Fantascienza

LOST IN SPACE (2018)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/25/2018 - 14:28
 
Titolo Originale: LOST IN SPACE
Paese: USA
Anno: 2018
Sceneggiatura: Matt Sazama e Burk Sharpless
Produzione: Legendary Television, distribuito da Netflix
Durata: 10 puntate di 60 minuti
Interpreti: Toby Stephens, Molly Parker, Maxwell Jenkins, Taylor Russell, Mina Sundwall, Parker Posey

La Famiglia Robinson (il padre John, la madre Maureen, il piccolo Will e le sue due sorelle: Penny e Judy, quest’ultima nata da una precedente relazione della madre), dopo un duro addestramento, è stata selezionata per andare a popolare un Pianeta del sistema stellare Alfa Centauro. Un attacco subìto durante la navigazione costringe la famiglia a rifugiarsi in una delle navicelle di salvataggio con la quale raggiungono un pianeta sconosciuto. Le difficoltà che i Robinson debbono affrontare sono tante ma i ragazzi sono stati addestrati dalla mamma, un ingegnere particolarmente preparato, a costituire una squadra che si muove all’unisono. Il padre, che si è unito a loro proprio in occasione della partenza dopo esser stato a lungo lontano in missione, cerca di riacquistare la fiducia dei suoi figli...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una famiglia semi-unita, o meglio in via di riunificazione, trova la solidarietà giusta per affrontare pericoli di classe “spaziale”
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene che possono indurre spavento non sono adatte ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film svolge bene la sua funzione di intrattenimento ma i rapporti fra i componenti della famiglia sarebbero stati più coinvolgenti se si fosse meglio approfondita la psicologia dei personaggi
Testo Breve:

Un’intera famiglia atterra su un pianeta sconosciuto. Remake di un famoso serial TV degli anni ’60, mostra come anche una famiglia moderna, molto meno solida di quella di cinquant’anni fa,  riesce a coalizzarsi contro le insidie  di minacce sempre nuove

Questo serial TV in 10 puntate, che viene trasmesso dalla piattaforma Netflix, ha il chiaro obiettivo di estendere l’offerta destinata alle famiglie e il timbro “T” (per tutti) viene posta in evidenza a ogni inizio di puntata. Per rivolgersi alle famiglie si è recuperato l’omonimo Lost in Space andato in onda dal 1965 al 1968 sulla rete CBS in tre stagioni ed ebbe un notevole successo. Il film omonimo invece, apparso nelle sale nel 1998, ha lasciato ben poca traccia di se’ e ora è disponibile anche su Youtube.

E’ proprio questa rinascita della famiglia Robinson a più di cinquant’anni di distanza che stimola la nostra curiosità per vedere come sono modificati i parametri dell’avventura ma anche come viene concepito un serial destinato alla famiglia allora e ora, visibile quindi anche dai ragazzi più piccoli.

Rivedere oggi Lost in Space n.1 non fa che generare molta tenerezza. Tutte le riprese erano realizzate negli studi a causa delle ingombranti camere televisive del tempo, assetate di luce; i trucchi erano elementari e terribilmente buffo era anche il robot, che non faceva mistero di essere un involucro dentro cui si celava un uomo.  Le tute spaziali sono dei graziosi vestiti luccicanti e gli interni delle astronavi sono realizzate con molta fantasia, perché le prime navicelle spaziali sarebbero allunate solo nel 1969.  Parlare di telefilm per la famiglia, distinto da qualcos’altro, aveva allora, nel 1965, poco senso, per il semplice fatto che a quei tempi tutta la famiglia si sedeva davanti alla televisione dopo cena e tutti programmi erano ritagliati per loro. La famiglia Robinson è sempre unita e l’esplorazione nello spazio non impediva al padre, di fare il giro delle cabine dei suoi figli per augurare loro la buonanotte, invitando il piccolo Will a metter da parte il suo giocattolo.

La famiglia Robinson del 2018 è decisamente allineata ai tempi e quindi disfunzionale. I genitori che partono sono sull’orlo del divorzio. Nelle prime puntate si contendono il diritto di dire ai figli cosa debbono fare. Se il cattivo di quel tempo era più divertente che malvagio, qui ci troviamo di fronte alla dottoressa Smith che uccide con molta disinvoltura. Anche i pericoli che, soprattutto le ragazze debbono affrontare, sono particolarmente angoscianti e il serial finisce per non risultare adatto ai più piccoli.

Questa versione del 2018 tiene naturalmente conto dei nuovi rapporti che si sono instaurati fra uomo e donna e se per la versione del ‘65, potevamo assistere a scene dove le donne portavano cortesemente una tazza di caffè agli uomini impegnati davanti a un monitor, ora è la mamma Maureen il vero cervello dell’operazione, a cui il marito, tutto muscoli e action, mette a disposizione le sue attitudini militari.

Ogni puntata ha la sua dose di imprevisti a cui la famiglia deve far fronte ma il ritmo, tranne poche eccezioni, ha uno strano andamento a singhiozzo: a scene di grande tensione ben distribuite, puntata dopo puntata, si alternano momenti di sereno colloquio fra i personaggi, come se la vita extraterrestre fosse ordinata in tempi di “lavoro”, quando si timbra il cartellino per l’avventura  e in tempi di riposo.

Ovviamente non sveliamo il finale ma il genere stesso di FamilyFiction lascia ben sperare. L’intrattenimento è assicurato e molti sono gli ostacoli da superare ma la sceneggiatura avrebbe potuto fare di più per approfondire i caratteri dei protagonisti perché alcuni a volte rischiano di diventare poco credibili. Se Will nella fiction degli anni ’60, si portava a letto il suo ultimo giocattolo, a quello del 2018 vengono fatte pronunciare frasi del tipo: “Le persone possono sbagliare ma meritano una seconda possibilità”. Si tratta di un bel salto di maturità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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READY PLAYER ONE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/31/2018 - 22:20
Titolo Originale: Ready Player One
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Zak Penn, Ernest Cline
Produzione: AMBLIN PRODUCTION, DE LINE PICTURES
Durata: 140
Interpreti: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn

Nel 2045 a Columbus, nello stato dell’Ohio. L’umanità vive di stenti in un mondo inquinato e afflitto da una pesante crisi economica e si rifugia nella realtà virtuale di Oasis, un gigantesco game creato dal geniale James Halliday, dove ognuno si presenta sotto la falsa identità di un avatar. Alla sua morte, Halliday ha invitato tutti a cercare la Easter Egg che ha nascosto nel suo universo: chi saprà trovarla avrà le chiavi di accesso al gioco e ne diventerà il legittimo proprietario. Fra i tanti, raccolgono la sfida il giovane Wade (Parsifal come avatar) e la misteriosa Ar3mis ma sopratutto Nolan Sorrento, capo della società IOI che vuole impossessarsi del business che ruota intorno a Oasis...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alla fine i buoni vincono contro i cattivi ma Spielberg non fa una critica esplicita della play-dipendenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza nei limiti del genere sci-fi
Giudizio Tecnico 
 
Grande perfezione delle immagini e buon ritmo della storia
Testo Breve:

Spielberg si è immerso totalmente nel mondo dei videogiochi, anzi il suo film è tutto un video gioco con il rischio di filtrare, a causa anche dell’elevato citazionismo, il pubblico a cui può interessare.

Se non siete  dei nerd nè dei geek, temo che l’ultimo lavoro di Spieberg non sia  per voi. Il film è zeppo di citazioni a eroi ed eroine dei game più famosi e per la maggior parte del film assistiamo a movimentati combattimenti virtuali tipici di un videogioco di ottima qualità, dove occorre fuggire all’assalto di un  T-Rex, di un  Mechagodzilla a bordo di una DeLorean (quella che compare in Ritorno al futuro) o della rossa moto della mitica Akira.

 Il film è ambientato nel 2045, quindi in un futuro non molto lontano e le attrezzature che impiegano i nerd impegnati nella caccia all’Easter Egg nascosto da Halliday non sono molto più evolute di quanto oggi è già disponibile. Vengono utilzzati dei visori 3d , che già stanno invadendo i nostri principali siti archeologici ma dispongono anche di guanti che simulano le sensazioni tattili (ad es la carezza fatta a una avatar donna) e di una tuta integrale che consente di riprodurre un colpo ricevuto quando si ingaggia una lotta corpo a corpo. A completare la quasi-realtà la tuta può venir agganciata a dei cavi appesi al soffitto dando l'illusione di  librarsi nell’aria.

A cosa serve tutta questa tecnologia? A essere ciò che si vuole nel mondo che si vuole. Ognuno dei protagonisti si crea il suo Avatar  e con esso partecipa ad avventure entusiasmanti oppure frequenta Basement, uno spazio sociale dove si fanno nuove conoscenze.  Si tratta di una passione per il virtuale che non va affatto sottovalutata già oggi: il business dei videogiochi è superiore a quello del cinema, della televisione e della musica messi insieme. Ma perché nel 2045 prospettato da Spielger tutti si rifugiano in un mondo che non c’è?  Una crisi economica e una catastrofe ecologica hanno ridotto i più alla povertà e ora vivono in case-container impilate, una sull’altra, su strutture metalliche. “La realtà serve solo per mangiare e per dormire” ma poi per il resto della giornata, incluso il nostro Wade,  tutti vanno a vivere in Oasis. Un tale contrasto richiama alla mente altri film di fantascienza dove il mondo è sotto un regime totalitario e vengono organizzate competizioni crudeli come diversivo ma alcuni giovani sono pronti a organizzzare una rivolta (stiamo citando la trilogia di Hunger Games) per costruire un mondo migliore. Niente di tutto questo traspare in Ready Player One, anzi uno dei suoi difetti è proprio quello di mostrarci poco o nulla del mondo reale: quartieri squallidi, un cielo sempre grigio mentre l’intervento della Polizia in una delle sequenze finali lascia intendere che il “mondo al di fuori” è ancora ordinato, ma nulla di più. 
Da alcune frasi dette dal protagonista, sembra che il regista voglia “farci la morale” ricordando che la realtà è molto più bella e coinvolgente ma anche questa ipotesi va scartata.  

Il mondo virtuale viene presentato con colori molto più brillanti e sappiamo che il nostro eroe, Wade, ha al massimo l’intenzione di sospendere Oasis per due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì: siamo ben lontani da una denuncia radicale.

Forse perché ciò che ci prospetta il regista è molto più grave e definitivo: in un mondo dove non si muore di fame ma dove non ci sono neanche opportunità di crescita, l’”economia reale” si è ormai trasferita in Oasis. I punti acquisiti nel gioco possono esser venduti ad altri e il ricavato può esser convertito in moneta corrente o viceversa questa viene usata per comperare “armi” che consentono di vincere più facilmente.  L’organizzazione IOI specula sugli ingenui proprio concedendo prestiti e quando i giocatori non riescono più a restituirli, diventano degli schiavi condannati ai lavori forzati.

E’ evidente che Spielberg ha voluto divercirci raccontando gli sviluppi di questo grande gioco, citando continuamente la cultura pop degli anni ’80, incluso un lungo omaggio a Shining del suo maestro  Stanley Kubrick e che il film conferma ancora una volta la sua grande professionalità, impegnata a rendere al meglio la tecnica della performance capture. Tuttavia, dopo che si esce dal cinema, dopo aver apprezzato l’impegno di Spielberg come futurologo più che narratore di fantascienza, il film è subito dimenticato, perché sembra che non abbia un'anima.

Spielberg ci ha infiammato tante volte con le sue passioni civili (contro il razzismo, contro l’olocausto, a favore della libertà di stampa)  o ci ha fatto provare il gusto dell’intrattenimento fantastico (E.T., Jurassic Park)  ma questa volta non riesce ad affascinarci con quel mondo colorato che è riuscito a creare, se poi non ci mostra dei protagonisti,  dotati di cuore e passione, che affrontano, anche senza risolverli, i problemi umani e sociali che sono sottesi (era successo qualcosa di simile con A.I. -Intelligenza artificiale).

Avevano detto all’inizio che si tratta di un film che va bene per dei  nerd e proprio di questo si tratta: grande interesse per una brillante soluzione degli enigmi proposti dal gioco, mentre l’intreccio amoroso diventa di secondaria importanza, nè i problemi del mondo reale, per chi sta incollato delle ore alla playstation, suscitano un particolare interesse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ANNIENTAMENTO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/18/2018 - 20:42
Titolo Originale: Annihilation
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Alex Garland
Sceneggiatura: Alex Garland
Produzione: DNA Films, Paramount Pictures, Scott Rudin Productions, Skydance Media
Durata: 115 su NEFLIX
Interpreti: Natalie Portman,Jennifer Jason Leigh, Gina Rodriguez

Kane, un militare dei corpi speciali, è partito per una missione segreta ma non è più rientrato. La moglie Lena, che non si è mai rassegnata alla sua perdita, lo vede un giorno ricomparire alla porta di casa. E’ lui ma ricorda poco o nulla e sta male: deve essere ricoverato immediatamente in ospedale. Lena viene informata che tempo prima, nella zona costiera della Florida, un “bagliore” è apparso nel cielo e ha colpito un faro. Da quel momento l’area, ribattezzata Zona X, è risultata come contaminata e nessuna spedizione ha fatto più ritorno, se non il solo Kane. Lena, di mestiere biologa e con 7 anni di servizio militare alle spalle, decide di partire assieme ad altre quattro donne per capire cosa sta succedendo: una psicologa, un fisico, un paramedico e un geologo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il racconto è gravato da un senso di smarrimento e di pessimismo sui destini dell’esistenza umana
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene raccapriccianti non rendono il film adatto ai più piccoli. USA: restricted ; Netflix Italia: VM14
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Alex Garland riesce a creare un’atmosfera di mistero e di incertezza, particolarmente riuscita l’interpretazione di Natalie Portman
Testo Breve:

Una biologa cerca di scoprire i misteri di un’area contaminata da dove il marito soldato è tornato. Il film realizzato dallo specialista della fantascienza Alex Garland risulta essere forse troppo celebrale per attirare un vasto pubblico

 

“Questa è una cellula e come tutte le cellule si sviluppa da una già esistente. Per estensione tutte le cellule sono nate da un microrganismo. Un organismo unico, solo, del pianeta terra, forse nell’universo. Circa quattro miliardi di anni fa quell’uno divenne due, due divennero quattro, poi otto, …questa continua suddivisione ha dato vita a quella che è diventata la struttura di ogni microbo, filo d’erba creatura marina o terrestre, di ogni essere umano” In una sequenza all’inizio del film Lena sta insegnando ai suoi allievi che c’è un mistero, quello della vita, in ogni essere vivente che popola la terra e che probabilmente quella cellula primordiale che ha originato il tutto proviene dallo spazio.

Questo invito a concentrarsi sul piccolo per meditare sulla complessità e il mistero dell’universo in cui viviamo è la giusta premessa per introdurci in un film di fantascienza che non vuole limitarsi a sorprenderci e a spaventarci, ma invitarci a riflettere sulle condizioni della nostra esistenza su questo mondo. Si tratta di un obiettivo fin troppo ambizioso e mentre tanti critici lo hanno osannato, i distributori hanno annusato odore di scarso successo; lo hanno definito troppo celebrale e dopo l’uscita nelle sale degli Stati Uniti, Canada e Cina, il film è stato acquistato da Netflix per tutto il resto del mondo.

Il film è tratto dal libro omonimo di Jeff VanderMeer, primo volume della trilogia Southern Reach ed è diretto da Alex Garland che si è fatto conoscere per un altro film di fantascienza: Ex Machina, sull’insolita relazione fra un uomo e una donna robot.

In entrambi i film è facile riconoscere lo stile del regista: i personaggi sono pochi per non disperdere l’attenzione (due uomini e due donne robot nel primo, cinque donne nel secondo), lo sviluppo è lento perché, anche se le sorprese fantascientifiche non mancano, l’autore preferisce registrare le emozioni, le lente prese di coscienza di ciascuno.

Anche la struttura di questo Annientamento risulta alla fine complessa perché si muove su più piani.

C’è la componente del mistero, che si presenta come fredda minaccia aliena, in grado di trasformare dall’interno gli esseri viventi (Alien di Scott?); c’è il cammino nell’ignoto delle cinque esploratrici (Cuore di tenebra di Conrad?), che è visto come riflesso delle loro singole infelicità (sapremo qualcosa in più di loro man mano che si avvicinano al centro della zona X) . Ci sono infine i continui flash back su alcuni momenti intimi vissuti da Kane e Lena. Sono funzionali per affrontare un altro tema, quello dell’identità e della trasformazione. Un dettaglio che ci viene rivelato getta scompiglio nel poco ordine che lo spettatore aveva cercato di comporre. Quando Lena e Kane si incontrano di nuovo, sono veramente loro stessi?  O non sono mai stati veramente loro stessi?

E’ opportuno non dire altro ma per quanto serio sia stato l’impegno di Alex Garland, forse qualche maggiore concessione alla chiarezza e allo spettacolo avrebbe giovato al film.

Il Film è disponibile sulla piattaforma NETFLIX

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLACK PANTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/14/2018 - 13:27
 
Titolo Originale: Black Panter
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Ryan Coogler
Sceneggiatura: Ryan Coogler e Joe Robert Cole dall’omonimo fumetto
Produzione: Kevin Feige
Durata: 134
Interpreti: Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Andy Serkis, Forest Withaker, Angela Bassett, Martin Freeman

Dopo la morte di suo padre in un attacco alle Nazioni Unite (visto in Avengers – Civil War) il principe T’Challa torna a Wakanda per salire al trono, ma l’ascesa al trono non è priva di ostacoli e non appena incoronato deve indossare i panni della Pantera Nera per andare fino in Sud Corea e catturare un antico nemico della sua gente. Non sa ancora che il suo vero nemico è pronto a venire a cercarlo fino nel cuore del suo regno nascosto e per sconfiggerlo dovrà affrontare dei segreti che riguardano la sua famiglia e raccogliere intorno a se tutti gli alleati possibili...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista sono elementi che danno consistenza e rilevanza a un film
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza e tensione nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Si tratta di una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi
Testo Breve:

Dall’universo Marvel, un racconto avvincente con protagonisti quasi totalmente black adatto per tutte le età

Pienamente connesso all’universo Marvel Black Panther rappresenta però una pellicola particolare e fa della sua “unicità” una bandiera: un cast quasi totalmente black (salvo il sempre efficace Martin Freeman nei panni del qui anche eroico agente Ross e Andy Serkis in quelli del cattivissimo trafficante di armi Ulysses Klaue) e la regia è affidata a  Ryan Coogler (anche sceneggiatore insieme a Joe Robert Cole), già autore del riuscito Creed, fanno sì che il film assuma una chiara valenza politica.

Il risultato è una pellicola avvincente, emozionante e decisamente riuscita anche sul piano visivo, capace di costruire un mondo e di andare a fondo dei personaggi, regalando una vicenda compiuta, ma lasciando anche spazio alla possibilità di nuove avventure in un luogo che unisce le meraviglie della scienza alla dimensione antica e spirituale della cultura africana, accosta natura e tecnologia senza che una distrugga l’altra, allo stesso modo in cui sottolinea il valore della tradizione ma invita ad aprirsi all’altro.

Così lo stand alone dedicato al principe di Wakanda (il fumetto nasce nel 1966, nel pieno delle lotte per i diritti civili), pur entrando a pieno diritto nel genere dei cinecomic e abbracciando per molti versi lo stile Marvel (non mancano momenti di alleggerimento e  un tocco di romanticismo, ma la morte di un padre e la messa in discussione della sua eredità sono trattate per esempio con più gravitas e coinvolgimento che nel recente Thor Ragnarok),  ha una compattezza ed efficacia che lo rende godibile per un pubblico ampio.

Ma la forza principale del film sta nel modo in cui sono tratteggiati (e interpretati) i personaggi. Non solo il protagonista T’Challa (l’affascinante Chadwick Boseman), principe che deve affrontare la prova del diventare re sconfiggendo non solo un nemico potente e determinato (un antagonista con alte motivazioni sociali e politiche a cui dà corpo e voce l’ottimo Michael B. Jordan), ma anche facendo i conti con una figura paterna amata, ma non priva di difetti. Il suo viaggio dell’eroe è ben articolato e accanto a lui le figure di consiglieri, amici, amanti e aiutanti si moltiplicano senza sovrapporsi creando un insieme riuscito e funzionale.

La regia esplora con piacere il mondo di Wakanda, alterna scene di azione ottimamente coreografate con momenti più emotivi e di calore, dando spazio anche alle figure femminili, prima tra tutte la Nakia di Lupita Nyong’o, un’agente sul campo con ardenti ideali sociali a cui vorrebbe convertire il più pacato principe T’Challa per il quale nutre un profondo sentimento.

Il tema dell’apertura all’altro, della responsabilità individuale e collettiva, che si oppongono alla violenta ideologia dell’antagonista (che pure ha profonde e credibili motivazioni) sono elementi ulteriori che danno consistenza e rilevanza a un film che, senza mai rinunciare alla sua vocazione di intrattenimento d’alto livello, riesce a soddisfare le esigenze anche di un pubblico più sofisticato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STAR WARS - GLI ULTIMI JEDI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 10:22
 
Titolo Originale: Star Wars: Episode VIII – The Last Jedi
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Produzione: Walt Disney Studios Motion Pictures, Lucasfilm
Durata: 152
Interpreti: Mark Hamill, Carrie Fisher, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Kelly Marie Tran, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Benicio Del Toro, Laura Dern

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La flotta stellare del Primo ordine, perennemente col fiato sul collo del contingente ribelle guidato dalla principessa-generale Leia Organa, ha creato una tecnologia in grado di localizzare le astronavi della Resistenza anche dopo le fughe nell’iperspazio. Mentre l’ex soldato Finn deve cercare su un vicino pianeta un misterioso grimaldello per azzerare tale svantaggio nei confronti dei nemici, il pilota scavezzacollo Poe Dameron si snerva tra la tensione di un assedio stellare e qualche problema di disciplina. Sul fronte opposto, il tormentatissimo Kylo Ren si dibatte tra la frustrazione per il mancato riconoscimento come nuovo Signore del Male e i sensi di colpa per le mani sporche di sangue. Intanto, sul pianeta più lontano di tutti, la giovane Rey ha scovato l’ultimo cavaliere jedi Luke Skywalker. Sembrano affidate a lui le ultime speranze di salvare l’intera galassia dall’oscurità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione del pubblico più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film ralizzato con altissima professionalità, in particolare negli effetti speciali e nelle scenografie. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”
Testo Breve:

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La saga Star  Wars ormai gestita dalla Walt Disney, si preoccupa di attirare le nuove generazioni, inserendo nuove interessanti tematiche ma tradendo un po’ il pubblico affezionato alla “tradizione”.

Ci sono due modi per valutare questo film, a seconda che lo si consideri come destinato a confrontarsi con l’immane patrimonio mitologico che gli grava sulle spalle, oppure che lo si veda come un’avventura originale destinata a conquistare nuovi spettatori. Gli ultimi jedi è l’ottavo capitolo del canone principale di Star Wars (quindi il penultimo tassello di un corpus formato da tre trilogie) ma è soprattutto un anello di congiunzione tra il passato della famosa saga – che sta appunto per chiudersi – e il suo futuro, affidato alla progettualità della Disney che, detenendo ormai i diritti su tutto l’universo narrativo in questione, promette di espanderlo nei prossimi anni, in una miriade di ramificazioni. Poche settimane prima dell’uscita nelle sale, infatti, si è diffusa la notizia che a Rian Johnson – qui nelle doppie vesti di regista e sceneggiatore – è stata affidata l’ideazione di altri tre film (di cui dirigerà solo il primo) che andranno a esplorare un angolo della galassia di Star Wars ancora ignoto. E, visto ciò che la Disney ha fatto con l’universo cinematografico Marvel, c’è da giurare che siamo solo all’inizio di qualcosa. Il discorso, quindi, è complesso perché come nuovo episodio della saga il film delude ma come storia originale, chiamata a ridisegnare coordinate, atmosfere e tematiche, funziona. Fatalmente, Gli ultimi jedi è esattamente quello che deve essere: il grande film Disney di Natale, pensato per le nuove generazioni, che non si preoccupa di strizzare troppo l’occhio al pubblico adulto – il cui desiderio di nostalgia era già stato appagato dal bellissimo Rogue One (2016) – ma intende congedarlo inappellabilmente e senza troppi preamboli.

Il preambolo, in realtà, c’era stato due anni prima: l’episodio precedente, Il risveglio della forza (2015), era servito a riallacciare i nodi temporali, riepilogare le linee narrative, ricapitolare ogni dettaglio, ribadire il già detto (per l’ultima volta) per poi accogliere e rilanciare il nuovo. Se quello era un film che doveva portare al cinema spettatori vecchi e giovani insieme, questo può iniziare a fare a meno dei primi, non in termini numerici, naturalmente (chi si sognerebbe di perderselo?) ma forse in termini emotivi. Ed eccolo il nuovo! Gli ultimi jedi è, infatti, un film dissacrante e in questo sta la sua ambivalenza. Gli spettatori più navigati potrebbero sentirsi traditi. Quelli più giovani, invece, perfettamente a loro agio. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”.

Forse i giovani della generazione Facebook potrebbero non avvertire come schizofrenico questo doppio registro ma i loro genitori, che con il mito di Star Wars sono cresciuti, non troveranno dei film originali né la vera epica né l’autentico spirito fanciullesco che li contraddistingueva. Inoltre, se Il risveglio della forza era quasi irritante per come seguiva pedissequamente tutti i cliché, Gli ultimi jedi – con un movimento esattamente contrario – tradisce sistematicamente ogni aspettativa rispetto ai personaggi e alla trama. Il continuo disattendere tali attese (e qui non aggiungiamo davvero nulla, perché i colpi di scena sono innumerevoli) potrebbe anche essere un pregio, senonché tanta sfrontatezza, alla lunga, rivela la propria natura programmatica e diventa a sua volta stucchevole. Più che un’opera, un’operazione.

Eppure, nel suo tenere fuori dai giochi lo spettatore adulto, il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione di quello più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi, tutti più o meno colti da dubbi, paure e tentazioni (soprattutto l’arco drammatico del cattivo “tentato dal bene” Kylo Ren sembra essere da questo punto di vista il più intrigante di tutti). Lo si coglie anche da un inaspettato affondo di critica sociale (per la prima volta nella saga ci vengono mostrati “i ricchi”, non in quanto figure di potere ma in quanto privilegiati benestanti, in contrapposizione ai poveri sfruttati) e da un estemporaneo riferimento ai mercanti di armi che si arricchiscono vendendo arsenali ai cattivi ma anche ai buoni. Sembra proprio che la “galassia lontana lontana” inventata da George Lucas perda sempre più i riferimenti all’epos classico per maneggiare i suoi temi universali filtrandoli per spiegare il mondo di oggi. Forse è bene così. I capolavori del passato (l’inarrivabile trilogia classica degli anni Settanta-Ottanta) ne escono comunque ingigantiti. La mitologia è intatta ma solo cambiando completamente spartito la saga di Star Wars può entrare nel terzo millennio. Insomma, cari fan di Star Wars, per citare una celebre battura di Ritorno al futuro, “penso che ancora non siate pronti per questo ma ai vostri figli piacerà”.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALIEN: COVENANT

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/20/2017 - 15:31
Titolo Originale: Alien: covenant
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Dante Harper e John Logan
Produzione: SCOTT FREE PRODUCTIONS, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION, BRANDYWINE PRODUCTIONS, TSG ENTERTAINMENT
Durata: 121
Interpreti: Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride

L’equipaggio dell’astronave Covenant sta solcando lo spazio profondo per raggiungere Origae 6, un lontano pianeta da colonizzare. In stiva ci sono duemila esseri umani ibernati e una miriade di embrioni, che dovranno porre le basi per un nuovo rilancio della specie umana lontano dal nostro mondo. Sette anni – tanti ce ne vogliono per raggiungere la “terra promessa” – sono un periodo lungo, sia pure da trascorrere quasi tutti in sonno criogenico. Nonostante su tale sonno vigilino l’intelligenza artificiale dell’astronave (chiamata “Mother”) e il sussiegoso androide Walter, gli esploratori stellari non muoiono dalla voglia di tornare a dormire nelle capsule, da quando uno di loro vi ha già perso la vita per le conseguenze di un incidente. Il capitano della spedizione, che ha già qualche problema di autostima e autorevolezza, decide allora di ignorare il protocollo e unirsi alla maggioranza della sua squadra, propensa a seguire un segnale radio di chiara matrice umana proveniente da un pianeta molto più vicino. Nonostante il disaccordo del secondo ufficiale, la malinconica vedova Daniels, la Covenant traccia una nuova rotta

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film insinua il dubbio che tutti i discorsi sulla creazione del mondo e il continuo interrogare gli astri e la storia dell’ingegno umano alla ricerca di una scintilla divina, si concludano in un paganeggiante inno al nichilismo, in cui a essere celebrato è proprio il male, capace continuamente di mutare forma, rigenerarsi e trovare sempre nuove strade per “infettare” la realtà
Pubblico 
Maggiorenni
scene di tensione, orrore e splatter, cenni di turpiloquio, una scena sensuale.
Giudizio Tecnico 
 
Ridley Scott realizza una macchina spettacolare non priva di efficacia, dove la messa in scena sontuosa, gli ottimi effetti speciali, le scene d’azione e di tensione girate magnificamente garantiscono solidità. Ma la pista narrativa è stata battuta troppo a lungo per non essere ormai largamente prevedibile
Testo Breve:

Ridley Scott, regista del primo Alien, cerca di far rivivere il successo di un tempo e in effetti riesce a realizzare una grandiosa macchina spettacolare ma la sceneggiatura ripete situazioni già viste troppe volte

Alien: Covenant è ambientato dieci anni dopo i fatti di Prometheus (2012), con cui Ridley Scott, regista del primo Alien (1979) aveva deciso di riprendere in mano quell’universo narrativo ed espanderlo – questa è la sensazione – secondo l’andazzo che sta diventando nel mondo dell’intrattenimento hollywoodiano una pratica sempre più consolidata. Ieri, anche nel cinema commerciale, c’erano gli “autori”, ognuno con il suo stile e la propria visione del cinema (così la serie storica di Alien, affidata dopo che a Scott a James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet, reinterpretava lo stesso soggetto secondo l’approccio di ognuno). Oggi, invece, c’è una mente centrale che sovrintende una catena produttiva percorrente tutti i media ed eccedente i confini del film: per Covenant, per esempio, sono state girate appositamente delle scene che non si trovano nella versione in sala ma facenti parte della campagna virale di marketing che sui social ha avuto la sua cassa di risonanza (così si spiega, per esempio, nel casting di queste scene “extra”, la presenza di una celebrità come James Franco, nonostante nel film faccia poi una comparsata poco più che fugace).

In tutto ciò il film stesso – paradossalmente – perde d’importanza perché può permettersi di non brillare di luce propria. Ridley Scott ci mette tutta la professionalità di cui è capace e Covenant è una macchina spettacolare non priva di efficacia, dove la messa in scena sontuosa, gli ottimi effetti speciali, le scene d’azione e di tensione girate magnificamente garantiscono solidità. Soggetto e sceneggiatura (di Dante Harper, John Logan, Michael Green e Jack Paglen) abbandonano definitivamente gli intrighi economico-militari dei primi episodi della saga (l’idea di usare i mostri come armi biologiche non convenzionali) e si spinge sempre di più, seguendo proprio la scia di Prometheus, sul sentiero filosofico. Se quel film si concludeva con il duo di protagonisti lanciati nello spazio alla ricerca dei creatori del genere umano, Covenant si concentra sulle possibilità stesse – da parte dell’uomo e delle intelligenze artificiali da lui concepite – di intervenire sulla natura per giungere, esperimento dopo esperimento, a risultati sempre più complessi e perfetti, in cui alla fine la natura e la tecnica sempre più “evolute” possono anche fare a meno dell’uomo stesso. Manca, però, totalmente, un autentico alone misterioso e quel rabbrividente senso dell’ignoto che faceva del primo Alien un vero capolavoro. La pista narrativa, poi, è stata battuta troppo a lungo per non essere ormai largamente prevedibile. Il romanzo neo-gotico che ripete i difetti degli horror adolescenziali non funziona più: impossibile credere ancora a personaggi così sciocchi da entrare disarmati nella stanza buia, mettere il naso nell’anfratto sperando di uscirne vivi, appartarsi dicendo “torno subito”, senza pensare alle già logore prese in giro di tutti questi luoghi comuni. Ricercate citazioni pittoriche, cinematografiche, musicali e letterarie, ammannite a profusione, dovrebbero conferire alla pellicola una certa eleganza, così come i dialoghi altisonanti sul senso di grandezza e di caduta di cui l’uomo è capace (che tematicamente fanno pensare, più che ad Alien, all’altro immenso capolavoro di Scott, Blade Runner). Eppure s’insinua il dubbio che tutti i discorsi sulla creazione del mondo e il continuo interrogare gli astri e la storia dell’ingegno umano alla ricerca di una scintilla divina, si concludano in un paganeggiante inno al nichilismo, in cui a essere celebrato è proprio il male, capace continuamente di mutare forma, rigenerarsi e trovare sempre nuove strade per “infettare” la realtà.   

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOGAN - THE WOLVERINE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/01/2017 - 09:01
Titolo Originale: LOGAN
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: James Mangold, Michael Green, Scott Frank
Durata: 137
Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E.Grant, Boyd Holbrook, Dafne Keen

Nel 2024, con la popolazione mutante quasi estinta, Wolwerine, malandato e alcolizzato, tira a campare facendo l’autista e ogni sera attraversa il confine con il Messico per raggiungere una cisterna abbandonata, dove si prende cura del vecchissimo professor Xavier. Due relitti in attesa di trasferirsi altrove (ma forse è solo un sogno impossibile), la cui vita viene sconvolta dalla comparsa di una giovane mutante che con Logan ha molto in comune. Riluttante all’inizio Logan è costretto a prendersene cura; comincia così per lui un viaggio che lo porterà a una definitiva resa dei conti con il suo passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette ma la durissima morale del film lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche efferata
Giudizio Tecnico 
 
Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga
Testo Breve:

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso che però non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi 

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso, che però, come nella migliore tradizione dei cinecomic dedicati ai mutanti, non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento (che pure non mancano) ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi.

Logan, condannato dalla sua mutazione a non invecchiare e ad affrontare mille battaglie grazie alla facoltà di rigenerare i suoi tessuti, non è però più quello che abbiamo visto nei precedenti film della saga. Il suo corpo porta ora i segni della malattia (legata, anche se non viene mai dato per certo, alla presenza dell’indistruttibile adamantio dei suoi artigli), del vizio dell’alcool, ma soprattutto di un lasciarsi andare senza speranza, solo in parte contraddetto dall’impegno che mette nel prendersi cura dell’ormai malconcio dottor Xavier.

I mutanti, dunque, nell’universo di Logan sono una razza in estinzione, ormai forse neppure degna di essere “cacciata” come in alcuni episodi precedenti. Del resto anche il resto del mondo, in fondo non poi molto diverso da oggi, sembra sempre più diviso tra ricchi e poveri, con tanto di muro a separare gli Usa dal Messico, lo stesso paese dove la “solita” multinazionale con agganci governativi fa esperimenti su giovani donne troppo povere per dire di no e i cui figli hanno tutti i colori delle minoranze.

Ma poi qualcosa accade, o piuttosto qualcuno…una bambina che ha molto in comune con Logan, dagli artigli alla violenza che scatta incontrollabile e distruttiva, ma soprattutto lo sguardo di chi non ha niente e nessuno a cui appartenere. Come ne Il cavaliere della valle solitaria che nel film di Mangold è ripetutamente citato a livello visivo e non solo, ma forse ancora di più come nei western postmoderni di Clint Eastwood (Unforgiven è l’esempio più immediato), l’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette (“Una volta che hai ucciso non lo puoi più cancellare”) pur se lo fa per difendere qualcuno, che sa che per lui non esiste happy ending, e che la morte, quando arriverà, potrà forse dargli la pace.

La durezza del mondo che Logan racconta, in cui le buone azioni spesso e volentieri vengono ricompensate con la violenza, fa da contraltare al legame che si crea tra Logan e la piccola Laura (muta fin oltre a metà del film), una creatura selvatica e volitiva che trascina Wolverine in un viaggio che lo cambierà per sempre.

I cattivi sono quelli di sempre, interessati a sfruttare le mutazioni per il potere, decisi a nascondere le tracce dei propri errori con l’omicidio, rispetto ai quali il cinismo di Logan si trasforma in un’ultima battaglia in difesa dei giovani mutanti compagni di Laura.

Non è decisamente un film per tutti l’ultimo capitolo delle avventure di Wolverine, la cui durissima morale tuttavia lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità. Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ARRIVAL

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/17/2017 - 09:25
 
Titolo Originale: Arrival
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Eric Heisserer
Produzione: 21 LAPS ENTERTAINMENT, FILMNATION ENTERTAINMENT, LAVA BEAR FILMS
Durata: 116
Interpreti: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg

In un futuro non troppo lontano, che potrebbe benissimo essere il nostro presente, dodici misteriosi oggetti alieni atterrano in luoghi diversi della Terra. I vari governi cercano di capire le intenzioni degli extraterrestri. Per comunicare con loro gli americani inviano una squadra capitanata dalla linguista Louise Banks e dal fisico Ian Donnelly. Mentre il mondo si avvia verso una crisi militare globale, Louise mette in gioco tutta se stessa per riuscire a comunicare con gli strani alieni, anche se questo potrebbe costarle la vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tenace quanto ragionevole inno alla capacità umana di tendere cuore, mani e cervello verso l’altro in una prospettiva di reciproca accoglienza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Il film è riuscito a trasmettere valori come l’accoglienza dell’altro in una maniera insieme rispettosa dell’intelligenza del pubblico e straordinariamente avvincente, usando gli stilemi di un genere - la fantascienza - da sempre appassionato, nelle sue incarnazioni migliori
Testo Breve:

In un giorno che potrebbe essere oggi, dodici misteriosi oggetti alieni atterrano in luoghi diversi della Terra. Un bell’esempio di fantascienza che sa unire spettacolarità e tensione a un contenuto che parla di comprensione e accoglienza dell’altro

L’ultimo film di Denis Villeneuve (autore di tre film diversi ma altrettanto interessanti come La donna che canta, Enemy e Sicario), in concorso al festival di Venezia 2016, è un bell’esempio di fantascienza che sa unire spettacolarità e tensione a un contenuto non banale - che mescola linguistica, matematica, politica e fisica - nel raccontare una storia che parla di comprensione e accoglienza dell’altro, ma anche del modo in cui la lingua plasma il pensiero (e viceversa), e del nostro modo di concepire il tempo.

A dirla così sembra un mix astruso e potenzialmente moralistico, ma il piccolo miracolo della pellicola di Villeneuve è di trasmettere tutto questo in una maniera insieme rispettosa dell’intelligenza del pubblico e straordinariamente avvincente, usando gli stilemi di un genere - la fantascienza - da sempre appassionato, nelle sue incarnazioni migliori (da Spielberg a Nolan arrivando anche a Star Trek), alle questioni filosofiche. Villeneuve costruisce la tensione con immagini suggestive e inquietanti (quelle delle navi aliene che assomigliano a monoliti levitanti sulla superficie del pianeta) e un uso accorto della musica e del suono, rifuggendo peraltro il più possibile l’effetto ‘splatter' o la sorpresa fine a se stessa. Ci sono gli alieni tentacolari (ma mai particolarmente spaventosi), ci sono i governi e i militari paranoici, la minaccia nucleare, la tensione internazionale, ma non sono quelli il cuore della storia.

La protagonista incarnata con convinzione ed energia da Amy Adams è una linguista che crede profondamente nella possibilità (e nel dovere) della comunicazione, ed è la sua tensione verso l’altro (e forse anche l’Altro in assoluto) il vero motore della storia. Tra gli altri interpreti, da segnalare Jeremy Renner nella parte significativa dello scienziato affiancato a Louise nella missione di creare un ponte con gli alieni. Anche qui per una volta si riesce ad andare oltre una trita e semplicistica contrapposizione scienza/fede, per esplorare invece le differenze e le complementarietà dei metodi, ma anche degli approcci maschile e femminile, tanto che è proprio il rapporto tra i due a nascondere la chiave di tutta la vicenda.

La trama ruota tutta attorno al tempo - la nostra percezione di esso e il dono tutto umano di riordinarlo in storia - con la lingua come strumento di comunicazione e di espressione, ma anche come potente e ambiguo strumento per descrivere e plasmare la realtà. Il paradosso scientifico è dietro l’angolo ma Arrival se lo gioca in un modo più esistenziale e meno metafisico di Interstellar (un film più ambizioso ma non altrettanto riuscito, a cui pur tuttavia assomiglia), con un risultato intellettualmente ed emotivamente davvero notevole.

Alla fin fine la salvezza dell’umanità si gioca più nei termini di rapporti tra individui (occhio al concetto di “gioco a somma zero”) che di forze planetarie e, in una temperie dove la mancanza di conoscenza significa spesso ostilità, Arrival è un tenace quanto ragionevole inno alla capacità umana di tendere cuore, mani e cervello verso l’altro in una prospettiva di reciproca accoglienza.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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PASSENGERS (Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/28/2016 - 13:01
Titolo Originale: Passengers
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Morten Tyldum
Sceneggiatura: Jon Spaihts
Produzione: ORIGINAL FILM, COMPANY FILMS, START MOTION PICTURES
Durata: 116
Interpreti: Jennifer Lawrence, Chris Pratt

A bordo dell’astronave Starship Avalon 5.259 persone sottoposte a sonno criogenico stanno viaggiando verso un nuovo pianeta e una nuova vita, ma un malfunzionamento causa il risveglio di uno dei passeggeri, Jim, 90 anni prima dell'arrivo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Passengers pone diversi argomenti di particolare interesse, come la riflessione sulla relatività, il senso e l’importanza delle categorie del tempo e dello spazio nell’universo e l’essenziale necessità dell’uomo di coltivare rapporti umani per sopravvivere. Purtroppo però sorvola su tutti per concedere grande spazio agli effetti speciali e alla romantica storia d’amore
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Bellissime ambientazioni e sorprendenti effetti accompagnati da una colonna sonora curata e adatta. Debole il contenuto della sceneggiatura
Testo Breve:

Un film di fantascienza che beneficia di ottimi effetti speciali ma la storia, che si sviluppa all’interno di un’astronave si trasforma in un’opera teatrale che si concentra sulle relazioni sentimentali fra i due protagonisti

 

Passengers era in cantiere dal 2007 da quando lo sceneggiatore Jon Spaihts (Doctor Strange 2016; La mummia 2017) ne aveva scritto il soggetto, ma solo nel momento in cui il regista Morten Tyldum ha accettato la regia è stato possibile realizzare davvero un film che del genere fantascientifico ha solo l’involucro. A dispetto infatti degli forti e significativi elementi futuristici Passengers è in realtà soprattutto un film sentimentale con un pizzico di avventura.

I personaggi che agiscono nel film sono solo tre, di cui uno tra l’altro è anche un robot, il simpatico barman Arthur (Michael Sheen), per una storia che, se non fosse per i sorprendenti effetti speciali, gli scorci mozzafiato sull’universo e i futuristici ambienti dagli spazi ampi, moderni e funzionali, con un po’ di immaginazione potrebbe tranquillamente svolgersi sulla scena di un palcoscenico.

Chris Pratt (I magnifici 7, 2016) è Jim Preston, lui e altre 5259 persone hanno scelto di intraprendere un viaggio nel tempo e nello spazio su un’astronave, la Starship Avalon, per andare a popolare un pianeta lontano dalla Terra centinaia di anni luce. La traversata dell’universo durerà circa 120 anni e per affrontarla i passeggeri dell’Avalon si sottopongono ad un sonno criogenico che dovrebbe farli risvegliare quattro settimane prima del loro arrivo sul pianeta Homestead II. Dopo alcuni anni di viaggio però qualcosa nella capsula di Jim non funziona e questi si risveglia con circa 90 anni di anticipo. In preda ad una disperata solitudine e condannato ad un’esistenza priva di qualunque altro contatto umano al di fuori del barman robot Arthur, Jim si innamora del volto di uno dei passeggeri che ancora dorme quietamente nella sua capsula, la bella -addormaentata- Aurora Lane (Jennifer Lawrence) e decide di risvegliarla. I due protagonisti però si trovano sull’orlo di una catastrofe che riguarda sia la loro relazione d’amore che la salvezza dell’intero equipaggio.

Un plot, quello di Passengers, che consentirebbe tante prospettive di lettura. Al di là dell’occasione di sviluppare straordinari effetti visivi, la storia pone lo spettatore di fronte a diverse questioni filosofiche e morali, che purtroppo però vengono solo sfiorate in favore di un sviluppo romantico che sa di già visto, da Laguna blu fino ad arrivare a Titanic. Il tempo, lo spazio, l’inalienabile bisogno dell’uomo di relazionarsi con l’altro e di coltivare la speranza nel futuro, nonché l’esigenza di fondare ogni rapporto d’amore sulla base della sincerità e della reciproca capacità di donarsi, sono tutti elementi che compaiono nella storia e la rendono interessante fin tanto che qualche effetto speciale non prende il sopravvento.

Passengers finisce col sembrare il rimescolamento di tanti Sci-Fi con altrettanti film di romantiche avventure in cui tutto arriva scontato e previsto. Jim è l’eroe che dopo tanto dolore riesce a compiere l’estremo sacrificio che salva la vita all’intero equipaggio mentre Aurora è la compagna dolce e forte che gli salva la vita due volte.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INDEPENDENCE DAY: RIGENERAZIONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/08/2016 - 10:25
 
Titolo Originale: Independence Day: Regeneration
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Roland Emmerich
Sceneggiatura: Roland Emmerich, Dean Devlin, Nicolas Wright, James A. Woods, James Vanderbilt
Produzione: TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 159
Interpreti: Liam Hemsworth, Jeff Goldblum, Bill Pullman, Maika Monroe, Travis Tope, Charlotte Gainsbourg

Sono ormai passati venti anni da quel 4 luglio che vide la terra pericolosamente minacciata da un popolo di alieni e quasi miracolosamente salvata dall’ardimento di pochi e dalla guida del presidente Thomas J. Whitmore. Il mondo intero, ora che tutti i popoli si sono uniti sotto un unico presidente, si appresta a celebrare quella vittoria ma la festa viene ben presto interrotta dall’arrivo di una gigantesca nave spaziale che in breve tempo riesce a distruggere tutte le difese terrestri e si appresta a perforare la crosta terrestre per annullarne il campo magnetico e condannare gli umani a una fine certa. Non resta che fare affidamento su coloro che avevano affrontato e risolto la situazione vent’anni prima: lo scienziato David Levinston, l’ex presidente Whitmore e un manipolo di giovani piloti, fra cui Jake Morrison e Dylan Hiller…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Di fronte al pericolo della fine del genere umano, si moltiplicano gli episodi di coraggio e di solidarietà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una narrazione semplice, una psicologia elementare dei personaggi ma buon ritmo e grande professionalità nella computer grafica
Testo Breve:

Venti anni dopo gli alieni sono tornati, decisi a distruggere la terra, grazie a una tecnologia superiore. La coesione fra i combattenti e il coraggio individuale saranno la chiave per cercare di vincere di nuovo

I nemici hanno già dato prova della loro potenza distruttiva. Nel centro di difesa spaziale, giovani piloti si affrettano a salire sui loro aerei, pronti a sferrare un contro attacco. Gli operatori di terra, di fronte allo spettacolo di tanti aerei che spiccano il volo, non possono che lanciare grida di gioiosa solidarietà nei confronti di quei coraggiosi combattenti.  Una sequenza di questo tipo (ce n’è più di una nel film) non può che richiamare alla mente i tanti film sulla guerra nel Pacifico realizzati nell’immediato dopoguerra. E’ come se la sequenza degli aerei che uno dopo l’altro, spinti dalle catapulte della portaerei, si librano nel cielo puntando verso un orizzonte ostile, si fosse sedimentata nel subconscio nazionale e costituisca uno dei tasselli dell’orgoglio di un popolo che si mostra compatto di fronte alle avversità e che il regista e sceneggiatore Roland Emmerich ha mostrato più volte di essere molto bravo a riesumare.

Il gusto per le grandiose catastrofi di questo regista di origine tedesca (Independence Day, Godzilla, The day after tomorrow, 2012) sono funzionali alla semplificazione dei conflitti e delle emozioni: si lotta nientemeno che per la pura sopravvivenza e di fronte a questo fondamentale obiettivo tutti gli uomini fanno quadrato, i conflitti interni vengono sopiti o risolti, gli episodi di coraggio e solidarietà si moltiplicano, incluso anche il dare la propria vita per gli altri.

I nemici sono i cattivi da abbattere, le poderose calamità naturali sono da affrontare e superare sotto la ferma guida del Presidente, un tempo solo degli Stati Uniti, ora del mondo intero. Si tratta di un’impostazione che tanti critici hanno giudicato rozza nelle sue drastiche semplificazioni narrative, che mettono al bando ogni complessità del reale e privano i personaggi di qualsiasi profondità psicologica.

Non viene esclusa neanche una certa componente reazionaria, una paura per il “diverso” e lo “sconosciuto”, un mondo complesso dove gli americani sono spontaneamente portati ad assumerne la leadership, per l’azione combinata della superiorità tecnologica e dei valori umani coltivati. 

Eppure il pubblico aveva risposto e continua a rispondere positivamente: 800 milioni di dollari al botteghino per il primo, 383 fino a questo momento per il secondo, con significative performance in Cina (37 milioni).

E’ sempre difficile interpretare correttamente il grande pubblico, ma è probabile che la catastrofe spettacolare non sia solo l’attrattiva principale di questo tipo di film; gioca il suo ruolo anche il desiderio di pensare positivo, di alimentare l’animo con storie di generosità e coraggio.

Alla fine non si deve sottovalutare una certa abilità narrativa nel contrapporre, alle grandiose catastrofi, il dettaglio di un pulmino della scuola carico di bambini che cerca di scappare dal teatro di guerra, l’innamoramento fra un pilota americano e la giovane collega cinese, né un certo tono ironico, come quando, alla fine di una terribile battaglia che vede la morte di un gigantesco mostro alieno, il guidatore dello scuola-bus aziona i tergicristalli per pulire i vetri dal liquido schifosamente melmoso che si è sprigionato dall’alieno. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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