Film Oro

Film con contenuti di valore in riferimento alla persona e alla famiglia

L'ISOLA DEI CANI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/07/2018 - 22:21
 
Titolo Originale: Isle of Dogs
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2018
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura: Wes Anderson
Produzione: AMERICAN EMPIRICAL PICTURES, INDIAN PAINTBRUSH, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, IN COPRODUZIONE CON STUDIO BABELSBERG
Durata: 101

Giappone, 2037. Una terribile influenza canina si è diffusa nella distopica città di Megasaki, rischiando di mettere a repentaglio anche la vita degli umani. Ecco così che il sindaco firma un decreto per l’espulsione di tutti i cani della città, destinati all’esilio sull’isola della spazzatura, una discarica a cielo aperto. Il primo cane a essere mandato in quarantena è Spots, il bastardino di Atari Kobayashi, nipote del sindaco stesso e sotto la tutela di questo da quando i genitori hanno perso la vita in un brutto incidente. Intenzionato a ricongiungersi con il suo amico a quattro zampe, Atari vola verso l’isola della spazzatura e qui stringe amicizia con Chief, Rex, King, Boss, Duke, cinque cani “maschi alfa”. I cani, dimenticati da tutti, anche dai loro padroni, e costretti a una nuova vita di risse, stenti e cibo andato a male, aiuteranno il piccolo umano a ritrovare il suo Spots.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’incontro con l’altro, specialmente se diverso, apre a interessanti percorsi di senso, generando l’inaspettato, che infine si rivela il miglior finale auspicabile.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Immagini violente all’interno del genere
Il film di Anderson è poetico, non solo nella tecnica animata, che ha il gusto del lavoro artigianale e la bellezza di una fotografia che fa da sfondo agli stati d’animo e alle emozioni del film, ma anche nelle infinite metafore a cui la lettura del testo apre e che lo rende fruibile attraverso diversi livelli di lettura, che lo rendono interessante, per complessità, soprattutto a un pubblico più adulto.
Testo Breve:

Nel Giappone del 2037, una terribile influenza canina convince il sindaco di una città a esiliare tutti i cane nell’isola “spazzatura” ma  il piccolo Atari si mette alla ricerca del suo cagnolino. Un racconto che valorizza l’incontro con il diverso

L’isola dei cani, ultimo lungometraggio animato del regista Wes Anderson, interamente girato in stop motion, senza l’ausilio della computer grafica, ha aperto quest’anno il Festival di Berlino, aggiudicandosi anche l’Orso d’Argento.

Secondo esperimento dopo Fantastic Mister Fox, basato su un romanzo breve di Roald Dahl, di cui il regista si dichiara un estimatore,  L’isola dei cani è un omaggio al cinema giapponese, Akira Kurosawa in primis e Hayao Miyazaki, ma anche alla lingua del Paese del Sol Levante dal momento che, come recitano i titoli iniziali, solo i latrati dei cani sono stati interamente tradotti (in inglese e, per le nostre sale, in italiano), mentre la lingua degli umani, il giapponese, è solo sporadicamente tradotta o dalla traduttrice simultanea del sindaco o da Tracy Walker, studentessa statunitense in scambio scolastico in Giappone. Non occorre del resto capire tutto, in quanto il film è girato proprio dalla parte dei cani, ritratti come animali fedeli oltremodo e ben più “umani” degli umani stessi, per lo meno di quelli adulti. La dicotomia tra il mondo degli adulti e quello dell’infanzia (di cui i cani si fanno protettori) è quasi di reminiscenza dahaliana: gli adulti sono ritratti come corrotti dal potere, mentre i bambini si rivelano coerenti e incorruttibili, come dimostra anche il personaggio di Tracy Walker, studentessa ribelle intenzionata ad opporsi alla dittatura e ad aiutare, da lontano, il piccolo Atari.

Il film di Anderson è poetico, non solo nella tecnica animata, che ha il gusto del lavoro artigianale e la bellezza di una fotografia che fa da sfondo agli stati d’animo e alle emozioni del film, ma anche nelle infinite metafore a cui la lettura del testo apre e che lo rende fruibile attraverso diversi livelli di lettura, che lo rendono interessante, per complessità, soprattutto a un pubblico più adulto.

Mentre la scienza, sostenuta dai pochi attivisti “pro cani”, si batte per trovare un antidoto al virus, i fedeli della dittatura al potere pensano che l’unica soluzione sia nell’esilio prima e nello sterminio poi degli animali. I problemi non si risolvono, per il bene comune, ma si eliminano nella maniera più semplice: l’imperfezione, la non funzionalità sono colpe inammissibile nel futuro distopico descritto da Anderson e che a tratti richiama, tristemente e per diversi aspetti, la nostra contemporaneità. Politica, ambientalismo, emarginazione, difficoltà dell’affetto familiare, amicizia e amore: sono tanti i temi più o meno “caldi” toccati dal film di Anderson. A differenza di altri film di genere distopico però, il lieto fine trova qui sviluppo proprio all’interno della relazione, che ha il potere di cambiare e trasformare positivamente uomini e cani. È quello che accade a Chief, unico cane randagio del gruppo dei maschi “alpha” e per questo restio ad aiutare il piccolo Atari: è solo nel rapporto e nella conoscenza con il piccolo che il cane si lascia “addomesticare” nel senso saint-exuperiano del termine, fino a diventarne la sua fedele guardia del corpo. Lo stesso accade al terribile zio sindaco (che ha le sembianze fisiche di un noto dittatore del passato), ma anche allo stesso Spots, che fino ad allora ha conosciuto e pertanto concepito un unico tipo di vita. L’incontro con l’altro, specialmente se diverso, apre invece a ulteriori percorsi di senso, generando l’inaspettato, che infine si rivela il miglior finale auspicabile.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA TUNICA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 09:13
 
Titolo Originale: The Robe
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Henry Koster
Sceneggiatura: Gina Kaus, Albert Maltz, Philip Dunne
Produzione: TWENTIETH CENTURY-FOX
Durata: 135
Interpreti: Richard Burton, Jean Simmons, Victor Mature, Jay Robinson

Il tribuno Marcello Gallio ama godersi la vita, con il vino e le belle donne. Il suo atteggiamento sfrontato finisce per metterlo in contrasto con Caligola, il figlio dell’imperatore Tiberio e per punizione viene spedito in Giudea. Qui riceve l’incarico di crocifiggere sul Golgota tre malfattori, fra cui anche un certo Gesù, proclamato il Messia. Marcello gioca tranquillamente a dati mentre i tre sono in agonia e vince la tunica di Gesù. Gli basta però mettersela sulle spalle per sentirsi come folgorato. Da quel momento non ha pace anche quando ormai è tornato a Roma. Su consiglio dello stesso imperatore Tiberio, si reca di nuovo in Giudea per ricercare la tunica e distruggerla e annullare così il suo influsso malefico. Nella ricerca incontra Pietro e altri cristiani che hanno conosciuto Gesù fra cui Miriam, che gli parla della bellezza del Suo messaggio. Marcello, ormai guarito, si converte alla nuova religione ma, tornato a Roma, viene a sapere che il nuovo imperatore, Caligola, è sulle sue tracce perché, come cristiano, lo considera un traditore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tribuno romano, convertitosi al cristianesimo, sa coraggiosamente affrontare le conseguenze della sua scelta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grosso impegno tecnologico per l’epoca, primo film in Cinemascope ma la recitazione di quasi tutti i protagonisti è modesta
Testo Breve:

Grande successo di pubblico nel 1953, corso a vedere la conversione al cristianesimo del Tribuno Marcello e il primo film realizzato in Cinemascope  

“Chi sei tu?” -domanda Marcello a un uomo che gli ha raccontato che Gesù è stato tradito proprio da uno dei suoi discepoli,“perché gli uomini inseguono la verità e quando la trovano la ripudiano... e dubitano, dubitano..”. L’uomo risponde: “Sono Giuda!” e subito dopo un forte rombo di tuono si fa sentire, mentre i lampi squarciano il cielo. Questa e altre situazioni un po’ teatrali si susseguono in questo film del 1953, il primo realizzato in Cinemascope, l’arma segreta inventata dagli Studios di Hollywood per contrastare l’avanzata della televisione, un anno dopo che era stato lanciato anche il Cinerama, senza molto successo. In effetti lo slogan per la promozione del film fu singolare: “il miracolo moderno che puoi vedere senza occhiali” ma in fondo fa piacere pensare che appena si sviluppa una nuova tecnologia (com’era accaduto ai primi tempi del cinema muto) gli autori pensano subito che possa essere utile per raccontare la storia di Gesù.

A dire il vero a quell’epoca le sale attrezzate per il Cinemascope erano veramente poche e le riprese vennero fatte anche nel formato standard; lo si nota dal fatto che l’evento principale di ogni sequenza é stato posto sempre al centro dell’inquadratura, per consentire il taglio dei bordi laterali.

Il film ebbe comunque quell’anno un enorme successo e arrivò secondo negli incassi solo a Peter Pan.

Il racconto è diviso nettamente in due parti: la prima serve a farci conoscere il Tribuno Marcello, la sua ragazza Diana, conosciuta fin dall’infanzia, il suo schiavo Demetrio, suo padre di nobile famiglia, che auspica che metta finalmente la testa a posto e il primo soggiorno in Giudea, dove non sembra abbia cambiato le sue abitudini dissolute. In questa prima parte il rapporto con la nuova fede è semplicisticamente miracolistico: Demetrio incrocia lo sguardo di Cristo mentre sta salendo il Calvario ed è quanto basta per decidere di seguirlo; Marcello, al solo toccare la tunica, ne resta come folgorato.
La seconda parte è meglio costruita: Marcello si trova a Cana e inizia progressivamente a conoscere la comunità cristiana, il loro reciproco volersi bene, il loro essere generosi con gli altri, inizia la sua presa di coscienza e la sua progressiva conversione. Determinante è la conversazione fra Marcello e Miriam: si contrappongono due visioni della vita: lei gli prospetta l’invito di Gesù, a costruire un novo mondo con l’amore mentre lui ribatte che un nuovo mondo si può costruire solo con la forza. Nel film non c’è alcun cenno a una eventuale responsabilità per la morte di Gesù da parte degli ebrei del tempo (forse i produttori avevano fatto tesoro ci quanto era accaduto al film  Il re dei re  di Cecil De Mille, che fu boicottato dalla comunità ebraica) ma viene imputata interamente ai romani e in più di un dialogo si stabilisce la contrapposizione fra un impero basato sulla forza e la schiavitù dei popoli vinti e il nuovo messaggio di amore del Messia, a cui si aggiunge una istanza, forse troppo moderna e molto americana, di libertà.  Sono significative le parole dell’Imperatore Tiberio, quando viene informato della diffusione del cristianesimo, che viene considerato opera di un gruppo di maghi: “Magia? Stolto, che magia?! È un pericolo più grave di qualsiasi magia possa concepire la vostra superstizione! È un desiderio di libertà dell'uomo. È la più grande di tutte le follie!”.

Il protagonista è Richard Burton in una delle performance, per sua stessa dichiarazione, fra le più infelici.

Sia quando deve fare la parte dell’ubriacone gaudente che quando ormai si è convertito, mantiene un’espressione sempre triste e poco convinta. Migliore quella di Victor Mature nella parte dello schiavo Demetrio e della sempre melanconica Jean Simmons. Segno dei tempi è la recitazione di Jay Robinson che deve recitare la parte del cattivo Caligola. La corporatura è mingherlina, la postura è sempre contorta, una pessima caricatura (a quell’epoca, purtroppo, succedeva anche questo) di una persona omosessuale.

La ricostruzione dei munifici palazzi imperiali è sontuosa e accurata anche se, con lo sguardo maliziato dello spettatore moderno, ci accorgiamo che anche gli esterni sono realizzati negli studios, dove il fondale è sempre disegnato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DON MATTEO 11

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/21/2018 - 21:34
 
Titolo Originale: Don Matteo 11
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: JAN MARIA MICHELINI, RAFFAELE ANDROSIGLIO, ALEXIS SWEET
Sceneggiatura: Alessandro Jacchia (formattì), Alessandro Bencivenni, Enrico Oldoini, Domenico Saverni
Produzione: Lux Vide, Rai Fiction
Durata: 45 min a episodio su RaiUno
Interpreti: Terence Hill, Nino Frassica, Maria Chiara Giannetta, Simona Di Bella, Francesco Scali, NATHALIE GUETTÁ ,

La stagione 11 di Don Matteo si svolge ancora a Spoleto e sono confermati i due coprotagonisti, don Matteo e il Maresciallo Cecchini ma presenta alcune novità di rilievo. Il Capitano Giulio Tommasi è stato trasferito a Roma, sostituito dal Capitano Anna Olivieri. Acquista importanza il PM Marco Nardi, attivo in tutte le indagini. Anche gli ospiti della canonica sono cambiati: c’è la quattordicenne Sofia, rimasta orfana di entrambi i genitori adottivi e il piccolo Cosimo, di soli 7 anni, al quale muore la madre nel corso della prima puntata e di cui Don Matteo si prende cura. Accanto al capitano Olivieri compare spesso sua sorella Chiara, una ragazza con la testa fra le nuvole e Giovanni, il fidanzato, indeciso se farsi sacerdote oppure no

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Don Matteo con la sua calda umanità e attenzione verso gli altri dà una bella testimonianza della misericordia divina. Peccato che il ritratto che viene fatto di lui non includa gli aspetti sacramentali della suo stato sacerdotale, che evidenzierebbero il valore della grazia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una macchina molto ben oliata procede sicura, merito soprattutto dei due comprimari, Terence Hill e Nino Frassica
Testo Breve:

Don Matteo continua ad essere araldo della misericordia divina e abile nell’individuare i colpevoli. Una formula di successo che non va cambiata ma forse approfondita nel suo messaggio di fede

In questo Don Matteo 11, ma già dalle ultime due stagioni, il format della fiction è stato notevolmente irrigiditoSi inizia sempre con una persona che è stata gravemente ferita (in genere guarisce alla fine della puntata) e da quel momento si sviluppano due indagini in paralleo: quella dei carabinieri che si attengono ai fatti e quella di don Matteo, che scruta dentro gli animi, va alla ricerca delle motivazioni più intime. C’è sempre un primo indiziato e a metà puntata don Matteo va a trovarlo in carcere ma il pubblico è matematicamente certo che il vero colpevole sarà svelato solo alla fine. In parallelo si sviluppa una sottotrama che serve a Nino Frassica per sviluppare la sua vis comica di bambino mai cresciuto che dice sempre tante bugie per cercare di modificare la realtà. Alla fine è don Matteo che individua il vero colpevole, un minuto prima che arrivino i carabinieri. Un minuto di importanza fondamentale perché Don Matteo fa a tempo a citare in Vangelo, indurre il colpevole a pentirsi e a consegnarsi alle forze dell’ordine. Occorre inoltre aggiungere che nelle serie precedenti c’era comunque una storia trasversale che coinvolgeva i protagonisti e che avanzava lungo le varie puntate. Questo spunto c’è ancora (una relazione fra il PM e il capitano donna?) ma ha perso la sua rilevanza.

Quindi un don Matteo che si è cristallizzato in una liturgia. Probabilmente un passaggio necessario perché, quando si è arrivati all’undicesima stagione, si è costituto un pubblico fedelissimo (gli indici di ascolto stanno a dimostrarlo) che vuole ritrovare i personaggi a cui è affezionato. Si tratta di un’ipotesi che soddisfa poco. E’ vero che Terence Hill nei panni di don Matteo e Nino Frassica in quelli del maresciallo Antonio Cecchini sono insuperabili ma il loro impegnarsi intorno alla scoperta del vero colpevole non costituisce l’attrattiva principale di ogni singola puntata. L’indagine si svolge a rilento, interrotta da molte parentesi che vedono coinvolti i personaggi principali nei loro vicende private.

Ma allora qual è l’attrattiva di questa serie? Molto probabilmente perché viene proposta una filosofia di vita che viene applicata a tanti casi comuni, nei quali lo stesso spettatore può facilmente identificarsi.

All’interno di una confezione così rigida vengono presentate situazioni di vita quotidiana, con enfasi particolare su storie che coinvolgono ragazzi e adolescenti (che assorbono almeno il 30% dello share della serie): le incertezze del primo amore, i casi di bullismo, l’eterna difficoltà dei genitori a comprendere i loro figli, l'ansia di emergere nelle compeizini anche conil doping, la ricerca della propria madre dalla quale si è stati abbandonati. In altri episodi si affrontano situazioni molto attuali, come la brama di successo a tutti i costi nel mondo dello spettacolo e l’immigrazione, forzata o  con l’inganno, di donne avviate alla prostituzione.

E’ a questi casi che si applica la filosofia di vita di don Matteo, testimone quasi perfetto della misericordia divina. Don Matteo invita alla riconciliazione nei conflitti familiari, ascolta le confidenze di tutti con pazienza e comprensione, dà coraggio e speranza a chi si accorge di aver sbagliato. Don Matteo si apre al mondo come a “un ospedale da campo”, ancor prima che papa Francesco coniasse questa felice espressione.

Ma don Matteo è un sacerdote a tutto tondo? Certamente ospita nella canonica giovani che hanno bisogno di aiuto ma non lo vediamo impegnato a celebrare la messa, porsi nel confessionale in attesa di penitenti, oppure organizzare catechesi per la prima comunione; questi e i tanti altri impegni che gravano sulla giornata di qualsiasi parroco, sono assenti.

Se don Matteo mostra di avere prodigiose “doti curative” (a posteriori) per l’animo umano, non viene esplorato l’aspetto formativo, a priori, dei tanti giovani che si incontrano nelle puntate. Abbiamo ragazze adolescenti che hanno il loro primo rapporto amoroso, altre che restano incinte, ragazzi che praticano con indifferenza il bullismo, giovani madri che hanno abbandonato la loro figlia. Si tratta di comportamenti che trovano sempre il perdono e la comprensione amorevole verso la fine ma non viene né proposto né prospettato un giusto percorso educativo. Sembra quindi che don Matteo non rappresenti un sacerdote reale ma ideale, come tanti fedeli lo vorrebbero, un sacerdote non vicino al sacro, più di fede protestante che cattolico, un sacerdote “comodo” che non celebra la messa con noiose prediche, non ti invita continuamente alla confessione, non ti mette in guardia su certi comportamenti ma è completamente al tuo servizio e quando sbagli, è sempre pronto a ricordare che Dio ti ama e ti perdona.

Penso che si possa concludere che la serie don Matteo potrà tranquillamente continuare a riproporsi con successo nei prossimi anni con lo stesso format di intrattenimento (la presenza di Terence Hill, il giallo da risolvere, le situazioni comiche di Nino Frassica) ma sarebbe bello se si sviluppasse un ulteriore arricchimento della filosofia di vita (cristiana) che si vuole proporre.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LAURA, UNA VITA STRAORDINARIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/22/2018 - 09:48
 
Titolo Originale: Laura, una vida extraordinaria
Paese: Colombia
Anno: 2015
Regia: María Isabel Paramo, Linda Lucía Callejas
Sceneggiatura: Marisol Galindo
Produzione: Caracol Televisión
Durata: Dal 28 gennaio 2018 su TV2000 ogni domenica e lunedì
Interpreti: Julieth Restrepo,

Laura Montoya Upegui nasce nel 1874 a Jerocó nella regione meridionale del dipartimento di Antioquia (Colombia). A soli due anni perde suo padre, che viene ucciso mentre cerca di proteggere la chiesa da un assalto di rivoluzionari. Accolta, assieme alla madre, in casa dei nonni, a 16 anni inizia a frequentare il collegio “Normale de Institutoras" di Medellín, riuscendo a superare il suo handicap iniziale (non sapeva nè leggere nè scrivere) e conseguendo il diploma di maestra a soli 16 anni. Laura sente la vocazione per la vita consacrata ma non viene ritenuta idonea. Dopo un viaggio nella foresta dove incontra delle tribù indios, scopre la sua vocazione definitiva: evangelizzare gli indigeni della Colombia, che fino a quel momento avevano conosciuto solo bianchi avidi di conquiste. Dopo lunghi anni spesi a superare i molti ostacoli che trova davanti sia da parte della Chiesa (che considera l’attività missionaria un compito solo per uomini) che dalla società del tempo che vede la donna destinata al matrimonio oppure alla vita di clausura) trova la comprensione di monsignor Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fe de Antioquia e dello stesso Papa. Nel 1914 viene fondata la famiglia religiosa Hermanas Misioneras de María Inmaculada y Santa Catalina de Sena. Quello stesso anno Laura parte per una missione presso gli indios catios. Insieme a Laura partono la sua mamma, ormai settantenne e alcune amiche, che abbinano all’eroismo un pizzico di follia e che dal nome della loro fondatrice, verranno poi conosciute come “Laurite”....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Santa Laura Montoya, sostenuta dalla grazia divina, trova tutto il coraggio per portare a compimento un’iniziativa all’epoca rivoluzionaria: organizzare delle missioni presso gli indios costituite da sole donne
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il serial racconta in modo ordinato e coinvolgente i tanti ostacoli superati dalla santa, ottima interpretazione della protagonista che ha vinto il premio come migliore attrice al Premios India Catalina 2016.
Testo Breve:

Il racconto esaustivo della vita di Laura Montoya, la prima santa colombiana, che ebbe il coraggio soprannaturale di organizzare delle missioni presso gli indios costituite da sole donne

Nel quarto episodio di questo serial Tv di origine colombiana attualmente in onda la domenica e il lunedì su TV2000 (iniziata il 28 gennaio 2018), Laura è pronta per partire per i territori degli indios catios: ha ricevuto la benedizione dello stesso Santo Padre e ha trovato il sacerdote e le sorelle con le quali iniziale questa coraggiosa opera missionaria. Le difficoltà  però, ancor prima che dagli indios, arrivano dai colombiani bianchi: Laura con le sue compagne deve attraversare le ultime città di confine prima di addentrarsi nella foresta ma non risulta gradita. Le lauritas bussano alle porte di varie case per ottenere qualcosa da mangiare e da dormire ma queste restano sbarrate. Nessuno, gradisce questa tipo di missione basato su sole donne: a loro spetta solo sposarsi o andare in convento; non possono permettersi di sostituirsi agli uomini. Si trattò di  una delle tante, innumerevoli difficoltà che Laura Montoya dovette superare, sorretta dalla ferma convinzione che Dio voleva da lei il compimento di quella missione.

I fatti le diedero ragione: gli indios erano prevenuti nei confronti dei colonizzatori bianchi, che li consideravano degli esseri inferiori e che avevano cercato di sfruttare in tutti i modi loro e le loro terre. Sarà proprio il loro essere donne, a facilitare un avvicinamento senza pregiudizi e a renderli più accessibili al messaggio evangelico.

Il serial procede in modo sistematico, dal giorno della nascita di Laura e dalle difficoltà che sua madre prima e poi lei stessa, debbono affrontare. Dalla morte di suo padre, accoltellato per aver voluto difendere la chiesa dall’assalto di anticlericali e la confisca di tutti loro beni, alla vita di  stenti che sua madre con i suoi tre figli deve sostenere.  Intanto Laura bambina inizia a  sviluppare una forte vita interiore, sostenuta da mortificazioni corporali. Il racconto evidenzia lo sviluppo del suo amore per la natura, le piante e gli animali: un amore verso il  Creatore attraverso le creature, che le renderà spontaneo pensare che proprio gli indigeni della sua terra, abituati a una vita immersa in una natura intatta, fossero i più disponibili ad accogliere il messaggio cristiano.

La fiction riproduce con discrezione (una luce appare dall’alto, senz’altro chiarimento) quello che è stato il momento cruciale, a sette anni della vita della santa, raccontato da lei stessa nel suo diario: in una delle sue tante giornate nei campi, mentre è intenta a  guardare la vita delle formiche, riceve la definitiva certezza dell’esistenza di Dio, che sosterrà tutta la sua vita.

Irto di difficiltà fu anche il riconoscimento della validità di una missione tutta al femminile da parte della gerarchia ecclesiastica.  Il problema si sbloccò più per un’iniziativa proveniente dall’alto (il Papa) che finì per sostenere le idee, fortemente innovatrici e profetiche di  Laura Montoya. Nel giugno 1912 Pio X pubblicò l’enciclica Lacrimabili statu indorum, in cui esortava  i vescovi d’America a interessarsi degli indigeni e facilitare il loro inserimento nel resto della società. Nel 1919 Benedetto XV con la sua  enciclica Maximum Illud, affermò, senza mezzi termini, che era urgente “bandire una certa mentalità fra certi missionari che invece di essere animati dallo zelo di estendere il Regno di Dio, appare evidente il desiderio di allargare l’influenza del proprio paese”. Laura, dopo molte disillusioni, riusci a vedere riconsciuta la sua iniziativa anche dalle gerarchie locali: mons. Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fé de Antioquiache  garantì il suo sostegno.   Il 12 maggio 2013 Papa Francesco l’ha proclamata santa.

Le varie puntate della fiction hanno una struttura omogenea: in ognuna di esse viene evidenziato uno dei tanti ostacoli che senza interruzione, anche all’interno della sua stessa famiglia, Laura dovette sostenere , a cui contrappose la sua ferma volontà di portare a compimento ciò che lei sentiva come missione divina.

I molti dialoghi e i primi piani, secondo lo stile delle telenovela, caratterizzano la regia; buoe le interpretazioni di tutti i protagonisti e Julieth Restrepo ha vinto  nel 2016 il premio come migliore attrice al  Premios India Catalina.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/14/2018 - 21:24
 
Titolo Originale: The 15:17 to Paris
Paese: USA
Anno: 2018
Produzione: MALPASO PRODUCTIONS
Durata: 94
Interpreti: Spencer Stone, Alek Skarlatos, Anthony Sadler

Spencer, Alek e Anthony sono tre ragazzi di Sacramento che si conoscono da quando andavano insieme a scuola. La vita fa loro percorrere strade diverse (sia Spender che Alek si arruolano nell’Esercito) ma restano sempre molto legati e decidono di fare un tour per le capitali d’Europa. Nell’agosto del 2015 si trovano sul treno che da Amsterdam li deve portare a Parigi quando si para davanti a loro un terrorista che armato di fucile mitragliatore, è intenzionato a fare una strage di passeggeri. Con il loro coraggio, la loro preparazione militare, il loro affiatamento, riusciranno a bloccare il terrorista, a soccorrere un ferito e a tranquillizzare i passeggeri. Il presidente Hollande conferirà loro la Legion d’onore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Clint Estwood non esalta solo l’eroismo di un singolo gesto, ma sottolinea che quei momenti hanno una preparazione remota, grazie a una vita impostata ad aiutare gli altri e a esercitare bene la propria professione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena intensa durate l’azione terroristica potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Clint Eastwood percorre nuove strade, sperimentando un cinema verità che risulta efficace solo parzialmente perché trascura di evitare alcuni noiosi punti morti della narrazione
Testo Breve:

Clint Eastwood ricostruisce il gesto eroico dei tre ragazzi americani che riuscirono nel 2015 a bloccare un terrorista che voleva compiere una strage su di un treno. Viene ben risaltato il gesto di questi ragazzi semplici, eroi per un giorno ma lo stile adottato, quello del cinema verità, fallisce parzialmente l’obiettivo

Lincoln, Il ponte delle spie, The Post: sono gli ultimi lavori di Steven Spielberg dove si è impegnato a raccontare alcuni momenti significativi della storia americana nei quali sono stati esaltati i valori fondanti dell’American way of life: l’eguaglianza la giustizia, la libertà.  American Sniper, Sully,  Ore 15,17 – attacco al treno sono gli ultimi lavori di Client Eastwood che sembra voler raggiungere gli stessi obiettivi ma da una diversa prospettiva. Se Spielberg punta a mostrare l’efficacia delle istituzioni portanti americane (in The Post, ovviamente la stampa e la sua libertà di espressione), Eastwood invece esalta il singolo uomo, colto nel suo eroico, civico dovere di salvare o proteggere gli altri. Com’è possibile, sembra domandarsi Eastwood (per spiegarlo a noi) che modeste persone riescano con successo (non nella finzione ma nella realtà) per un solo veloce, cruciale attimo della loro vita, a diventare degli eroi da prima pagina?  Perché, come nel caso di quest’ultimo film, i tre giovani non sono scappati o rifugiati sotto i tavoli come hanno fatto tutti ma hanno affrontato con decisione l’aggressore? La risposta è abbastanza chiara: si tratta di gesti che sono specchio di un’ottima preparazione professionale ma al contempo della volontà di essere utile agli altri, coltivata fin da ragazzi.

Eastwood non cessa di stupire: arrivato al traguardo degli 88 anni, ha voglia ancora di sperimentare, di percorrere strade nuove. Questa volta si è avventurato nel cinema verità: i tre protagonisti sono gli stessi giovani americani che hanno bloccato il terrorista e il film si conclude con la registrazione del discorso del presidente Hollande che li insignisce della Legion d’onore.

Come negli altri film citati, la prodezza dei tre si consuma in pochi minuti (ripresi anche questa volta con grande maestria) ma prima Eastwood si prende tutto il tempo a sviluppare gli antefatti di quel gesto, per farci comprendere come sia stato possibile compierlo con determinazione ma anche con sicurezza e con la giusta preparazione. Anche sotto questo aspetto ci troviamo di fronte a un esperimento: se i protagonisti non sono degli attori ma sono quelli veri, il regista ha voluto far risaltare la verità della storia proprio dalla ordinarietà delle loro vite e dalla banalità dei dialoghi di chi non ha una grande preparazione culturale. Eccoli quindi, da ragazzi un po’ discoli, venir spesso richiamati dal preside della scuola per ricevere una ramanzina, giocare a far la guerra con pistole giocattolo Poi da grandi concedersi, di nuovo tutti insieme un giro per le capitali d’Europa. E’ proprio in questa parte centrale del film, molto lunga, che l’esperimento del “cinema verità” mostra i suoi limiti. I tre che lanciano esclamazioni di meraviglia davanti al Colosseo, prendono un gelato a Venezia sottolineando quanto è buono e davanti ai cavalli di San Marco uno di loro osserva che per la fame se ne mangerebbe uno, segna il limite fra l’esigenza di ricostruire fin troppo rigorosamente quello che tre ragazzotti della provincia americana possono aver veramente detto e le minime esigenze di spettacolo che uno spettatore si può aspettare. Siamo abituati dal nostro, vincitore di due premi Oscar, a un ritmo e a un’economia delle sequenze impeccabile e suona troppo strano questo eccesso di momenti di ordinaria banalità.

Occorre aggiungere che la stessa esigenza di verità viene falsata proprio per un certo, comprensibile pudore con il quale i tre hanno ricostruito la loro storia. Quando passano una serata  ad Amsterdam in una sala da ballo, quando si incontrano con delle ragazze, probabile preludio di un’intesa, si sono divertiti? Si stanno innamorando? Non ci è dato saperlo : Clint ha sempre trascurato le relazioni amorose. Che cosa accomuna veramente i tre giovani, oltre alla passione per le armi? Gli aspetti psicologici non vengono approfonditi.

Emerge chiaramente, anche in questo film l’americano ideale per Clint Eastwood: come il Chris Kyle di American Sniper, Spencer va in chiesa e sa maneggiare le armi ma soprattutto vuole dedicare la sua vita ad aiutare gli altri. Per riuscirci si arruola nell’esercito; dotato di buona volontà ma non adatto agli studi, finisce per fallire i suoi obiettivi principali, accettando infine di specializzarsi nel soccorso dei feriti. Ma sarà proprio la sua preparazione che gli consentirà, prima di bloccare il terrorista e poi di evitare che un passeggero ferito muoia dissanguato perché lui sapeva esattamente cosa c’era da fare in quelle circostanze

E’ troppo ipotizzare che Clint abbia voluto rappresentarsi l’azione della Provvidenza ma in effetti il fatto che alla fine dell’avventura, Spencer senta la necessità di pregare come quando era piccolo: “O Signore, fa' di me uno strumento della tua Pace: Dove è odio, fa' ch'io porti l'Amore. Dove è offesa, ch'io porti il Perdono. Dove è discordia, ch'io porti l'Unione. …. Poiché Dando, si riceve; Perdonando, si è perdonati; Morendo, si resuscita a Vita Eterna”, è sempre un bel modo per finire il film

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ORA PIU' BUIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/15/2018 - 23:22
 
Titolo Originale: Darkest Hour
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Joe Wright
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Produzione: WORKING TITLE FILMS
Durata: 114
Interpreti: Gary Oldman, Lily James, Ben Mendelsohn, Stephen Dillane, Kristin Scott-Thomas

Maggio 1940. La Francia sta soccombendo all’attacco dei carri armati di Hitler e in Inghilterra la politica di appeasement di Chamberlain mostra la corda. A guidare la nazione viene chiamato Winston Churchill, da sempre fiero oppositore di ogni accordo con il dittatore tedesco. Ma mentre le truppe inglesi sono accerchiate in condizioni disperate al di là della manica, in Inghilterra sono in molti a credere che l’unica via di uscita sia una pace onorevole. Churchill, nonostante la situazione si faccia sempre più drammatica, non intende cedere ed è deciso a forzare la mano ai suoi colleghi in parlamento

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra il valore dell'arte politica nella sua espressione più nobile: compattare una nazione intera di fronte a una gravissima minaccia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza bellica nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Il bravissimo Gary Oldman, nei panni di Churchill, è affiancato dal solito manipolo di straordinari attori britannici. A Wright si può rimproverare la solita tendenza un po’ estetizzante che finisce per mortificare l’indubbia drammaticità degli aventi a favore di scorci fotografici e movimenti di macchina acrobatici
Testo Breve:

Winston Churchill, appena eletto Primo Ministro nel 1940, deve convincere i tanti perplessi, disposti a concordare una pace onorevole con Hitler, a combattere fino all’ultimo uomo. Una storia vera ben ricostruita

Illuminato dalla grande performance di Gary Oldman, il film di Joe Wright, sceneggiato dallo stesso autore di La teoria del tutto, sceglie di focalizzarsi su un momento storico molto ristretto, poche settimane in realtà, che vanno dall’inizio dell’incarico dello statista al salvataggio dei soldati britannici a Dunkinrk. Del film di Christopher Nolan dedicato a questo episodio potrebbe essere considerato l’ideale complemento. Tanto quello si concentra su un’azione spesso muta e su un punto di vista programmaticamente ristretto e incompleto, tanto quanto qui si ammirano i meccanismi della politica e dei suoi retroscena. Il Churchill di Oldman è un uomo dalle forti passioni (non solo politiche, non si trattiene né sull’alcol né sul fumo e il trattamento che riserva alla segretaria oggi sarebbe ai limiti delle molestie) con un’ambizione smisurata e poche salde convinzioni.

Una di queste è l’impossibilità di qualsiasi trattativa con Hitler e sulla base di questa, sfidando l’evidenza di una guerra apparentemente persa in partenza (le truppe bloccate in Francia, i mezzi militari insufficienti, il sostegno parlamentare altalenante) e i propri stessi dubbi e debolezze, riesce a condurre un’intera nazione a una decisione storicamente decisiva.

Film e serie televisive (tra queste l’ottima The Crown, che a Churchill ha dedicato un ritratto altrettanto incisivo) ci hanno negli anni reso familiari le dinamiche imperfette della politica anche in quei momenti che la storia ha poi cristallizzato come eroici. L’ora più buia ha il merito di mostrare come la forza e la debolezza dell’uomo e del politico Churchill nascano in realtà dalla stessa sorgente, una testardaggine a volte quasi cieca di fronte all’apparente ragionevolezza delle posizioni avversarie, la spietatezza necessaria di decisioni dolorose (il sacrificio della guarnigione di Calais, la stessa che anni prima aveva condotto al massacro di Gallipoli), la visionarietà che può passare per follia.

Oldman è circondato dal solito manipolo di straordinari attori britannici (Kristin Scott-Thomas nei panni della paziente consorte, Stephen Dillane in quelli dell’avversario pacifista Halifax, Ben Mendelshon in quelli di un reticente Giorgio V) oltre che dall’ormai onnipresente Lily James, cui tocca la parte della “ragazza comune” e una linea narrativa un po’ prevedibile.

A Wright si può rimproverare la solita tendenza un po’ estetizzante che finisce per mortificare l’indubbia drammaticità degli aventi a favore di scorci fotografici e movimenti di macchina acrobatici. La struttura pressoché impeccabile della storia ha un unico momento (la parola chiave è metropolitana) che, a seconda dello spirito dello spettatore, risulterà un pezzo di cinema imperdonabilmente imbarazzante o smaccatamente e gloriosamente popolare.

Quale che sia il giudizio, è certo che in quell’ora buia che avrebbe segnato i destini dell’Europa Churchill abbia saputo incarnare il meglio dello spirito britannico.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WONDER

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/30/2017 - 20:34
 
Titolo Originale: Wonder
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Stephen Chbosky
Sceneggiatura: Stephen Chbosky, Steve Conrad e Jack Thorne
Produzione: LIONSGATE, MANDEVILLE FILMS, PARTICIPANT MEDIA, WALDEN MEDIA
Durata: 2017
Interpreti: Julia Roberts, Jacob Tremblay, Owen Wilson, Mandy Patinkin e Daveed Diggs

Auggie Pullman non è un bambino come gli altri. È nato con una deformazione cranio-facciale grave e si porta sul volto le 27 operazioni subite per riuscire a respirare, mangiare e vedere come tutti gli altri. A causa della sua malformazione, non è mai andato a scuola ed è sempre stata sua madre, Isabel, ad occuparsi della sua educazione. Pur consapevoli delle difficoltà che dovrà affrontare, alle soglie della prima media i genitori di Auggie decidono che per lui è arrivato il momento di frequentare la scuola con i ragazzi della sua età. Ma mentre tutti sono concentrati sui primi giorni di scuola di Auggie, sua sorella maggiore Olivia passa un brutto momento e nessuno sembra accorgersene … Tra incontri inaspettati, sogni che riemergono dal cassetto e una serie di difficoltà non indifferenti, l’intera famiglia dovrà rimettere in discussione equilibri da tempo consolidati.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta il tema dell’accettazione del diverso non solo nella prospettiva di chi deve essere accettato ma è anche un racconto di formazione per chi deve decidere come vivere accanto a chi è diverso
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Wonder rimane un film in cui si ride e si piange nella giusta misura, che non scade nel pietismo più bieco e che, soprattutto, entra nel novero dell’ormai sempre più scarna e bistrattata categoria dei “film per tutta la famiglia”
Testo Breve:

Un bambino che ha il volto deformato dai molti interventi di chirurgia plastica, deve affrontare il suo primo giorno di scuola. Un film di buoni sentimenti per tutta la famiglia, sull’accettazione del diverso.

Il film segue le vicende di Auggie, un ragazzino straordinario nel senso letterale del termine; un ragazzino, cioè, con un aspetto fisico fuori dal comune e a prima vista spaventoso, che gli rende impossibile passare inosservato. Partendo da queste premesse, il tema affrontato dalla sceneggiatura è prevedibilmente quello della diversità, o meglio ancora dell’accettazione del diverso. Ma uno dei pregi del film è quello di non limitarsi a raccontare solo il punto di vista del protagonista. La mancanza di un vero approfondimento sui genitori di Auggie – sulle loro fatiche e il loro dolore – è efficacemente sopperita dalle interessanti parentesi che mostrano la vita dei personaggi che ruotano attorno ad Auggie. Il capitolo riguardante sua sorella Olivia, da tutti chiamata Via, regala, per esempio, alcuni momenti di toccante sincerità quando mostra le difficoltà che l’adolescente è chiamata ad affrontare in una famiglia

 in cui il focus di attenzione è sempre necessariamente spostato sul fratello. Quello che vediamo efficacemente riportato sullo schermo, dunque, è un vero e proprio “romanzo di formazione”: infatti, non solo Auggie, ma anche Via ha, lungo tutto il racconto, un percorso di crescita.

Con una storia di questo tipo, le trappole del buonismo e di uno sguardo su una realtà dolorosa eccessivamente patinato sono sempre dietro l’angolo e Wonder non riesce ad evitarle del tutto. In alcuni punti gli sceneggiatori sembrano spingere un po’ macchinosamente sull’emotività del pubblico, ma si tratta solo di due o tre momenti.

Nel complesso, Wonder rimane un film in cui si ride e si piange nella giusta misura, che non scade nel pietismo più bieco e che, soprattutto, entra nel novero dell’ormai sempre più scarna e bistrattata categoria dei “film per tutta la famiglia”. 

Autore: Rachele Mocchetti
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DICKENS – L’UOMO CHE INVENTÒ IL NATALE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/24/2017 - 15:27
 
Titolo Originale: The Man Who invented Christmas
Paese: Canada/Irlanda
Anno: 2017
Regia: Canada/Irlanda
Sceneggiatura: Susan Coyle
Produzione: PARALLEL FILMS, RHOMBUS MEDIA
Durata: 107
Interpreti: Dan Stevens, Christopher Plummer, Jonathan Pryce

Rimasto senza idee e senza soldi, ma desideroso di trovare una storia che possa scaldare il cuore di chi è indifferente alla miseria dei più poveri, Charles Dickens trova finalmente la giusta inspirazione nelle favole di una domestica irlandese e osservando le persone che popolano la Londra di metà Ottocento. Nasce così il celeberrimo Canto di Natale, una storia appassionante che diventerà forse il più famoso dei lavori del romanziere inglese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lo scrittore Charles Dickens viene descritto come un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare
Testo Breve:

Perché Charles Dickens ha scritto il racconto Christmas Carol? Il film parte dalla vita dello scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione

Dickens in love, verrebbe da chiamarlo parafrasando il titolo del famoso film dedicato al Bardo inglese. In effetti questo film di Natale, che sceglie come protagonista il lanciatissimo Dan Stevens di Downton Abbey, ha più di un punto in comune con la pellicola vincitrice dell’Oscar. Con una formula cinematograficamente collaudata si parte dalla vita di uno scrittore per narrare la genesi di una delle sue opere più famose, rimettendola in scena in piani intrecciati di realtà e invenzione.

Qui in particolare, per raccontare il meccanismo creativo del prolifico Dickens (per altro prolifico anche nella vita privata, visto che ne conosciamo la numerosa e calorosa famiglia…) il film fa letteralmente apparire i personaggi del racconto nello studio della scrittore,  mettendo efficacemente in scena la genesi e lo sviluppo di un character attraverso l’uso di spunti di realtà,  suggestioni letterarie e a volte anche solo sonore (“trovate il nome giusto a un personaggio e quello comparirà” teorizza lo scrittore).

Dickens è presentato come un personaggio estremamente positivo, un padre amorevole e un uomo sinceramente preoccupato dei destini dei più deboli, ma con un punto debole legato ad una padre “imbarazzante” che vorrebbe tenere lontano da sé (raccontato in brevi flashback oltre che nel presente).

Così anche lui, in qualche modo, nonostante la sua evidente generosità, si fa interrogare dal racconto di Natale che sta scrivendo e su cui ha investito tutto il suo futuro (ha deciso di rischiare un’auto-pubblicazione per sfuggire ai ricatti del suo editore). I fantasmi che diventeranno parte essenziale del racconto ci portano così nel passato dello stesso Dickens, facendoci comprendere le ragioni della sua sensibilità per i più deboli.

Il risultato è una pellicola piena di calore che, anche grazie a un cast di prim’ordine, può diventare un classico della stagione delle feste, brillante abbastanza da attrarre un pubblico familiare intrigando anche gli spettatori più sofisticati con il suo brillante gioco metaletterario.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE CASE FOR CHRIST

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/13/2017 - 21:16
 
Titolo Originale: The Case for Christ
Paese: USA
Regia: Jon Gunn
Sceneggiatura: Brian Bird
Produzione: Triple Horse Studios
Durata: 113
Interpreti: Mike Vogel, Erika Christensen, Frankie Faison, Faye Dunaway, Robert Forster

Chicago 1980. Lee Strobel è un apprezzato giornalista investigative che lavora per il Chicago Tribune. Un sera si trova in un ristorante con sua moglie Leslie e la piccola figlia. Un dolcetto dalla forma allungata blocca la respirazione della bambina che rischia seriamente di soffocare. Un’infermiera che provvidenzialmente si trova nello stesso locale riesce a farle espellere il candito. Leslie resta scossa per l’accaduto, ritiene che la presenza dell’infermiera sia stata provvidenziale e si avvicina alla fede cristiana. Ciò indispettisce il marito, un ateo convinto. Decide quindi di applicare la stessa tecnica investigativa di cui è esperto, per dimostrare con i fatti, alla moglie, che la fede è pura superstizione. Inizia così a intervistare storici, biblisti, medici, psicologhi per raccogliere le prove della sua tesi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La storia di una conversione al cristianesimo, che parte dalla ragione per approdare all’amore
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto, ispirato a fatti realmente accaduti, esplora in modo convincente il percorso interiore che compie il protagonista per pervenire alla conversione
Testo Breve:

Il giornalista Lee crede solo nella realtà dei fatti e resta sconvolto quando la moglie aderisce alla fede cristiana. Il suo tentativo di cercare contrasti insanabili fra ragione e fede, ispirato a un fatto realmente accaduto, si risolve in una piena conversione

Questo Christian Film americano ha almeno due punti di vantaggio rispetto ad altri lavori simili usciti di recente, di contenuto apologetico (come God’not dead 1 e 2): racconta una storia vera, quella della conversione del giornalista Lee Strobel e la storia è ben narrata, proprio perché si basa sul libro autobiografico che Lee ha scritto.

Il Lee del racconto è un bravo professionista, ama il suo lavoro di giornalista investigativo che lo porta a cercare sempre di ricostruire la verità intorno al fatto di cronaca sotto esame appoggiandosi solo a ciò che può essere sottoposto a verifica.  Ama la moglie Leslie che sta aspettando il secondo bambino e per questo motivo è per lui motivo di grande delusione lo scoprire che si è avvicinata alla fede. Per Lee credere (frequentando una delle tante chiese protestanti presenti in America) è come piombare nella superstizione, imprimere alla propria vita una direzione assolutamente irrazionale. Sono varie le motivazioni del suo disappunto: un atteggiamento un po’ maschilista che assegna all’uomo di casa la leadership nello stabilire la filosofia di vita della famiglia; la prospettiva di una contesa continua con la moglie nella determinazione delle linee educative da dare ai due figli; il timore che si accresca la “distanza” fra loro due e arriva a dire che “tu mi hai tradita per Cristo”.

Un atteggiamento simile, sia pur a parti invertite, l’avevamo visto nel film francese L’amore inatteso dove l’avvocato Antoine sentiva che solo la fede può dare un senso alla propria esistenza ma la moglie come prima reazione, aveva temuto che ciò avrebbe causato un minore impegno nei doveri e negli affetti familiari, per andare a frequentare chissà quali ritiri spirituali.

Lee riceve l’autorizzazione dal suo capo redattore per iniziare a indagare sulla veridicità della fede cristiana e in particolare verificare se la Resurrezione possa razionalmente venir considerata un fatto realmente accaduto. Cerca quindi di trovare sostegno, consultando vari esperti, alle più classiche teorie ateiste. Al contrario, un archeologo gli conferma che il Vangelo è uno dei documenti meglio documentati dell’antichità, sfatando l’ipotesi che si tratti di un romanzo scritto molto tempo dopo; un dottore lo fa desistere dal supporre che Cristo non sia realmente morto sulla croce; infine una psichiatra lo dissuade dal ritenere possibile che si sia trattato di una suggestione collettiva.

Alla fine un amico giornalista lo porta alla più amara delle conclusioni: anche per ritenere che Gesù non sia realmente risorto occorre tanta fede quanta ne è necessaria per credere che sia stato realmente. E’ il fallimento della sua ipotesi di basare su dei fatti concreti la non consistenza della fede cristiana. Ma .in fondo, tutto quell’impegno non era stato vano: l’aver cercato con tanta insistenza una verità che gli sfuggiva era stata la miglior prova di trovarsi di fronte a qualcosa che anche per lui era di importanza capitale

Il regista Jonathan M. Gunn e lo sceneggiatore Brian Bird hanno arricchito il racconto (il testo originale si concentra sul tema della ricerca delle prove per non credere) di un’indagine poliziesca che Lee svolge per il suo giornale: anche in questo caso Lee cerca di attenersi ai fatti ma ben presto dovrà accorgersi che anche in quel contesto, così familiare perché sostenuto dall’esperienza acquisita con il suo lavoro, occorre sforzarsi di cercare una verità più profonda di quella che appare a un primo esame.

Molto bella è la figura della moglie, che soffre in silenzio per l’incredulità del marito e prega con intensità il brano di Ezechiele: “darò loro un cuore nuovo …darò loro un cuore di carne”.

Alla fine, riconosciuto che il racconto dei Vangeli non ha elementi di incredulità ma che di più non si può dire, messa da parte la ragione, Lee finisce per arrendersi di fronte a un’altra evidenza: l’amore di Leslie che non è mai venuto meno anzi si è accresciuto con la fede. Fanno una bella figura anche gli amici che cercano di aiutarlo nella sua ricerca, calmi e ragionevoli, riescono a distoglierlo dagli aspetti più negativi della sua ostinazione.

Dopo la sua conversione, il Lee reale è diventato un pastore della comunità Willow Creek , ha scritto libri di apologia cristiana e ha prodotto un programma TV che parla di fede.

Il film è disponibile in inglese con sottotitoli in inglese.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI EROI DEL NATALE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 12/12/2017 - 11:40
 
Titolo Originale: The Star
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Timothy Reckart
Sceneggiatura: Carlos Kotkin, Simon Moore
Produzione: FRANKLIN ENTERTAINMENT, SONY PICTURES ANIMATION
Durata: 86

Bo, asinello da macina, ha un destino segnato: girare in tondo per schiacciare il grano in una buia stalla di Nazareth. Poi la comparsa di una nuova e luminosa stella nel cielo, che lui vede da un pertugio della stalla in cui vive e lavora, gli ispira un sogno: scappare da lì e diventare parte del corteo regale. A condividere lo stesso auspicio Dave, simpatico uccellino e suo migliore amico. Effettivamente assisteranno alla nascita di un Re, ma in una stalla di Betlemme, tra angeli, Re Magi e pastori

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Fin dalla sua genesi questo progetto mostra il suo intento divulgativo, quasi missionario per la più bella storia mai raccontata, anteposto a quello commerciale o di mero intrattenimento
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Animato in modo ineccepibile, con al suo interno gag divertenti, Gli eroi del Natale è una piacevole sorpresa che ha forse il solo difetto di rivolgersi prevalentemente a un pubblico di bambini non più grandi di otto anni
Testo Breve:

Bo, asinello da macina, ha un destino segnato: girare in tondo per schiacciare il grano in una buia stalla di Nazareth. La nascita di Gesù raccontata in modo coinvolgente e divertente ai più piccoli 

Raccontare la Natività di Gesù da un punto di vista inedito, quello degli animali che per tradizione animano il presepe natalizio, anche solo a riassumerla in una riga l’idea alla base di questo film mostra tutto il suo fascino, ma anche l’enorme rischio che si sono assunti gli autori. “Scherza con i fanti, ma lascia stare i Santi”, dice la saggezza popolare, per indicare che tutto ciò che è Santo non deve essere banalizzato, usato per meri scopi terreni. Ebbene su questo si può subito sgomberare il campo dagli equivoci, Gli eroi del Natale vince la sua sfida. Parafrasando la frase che compare alla fine del film, gli autori si sono infatti presi qualche licenza poetica, ma hanno cercato di rispettare nel profondo la più bella vicenda storica mai raccontata dall’uomo. Insomma sin dalla sua genesi questo progetto mostra il suo intento divulgativo, quasi missionario, anteposto a quello commerciale o di mero intrattenimento. Eppure, e qui sta il grande merito, il film risulta un cartone animato divertente e coinvolgente. 

Nel suo piano di fuga Bo finisce presto a casa di due neo sposi, Maria e Giuseppe e assiste al loro travaglio: Maria infatti è incinta, ma non dello sposo, bensì dello Spirito Santo. Giuseppe, in apparenza burbero e scontroso, è in realtà un uomo buono, che, nel momento della prova si affida alla preghiera. E lo stesso, più avanti nella storia, farà l’asinello, chiedendo scusa a Dio se lo disturba e specificando che forse gli animali non dovrebbero nemmeno farlo, ma affidandosi a Lui per aiutare quella famiglia che l’ha accolto e quel bambino che sta per nascere.

La parte riguardante gli umani è filologicamente rispettata, con anche la vicenda dei Magi e del terribile piano di Re Erode per uccidere il nuovo Re, piano che genera il cattivo della storia, un gigantesco soldato armato di due cani feroci che ha l’obiettivo di sopprimere il bambino. Bo, Dave e Ruth, la pecorella smarrita che incontrano nel corso del viaggio a Betlemme, dovranno sventare proprio questa minaccia, rinsaldando la loro amicizia e imparando a seguire la strada in apparenza più tortuosa e complicata, al posto di quella semplice e dritta del sogno iniziale.

Animato in modo ineccepibile, con al suo interno gag divertenti, Gli eroi del Natale è una piacevole sorpresa che ha forse il solo difetto di rivolgersi prevalentemente a un pubblico di bambini non più grandi di otto anni. 

Autore: Andrea Valagussa
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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