sesso che si amino. Nella nuova rivista che ha fondato (YAG -Young Gay American) viene realizzato un numero interamente dedicato al rapporto fra i gay e la religione.

Michael riprende a leggere avidamente la Bibbia, con la stessa intensità con cui aveva, pochi anni prima, letto tutti gli autori sulla Queer Theory. Inizia a scoprire che non è vero, che la Bibbia fomenti l’odio verso gli omosessuali.  Resta folgorato da Matteo 10 (Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà) e scopre, in quella frase, un’inaspettata armonia con la vocazione che aveva da sempre percepito dentro di se’: aiutare gli altri, porsi totalmente al servizio degli altri.

Decide di lasciare i suoi due compagni, Bennet e Tyler per cercar di scoprire chi è realmente se stesso: frequenta prima un ritiro buddista, per ritrovare pace e migliorare il proprio autocontrollo contro le tentazioni e in seguito una scuola di teologia retta dai Mormoni, per prepararsi alla sua nuova vita di credente.
Nel blog personale, che continua ad alimentare con le sue riflessioni, ribadisce un concetto che per lui è fondamentale: il definirsi e il considerarsi gay è qualcosa che impedisce di trovare il proprio io. E’ una etichetta limitante che blocca la ricerca più profonda di se stessi e che impedisce di unirsi a Dio nel Suo Regno. Bisogna esser pronti a rinunciare alla propria vita per seguire Cristo e la prima cosa a cui rinunciare è la pratica omosessuale.

Si tratta di dichiarazioni esplosive che finiscono per attirare contro di lui rabbia e delusione; si sentono traditi soprattutto quei giovani che lo avevano seguito ai tempi della proclamazione dell’orgoglio gay. Michael, al contrario, prosegue sulla sua strada: con una mentalità sicuramente protestante, si allontana anche dai mormoni perché ritiene che sia lo Spirito Santo a suggerirgli direttamente cosa fare e non accetta imposizioni da nessuno. Diventa quindi pastore di una chiesa da lui stesso fondata, accompagnato da sua moglie Rebekah.

La storia di Michael è sicuramente singolare, forse irripetibile, ma estremamente interessante perché racconta di un uomo che con le sole forze interne della sua coscienza, senza molti aiuti esterni, riesce a percorre un cammino di avvicinamento a Dio. Un cammino compiuto nel migliore dei modi possibili, considerando il contesto da cui è partito e in una società americana dove “l’offerta” di fede” è molto ampia.

Un film che getta un po’ di luce su un settore dove c’è ancora tanto da fare e da comprendere, sia sul fronte pastorale che su quello dell’approfondimento teologico.

Il film è disponibile attualmente in DVD con lingua e sottotitoli inglesi

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA TENEREZZA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/02/2017 - 08:18
Titolo Originale: La tenerezza
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema con il contributo del MiBACT in collaborazione con Unipol e Film Commission Regione Campania
Durata: 103
Interpreti: Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi, Renato Carpentieri, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale

La storia di un anziano avvocato di Napoli, padre di due figli non amati in conflitto tra loro, si intreccia con quella di una giovane coppia apparentemente felice

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’importanza della tenerezza nei rapporti umani è un valore che nel film emerge solo faticosamente e soprattutto al termine di tutta la storia. Ciò che maggiormente si evince dal racconto sono invece le conseguenze tragiche e dolorose di relazioni umane e legami familiari calpestati e vissuti con pesantezza e con scarsa sincerità.
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di una storia tragica e difficile da comprendere
Giudizio Tecnico 
 
Ottima l’interpretazione del cast artistico e buona la regia per una storia però semplice nella sua essenza e troppo contorta ed elaborata nel suo sviluppo
Testo Breve:

Un anziano avvocato vive solitario perché sostiene di non amare più i suoi figli ma accetta la compagnia di una coppia di vicini apparentemente felice. La tenerezza non è ciò che viene mostrato ma costituisce la nostalgia di ciò che non c’è stato

“La tenerezza è dei forti”: lo ha detto papa Francesco e lo ha ricordato anche il regista Gianni Amelio nel realizzare questa sua ultima opera. Ispirato ad un romanzo di Lorenzo Marone, La tentazione di essere felici, pubblicato nel 2015, La tenerezza è un film che spiazza. Spiazza per la scelta di un cast brillante e nutrito, Elio Germano, Micaela Ramazzotti, Susanna Mezzogiorno, Greta Scacchi, su cui però spicca e domina incontrastato un unico nome su tutti, quello di Renato Carpentieri, e per la storia: una commedia che improvvisamente prende i tratti di un profondo dramma soprattutto umano.

L’idea di Amelio era quella di dare risalto ad un sentimento che troppo spesso viene scambiato per una debolezza che sopraggiunge in età avanzata. Lorenzo (Renato Carpentieri) è infatti l’anziano protagonista di una storia molto semplice nella sua essenza. È un noto avvocato napoletano in pensione di navigata esperienza che nella sua passata carriera non si è fatto scrupoli a difendere personaggi di dubbia onestà. Vedovo con due figli adulti, vive solo in un bell’appartamento del Vomero. Lorenzo è un uomo burbero, diffidente e schivo che si sforza di tenere lontani da sé tutti, anche e soprattutto figli che sostiene di non amare più. Eppure l’improvviso arrivo nel suo palazzo di una giovane coppia settentrionale riesce ad aprire un varco nella solitudine di quest’uomo. È soprattutto la spontanea giovialità e socievolezza di Michela a colpire senza volerlo la sensibilità dell’anziano avvocato. Michela è sposata da alcuni anni con Fabio, un ingegnere navale che per lavoro è costretto a trasferirsi spesso di città in città portando con sé la moglie e i loro due bambini.

Lorenzo fraternizza rapidamente con la giovane famiglia apparentemente allegra e serena, è spesso ospite in casa loro e insegna volentieri a Michela a cucinare. Improvvisamente però qualcosa si rompe drasticamente nella vita di Fabio e il bel nucleo familiare scompare. Lorenzo si trova così di fronte ad una realtà che lo fa riflettere sull’importanza dei legami umani e sui suoi errori del passato, mentre sua figlia Elena tenta ostinatamente e nonostante tutto di ricucire i rapporti con il padre.

Inizialmente sembra un racconto leggero che ha il vago sapore di una fiaba metropolitana. La tenerezza diventa improvvisamente la rappresentazione di un orribile fatto di cronaca per trasformarsi poi in un drammatico viaggio emotivo interiore del solo protagonista. Questi passaggi comportano inevitabilmente l’irruzione nella storia di diversi argomenti, come il matrimonio, la fedeltà, il rapporto con i figli, che non sempre vengono esauriti, anzi da un punto di vista problematico rimangono spesso inevasi e sospesi per dare risalto ad un unico tema su tutti, quello del percorso personale che Lorenzo affronta per superare i suoi errori del passato.

Il terribile fatto di cronaca legato alla famiglia di Fabio e Michela rimane quasi una sorta di pretesto narrativo, ma è di una portata troppo grande per restare un semplice evento sullo sfondo della storia. Di fatto La tenerezza è un film che si sviluppa tutto attorno alle emozioni e alle considerazioni del protagonista Lorenzo che fatica ad accettare i propri sentimenti e fino all’ultimo si batte per contrastare con fredda ostinazione i propri sensi di colpa.

Sono invece i personaggi femminili a dare luce e dolcezza alla storia. Prima Michela e poi Elena, in modo differente, riescono a far riflettere Lorenzo sul valore dei legami familiari e sull’importanza della sincerità soprattutto nei sentimenti con se stessi e verso gli altri. Grazie a loro il protagonista riesce ad affrontare gli errori del passato che hanno via via sempre di più indurito il suo cuore e si sforza di recuperarli.  

Alla straordinaria interpretazione di Renato Carpentieri fa da contraltare una certa delusione nell’accorgersi che nel film sia stato concesso così poco spazio alla storia rappresentata dalla coppia Germano Ramazzotti. Inoltre, per quanti la conoscono in tutta la sua bellezza, dispiace anche che lo spettacolare sfondo della città di Napoli sia così poco visibile.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FAMIGLIA ALL'IMPROVVISO - ISTRUZIONI NON INCLUSE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/22/2017 - 20:34
Titolo Originale: Demain tout commence
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Hugo Gélin
Sceneggiatura: Hugo Gélin, Mathieu Oullion, Jean-André Yerles
Produzione: MARS FILMS, VENDÔME PRODUCTION, IN CO-PRODUZIONE CON POISSON ROUGE PICTURES, TF1 FILMS PRODUCTION, KOROKORO, IN ASSOCIAZIONE CON PANTELION FILMS, MANON 6
Durata: 117
Interpreti: Omar Sy, Clémence Poésy, Antoine Bertrand, Gloria Colston

Samuel vive nel Sud della Francia alla ricerca di continui divertimenti fuggendo ogni genere di responsabilità e legami. Un giorno però una delle sue vecchie fiamme gli lascia tra le braccia una bambina di pochi mesi e gli dice che è sua figlia. Suo malgrado per Samuel comincia una nuova vita.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un grande esempio di paternità che dà valore alla vita, assaporata nella gioia che ogni istante può regalare, e all’amore donato in modo gratuito e disinteressato. Tuttavia al margine si riscontra una certa apertura (comunque non messa in pratica) al concetto di famiglia omogenitoriale
Pubblico 
Adolescenti
Una brevissima scena di nudo in una delle sequenze iniziali del film. Complessità della tematica
Giudizio Tecnico 
 
Un racconto toccante e coinvolgente ottimamente interpretato
Testo Breve:

Omar Sy l'ormai collaudato simpaticone di Quasi Amici, è impegnato questa volta a fare il padre all'improvviso. Un film politically correct in tutte le direzioni, compresa quella dell'omogenitorialità

Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse, un titolo intrigante per ogni genitore e un trailer avvincente che danno subito l’idea di una storia, nella sua essenza, comune a chiunque abbia vissuto l’esperienza di un figlio in tutta la sua sconvolgente bellezza. Il film del regista Hugo Gélin in realtà non delude le aspettative ma nel proporre un racconto divertente e commuovente lancia una serie di messaggi che toccano l’idea di famiglia a più livelli

La sensazione di improvviso stravolgimento che l’arrivo di un figlio comporta, soprattutto per un padre, non poteva essere meglio rappresentata che in questo modo. Samuel (Omar Sy, già interprete di Quasi amici e Mister Chocolat) è un ragazzo prestante e affascinante, libero e libertino, al quale piace riempirsi la vita di divertimenti e belle donne e fugge i legami stabili di ogni genere, in un certo senso anche quelli al livello professionale. È lo skipper di imbarcazioni a noleggio sulla costa a sud della Francia e ama la frivolezza che questa professione gli concede. Tuttavia un giorno la sua vita è improvvisamente stravolta dall’arrivo di una sua vecchia conquista di cui non ricorda nemmeno il nome che gli consegna un fagotto piangente e in un istante lo abbandona per tornare a Londra.

Il fagotto è una bimba di pochi mesi di nome Gloria che si suppone essere la figlia che Samuel non sapeva di avere avuto. Senza nemmeno riflettere Samuel parte immediatamente per Londra all’inseguimento della madre della bimba, Kristin (Clémence Poésy), ma la sua ricerca fallisce miseramente e l’uomo si ritrova improvvisamente solo in una città straniera della quale non conosce nemmeno la lingua, senza lavoro né casa e con una bambina a carico. Appena arrivato a Londra per caso Samuel incontra Bernie (Antoine Bertrand), impresario cinematografico gay che gli offre un lavoro e un alloggio. Comincia così per il neo papà una vita del tutto nuova che gli porterà inaspettatamente una grande gioia, ma che presto sarà nuovamente sconvolta.

Famiglia all’improvviso è soprattutto la storia dell’avventura di una paternità inattesa, rappresentazione narrativa perfetta dello sconvolgimento che l’arrivo di un figlio può comportare nella vita di un genitore. Sconvolgimento che però regala una tale portata gioia e pienezza di senso da far superare qualunque disagio e iniziale diffidenza. Samuel, dopo un primo momento di sconforto, si abbandona completamente alla propria condizione di padre e riesce ad assaporare una felicità del tutto inattesa. Per sua figlia Gloria senza alcun rimpianto riesce a rinunciare a tutto il suo precedente stile di vita, fatto di divertimenti e sregolatezza, per offrire alla piccola la parte migliore di se stesso e una vita assolutamente incantevole per un bambino.

Per Gloria Samuel diventa non solo un ottimo padre ma si sforza in modo premuroso e divertente di coprire al livello affettivo anche l’assenza dell’indispensabile figura materna. Il principale scopo della vita di Samuel è offrire a Gloria una vita serena e piena e trascorrere con lei più possibile momenti di felicità completa. Il suo esempio è tenero, allegro e commuovente al tempo stesso. Tuttavia la storia, anche se in modo velato, si presta ad una certa apertura verso il concetto di famiglia omogenitoriale.

Samuel infatti cresce Gloria anche grazie all’aiuto del suo amico Bernie, che, sebbene resti sempre un po’ al margine del rapporto padre figlia, tuttavia ricopre un ruolo affettivamente importante all’interno del piccolissimo nucleo familiare, tanto da arrivare ad essere persino un po’ geloso della stessa madre naturale della bambina. In questo senso inoltre non si può far a meno di sottolineare che la figura materna, per quanto presentata in generale come indispensabile nella vita di un bambino, nel complesso in questa storia non ne esce in modo particolarmente edificante e la sua presenza risulta quasi disturbante. 

Resta però assai toccante il rapporto unico e intenso, allegro ed emozionante, che Samuel riesce ad instaurare con sua figlia tutto basato su un senso della vita profondo e fecondo, volto alla costruzione di quei momenti significativi che fondano relazioni vere, pregnanti, disinteressate e che durano in eterno. In questo senso il titolo originale del film, Demain tout commence (domani tutto comincia), si presta in modo molto più esaustivo al senso della storia. Ciò che più conta al di sopra di tutto per questo padre è offrire alla sua bambina un amore sincero, gratuito e grande che la renda felice in qualunque circostanza a dispetto di qualsiasi sacrificio da parte sua. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BOSTON - CACCIA ALL'UOMO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/18/2017 - 14:52
Titolo Originale: Patriot Day
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Peter Berg, Matt Cook, Joshua Zetumer
Produzione: CLOSEST TO THE HOLE, LEVERAGE ENTERTAINMENT, BLUEGRASS FILMS, HUTCH PARKER ENTERTAINMENT
Durata: 133
Interpreti: Mark Wahlberg, Michelle Monaghan, J.K. Simmons, Kevin Bacon, John Goodman

Boston, aprile 2013. In prossimità della linea del traguardo della maratona cittadina esplodono due ordigni rudimentali pieni di chiodi e sferette di metallo, che lasciano a terra tre morti e oltre 200 feriti, molti dei quali resteranno per sempre mutilati. La polizia e l’FBI si mettono alla ricerca dei responsabili, due fratelli di origine cecena decisi a proseguire nella loro “missione”. Mentre la città si stringe attorno ai sopravvissuti l’agente di polizia Tommy Saunders cerca indizi per rintracciare i colpevoli, l’agente speciale Richard DesLauriers ricostruisce lo scenario nel timore che possano esserci altre bombe e poco fuori Boston, a Watertown l’inconsapevole sergente Pugliese affronta il suo lavoro come ogni giorno…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Animato da un patriottismo dichiarato ma non ingenuo, il film è un energico inno alla capacità di risollevarsi (lo “stay strong” che divenne il motto di quei giorni), di difendersi senza perdere il proprio volto umano.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza e tensione
Giudizio Tecnico 
 
Girato con energia e tensione dal veterano dell’azione Peter Berg e con un cast di primo piano le vicende di Boston vengono seguite stando addosso all’azione e ai personaggi talvolta con uno stile quasi documentaristico
Testo Breve:

La polizia e l’FBI, con il contributo di singoli cittadini, si mettono alla ricerca dell’terrorista che fece esplodere due ordigni durante la maratona di Boston del 2013. Un racconto carico di tensione con una giusta dose di orgoglio patriottico

Girato con energia e tensione dal veterano dell’azione Peter Berg (suoi The Kingdom, Friday Night Lights, Lone Survivor e molti altri) con un cast di primo piano (oltre a Wahlberg si fanno valere Kevin Bacon, John Goodman e il sempre misurato, ma efficacissimo J.K.Simmons), questo film (il primo dei vari dedicati all’attentato alla maratona di Boston) è soprattutto un inno alla tenacia, alla solidarietà e al coraggio che uniscono i comuni cittadini di Boston (siano essi vittime e soccorritori nell’attentato) alle forze dell’ordine  e ai politici che a tutti i livelli, pur nella diversità delle posizioni, cooperano per affrontare l’emergenza e assicurare alla giustizia i terroristi.

Terroristi le cui psicologie non escono dalla convenzione, mentre è forse più interessante, nonostante il poco spazio in scena, la figura della moglie di uno dei due attentatori, normalissima ragazza del proletariato made in USA convertita all’islam e di fatto connivente ai progetti di morte del marito.

Scandito dal passare delle ore prima dell’attentato (quando seguiamo la preparazione dei due terroristi, ma anche la vigilia di chi alla maratona svolgerà il servizio di sicurezza o andrà come semplice spettatore – come i due giovani che rimarranno entrambi mutilati, ma non perderanno la speranza nel futuro), poi dai minuti frenetici dei primi soccorsi, il film dedica la sua seconda parte innanzitutto alla “caccia all’uomo” del titolo, in cui il regista ama seguire l’operato dei singoli, chiamati a piccoli e grandi atti di coraggio.

Dal poliziotto che per evitare di farsi rubare la pistola rimane ucciso davanti al MIT, passando per lo studente cinese che viene sequestrato insieme alla sua macchina dai terroristi in fuga, ma ovviamente soprattutto concentrandosi sui poliziotti, impegnati in un faticoso porta a porta ma anche in un’imprevista guerriglia urbana che trasforma tranquilli sobborghi in un vero e proprio campo di battaglia.

I volti noti aiutano a orientarsi in un racconto dal ritmo sostenuto, che concede meno al pathos delle vittime e più alla determinazione di chi si mette alla caccia dei responsabili, celebrando lo sforzo collettivo e la capacità di reagire di una comunità, le cui vicende vengono seguite stando addosso all’azione e ai personaggi talvolta con uno stile quasi documentaristico.

Animato da un patriottismo dichiarato ma non ingenuo, il film di Berg è un esempio di onesto intrattenimento che parte da fatti reali per regalare al pubblico non tanto una propaganda filo-americana (gli unici complottisti sono i due ceceni che mettono in dubbio la verità dell’11 Settembre e giustificano i loro atti con i morti del Medio Oriente) quanto un energico inno alla capacità di risollevarsi (lo “stay strong” che divenne il motto di quei giorni), di difendersi senza perdere il proprio volto umano. 

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAL DI PIETRE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/13/2017 - 14:55
Titolo Originale: Mal de pierres
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Nicole Garcia
Sceneggiatura: Nicole Garcia, Jacques Fieschi
Produzione: Les Productions du Trésor
Durata: 120
Interpreti: Marion Cotillard, Alex Brendemühl, Louis Garrel

Gabrielle (Marion Cotillard) viene da un paesino del sud della Francia. Contro il suo volere, i genitori la obbligano a sposare José (Alex Brendemühl), un onesto e amorevole contadino spagnolo che, secondo loro, la renderà una donna rispettabile. Un giorno, Garbrielle si reca sulle Alpi per curare i suoi calcoli renali, e lì incontra André (Louis Garrel), un affascinante reduce rimasto ferito durante la guerra d’Indocina, che risveglia in lei una passione sopita

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sembra mandare due messaggi contrapposti: da un lato esalta i desideri e le fughe erotiche, immaginarie o reali, della protagonista, mentre dall’altro racconta di un matrimonio non voluto ma che alla fine si configura come un luogo felice sostenuto da un affetto concreto e solido. Vero personaggio positivo del film è il marito della protagonista che con la sua pazienza riesce costruire con la donna una relazione durevole, fondata su sentimenti di delicato rispetto
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo ed erotiche
Giudizio Tecnico 
 
Nonostante la storia sia lunga ed articolata, il film riesce a coinvolgere grazie ad una narrazione pulita, sorretta dall’ottima interpretazione dei personaggi principali, da una suggestiva fotografia e da ambientazioni che variano di continuo in modo aderente alla storia
Testo Breve:

Un melodramma insolito dove una donna instabile, carica di desideri reali o immaginati, trova il sostegno di un marito paziente e fedele, il vero eroe della storia

“Con lei non si sa mai se è vero o no” dice la madre di Gabrielle, perché questa giovane donna del sud della Francia è strana agli occhi di tutti. Gabrielle è la protagonista di Mal di pietre, film francese di Nicole Garcia presentato in concorso al 69esimo Festival del Cinema di Cannes, tratto dall’omonimo romanzo italiano del 2006 di Milena Agus. Marion Cotillard interpreta in questa storia un personaggio particolare, costantemente sospeso in un precario equilibrio tra follia e insoddisfazione esistenziale.

La regista del film spiega di essere stata colpita dalla figura femminile rappresentata dalla protagonista del romanzo della Agus, una donna che vive nella Sardegna del dopoguerra. La trasposizione cinematografica del libro sposta la storia in un paesino del sud della Francia negli anni ’50, ma resta ugualmente concentrata sulla protagonista, una donna dall’affettività fragile, passionale e profondamente confusa.

Gabrielle è una giovane donna emotivamente disorientata dai primi turbamenti sessuali; sogna di vivere un amore coinvolgente e passionale e soffre di improvvise e dolorosissime fitte al ventre che la fanno urlare e contorcersi senza che nessuno riesca a comprenderne la ragione. A causa di questa sua condizione viene giudicata pazza dalla piccola comunità in cui vive. Per non rinchiuderla in manicomio i suoi genitori la obbligano a sposare José, un semplice contadino spagnolo, un uomo rude ma onesto e rispettabile.

Contro la sua volontà Gabrielle sposa José, che però piano piano si rivela un marito assai paziente e, nonostante i suoi silenzi, anche devoto. Presto la coppia scopre anche la ragione del malessere della donna: Gabrielle soffre del mal di pietre, ovvero calcoli renali che richiedono un ciclo di cure in una clinica. José spinge la moglie a curarsi ma nel corso del suo ricovero Gabrielle conosce André, un ex combattente ferito durante la guerra in Indocina. Gabrielle comincia a desiderare disperatamente di fuggire con André e liberarsi da un matrimonio che le sembra una prigione.

Mal di pietre, tanto il romanzo quanto il film, coinvolgono in una storia in cui realtà e immaginazione restano spesso fuse e confuse. Gabrielle è un personaggio che disorienta, perché se da un lato potrebbe suscitare compassione per la sua fragilità, per i suoi malesseri e per il modo con cui viene rifiutata dalla società e dalla famiglia, dall’altro stupisce per la sua ossessiva ricerca di esperienze passionali e la sua continua fuga in un mondo immaginario fatto di sentimenti e desideri.

Tuttavia, mentre Gabrielle vive nella sua realtà parallela e tormentata, quel mondo da cui fugge e che le appare così mediocre si configura sempre più come un luogo sereno, forse poco emozionante ma accogliente e solido. Accanto a lei infatti José non smette di costruire silenziosamente, con semplicità e pazienza la casa e la famiglia in cui Gabrielle possa trovare gioia.

Sebbene la storia sembri dare ragione a Gabrielle, ai suoi desideri di evasione erotica e di fuga da una realtà opprimente e chiusa, il paesaggio suggestivo e gli ambienti accoglienti legati alla vita matrimoniale trasmettono una più intensa e serena poesia tutta legata alla figura di José. Di fronte al rapporto distorto e confuso che Gabrielle vive rispetto all’amore e alla realtà, la perseveranza di suo marito, nonostante il suo ermetismo, riesce a conquistare uno spazio di felicità, forse meno travolgente di quanto la donna avrebbe voluto, ma certamente più profonda e durevole. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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