Fantascienza

STAR WARS - GLI ULTIMI JEDI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/18/2017 - 09:22
 
Titolo Originale: Star Wars: Episode VIII – The Last Jedi
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Produzione: Walt Disney Studios Motion Pictures, Lucasfilm
Durata: 152
Interpreti: Mark Hamill, Carrie Fisher, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaacs, John Boyega, Kelly Marie Tran, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Benicio Del Toro, Laura Dern

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La flotta stellare del Primo ordine, perennemente col fiato sul collo del contingente ribelle guidato dalla principessa-generale Leia Organa, ha creato una tecnologia in grado di localizzare le astronavi della Resistenza anche dopo le fughe nell’iperspazio. Mentre l’ex soldato Finn deve cercare su un vicino pianeta un misterioso grimaldello per azzerare tale svantaggio nei confronti dei nemici, il pilota scavezzacollo Poe Dameron si snerva tra la tensione di un assedio stellare e qualche problema di disciplina. Sul fronte opposto, il tormentatissimo Kylo Ren si dibatte tra la frustrazione per il mancato riconoscimento come nuovo Signore del Male e i sensi di colpa per le mani sporche di sangue. Intanto, sul pianeta più lontano di tutti, la giovane Rey ha scovato l’ultimo cavaliere jedi Luke Skywalker. Sembrano affidate a lui le ultime speranze di salvare l’intera galassia dall’oscurità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione del pubblico più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film ralizzato con altissima professionalità, in particolare negli effetti speciali e nelle scenografie. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”
Testo Breve:

La lotta tra le forze del bene e quelle del male continua senza quartiere tra le galassie. La saga Star  Wars ormai gestita dalla Walt Disney, si preoccupa di attirare le nuove generazioni, inserendo nuove interessanti tematiche ma tradendo un po’ il pubblico affezionato alla “tradizione”.

Ci sono due modi per valutare questo film, a seconda che lo si consideri come destinato a confrontarsi con l’immane patrimonio mitologico che gli grava sulle spalle, oppure che lo si veda come un’avventura originale destinata a conquistare nuovi spettatori. Gli ultimi jedi è l’ottavo capitolo del canone principale di Star Wars (quindi il penultimo tassello di un corpus formato da tre trilogie) ma è soprattutto un anello di congiunzione tra il passato della famosa saga – che sta appunto per chiudersi – e il suo futuro, affidato alla progettualità della Disney che, detenendo ormai i diritti su tutto l’universo narrativo in questione, promette di espanderlo nei prossimi anni, in una miriade di ramificazioni. Poche settimane prima dell’uscita nelle sale, infatti, si è diffusa la notizia che a Rian Johnson – qui nelle doppie vesti di regista e sceneggiatore – è stata affidata l’ideazione di altri tre film (di cui dirigerà solo il primo) che andranno a esplorare un angolo della galassia di Star Wars ancora ignoto. E, visto ciò che la Disney ha fatto con l’universo cinematografico Marvel, c’è da giurare che siamo solo all’inizio di qualcosa. Il discorso, quindi, è complesso perché come nuovo episodio della saga il film delude ma come storia originale, chiamata a ridisegnare coordinate, atmosfere e tematiche, funziona. Fatalmente, Gli ultimi jedi è esattamente quello che deve essere: il grande film Disney di Natale, pensato per le nuove generazioni, che non si preoccupa di strizzare troppo l’occhio al pubblico adulto – il cui desiderio di nostalgia era già stato appagato dal bellissimo Rogue One (2016) – ma intende congedarlo inappellabilmente e senza troppi preamboli.

Il preambolo, in realtà, c’era stato due anni prima: l’episodio precedente, Il risveglio della forza (2015), era servito a riallacciare i nodi temporali, riepilogare le linee narrative, ricapitolare ogni dettaglio, ribadire il già detto (per l’ultima volta) per poi accogliere e rilanciare il nuovo. Se quello era un film che doveva portare al cinema spettatori vecchi e giovani insieme, questo può iniziare a fare a meno dei primi, non in termini numerici, naturalmente (chi si sognerebbe di perderselo?) ma forse in termini emotivi. Ed eccolo il nuovo! Gli ultimi jedi è, infatti, un film dissacrante e in questo sta la sua ambivalenza. Gli spettatori più navigati potrebbero sentirsi traditi. Quelli più giovani, invece, perfettamente a loro agio. All’appassionato più esperto infastidirà la mancanza di un unico tono espressivo: per intenderci, i vecchi episodi della saga erano già autoironici ma qui le gag che dovrebbero alleggerire la tensione sembrano virare verso l’auto parodia e allora cade la cosiddetta “sospensione dell’incredulità”.

Forse i giovani della generazione Facebook potrebbero non avvertire come schizofrenico questo doppio registro ma i loro genitori, che con il mito di Star Wars sono cresciuti, non troveranno dei film originali né la vera epica né l’autentico spirito fanciullesco che li contraddistingueva. Inoltre, se Il risveglio della forza era quasi irritante per come seguiva pedissequamente tutti i cliché, Gli ultimi jedi – con un movimento esattamente contrario – tradisce sistematicamente ogni aspettativa rispetto ai personaggi e alla trama. Il continuo disattendere tali attese (e qui non aggiungiamo davvero nulla, perché i colpi di scena sono innumerevoli) potrebbe anche essere un pregio, senonché tanta sfrontatezza, alla lunga, rivela la propria natura programmatica e diventa a sua volta stucchevole. Più che un’opera, un’operazione.

Eppure, nel suo tenere fuori dai giochi lo spettatore adulto, il film è tutt’altro che disinteressato alla maturazione di quello più giovane. Lo si coglie nella descrizione della lotta tra il bene e il male che, con cognizione di causa, non racconta di una contrapposizione manichea ma di una guerra che si consuma nel cuore dei personaggi, tutti più o meno colti da dubbi, paure e tentazioni (soprattutto l’arco drammatico del cattivo “tentato dal bene” Kylo Ren sembra essere da questo punto di vista il più intrigante di tutti). Lo si coglie anche da un inaspettato affondo di critica sociale (per la prima volta nella saga ci vengono mostrati “i ricchi”, non in quanto figure di potere ma in quanto privilegiati benestanti, in contrapposizione ai poveri sfruttati) e da un estemporaneo riferimento ai mercanti di armi che si arricchiscono vendendo arsenali ai cattivi ma anche ai buoni. Sembra proprio che la “galassia lontana lontana” inventata da George Lucas perda sempre più i riferimenti all’epos classico per maneggiare i suoi temi universali filtrandoli per spiegare il mondo di oggi. Forse è bene così. I capolavori del passato (l’inarrivabile trilogia classica degli anni Settanta-Ottanta) ne escono comunque ingigantiti. La mitologia è intatta ma solo cambiando completamente spartito la saga di Star Wars può entrare nel terzo millennio. Insomma, cari fan di Star Wars, per citare una celebre battura di Ritorno al futuro, “penso che ancora non siate pronti per questo ma ai vostri figli piacerà”.

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GEOSTORM

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/02/2017 - 08:40
 
Titolo Originale: Geostorm
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Dean Devlin
Sceneggiatura: Dean Devlin, Paul Guyot
Produzione: SKYDANCE PRODUCTIONS, ELECTRIC ENTERTAINMENT
Durata: 119
Interpreti: Gerard Butler, Jim Sturgess, Abbie Cornish, Ed Harris, Andy Garcia

2019. Il mondo è sempre più afflitto da pesanti alterazioni climatiche che generano immani disastri ma l’umanità è riusciuta, almeno in questa occasione, a unire le proprie forze e a dar vita a un progetto unitario. I migliori scienziati del mondo coordinati da Jack Lawson, un tecnico spaziale, sono riusciti a realizzare Dutch Boy, una complessa rete di satelliti in grado di controllare le condizioni metereologiche ed evitare così qualsiasi perturbazione pericolosa per l’uomo. Tre anni dopo, ci si accorge che qualcosa non funziona nel complesso impianto che sta causando incidenti climatici in alcune parti della terra. Viene richiamato in servizio Jack che si reca nella stazione orbitale che controlla il Dutch Boy, mentre suo fratello minore Max, assume il controllo dell’operazione da terra per conto del Presidente degli Stati Uniti. Jack non tarda a scoprire che il sistema è stato sabotato e che la cospirazione si è infiltrata anche nella Casa Bianca. Bisogna agire con prudenza....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Se la Terra è in pericolo, due fratelli sanno impegnarsi fino al sacrificio di se stessi (o quasi)
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Dopo aver doverosamente apprezzato la qualità della computer grafica impiegata nelle sequenze catastrofiche, occorre dire che la sceneggiatura è talmente elementare da risultare prevedibile a ogni passo
Testo Breve:

Il mondo è in pericolo per colpa di alcuni cattivi che hanno sabotato la complessa rete di satelliti messi in orbita per tenere sotto controllo le condizioni atmosferiche. Un racconto spettacolare di puro intrattenimento ma tanto semplice quanto prevedibile

Se negli anni ’50 i film di fantascienza rispecchiavano i timori del subconscio collettivo per la bomba atomica o forme aliene provenienti dallo spazio, se dopo l’11 settembre si sono moltiplicati i film che ci allarmavano su cospirazioni di origine mediorientale ai danni del presidente degli Stati Uniti (in Attacco al potere il protagonista era già stato Gerard Butler), ora le minacce vengono dal clima, che l’umanità sta sconsiderabilmente trascurando di curare. Stranamente però la problematica climatica viene rapidamente messa da parte all’inizio del film, nei pochi minuti di descrizione dell’antefatto e da quel momento tutti i guai iniziano a provenire dal complesso sistema satellitare ideato dall’uomo. Nel caso qualcuno avesse avuto il dubbio che non si trattasse di un film catastrofico, gli autori si son presi la cura di proporre, a intervalli regolari, spezzando il flusso del racconto principale, sequenze altamente drammatiche di distruzioni di intere città e, per non far torto a nessuno, gli eventi accadono in tutte le parti del globo: in Cina come in Brasile, in Arabia come in Europa. Lo spettatore finisce per farsi una vera indigestione di grattacieli che crollano, maree gigantesche che invadono intere città, automobili proiettate in aria come fuscelli dall’esplosione delle condutture del gas.

Gerard Butler si è ormai specializzato nelle parti da eroe spaccone, un novello D'artagnan che non da’ retta a nessuno, agisce sempre come vuole lui e cavalca le navi spaziali come se fosse nato nel vuoto interstellare. La sceneggiatura è di una semplicità disarmante, quasi tutto è prevedibile, inclusa la conclusione del contrasto fra  i fratelli Jack e Max, alleggerita almeno da una certa ironia (tutta la sofisticata manomissione del sistema satellitare viene superata  con il classico reboot: occorre spegnere e riaccendere il sistema) e alla fine i buoni vincono e i cattivi saltano in aria.

Il film ha avuto una lunga e sofferta gestazione e ha subito vari rifacimenti. Lo si nota nell’aver introdotto, all’inizio del racconto, la voce narrante della figlia di Jack; un personaggio che poi scompare per riapparire  brevemente a metà racconto e per poi riapparire come voce nel finale. Jack risulta divorziato la sua ex moglie compare alla fine in una brevissima sequenza, senza altri chiarimenti sulla vita privata del protagonista. Non manca un insolito riferimento a teorie, che si sperava fossero state ormai superate, sul presunto conflitto fra scienza e fede: il cattivo di turno, nel giusticare il suo comportamento, proclama che “la scienza non deve giocare a fare Dio”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLADE RUNNER 2049

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/06/2017 - 18:41
Titolo Originale: Blade Runner 20149
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green
Produzione: RIDLEY SCOTT, ALCON ENTERTAINMENT,IN ASSOCIAZIONE CON TORRIDON FILMS, 16:14 ENTERTAINMENT
Durata: 152
Interpreti: Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Robin Wrigh

A fare il Blade Runner (cacciatore di replicanti vecchio modello, che vanno eliminati) non c’è più, come nel 2019, Deckart ma ora, nel 2049, questo sporco mestiere è passato all’agente K, un replicante di nuovissima generazione senza più una “scadenza” a quattro anni, come nei precedenti modelli. Durante una incursione nella casa di un replicante, l’agente fa una scoperta insolita. I suoi capi gli impongono di non proseguire oltre nelle indagini ma K disubbidisce, perché forse potrà comprendere meglio qualcosa del suo passato. Per lui ora diventa importante scoprire dove si è rifugiato Deckart...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime la tensione del protagonista (un replicante) alla ricerca di alcuni valori fondanti che contraddistinguono l’essere uomano
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena cruenta con l'uso di un coltello. Presenza di nudità femminili
Giudizio Tecnico 
 
Ottime la fotografia e la sceneggiatura, degne del film-capostipite:il messaggio metafisico che viene dato, pur con qualche lungaggine, raggiunge il segno
Testo Breve:

Il  Blade Runner K, uomo-robot, nella sua caccia a replicanti di vecchio modello, fa una scoperta che mette in gioco il senso della sua stessa esistenza. Le belle scenografie, molto fedeli al film capostipide, fanno da sfondo a un racconto che si pone alla ricerca dei valori fondanti dell’esistenza umana

Cosa ha decretato il successo del Blade Runner del 1982, le scenografie di una futura Los Angeles nebbiosa e cupa, illuminata solo da enormi schermi con pubblicità simil-nipponiche, oppure la forza del dubbio esistenziale, del desiderio di poter vivere più di quattro anni da parte dei replicanti, dell’aspirazione metafisica di svincolarsi dai limiti imposti dal proprio creatore?

Sicuramente entrambi, o meglio la perfetta simbiosi artistica dei due elementi, mentre la componente poliziesca e quella amorosa rientravano in ciò che ci si può aspettare da un film di genere.

Il regista Ridley Scott ha atteso trent’anni prima di rimettersi in gioco, come produttore, per avventurarsi nell’impresa, quasi impossibile, di replicare un tale successo. Possiamo ora dire che c’è quasi riuscito. Garanti di quest’impresa sono state la fotografia di Roger Deakins e le scenografie di Dennis Gassner che si sono mantenute fedeli alle ambientazioni originali, aggiungendo una san Diego trasformata in una gigantesca  pattumiera e una Las Vegas ridotta a cimitero di simulacri del passato. Determinante è stata anche la scelta del regista canadese Denis Villeneuve, autore di quel Arrival che aveva saputo trasformare il genere fantascientifico nel palcoscenico più appropriato per avviare dibattiti filosofici non banali  sui valori  che sostengono la nostra esistenza. Villeneuve non ha tradito i temi di fondo e gli scenari del primo Blade Runner ma ne ha portato avanti alcuni discorsi impliciti ponendo l’accento sull’universalità  di certi valori umani, spesso trascurati da chi è un umano e  ora grandemente desiderati da chi si sente un quasi-uomo. Non possiamo rivelare in cosa consiste la ricerca spasmodica dell’agente K (reso molto bene da quell’ intima inquietitudine che traspare dallo sguardo di Ryan Gosling) ma si tratta di una sottolineatura importante di ciò che veramente conta per sentirsi pienamente umani e riconoscere che solo la disponibilità di un’anima ci dà diritto di trascendenza.

Il regista si prende tutto il tempo necessario per raccontare la storia ( scivolando in qualche lungaggine); non tutti i personaggi sono riusciti, in particolare il nuovo fabbricante di replicanti, interpretato da Jared Leto che sentenzia troppo con frasi prese dalla Bibbia costruendo un eccesso di riferimenti troppo importanti per il messaggio trasmesso dal film. Originale invece la presenza di una donna-ologramma che intrattiene e consola il replicante K. La sequenza dell’incontro amoroso per interposta persona non è però originale ma preso di sana pianta dal film Lei, dove Joaquin Phoenix si intratteneva con una voce generata a computer.

Resta insolita la scelta, per un blockbuster destinato a un vasto pubblico, la presenza di scene violente, in particolare una, dove una donna inerme viene accoltellata e qualche sporadico nudo  femminile. Il film è stato giudicato in U.S.A. come restricted, cioè vietato ai minori di 17 anni non accompagnati.

Autore: Vania amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALIEN: COVENANT

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/20/2017 - 14:31
Titolo Originale: Alien: covenant
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Dante Harper e John Logan
Produzione: SCOTT FREE PRODUCTIONS, TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION, BRANDYWINE PRODUCTIONS, TSG ENTERTAINMENT
Durata: 121
Interpreti: Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride

L’equipaggio dell’astronave Covenant sta solcando lo spazio profondo per raggiungere Origae 6, un lontano pianeta da colonizzare. In stiva ci sono duemila esseri umani ibernati e una miriade di embrioni, che dovranno porre le basi per un nuovo rilancio della specie umana lontano dal nostro mondo. Sette anni – tanti ce ne vogliono per raggiungere la “terra promessa” – sono un periodo lungo, sia pure da trascorrere quasi tutti in sonno criogenico. Nonostante su tale sonno vigilino l’intelligenza artificiale dell’astronave (chiamata “Mother”) e il sussiegoso androide Walter, gli esploratori stellari non muoiono dalla voglia di tornare a dormire nelle capsule, da quando uno di loro vi ha già perso la vita per le conseguenze di un incidente. Il capitano della spedizione, che ha già qualche problema di autostima e autorevolezza, decide allora di ignorare il protocollo e unirsi alla maggioranza della sua squadra, propensa a seguire un segnale radio di chiara matrice umana proveniente da un pianeta molto più vicino. Nonostante il disaccordo del secondo ufficiale, la malinconica vedova Daniels, la Covenant traccia una nuova rotta

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film insinua il dubbio che tutti i discorsi sulla creazione del mondo e il continuo interrogare gli astri e la storia dell’ingegno umano alla ricerca di una scintilla divina, si concludano in un paganeggiante inno al nichilismo, in cui a essere celebrato è proprio il male, capace continuamente di mutare forma, rigenerarsi e trovare sempre nuove strade per “infettare” la realtà
Pubblico 
Maggiorenni
scene di tensione, orrore e splatter, cenni di turpiloquio, una scena sensuale.
Giudizio Tecnico 
 
Ridley Scott realizza una macchina spettacolare non priva di efficacia, dove la messa in scena sontuosa, gli ottimi effetti speciali, le scene d’azione e di tensione girate magnificamente garantiscono solidità. Ma la pista narrativa è stata battuta troppo a lungo per non essere ormai largamente prevedibile
Testo Breve:

Ridley Scott, regista del primo Alien, cerca di far rivivere il successo di un tempo e in effetti riesce a realizzare una grandiosa macchina spettacolare ma la sceneggiatura ripete situazioni già viste troppe volte

Alien: Covenant è ambientato dieci anni dopo i fatti di Prometheus (2012), con cui Ridley Scott, regista del primo Alien (1979) aveva deciso di riprendere in mano quell’universo narrativo ed espanderlo – questa è la sensazione – secondo l’andazzo che sta diventando nel mondo dell’intrattenimento hollywoodiano una pratica sempre più consolidata. Ieri, anche nel cinema commerciale, c’erano gli “autori”, ognuno con il suo stile e la propria visione del cinema (così la serie storica di Alien, affidata dopo che a Scott a James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet, reinterpretava lo stesso soggetto secondo l’approccio di ognuno). Oggi, invece, c’è una mente centrale che sovrintende una catena produttiva percorrente tutti i media ed eccedente i confini del film: per Covenant, per esempio, sono state girate appositamente delle scene che non si trovano nella versione in sala ma facenti parte della campagna virale di marketing che sui social ha avuto la sua cassa di risonanza (così si spiega, per esempio, nel casting di queste scene “extra”, la presenza di una celebrità come James Franco, nonostante nel film faccia poi una comparsata poco più che fugace).

In tutto ciò il film stesso – paradossalmente – perde d’importanza perché può permettersi di non brillare di luce propria. Ridley Scott ci mette tutta la professionalità di cui è capace e Covenant è una macchina spettacolare non priva di efficacia, dove la messa in scena sontuosa, gli ottimi effetti speciali, le scene d’azione e di tensione girate magnificamente garantiscono solidità. Soggetto e sceneggiatura (di Dante Harper, John Logan, Michael Green e Jack Paglen) abbandonano definitivamente gli intrighi economico-militari dei primi episodi della saga (l’idea di usare i mostri come armi biologiche non convenzionali) e si spinge sempre di più, seguendo proprio la scia di Prometheus, sul sentiero filosofico. Se quel film si concludeva con il duo di protagonisti lanciati nello spazio alla ricerca dei creatori del genere umano, Covenant si concentra sulle possibilità stesse – da parte dell’uomo e delle intelligenze artificiali da lui concepite – di intervenire sulla natura per giungere, esperimento dopo esperimento, a risultati sempre più complessi e perfetti, in cui alla fine la natura e la tecnica sempre più “evolute” possono anche fare a meno dell’uomo stesso. Manca, però, totalmente, un autentico alone misterioso e quel rabbrividente senso dell’ignoto che faceva del primo Alien un vero capolavoro. La pista narrativa, poi, è stata battuta troppo a lungo per non essere ormai largamente prevedibile. Il romanzo neo-gotico che ripete i difetti degli horror adolescenziali non funziona più: impossibile credere ancora a personaggi così sciocchi da entrare disarmati nella stanza buia, mettere il naso nell’anfratto sperando di uscirne vivi, appartarsi dicendo “torno subito”, senza pensare alle già logore prese in giro di tutti questi luoghi comuni. Ricercate citazioni pittoriche, cinematografiche, musicali e letterarie, ammannite a profusione, dovrebbero conferire alla pellicola una certa eleganza, così come i dialoghi altisonanti sul senso di grandezza e di caduta di cui l’uomo è capace (che tematicamente fanno pensare, più che ad Alien, all’altro immenso capolavoro di Scott, Blade Runner). Eppure s’insinua il dubbio che tutti i discorsi sulla creazione del mondo e il continuo interrogare gli astri e la storia dell’ingegno umano alla ricerca di una scintilla divina, si concludano in un paganeggiante inno al nichilismo, in cui a essere celebrato è proprio il male, capace continuamente di mutare forma, rigenerarsi e trovare sempre nuove strade per “infettare” la realtà.   

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOGAN - THE WOLVERINE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/01/2017 - 08:01
Titolo Originale: LOGAN
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: James Mangold, Michael Green, Scott Frank
Durata: 137
Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E.Grant, Boyd Holbrook, Dafne Keen

Nel 2024, con la popolazione mutante quasi estinta, Wolwerine, malandato e alcolizzato, tira a campare facendo l’autista e ogni sera attraversa il confine con il Messico per raggiungere una cisterna abbandonata, dove si prende cura del vecchissimo professor Xavier. Due relitti in attesa di trasferirsi altrove (ma forse è solo un sogno impossibile), la cui vita viene sconvolta dalla comparsa di una giovane mutante che con Logan ha molto in comune. Riluttante all’inizio Logan è costretto a prendersene cura; comincia così per lui un viaggio che lo porterà a una definitiva resa dei conti con il suo passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette ma la durissima morale del film lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche efferata
Giudizio Tecnico 
 
Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga
Testo Breve:

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso che però non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi 

L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso, che però, come nella migliore tradizione dei cinecomic dedicati ai mutanti, non si risolve solo in spettacolari scene di azione e combattimento (che pure non mancano) ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi.

Logan, condannato dalla sua mutazione a non invecchiare e ad affrontare mille battaglie grazie alla facoltà di rigenerare i suoi tessuti, non è però più quello che abbiamo visto nei precedenti film della saga. Il suo corpo porta ora i segni della malattia (legata, anche se non viene mai dato per certo, alla presenza dell’indistruttibile adamantio dei suoi artigli), del vizio dell’alcool, ma soprattutto di un lasciarsi andare senza speranza, solo in parte contraddetto dall’impegno che mette nel prendersi cura dell’ormai malconcio dottor Xavier.

I mutanti, dunque, nell’universo di Logan sono una razza in estinzione, ormai forse neppure degna di essere “cacciata” come in alcuni episodi precedenti. Del resto anche il resto del mondo, in fondo non poi molto diverso da oggi, sembra sempre più diviso tra ricchi e poveri, con tanto di muro a separare gli Usa dal Messico, lo stesso paese dove la “solita” multinazionale con agganci governativi fa esperimenti su giovani donne troppo povere per dire di no e i cui figli hanno tutti i colori delle minoranze.

Ma poi qualcosa accade, o piuttosto qualcuno…una bambina che ha molto in comune con Logan, dagli artigli alla violenza che scatta incontrollabile e distruttiva, ma soprattutto lo sguardo di chi non ha niente e nessuno a cui appartenere. Come ne Il cavaliere della valle solitaria che nel film di Mangold è ripetutamente citato a livello visivo e non solo, ma forse ancora di più come nei western postmoderni di Clint Eastwood (Unforgiven è l’esempio più immediato), l’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette (“Una volta che hai ucciso non lo puoi più cancellare”) pur se lo fa per difendere qualcuno, che sa che per lui non esiste happy ending, e che la morte, quando arriverà, potrà forse dargli la pace.

La durezza del mondo che Logan racconta, in cui le buone azioni spesso e volentieri vengono ricompensate con la violenza, fa da contraltare al legame che si crea tra Logan e la piccola Laura (muta fin oltre a metà del film), una creatura selvatica e volitiva che trascina Wolverine in un viaggio che lo cambierà per sempre.

I cattivi sono quelli di sempre, interessati a sfruttare le mutazioni per il potere, decisi a nascondere le tracce dei propri errori con l’omicidio, rispetto ai quali il cinismo di Logan si trasforma in un’ultima battaglia in difesa dei giovani mutanti compagni di Laura.

Non è decisamente un film per tutti l’ultimo capitolo delle avventure di Wolverine, la cui durissima morale tuttavia lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti, l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno, che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità. Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ARRIVAL

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/17/2017 - 08:25
 
Titolo Originale: Arrival
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Eric Heisserer
Produzione: 21 LAPS ENTERTAINMENT, FILMNATION ENTERTAINMENT, LAVA BEAR FILMS
Durata: 116
Interpreti: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg

In un futuro non troppo lontano, che potrebbe benissimo essere il nostro presente, dodici misteriosi oggetti alieni atterrano in luoghi diversi della Terra. I vari governi cercano di capire le intenzioni degli extraterrestri. Per comunicare con loro gli americani inviano una squadra capitanata dalla linguista Louise Banks e dal fisico Ian Donnelly. Mentre il mondo si avvia verso una crisi militare globale, Louise mette in gioco tutta se stessa per riuscire a comunicare con gli strani alieni, anche se questo potrebbe costarle la vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tenace quanto ragionevole inno alla capacità umana di tendere cuore, mani e cervello verso l’altro in una prospettiva di reciproca accoglienza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di tensione nei limiti del genere
Giudizio Tecnico 
 
Il film è riuscito a trasmettere valori come l’accoglienza dell’altro in una maniera insieme rispettosa dell’intelligenza del pubblico e straordinariamente avvincente, usando gli stilemi di un genere - la fantascienza - da sempre appassionato, nelle sue incarnazioni migliori
Testo Breve:

In un giorno che potrebbe essere oggi, dodici misteriosi oggetti alieni atterrano in luoghi diversi della Terra. Un bell’esempio di fantascienza che sa unire spettacolarità e tensione a un contenuto che parla di comprensione e accoglienza dell’altro

L’ultimo film di Denis Villeneuve (autore di tre film diversi ma altrettanto interessanti come La donna che canta, Enemy e Sicario), in concorso al festival di Venezia 2016, è un bell’esempio di fantascienza che sa unire spettacolarità e tensione a un contenuto non banale - che mescola linguistica, matematica, politica e fisica - nel raccontare una storia che parla di comprensione e accoglienza dell’altro, ma anche del modo in cui la lingua plasma il pensiero (e viceversa), e del nostro modo di concepire il tempo.

A dirla così sembra un mix astruso e potenzialmente moralistico, ma il piccolo miracolo della pellicola di Villeneuve è di trasmettere tutto questo in una maniera insieme rispettosa dell’intelligenza del pubblico e straordinariamente avvincente, usando gli stilemi di un genere - la fantascienza - da sempre appassionato, nelle sue incarnazioni migliori (da Spielberg a Nolan arrivando anche a Star Trek), alle questioni filosofiche. Villeneuve costruisce la tensione con immagini suggestive e inquietanti (quelle delle navi aliene che assomigliano a monoliti levitanti sulla superficie del pianeta) e un uso accorto della musica e del suono, rifuggendo peraltro il più possibile l’effetto ‘splatter' o la sorpresa fine a se stessa. Ci sono gli alieni tentacolari (ma mai particolarmente spaventosi), ci sono i governi e i militari paranoici, la minaccia nucleare, la tensione internazionale, ma non sono quelli il cuore della storia.

La protagonista incarnata con convinzione ed energia da Amy Adams è una linguista che crede profondamente nella possibilità (e nel dovere) della comunicazione, ed è la sua tensione verso l’altro (e forse anche l’Altro in assoluto) il vero motore della storia. Tra gli altri interpreti, da segnalare Jeremy Renner nella parte significativa dello scienziato affiancato a Louise nella missione di creare un ponte con gli alieni. Anche qui per una volta si riesce ad andare oltre una trita e semplicistica contrapposizione scienza/fede, per esplorare invece le differenze e le complementarietà dei metodi, ma anche degli approcci maschile e femminile, tanto che è proprio il rapporto tra i due a nascondere la chiave di tutta la vicenda.

La trama ruota tutta attorno al tempo - la nostra percezione di esso e il dono tutto umano di riordinarlo in storia - con la lingua come strumento di comunicazione e di espressione, ma anche come potente e ambiguo strumento per descrivere e plasmare la realtà. Il paradosso scientifico è dietro l’angolo ma Arrival se lo gioca in un modo più esistenziale e meno metafisico di Interstellar (un film più ambizioso ma non altrettanto riuscito, a cui pur tuttavia assomiglia), con un risultato intellettualmente ed emotivamente davvero notevole.

Alla fin fine la salvezza dell’umanità si gioca più nei termini di rapporti tra individui (occhio al concetto di “gioco a somma zero”) che di forze planetarie e, in una temperie dove la mancanza di conoscenza significa spesso ostilità, Arrival è un tenace quanto ragionevole inno alla capacità umana di tendere cuore, mani e cervello verso l’altro in una prospettiva di reciproca accoglienza.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PASSENGERS (Amitrano)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/28/2016 - 12:01
Titolo Originale: Passengers
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Morten Tyldum
Sceneggiatura: Jon Spaihts
Produzione: ORIGINAL FILM, COMPANY FILMS, START MOTION PICTURES
Durata: 116
Interpreti: Jennifer Lawrence, Chris Pratt

A bordo dell’astronave Starship Avalon 5.259 persone sottoposte a sonno criogenico stanno viaggiando verso un nuovo pianeta e una nuova vita, ma un malfunzionamento causa il risveglio di uno dei passeggeri, Jim, 90 anni prima dell'arrivo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Passengers pone diversi argomenti di particolare interesse, come la riflessione sulla relatività, il senso e l’importanza delle categorie del tempo e dello spazio nell’universo e l’essenziale necessità dell’uomo di coltivare rapporti umani per sopravvivere. Purtroppo però sorvola su tutti per concedere grande spazio agli effetti speciali e alla romantica storia d’amore
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Bellissime ambientazioni e sorprendenti effetti accompagnati da una colonna sonora curata e adatta. Debole il contenuto della sceneggiatura
Testo Breve:

Un film di fantascienza che beneficia di ottimi effetti speciali ma la storia, che si sviluppa all’interno di un’astronave si trasforma in un’opera teatrale che si concentra sulle relazioni sentimentali fra i due protagonisti

 

Passengers era in cantiere dal 2007 da quando lo sceneggiatore Jon Spaihts (Doctor Strange 2016; La mummia 2017) ne aveva scritto il soggetto, ma solo nel momento in cui il regista Morten Tyldum ha accettato la regia è stato possibile realizzare davvero un film che del genere fantascientifico ha solo l’involucro. A dispetto infatti degli forti e significativi elementi futuristici Passengers è in realtà soprattutto un film sentimentale con un pizzico di avventura.

I personaggi che agiscono nel film sono solo tre, di cui uno tra l’altro è anche un robot, il simpatico barman Arthur (Michael Sheen), per una storia che, se non fosse per i sorprendenti effetti speciali, gli scorci mozzafiato sull’universo e i futuristici ambienti dagli spazi ampi, moderni e funzionali, con un po’ di immaginazione potrebbe tranquillamente svolgersi sulla scena di un palcoscenico.

Chris Pratt (I magnifici 7, 2016) è Jim Preston, lui e altre 5259 persone hanno scelto di intraprendere un viaggio nel tempo e nello spazio su un’astronave, la Starship Avalon, per andare a popolare un pianeta lontano dalla Terra centinaia di anni luce. La traversata dell’universo durerà circa 120 anni e per affrontarla i passeggeri dell’Avalon si sottopongono ad un sonno criogenico che dovrebbe farli risvegliare quattro settimane prima del loro arrivo sul pianeta Homestead II. Dopo alcuni anni di viaggio però qualcosa nella capsula di Jim non funziona e questi si risveglia con circa 90 anni di anticipo. In preda ad una disperata solitudine e condannato ad un’esistenza priva di qualunque altro contatto umano al di fuori del barman robot Arthur, Jim si innamora del volto di uno dei passeggeri che ancora dorme quietamente nella sua capsula, la bella -addormaentata- Aurora Lane (Jennifer Lawrence) e decide di risvegliarla. I due protagonisti però si trovano sull’orlo di una catastrofe che riguarda sia la loro relazione d’amore che la salvezza dell’intero equipaggio.

Un plot, quello di Passengers, che consentirebbe tante prospettive di lettura. Al di là dell’occasione di sviluppare straordinari effetti visivi, la storia pone lo spettatore di fronte a diverse questioni filosofiche e morali, che purtroppo però vengono solo sfiorate in favore di un sviluppo romantico che sa di già visto, da Laguna blu fino ad arrivare a Titanic. Il tempo, lo spazio, l’inalienabile bisogno dell’uomo di relazionarsi con l’altro e di coltivare la speranza nel futuro, nonché l’esigenza di fondare ogni rapporto d’amore sulla base della sincerità e della reciproca capacità di donarsi, sono tutti elementi che compaiono nella storia e la rendono interessante fin tanto che qualche effetto speciale non prende il sopravvento.

Passengers finisce col sembrare il rimescolamento di tanti Sci-Fi con altrettanti film di romantiche avventure in cui tutto arriva scontato e previsto. Jim è l’eroe che dopo tanto dolore riesce a compiere l’estremo sacrificio che salva la vita all’intero equipaggio mentre Aurora è la compagna dolce e forte che gli salva la vita due volte.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INDEPENDENCE DAY: RIGENERAZIONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/08/2016 - 09:25
 
Titolo Originale: Independence Day: Regeneration
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Roland Emmerich
Sceneggiatura: Roland Emmerich, Dean Devlin, Nicolas Wright, James A. Woods, James Vanderbilt
Produzione: TWENTIETH CENTURY FOX FILM CORPORATION
Durata: 159
Interpreti: Liam Hemsworth, Jeff Goldblum, Bill Pullman, Maika Monroe, Travis Tope, Charlotte Gainsbourg

Sono ormai passati venti anni da quel 4 luglio che vide la terra pericolosamente minacciata da un popolo di alieni e quasi miracolosamente salvata dall’ardimento di pochi e dalla guida del presidente Thomas J. Whitmore. Il mondo intero, ora che tutti i popoli si sono uniti sotto un unico presidente, si appresta a celebrare quella vittoria ma la festa viene ben presto interrotta dall’arrivo di una gigantesca nave spaziale che in breve tempo riesce a distruggere tutte le difese terrestri e si appresta a perforare la crosta terrestre per annullarne il campo magnetico e condannare gli umani a una fine certa. Non resta che fare affidamento su coloro che avevano affrontato e risolto la situazione vent’anni prima: lo scienziato David Levinston, l’ex presidente Whitmore e un manipolo di giovani piloti, fra cui Jake Morrison e Dylan Hiller…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Di fronte al pericolo della fine del genere umano, si moltiplicano gli episodi di coraggio e di solidarietà
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una narrazione semplice, una psicologia elementare dei personaggi ma buon ritmo e grande professionalità nella computer grafica
Testo Breve:

Venti anni dopo gli alieni sono tornati, decisi a distruggere la terra, grazie a una tecnologia superiore. La coesione fra i combattenti e il coraggio individuale saranno la chiave per cercare di vincere di nuovo

I nemici hanno già dato prova della loro potenza distruttiva. Nel centro di difesa spaziale, giovani piloti si affrettano a salire sui loro aerei, pronti a sferrare un contro attacco. Gli operatori di terra, di fronte allo spettacolo di tanti aerei che spiccano il volo, non possono che lanciare grida di gioiosa solidarietà nei confronti di quei coraggiosi combattenti.  Una sequenza di questo tipo (ce n’è più di una nel film) non può che richiamare alla mente i tanti film sulla guerra nel Pacifico realizzati nell’immediato dopoguerra. E’ come se la sequenza degli aerei che uno dopo l’altro, spinti dalle catapulte della portaerei, si librano nel cielo puntando verso un orizzonte ostile, si fosse sedimentata nel subconscio nazionale e costituisca uno dei tasselli dell’orgoglio di un popolo che si mostra compatto di fronte alle avversità e che il regista e sceneggiatore Roland Emmerich ha mostrato più volte di essere molto bravo a riesumare.

Il gusto per le grandiose catastrofi di questo regista di origine tedesca (Independence Day, Godzilla, The day after tomorrow, 2012) sono funzionali alla semplificazione dei conflitti e delle emozioni: si lotta nientemeno che per la pura sopravvivenza e di fronte a questo fondamentale obiettivo tutti gli uomini fanno quadrato, i conflitti interni vengono sopiti o risolti, gli episodi di coraggio e solidarietà si moltiplicano, incluso anche il dare la propria vita per gli altri.

I nemici sono i cattivi da abbattere, le poderose calamità naturali sono da affrontare e superare sotto la ferma guida del Presidente, un tempo solo degli Stati Uniti, ora del mondo intero. Si tratta di un’impostazione che tanti critici hanno giudicato rozza nelle sue drastiche semplificazioni narrative, che mettono al bando ogni complessità del reale e privano i personaggi di qualsiasi profondità psicologica.

Non viene esclusa neanche una certa componente reazionaria, una paura per il “diverso” e lo “sconosciuto”, un mondo complesso dove gli americani sono spontaneamente portati ad assumerne la leadership, per l’azione combinata della superiorità tecnologica e dei valori umani coltivati. 

Eppure il pubblico aveva risposto e continua a rispondere positivamente: 800 milioni di dollari al botteghino per il primo, 383 fino a questo momento per il secondo, con significative performance in Cina (37 milioni).

E’ sempre difficile interpretare correttamente il grande pubblico, ma è probabile che la catastrofe spettacolare non sia solo l’attrattiva principale di questo tipo di film; gioca il suo ruolo anche il desiderio di pensare positivo, di alimentare l’animo con storie di generosità e coraggio.

Alla fine non si deve sottovalutare una certa abilità narrativa nel contrapporre, alle grandiose catastrofi, il dettaglio di un pulmino della scuola carico di bambini che cerca di scappare dal teatro di guerra, l’innamoramento fra un pilota americano e la giovane collega cinese, né un certo tono ironico, come quando, alla fine di una terribile battaglia che vede la morte di un gigantesco mostro alieno, il guidatore dello scuola-bus aziona i tergicristalli per pulire i vetri dal liquido schifosamente melmoso che si è sprigionato dall’alieno. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE LEGEND OF TARZAN

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/13/2016 - 20:16
Titolo Originale: The Legend of Tarzan
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Adam Cozad, Craig Brewer
Produzione: BEAGLEPUG, JERRY WEINTRAUB PRODUCTIONS, RICHE/LUDWIG PRODUCTIONS
Durata: 110
Interpreti: Alexander Skarsgård, Margot Robbie, Samuel L. Jackson

Il conte John Clayton III e sua moglie Jane vivono serenamente nella loro dimora vicino Londra. John viene convocato a Downing Street dal Primo Ministro: il conte è stato invitato dal Re Leopoldo del Belgio a visitare il Congo per testimoniare i progressi realizzati nelle sue iniziative umanitarie. John è in realtà Tarzan, il ragazzo allevato dalle scimmie e poi tornato alla civiltà. John-Tarzan è all’inizio titubante ma poi è la stessa Jane a spingerlo a partire: anche lei è cresciuta in Africa e desidera tanto ritornarvi. La coppia scoprirà presto che l’invito è frutto di un inganno: il capitano Leon Rom, per conto del re del Belgio, sta rendendo i congolesi un popolo di schiavi impiegati nello sfruttamento delle ricchezze del paese (diamanti, avorio, caucciù) e Tarzan è per Leon solo una merce di scambio… 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film costituisce una chiara condanna verso ogni forma di razzismo ma non riesce a trattenersi dal porre in ridicolo usanze cattoliche (il rosario) e dal lanciare allusioni ai preti pedofili
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune situazioni di violenza e tensione potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Ben ricostruiti i paesaggi africani; se la figura di Jane, interpretata da Margot Robbie intraprendente e determinata è ben riuscita, si stenta a ritrovare il combattivo Tarzan nel volto melanconico e mite di Alexander Skarsgård
Testo Breve:

La classica leggenda di Tarzan riproposta alle nuove generazioni con chiari messaggi contro il razzismo ma anche con qualche frecciata contro i cattolici

Questa ultima rivisitazione della leggenda di Tarzan, diretta da David Yates, (già regista di quattro film della serie di Harry Potter) è in parte fedele, ma per fortuna anche in gran parte innovativa rispetto all’arcinota storia del ragazzo allevato dalle scimmie, emblema dell’armonia perduta fra l’uomo e la natura.

Le tristi vicende dei suoi genitori morti entrambi e l’adozione del piccolo da parte della scimmia Kala vengono ricordati in flashback ma nuovo è il punto di partenza: Tarzan è ormai Lord Greystoke, sposato con Jane, poco interessato a tornare in Africa. Nuovo è anche il contesto: quello del bacino del Congo, gestito come una proprietà privata dal re Leopoldo del Belgio, che con l’ausilio di truppe mercenarie schiavizza con metodi violenti le popolazioni native.  All’interno di questo riferimento storico, purtroppo alquanto realistico, viene inserito un personaggio di fantasia, il capitano Leon Rom, un “cattivo allo stato puro”, non a caso interpretato da Christoph Waltz, ormai condannato a vita a parti pseudo-naziste.  Questo contesto, alquanto articolato, garantisce al film una serie continua di sequenze avventurose (supportate da una computer grafica non eccezionale) per il muscoloso uomo-scimmia e la bella Jane ma il puzzle che è stato messo in piedi è alquanto macchinoso e fatica a trovare una sua completa giustificazione.

Il film è indirizzato prevalentemente a un pubblico adolescente che non si pone troppe domande sul contesto storico e fa il tifo perché Tarzan e Jane possano riabbracciarsi. I messaggi che il film vuole trasmettere hanno una chiara finalità educativa: Sono dalla parte dei cattivi tutti gli schiavisti qui impersonati dalle truppe mercenarie del Belgio (una situazione, com’è noto, tristemente simile a quanto è stato storicamente accertato) anche se il film, sensibile al politically correct,  non manca di ricordare che in modo molto simile si sono comportate le truppe degli Stati Uniti  nei confronti dei nativi americani.

Evidente è anche l’importanza del rispetto per la natura e per gli animali selvatici. Se il primo romanzo di Edgar Rice Burroughs del 1912 (Tarzan delle scimmie) stimolava l’interesse del lettore sul misterioso legame che sussisterebbe fra l’uomo e la scimmia, come suggerito dalle allora ancora recenti teorie di  Darwin, il tema che prevale in questo film è la suggestione per un mondo ancora incontaminato dalla bramosia distruttiva dell’uomo, il senso del mistero che scaturisce da una natura che pulsa di una sua vita autonoma e che desidera solo essere lasciata in pace, a somiglianza di quanto ci aveva già espresso il film Avatar.

Bello e solido è anche l’amore coniugale fra Tarzan e Jane, che avrà il giusto coronamento nella nascita di un figlio.

Se il film cerca di indicare ai giovani spettatori ciò che è cattivo e da evitare, in questo caso il razzismo, non riesce a trattenersi, come è già accaduto in altri film anglosassoni destinati ai giovani (basti ricordare l’ultimo Pan) dal ricordare che il male viene dal mondo cattolico: il film non tratta in modo diretto il tema religioso ma il binomio Belgio-cattolico/schiavismo è personificato dal capitano Leon, (il cattivo di turno) che ha sempre tra le mani un rosario (in realtà una subdola arma) e non manca una salace, anche se veloce, battuta sui preti pedofili.

Molto belli i paesaggi ricostruiti in CG della foresta intorno al fiume Congo e simpatica la figura di Jane, coraggiosa e intraprendente, interpretata da una promettente Margot Robbie; si resta invece perplessi di fronte alla figura di Tarzan interpretata da Alexander Skarsgård; il suo volto invincibilmente malinconico e il suo atteggiamento mite che erano perfetti in Quel che sapeva Maisie, qui sembrano mal conciliarsi con il decisionismo pugnace di Tarzan.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TARTARUGHE NINJA - FUORI DALL'OMBRA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/07/2016 - 17:39
 
Titolo Originale: Teenage Mutant Ninja Turtles: Out of the Shadows
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Dave Green
Sceneggiatura: Josh Appelbaum, André Nemec
Produzione: PLATINUM DUNES, GAMA ENTERTAINMENT, MEDNICK PRODUCTION, SMITHROWE ENTERTAINMENT
Durata: 112
Interpreti: Pete Ploszek, Noel Fisher, Jeremy Howard, Alan Ritchson, Danny Woodburn, Megan Fox, Stephen Amell, Will Arnett, William Fichtner, Brian Tee

A un anno dagli eventi del primo episodio, Shredder, riesce ad evadere dalla prigione, mentre le tartarughe continuano a vivere nell’ombra. Shredder riceve da Krang, un alieno signore della guerra, un siero in grado di trasformare gli esseri umani in potenti animali mutanti in cambio della promessa di trovare tre componenti di una macchina che mandò sulla Terra in epoche passate che consente di viaggiare tra più dimensioni. Le quattro tartarughe, Leonardo. Michelangelo, Raffaello e Donatello, divenuti ormai adulti, cercano di contrastare il ritorno del loro nemico, ma lottano contro la necessità di mantenere segreta la loro identità e il desiderio di farsi conoscere dal mondo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
lla base della storia domina il valore della lealtà verso i propri compagni, amici o fratelli che siano, e l’importanza di accettare la propria natura così com’è. Rimangono forti il senso dell’amicizia e dei legami familiari fondati sul rispetto, la fiducia e il dialogo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Sorprendenti effetti speciali in digitale dal grande impatto realistico. Una storia troppo complessa ma forte di una sceneggiatura carica di ritmo.
Testo Breve:

Nel sequel di Tartarughe Ninjia, la sceneggiatura mette bene a fuoco la maturazione dei quattro eroi  ma la priorità sta tutta nella costruzione di spettacolari scene d’azione 

Le quattro tartarughe mutanti dai nomi pittoreschi, esperte di arti marziali,  tornano a combattere per salvare il mondo dalla minaccia del loro nemico Shredder, che dopo un anno è riuscito ad evadere di prigione e questa volta ha stretto un patto con una forza aliena. Il signore della guerra alieno Krang fornisce a Shredder un mutageno con cui creare nuove e potenti forze, in cambio gli chiede di trovare tre componenti di una macchina andati disppersi sulla Terra con cui potrà aprire un portale tra le due dimensioni e conquistare e sottomettere a sè la razza umana. Con il siero Shredder trasforma i due criminali, Bebop e Rocksteady, in potenti animali mutanti.

Allo stesso tempo Donatello, Michelangelo, Raffaello e Leonardo stanno crescendo e, come tutti i giovani,  cominciano a porsi quesiti importanti sulla loro natura e sul loro ruolo nel mondo. In questo nuovo episodio le differenze che ci sono tra loro non costituiscono più solo un punto di forza ma al contrario anche un’occasione di scontro e divisione. La vera sfida dei quattro fratelli in questo nuovo episodio infatti sarà anche quella di saper ricostruire la propria unità imparando a rispettare i limiti propri e le differenze gli uni degli altri. Le quattro tartarughe capiranno che la loro forza sta proprio nella capacità di accettare se stessi e i propri fratelli così come sono.
Gli effetti digitali sono spettacolari, notevoli e coinvolgenti. Nel complesso però il film risente di una trama complessa anche se ben sostenuta da un’ottima sceneggiatura. La continua ricerca di scene ad effetto e di sequenze d’azione  adrenaliniche complicano e levano spessore alla storia e il film finisce col sembrare più una sorta di gioco, un prodotto di mercato fatto di plastica.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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