Non classificato

Il film non fa parte di nessuna categoria

UNA STORIA SENZA NOME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/18/2018 - 15:04
Titolo Originale: Una storia senza nome
Paese: Italia, Francia
Anno: 2018
Regia: Roberto Andò
Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini, Giacomo Bendotti
Produzione: BIBI FILM, CON RAI CINEMA, COPRODOTTO CON PATRICK SOBELMAN PER AGAT FILMS & CIE - PARIGI
Durata: 110
Interpreti: Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Vittorio Gassamann

Il produttore cinematografico Vitelli sollecita lo sceneggiatore Pes a consegnargli il soggetto del nuovo film che sta aspettando da mesi. In realtà, da anni, Pes ha perso ogni ispirazione ed è Valeria, la segretaria di Vitelli, la sua ghost writer: lo fa perché segretamente innamorata di lui. Proprio quando per lei è urgente trovare qualche buona idea per il nuovo film, viene contattata da un uomo misterioso che le offre una storia molto intrigante, una storia legata al furto della Natività, tela del Caravaggio sottratta dalla mafia nel 1969 dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovata. Il soggetto piace al produttore ma la notizia si sparge presto e la mafia non ha nessuna voglia che il film venga prodotto, perché si è accorta che c’è qualcuno che è troppo ben informato su quel furto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel pieno di un’indagine investigativa si scoprono affetti familiari e si rinsaldano amori
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una breve sequenza di nudo
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Roberto Andò realizza un film con grande unità di stile, uno stile leggero perché il tema è leggero. Selezionato dall’Italia per l’Oscar 2019
Testo Breve:

Uno sceneggiatore che non riesce più a scrivere e una segretaria che invece scrive in segreto per lui, si trovano coinvolti in faccende di mafia. Un film sviluppato con una leggerezza coerente con il contenuto

Il primo atteggiamento da assumere per gustarsi questa storia senza nome, è quella di non prenderla troppo sul serio. Il film è un omaggio al cinema, un po’ come era stato fatto con Il cinema Paradiso ma in particolare alla sceneggiatura, a quei magici momenti creativi dove si parte da una pagina bianca e poi idea dopo idea, intrigo dopo intrigo, la storia prende forma. Si può criticare che il colpi di scena, i personaggi che fanno il doppio gioco, i cambi di prospettiva siano troppi ma il film non ha ambizioni realiste, non si occupa di conquistarsi il famoso patto di credibilità con lo spettatore; vuole soprattutto stupirlo, che è poi l’essenza del cinema.

E’ il prodigio dello scrivere, adesso dello sceneggiatore, nei suoi film precedenti dello scrittore, il tema che focalizza l’interesse del regista-sceneggiatore e più ancora il dilemma irrisolto, se sia più importante la verità nuda e cruda o la finzione che ci costruiamo intorno a noi e che esprime la nostra creatività.

In Il manoscritto del principe (2000) sugli ultimi anni di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore, parlando con un giovane, sembra porsi a favore della realtà: “I discorsi sono una maschera pudica della verità -e poi conclude che -c’è molta più verità in un suo piccolo gesto che di tutta la sua impeccabile intelligenza con cui parla di Conrad”.

Sotto falso nome (2004) è un’altra storia che ruota intorno a uno scrittore ma questa volta viene sottolineata la fascinazione del mistero che viene svelato, delle cose non dette: ” non avrei mai iniziato a scrivere senza un segreto. Raccontare è semplicemente questo: è un patto, un incantesimo, un filo invisibile che ci lega al ricordo. Il giorno in cui lasceremo l’incantesimo e avremo finalmente voglia di raccontare la verità, noi stessi saremo già soltanto un ricordo”.

Ora, con questo Una storia senza nome la fantasia dello sceneggiatore è più mostrata che dichiarata ma anche questa volta, verso la fine, c’è una stoccata contro la ruvidezza della verità. Dice Valeria: “la verità spesso uccide ma noi ci salviamo con la finzione”.

Il regista riesce comunque a trasfigurare queste istanze un po’ astratte, mettendo in scena una storia gradevole e divertente, un citazionismo di film famosi quasi continuo, dove la mafia appare più maldestra che cattiva, gli investigatori si trovano sempre nel posto giusto al momento giusto per spiare le mosse dei cattivi e anche coloro che sono in coma finiscono presto per riprendersi. Simpatici e nella parte, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann e Laura Morante.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLA MIA PELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/13/2018 - 07:46
Titolo Originale: Sulla mia pelle
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessio Cremonini
Sceneggiatura: Lisa Nur Sultan, Alessio Cremonini
Produzione: CINEMA 11, LUCKY RED
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano

Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia di carabinieri il 15 ottobre del 2009 e trovato in possesso di droga. Nell’udienza preliminare che convalida l’arresto, Stefano si presenta con grosso lividi agli occhi e alla mascella ma a chi gli chiede la ragione di quelle ferite, risponde che è caduto dalle scale. Viene portato al carcere Regina Coeli ma durante la notte viene trasferito d’urgenza nell’ala dell’ospedale Sandro Pertini destinata ai detenuti. Stefano muore in ospedale il 22 ottobre. L’iter giudiziario sulle responsabilità di quella morte è ancora in corso.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Al di là del fatto di cronaca, ricostruito con rigore, il film costituisce un richiamo per tutti noi sull’importanza, nell’ambito delle nostre relazioni, di prendersi cura di chi si è rivolto a noi con un’attenzione e una cura non solo professionale ma anche umana.
Pubblico 
Adolescenti
Una storia triste con molti risvolti angosciosi
Giudizio Artistico 
 
E’ impressionante il modo con cui Alessandro Borghi si è immedesimato nel ruolo di Stefano Cucchi, anche nel fisico (grazie a una drastica cura dimagrate). Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini è riuscito a raccontare una storia dolorosa evitando interpretazioni forzate grazie a una ricostruzione rigorosa della cronaca dei fatti accertati
Testo Breve:

La storia di Stefano Cucchi, morto in carcere, viene raccontata con dolorosa partecipazione senza colpevolizzare nessuno in particolare ma condannando l’atteggiamento burocratico con cui è stato trattato questo caso umano

Film come questo Sulla mia pelle, costituiscono una robusta conferma del grande potere del cinema di stimolare discussioni, far riflettere, approfondire temi anche sgradevoli.

Il lavoro di Alessio Cremonini ci fa immergere nella cronaca, quasi ora per ora degli ultimi giorni di Stefano Cucchi e riesce a fornirci un ottimo strumento di analisi (la sceneggiatura è stata rigorosa, attingendo a tutte le fonti disponibili) non tanto dei fatti accaduto (alcuni processi non si sono ancora conclusi) ma dell’ambiente umano all’interno del quale si è consumata questa tragedia.

Cremonini cerca di evitare ogni sospetto di aver sviluppato un film secondo una propria tesi preconfezionata. Quella che poteva essere la scena-chiave, il pestaggio di Cucchi da parte dei carabinieri, è assente e Stefano, con il suo comportamento scostante e reticente, anche verso chi lo vorrebbe aiutare, non risulta un personaggio simpatico né facilmente comprensibile.

La visione del film resta ugualmente spiazzante e angosciante, non solo per l’eccezionale interpretazione di Alessandro Borghi che ci mostra uno Stefano che sembra realmente deperire giorno dopo giorno, ma per l’atto di accusa forte e chiaro pronunciato dal regista che è anche sceneggiatore, assieme a Lisa Nur Sultan.

Un’accusa non dichiarata esplicitamente ma che traspare dalla fredda cronaca dei fatti che si susseguono giorno per giorno fino al tragico epilogo. Un’accusa che non punta il dito su una singola persona né tanto meno su una specifica organizzazione ma su una certa modalità di affrontare gli eventi che ci capitano e che non riguarda solo chi è rimasto coinvolto nella vicenda Cucchi, ma che mette in causa tutti noi.  

Il film non fa nulla per nascondere il fatto che Stefano si drogasse (era stato in cura a San Patrignano) e che molto probabilmente spacciasse, visto il quantitativo di hashish e cocaina trovato nella sua abitazione (un fatto denunciato ai carabinieri dai suoi stessi genitori). Allo stesso modo non viene nascosto l’atteggiamento del ragazzo, sempre sospettoso, sfiduciato e arrabbiato contro tutti. Ma di fronte a una persona di questo genere, sicuramente difficile (Stefano poteva lasciare la centrale dei carabinieri già dal primo giorno in cui fu arrestato ma si rifiutò di firmare le carte necessarie), come hanno reagito le persone che si son dovute prendere cura di lui?

Imprigionato in una cella di Tor Sapienza, grida di star male ma quando arriva l’autombulanza, si rifiuta di essere visitato (il suo corpo è pieno di lividi). Dopo un po’ di insistenza, di fronte ai suoi continui rifiuti, gli uomini dell’autombulanza se ne vanno.

Posto in custodia cautelare nel carcere del tribunale, viene visitato da un dottore che accetta la tesi di Stefano di esser caduto dalle scale e senza visitarlo ulteriormente, si limita ad annotare le ferite che ha sul corpo.

Sorgono altre perplessità da parte delle guardie carcerarie che lo debbono prendere in custodia ma alla fine, vedono che esiste già un certificato medico che attesa che le echimosi sono precedenti alla carcerazione e lo accettano nel suo stato.

Portato in seguito all’ospedale, la dottoressa che vuole visitarlo finisce per registrare che il paziente non vuole esser sottoposto ad alcuna analisi. Intanto i genitori continuano a chiedere di vedere il loro figlio ma non riescono a superare il muro burocratico che si para loro davanti né Stefano riesce mai a parlare con il suo avvocato.

Tutti questi comportamenti possono esser considerati come delle colpe? Sicuramente, attenendoci a quanto viene visto nel film che non necessariamente corrisponde a ciò che è accaduto in realtà, ognuno si è comportato nell’ambito dei propri ambiti di competenza in modo burocraticamente corretto, in modo che né il singolo, né l’organizzazione a cui apparteneva, potesse venir accusati di alcunché.

Cos’è mancato allora? Si potrebbe dire, usando un linguaggio cristiano, che è mancata la caritas, il prendersi cura della persona che ci è stata affidata al di là dello stretto necessario e superare perfino quel rispetto, che è richiesto nei rapporti professionali, della privacy dell’altro. E’ possibile chiedere un simile interessamento a ogni persona che per motivi professionali si deve prendere cura di un’altra persona? Certamente no. Ma è proprio in situazioni difficili come il caso Cucchi, di fronte a una persona così prevenuta e difficile da trattare che la caritas mostra di colpo di non essere opzionale, un gradevole sovrappiù, ma necessaria.

Per questo il film è interessante, al di là del caso in sé, dello scoprire se Stefano realmente è stato picchiato dai carabinieri oppure no.  Sono aspetti che diventano secondari. Piuttosto il film interpella tutti noi per riflettere su come ci comportiamo ogni giorno nei confronti del nostro prossimo.

Il film è visibile in sala ma anche attraverso la piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE EQUALIZER 2 - SENZA PERDONO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/12/2018 - 14:56
Titolo Originale: The Equalizer 2
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: Richard Wenk
Produzione: COLUMBIA PICTURES, LONETREE ENTERTAINMENT, MACE NEUFELD PRODUCTIONS, SONY PICTURES ENTERTAINMENT (SPE), VILLAGE ROADSHOW PICTURES
Interpreti: Denzel Washington, Pedro Pascal, Melissa Leo

Robert McCall, è un veterano agente segreto che si è lasciato alle spalle il proprio torbido passato e ora, vedovo, conduce una vita tranquilla come autonoleggiatore. Con il suo mestiere finisce per conoscere, fra i tanti, alcune persone che hanno subito dei torti o delle violenze. La proprietaria della libreria dove si reca spesso è stata privata della figlia, rapita dal marito che è fuggito nel suo paese, in Turchia. Una ragazza che è salita sulla sua vettura, è stata drogata e violentata. Robert sente che deve agire: le arti marziali che ha appreso durante il suo servizio nell’Esercito gli saranno utili per fare giustizia…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film trasmette messaggi positivi riguardo all’aiuto da prestare ai più deboli e ai più emarginati ma poi giustifica una giustizia “fai da te”, espressione di brutale vendetta
Pubblico 
Adolescenti
Scene di combattimenti violenti
Giudizio Artistico 
 
Il personaggio di Denzel Washington regge da solo tutto il racconto ma il regista è bravo nell’alternare momenti di action puro a momenti più riflessivi
Testo Breve:

Un agente addestrato per missioni speciali viene messo in pensione troppo presto, e decide di impiegare le sue abilità militari per proteggere deboli e oppressi. Un film dall’etica ambigua, dove si alternano azioni generose a crudeli vendette.

Negli ultimi tempi i film di action ma in particolare i Revenge movie si stanno rinnovando in due direzioni. Il vendicatore non è più un maschio muscoloso e dalla barba ispida ma ha preso le forme di snelle ragazze che privilegiano l’agilità e una mira infallibile. Ecco quindi apparire sugli schermi, sporche, con i vestiti strappati nei punti giusti ma armate fino ai denti, Alicia Vikander in Tomb Rider e  Matilda Anna Ingrid Lutz in Revenge.

L’altro filone è ancora più insolito: uomini già in pensione o vicini alla meta, un po’ ingrassati e con l’artrite, che fronteggiano e spaccano in pochi secondi ossa di giovani che hanno osato sfidarli. Ovviamente il montaggio veloce e la computer grafica coprono ciò che è chiaramente impossibile e così tutto è diventato accettabile come Liam Neeson, di 66 anni, in L’uomo del treno e  Denzel Washington, di 67, in questo Revenge 2.

Anche il botteghino ha finito per apprezzare questo insolito cocktail di ingredienti e Revenge 2 alla sua prima settimana in USA è salito al primo posto.

Questo sequel beneficia certamente della presenza del premio Oscar Denzel Washington (in questo film anche produttore) che ha disegnato un personaggio che non è solo bravo a menar le mani ma sa fruttare tutta la maturità che gli deriva dall’età. Prima di scattare in azione sa valutare con fredda lucidità la situazione e ha il vezzo di attivare il cronometro per vedere in quanti secondi riuscirà ad abbattere chi ha osato sfidarlo.  Il regista sembra enfatizzare questo atteggiamento, da momento che ha impostato il racconto in un insolito stop and go. A sequenze altamente dinamiche, si alternano scene di assoluta calma dove Robert si legge un libro o si mette a pulire le scritte che imbrattano un muro del cortile del suo condominio. E’ questa la seconda dimensione del film dove il fare ciò che è giusto non consiste solo nel menar le mani ma convincere un ragazzo ad andare a scuola senza ascoltare chi vorrebbe farlo diventare uno spacciatore o aiutare un vecchio ebreo vicino di casa che è stato in un campo di concentramento e non vede la sorella da anni. E’ proprio in questi sub plot che si coglie l’“anima” di  Denzel Washington.  

Figlio di un predicatore protestante, devoto seguace della Chiesa Pentacostale, l’attore ha voluto trasmettere l’importanza di compiere opere buone nei confronti di più deboli: giovani, vecchi o immigrati, come la donna musulmana sua vicina ma il suo atteggiamento appare molto più ispirato all’Antico Testamento che al Vangelo. E’ vero che aiuta i deboli e gli oppressi ma verso i cattivi che non si redimono applica una spietata punizione. "Avete ucciso la mia amica. Quindi ucciderò ognuno di voi. E l'unico dispiacere è che lo posso fare solo una volta" dichiara Robert ai suoi avversari. Alla fine, proprio per questo suo giustificare la violenza vendicativa, il film finisce per allinearsi con i tanti film americani che ricordano che è sempre bene tenere una pistola nel cassetto ed essere pronti a farsi giustizia da soli.

Il film si avvantaggia del carisma di Denzel Washington ma anche il regista Antoine Fuqua alterna bene i momenti di azione a quelli di calma riflessiva. La sequenza di lotta finale, ambientato in un paesino sull’oceano sconvolto dall’arrivo di un uragano è altamente spettacolare. Come ultima osservazione, c’è una chiave di lettura insolita da fare su questo film: il raccontare di prodi guerrieri addestrati dall’esercito per missioni speciali e poi scaricati, con modeste pensioni da veterano, incapaci di adattarsi a una vita tranquilla dove le loro doti sono inutili, sembra far riferimento a situazioni tutt’altro che irrealistiche.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA RAGAZZA DEI TULIPANI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/06/2018 - 14:52
Titolo Originale: Tulip Fever
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Justin Chadwick
Sceneggiatura: Tom Stoppard
Produzione: RUBY FILMS, WORLDVIEW ENTERTAINMENT
Durata: 105
Interpreti: Alicia Vikander, Dane DeHaan, Christoph Waltz, Judi Dench

Amsterdam 1636. Sono gli anni d’oro del commercio nelle Indie Occidentali ma anche l’epoca della bolla dei tulipani: una frenesia che aveva investito ricchi e poveri nel comperare rari tipi di bulbo di tulipano e che portò, proprio in quell’anno, alla catastrofe della prima bolla speculativa della storia.. Cornelis, un mercante vedovo e non più giovane, sceglie Sophia, una ragazza orfana cresciuta in un convento di suore come seconda moglie, con il preciso intento di poter avere un erede maschio. Cornelis ama Sophia ma il sospirato erede non arriva. Quasi come forma di consolazione, Cornelis ingaggia un giovane pittore, Jan van Loos, per un ritratto di coppia. Una decisione che risulta fatale perché Sophia e Jan, si innamorano perdutamente e iniziano a frequentarsi di nascosto. Intanto la serva di Cornelis, Maria, intrattiene una relazione con il pescivendolo William, ma questi, preso dalla febbre dei tulipani, finisce per perdere tutto ed è costretto a imbarcarsi come marinaio per l’Africa, lasciando Maria in attesa di un figlio. Le due donne, entrambe costrette ad affrontare una situazione non più sostenibile, decidono di allearsi ….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo buono, timorato di Dio, è capace di un gesto generoso proprio quando si accorge di essere stato ingannato
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di rapporti intimi con nudità. In U.S.A.: restricted
Giudizio Artistico 
 
Un cast di premi Oscar che include una bravissima Judy Dench dà vita a un racconto di passioni in una Amsterdam del ‘600 molto ben ricostruita ma si perde nello sviluppo per le troppe incoerenze nella sceneggiatura.
Testo Breve:

Nella Amsterdam del ‘600 una storia di passioni amorose e di speculazioni finanziarie minata da una sceneggiatura che si smarrisce per strada

La ragazza con l’orecchino di perla era un film che aveva colpito nel segno. Una perfetta ricostruzione dei costumi e della vita dell’Olanda dei secoli d’oro e una giovane Scarlett Johansson che aveva dato corpo e sensibilità alla misteriosa ragazza ritratta da Johannes Vermeer.

La tentazione di ritornare a quegli ambienti e in quell’epoca, resa famosa con i colori di tanti pittori fiamminghi, e di sfruttare il successo dell’omonimo romanzo della scrittrice inglese Deborah Moggach debbono esser stati i moventi principali che hanno spinto la società di produzione a varare questo progetto senza lesinare spese nello scegliere attori di primo piano come i premi Oscar Alicia Vikander,  Judi Dench, Christoph Waltz. Dalle prime immagini ci si accorge subito che La ragazza dall’orecchino di perla è stato raggiunto e superato. La scenografia di Simon Elliott ha puntato non tanto a riprodurre i quadri di Vermeer ma a rappresentarci una Amsterdam vivace e prospera: le strade fangose dove gente di varia estrazione (venditori, mercanti, prostitute, soldati) si affretta lungo i canali, le affollate aste clandestine di bulbi di tulipani che si svolgevano nelle taverne di sera, a lume di candela. Chi voleva arricchirsi oppure fuggire dai debiti, come accade ad alcuni personaggi del film, non aveva che imbarcarsi su una nave diretta alla Nuova Amsterdam (il primo nome di New York) in cerca di fortuna.

La prima parte del film mantiene un coerente sviluppo narrativo e si concentra sulla orfana Sophia, costretta a sposarsi con un ricco mercante in cambio dei soldi necessari ai suoi fratelli per raggiungere le Americhe e sulla domestica Maria innamorata del pescivendolo William. La seconda parte si sfilaccia in eventi che si accavallano con poca coesione e con una certa ripetitività. La febbre dei tulipani contagia non uno ma tutti i protagonisti giovani della vicenda, una donna fugge da una situazione imbarazzante fingendo per ben due volte di essere morta. L’episodio di una moglie che simula di essere incinta mentre in realtà è la domestica che sta per avere un figlio, trasforma il tono del racconto, facendo il verso a una  delle tante novelle boccaccesche dove un marito resta ingannato. Sorprende molto questa incoerenza, dal momento che lo sceneggiatore è Tom Stoppard, premio Oscar per Shakespeare in Love. Resta comunque da ammirare, ancora una volta, la recitazione di Judi Dench, nella parte di una saggia ma anche furba badessa di un convento.

Se finora abbiamo analizzato il film solo da un punto di vista artistico, anche il giudizio etico appare controverso. Il racconto sembra restituirci ritratti di uomini e donne incapaci di controllare le loro pulsioni. Molti finiscono rovinati dalla speculazione sui tulipani, attratti da facili guadagni; la relazione fra Jan e Sophia sembra dettata da pura passione erotica, senza che i due giovani abbiano avuto il modo di conoscersi a fondo. Un amico di Jan, dedito all’alcool, pur impegnato in una missione importante, finisce vittima del suo vizio. Il riscatto del film avviene dalle uniche due persone che sembrano dotate di coscienza: il mercante Cornelis e la stessa Sophia.  Cornelis ama la sua seconda moglie, sa riconoscere ciò che è giusto e sbagliato di fronte a Dio e anche quando viene a conoscenza del suo tradimento, compie un atto altamente generoso. Sophia dal canto suo si accorge di aver fatto del male a un uomo buono e troverà il modo di rimediare al suo errore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME TI DIVENTO BELLA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/04/2018 - 19:45
Titolo Originale: I feel Pretty
Paese: Cina, USA
Anno: 2018
Regia: Abby Kohn, Marc Silverstein
Sceneggiatura: Abby Kohn, Marc Silverstein
Produzione: HUAYI BROTHERS PICTURES, VOLTAGE PICTURES
Durata: 110
Interpreti: Amy Schumer, Michelle Williams, Tom Hopper, Rory Scovel, Emily Ratajkowski

Reneè e una donna giovane ed esuberante che lavora in uno scantinato di Manhattan per il sito Internet di una famosa azienda di cosmetici. E’ affascinata da questo mondo glamour affollato da donne bellissime ma ha un grosso problema: ha qualche chilo di troppo e ogni impegno in palesta sembra non produrre risultati. Renèe sogna l’impossibile: trasformarsi in una ragazza da copertina di quelle riviste che lei sfoglia ogni giorno. Alla fine qualcosa accade: dopo essersi ripresa da una caduta, le sembra di avere il look tanto desiderato e si presenta, piena di speranze, alla sede centrale della sua ditta, per candidarsi come receptionist...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia il condizionamento che molte ragazze subiscono da una pubblicità che impone corpi perfetti ma non è in grado di graffiare più di tanto e risponde con un generico credere in se stessi
Pubblico 
Adolescenti
Qualche nudità parziale
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura si muove fin dall’inizio verso un finale prevedibile, brava Amy Schumer ma il suo protagonismo eccessivo va a discapito degli altri personaggi
Testo Breve:

Cosa succede se dopo anni vissuti con il complesso della propria taglia, una ragazza crede di aver acquisito il corpo di una modella? Un favola edificante con un finale prevedibile

 

Di film che narrano di ragazze incerte e complessate perché sovrappeso ne sono stati fatti tanti, primo fra tutti l’ormai classico Il diario di Bridget Jones del 2001; ugualmente esplorato è stato il mondo del glamour (indimenticabile Il diavolo veste Prada del 2006). Questo Come ti divento bella si pone a cavallo fra le due situazioni: la favola edificante con tanto di magia (o meglio di botta in testa) di una ragazza esuberante ma con taglia large che crede, dopo esser  caduta da una cyclette, di esser diventata snella e inizia ad affrontare la vita con grande entusiasmo, fino a intrecciare finalmente una relazione sentimentale e a dare il suo contributo originale di idee per l’azienda di cosmetici per cui lavora, per poi  accorgersi che i suoi successi sono indipendenti dal suo aspetto fisico.

Il film sembra, a prima vista, trasmettere un messaggio positivo: un atto di accusa contro l’ondata di stereotipi sessisti, costruiti attraverso immagini perfette di supermodelle, che diventano il riferimento irrinunciabile per indossare un abito, per il trucco o per frequentare corsi di fitness.  Un’analisi più accurata mostra come il messaggio trasmesso sia un po’ diverso: Renèe è totalmente affascinata dal mondo della moda e non desidera altro che farne parte, anche come semplice receptionist. Appena crede di esser diventata snella, il suo pensiero non va solo alle maggiori opportunità di cui ora dispone perché un ragazzo possa essere interessato a lei, ma ostenta una sicurezza da modella di Victoria’s Secret ed è desiderosa di impiegare il suo corpo a suo piacimento: partecipare a un bikini contest di un club per soli uomini o affacciarsi nuda dalla finestra. Anche il finale, che non riveliamo, va nella direzione di una ragazza che non si accorge delle false seduzioni che il mondo del fascion crea, ma anzi ne diventa attiva collaboratrice.

Siamo lontani dalla sofisticata costruzione realizzata da Il Diavolo veste Prada. Anche in quel film Miranda, la direttrice dell’atelier di moda, diceva che “tutti vorrebbero essere come noi” ma poi si sviluppa una doppia conversione della protagonista Andy e della stessa Miranda, che prendono coscienza del come il mondo della moda, sia un ambiente quasi spietato, dove si viene interpellati in coscienza ad accettare o a scartare certi comportamenti  eticamente scorretti.

Un altro aspetto debole del film è il protagonismo eccessivo della pur simpatica e divertente Amy Schumer, che finisce per limitare gli altri protagonisti a pallide e fugaci apparizioni.

Primo fra tutti Ethan (Rory Scovel), il ragazzo che più che innamorarsi di Renèe, sembra risucchiato in una relazione dall’esuberanza di lei. Altre due donne, Mallory (l’indossatrice Emily Ratajkowski; Naomi Campbell fa solo una breve apparizione) e Avery (Michelle Williams) sembrano inserite con l’esclusivo obiettivo  di dimostrare che anche donne molte belle hanno i loro momenti infelici e le loro insicurezze da superare.

Complessivamente il film risulta divertente e godibile nel suo prevedibile sviluppo ma non possiamo concludere che trasmetta messaggi particolarmente profondi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SILICON VALLEY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/17/2018 - 09:15
Titolo Originale: Silicon Valley
Paese: USA
Anno: 2014
Sceneggiatura: Mike Judge, John Altschuler, Dave Krinsky
Produzione: HBO
Durata: 30 min a episodio 5 stagioni su Sky Atlantic
Interpreti: Thomas Middleditch, T. J. Miller, Josh Brener, Martin Starr, Kumail Nanjiani

Richard è un tecnico informatico che sta lavorando a Pied Piper, una piattaforma che consente a un musicista di confrontare la propria musica con tutte quelle già disponibili in giro per il mondo, per controllare in anticipo se la sua creazione rischia di essere accusata di plagio. Lo sta facendo all’interno di una startup gestita da Erlich che si trattiene il 10% di tutti i ricavi ottenuti dal software prodotto, non solo da Richard ma anche da Nelson, detto capoccione anche se non ha molto talento, da Bertram, un canadese molto sicuro di sé, Dinesh, un immigrato dal Pakistan. Ben presto si viene a scoprire che Il software di Richard non è tanto importante per l’applicazione in sé ma perché si basa su di un algoritmo di compattamento di musica e video realmente innovativo. La scoperta innesca l’interesse di Peter, capo della società Raviga , che si offre di finanziare lo sviluppo del Pied Piper e di Gavin capo della Hooli, che offre dieci milioni di dollari a Richard per diventare proprietario del suo software….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ritratto onesto anche se ironico, su come si vive nella Silicon Valley. Non è detto che vincano sempre i più furbi.
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio crudo, uso di allucinogeni
Giudizio Artistico 
 
Nel 2005 la serie ha vinto due premi Emmy: miglior montaggio e miglior scenografia e il premio miglior serie commedia al Critic's Choice Television Award
Testo Breve:

Un nerd ha l’opportunità di guadagnare un milione di dollari grazie al suo software innovativo ma non sa muoversi fra i tanti competitor-squali. Una storia divertente ma molto verosimile  sul nuovo sogno americano della  Silicon Valley  

In una delle sequenze iniziali Richard viene rimproverato da Elrich: il suo software Pied Piper non sembra avere alcun appeal commerciale e lo invita ad avere idee più brillanti, come il grande Steve Jobs. Per tutta risposta Richard afferma che preferisce imitare Wozniak, l’amico di Steve che, in silenzio, ha realizzato il software della Apple, piuttosto che Jobs, che non ha scritto una riga di codice. Elrich sgrana gli occhi: ha appena sentito, da parte di un californiano,  una terribile bestemmia.

In effetti sono tempi duri per i nerd: se in The big bang theory   si sono rivelati alquanto maldestri  negli affari di cuore, in questo Silicon Valley Richard e i suoi amici si trovano totalmente impreparati nel gestire la ricchezza che sta loro piombando addosso: non sanno nulla di business plan, di marketing, delle furbizie necessarie per debellare i loro avversari.

Questa serie TV, disponibile su Sky Atlantic, può essere definita una “fiction di contesto”. Mentre in molte fiction, ci si concentra sulle vicende dei protagonisti e il loro ambiente di lavoro appare sfocato sullo sfondo, altri lavori non hanno paura di entrare nei dettagli di come si svolge l’attività lavorativa giorno per giorno, anzi, in un certo senso, è il contesto il vero protagonista, che fa mostra di se, mentre i vari personaggi che si muovono nel suo ambito, cercano di comprenderne la logica, impegnati  a trovare il modo giusto per ricavarne il massimo vantaggio.

Basterebbe pensare a The News Room creata da Aaron Sorkin, che si svolge all’interno di una canale televisivo di News; o alla stesso House of Card, dove erano evidenziate le alleanze di comodo, le corruzioni necessarie per salire alla Presidenza. In fondo lo stesso Molly’s Game, sempre di Aaron Sorkin, entrava nei minimi dettagli su come si gestiscono dei tavoli di gioco d’azzardo. Silicon Valley ha appunto quest’obbiettivo: raccontare il sogno di progettare un software che ti faccia diventare miliardario da un giorno all’altro. Il contesto è squisitamente californiano e il suo autore, Mike Judge, che ha lavorato per un certo tempo in una startup della Silcon Valley, non mancano di prenderlo in giro con feroce sarcasmo. Ecco quindi l’uso, da parte di alcuni protagonisti, delle meditazioni Yoga (a imitazione di Steve Jobs), l’impiego di allucinogeni per trovare una soluzione a problemi difficili, gli inviti frequenti a dei party organizzati dal fortunato di turno che ha lanciato il suo software. Il venir fermati, come accade a Richard uscendo da un supermercato, dal cassiere che gli racconta che anche lui ha sviluppato la sua app dalle funzionalità strabilianti. Ma è soprattutto nei dialoghi che si manifesta lo “stile californiano”. Tutti sono pronti a chiamarti per nome fin dal primo incontro, a “battere il cinque” con chi incontri per la prima volta, salvo poi, sempre con frasi zuccherose, mostrare quanto siano precisi nell’individuare quali siano gli affari che vanno a proprio vantaggio o a dirti che sei stato licenziato.

In questo contesto si muove Richard, che puntata dopo puntata, impara a vivere in quel mondo non da semplice “secchione davanti a un computer” ma da manager con vari milioni di dollari in tasca.

Ecco finalmente la rivincita dei nerd, raccontato con molti dettagli tecnici, per rendere il contesto realistico, ma per fortuna anche con grande ironia che mostra come una fiction sia capace, divertendo, di svelare delle realtà significative del mondo di oggi.  Peccato la storia appare priva di  qualche interessante intreccio romantico.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE BIG BANG THEORY (stagioni prima, seconda e terza)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/12/2018 - 17:53
Titolo Originale: The Big Bang Theory
Paese: USA
Anno: 2007
Sceneggiatura: Chuck Lorre, Bill Prady
Durata: 22 minuti a puntata, 255 episodi, 11 stagioni
Interpreti: Johnny Galecki, Jim Parsons, Kaley Cuoco, Simon Helberg, • Kunal Nayyar

Leonard, Sheldon, Howard e Raj sono quattro giovani e brillanti ricercatori che lavorano al California Institute of Technology. Leonard e Sheldon condividono lo stesso appartamento e si radunano spesso assieme agli altri due amici per una partita di videogame o per vedere serie TV di fantascienza. Espertissimi sulle ultime scoperte di fisica o di astrofisica, lo sono molto meno nelle faccende di cuore. Ecco perché l’arrivo di una nuova vicina, Penny, giunta dalla provincia per cercare di diventare attrice, sconvolge le loro abitudini quotidiane. Penny, una ragazza semplice che non riesce a capire il parlare circonvoluto con il quale si esprimono i quattro, sa capire molto prima di loro quando una relazione amorosa sta per sbocciare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Quattro ragazzi e una ragazza stringono una solida amicizia, trovando il modo di aiutarsi fra loro. Ma per loro la sessualità sembra costituire solo un simpatico esercizio per momenti di svago o come strumento di consolazione. Per fortuna, dopo ben dieci stagioni, qualcuno mette la testa a posto e qualcosa inizia a cambiare
Pubblico 
Adolescenti
Comportamenti sessuali disinvolti senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Brillante costruzione dei dialoghi, personaggi pienamente nella parte, 21 minuti realizzati con un ritmo incalzante e sorpresa finale
Testo Breve:

Quattro irriducibili nerd che vivono di ricerche scientifiche e giocando a videogame, incontrano una ragazza che fa loro scoprire turbamenti inesplorati. La fiction Tv più amata nella fascia young adult

Un recente sondaggio fra giovani europei ha rivelato che questa sitcom è stata la più amata, negli ultimi anni, nella fascia degli young adult. Anche in U.S.A. dove si sono registrati, durante la terza stagione, quella più seguita, una media di 14,8 milioni di telespettatori, è risultata la serie più vista nella fascia 18-49 anni. A ogni puntata il mondo di questi quattro nerd che vivrebbero dei loro avanzati esperimenti e di giochi di ruolo, si trovano continuamente spiazzati dal richiamo verso l’altro sesso, rappresentato da Penny e da altre ragazze che via via si affacciano all’orizzonte.

Sono state finora realizzate 11 stagioni ed è in preparazione la dodicesima. Quali possono essere le ragioni di tanto successo? La sit com induce alla claustrofobia perché quasi tutte le puntate si svolgono nella living room dell’appartamento di Leonard e Sheldon e nell’arco delle prime tre stagioni ( ritenute dai critici le più interessanti) la vita dei protagonisti non si evolve sostanzialmente.

Non resta che una risposta: la grande simpatia che sprigionano i protagonisti e che crea fedeltà da parte di un pubblico che non desidera altro che loro continuino a essere se stessi.

I quattro ragazzi sono irrimediabilmente dei nerd che si esprimono con un linguaggio esclusivo, la vera originalità della serie e  fonte di tante risate, costituito da un misto di cognizioni di fisica, di astronomia e di cultura mediatica alimentata dalla visione di fiction TV di fantascienza del presente come del glorioso passato. Il professore di fisica e astronomia David Saltzberg della University of California si è impegnato a scrivere i loro dialoghi a ogni puntata così come di aggiornare la lavagna, piena di formule complicatissime, che è sempre presente nel loro salotto. La dinamica di ogni puntata poggia su due grossi contrasti: la mostruosa, discostante, intelligenza dei quattro ragazzi che si contrappone all’istintiva umanità di Peggy e la loro inesperienza in fatto di sentimenti e di sesso, che li costringe a fronteggiare, impreparati, la controparte femminile (non solo Peggy ma anche altre ragazze) che dimostrano su questo tema un’insolita disinvoltura e aggressività.

Gli episodi sono ben organizzati: avanzano grazie a  uno scoppiettio di dialoghi spiritosi che riescono sempre a imbarazzare qualcuno dei protagonisti (i molti giochi di parole, i doppi sensi, i riferimenti a fiction TV che da noi non sono arrivati, finiscono inevitabilmente per perdersi nella versione in lingua italiana). A ogni puntata si creano delle aspettative, delle decisioni da prendere ma poi tutto ritorna come prima. I quattro scienziati sono tutt’altro che freddi e asociali: quando uno di loro o la stessa Peggy è in difficoltà o attraversa un momento di malinconia sono pronti a darsi da fare per risollevarne il morale (sempre in modo originale). Anche Peggy, che ha le sue precise preferenze in fatto di uomini (sempre atletici e muscolosi) sente molta tenerezza per loro (ma non solo) e cerca di esser loro utile.  Se l’amicizia, sempre sollecita verso l’altro è l’aspetto positivo della loro umanità, essi  mostrano una radicale carenza in termini di affettività: gli incontri intimi che avvengono sono motivati da ubriachezza (espediente usato troppe volte nella serie), dal bisogno di scacciare la malinconia, dall’usare l’altro come giocattolo sessuale (così si lamenta Leonard in una puntata) oppure dall’incontro con una ragazza ninfomane (nella terza stagione).

Questo serial che vede degli amici e delle amiche abitare nello stesso pianerottolo rimanda inevitabilmente al glorioso Friends (1994-2004). Anche a quel tempo il matrimonio era proposto come soluzione valida per la propria esistenza (non senza difficoltà: il personaggio Ross si sposa tre volte) ora, con questo The big bang theory viene confermato il forte condizionamento ambientale che porta a concepire una società costituita da soli single. Solo nelle ultime stagioni (una correzione di rotta degli sceneggiatori?) potremo assistere alla maturazione dei protagonisti fino ad assumersi delle responsabilità familiari

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNSANE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/10/2018 - 18:16
Titolo Originale: Unsane
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Jonathan Bernstein, James Greer
Produzione: EXTENSION, NEW REGENCY PICTURES, REGENCY ENTERPRISES
Durata: 97
Interpreti: Claire Foy, Joshua Leonard, Jay Pharoah

Sawyer Valentini è una giovane donna che si è trasferita da poco da Boston in una città della Pennsylvania, dove ha trovato un impiego come analista in un’azienda finanziaria. Resta spesso da sola perché non ha fatto ancora molte conoscenze e si accorge che le ansie che l’avevano spinta a cambiare città la stanno ancora ossessionando. Decide quindi di recarsi da una psichiatra e di raccontarle come sia stata vittima di uno stalking opprimente che non le ha più consentito di ritrovare l’equilibrio. Recatasi il giorno dopo all'Highland Creek Behavioral Center, una clinica psichiatrica, per una seconda seduta, viene trattenuta con la forza con la prospettiva di restarci almeno una settimana. Sta quasi rassegnandosi a questa insolita prigione quando si accorge che uno degli infermieri è proprio l’uomo che l’aveva perseguitata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I protagonisti, sia i violenti che le vittime, non mostrano alcun arco di trasformazione positivo ma restano inchiodati alle loro debolezze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza, ambientazioni angosciose, turpiloquio (in USA: restricted, UK: VM15))
Giudizio Artistico 
 
Soderbergh conferma la sua grande perizia narrativa inclusa la sua capacità innovare i propri mezzi tecnici.
Testo Breve:

Una donna, vittima di stalking, cambia città ma si trova nuovamente davanti al suo persecutore. Un thriller ben realizzato del regista Soderbergh che però dipinge un mondo incapace di contrastare vizi pubblici e privati

Sawyer, nella sua veste di analista finanziaria, risponde per telefono in modo sprezzante a una cliente che non è contenta dell’analisi pessimistica che è stata fatta sui suoi investimenti; osserva un collega di spalle che si alza per uscire: le ricorda qualcuno. Viene convocata nell’ufficio del nuovo capo che si mostra soddisfatto del suo lavoro e la invita ad andare con lui per due giorni a una convention a Las Vegas. La proposta suona ambigua e Sawyer si affretta a congedarsi. Nell’intervallo di pranzo telefona alla mamma ma il colloquio è frettoloso com’è frettoloso il pranzo. Nelle prime sequenze Soderbergh mette a fuoco il protagonista, un insolito personaggio femminile, ruvido e anaffettivo e l’atmosfera di sospetti che caratterizzerà il resto del film. Se infatti il tema centrale, quello del protagonista che resta intrappolato in una clinica, costretto a assumere forti sedativi, è stato affrontato in tanti, troppi film (vorrei citare qui solo Changeling di Clint Eastwood), Soderbergh sembra non esser interessato a trovare un punto fermo alla storia, ma preferisce impiegare un caleidoscopio cangiante di temi che lasciano poco spazio allo spettatore per assestarsi su uno schema prevedibile.

Sawyer sembra avere delle instabilità psicologiche dopo l’esperienza traumatizzante dello stalking e per almeno metà del film non riusciamo a comprendere se le minacce che lei denuncia di subire dall’infermiere che per lei è lo stesso che l’ha perseguitata a Boston, siano reali o parto della sua mente malata.  Ma anche questo tema cambia nella seconda parte e prende il sopravvento la necessità di trovare una via di fuga da una minaccia reale. La reclusione forzata della donna sembra obbedire a una abusata meccanica di suspence, ma poi il tema si tinge di colori socio-politici e il film diventa una denuncia sulla facilità con cui le cliniche internano i presunti pazienti per intascare i soldi delle assicurazioni, in stretta linea di continuità con il suo precedente Effetti Collaterali, dove il regista denunciava la logica di puro profitto che muove certe industrie farmaceutiche e l’uso troppo disinvolto di farmaci anti-depressivi.

Soderbergh rende tutti questi temi, che potrebbero scivolare nel meccanismo del film di genere, interessanti grazie soprattutto ai personaggi ben caratterizzati e alle loro interazioni.  Lo stalker assassino non è solo un bruto da cui difendersi, ma quando Sawyer si trova a tu per tu con lui, nella stanza di isolamento dove è stata rinchiusa, si rivela l’atipicità e la debolezza di quest’uomo, che agisce come un adulto ma che ha la mente cristallizzata in poche certezze ossessive,  frutto della sua immaginazione. Questo Unsane diventa una descrizione lucidissima di questo istinto di possesso tutto maschile.

Allo stesso modo i dirigenti della clinica non sono solo dei cinici approfittatori ma quando la madre di Sawyer arriva per reclamare la liberazione di sua figlia, manifestano una insolita intelligenza manipolativa. Quando, per dare testimonianza della loro credibilità, invitano la madre a controllare tutte le referenze positive ricevute dalla clinica via Internet, vengono i brividi a pensare quanto sia facile oggi venir condizionati da ciò che appare sulla rete. 

Soderbergh non lascia nessuno spazio allo spettatore che gli consenta di adagiarsi su uno schema semplicistico di buoni contro i cattivi; se lo stalker è irrimediabilmente uno psicopatico, il comportamento di Sawyer può essere solo parzialmente giustificato dalle pressioni subite; la vediamo rispondere male a un cliente, licenziare con gusto una sua collaboratrice, cercare di consumare una veloce soddisfazione sessuale, sempre litigiosa e pronta ad afferrare il primo coltello che trova. La conclusione che si può ricavare da questo film è antropologicamente sconsolante: i comportamenti dei vari personaggi principali sembrano determinati esclusivamente dalle loro pulsioni alle quali ubbidiscono in modo automatico senza che traspaia in loro, durante lo sviluppo degli eventi, alcun segno di trasformazione Essi  restano se stessi, con i loro vizi, dall’inizio fino alla fine; solo un personaggio, un afroamericano internato anche lui presso la clinica, mostra segni di umanità, preoccupandosi di fare coraggio a Sawyer durante la sua difficile prova.

Soderbergh vince con questo film un’altra sfida professionale. L’idea di utilizzare per le riprese nient’altro che un cellulare, l’Iphone 7, risulta vincente perché il pubblico, abituato a rispecchiarsi nei suoi selphie, trova in questa tecnica di ripresa così mobile un alto senso di realismo che aumenta l’atmosfera angosciosa che il regista ha voluto creare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THELMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/04/2018 - 08:51
Titolo Originale: THelma
Paese: NORVEGIA, DANIMARCA, FRANCIA, SVEZIA
Anno: 2017
Regia: Joachim Trier
Sceneggiatura: Joachim Trier, Eskil Vogt
Produzione: MOTLYS
Durata: 116
Interpreti: Eili Harboe, Kaya Wilkins, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen

Thelma ha trascorso la giovinezza con i genitori in una terra isolata lungo i fiordi norvegesi ma ora si è trasferita a Oslo dove ha inizato a frequentare l’università. Ha pochi amici e i genitori la chiamano ogni sera con tono apprensivo preoccupandosi ogni volta che lei non risponde. Conosce finalmente una ragazza, Anja, ma il sospetto di percepire un’attrazione omosessuale verso di lei, le provoca un turbamento che sfocia in un attacco di convulsioni. La causa potrebbe essere psicologica, perché Thelma ha ricevuto un’educazione cristiana particolarmente rigorosa ma quando decide di sottoporsi ad alcune analisi con il sospetto di essere epilettica, scopre che già da bambina suo padre, che è un dottore, le somministrava dosi molto forti di sedativi. In effetti qualcosa di oscuro dev’essere accaduto nella sua fanciullezza...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si risolve in una "educazione" all'intolleranza e la fede cristiana viene in più occasioni presa in giro con frasi blasfeme
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene impressionanti. Alcune scene sensuali fra due donne senza nudità. Atteggiamenti di intolleranza
Giudizio Artistico 
 
Molto bravo il regista nell’ambientare il racconto in una Norvegia ordinata, fredda e misteriosa ma le troppe suggestioni che il film fornisce non pervengono a una coerenza narrativa
Testo Breve:

Thelma lascia la casa dei suoi genitori per frequentare l’Università di Oslo  ma la scoperta di impreviste pulsioni sessuali e i troppi misteri sulla sua adolescenza danno vita a un thriller  che non riesce ad amalgamare la troppa carne messa al fuoco.

Diciamo subito che la cosa più bella del film è l’ambientazione norvegese. Non solo le interminabili distese di boschi e i fiordi ghiacciati, ma anche la stessa Oslo (il regista fa un esplicito omaggio al palazzo dell’Opera), ripresa spesso nelle limpide notti d’inverno quando è illuminata da  mille luci. Significativi sono anche gli interni dell’ università, che danno un senso di calma e di ordine dove si muovono  silenziosi studenti.

Le frequenti riprese dall’alto di persone che si spostano in tutte le direzioni come formiche, il sorriso dolce ma imbarazzato di Thelma quando si trova in compagnia di altri colleghi universitari che prendono in giro la sua rigorosa formazione cristiana, sono i due veri poli fra i quali si sviluppa la tensione  che vibra sotto pelle, discreta e misteriosa, lungo tutto il film. Lo sguardo dall’alto,quindi il non entrare mai veramente nell’intimità dei singoli personaggi, suggerisce la presenza di poteri trascendenti mentre i sorrisi dolci ma imbarazzati e le risposte di circostanza di Thelma, nei confronti dei compagni e dei genitori, tradiscono  il desiderio di proteggersi da una verità su di sè che lei stessa ignora.
Le lodi del film finiscono qui. I tanti temi trattati sono veramente tanti, senza che nessuno di essi diventi quell’elemento in grado di dare coerenza alla narrazione e siamo ben lontani da ipotizzare qualche richiamo con Carrie- Lo sguardo di satana di Brian de Palma.  Vanno condannati i genitori che hanno cresciuto una figlia repressa, piena di sensi di colpa nei confronti delle sue inclinazioni omosessuali? In realtà i genitori l’hanno educata a pregare, a non bere e a non fumare mentre il tema dell’ omosessualità non diventa mai elemento di discussione;  come scopriremo presto, i genitori debbono affrontare i problemi ben più gravi procurati dalla loro figlia.

Va condannata la presunta intolleranza della fede cristiana? La migliore risposta è quella data dal film, che usa con disinvoltura e disprezzo frasi blasfeme? La lotta finché prevalga l’intolleranza più forte è l’unica soluzione che viene proposta invece della pacifica comprensione e convivenza con chi è diverso da noi?  Il rigore della scienza è l’unica realtà valida degna di essere seguita (nel film c’è una lunga sequenza di rigorose analisi cliniche a cui la ragazza viene sottoposta) e pensare all’esistenza di realtà soprannaturali è solo una perdita di tempo? Ma allora perché nel film si allude ai poteri paranormali di Thelma e sono presenti manifestazioni di eventi soprannaturali? In realtà è inutile applicare la ragione: si tratta di un altro film, come è in uso nelle ultime produzioni,  costruito su pure suggestioni, senza la soddisfazione di un colpo di scena finale che spieghi finalmente tutto (riferimento obbligato:  Il sesto senso del 1999)

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ESCAPE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 12:07
Titolo Originale: The Escape
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Savage
Sceneggiatura: Dominic Savage
Produzione: LORTON ENTERTAINMENT, SHOEBOX FILMS
Durata: 105
Interpreti: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller

Tara ha trentotto anni, un marito e due figli piccoli. Vivono in una città satellite del Kent in condizioni agiate; il marito ha successo nella sua professione anche se ciò comporta rientrare spesso a casa tardi, mentre lei si occupa dei figli e della conduzione della casa. Tara compie i suoi doveri di moglie, madre e casalinga ma si sente insoddisfatta, incompleta. Ciò genera in lei una profonda depressione e anche se decide di confidarsi con il marito e con la madre, non trova nessuno che possa scuoterla da suo stato. Tara decide quindi di compiere un passo estremo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori restano ambigui come il film: di questa donna che ha dei validi motivi per sentirsi in crisi, non sappiamo se abbia trovato il coraggio di affrontare la propria situazione in modo onesto con tutti
Pubblico 
Adolescenti
La tematica coniugale complessa non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La brava Gemma Aterton sorregge da sola tutto il film che finisce per far calare l’interesse dello spettatore per le troppe ellissi presenti nella storia
Testo Breve:

Una donna, che ha un marito affettuoso,  si prende cura dei figli e della casa ma si sente profondamente insoddisfatta. Una tematica interessante che resta troppo diluita dalle molte ellissi 

Tara riceve le avances del marito già da dalla mattina, prima di alzarsi e lei l’asseconda con un sorriso di circostanza; Tara accompagna i figli a scuola, cercando di gestire gli ultimi capricci del più piccolo; Tara va al supermercato e  carica a fatica in macchina una enorme quantità di pacchi; il marito  ha invitato nel weekend i vicini di casa a un barbeque ma ha già preparato tutto lui e Tara si trova con pochi impegni come padrona di casa...

Sono piccoli momenti della prevedibile routine della vita di una casalinga;  il marito è affettuoso, i figli sono deliziosi ma un male oscuro attanaglia Tara che non si sente  a proprio agio, come se svolgesse un ruolo che non riconosce come suo. La malinconia che si porta dentro finisce per farle assumere un atteggiamento di distacco dalla realtà; subisce le attenzioni del marito con crescente fastidio; sbaglia anche semplici incombenze della giornata, non riescire a calmare il figlio piccolo e alla fine lo lascia piangere fingendo di non sentirlo. Il film non ci racconta il passato della donna, non sappiamo come mai non sia impegnata in un lavoro ma resti in casa tutto il giorno, vera eccezione nel panorama delle coppie di oggi. Il film indugia nei primi piani della brava Gemma Aterton per mostrarcela con lo sguardo perso nel vuoto, in preda a riflessioni e sogni sconosciuti. Un comportamento più prevedibile e lineare, è quello assunto dal marito; di fronte a una palese crisi della moglie, le pone delle domande che manifestano il suo egocentrismo: per prima cosa si preoccupa di sapere se ha trovato un altro uomo, se lui ha sbagliato qualcosa nei suoi confronti. Di fronte a un no di Tara, prova un approccio razionale, chiedendo alla moglie le ragioni della sua infelicità  ma di fronte a risposte evasive o inconcludenti finisce per arrabbiarsi con lei perché il suo “metodo” non riesce a funzionare. Anche la madre non è di alcun aiuto: qualifica lo stato d’animo della figlia come “una fase della vita che senz’altro passerà” e la invita a considerare le due macchine, la bella villa di cui dispone, frutto dell’impegno del marito e  segno di un benessere che non conviene perdere.

Tara in realtà non è razionale nè agisce secondo criteri di opportunità, come vorrebbe la madre; ciò che la guida sono i sentimenti che percepisce; non agisce in base a una motivazione ponderata ma cerca di sopratutto di “sentire”qualcosa che le piaccia.  La scoperta della bellezza del ciclo di arazzi: La dama e il liocorno di Parigi, diventa per lei simbolo di un mondo che le manca, così come sarà per lei l’accettare le attenzioni di un altro uomo, nella speranza di provare qualcosa di nuovo e di più forte. E’ questo l’unico, vero momento dove la donna si trova di fronte alla verità su di se’; vede quest’uomo (che è sposato con una figlia) lo specchio di se stessa e ne ha orrore: sembra che capisca che è inutile fuggire perché non si può fuggire da se stesse e da ciò che si è diventate con gli impegni presi. Un’altra donna, più anziana di lei, le ricorda che “ a volte ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene” ma poi riconosce, da donna a donna, che “essere libera ed essere sposata è una contraddizione”.
Il film ha non pochi difetti, iniziando dalle troppe ellissi, all’inizio e alla fine del film: non conosciamo gli antefatti e quindi non sappiamo perché Tara si trovi a fare la casalinga quando avrebbe beneficiato di una vita più piena svolgendo un lavoro ma non sappiamo nenche se e come abbia risolto i suoi problemi, perché il finale del film resta misterioso. Dominic Savage si concentra solo sulla crisi di questa donna ma a dire il vero, il tema non è certo originale perché sono tanti i lavori che hanno trattato il tema della crisi coniugale nella prospettiva  femminile. Se l’uomo può venir tentato al tradimento a causa di un’attrazione sessuale, una donna può essere posta nella condizione di cercare un altro uomo che le renda una vita più piena e più stimolante. La storia di Tara non si presenta come  un altro caso di bovarysmo, perchè la protagonista del romanzo di Flaubert agiva spinta da ambizioni sociali e non esitava a mentire quando era necessario; ci troviamo piuttosto dalle parti di Anna Karenina oppure, per restare nell’ambito del cinema inglese, dalle parti della Laura Jesson del capolavoro Breve incontro. Queste ultime due donne avevano  finito per comprendere che non stavano andando incontro alla felicità rompendo i legami familiari, non solo per le sofferenze arrecate ai figli ma per la loro stessa dignità di persone oneste e coerenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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