Dramma

GIFTED - IL DONO DEL TALENTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/30/2017 - 21:47
 
Titolo Originale: Gifted
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Tom Flynn
Produzione: FILMNATION ENTERTAINMENT, GRADE A ENTERTAINMENT
Durata: 101
Interpreti: Chris Evans, Mckenna Grace, Lindsay Duncan, Octavia Spencer, Jenny Slate

Frank Adler vive in una cittadina della Florida cercando di dare alla nipotina Mary, orfana di sua sorella, un piccolo genio della matematica, la vita più normale possibile. Quando però la maestra di scuola della ragazzina si rende conto della sua eccezionalità e la preside le offre la possibilità di entrare in un programma speciale, Frank si oppone. Non ha però fatto i conti con sua madre, Evelyn, la nonna della piccola, che, informata della cosa, inizia una battaglia legale per assumere la tutela della bambina e offrirle tutte le opportunità per sviluppare le sue doti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta positivamente l’arduo problema di conciliare lo sviluppo delle proprie doti con la necessità di una serena maturazione umana
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Questo film, con un cast eccellente, affronta il tema della crescita della bambina protagonista con delicatezza e intelligenza, senza sfuggire il dramma e la sofferenza ma senza affondare in facili ricatti sentimentali
Testo Breve:

La piccola orfana Mary viene adottata dallo zio che vorrebbe farla crescere in un ambiente sereno e tranquillo ma lei è un genio della matematica. Un confronto intelligente fra due diversi modi di intendere l’educazione e il valore della persona

Cosa significa nutrire il talento, specie quando questo è ben al di sopra della norma? Cosa significa davvero offrire ad un bambino “le migliori opportunità” e quanto delle aspirazioni e delle paure degli adulti si riversa nel rapporto con un bambino?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi che questo piccolo film con un cast eccellente affronta con delicatezza e intelligenza, senza sfuggire il dramma e la sofferenza ma senza affondare in facili ricatti sentimentali.

Al centro della storia c’è una bambina-prodigio, il cui straordinario talento rischia di diventare una condanna (come del resto, si intuisce, lo è stato per sua madre, morta suicida quando lei aveva solo sei mesi).

Lo zio Frank, che per badare a lei ha mollato un lavoro intellettuale non proprio promettente e si dedica alla riparazione di barche, sembra piuttosto temere che apprezzare le doti della nipote, che “nasconde” finché può, cosciente che però la ragazzina ha bisogno di contatti umani che vadano oltre quello con lui e con la gentile vicina di casa Roberta (la sempre affidabile Octavia Spencer).  Peccato che Mary, che con i numeri è un genio, faccia molto più fatica a confrontarsi con i coetanei e pure con la maestra.

L’entrata in scena di Evelyn, nonna di Mary e madre di Frank, riporta a galla traumi e segreti familiari, ma soprattutto mette a confronto due diversi modi di intendere l’educazione e il valore della persona.

Il confronto tra Frank e Evelyn finisce ben presto per trasferirsi in tribunale, ma è evidente che nessuna soluzione legale (e in particolare quella perversamente equilibrata di sottrarre la bambina a entrambi per darla a una famiglia in affido) potrà davvero sanare una ferita che va molto indietro nel tempo.

E non c’è alcun dubbio su chi si guadagni il tifo dello spettatore: Chris Evans, dismessi i panni di Captain America offre qui una convincente prova drammatica, ma va detto che anche l’aspetto da bello sciupato gioca a suo favore tanto per la maestra di Mary che per gli spettatori.

La storia, tuttavia, ha il merito di non mettere in ombra anche i limiti del metodo di Frank: lo straordinario genio matematico di Mary è un dono, qualcosa che fa parte profondamente del suo essere, e non darle l’opportunità di coltivarlo per paura che la distrugga rischia di farle male quanto i tentativi di Evelyn di trasformarla in quello che lei non è riuscita ad essere.

Gifted fa parte di quelle storie “che fanno sentire bene” che il cinema americano ha sempre coltivato con risultati discontinui, ma qualche volta, per fortuna, ci si può sentire bene senza per forza sentirsi stupidi. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RITORNO IN BORGOGNA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/24/2017 - 14:15
Titolo Originale: Ce Qui Nous Lie
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Cédric Klapisch
Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Produzione: BRUNO LEVY
Durata: 113
Interpreti: Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, María Valverde

Dopo dieci anni di assenza, Jean torna in Borgogna, nella tenuta vinicola della sua famiglia, quando il padre è ormai in fin di vita. Lì ritrova la sorella e il fratello, Juliette e Jérémy, con i quali dovrà ricostruire un rapporto e chiarire diverse incomprensioni. La morte del padre costringe poi i tre fratelli ad assumersi la responsabilità dell’azienda di famiglia, le cui sorti dipendono dal pagamento di una pesante tassa di successione. Di fronte alle difficoltà e alle proprie personali fragilità, Jean, Juliette e Jérémy dovranno decidere che fare della loro eredità: vendere e lasciarsi tutto alle spalle o difendere il proprio passato e capire come conciliarlo con le rispettive vite personali.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità e di sostegno reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
Il film risulta godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato ma nello sviluppo narrativo ci sono alcune occasioni mancate: alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante
Testo Breve:

Tre fratelli, alla morte del padre, debbono gestire la vigna proprietà di famiglia, che avevano lasciato quando erano piccoli. La cura per ottenere un buon vino si sviluppa  assieme alla lenta ricucitura dei rapporti familiari 

Ritorno in Borgogna è la storia di un ritorno alle radici, della riscoperta di “quello che ci lega” (come espresso bene dal titolo originale francese) e di come le proprie origini e la propria esperienza passata parlino al presente e al futuro di una persona, senza necessariamente impedirne l’originalità e la novità.

I tre fratelli protagonisti del film si trovano a dover fare i conti con un’eredità preziosa, una tenuta vinicola che rappresenta non solo il mestiere di famiglia, ma anche la loro casa, la passione per l’arte di fare il vino, che ha segnato la loro infanzia, il terreno su cui si sono basati tutti i rapporti, soprattutto quello con il padre viticoltore. In poche parole, fanno i conti con la loro tradizione.

E quando il padre muore lasciando loro la responsabilità di tutto, ognuno dovrà trovare se stesso e la propria via, a partire proprio dal significato di quel passato. Se il novello figliol prodigo Jean dovrà finalmente decidere qual è la sua casa, la Borgogna - teatro della sua infanzia e di un passato da cui è fuggito - o l’Australia - terra “nuova” per eccellenza - dove si è rifatto una vita, Juliette affronterà invece le difficoltà legate al ruolo di leader della vigna ereditato dal padre, mentre Jérémy, fratello minore e meno talentuoso, avrà a che fare con i suoceri invadenti, dai quali vorrebbe emanciparsi.

Il percorso dei tre si sviluppa nell’arco temporale di un anno, col passaggio di stagione in stagione e le corrispondenti fasi di lavorazione e maturazione nella vigna, rendendo così la campagna della Borgogna co-protagonista del film. Il regista Klapisch dedica attenzione e spazio alla rappresentazione del luogo, facendocelo vivere e assaporare.

Uguale attenzione è data al concetto di “tempo” e a immagini che lo riguardano. La stessa locandina del film ne richiama l’importanza, preannunciandolo come elemento in gioco in ciò che stiamo guardando: “L’amore è come il vino, ci vuole tempo”. Non c’è crescita, non c’è passione, non c’è rapporto (famigliare e non), che non abbia bisogno di tempo.

Nello sviluppo narrativo ci sono tuttavia alcune occasioni mancate. Ci si perde forse un po’ nella caratterizzazione e nei percorsi dei personaggi. Non sono ben chiare le motivazioni della fuga di Jean da casa, da un padre cui rimprovera cose che risultano astratte o non così determinanti. Alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante di Jean per chiarire alcuni cambiamenti.

Se la rievocazione del passato e delle memorie dell’infanzia, con l’uso di alcuni intensi flashback, funziona nel trasmetterci i sentimenti dei protagonisti, altri espedienti, come il dialogo di Jean con il “se stesso bambino”, arrivano troppo tardi e appaiono forzati in un racconto che non se ne è servito per la gran parte del tempo.

Il film risulta comunque godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato, in particolare nella rappresentazione dei diversi drammi famigliari e personali.

I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità. E quando arrivano alla soluzione finale, i fratelli agiscono sostenendosi a vicenda.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PALAZZO DEL VICERE'

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/13/2017 - 11:21
Titolo Originale: Viceroy's House
Paese: GRAN BRETAGNA, INDIA
Anno: 2016
Regia: Gurinder Chadha
Sceneggiatura: Paul Mayeda Berges, Gurinder Chadha, Moira Buffini
Produzione: DEEPAK NAYAR, GURINDER CHADHA, PAUL MAYEDA BERGES, BBC FILMS
Durata: 106
Interpreti: Hugh Bonneville, Gillian Anderson, Manish Dayal, Huma Qureshi

Delhi nel 1947, lord Mountbatten (Hugh Bonneville) si insedia nel palazzo reale inglese in qualità di ultimo viceré indiano dell’Impero coloniale britannico, insieme a lui anche la moglie, Edwina (Gillian Anderson), e la figlia. Mountbatten dovrà sovraintendere al passaggio dell’india da colonia a nazione indipendente e mediare il disaccordo sorto tra i due maggiori leader indiani: Jawaharlal Nehru, che desidera che l'India rimanga unita in un’unica nazione dopo l'indipendenza, e Muhammad Ali Jinnah, che invece vorrebbe creare due stati separati, uno musulmano e l’altro indù.  In questo difficile passaggio politico le vicende personali di alcuni degli abitanti del Palazzo si intrecciano con gli eventi storici e i loro drammatici risvolti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi incarnano valori familiari e religiosi molto importanti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
A dispetto di una splendida e dettagliata riproduzione degli affascinanti costumi e di alcuni ambienti dell’epoca, purtroppo le ricostruzioni storiche degli eventi unite ai racconti personali dei personaggi risultano poco convincenti a causa di una sceneggiatura troppo incentrata sui dialoghi e poco sulle azioni
Testo Breve:

L'ultimo vicerè inglese cerca di gestire il passaggio dell'India all'indipendenza nel modo meno cruento. Un tema interessante sviluppato come romantico polpettone

Nel Palazzo del Vicerè tre diverse culture si incrociano, quella britannica, quella indù e quella musulmana, ciascuna con i propri valori e tradizioni. Tutti sembrano riuscire a mantenere un certo equilibrio  in armonia fino al momento in cui la dominazione britannica non si tira indietro e l’intero sistema sociale va in crisi.

Il soggetto sembrerebbe assai interessante sia da un punto di vista storico che umano e sociale. Tuttavia il racconto delle vicende personali dei personaggi, pur volendo rappresentare la spiegazione concreta e il riflesso degli accadimenti politici sul vissuto umano, in realtà non riesce a legare bene con la raffigurazione degli eventi storici. I due aspetti del film, quello personale e quello storico, sembrano restare sempre troppo scollegati e nessuno dei due riesce davvero a chiarire l’altro.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CARDINALE LAMBERTINI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/03/2017 - 20:06
 
Titolo Originale: Il cardinale Lambertini
Paese: ITALIA
Anno: 1954
Regia: Giorgio Pàstina
Sceneggiatura: Giorgio Pàstina, Oreste Biancoli, Edoardo Anton
Produzione: Italica Vox Film
Durata: 101
Interpreti: Gino Cervi, Nadia gray, Carlo Romano, Arnoldo Foà, Sergio Tofano, Virna Lisi, Tino Buazzelli, Gianni Agus

Bologna, 1739. La città è presidiata da truppe spagnole comandate dal Duca di Mortimar e questa situazione ha generato molto malcontento nella popolazione dando motivo di frequenti risse con i soldati. I nobili cercano solo di preservare i propri interessi venendo a patti con gli occupanti mentre il cardinale Lambertini si prodiga perché non vengano commesse ingiustizie nei confronti dei più deboli. Una sera si rifugiano nel vescovado due giovani: Carlo, figlio del segretario del cardinale e Ilaria, figliastra della Contessa Isabella Pietramellara. Quest’ultima voleva forzare Ilaria a sposare il duca di Mortimar per pura opportunità politica ma i due giovani dichiarano al cardinale di esser sinceramente innamorati. Lambertini si impegna ad aiutarli ma deve districare una situazione complessa: a peggiorare la situazione Ilaria, si era rifugiata in convento professando una sincera vocazione ma poi era fuggita da lì con Carlo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sottolinea l’eccellenza del cardinale nella virtù della prudenza, che gli consente di trovare, anche per le situazioni difficili, uno sbocco secondo giustizia senza esasperare gli animi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Superba interpretazione di Gino Cervi nella parte del cardinale e buona quella di tutti i coprotagonisti. La sceneggiatura e la regia perseguono, in modo dignitoso, l’obiettivo di realizzare un film di intrattenimento per il vasto pubblico
Testo Breve:

Alla fine del 700, a Bologna, il cardinale Lambertini (furturo papa Benedetto XIV) esercita in modo eccellente la virtù della prudenza riuscendo a fare in modo che prevalga la giustizia, che sia premiato l’amore sincero di due giovani e che la pace venga ristabilita

Il cardinale torna al vescovado dopo una giornata faticosa. Lo attende un sacerdote, sospeso a divinis, che sta cercando chi possa impartire l’estrema unzione a sua madre. E’ ormai tardi e Lambertini decide di andare lui stesso nella povera casa della donna. Di fronte a quello spettacolo di estrema indigenza, il cardinale comprende perché quel sacerdote aveva sottratto dei soldi dalla cassetta delle elemosine (gesto che gli aveva causato la sospensione). Il prelato riconosce lo stato di necessità in cui aveva agito il sacerdote, gli annulla la sospensione e trascorrono insieme la notte accanto alla morente. Si tratta di un breve, piccolo episodio incastonato nella trama del film che raffigura bene la personalità del cardinale: un cuore generoso, schietto e burbero nei modi ma sempre molto concreto e pronto ad aiutare chi ne ha bisogno. In una situazione politica complessa (l’occupazione delle truppe spagnole, i nobili preoccupati solo del loro tornaconto, i giovani, ispirati dalle idee illuministe, pronti a scatenare una rivoluzione,) il cardinale deve svolgere la sua funzione con attenzione verso tutti, non potendo evitare di partecipare ai convegni mondani ma al contempo mantenendosi sempre in sintonia con le esigenze del popolo.

Nella sua posizione non può agire in modo diretto (se non nei confronti di sacerdoti, suore e frati della sua giurisdizione) e quindi cerca di parlare direttamente con la persona chiave del momento, ammonendo, esortando, sgridando.

Il comportamento del cardinale può esser visto come un esercizio eccellente della virtù della prudenza (saggezza pratica). Si muove in base a principi assoluti come quello della giustizia ma non trascura quello della pace: cerca di evitare che gli animi si radicalizzino in posizioni da cui, per puro orgoglio, non si può più tornare indietro. Gli strumenti che usa per raggiungere i suoi nobili obiettivi sono una buona dose di perspicacia (riesce a intuire, dai pochi elementi a disposizione, le trame della contessa), una grande abilità diplomatica che gli consente di acquietare gli animi più rissosi, un pizzico di astuzia che lui adopera per portare le situazioni dove lui vuole e sempre una buona dose di ironia che gli consente di demolire le posizioni più rigide.

Gino Cervi è semplicemente insuperabile nei panni del cardinale: lui stesso un bolognese, costruisce un protagonista colorito, schietto, appassionato ma sempre in grado di controllare le situazioni più complesse. Non dobbiamo trascurare i personaggi di contorno, fra cui Sergio Tofano nella parte del segretario scrupoloso ma sempre pronto a spalleggiare il suo superiore ma anche Carlo Foà, Virna Lisi, Tino Buazzelli. La sceneggiatura, rispetto al testo teatrale originario di Alfredo Testoni ha arricchito, forse un po’ troppo, la storia, con situazioni spettacolari e colpi di scena dell’ultimo minuto.

Non si può non osservare come il film sottolinei, al di là delle tensioni continue fra spagnoli, nobiltà e popolo, la matrice unitaria religiosa dell’epoca. In una scena finale, per pacificare gli animi pronti alla lotta, il cardinale fa sollevare in alto, davanti alla piazza, il crocefisso e tutti si inginocchiano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'INCREDIBILE VITA DI NORMAN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/28/2017 - 17:52
 
Titolo Originale: Norman: The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer
Paese: USA, ISRAELE
Anno: 2016
Regia: Joseph Cedar
Sceneggiatura: Joseph Cedar
Produzione: COLD IRON PICTURES, BLACKBIRD, MOVIE PLUS, OPPENHEIMER STRATEGIES, TADMOR
Durata: 118
Interpreti: Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi

Norman Oppenheimer è un affarista di New York alla disperata ricerca di attenzioni e amicizie che possano cambiargli la vita. La sua vita è una corsa continua a soddisfare i bisogni degli altri con la speranza di trovare un giorno la riconoscenza e il rispetto che desidera.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una commedia brillante e molto umana. Le relazioni professionali, spesso fondate sul puro interesse personale, sono messe a confronto con l’animo gentile di un personaggio che, nonostante tutto, resta fedele al valore dell’amicizia e della lealtà.
Pubblico 
Adolescenti
Nessun elemento problematico impedisce la visione ad un pubblico generalizzato, ma l’articolazione della storia potrebbe risultare difficile da seguire per un pubblico di bambini
Giudizio Artistico 
 
Il personaggio di Norman è ben interpretato ma la sua storia resta così vaga che non consente allo spettatore di lasciarsene coinvolgere a pieno
Testo Breve:

Norman è un faccendiere, che si rende disponibile per pezzi grossi della politica o della finanza. Lo fa per interesse pesonale o perché ha bisogno di sentirsi utile?  Rivhard Gere è bravissimo nella parte ma Il film resta ambiguo fino alla fine

“Se le serve qualcosa, io gliela trovo” questo è il mestiere di Norman. Norman è quello che comunemente viene definito un faccendiere, ovvero uno di quei personaggi un po’ equivoci di cui nessuno sa esattamente di cosa si occupino ma che è in contatto con chiunque e presta favori a chiunque possa rappresentare un aggancio per chiunque altro. La sua incredibile storia è raccontata in modo singolare e brillante dal regista israeliano Joseph Cedar (Palma d'oro per Hearat Shulayim nel 2011) e da Richard Gere che ne veste i panni operando su di sé una interessante trasformazione.

Norman è un mediatore di affari come se ne vedono molti a New York, ma il suo modo di gestire le relazioni, per quanto ambiguo e confuso, resta sempre singolarmente leale. Forse è proprio questa la ragione per cui Norman, nonostante l’età avanzata, non è ancora riuscito a raggiungere la posizione sociale e il successo che rincorre da una vita. Ciononostante continua a perseverare nel suo intento di affiancare un pezzo grosso, della politica, della finanza o di qualunque altro ramo possa dargli prestigio.

Cedar lascia che lo spettatore accompagni Norman in questa sua impresa e che lo osservi nei suoi frenetici e a volte disperati spostamenti. Per tutto il film non si scopre mai davvero nulla sulla vita privata di Norman, a parte la sua forte e potenzialmente letale allergia alle arachidi e che, dopo la morte della moglie, ha dovuto crescere sua figlia da solo, ma anche quest’ultimo dato non trova alcun riscontro all’interno della storia. Eppure, per quanto misterioso, dubbio e invadente sia il suo personaggio, seguendo il suo cammino non si può fare a meno di provare nei suoi confronti un misto di compassione e disapprovazione.

Gere non è nuovo a questo tipo di ruoli ambivalenti. Già ne Gli Invisibili, il cui regista, Oren Moverman, è anche produttore di questo film di Cedar, l’attore statunitense aveva vestito i poco gradevoli panni di un clochard. Ne L’incredibile vita di Norman Gere sembra deporre tutto il suo charm per diventare un uomo dall’aspetto dimesso e goffo. Invadente e a tratti quasi irritante, Norman però mantiene fino alla fine del film una bontà d’animo genuina che lo fa distinguere da tutte le persone con cui si trova a relazionarsi. Tanto che si è portati a chiedersi cosa muova davvero questo personaggio ad agire, quale sia il suo vero scopo: se personale o filantropico.

Purtroppo, e in questo risiede il punto debole del film, la questione rimane del tutto insoluta. In questo modo anche il tentativo finale di destare stupore e una certa ammirazione, applicato ad una storia che resta dall’inizio alla fine piuttosto nebulosa, non procura in realtà alcuna sorpresa.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'EQUILIBRIO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/20/2017 - 16:45
Titolo Originale: L'equilibrio
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Vincenzo Marra
Sceneggiatura: Vincenzo Marra
Produzione: CINEMAUNDICI, LAMA FILM, RAI CINEMA, ELA FILM
Durata: 90
Interpreti: Mimmo Borrelli, Roberto Del Gaudio, Giuseppe D'Ambrosio, Autilia Ranieri

Don Giuseppe ha rinforzato la propria vocazione sacerdotale come missionario in Africa. Tornato in Italia, divenuto parroco di una comunità romana, deve affrontare una situazione personale delicata (si sta formando un’intesa troppo affettuosa fra lui e una delle catechiste) e chiede al vescovo di tornare nella sua terra, nel napoletano. Viene accontentato e per qualche tempo accompagna nelle sue funzioni Don Antonio, il parroco uscente, scoprendo che è molto seguito e apprezzato dalla comunità locale. Negli incontri con i suoi nuovi parrocchiani, Don Giuseppe scopre ben presto l’influenza, a fronte di uno Stato assente, della malavita locale impegnata nello spaccio della droga e quando viene a conoscenza di una situazione di soprusi nei confronti di una ragazza, cerca di affrontare di petto la situazione anche se tutti, chi con le buone, chi con le minacce, lo invitano a lasciar perdere…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si affianca con serietà a un sacerdote che cerca di difendere una ragazza oggetto di soprusi. Viene sviluppata troppo sbrigativamente la mancanza di sostegno che il sacerdote riceve dai suoi superiori
Pubblico 
Maggiorenni
Viene trattato un tema scabroso. Un nudo integrale maschile statico, una espressione blasfema
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Vincenza Marra punta all’essenziale del racconto con uno stile asciutto. Tutti bravi i protagonisti. Qualche passaggio sbrigativo nella sceneggiatura.
Testo Breve:

Un sacerdote deve decidere se tacere o agire, rompendo gli equilibri locali, per difendere una ragazza oggetto di soprusi. Un film asciutto con qualche eccesso di semplificazione nella sceneggiatura

“Perché non cambi vita?” chiede don Giuseppe a Saverio, un galoppino della malavita locale. “Per fare che cosa? Per guadagnare 50-60 euro alla settimana? Qua è terra bruciata. Non si guadagna niente”. E’ questa la dura realtà degli abitanti del quartiere: solo la malavita fornisce lavoro per tutti e impone le sue leggi. Le figure di Don Antonio, il parroco precedente e di Don Giuseppe, sono le due facce di un dubbio etico delicatissimo che capita a ognuno di affrontare, non certo solo alla parrocchie in territori difficili. Si tratta di situazioni dove un po’ di ingiustizia fa comodo agli interessi del singolo, e quando un po’ tutti ottengono in questo modo il loro tornaconto, si ristabilisce, paradossalmente, una giustizia senza Giustizia. In un certo senso, Ficarra e Picone con il loro L’ora legale avevano affrontato lo stesso tema, sul fronte della legalità civile. In quel caso un sindaco integerrimo che aveva iniziato a perseguitare i comportamenti illeciti, finiva per diventare impopolare perché i cittadini preferivano il trattamento precedente, dove tutti ottenevano favori illeciti e quindi tutti potevano dichiararsi contenti. Anche il recente film slovacco The Teacher racconta la storia vera di una professoressa che chiedeva molti favori e prestazioni gratuite ai genitori dei suoi alunni e in cambio forniva in anticipo le domande che avrebbe fatto ai loro figli nelle interrogazioni del giorno successivo. La denuncia del singolo padre che si era rifiutato di accettare l’accordo silente, aveva finito per scatenare le reazioni di tutti gli altri genitori.

Lo stesso tema, in questo film, assume i connotati specifici di una realtà parrocchiale. Di fronte a una struttura del male ben consolidata, che permette comunque di far vivere la comunità locale, è giusto e lecito, per un parroco, accettarla come un dato di fatto (comunque non di propria competenza diretta, visto che dovrebbe essere lo Stato a intervenire) e concentrarsi sulla  liturgia e sulla catechesi impartita ai giovani nella speranza di un mondo migliore oppure denunciare con coraggio i comportamenti malavitosi, nel presupposto che con il male non si scende ai patti e che il buon esempio è la forma più efficace di educazione dei giovani, al di sopra di qualsiasi insegnamento fatto in aula?

Se don Antonio è il paladino della prima soluzione, don Giuseppe cerca di affrontare i problemi nel secondo modo. “Perché non ti limiti a fare il prete? C’è molto malcontento su di te” - confida un simpatico chierichetto a don Giuseppe. “Ma cosa vuol dire fare per te il prete?” ribatte il sacerdote; per lui esserlo vuol dire stare accanto alla gente, ascoltare, comprendere e cercare di risolvere i problemi di chi si rivolge a lui. Anche il suo vescovo finisce per essere scontento di lui perché segue la prima opzione: da quando don Giuseppe si è messo di traverso alla malavita locale, i fedeli sono diminuiti e i ragazzi che frequentavano il catechismo sono spariti.

Il film sviluppa e approfondisce questo dilemma, evidenziando chi si pone da una prospettiva e chi dall’altra ma a ben guardare, l’equilibro fra le due opposte visioni si infrange ben presto perché ciò di cui don Giuseppe viene a conoscenza, l’abuso di una minorenne, va al di là di qualsiasi prudenziale compromesso e ha sicuramente ragione quando decide di opporsi con decisione.

Don Giuseppe compie in seguito un’audace azione positiva ma ciò provoca, per reazione, da parte del boss locale, il compimento di un crimine molto grave. Ci si trova di fronte, in questo caso, a un altro  caso etico particolarmente complesso, quello che viene solitamente chiamato “azione a doppio effetto”. A fronte di un bene compiuto, si finisce per causare del male grave. Don Giuseppe non è evidentemte responsabile del male compiuto dagli altri ma al contempo avrebbe dovuto prevedere una certa forma di reazione da parte del bosso locale. Si tratta di un dibattito molto interessante che lasciamo al lettore di completare, perché finiremmo per svelare il finale del film. 

Lo stile del regista e sceneggiatore Vincenzo Marra è insolito: il suo modo di raccontare è asciutto, i dialoghi sono ridotti all’essenziale, vengono sviluppati solo i fatti necessari all’economia della storia, senza note di colore, senza digressioni ambientali. Il vantaggio di questo approccio è la presa diretta con la storia che viene raccontata; lo svantaggio è quello di uno stile rigido che ingabbia i personaggi in un comportamento uniforme, senza caratterizzazioni. C’è qualche eccesso di semplificazione nella sceneggiatura (come mai don Giuseppe, nel ritornare nella sua terra di origine, si mostra così meravigliato del contesto sociale?). Bisogna però riconoscere a questo L’equilibrio un importante merito: don Giuseppe appare come un vero sacerdote che si interroga continuamente sulla correttezza della sua missione; in un altro film, come Alla luce del sole, che si è spirato alla storia vera di Giuseppe Puglisi, restano nascoste le motivazioni più intime e spirituali del sacerdote

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/11/2017 - 11:40
Titolo Originale: Il colore nascosto delle cose
Paese: ITALIA, SVIZZERA
Anno: 2017
Regia: Silvio Soldini
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Davide Lantieri, Silvio Soldini
Produzione: LUMIÈRE & CO., CON RAI CINEMA, VENTURA FILM, IN COPRODUZIONE CON RSI RADIOTELEVISIONE SVIZZERA/SRG SSR
Durata: 115
Interpreti: Valeria Golino, Adriano Giannini, Arianna Scommegna, Laura Adriani, Anna Ferzetti

Teo è un creativo della pubblicità di successo. Se nel lavoro si occupa di ciò che appare, dell’effimero, anche la sua vita privata sembra avere questa caratteristica. Ha una fidanzata ufficiale con la quale .non convive e si concede volentieri altre distrazioni. Conosce per caso Emma, una donna non vedente che inizia a frequentare. Emma, nonostante la sua infermità, ha preso in pugno la sua vita, che si può definire quasi normale: di professione è osteopata e vive da sola dopo che si è separata dal marito. I due personaggi non potrebbero essere più diversi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Viene tratteggiata con molta sensibilità il mondo dei non vedenti. Nelle sue speranze ma anche nei suoi momenti di sconforto. Il film presenta un panorama di famiglie divise e relazioni instabili.
Pubblico 
Maggiorenni
Il film mostra relazioni sentimentali precarie e casi di famiglie disunite. Scene di amplessi con parziali nudità
Giudizio Artistico 
 
Soldini mostra grande sensibilità e buona competenza nel descrivere il mondo dei non vedenti. Ottime le interpretazioni dei due protagonisti. Discontinuo lo sviluppo del film
Testo Breve:

Leo è un pubblicitario di successo; Emma è una non vedente che cerca di superare la sua infermità impegnandosi nel lavoro e con tante amicizie. Un film che affronta con competenza un tema delicato ma è poco convincente  nello sviluppo 

La prima parte del film (forse un po’ troppo lunga) serve per farci conoscere i due protagonisti, Teo ed Emma ma è difficile decidere chi dei due abbia più bisogno di aiuto nella propria vita. Emma è non vedente ma ha un lavoro, si sposta per la città con l’aiuto di un bastone, usa correntemente il cellulare, invia e riceve email.  Non le mancano le amicizie e la sua vita è piena. Teo è il classico maschio cialtrone, come non si vedeva dai tempi d’oro della commedia italiana (quelli interpretati da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi): ha più di una relazione e si barcamena fra l’una e l’altra mentendo spudoratamente o facendo continuamente delle promesse che poi non mantiene (sembra realmente un personaggio d’altri tempi: le donne d’oggi non potrebbero sopportare un uomo simile). Veniamo informati che la sua infanzia è stata infelice (suo padre aveva lasciato la famiglia quando lui aveva nove anni e la mamma si era sposata con un altro uomo che Teo non aveva mai potuto sopportare), ma questa informazione che riceviamo sembra un pallido pretesto, inserito dagli sceneggiatori, per giustificare il suo comportamento.

Dopo una prima serata passata assieme che è diventata anche intimità fisica, succedono nel film tante cose di poco conto, perché ognuno ei due riprende la propria vita (lui è impegnato con il lavoro ma anche con la sue donne) lei con il lavoro e le sue amicizie ma continuano a incontrarsi per conoscersi meglio. Resta di sottofondo, nel loro cuore, una ipotesi che appare impossibile: che possano cioè amarsi, vivere insieme e che lui possa vederla come persona, superando qualunque senso di pietà, senza stancarsi per le obiettive difficoltà che dovrebbero  affrontare.

Soldini aveva già esplorato il mondo dei non vedenti con il documentario Per altri occhi : un’esperienza che gli ha permesso di affrontare questo film senza retorica né pietismo. E’ questo il valore maggiore del film, che ci fa partecipare con molto realismo al mondo dei non vedenti. Significativa è la presenza di una ragazza non vedente di 17 anni, Nadia, che ci mostra bene l’altra faccia della medaglia, sempre possibile in quelle condizioni: perdere la speranza di riuscire a muoversi nel mondo, ad avere relazioni normali con gli altri, e finire per odiare tutto e tutti. La madre della ragazza soffre in silenzio: la osserva discretamente a distanza mentre lei conversa con Emma. Una sequenza che esprime tutta la sensibilità che Soldini che è riuscito a rendersi e a renderci partecipi di quel mondo che vive molto di intuito e immaginazione.

Il colore nascosto delle cose è un film riuscito a due terzi: il tema della cecità è affrontato con competenza e sensibilità, ottime le interpretazioni dei protagonisti, non solo di Valeria Golino ma anche di Adriano Giannini  Resta insolita la scelta di tratteggiare il personaggio maschile in modo così negativo: il suo continuo mentire, le sue molteplici relazioni, la sua incapacità di esser a lungo coerente con se stesso,  fanno pensare che per lui non si tratti di una vera conversione, che l’amore dichiarato finisca per diventare posticcio e fa così perdere di credibilità il semplicistico lieto fine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE TEACHER -UNA LEZIONE DA NON DIMENTICARE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/11/2017 - 11:12
Titolo Originale: Ucitelka
Paese: Slovacchia
Anno: 2016
Regia: Jan Hrebejk
Sceneggiatura: Petr Jarchovský
Produzione: ROZHLAS A TELEVÍZIA SLOVENSKA, PUBRES, OFFSIDE MEN, CESKÁ TELEVIZE
Durata: 102
Interpreti: Zuzana Mauréry, Csongor Kassai, Peter Bebjak, Martin Havelka

Bratislava, 1983, ai tempi della Cecoslovacchia comunista. La nuova insegnante Maria Drazdechová, simpatica e gentile, vedova di recente, vuole conoscere i suoi studenti. Chiede loro come si chiamano ma anche cosa fanno i loro genitori. La sua non è pura curiosità: inizia a chiedere piccoli e grandi favori ai padri e alle madri dei suoi alunni, in funzione della loro professione e in cambio passa a loro in anticipo le domande che chiederà ai loro figli alla prossima interrogazione. Su richiesta di una coppia di genitori che non si sono prestati alle manovre della professoressa e che quindi vedono la loro figlia trattata ingiustamente, vengono convocati dalla preside tutti i genitori di quella classe. La riunione risulta all’inizio quasi inutile: la maggioranza dei genitori è disposta ad accettare le richieste della professoressa, non solo per i vantaggi che i loro figli ne ottengono ma anche perché la Drazdechová è presidente del locale partito comunista…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I genitori di una classe sono chiamati a comportarsi con giustizia, anche se questo può comportare la perdita di alcuni vantaggi per i propri figli.
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di nudo maschile
Giudizio Artistico 
 
Un film ben diretto e ben recitato, ben ambientato nella Cecoslovacchia comunista, che affronta con ironia tematiche molto attuali
Testo Breve:

I genitori di una classe di Bratislava, durate il regime comunista, sono chiamati a trovare il coraggio di denunciare la disonestà di una professoressa nonostante sia il presidente del locale Partito Comunista. Un film ben realizzato che richiama valori universali

Cercare di far rivivere oggi un episodio accaduto (realmente) durante il periodo comunista in uno dei paesi dell’Est, sembra quasi di rievocare un mondo sepolto nella memoria di tutti. Inoltre realizzare un film incentrato su una banale bega scolastica appare eccessivo.  Eppure il film finisce per interessare e si fa seguire (grazie anche a una sottile ironia sempre presente) fino alla fine.

Il tema affrontato non è stato, come è accaduto in tanti altri film, quello della lotta per la libertà contro un governo autoritario, anche se non trascura di raccontarci come un importane astrologo sia costretto a lavare i vetri per poter vivere perché sua moglie si è rifugiata nell’Occidente, ma piuttosto la vita ordinaria di un qualunque “compagno”  in un paese comunista. Sarà capitato a molti di noi di incontrare una persona anziana che da giovane ha vissuto i tempi del regime comunista. E’ molto probabile che vi abbia raccontato che “in fondo non si viveva male”: la scuola, il lavoro, l’ospedale in caso di malattia, erano garantiti per tutti; si viveva una sorta di pigra serenità; dal momento che c'era sempre qualcuno che pensava per te in tutto, l'importante era obbedire; per il resto, visto che gli impegni "alti" ti erano preclusi,  non c'era molto altro a cui pensare se non godersi le piccole, povere gioie della vita privata.

 
Un film che ha raccontato molto bene questa realtà è stato il romeno: Racconti dell’età dell’oro. In questo film a episodi sembra quasi che il mangiare buone cose e in abbondanza sia l’unico “lusso” perseguibile.  In fondo, anche in questo The Teacher, la famigerata maestra si “accontenta” di ricevere un dolce in regalo, che qualcuno dei genitori controlli perché la sua lavatrice perde acqua, o che gli alunni diano una pulita al suo appartamento.

Sono temi semplici ma il dibattito che scaturisce fra i genitori convocati dalla preside è universale: e non riguarda più realtà ormai dimenticate.

Si tratta del modo con cui ciascuno di noi può finire, magari inconsapevolmente,  ad adeguarsi alle convenzioni correnti, adattarsi alle circostanze evitando in questo modo di mettersi in mostra, oppure, al contrario, fare riferimento a principi superiori e sfidare, a motivo di questi, possibili contrarietà.

Nella riunione dei genitori appare tutto questo: la mamma che ci tiene a che sua figlia sia la prima della classe e accetta, per questo, di adempiere a tutte le richieste “insolite” della professoressa; il giudice che si appella all’onore da attribuire alle istituzioni, e pertanto nessuno può permettersi di gettare sospetti sul comportamento dell’insegnante. Il padre che osa protestare perché si è rifiutato di adempiere a un favore richiesto dalla professoressa e ora sua figlia, che studia con diligenza, continua a prendere brutti voti Il padre grande, grosso e un po’ ignorante (il personaggio più riuscito) che dirige una palestra di pugilato e che alla fine decide anche lui di mettersi dalla parte dei contestatori perché nella sua fierezza non permette che nessuno si comporti in modo disonesto con suo figlio.

Il film grazie a un’ottima regia e ad attori tutti bravi, di descrivere in dettaglio le tante sfaccettature con cui reagiscono i genitori e i loro figli a una situazione così ambigua. Il tema è trattato senza gravità, con ironia, ma non è affatto banale: è piuttosto un quadro molto umano, fuori dal tempo e da ogni riferimento geografico, su come siamo chiamati a reagire quando la giustizia e l’onestà professionale vengono violate 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NEW LIFE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 07/13/2017 - 22:03
 
Titolo Originale: A New Life
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Drew Waters
Sceneggiatura: Erin Bethea, Candice Irion
Durata: 88
Interpreti: Jonathan Patrick Moore, Erin Bethea

Ben e Ava si conoscono fin da ragazzi, hanno frequentato la stessa high school, fino al fatidico ballo di fine corso, quando Ben, con un’orchidea nell’occhiello della giacca, è passato a prenderla. Si sono separati temporaneamente durante il periodo universitario (lui ha studiato architettura, lei per diventare insegnante) ma alla fine hanno scoperto di non poter fare a meno l’uno dell’altra e si sono sposati. Sono nati alcuni motivi di litigio (lui è troppo impegnato nello studio di architettura di suo padre e trascura Ava) ma alla fine l’amore reciproco ha fatto trovare loro la soluzione più giusta. Ma quando la loro vita sembrava ormai proseguire su tranquilli binari e stavano aspettando un bambino, una nuova sfida, più minacciosa di tutte le altre, si è profilata all’orizzonte....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lui e lei sanno costruire una unione coniugale molto solida, in grado di affrontare anche le prove più difficili
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare come si costruisce una solida unione coniugale ma lo sviluppo appare spesso prevedibile, tradisce un lavoro fatto a tavolino per dimostrare qualcosa
Testo Breve:

Lui e lei si conoscono fin dall’infanzia e alla fine si sposano costituendo una solida unione coniugale in grado di affrontare anche le prove più difficili

L’obiettivo di questo Family film è sicuramente quello di realizzare un elogio alla solidità familiare. Non c’è niente di speciale da sottolineare nell’incontro di due ragazzi che sono amici fin dall’infanzia, che da adolescenti sognano di solcare l’Oceano su una barca a vela o che lui invita lei  al prom, il ballo di fine liceo, Molto più interessanti sono i capitoli suggestivi quando, entrambi studenti universitari (in università diverse) litigano fra loro furiosamente perché ognuno sembra anteporre ai loro appuntamenti, ormai abituali, altri impegni o quando in seguito, ormai sposati, litigano perché lui, che sta progredendo nella sua carriera di architetto,  finisce per trascurare la moglie. Viene espressa molto bene in queste occasioni un’importante verità: è proprio litigando, quando sembra che per orgoglio l’unica soluzione sia quella di lasciarsi, che si percepisce molto bene quanto questa ipotesi sia assurda perché ormai è evidente, al cuore di entrambi,  che l’uno non può più vivere senza l’altra. Si litiga perché è inevitabile avere punti di vista diversi ma al contempo non si vede l’ora che il litigio finisca perché la sofferenza di restare distanti è troppo grande.

Accanto al tema di come si costruisce, giorno dopo giorno, una forte intesa coniugale, se ne inserisce presto un altro, quello della malattia, che viene a sconvolgere gli equilibri affettivi e il senso stesso della vita, che sembrava così saldo in entrambi (perché sono sempre le donne ad ammalarsi in questi film iper-romantici?).

Si tratta di un percorso molto diverso dal precedente, questa volta fatto in solitaria, sia pur con la solidarietà dei parenti ed amici che sono pur sempre “altri” e non si tratta più dell’altra metà di se stesso.

Questo Family film può anche esser definito un Christian film? Si e no. In una rapida sequenza, marito e moglie con i genitori di lui sono a tavola e recitano le preghiere prima dei pasti. A parte questo riferimento esplicito, non ci sono altre situazioni dove Ben ed Eva correlano il senso della loro vita all’azione provvidenziale divina. Ciò è particolarmente vero nella seconda parte del film, quando il dramma della malattia li colpisce duramente.  Li vediamo fino alla fine impegnati in una bellissima gara di incoraggiamento reciproco e ognuno dei due sembra trovare il senso di se stesso nell’altro: alla fine il circuito del loro amore diventa l’unica fonte di energia vitale da cui riescono ad alimentarsi.

“Ci sono rari, lucidi momenti dove tutto sembra a posto e tutto sembra possibile; ci sono altri momenti dove sembra che nulla abbia senso e attendiamo una risposta che non sembra arrivare mai. Ma sono tuti momenti, belli e brutti, che fanno la nostra vita e la cosa più importante riguardo alla vita è proprio viverla”: è l’unica riflessione che fa Ben sul senso della vita, dove non traspare nessuno sguardo  trascendente ma quasi l’atteggiamento stoico di chi accetta le cose così come sono.

Il film ha, come difetto, un eccesso di parole rispetto alle immagini. Non solo la voce narrante che interviene spesso a commentare ciò che accade ma anche le numerose volte chi i coniugi si dicono “ti amo” anche quando la loro intesa è evidente.

Il risultato complessivo è che il film esprime molto bene il valore e la forza dell’unione coniugale ma lo sviluppo appare scolastico, spesso prevedibile.

Il film è disponibile in DVD in inglese con sottotitoli in inglese

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RAGIONE E SENTIMENTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/11/2017 - 21:10
 
Titolo Originale: Sense and Sensibility
Paese: USA
Anno: 1995
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Emma Thompson
Produzione: LINDSAY DORAN - MIRAGE
Durata: 135
Interpreti: Emma Thompson, Kate Winslet

Il signor Dashwood ha avuto tre figlie: Elinor, la maggiore, di 19 anni; Marianne di 17 e infine Margaret, la più piccola. Quando Dashwood muore, la tenuta di Norland dove vivono le tre sorelle con la madre, passa interamente al loro fratellastro John, in quanto primogenito, secondo le leggi del tempo che non prevedevano che le donne potessero ereditare. John, con sua moglie Fanny, si insedia presto a Norland e le Dashwood sono trattate come ospiti “non benvenute” nella loro stessa casa. Arriva nella tenuta Edward Ferras, il fratello di Fanny, un giovane sensibile e timido che stabilisce una forte intesa con Elinor. Le Dashwood trovano una provvidenziale sistemazione nel Barton Cottage, messo generosamente a loro disposizione da Sir John Middleton, un cugino della signora Dashwood. La casa di sir John è frequentata dal colonnello Brandon, non più giovane, che non tarda a sentire attrazione per Marianne, anche se le sue speranze vengono presto deluse: Marianne si innamora a prima vista del bel John Willoughby, che ha occasionalmente conosciuto quando lui l’ha soccorsa dopo esser scivolata sul prato bagnato. Le due sorelle resteranno presto deluse: Elinor viene a sapere che Edward è già segretamente fidanzato con una ragazza, Lucy, cugina di Lady Middleton, mentre John Willoughby si congeda frettolosamente da Marianne senza dare spiegazioni. Alle due sorelle non resta che consolarsi a vicenda, quando...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista Elinor esercita in modo eccelso la virtù della prudenza, non disgiunta da un disinteressato altruismo per il bene e la felicità degli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una superba Emma Thompson dà vita a una ricostruzione impeccabile del racconto di Jane Austen sia come attrice che come sceneggiatrice
Testo Breve:

Da uno dei capolavori di Jane Austen, la giovane Elinor sa sempre come è giusto comportarsi secondo la virtù della prudenza, nella cattiva come nella buona sorte 

Potrebbe essere inutile domandarsi come mai i romanzi di Jane Austen, ambientati all’inizio dell’800, continuino a interessare tanto ancora oggi. In effetti, a parte il piacere di leggere un romanzo scritto benissimo (e  Emma Thompson, nelle vesti di sceneggiatrice, è stata molto brava a metterlo in scena) le condizioni sociali descritte sono molto distanti da quelle attuali. “Le donne non possono ereditare e neanche realizzarsi con il lavoro; voi erediterete la vostra fortuna, noi non possiamo neanche guadagnarcela” commenta, rassegnata, Elinor mentre passeggia con Edward. Di fatto l’innamorarsi, lo sposarsi e il metter su famiglia diventa, per una donna, l’unico senso possibile da dare alla vita e la propria rispettabilità costituisce il valore primario da custodire. Alcune scene, dove si vedono le sorelle Dashwood che si ricompongono in fretta e si emozionano al solo vedere in lontananza un giovane che sta arrivando alla loro casa, potrebbe far inorridire tante femmministe di oggi. Era quasi d’obbligo, nei racconti di quel tempo (anche in  questo Ragione e Sentimento accade) la presenza di uomini che approfittavano di una ragazza di rango inferiore, non riconoscevano il figlio nato dalla loro relazione e quest’ultima, per mantenersi, era costretta a prostituirsi. Un uomo, dal canto suo, non poteva liberamente sposare la ragazza che amava: se questa era di rango inferiore, veniva diseredato. Da qui il ricorso, anche in questo racconto, al fidanzamento segreto.

La risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio sta proprio nel fatto che, pur all’interno di una struttura sociale così diversa da quella odierna, uomini e donne si trovano, ieri come oggi, ad affrontare e risolvere al meglio i loro problemi e i protagonisti di questa trasposizione cinematografica del romanzo di Jane Austen affrontano dubbi etici che sono assolutamente attuali mentre le due sorelle Dashwood finiscono per simboleggiare due modi contrapposti di rapportarsi con la realtà.

Il comportamento di Marianne, che spontaneamente, fin dal primo incontro, non nasconde i suoi sentimenti nei confronti di John Willoughby nonostante gli inviti alla cautela di Elinor che le suggerisce di conoscerlo prima meglio, potrebbe sbrigativamente venir classificato come l’esternazione di una ragazza che non riesce a controllare le proprie passioni. In realtà Marianne si comporta in quel modo perché è convinta che i sentimenti abbiamo una capacità di “vedere”, sia pur in modo istintivo, la realtà delle situazioni, maggiore che non utilizzando la fredda ragione. Il suo modo di comportarsi, sempre estroverso,  appassionato, non è solo espressione di un temperamento solare ma di una precisa filosofia di vita.

Per converso Elinor, la “contabile di casa”, che controlla che non vengano fatte spese superiori alla  rendita mensile della famiglia, che è paziente nell’attendere che Edward le manifesti i suoi sentimenti, che non esterna la sofferenza che gli ha comportato la notizia che il suo amato è segretamente fidanzato con un’altra, per mantener fede all’impegno d’onore che ha preso di non rivelare questo segreto, viene rimproverata da Marianne per non avere il coraggio di combattere per la sua felicità, di comportarsi  solo secondo criteri di “prudenza, onore, dovere” e potrebbe apparire una seguace dell’ etica del dovere kantiano.

In realtà lei si muove secondo una visione indubbiamente superiore, nella quale riconosce che esistono valori che trascendono la ricerca dei propri interessi e che è giusto perseguire. Non riesce ad esser adirata con Edward, perché riconosce onestamente che il suo comportamento è stato corretto: il suo fidanzamento segreto era stato definito prima che conoscesse lei e il fatto che ora non se la senta di rompere il patto,  gli fa solo onore. “E’ ammaliante l’idea che la felicità di qualcuno sia interamente nella mani di una persona”: afferma Elinor, che antepone alla sua felicità l’apprezzamento delle virtù di Edward. Quando verso la fine, scoppierà in un pianto liberatorio allo scoprire che i suoi desideri si stanno avverando, qualche critico ha osservato che le due sorelle hanno finito per avvicinarsi: Marianne ha imparato dai suoi errori a essere più controllata mentre Elinor, alla fine, riesce a  esprimere con più libertà i suoi sentimenti. In realtà, a mio avviso, l’atteggiamento di Elinor resta superiore: ha applicato la virtù della prudenza, dominando i suoi sentimenti fino alla fine, concentrandosi piuttosto sul bene degli altri. Solo quando ha avuto la certezza di  una speranza concreta per la sua felicità, non ha posto più freni nel mostrare pienamente i suoi sentimenti.

Anche altri personaggi sono espressione di una fine sensibilità: il colonnello Brandon, pur essendo a conoscenza di alcuni comportamenti sbagliati di John Willoughby, non cerca di screditarlo agli occhi di Marianne per avvantaggiare la sua posizione; dirà tutto quello che sa solo quando ormai Marianne è stata abbandonata e il venire a conoscenza di una certa la verità può costituire per lei una forma di consolazione.

La signora Dashwood, si rifiuta, nonostante le sollecitazioni della figlia Elinor, di chiedere a Marianne se ha ricevuto una promessa di matrimonio: lei non vuole e non può costringere la figlia a confidarsi: si confiderà solo quando lei vorrà.

Alla fine, sarà ancora una volta l’esempio delle due sorelle a offrirci il messaggio più edificante: la loro visione della vita, così diversa, non diminuisce di un millimetro l’affetto reciproco che esse provano; l’una soffre per le difficoltà dell’altra ma è pronta a partecipare anche alle sue gioie.

L’adattamento per il cinema del romanzo di Jane Austen realizzato da Emma Thompson si può definire ideale, come afferma Armando Fumagalli nel suo saggio “I vestiti nuovi del narratore” (editrice Il Castoro). Si tratta di un eccellente lavoro di cambiamenti, spostamenti piccoli e grandi per “far sì che lo schermo potesse rendere i valori e i personaggi del romanzo con la massima fedeltà sostanziale, ma anche con la massima comunicatività ed efficacia per uno spettatore del XX secolo”. I premi ricevuti alla sceneggiatura lo confermano: Oscar 1995 (sceneggiatura non originale) e Globo d’Oro 1966.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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