Film Oro

Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

RESURREZIONE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/18/2017 - 21:04
 
Titolo Originale: We Live Again
Paese: USA
Anno: 1934
Regia: Rouben Mamoulian
Sceneggiatura: Preston Sturges, Leonard Praskins
Produzione: Artisti associati
Durata: 83
Interpreti: Fredric March, Anna Sten, Jane Baxter

Il principe Dimitri Nechljudov, che si sposta continuamente come richiede la sua carriera da ufficiale, ritorna, dopo anni di assenza, alla sua casa natale. Qui incontra Katjuša, sua compagna d’infanzia che ora ha 16 anni e ne scopre tutta la bellezza. Lui è un principe, lei un’orfana che svolge servizi domestici ma entrambi si sentono uniti da un forte legame. Una notte lui bussa alla sua finestra e lei non riesce a digli di no. La mattina dopo Katjuša scopre che lui è partito e che le ha lasciato una busta con null’altro che una banconota da cento rubli. Dopo qualche tempo la ragazza si accorge di essere incinta; non ha modo di avvisare il principe e viene cacciata di casa. Anni dopo, Dimitri ha abbandonato i suoi ideali di uguaglianza sociale coltivate in giovinezza, ha finito per accettare gli agi e i privilegi che gli sono consentiti dal suo rango, è in procinto di sposarsi e accetta a malincuore la richiesta del suo futuro genero di fare parte della giuria popolare in un processo per omicidio. Con orrore Dimitri scopre che fra gli imputati si trova Katjuša che nel frattempo, per sopravvivere, è diventata una prostituta e si accorge di colpo di tutto il male che ha fatto a quella donna. Katjuša è ingiustamente condannata ai lavori forzati e da quel momento Dimitri si assegna il compito: fare di tutto il possibile per scagionarla e si offre di sposarla per espiare la colpa passata …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista, presa coscienza del male compiuto in giovinezza, si impegna a riparare il male compiuto e si adopera perché la giustizia verso il suo prossimo più debole venga sempre applicata
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura compie una buona sintesi del libro di Lev Tolstoj enfatizzando la componente romantica senza trascurare le istanze di giustizia e di fede presenti nell’originale
Testo Breve:

Il film realizza una sintesi efficace del capolavoro di Lev Tolstoj, unendo la componente romantica alle istanze di giustizia e di fede presenti nell’originale 

Fra le molte versioni cinematografiche che sono ispirate all’ultimo romanzo di Lev Tolstoj, questa, del 1934, è forse la migliore. La necessaria sintesi che è stata fatta dal romanzo non ha tralasciato nessun elemento essenziale allo sviluppo della componente romantica del racconto, il rapporto fra i due protagonisti, Dimitri e Katiuša, che può beneficiare delle acute analisi psicologiche con cui Tolstoi tratteggia sempre i suoi personaggi.  Passano inevitabilmente in sott’ordine, ma non vengono affatto trascurate, le riflessioni dell’autore sulle ingiustizie sociali nella Russia del tempo e la forza del messaggio evangelico, che porterà il protagonista a un radicale cambiamento di vita.

In tutta la prima metà del film viene lasciato spazio all’idillio che si sviluppa fra i due giovani, legati non solo dai loro ricordi d’infanzia ma da un’intesa crescente che per il principe appare in perfetta armonia con i suoi ideali di uguaglianza fra gli uomini. Un idillio che però resta sospeso nel vuoto, legato a un contesto particolare, troppo lontano dai concreti impegni professionali e sociali del principe. In questa prima fase del racconto Dimitri appare come un superficiale: si appassiona alle teorie egualitarie del tempo ma poi non disdegna di inseguire i piaceri e le mollezze che gli offre la sua privilegiata condizione sociale. Riempie di complimenti e di gesti affettuosi Katjuša incurante dei sentimenti che quelle attenzioni provocano in lei. Solo a metà del film inizia la parte meno romantica, quella più morale che comporta la loro progressiva trasformazione interiore. Già dal primo incontro in prigione, di fronte alla reazione di lei, lui si accorge del rischio che il suo impegno a riparare, pur sincero, possa essere dettato dal desiderio di purificare se stesso e non da sincero altruismo.

Anche lei, superata la sorpresa dell’incontro inaspettato, reagisce rabbiosa perché si accorge che quell’evento ha rotto un equilibrio faticosamente raggiunto e la getta di nuovo nella sofferenza della speranza, nel tornare a provare i sentimenti di un tempo. E’ a questo punto che il film colloca la conversione di Dimitri. Prega il Signore per avere la forza necessaria per compiere quegli atti di giustizia e espiazione che ritiene necessari: donare le sue terre ai contadini e seguire Katjuša in Siberia, offrendosi di sposarla. Il loro incontro successivo è di perdono reciproco. Lei confessa che da tempo lo ha perdonato mentre lui non ha niente da perdonarle perché la ritiene innocente; l’ingiustizia proviene da coloro che l’hanno costretta, per necessità, a vivere in quel modo.

Il confronto del film con il libro comporta non poche difficoltà.

La sceneggiatura propone con sufficiente fedeltà il rapporto fra i due protagonisti anche se si chiude con un finale aperto (nel libro Katjuša sposa un altro prigioniero, proprio perché ama Dimitri e lo vuole libero da un  obbligo d’onore nei suoi confronti). Il film inoltre sottolinea il senso di ingiustizia che l’autore percepiva nei confronti delle istituzioni del tempo: essere un proletario o essere un nobile voleva dire venir trattati diversamente nei tribunali. Per semplicità narrativa, il film evita di mostrare che Dimitri, come nel libro, si si prende cura dell’infelice sorte di altri prigionieri, non solo di lei.

Più complessa la situazione riguardo ai rapporti con la religione e nei confronti della stessa virtù della giustizia. Nelle ultime pagine del libro, Dimitri legge il vangelo secondo S Matteo e trova finalmente la risposta che stava cercando alle tante ingiustizie che aveva visto: “ora, gli parve chiaro donde venisse tutto quell’orrore che aveva veduto e quel che si dovesse fare per farlo scomparire. La risposta, che era  stato incapace di trovare da sé, era precisamente quella che Cristo aveva dato a Pietro: consisteva nel perdonare sempre, a tutti, un numero infinito di volte, perché non esiste un sol uomo che sia libero da peccato ed a cui sia perciò lecito di punire e di correggere”. Dimitri riesce, in questo modo, a ritrovare un senso soprannaturale a una giustizia che non punisce ma che si tramuta in perdono e  correzione. In altre pagine, Tolstoj, in occasione della descrizione di una celebrazione liturgica, non manca di mandare accuse alla Chiesa russa, colpevole di mostrare indifferenza per le sorti degli ultimi e manifesta la sua incredulità nei confronti del mistero della transustanziazione. Si tratta quindi di una fede positiva nelle sue conclusioni pratiche ma costruita su misura sulla sensibilità dello scrittore.

Anche nei confronti dei suoi impegni di giustizia Tolstoj è stato accusato di applicare un giudizio morale elaborato mediante categorie rigide e disincarnate che sarebbero effetto dell’influsso dei programmi di stampo illuministico e deista che dei circoli massonici avevano diffuso nella Russia dell’800 (Giuseppe Ghini, Anime Russe, Edizioni Ares). Il tema è affrontato anche nel film durante il colloquio di commiato fra Dimitri e la sua fidanzata ma il problema è risolto con l’affermazione che è soprattutto l’amore per Katjuša che sta spingendo al sacrificio il principe. In realtà, alcune frasi del romanzo, sembrano mostrare un corretto approccio di fede: di fronte alle tante ingiustizie presenti nel mondo, Dimitri si rivolge al Signore perché non è suo compito capire ma fare solo la sua volontà: non è in poter mio capir tutto ciò, è l’opera del Signore. Ma fare la sua volontà, come è scritto nella mia coscienza, questo posso, e so che lo debbo, e non sarò tranquillo che quando l’avrò menato a termine”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NEW LIFE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/13/2017 - 23:03
 
Titolo Originale: A New Life
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Drew Waters
Sceneggiatura: Erin Bethea, Candice Irion
Durata: 88
Interpreti: Jonathan Patrick Moore, Erin Bethea

Ben e Ava si conoscono fin da ragazzi, hanno frequentato la stessa high school, fino al fatidico ballo di fine corso, quando Ben, con un’orchidea nell’occhiello della giacca, è passato a prenderla. Si sono separati temporaneamente durante il periodo universitario (lui ha studiato architettura, lei per diventare insegnante) ma alla fine hanno scoperto di non poter fare a meno l’uno dell’altra e si sono sposati. Sono nati alcuni motivi di litigio (lui è troppo impegnato nello studio di architettura di suo padre e trascura Ava) ma alla fine l’amore reciproco ha fatto trovare loro la soluzione più giusta. Ma quando la loro vita sembrava ormai proseguire su tranquilli binari e stavano aspettando un bambino, una nuova sfida, più minacciosa di tutte le altre, si è profilata all’orizzonte....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lui e lei sanno costruire una unione coniugale molto solida, in grado di affrontare anche le prove più difficili
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare come si costruisce una solida unione coniugale ma lo sviluppo appare spesso prevedibile, tradisce un lavoro fatto a tavolino per dimostrare qualcosa
Testo Breve:

Lui e lei si conoscono fin dall’infanzia e alla fine si sposano costituendo una solida unione coniugale in grado di affrontare anche le prove più difficili

L’obiettivo di questo Family film è sicuramente quello di realizzare un elogio alla solidità familiare. Non c’è niente di speciale da sottolineare nell’incontro di due ragazzi che sono amici fin dall’infanzia, che da adolescenti sognano di solcare l’Oceano su una barca a vela o che lui invita lei  al prom, il ballo di fine liceo, Molto più interessanti sono i capitoli suggestivi quando, entrambi studenti universitari (in università diverse) litigano fra loro furiosamente perché ognuno sembra anteporre ai loro appuntamenti, ormai abituali, altri impegni o quando in seguito, ormai sposati, litigano perché lui, che sta progredendo nella sua carriera di architetto,  finisce per trascurare la moglie. Viene espressa molto bene in queste occasioni un’importante verità: è proprio litigando, quando sembra che per orgoglio l’unica soluzione sia quella di lasciarsi, che si percepisce molto bene quanto questa ipotesi sia assurda perché ormai è evidente, al cuore di entrambi,  che l’uno non può più vivere senza l’altra. Si litiga perché è inevitabile avere punti di vista diversi ma al contempo non si vede l’ora che il litigio finisca perché la sofferenza di restare distanti è troppo grande.

Accanto al tema di come si costruisce, giorno dopo giorno, una forte intesa coniugale, se ne inserisce presto un altro, quello della malattia, che viene a sconvolgere gli equilibri affettivi e il senso stesso della vita, che sembrava così saldo in entrambi (perché sono sempre le donne ad ammalarsi in questi film iper-romantici?).

Si tratta di un percorso molto diverso dal precedente, questa volta fatto in solitaria, sia pur con la solidarietà dei parenti ed amici che sono pur sempre “altri” e non si tratta più dell’altra metà di se stesso.

Questo Family film può anche esser definito un Christian film? Si e no. In una rapida sequenza, marito e moglie con i genitori di lui sono a tavola e recitano le preghiere prima dei pasti. A parte questo riferimento esplicito, non ci sono altre situazioni dove Ben ed Eva correlano il senso della loro vita all’azione provvidenziale divina. Ciò è particolarmente vero nella seconda parte del film, quando il dramma della malattia li colpisce duramente.  Li vediamo fino alla fine impegnati in una bellissima gara di incoraggiamento reciproco e ognuno dei due sembra trovare il senso di se stesso nell’altro: alla fine il circuito del loro amore diventa l’unica fonte di energia vitale da cui riescono ad alimentarsi.

“Ci sono rari, lucidi momenti dove tutto sembra a posto e tutto sembra possibile; ci sono altri momenti dove sembra che nulla abbia senso e attendiamo una risposta che non sembra arrivare mai. Ma sono tuti momenti, belli e brutti, che fanno la nostra vita e la cosa più importante riguardo alla vita è proprio viverla”: è l’unica riflessione che fa Ben sul senso della vita, dove non traspare nessuno sguardo  trascendente ma quasi l’atteggiamento stoico di chi accetta le cose così come sono.

Il film ha, come difetto, un eccesso di parole rispetto alle immagini. Non solo la voce narrante che interviene spesso a commentare ciò che accade ma anche le numerose volte chi i coniugi si dicono “ti amo” anche quando la loro intesa è evidente.

Il risultato complessivo è che il film esprime molto bene il valore e la forza dell’unione coniugale ma lo sviluppo appare scolastico, spesso prevedibile.

Il film è disponibile in DVD in inglese con sottotitoli in inglese

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RAGIONE E SENTIMENTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/11/2017 - 22:10
 
Titolo Originale: Sense and Sensibility
Paese: USA
Anno: 1995
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Emma Thompson
Produzione: LINDSAY DORAN - MIRAGE
Durata: 135
Interpreti: Emma Thompson, Kate Winslet

Il signor Dashwood ha avuto tre figlie: Elinor, la maggiore, di 19 anni; Marianne di 17 e infine Margaret, la più piccola. Quando Dashwood muore, la tenuta di Norland dove vivono le tre sorelle con la madre, passa interamente al loro fratellastro John, in quanto primogenito, secondo le leggi del tempo che non prevedevano che le donne potessero ereditare. John, con sua moglie Fanny, si insedia presto a Norland e le Dashwood sono trattate come ospiti “non benvenute” nella loro stessa casa. Arriva nella tenuta Edward Ferras, il fratello di Fanny, un giovane sensibile e timido che stabilisce una forte intesa con Elinor. Le Dashwood trovano una provvidenziale sistemazione nel Barton Cottage, messo generosamente a loro disposizione da Sir John Middleton, un cugino della signora Dashwood. La casa di sir John è frequentata dal colonnello Brandon, non più giovane, che non tarda a sentire attrazione per Marianne, anche se le sue speranze vengono presto deluse: Marianne si innamora a prima vista del bel John Willoughby, che ha occasionalmente conosciuto quando lui l’ha soccorsa dopo esser scivolata sul prato bagnato. Le due sorelle resteranno presto deluse: Elinor viene a sapere che Edward è già segretamente fidanzato con una ragazza, Lucy, cugina di Lady Middleton, mentre John Willoughby si congeda frettolosamente da Marianne senza dare spiegazioni. Alle due sorelle non resta che consolarsi a vicenda, quando...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista Elinor esercita in modo eccelso la virtù della prudenza, non disgiunta da un disinteressato altruismo per il bene e la felicità degli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una superba Emma Thompson dà vita a una ricostruzione impeccabile del racconto di Jane Austen sia come attrice che come sceneggiatrice
Testo Breve:

Da uno dei capolavori di Jane Austen, la giovane Elinor sa sempre come è giusto comportarsi secondo la virtù della prudenza, nella cattiva come nella buona sorte 

Potrebbe essere inutile domandarsi come mai i romanzi di Jane Austen, ambientati all’inizio dell’800, continuino a interessare tanto ancora oggi. In effetti, a parte il piacere di leggere un romanzo scritto benissimo (e  Emma Thompson, nelle vesti di sceneggiatrice, è stata molto brava a metterlo in scena) le condizioni sociali descritte sono molto distanti da quelle attuali. “Le donne non possono ereditare e neanche realizzarsi con il lavoro; voi erediterete la vostra fortuna, noi non possiamo neanche guadagnarcela” commenta, rassegnata, Elinor mentre passeggia con Edward. Di fatto l’innamorarsi, lo sposarsi e il metter su famiglia diventa, per una donna, l’unico senso possibile da dare alla vita e la propria rispettabilità costituisce il valore primario da custodire. Alcune scene, dove si vedono le sorelle Dashwood che si ricompongono in fretta e si emozionano al solo vedere in lontananza un giovane che sta arrivando alla loro casa, potrebbe far inorridire tante femmministe di oggi. Era quasi d’obbligo, nei racconti di quel tempo (anche in  questo Ragione e Sentimento accade) la presenza di uomini che approfittavano di una ragazza di rango inferiore, non riconoscevano il figlio nato dalla loro relazione e quest’ultima, per mantenersi, era costretta a prostituirsi. Un uomo, dal canto suo, non poteva liberamente sposare la ragazza che amava: se questa era di rango inferiore, veniva diseredato. Da qui il ricorso, anche in questo racconto, al fidanzamento segreto.

La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio sta proprio nel fatto che, pur all’interno di una struttura sociale così diversa da quella odierna, uomini e donne si trovano, ieri come oggi, ad affrontare e risolvere al meglio i loro problemi e i protagonisti di questa trasposizione cinematografica del romanzo di Jane Austen affrontano dubbi etici che sono assolutamente attuali mentre le due sorelle Dashwood finiscono per simboleggiare due modi contrapposti di rapportarsi con la realtà.

Il comportamento di Marianne, che spontaneamente, fin dal primo incontro, non nasconde i suoi sentimenti nei confronti di John Willoughby nonostante gli inviti alla cautela di Elinor che le suggerisce di conoscerlo prima meglio, potrebbe sbrigativamente venir classificato come l’esternazione di una ragazza che non riesce a controllare le proprie passioni. In realtà Marianne si comporta in quel modo perché è convinta che i sentimenti abbiamo una capacità di “vedere”, sia pur in modo istintivo, la realtà delle situazioni, maggiore che non utilizzando la fredda ragione. Il suo modo di comportarsi, sempre estroverso,  appassionato, non è solo espressione di un temperamento solare ma di una precisa filosofia di vita.

Per converso Elinor, la “contabile di casa”, che controlla che non vengano fatte spese superiori alla  rendita mensile della famiglia, che è paziente nell’attendere che Edward le manifesti i suoi sentimenti, che non esterna la sofferenza che gli ha comportato la notizia che il suo amato è segretamente fidanzato con un’altra, per mantener fede all’impegno d’onore che ha preso di non rivelare questo segreto, viene rimproverata da Marianne per non avere il coraggio di combattere per la sua felicità, di comportarsi  solo secondo criteri di “prudenza, onore, dovere” e potrebbe apparire una seguace dell’ etica del dovere kantiano.

In realtà lei si muove secondo una visione indubbiamente superiore, nella quale riconosce che esistono valori che trascendono la ricerca dei propri interessi e che è giusto perseguire. Non riesce ad esser adirata con Edward, perché riconosce onestamente che il suo comportamento è stato corretto: il suo fidanzamento segreto era stato definito prima che conoscesse lei e il fatto che ora non se la senta di rompere il patto,  gli fa solo onore. “E’ ammaliante l’idea che la felicità di qualcuno sia interamente nella mani di una persona”: afferma Elinor, che antepone alla sua felicità l’apprezzamento delle virtù di Edward. Quando verso la fine, scoppierà in un pianto liberatorio allo scoprire che i suoi desideri si stanno avverando, qualche critico ha osservato che le due sorelle hanno finito per avvicinarsi: Marianne ha imparato dai suoi errori a essere più controllata mentre Elinor, alla fine, riesce a  esprimere con più libertà i suoi sentimenti. In realtà, a mio avviso, l’atteggiamento di Elinor resta superiore: ha applicato la virtù della prudenza, dominando i suoi sentimenti fino alla fine, concentrandosi piuttosto sul bene degli altri. Solo quando ha avuto la certezza di  una speranza concreta per la sua felicità, non ha posto più freni nel mostrare pienamente i suoi sentimenti.

Anche altri personaggi sono espressione di una fine sensibilità: il colonnello Brandon, pur essendo a conoscenza di alcuni comportamenti sbagliati di John Willoughby, non cerca di screditarlo agli occhi di Marianne per avvantaggiare la sua posizione; dirà tutto quello che sa solo quando ormai Marianne è stata abbandonata e il venire a conoscenza di una certa la verità può costituire per lei una forma di consolazione.

La signora Dashwood, si rifiuta, nonostante le sollecitazioni della figlia Elinor, di chiedere a Marianne se ha ricevuto una promessa di matrimonio: lei non vuole e non può costringere la figlia a confidarsi: si confiderà solo quando lei vorrà.

Alla fine, sarà ancora una volta l’esempio delle due sorelle a offrirci il messaggio più edificante: la loro visione della vita, così diversa, non diminuisce di un millimetro l’affetto reciproco che esse provano; l’una soffre per le difficoltà dell’altra ma è pronta a partecipare anche alle sue gioie.

L’adattamento per il cinema del romanzo di Jane Austen realizzato da Emma Thompson si può definire ideale, come afferma Armando Fumagalli nel suo saggio “I vestiti nuovi del narratore” (editrice Il Castoro). Si tratta di un eccellente lavoro di cambiamenti, spostamenti piccoli e grandi per “far sì che lo schermo potesse rendere i valori e i personaggi del romanzo con la massima fedeltà sostanziale, ma anche con la massima comunicatività ed efficacia per uno spettatore del XX secolo”. I premi ricevuti alla sceneggiatura lo confermano: Oscar 1995 (sceneggiatura non originale) e Globo d’Oro 1966.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/03/2017 - 08:43
 
Titolo Originale: KNIGHTS OF THE ROUND TABLE
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Richard Thorpe
Sceneggiatura: Talbot Jennings
Produzione: MGM
Durata: 115
Interpreti: Robert Taylor, Ava Gardner, Mel Ferrer, Anne Crawford, Stanley Baker

Dopo che i Romani hanno abbandonato l’Inghilterra, l’isola vive un periodo di instabilità, causato dalle continue contese fra i nobili locali. Arthur, figlio del re Uther Pendragon, riesce a vincere il suo rivale, Morderd, e a diventare re d’Inghilterra. Istituisce la tavola rotonda, dove i valorosi cavalieri da lui scelti si impegnano a combattere solo per Dio e la patria e a sottoscrivere un codice d’onore che li impegna alla difesa dei più deboli e delle donne. Lancillotto, il suo cavaliere più valoroso, sente un forte sentimento, ricambiato, per Ginevra, la moglie del re ma entrambi restano leali nei confronti del sovrano. Non hanno fatto i conti con Morderd che è sempre in agguato e denuncia i due innamorati al re…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Essere virtuosi vuol dire, per tutti i protagonisti, porre la propria intelligenza e la volontà al servizio di ciò che è giusto e buono, anche quando questo comporta la mortificazione delle proprie passioni
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una efficace ricostruzione dei colori e dei costumi dell’immaginario medioevale sostiene una sceneggiatura rispettosa del testo originale
Testo Breve:

La famosa saga dei cavalieri della Tavola Rotonda viene riproposta nello splendore del Cinemascope ponendo l’accento sulle virtù dei protagonisti

“Accadde nei tempi antichi, che Roma dovesse ritirare le sue legioni dall’Inghilterra; il regno piombò allora nelle tenebre e nel caos…”. Inizia così, con un elogio all’efficienza dell’Impero Romano, questo film che si ispira, abbastanza fedelmente, all’opera Morte d’Arthur di Thomas Malory (XV sec.). In effetti, in più di un momento, il racconto porta alla ribalta ciò che è necessario per dare ordine e pace a un regno: un re che sappia essere giusto ma soprattutto l’esistenza di leggi scritte di fronte alle quale tutti siano considerati uguali, incluso il re stesso (un anticipo, forse eccessivo, dello spirito della Magna Charta).

Mentre il re è impegnato a governare cercando di domare i turbolenti baroni, Lancillotto si occupa di frenare l’avanzata dei Pitti al Nord ma soprattutto deve controllare il suo cuore, innamorato della moglie del suo migliore amico: il re. Politica e amore finiscono inesorabilmente per intrecciarsi perché un passo falso nel secondo può determinare la rotture degli equilibri su cui poggia il fragile regno di Artù.

Tutto il racconto diventa quindi un elogio delle virtù, non solo dei protagonisti, ma di tutti i cavalieri della Tavola Rotonda. La loro caratteristica principale è l’assenza, o la presenza moderata, di conflitti fra ragione, sentimenti e volontà. Il campione di queste virtù è senz’altro Lancillotto, che di fronte a una passione amorosa che agita il suo cuore, sa sempre dare la priorità alla lealtà nei confronti del suo re.

“In guerra Artù parlava sempre di voi; ho combattuto al suo fianco e voi eravate nel suo cuore. Non dovete essere anche nel mio” dichiara Lancillotto a Ginevra nell’accettare la proposta di sposare Elena, che è innamorata di lui, per far tacere le malelingue. Saprà anche mentire verso Ginevra, affermando di non amarla più, quando si accorge che lei sta perdendo il controllo di se stessa.

Re Artù non ha un cuore meno nobile. Quando vene dichiarato re d’Inghilterra, offre il perdono agli avversari sconfitti, in modo che possa ristabilirsi la pace e quando sta per scoppiare nuovamente una guerra fratricida, è disposto ad accettare un accordo a lui sfavorevole, pur di evitare che si sparga altro sangue.

Tutti gli altri cavalieri infine hanno giurato di seguire un codice etico, sintetizzato nel film ma ben espresso nell’opera di Thomas Malory:

Non aggredire né uccidere nessuno

Non tradire il re e la patria

Dare sempre grazia della vita a chi la chiede, anche in combattimento

Prestare aiuto alle donne e alle vedove

Mai ingaggiare battaglia per la conquista di beni o per amore ma solo per la patria e per Dio

Il racconto cinematografico conferma, sia pur in modo indiretto, che le leggi morali che i cavalieri si sono dati scaturiscono dalla fede cristiana. Quando, alla mezzanotte di Natale, si odono in lontananza le campane di una chiesa, i cavalieri si fanno il segno della croce e si inginocchiano.

Fra di loro è presente il puro Percival, l’unico che sente la voce divina che lo invita a cercare il santo Graal (il tema non viene sviluppato in questo film, che d’altronde viene sviluppato in Gli idilli del re, il ciclo di nove poemi di Alfred Tennyson- 1885). Lancillotto, che è accanto a lui, non può sentire questa voce soprannaturale ma si inginocchia lo stesso, umilmente. Lui sa bene perché gli è negata l’apparizione: “Nelle cose sacre so che fallirei, perché porto un peccato nel cuore e nessuno può dargli purezza”.

Il film beneficia di una colorata messa in scena che riesuma ben l’immaginario medioevale; il divismo è garantito grazie alla presenza di Robert Taylor e di Ava Gardner; la sceneggiatura è coerente con i nobili obiettivi che si è posta. Le scene di battaglia difettano della perfezione che verrà raggiunta nei decenni successivi, grazie a un uso massiccio della computer grafica: e a volte sembra che le spade fendano l’aria e che qualcuno cada a terra senza neanche venir sfiorato.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BASTA GUARDARE IL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 07/01/2017 - 17:12
 
Titolo Originale: The Mighty
Paese: USA
Anno: 1998
Regia: Peter Chelsom
Sceneggiatura: Charles Leavitt
Produzione: CHAOS PRODUCTIONS - MIRAMAX FILMS - SCHOLASTIC PRODUCTIONS
Durata: 100
Interpreti: Elden Henson, Kieran Culkin, Sharon Stone, James Gandolfini, Harry Dean Stanton

Kevin e Max sono vicini di casa e frequentano la stessa scuola media. Kevin è malato, ha la sindrome di Morquio, una fragilità alle ossa che lo costringe a camminare con le stampelle ma è molto intelligente. Max è fisicamente un gigante per la sua età, chiuso in se stesso e con difficoltà di apprendimento, a causa di un dramma di cui è stato spettatore quando era bambino (suo padre è ora in prigione). I due, cosi diversi ma complementari, sempre derisi dai compagni di scuola, trovano una magnifica intesa e diventano un’unica cosa, muscoli dell’uno e cervello dell’altro.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le virtù dei cavalieri della Tavola Rotonda vengono prese come riferimento per la crescita umana di due ragazzi che hanno entrambi problemi fisici e umani da superare
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena violenta e il riferimento all'uccisione di una madre potrà impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Un film ben realizzato con una insolita Sheron Stone che nella parte finale eccede in drammaticità e che inquadra rigorosamente i personaggi fra i buoni e i cattivi
Testo Breve:

Due ragazzi che debbono superare sia problemi fisici che psicologici, stabiliscono fra loro una forte solidarietà e aspirano a comportarsi con generosità e coraggio, secondo lo spirito dei Cavalieri della Tavola Rotonda

“A volte ho l’impressione di essere scambiato per uno della famiglia Addams” riflette sconsolato Max, mentre tutti lo guardano mentre attraversa i corridoi della scuola. Kevin invece è molto propositivo nei confronti della vita, nonostante i suoi handicap. E’ sempre impegnato a fare qualcosa (ha progettato un uccello meccanico che vola sbattendo le ali) e riceve persino degli incarichi dalla scuola, come quello di fare da tutor a Max, perché possa migliorare nella lettura e nella scrittura. L’influsso benefico dell’uno verso l’altro si manifesta presto: Kevin fa comprendere a Max che nella lettura non c’è niente di meccanico ma che le singole frasi non sono altro che altrettante immagini fra loro collegate che si debbono sviluppare con l’aiuto della sua fantasia. Max, dal canto suo, mettendo l’amico sulle spalle, gli consente di realizzare un sogno: giocare a pallacanestro con gli altri compagni.

E’ a questo punto che, grazie alla fantasia di Kevin, il loro sodalizio assume toni epici: loro si debbono considerare due cavalieri della Tavola Rotonda e come tali debbono preoccuparsi di proteggere i poveri, i deboli e le donne. Iniziano così assieme un percorso di crescita umana e le occasioni non mancano, come quando salvano una donna dall’assalto di un gruppo di teppisti e riescono  a restituirle la borsetta che le era stata rubata, senza togliere un centesimo dal portafoglio.

La ricerca di essere migliori, di diventare degni cavalieri di re Artù per i meriti delle loro gesta e la nobiltà d’animo, cela il desiderio di curare una ferita: l’assenza della figura del padre, per entrambi un riferimento negativo. La seconda parte del film assumerà, proprio per un passato non risolto, toni drammatici soprattutto per Max, ma i due cavalieri saranno in grado di affrontare anche questa nuova situazione. Questa seconda parte è sicuramente più dura ed eccessivamente violenta per un film destinato soprattutto a dei giovani.

Il film, ben recitato, si avvale anche della presenza di Sharon Stone nella parte della madre premurosa e attenta (ma rassegnata a un destino ineludibile) che ha avuto una nomination al Golden Globe del 1999 e il film ha vinto vari riconoscimenti al Giffoni Film Festival del 1998.

E’ particolarmente interessante l’attenzione posta alle imprese dei cavalieri della Tavola Rotonda come espediente, per i ragazzi per trovare dei modelli di virtù. Sembra quasi che seguano, con alcuni anni di anticipo, il programma The Knightly Virtues realizzato dal Jubilee Centre for Character and Virtues dell’Università di Birmingham. Un programma destinato ai ragazzi tra i 9 e i 12 anni e messo in opera in centinaia di scuole della Gran Bretagna, con l’intento di educare i ragazzi alle virtù.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EMMA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/28/2017 - 17:12
 
Titolo Originale: Emma
Paese: USA
Anno: 1996
Regia: Douglas McGrath
Sceneggiatura: Douglas McGrath
Produzione: STEVEN HAFT, PATRICK CASSAVETT
Durata: 108
Interpreti: Gwyneth Paltrow, Jeremy Northam, Toni Collette, Greta Scacchi, Ewan McGregor, Polly Walker

Emma Woodhouse ha 21 anni, è bella, ricca e intelligente. Orfana di madre, vive con il padre nella loro residenza non lontana dalla cittadina di Highbury, a sud di Londra. La loro casa è frequentata spesso dal suo amico dai tempi dell’infanzia Mr George Knightley, più grande di lei di 16 anni e fratello maggiore di suo cognato. Emma si è messa in testa di combinare un matrimonio fra la sua nuova amica, la dolce Harriet Smith di diciassette anni e Mr Elton, il vicario del villaggio, nonostante il parere contrario di Mr Knightley. Alla fine Emma dovrà riconoscere che il suo amico: era stato più perspicace di lei nell’intuire il gretto opportunismo di Mr Elton. D’altronde Emma, non riesce neanche a comprendere veramente se desidera innamorarsi di qualcuno e di chi, fino a quando qualcosa accade nella sua vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il cammino etico di una ragazza che, all’inizio è tutta piena di se stessa ma che poi impara a rispettare gli altri per quel che sono ed ad esser amorevole con tutti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Ottimi attori professionisti come Gwyneth Paltrow e Jeremy Northam vengono guidati da una impeccabile sceneggiatura che si avvantaggia del testo della grande Jane Austen
Testo Breve:

Emma, ricca e sentimentalmente libera, sente il bisogno di combinare matrimoni per gli altri. Dal romanzo di Jane Austen, un racconto di crescita morale e di scoperta dell’amore

La figura di Emma Woodhouse è alquanto insolita nel panorama delle eroine di Jane Austen. Contrariamente a Elinor Dashwood: di Ragione e sentimento o a Elisabeth Bennet  di Orgoglio e Pregiudizio, non  pensa a sposarsi, né appare disponibile a innamorarsi. E’ ricca e ci tiene a conservare la sua autonomia. Il matrimonio, secondo lei, è adatto per quelle che sentono la necessità di una stabile sistemazione. Dalla sua posizione libera e indipendente, si sente responsabile, secondo i suoi criteri, della felicità degli altri ed è quello che fa, cercando di combinare il matrimonio fra l’amica Harriet con il reverendo Elton. Nell’agire in questo modo si sente altruista e generosa. Si sta avviando, in realtà, lungo un cammino, anche doloroso, di maturazione, che compierà proprio commettendo una serie di errori, tallonata in questo dall’amico George Knightley, che sentirà il dovere, quando sarà necessario, di “dirle la verità ed essere per lei un consigliere leale”.

I film ricavati dai romanzi di Jane Austen hanno alcune caratteristiche inconfondibili; un racconto che ruota intorno a un mondo circoscritto (un paese e delle dimore signorili di campagna intorno ad essa), un gruppo di personaggi collegati da parentele o da amicizie di lunga data. Sono tutti elementi che non determinano claustrofobia ma che consentono allo spettatore di concentrarsi sulla vera essenza del racconto: il percorso sentimentale e morale dei protagonisti. Anche i dialoghi così complimentosi e banali (il raffreddore di qualcuno diventa la notizia del momento, i personaggi si scambiano continuamente complimenti e lodi reciproche) vanno letti proprio per quello che non dicono, in un continuo stimolo per lo spettatore a leggere dietro le parole e a partecipare al gioco degli innamoramenti che appaiono veri e invece non lo sono o viceversa.

Per il libro di Emma, Jane Austen adottò una tecnica particolare, ponendo in terza persona ciò che in realtà è la visione soggettiva di Emma sul mondo. Questo “discorso indiretto libero” è reso cinematograficamente, in questo film, attraverso colloqui solitari con se stessa che Emma fa davanti allo specchio della toilette della sua camera da letto.

E’ proprio con queste riflessioni e con i rimproveri affettuosi di Mr Knightley che Emma progredisce nelle sue virtù. In merito al “progetto “che aveva concepito nei confronti di  Harriet, si accorge di aver agito come un presuntuoso Deus ex machina, senza rispettare i veri desideri della ragazza. Anche una sua frase ironica nei confronti della signorina Bates è occasione per ricevere un giusto, severo rimprovero da George, che l’accusa di essere stata insolente verso una persona povera e di rango inferiore, che avrebbe avuto bisogno della sua comprensione, non certo della sua derisione. Si tratta di una lezione dura che Emma accetta. Come dirà più tardi: “le ho dato solo elemosina e non gentilezza”.

Il progresso di Emma nelle virtù va di pari passo con la scoperta del vero amore. Dopo che avrà smesso di giudicare gli uomini con un certo distacco, solo dal loro aspetto e dalla loro educazione (i ranghi sociali continuano a venir da lei rigorosamente rispettati e sarebbe antistorico il contrario) come non innamorarsi proprio di colui che la comprende veramente, dell’unica persona da cui accetta un rimprovero?

In fondo, come riconosce  lo stesso Knightley, lui la rimprovera “non perché dubita ma perché spera”.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTO QUELLO CHE VUOI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/17/2017 - 18:13
 
Titolo Originale: Tutto quello che vuoi
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Francesco Bruni
Sceneggiatura: Francesco Bruni
Durata: 106
Interpreti: Andrea Carpenzano, Giuliano Montaldo, Donatella Finocchiaro, Raffaella Lebboroni, Arturo Bruni, Antonio Gerardi

Alessandro, giovane scapestrato che vivacchia a Roma insieme ad altri tre amici (e si è infatuato, ricambiato, della giovane madre di uno di loro) per racimolare qualche soldo si trova a fare da badante e accompagnatore di un anziano poeta, affetto dal morbo di Alzheimer. I due sembrano non avere proprio niente in comune, ma la dolcezza e la saggezza dell’anziano, unita al desiderio degli amici di Alessandro di trovare un fantomatico tesoro che il poeta avrebbe nascosto in Toscana negli anni della guerra, avvieranno Alessandro verso una maturazione umana e una maggior consapevolezza di sé.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo perviene a una maturazione umana e una maggior consapevolezza di sé grazie all’iuto di un anziano.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, qualche breve momento di violenza, una scena sensuale.
Giudizio Tecnico 
 
Il ritratto di come due generazioni distanti possano e debbano comunicare fra loro, è convincente ed espresso con delicatezza e poesia
Testo Breve:

Come nel precedente lavoro di Francesco Bruni, Scialla!, anche qui abbiamo a che fare con un adolescente che ha bisogno di essere educato. Il racconto delicato dell’incontro fra due generazioni

Francesco Bruni è un autore non conosciuto al grande pubblico, ma in realtà è una delle penne italiane di maggior successo e anche – forse – di maggior impatto culturale: basti dire che ha sceneggiato tutti i Montalbano per la tv, quasi tutti i film diretti da Paolo Virzì, diversi di quelli con i comici Ficarra e Picone, e anche film d’autore come quelli di Mimmo Calopresti. Insomma, un veterano, anche se il suo esordio alla regia è solo di pochi anni fa.

E questo film si richiama proprio al suo esordio, Scialla! (a cui è seguito qualche anno dopo l’interessante, ma meno fortunato Noi 4), perché anche qui abbiamo a che fare con un adolescente che ha bisogno di essere educato, e ha bisogno di una figura adulta di riferimento.

Forse perché è padre lui stesso (il figlio di Bruni interpreta il più problematico dei ragazzi del gruppetto) nei film del regista livornese non sono gli adulti ad anelare a un ritorno all’adolescenza (come in molto altro cinema italiano contemporaneo), ma viene messo bene in chiaro come i ragazzi abbiano bisogno di essere aiutati, sfidati, contrastati, indirizzati, in una parola educati. E diversamente da tanti altri film contemporanei, non viene messa in scena l’impunità del crimine, piccolo o grande che sia: appena il gruppetto sgarra, la polizia interviene e arresta il giovane picchiatore. Sono segnali molto interessanti – e siamo sicuri non casuali – in un film rivolto ai giovani…

Tutto quello che vuoi ha ricevuto ottime critiche, sia per la bravura degli interpreti (in particolare il giovane protagonista) sia per la delicatezza della storia, ispirata a vicende realmente vissute nella seconda guerra mondiale dal padre del regista, che da qualche anno è malato di Alzheimer.

Forse questo coinvolgimento personale ha esentato Bruni dalla necessità di costruire una maggior forza drammatica universale sulla storia: per esempio manca – per rendere più emozionante il racconto – un qualche rischio importante per il protagonista, una “posta in gioco” che innalzi il livello del conflitto e quindi delle emozioni. Ma il ritratto di come due generazioni distanti possano e debbano comunicare fra loro, è convincente ed espresso con delicatezza e poesia.

Non a caso il valore e il ruolo educativo degli anziani, dei nonni in particolare, è anche uno dei temi su cui insiste spesso Papa Francesco quando parla di famiglie.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUANDO UN PADRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/13/2017 - 14:31
 
Titolo Originale: The Headhunter's Calling
Paese: Canada
Anno: 1016
Regia: Mark Williams (III)
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 109
Interpreti: Gerard Butler, Willem Dafoe, Alfred Molina, Gretchen Mol, Alison Brie, Max Jenkins

Dane Jensen (Gerard Butler) è un cacciatore di teste, un selezionatore di personale specializzato, che lavora tutti i giorni fino a tardi pressato dal suo boss Ed (Willem Dafoe ) che lo alletta con la promessa di un avanzamento di carriera. La moglie Elyse (Gretchen Mol) e i suoi tre figli desidererebbero soprattutto averlo di più accanto a loro e la situazione diventa drammatica quando scoprono che Ryan (Max Jenkins), il figlio maggiore, ha contratto la leucemia....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista compie un percorso di conversione che gli fa comprendere il valore primario della cura della propria famiglia e dell’onestà sul lavoro
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di un bambino gravemente malato potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film soffre di una debole sceneggiatura e di un regista al suo esordio ma gli attori, tutti bravi, rendono credibile la storia
Testo Breve:

Un cacciatore di teste ritiene sia giusto concentrarsi sul lavoro ponendo la famiglia ial secondo posto ma un tragico evento sconvolge la sua esistenza. Un bel racconto di conversione sorretto da bravi attori ma non dalla sceneggiatura

Questo film ruota intorno a due tensioni narrative: la leucemia del piccolo Ryan che scuote e sconvolge la vita dei suoi genitori e la competizione fra due dirigenti dell’agenzia di headhunter dove lavora Dane (lui stesso e la risoluta Lynn Vogel) per la carica di direttore generale.  Intorno a questi due filoni vengono al contempo messi a fuoco, nei dialoghi e che sentiamo e nei subplot che si sviluppano, due temi che costituiscono i valori portanti della storia e che risultano strettamente connessi: la famiglia e il lavoro, con alcuni riferimenti sottesi al tema della fede religiosa.

Il film entra nell’intimità della casa di Dane, dove sua moglie Elise ha scelto di occuparsi esclusivamente della crescita dei tre figli mentre lui vive perennemente con l’ansia di raggiungere il budget mensile.  I due si vogliono bene ma le tensioni non mancano: Dane disattende spesso i suoi impegni di padre e anche quando si trova in casa, viene continuamente distratto da telefonate di lavoro. La moglie gli esprime tutto il suo disappunto ma ci tiene a dirgli che lo fa proprio perché lo ama: è dispaciuta sopratutto per lui e verrà il giorno in cui si pentirà per ciò che ha perduto. I tentativi di Dane di conciliare lavoro e famiglia, come lo svegliare il piccolo Ryan alle 6,30 di mattina per fare assieme jogging assieme a lui, non risultano efficaci. Insolita ma pertinenente alla radiografia di questa famiglia che il film vuole realizzare, è la rivelazione delle difficoltà che i coniugi incontrano nei loro rapporti sessuali. Alla fine il problema risulta essere sempre lo stesso, come commenta Elise: “forse se passassimo più tempo sopra le lenzuola ci vedremmo più spesso anche sotto”.

Il tema della conciliazione fra famiglia e lavoro non trova soluzione per buona metà del film, anche se un  amico di Dane, Lou Wheeler, sposato da 29 anni, gli ricorda che “ogni famiglia ha dei problemi ma la famiglia è una sola”. Il tema del lavoro, visto solo come competizione e ricerca del successo, è l’altro filone che segue il film: Dane cerca di raggiungere i suoi obiettivi  in modo spegiudicato, ingannando anche i suoi clienti e gli sembra che questo, in una visione utilitaristica,  sia l’unico modo per comportarsi sapendo che i suoi “concorrenti” fanno lo stesso; pensa che in fondo, è proprio con il suo lavoro che riesce a dare un tenore di vita elevato alla sua famiglia, a dispetto delle ammonizioni della moglie e delle belle frasi di Lou: “quando si ha uno stipendio onesto per un lavoro onesto, solo allora si è felici”.

Fa capolino, in varie occasioni, anche il tema della fede. Al figlio che gli chiede perché anche loro non vanno a una scuola cattolica, Dane evita il tema: “il Signore vuole che noi passiamo le domeniche in pasticceria”; quando sua figlia insiste:” tu credi in Dio?”, la risposta questa volta è molto pragmatica: ”dipende da come va il mese”. Dane riesce al massimo a concepire un Dio che sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Come, purtroppo, spesso accade nella realtà, sarà solo una sventura, in questo caso la malattia del figlio, a scuotere dalle fondamenta le convinzioni di Dane e, come non sempre accade, sarà proprio l’incontro con persone oneste e generose a determinare il nuovo orientamento che Dane darà alla sua vita.

Dane inizia a spendere più tempo assieme al figlio malato (Ryan è appassionato di architettura e per noi spettatori diventa un’ottima opportunità visitare con loro le più belle architetture di Chicago). Nelle visita al figlio, ormai ricoverato in ospedale, incontra due interessanti personaggi: un dottore di religione Sikh che si prende cura con professionaltà ma anche con molto umana comprensione di Ryan (“noi sikh crediamo nella dignità delle persone e un sikh ha l’impegno di proteggere ogni persona debole”) e un infermiere  che si è conquistata la confidenza del ragazzo e che può rivelare al padre quanto Ryan sia felice, a dispetto della malattia, che il padre stia più tempo con lui.

E’ a questo punto che Dane compie un gesto gratuito e altruistico, proprio nell’ambito della sua professione e prende una decisione coraggiosa che gli consentirà di conciliare definitivamente la cura della famiglia e il lavoro. Non si tratta, semplicisticamente, della scoperta dell’importanza degli affetti verso la moglie e i figli ma della convinzione dell’esistenza di alcuni valori assoluti che vanno ben al di là del proprio momentaneo tornaconto. Non a caso il gesto generoso nel contesto lavorativo e quello nei confronti della famiglia sono strettamente collegati, perché fanno riferimento al riconoscimento, da parte di Dane, che ogni uomo  vale nella misura in cui si prende cura degli altri, sia in famiglia che fuori di essa.

Tutti questi temi vengono affrontati con sincera convinzione ma il modo con cui vengono risolti, mediante frequenti sentenze dichiarative, rischia di far scivolare il film nel didascalico. Una frase conclusiva della moglie, felice della “conversione” del marito: “Sei un marito un padre e l’ultimo dei romantici”, mostra quanto poco lo sceneggiatore, appena alla sua seconda esperienza, si fidi degli spettatori e senta la necessità di proporre lui stesso una giusta conclusione.

Per fortuna Gerard Butler riesce da solo a rendere credibile il racconto, coadiuvato dal validissimi comprimari, come Willem Dafoe nel ruolo del boss carogna (ma non troppo) e di Alfred Molina, l’amico che stimola Dane a scoprire la vera sapienza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LION - LA STRADA VERSO CASA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 10:04
 
Titolo Originale: Lion
Paese: Australia, Stati Uniti, Gran Bretagna
Anno: 2016
Regia: Garth Davis
Sceneggiatura: Luke Davies
Produzione: SEE-SAW FILMS, AQUARIUS FILMS, SUNSTAR ENTERTAINMENT
Durata: 129
Interpreti: Dev Patel, Rooney Mara, Nicole Kidman

Saroo ha quattro anni e vive con la mamma e i fratelli in un paesino del Khandwa, una regione dell’India centrale. Un giorno, per aiutare il fratello in uno dei tanti lavoretti con cui la poverissima famiglia si sostiene, finisce per sbaglio su un treno che lo porta a Calcutta, a milleseicento chilometri da casa. Lì si perde e per due anni è costretto a vivere prima per strada e poi in orfanotrofio. Fino al giorno in cui viene spedito in Australia, adottato da una ricca famiglia senza figli. Venti anni dopo, il passato rimosso riaffiora nella mente di Saroo, che decide di mettersi alla ricerca delle proprie origini…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film fa riflettere sull’importanza delle relazioni umane attraverso gli occhi di chi come fratello, figlio, amico e compagno, ha sperimentato la solitudine più profonda e sottolinea, senza nessuna retorica, l’ingiusta distribuzione della ricchezza che ancora esiste nel mondo
Pubblico 
Adolescenti
Scene di forte tensione psicologica
Giudizio Tecnico 
 
Il regista australiano Garth Davis, al suo debutto cinematografico, si presenta con una pellicola struggente e ben girata, che ha meritatamente fatto incetta di candidature e di consensi
Testo Breve:

Come accade ogni anno a migliaia d bambini in India, il piccolo Saroo, finisce per sbaglio su un treno che lo porta a Calcutta. Una storia vera che commuove e fa riflettere

Il regista australiano Garth Davis, al suo debutto cinematografico, si presenta con una pellicola struggente e ben girata, che ha meritatamente fatto incetta di riconoscimenti e di consensi.

Nella prima parte, il film sembrerebbe quasi un omaggio dickensiano se non fosse che, fin dalla prima scena, veniamo a sapere che il racconto non solo è realmente accaduto ma che è tutt’altro che inverosimile che capiti una storia così in un Paese bellissimo e spietato, al tempo stesso, come l’India. La storia vera di Saroo, infatti, come ci rivela la scritta sul fotogramma finale, è anche quella di 80.000 bambini che scompaiono ogni anno. Una storia che si ripete migliaia di volte e quasi sempre senza lieto fine. A differenza di quella del piccolo Saroo, che ha invece avuto la fortuna e la forza (come quella di un leone, appunto) per poterla raccontare.

Dopo essere sopravvissuto alla fame, alla sporcizia, alla solitudine, e soprattutto alla cattiveria degli adulti, Saroo trova in Australia una famiglia disposta ad accoglierlo e a volergli bene. Qui il piccolo “riparte da zero” e insieme a lui anche il film sembra farlo: da una storia di sopravvivenza veniamo introdotti nel dramma familiare di un’adozione, con tutte le sue problematiche (che nel caso specifico esplodono con l’arrivo del fratello adottivo di Saroo, Mantosh, anche lui indiano e con gravi problemi psichici).

Paradossalmente Lion è un film dove si parla poco ma si racconta molto. I dialoghi sono molto asciutti, soprattutto nella prima metà del film (per forza di cose visto che il piccolo Saroo conosce una manciata di parole e solo in hindi, mentre a Calcutta si parla il bengali) ma nonostante questo sono molteplici gli spunti di riflessione offerti. Tra gli altri, il film propone il tema archetipico del ritorno a casa come riscoperta della propria identità, determinata sì dalle proprie origini ma anche del cammino percorso, che in un modo o nell’altro ci segna e ci disegna; riflette poi sull’importanza delle relazioni umane attraverso gli occhi di chi come fratello, figlio, amico e compagno, ha sperimentato la solitudine più profonda. Infine il film sottolinea, senza nessuna retorica, l’ingiusta distribuzione della ricchezza che ancora esiste nel mondo, invitandoci a riflettere e a rivalutare necessità e priorità delle nostre vite borghesi.

È un film che merita di essere visto perché ha la capacità di toccare il cuore e far vibrare corde nascoste dentro ognuno di noi. C’è la concreta possibilità di terminare la visione con il proposito di diventare persone migliori.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/05/2017 - 08:39
 
Titolo Originale: Umi yori mo mada fukaku
Paese: Giappone
Anno: 2016
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: AOI PRO. INC., FUJI TELEVISION NETWORK INC., BANDAI VISUAL CO. LTD., GAGA CORPORATION
Durata: 117
Interpreti: Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Taiyô Yoshizawa

Ryoto si mostra, all’aspetto, come un uomo tranquillo dai modi gentili ma in realtà la sua vita è alquanto incasinata. Dopo un esordio folgorante come scrittore (ha vinto un premio prestigioso) non è più riuscito a portare avanti un secondo lavoro. Ha il vizio del gioco e appena guadagna qualcosa, lo spende in fallimentari scommesse. Ha trovato un lavoro alternativo come detective privato che per lui diventa l’occasione per spillare soldi ai suoi clienti con l’arma del ricatto. La sua incostanza ha decretato il fallimento anche della sua vita familiare. Nella sua condizione di divorziato con un figlio (Shingo), rischia di perdere l’opportunità di passare un giorno al mese con il bambino, perché non corrisponde all’ex-moglie, Kyoko, gli alimenti pattuiti. Solo la sua vecchia madre (Yoshiko) spera ancora in un suo profondo cambiamento....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una nonna, pur conoscendo le molte debolezze del figlio, non rinuncia a incoraggiarlo e a sperare che il suo comportamento possa cambiare
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film meditato, non corale ma ricamato con cura intorno ai singoli colloqui a tu per tu dove è possibile parlare a cuore aperto sulle motivazioni più profonde del proprio vivere
Testo Breve:

Il protagonista non riesce a trovare un lavoro stabile e si è dovuto separare dalla moglie, vedendo il figlio solo una volta al mese. Un altro film giapponese sul valore della famiglia che si nutre di dialoghi intimi e di riflessioni condivise

La vera protagonista del film è la nonna paterna, Yoshiko (mirabilmente interpretata da Kirin Kiki). L’arrrivo di un tifone è per lei una stupenda occasione per riunire a casa sua il figlio Ryoto, la ex moglie Kyoko e il piccolo Shingo. Si dirige allegra verso la cucina per preparare quei piatti che, per esperienza, sa che piacciono tanto al figlio e al nipote; va ad accendere l’acqua calda per chi di loro voglia rilassarsi con una doccia; prepara, nella stanza dov’è cresciuto Ryoto, un letto matrimoniale con tre cuscini, dove il bambino dormirà nel mezzo; unica, modesta copertura al suo sfacciato tentativo di riavvicinare i due. All’alba, lei è già sveglia ma lo è anche Ryoto. E’ l’occasione per un colloquio a cuore aperto, dove lei sente la morte imminente, non in modo angoscioso ma come realtà ineluttabile; lui si domanda se può ancora cercare di essere felice. La conversazione è stata melanconica ma profonda e la nonna non perde neanche questa occasione: invita il figlio ad appuntarsi tutto ciò che si sono appena detti, perché potrà essere un ottimo spunto per il suo prossimo libro. In mattinata, padre e figlio fanno una passeggiata; suocera e nuora sono ora sole e la nonna, con una dolce impudenza tutta femminile, le chiede se sente ancora qualcosa per Ryoto. Yoshiko è quella madre che se potesse, si sostituirebbe al figlio per coprire le sue innegabili debolezze ma ovviamente non può e si limita a consigliare con discrezione, proporre, incoraggiare.

Come nel precedente Father and son, dello stesso regista Kore’eda Hirokazu, i protagonisti trovano nella famiglia le ragioni del loro stesso esistere anche se la vita può avere risvolti complessi, come lo scambio di due bambini in culla (in Father and son) o l’incapacità cronica di un uomo di esser coerente con i suoi impegni di marito e di padre. Kore’eda non ha una risposta pronta alle situazioni che imbastisce, non c’è mai un netto lieto fine, perché i protagonisti debbono cercare (sembra dirci il regista) il miglior modo di vivere attraverso l’ascolto degli altri, coltivare momenti di riflessione autentica e ascoltare i moti più intimi e sinceri del loro cuore. Così come in Father e son, non c’è una vera risposta al dilemma se sia più importante un figlio genetico rispetto a quello che ti è stato accanto fino a quel momento, né c’è una vera soluzione alternativa, in quest’ultimo film (anche se  Ryoto ha recuperato completamente il suo orgoglio di padre e in fondo non ha mai tradito la moglie) al gestire la separazione nel migliore dei modi possibili.

Il regista si avvicina molto al grande Yasujiro Ozu nel porre la famiglia la centro dei suoi valori e nel cercare di cogliere, con la sua narrazione tranquilla, anche le più piccole sfumature d’animo. Mancano, rispetto a Ozu, la contemplazione dei paesaggi, le armonie ordinate degli interni ma soprattutto quel modo così esclusivo di ricavare dai colloqui domestici e ordinari dei protagonisti, risonanze universali. Kore’eda propende per una riflessione più parlata, una meditazione sul senso della vita alla ricerca di ciò che si desidera veramente.

C’è un altro aspetto che si può cogliere e che accomuna i racconti dei due registi giapponesi: la presenza, anche in situazioni difficili, di parenti e amici pronti a mostrare solidarietà e a prendersi a cuore i problemi del protagonista (basterebbe ricordare Tardo autunno di Ozu). Lo stesso Ryoto, un uomo debole che non disdegna di recuperare soldi con l’imbroglio, non viene allontanato né emarginato. La sua ex moglie, giustamente adirata con lui perché non è in grado di corrispondere gli alimenti pattuiti, non se la sente di dare un taglio netto, ma continua a confermargli, mese dopo mese, il diritto di rivedere il figlio.

Non ci sono mai, in questi film, situazioni di solitudine angosciosa. In questo, noi occidentali, abbiamo qualcosa da imparare da questa antica cultura

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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