Dramma

TRA LA TERRA E IL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/01/2016 - 11:17
Titolo Originale: Masaan
Paese: India, Francia
Anno: 2015
Regia: Neeraj Ghaywan
Sceneggiatura: Varun Grover
Produzione: RISHYAM FILMS, MACASSAR PRODUCTIONS, PHANTOM FILMS, SIKHYA ENTERTAINMENT, IN COPRODUZIONE CON PATHÉ, ARTE
Durata: 103
Interpreti: Richa Chadda, Vicky Kaushal, Sanjay Mishra, Shaalu Gupta

Benares (Varanasi) al giorno d’oggi. Devi ha un incontro con il suo fidanzato ma la polizia irrompe nell’appartamento dove si sono rifugiati: rischiano una denuncia per comportamento indecente. Il ragazzo si chiude in bagno e si suicida. Devi deve cambiare città e lavoro per evitare lo scandalo mentre il padre (la madre è morta da tempo) è costretto a pagare un’ingente somma a un poliziotto corrotto per evitare che la sua famiglia venga disonorata. Deepak è uno studente di ingegneria e si innamora di un’altra studentessa, Shaalu, che però appartiene a una casta elevata, mentre Deepak è un dom, membro cioè della casta che ha il compito di cremare i cadaveri. La famiglia di Shaalu non accetta che i due ragazzi si sposino, ma Shaalu gli promette sostegno e gli chiede solo di avere pazienza. Deepak accetta ma la loro relazione avrà un risvolto inaspettato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non c’è una particolare tensione etica nel film (il poliziotto che corrompe appare nella norma) ma solo una dolente rassegnazione a un fato indecifrabile
Pubblico 
Pre-adolescenti
Una rapida scena, senza nudità, di incontro amoroso
Giudizio Tecnico 
 
Stupenda fotografia per un racconto di storie parallele che sembrano procedere senza una logica che li unisca, se non per un destino che appare indecifrabile. Premio Fipresci a Cannes 2015
Testo Breve:

Due storie di amori giovanili  a Benares, la città santa degli indù. Un conflitto fra passato e presente, fra nuove e vecchie generazioni, una stupenda fotografia del Gange e della città santa

Si parla tanto di Bollywood e finalmente ecco una produzione indiano-francese che non cerca di imitare Hollywood ma che ci introduce in una realtà squisitamente indiana: come personaggi, come storia e come ambientazione. Il racconto si svolge a Benares (ora Varanasi), la città santa degli induisti e se c'è un livello di eccellenza in questo film lo troviamo proprio nella bellezza della fotografia, sopratutto nelle riprese notturne, quando il Gange si illumina dei mille riflessi dei falò che ancora restano accesi a bruciare i corpi dei morti (ogni induista desidera che vengano sparse le proprie ceneri nel Gange e il titolo originale del film, Masaam, vuol dire appunto crematorio).

Che si tratti di un film con sensibilità diversa da quella occidentale, lo si nota subito da alcune sequenze un piccolo orfano, particolarmente vivace, viene sgridato a suon di scappellotti. Credo che una scena di questo genere non si veda nel cinema occidentale almeno dagli anni '50. Anche la scommessa che ogni giorno fanno gli adulti sulle rive del Gange su quale dei tanti orfanelli che si cimentano riuscirà a prendere più monetine sul fondo del fiume, con il rischio di restare soffocati, è una sequenza che viene ripresa più volte in modo acritico, come una consuetudine di quella città.

Tre storie avanzano in parallelo: la giovane Davì, colta dalla polizia a letto con il suo ragazzo, deve trovare un nuovo lavoro per evitare i pettegolezzi; l'amore, tenero ma impossibile, fra i due studenti universitari Deepak e Shaalu, forse l’episodio più felice e luimnoso del film, che debbono gestire assieme il problema, che appare insormontabile, della loro differenza di classe; infine il padre stesso di Davì che viene catturato dal demone della scommessa e che non esita a sfruttare un piccolo orfanello perché lo faccia vincere durante le gare sulla ricerca delle monetine nel fiume.

Le tre storie si muovono in modo autonomo; saranno alcuni eventi fortuiti a riunirle verso la fine (in questo ricorda molto Babel del regista Alejandro Gonzàlez Inàrritu) ma tutte comunque sono attraversate da tragici eventi.

Al film si possono dare diverse chiavi di lettura.  Nei suoi risvolti sociali, il film può essere interpretato come una denuncia verso certe tradizioni radicate che soffocano la libertà dei giovani (le differenze di casta, le leggi contro le relaioni fuori del matrimonio). Una denuncia che viene aggravata dal fatto che chi detiene autorità, nella società indiana,  non costituisce un modello positivo: è il caso del padre di Davì e del polziotto corrotto. Si tratta comunque di una lettura che potrebbe risultare troppo occidentale: è noto infatti che le caste ci sono, in una visione induista, non per qualche ingiustizia compiuta dagli uomini ma perché esiste il samsara, la perenne incarnazione in nuove vite, in una casta superiore o minore a seconda del iudizio che viene dato al nostro comportamento.

Un’altra lettura, anch’essa squisitamente occidentale, può considerare eccessivo il livello di sventure in cui incorrono i nostri giovani, conseguenza di una debole sceneggiatura che vuole caricare il racconto di tinte particolarmente melodrammatiche.

La lettura giusta potrebbe essere un’altra: l’esistenza di un fato imperscrutabile al di sopra della comprensione umana, la vita come illusione (māyā), l’uomo afflitto da una sorta di ignoranza metafisica (avidyā), costretto a contemplare eventi che sembrano accadere accidentalmente e che l’uomo non è in grado di decifrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JULIETA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/25/2016 - 17:39
Titolo Originale: Julieta
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: EL DESEO
Durata: 96
Interpreti: Emma Suárez, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta

Julieta è una giovane insegnate di letteratura classica che inizia una relazione con un pescatore dalla vita sentimentale complicata. Da lui ha una figlia. Una serie di circostanze sgradevoli e drammatiche, un tradimento e un tragico evento, rovineranno l’armonia e la felicità familiare di Julieta.  

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Almodovar propone un modello di donna molto bella, ma debole e depressa, incapace di reagire di fronte agli eventi. Julieta è completamente concentrata su se stessa e carica la propria figlia della responsabilità della propria felicità. La sua storia è assai articolata ma esasperata da una drammaticità eccessiva e poco realistica
Pubblico 
Maggiorenni
Adulti, a causa di una storia complessa e due scene erotiche
Giudizio Tecnico 
 
Una regia pregevole, ottime musiche e una fotografia ben composta per un soggetto inesistente. Bravissime le interpreti, Adriana Ugarte, nei panni della Julieta giovane, ed Emma Suarez, la Julieta più matura, alle quali viene applicato anche uno straordinario lavoro di trucco che le fa sembrare davvero la stessa persona in epoche diverse della vita
Testo Breve:

L'ultimo film di Pedro Almodovar conferma il suo stile: ottimo narratore e regista, in grado di dirigere efficacemente le protagoniste ma questa volta la sceneggiatura è inesistente

Pedro Almodovar sa raccontare storie e anche in questo suo ultimo lavoro si conferma un ottimo narratore e regista, soprattutto per aver saputo confezionare un film del tutto privo di sostanza che incredibilmente però non annoia il pubblico. Julieta è ispirato a tre diversi racconti di Alice Munro condensati in un’unica storia sul rapporto di una madre con sua figlia.

Il racconto procede attraverso lunghi flash-back, comincia da prima ancora che la bambina di Julieta nascesse, quando una giovane insegnante di letteratura classica durante un viaggio in treno conosce per caso l’uomo che diventerà il padre di sua figlia. A cominciare da questo primo incontro Almodovar si sforza di gettare una luce drammatica e triste su tutta la storia. Quasi come una sorta di maledizione, l’incontro dei due amanti infatti avviene sullo sfondo di un tragico evento. Tuttavia nel voler caricare di pathos la storia, anche laddove è difficile trovarne, si percepisce una forzatura narrativa che si protrae lungo tutto il corso del film. Ogni circostanza viene vissuta dalla protagonista e mostrata al pubblico con drammaticità esasperata ed eccessiva.

Julieta è certamente una donna provata da un grande dolore che si trova a perdere pian piano tutta la gioia dei suoi affetti più cari, ma al tempo stesso è anche un personaggio fragile, limitato e del tutto irresoluto, si fa carico di colpe che non ha, ma non prova mai a reagire e si lascia immobilizzare completamente dalle difficoltà della vita. Almodovar propone un interessante modello di donna: le due attrici che interpretano la Julieta giovane, Adriana Ugarte, e la Julieta più matura, Emma Suarez, sono due donne, ciascuna a modo suo, molto affascinanti esteriormente ma la protagonista resta un personaggio privo di vigore e di determinazione, il cui dolore è esageratamente esasperato.

La figlia di Julieta sembrerebbe, verso metà del film, l’unica che, da un punto di vista femminile, potrebbe risollevare le sorti della storia, ma purtroppo resta una presenza sfumata, distante e debole, quasi solo un pretesto. Mentre la presenza dei personaggi maschili è quasi del tutto inesistente. Gli uomini di Almodovar sono figure castrate, come la scultura che compare a più riprese nel film, sono personaggi o inaffidabili da un punto vista sentimentale o poco rilevanti da un punto di vista narrativo. Persino le scene erotiche, soprattutto la prima, risultano passaggi simbolici poco utili ai fini del racconto.

Tutto ruota intorno a Julieta e alla sua perduta felicità. Il vero problema di Julieta a ben vedere è proprio quello di aver riposto nei suoi cari, nella figlia in particolare, la sua ragione di vita e la sua sola fonte di gioia: una responsabilità e un carico eccessivo per chiunque e soprattutto per una ragazza.

Al termine della storia Almodovar chiude il cerchio, ma, sebbene rimanga la straordinaria abilità narrativa di un cineasta di grande esperienza, il finale arriva scontato e ancora una volta forzato e poco realistico.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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FIORE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/25/2016 - 17:36
Titolo Originale: Fiore
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Claudio Giovannesi
Sceneggiatura: Claudio Giovannesi, Filippo Gravino, Antonella Lattanzi
Produzione: PUPKIN PRODUCTION, IBC MOVIE, CON RAI CINEMA
Durata: 110
Interpreti: Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Valerio Mastandrea

Daphne e Josh sono due ragazzi reclusi in un carcere minorile, una nell’ala femminile e l’altro in quella maschile. I due si conoscono e cominciano a frequentarsi a distanza e nonostante la separazione a cui sono costretti ;tra loro nasce un sentimento d’amore forte e profondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Fiore racconta la storia semplice di un amore genuino e fresco che nasce nel grigiore di un carcere e mostra come anche nel mezzo di una realtà dura e spietata creata da un modo incapace di prendersi cura dei sui figli, sia possibile ritrovare speranza e affetto. I due protagonisti si comportano con l’impulsività di due ragazzi che conoscono l’amore per la prima volta, ma il racconto mantiene la tenerezza e l’innocenza di un sentimento pulito e sincero. Gli addetti alla vigilanza e all'intrattenimento nel carcere sono persone attente e comprensive delle esigenze di questi ragazzi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di nudo femminile
Giudizio Tecnico 
 
Il film è stato realizzato ponendo grande attenzione agli aspetti più realistici della vicenda, sia dal punto di vista della costruzione dei personaggi che da quello della riproduzione degli ambienti. Gli interpreti sono ragazzi che, in un modo o nell’altro, veramente hanno vissuto la dura realtà criminale giovanile e il luogo in cui è stato girato il film è stato in passato un vero carcere minorile. Tutto ciò conferisce realismo e credibilità alla storia senza appesantirla indugiando troppo sugli aspetti sociologici della vicenda.
Testo Breve:

Daphne e Josh, due adolescenti dediti al furto, si trovano nello stesso carcere minorile. Una semplice e realistica storia d'amore non appesantita da analisi sociologiche

Una storia d’amore, né più né meno: questo è Fiore. Una storia antica come tutte ma attuale e assai moderna, semplice come un fiore, appunto, ma che coinvolge dall’inizio alla fine. Fiore è stato scelto per il programma della Quinzaine des Rèalisateurs, sezione parallela del Festival del Cinema di Cannes 2016, e in quell’occasione il giovane regista Claudio Giovannesi ha spiegato che il film è nato per raccontare la storia di un giovane amore che nasce e cresce nonostante distanze, ostacoli, separazioni e difficoltà.

Josh (Josciua Algeri) e Daphne (Daphne Bonori) sono i protagonisti: un Romeo e una Giuletta contemporanei immersi nel duro mondo della delinquenza minorile e separati dal rigore della detenzione, disperatamente desiderosi di libertà e di una vita normale. Daphne è un’adolescente introversa, con una famiglia problematica alle spalle, che finisce arrestata per rapina. È profondamente innamorata di suo padre Ascanio, anche lui ex- detenuto, che però non può occuparsi di lei, interpretato in modo autentico e convincente da Valerio Mastandrea.

Nel carcere minorile in cui è detenuta per scontare la sua pena, Daphne si ritrova per caso a conversare con un ragazzo, anche lui recluso nell’ala maschile per rapina. Tra le grate che separano i due cortili e le sbarre delle finestre, con sguardi in lontananza e biglietti clandestini, i due giovani coltivano il loro rapporto in modo sempre più profondo, anche a rischio di ricevere dure sanzioni.

Nonostante la durezza dei loro caratteri, tra i due protagonisti sboccia un sentimento intenso, delicato e sincero, che li aiuta a sopportare la pesantezza della loro condizione di vita, attuale e passata, e a trovare un loro speciale spazio di libertà.

Fiore riesce davvero a rappresentare in modo vivido e realistico il mondo di due adolescenti immersi in un qui e ora che non conosce futuro, ma solo la felicità del presente. Per questo sono anche capaci di non giudicare troppo gli altri e possono continuare a sperare ancora nel bene. Il regista, che per realizzare questo film ha visitato diversi carceri minorili per comprendere e rappresentare al meglio questa realtà, ha raccontato di aver scoperto con stupore che i ragazzi, anche quando hanno commesso dei reati, ancora mantengono un fondo di purezza e genuinità che li salva.

Fiore non nasconde i turbamenti adolescenziali e sessuali che i ragazzi continuano a vivere anche in mezzo al rigore della vita carceraria, eppure in questa storia ogni rapporto affettivo mantiene un fondo di tenerezza, innocenza e dolcezza proprio di quei giovani alla disperata ricerca di un affetto vero e disinteressato. Perché sono proprio l’amicizia e l’amore che alimentano la speranza in una vita migliore in questi ragazzi cresciuti in un mondo di adulti spietato e opportunista.

Nel cercare di vivere il loro amore Daphne e Joshua sono consapevoli di rischiare molto ma le loro scelte, sicuramente impulsive e incoscienti, sono dettate dal solo desiderio di condividere qualche istante di felicità con l’altro. Come due bambini in loro non c’è malizia ma solo il bisogno di un affetto mai conosciuto prima.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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LA PAZZA GIOIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/18/2016 - 18:00
Titolo Originale: La pazza gioia
Paese: Italia, Francia
Anno: 2016
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesca Archibugi, Paolo Virzì
Produzione: 01 Distribution
Durata: 116
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Anna Galiena, Valentina Carnelutti, Marco Messeri

Beatrice Morandini non alza un dito per aiutare le sue compagne nei lavori di giardinaggio che svolgono nella comunità di accoglienza e terapia in cui sono rinchiuse: il suo lignaggio non glielo consente ma in compenso le dirige tutte con competenza e autorità. Donatella Morelli è più giovane, ha un aspetto malfermo ed è sempre triste: si porta dentro la sofferenza di aver perso la custodia del figlio, che ora ha trovato una famiglia adottiva. Donatella non ama Beatrice, perché si sente troppo superiore alle altre ma quando entrambe si trovano di fronte alla possibilità di scappare, decidono di farlo insieme…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alcuni protagonisti secondari del film (operatori sanitari, una coppia di genitori adottivi) mostrano di avere grande sensibilità umana ma la famiglia non è ben rappresentata: l’egoismo dei singoli impedisce loro di prendersi cura dei componenti più deboli.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena sgradevole di una madre che tenta il suicidio trascinando con se il proprio figlio
Giudizio Tecnico 
 
Il film si sostiene grazie alla poderosa bravura di Valeria Bruni Tedeschi e di Micaela Ramazzotti e a una sceneggiatura sensibile alle disabilità. La regia presenta alcune ripetizioni e alcune stanchezze
Testo Breve:

Due donne mentalmente instabili riescono a fuggire dalla comunità dove sono segregate. Un road movie senza meta con una magnifica Valeria Bruni Tedeschi. Una sceneggiatura sensibile e piena di comprensione nei confronti di chi non può esser padrone della propria vita

Il regista Paolo Virzì ha l’indubbia capacità di realizzare (con l’aiuto di ottimi attrici), personaggi che sembrano sprigionare una energia inesauribile: nei suoi film non è la storia che avanza ma sono i protagonisti che esternano se stessi e tutto ruota intorno a loro.

E’ il caso di Beatrice Morandini (interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, mai così brava): una donna dell’alta borghesia, che ci tiene a essere tale, dai modi formalmente cortesi ma elegantemente distaccati, esuberante e curiosa, che ritiene di poter entrare nella vita degli altri perché lei, con le sue conoscenze, è in grado di risolvere ogni problema. Donatella Morelli (una magrissima e trasfigurata dai tatuaggi Micaela Ramazzotti) è molto diversa: ballerina di locali notturni dal passato tempestoso, è melanconica di natura e ha una pena nel cuore: aver perso la cura di suo figlio, affidato a una coppia di genitori adottivi. Entrambe le donne mentalmente labili e con queste due attrici il film avanza da solo, in un convulso on the road estivo per le città della Toscana. A metà film si percepisce che quello che è il pregio del film finisce per diventare anche il suo difetto: una volta che ci sono noti i caratteri delle due donne, queste replicano se stesse in tutte le circostanze insolite in cui si imbattono nel loro girovagare senza meta, senza che al racconto si aggiungano contributi di rilievo, se non il rispettivo scoprirsi sempre più amiche, unite da uno stesso destino di solitudine.

Il film è il frutto di uno stretto sodalizio fra due sceneggiatori: Francesca Archibugi e lo stesso Paolo Virzì. Il film non soffre di disarmonie ma sembra spesso di poter cogliere i momenti dove prevale la mano di Francesca piuttosto che quella di Paolo. Se al secondo sono facilmente attribuibili i caratteri esuberanti delle due protagoniste, c’è una varietà di personaggi secondari, tratteggiati con grande sensibilità umana nei quali non si può non scorgere la mano della sceneggiatrice. Gli operatori sanitari della casa di accoglienza sono particolarmente attenti e premurosi nei confronti delle loro pazienti ospiti e mostrano sincero affetto per loro; molto bella è anche la figura di una coppia di genitori adottivi, attenti a cercare di comportarsi sempre secondo quello che è il vero bene del bambino.

Il film potrebbe ricordare in qualche momento Thelma e Louise ma se le due donne del film di Ridley Scott fuggivano da pesanti condizionamenti sociali; Beatrice e Donatella non riescono a sfuggire dal disordine della loro mente; potrebbe anche ricordare Il sorpasso, altro film on the road dove i due protagonisti, così diversi come storia e come carattere, si riscoprono alla fine amici. Ma potrebbe anche ricordare l’Ottavo giorno espressione di sensibile attenzione e affetto per un’altra forma di handicap  (la sindrome di Down). Con quest’ultimo condivide certe sequenze di aspirazione alla libertà (anche ne L’ottavo giorno un gruppo di ragazzi down inizia a guidare un pulmino, procurando molti disastri) che per il loro scarso realismo finiscono per apparire delle licenze letterarie.

La regia di Virzì, questa volta non è eccezionale: c’è un po’ di stanchezza a metà film e il finale rappresenta, in eccesso, quanto lo spettatore aveva già compreso da tempo. Bisogna inoltre sottolineare l’esistenza di una scena sgradevole: il tentativo di suicidio di una madre assieme al suo bambino, raccontata in soggettiva dal punto di vista della madre, quasi in forma poetica, come il raggiungimento di una pace a lungo cercata. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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PERICLE IL NERO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 05/14/2016 - 07:27
Titolo Originale: Pericle il nero
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Stefano Mordini
Produzione: Buena onda, Rai Cinem
Durata: 105
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Marina Foïs, Gigio Morra

Pericle Scalzone ha un lavoro semplice e brutale, deve intimorire i nemici del suo boss, Don Luigi, usando su di loro una violenza, più che fisica, morale. Un giorno però commette un errore grave: colpisce la persona sbagliata. Braccato, Pericle comincia la sua fuga disperata dal passato.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Pericle inizialmente sembra quasi un animale, ma lungo il percorso del film acquisisce una maggiore consapevolezza di sé. Eppure, sebbene nel corso della storia acquisisca una maggiore consapevolezza della sua individualità, gli atti violenti che continua ad usare non gli consentono di liberarsi veramente del peso del suo passato e delle sue colpe per ricominciare davvero come una persona nuova. L’ambientazione mafiosa non sembra avere alcuna finalità di denuncia ma piuttosto sembra solo un pretesto per giustificare la violenza.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scena di violenza fisica e a sfondo sessuale e scene di sesso anche pornografiche
Giudizio Tecnico 
 
Il film gode di un buon coordinamento tra fotografia, musica, recitazione e narrazione, che fanno di questo lavoro un buon noir dal sapore molto introspettivo, ma nel complesso risulta un po’ lento alla visione.
Testo Breve:

Pericle il nero ha un lavoro semplice e brutale: quello di intimorire i nemici del suo boss. Un racconto cupo e violento che sembra aprirsi a un cammino di redenzione  che in realtà resta incompiuto

Il mistero sulla professione di Pericle il nero è svelato già nelle prime scene di questo film di Stefano Moridini, interpretato da Riccardo Scamarcio, che ne è anche uno dei produttori. Pericle lavora per conto di un boss camorrista emigrato in Belgio, Don Luigi, dal quale viene inviato, più che per punire, per umiliare, fisicamente e moralmente, i suoi oppositori.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino, ma Scamarcio e Moridini hanno apportato più di una modifica rispetto al libro. La storia infatti non è più ambientata a Napoli, ma in Belgio, in un cotesto del tutto spersonalizzato. Lo stesso protagonista appare assai diverso, soprattutto nell’aspetto, dal Pericle descritto nel romanzo, quest’ultimo è più anziano, truce e del tutto privo di fascino, mentre quello interpretato da Scamarcio risulta sicuramente più virile.

Pericle il nero è un uomo senza passato, bloccato in un presente grigio, triste e vuoto. Il film più che una storia delinea i contorni di un personaggio che si scopre diverso dall’immagine che le persone intorno a lui gli hanno sempre rimandato. Inizialmente è poco più che un animale, una bestia che risponde ai comandi del suo boss in modo quasi meccanico, ma è anche un uomo solo che anestetizza i propri sentimenti e i propri pensieri con forti dosi di stupefacenti. Questo terribile equilibrio viene spezzato da un errore. Per sbaglio l’uomo, durante una spedizione punitiva nei confronti del parroco del quartiere, che sembrava aver osato diffamare il boss, colpisce una donna innocente.

Pericle si scopre capace di uccidere e comincia così una fuga da se stesso e dal mondo violento in cui era sempre vissuto, il solo che lui conoscesse. Il protagonista compie un viaggio attraverso la propria oscurità interiore alla ricerca di un'umanità che lo tormenta ma non lo redime e non viene mai del tutto fuori.

Lungo il succedersi delle poche vicende del film, Pericle in realtà sprofonda sempre più verso il basso per scoprire la sua vera natura, ma, pur riuscendo ad affrancarsi da una realtà che lo affossa come persona nella sua dignità, non si riscatta mai veramente. Con una donna, che incontra per caso a Calais, scopre che dietro la sua brutalità vive il desiderio di costruire dei legami familiari fondati sull’affetto. Prende coscienza di se stesso come individuo autonomo, ma in realtà non riesce a trovare una strada per migliorarsi e per distaccarsi dalla violenza e disumana a cui è abituato.

Man mano che scopre la verità sul suo passato, sia recente che lontano, nasce in Pericle un desiderio di vendetta, contenuto e misurato, ma che lo trasporta in un nuovo tipo di oscurità.

Fotografia, regia e recitazione vanno di pari passo e si sviluppano sugli stessi toni grigi e mesti del mondo interiore del protagonista creando una indiscutibile armonia d’insieme. Meno apprezzabile è l’abuso un po’ ritrito del tema mafia e dintorni, che in questa, come in altre produzioni, sembra rivolto soprattutto a voler giustificare la narrazione di storie violente e crude, ricche di immagini e scene dal forte impatto dure da sostenere.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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MONEY MONSTER - L'ALTRA FACCIA DEL DENARO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/13/2016 - 11:04
Titolo Originale: Money Monster
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Jodie Foster
Sceneggiatura: Jamie Linden, Alan DiFiore, Jim Kouf
Produzione: SMOKEHOUSE PICTURES, ALLEGIANCE THEATER, SONY PICTURES ENTERTAINMENT (SPE), TRISTAR PICTURES, VILLAGE ROADSHOW PICTURES
Durata: 98
Interpreti: George Clooney, Julia Roberts

Il celebre presentatore televisivo finanziario, dalla vita agiata, Lee Gates e la regista del suo programma Patty si ritrovano improvvisamente catapultati in una situazione di pericolo quando il giovane Kyle Budwell,disperato per aver perso tutto a causa di un investimento sbagliato, suggerito dal programma , fa irruzione nello studio televisivo in cui è in corso la trasmissione, sequestrandoli con l’uso delle armi. In una lunghissima diretta al cardiopalmo, seguita da milioni di persone con il fiato sospeso, Lee e Patty sono costretti a lottare contro il tempo per dare risposte all’attentatore e per svelare cosa si nasconde dietro una cospirazione , cosa è accaduto davvero, e chi ne è responsabile.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Film adatto ad un pubblico adulto (o comunque ragazzi accompagnati da adulti) per i temi trattati e la presenza di alcune scene di violenza.
Pubblico 
Maggiorenni
Film adatto ad un pubblico adulto per i temi trattati e la presenza di alcune scene di violenza.
Giudizio Tecnico 
 
Un prodotto ben fatto, con una regia dinamica, mai banale, dal ritmo serrato,.La sceneggiatura è scritta accuratamente. George Clooney rende magistralmente la parabola di un uomo che sembra concentrato solo su se stesso, se che invece si dimostra animato da un forte senso di giustizia, mentre Giulia Roberts è fin troppo perfetta nell’accompagnarlo in questa palpitante scoperta della verità.
Testo Breve:

Un altro film sullo strapotere della finanza e sull'impossibilità di dominarla, con la connivenza dei media. Un film appassionante ma pessimista nelle conclusioni

Il denaro, con il suo fascino ammaliatore, accentratore, manipolatore e vulnerabile,domina e muove le fila nel nuovo interessante film di Jodie Foster, “Money Monster”, presentato fuori concorso alla 69 edizione del Festival di Cannes.

Jodie Foster costruisce un affascinante thriller-inchiesta, in cui, attraverso l’abilità dell’intraprendente conduttore e la determinazione della sua regista, si riescono a svelare gli squallidi meccanismi che spesso si celano al di là di grandi società finanziarie ,il tutto davanti alle telecamere che seguono, tra primi piani e panoramiche, ogni passo verso la verità.

Un film quasi metacinematografico , o meglio in bilico sui meccanismi della televisione, sui suoi tempi, i suoi spazi, i suoi ruoli, che si compone proprio in tempo reale per il pubblico in sala e per il pubblico del programma, che segue in diretta gli eventi, divenendo a sua volta uno dei protagonisti.

Money Monster è un prodotto ben fatto, con una regia dinamica, mai banale, dal ritmo serrato, in grado di creare quella giusta tensione che consente di rimanere attratti dal vortice delle azioni e di instaurare inoltre una profonda riflessione. La sceneggiatura infatti è scritta accuratamente e tratta un tema fortemente attuale in una società completamente soggiogata dal dio denaro e succube di esso, delle sue manovre e di chi lo gestisce , mostrando gli ingiusti intrighi e le atroci imposture che si compiono ai danni dei più deboli ed ingenui, grazie soprattutto ai personaggi, dotatati di spessore e in costante evoluzione, e ai loro interpreti.

George Clooney rende magistralmente la parabola di un uomo che sembra concentrato solo su se stesso, sui suoi interessi e sulla sua immagine, e che invece si dimostra animato da un forte senso di giustizia, pronto con coraggio a tutto pur di ottenerla , mentre Giulia Roberts è perfetta , probabilmente pure troppo, nei panni della sua regista e spalla, costantemente precisa nell’accompagnarlo in questa palpitante scoperta della verità.

Interessante è anche il personaggio dell’attentatore, ragazzo fragile, disperato, all’apparenza spietato, eppure solo esasperato dalla perdita e dalla truffa perpetrata ai danni suoi e di tanti altri investitori, e desideroso di dare una risposta alle sue domande, a portare a galla la verità, e a fare giustizia, anche impugnando le armi, anche infrangendo la legge, anche sfociando nella stessa ingiustizia. .

“Money Monster” si rivela quindi un film efficace, entusiasmante, tutto d’un fiato, dominato da una sottile vena di cinismo, che silenziosamente lo pervade nel delineare l’immagine di un mondo perennemente ingannato, vittima degli interessi dell’economia, dei più forti, e in cui cercare di affermare il senso di lealtà e giustizia appare difficile, se non impossibile.

 

 

Autore: Maresa Palmacci
In Televisione
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AL DI LA' DELLE MONTAGNE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/04/2016 - 21:49
Titolo Originale: Shan He Gu Ren
Paese: GIAPPONE, CINA, FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Jia Zhang-Ke
Sceneggiatura: Jia Zhang-Ke
Produzione: OFFICE KITANO INC., MK2 PRODUCTIONS, XSTREAM PICTURES, SHANGHAI FILM GROUP CORPORATION, RUNJIN INVESTMENT CO. LTD.
Durata: 131
Interpreti: Zhao Tao, Zhang Yi (IV), Liang Jing Dong, Dong Zi-Jian

E’ il 1999 e i giovani di Fenyang festeggiano il nuovo secolo cantando e ballando Go West dei Village People. Fra di loro c’è Tao, che gestisce con suo padre un negozio di cellulari e altre apparecchiature elettroniche. La ragazza è corteggiata da Zhang proprietario di una stazione di servizio che pensa solo ai migliori modi per guadagnare di più e da Lianzi, un uomo umile e gentile che lavora nelle miniere della zona. Alla fine Tao sceglie Zhang: i due si sposano e hanno un figlio mentre Lianzi decide di rifarsi una vita continuando a lavorare in miniera in una lontana regione. Nel 2014 la situazione dei tre è cambiata e lo sarà ancor di più nel 2025…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amicizia e i legami familiari restano fondamentali, anche se minati da un individualismo incipiente
Pubblico 
Maggiorenni
Una sgradevole relazione fra un giovane e una donna che potrebbe essere sua madre
Giudizio Tecnico 
 
Tecnica Jia Zhang ha una capacità insolita di raccontare armonizzando le storie dei singoli con i contesti naturali e sociali in cui vivono ma la sceneggiatura sembra perdere di coerenza nel lungo tempo che è costretta a coprire
Testo Breve:

Tre amici finiscono per disperdersi sotto la spinta disgregatrice della modernità nella Cina di oggi. Una storia appassionante ma con una sceneggiatura discontinua

Ci sono due realtà che l’italiano medio, a meno che abbia con queste rapporti diretti, conosce poco o nulla: il mondo islamico e quello cinese. Se del mondo islamico non riesce a comprendere la rabbia e l’odio che spesso si sprigiona da quelle regioni verso l’Occidente, riguardo alla realtà cinese riesce difficile la comprensione di questo misto di socialismo ed economia di mercato adottato dalla Repubblica Popolare dal 1978.

Questo film del regista Jia Zhang-Ke (Leone d'Oro al Festival di Venezia del 2006 con "Still Life) ci apre una finestra sulla Cina del terzo millennio, non nella direzione di una maggiore chiarezza ma nella conferma di una grande complessità.  Se Zhang, con il suo pensiero esclusivamente rivolto al maggiore guadagno (non a caso chiamerà suo figlio Dollar) sembra l’espressione genuina di una mentalità “capitalista”, ci lasciano nel pieno sconcerto le vicende del minatore Lianzi che, malato ai polmoni, per farsi sottoporre a un intervento chirurgico è costretto a chiedere un prestito a familiari ed amici, come se l’assistenzialismo in questo paese socialista fosse praticamente inesistente.

Per nostro conforto non siamo solo noi a porci queste domande ma è il rapporto fra tradizione e una modernizzazione selvaggia  è il tema dominate che ha ispirato il regista in questo come in tutti i suoi film precedenti. Se in Still Life (la costruzione della gigantesca diga delle tre gole, finisce per alterare profondamente la vita di antichi villaggi) il tono era riflessivo e melanconico, ne Il tocco del peccato, storie di violenza e sfruttamento sono raccontate con un cinismo sconsolato e grottesco.

In questo Al di là delle montagne il regista conferma la sua preferenza per i tempi lunghi (il racconto si svolge in tre momenti: nel 1999, nel 2014 e nel 2025) in modo che si percepiscano meglio i movimenti lenti della storia e le mutazioni degli atteggiamenti dei protagonisti. Tao, all’inizio del nuovo millennio, balla e canta l’americanissima Go West ma quando si tratta di educare suo figlio, gli impone di inginocchiarsi davanti alla bara del nonno e di offrirgli incenso, nella migliore tradizione cinese, così come gli chiede di chiamarla “Ma”, come tutti i ragazzi cinesi, e non “Mammy”.

Se il grande maestro giapponese Yasujirô Ozu, si è trovato di fronte una simile trasformazione sociale del suo paese e mostrò, soprattutto nel film Viaggio a Tokio una chiara propensione per il calore umano contenuto nelle antiche tradizioni, la posizione di Jia  Zhang-Ke rimane ambigua: non nega i vantaggi apportati dalle novità tecniche e lo sviluppo di un’economia di mercato ma al contempo non nasconde gli effetti laceranti che queste trasformazioni esercitano sulle persone, spinte verso l’individualismo e ormai incapaci di condivisione.

Questo regista e sceneggiatore ha l’indubbia capacità di raccontare storie con una passionalità meditata: le vicende e le tensioni che agitano i protagonisti vengono filtrati attraverso momenti di contemplazione silenziosa della natura: sia essa il fiume Fen che scorre a Fenyang che il freddo  oceano australiano. Sono sequenze che si ripetono con maggiore frequenza nella parte finale, in particolare negli episodi che si svolgono in Australia nel 2025, quasi a sottolineare che il tempo trascorso ha accresciuto la propensione alla riflessione dei protagonisti.

Resta il rammarico, per lo spettatore, di un’analisi svolta come dall’esterno, raccontando i fatti che avvengono ma preservando un certo pudore per quel che riguarda i drammi intimi dei protagonisti. Non sappiamo perché Tao abbia divorziato, perché Zhang, pur avendo tanto desiderato andare in Australia, non abbia voluto imparare l’inglese e perché il figlio sia diventato così astioso nei suoi confronti.

Se il regista ci ha voluto coinvolgere nei problemi della Cina di oggi, di fronte a una modernità mal digerita che finisce per distruggere i legami umani più profondi, sarebbe stato più emozionante conoscere meglio i risvolti intimi di questa rivoluzione e non solo gli effetti esterni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE DRESSMAKER

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/28/2016 - 14:52
Titolo Originale: The Dressmaker
Paese: Australia
Anno: 2015
Regia: Jocelyn Moorhouse
Sceneggiatura: Jocelyn Moorhouse
Produzione: Apollo Media, Film Art Media, Screen Australia
Durata: 118
Interpreti: Kate Winslet, Judy Davis, Liam Hemsworth e Hugo Weaving

Tilly Dunnage è una stilista d’alta moda che, dopo essersi formata in Europa per molti anni, ritorna a Dungatar, sua città natale nella rurale Australia, per accudire la madre sola e malata. Tilly torna anche per cercare di scoprire il mistero che avvolge la sua infanzia: l’omicidio di un suo compagno di scuola del quale era stata accusata e a causa del quale sua madre l’aveva mandata a studiare lontano. La giovane non ha ricordi dell’accaduto e per capire cosa davvero avvenne quando aveva dieci anni, mette a disposizione delle donne del posto la sua esperienza di sarta e aiuta tutte a migliorare il proprio aspetto

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’espediente dell’abbigliamento d’alta moda è inizialmente il divertente mezzo attraverso cui Tilly riesce letteralmente a ricucire i rapporti sospesi e distorti con i vari personaggi della sua infanzia. Tuttavia, proprio quando sembra che i diversi aspetti della sua vita stiano riprendendo forma e senso e la verità viene finalmente chiarita, la protagonista si lascia andare ad un devastante desiderio di vendetta e, invece che continuare a ricostruire, sceglie di lasciare terra bruciata intorno a se stessa.
Pubblico 
Adolescenti
Non adatto ad un pubblico di bambini per la presenza di alcune scene di forte tensione, per il linguaggio spesso volgare e allusivo e per alcune scene di nudo.
Giudizio Tecnico 
 
Un cast artistico eccellente, che dà un’ottima prova di interpretazione, accompagnato da un cast tecnico altrettanto brillante: costumi, acconciature e trucco e fotografia in particolare sono elementi grande pregio in questo film. Verso la seconda metà della storia però la regista Moorhouse sembra perdersi in un delirio narrativo
Testo Breve:

Una donna, diventata una stilista d'alta moda, torna nel suo paese natale, per ritrovare sua madfe e chiarire un passato incerto. Un western australiano di vendetta ben recitato e diretto ma con una sceneggiatura improbabile

Alta moda anni ’50, un piccolo paese polveroso e sperduto nel deserto australiano con pochi ed ottusi abitanti, un mistero, una vecchia signora folle, sarcastica e disarmante e una donna bella ed elegante che viene da lontano. Sono questi gli elementi che compongono la storia stupefacente e bizzarra di The dressmaker, ultimo lavoro della regista australiana Jocelyn Moorhouse, con una brillante Kate Winslet nel ruolo di protagonista. Tratto dall’omonimo romanzo del 2000 di Rosalie Ham, The dressmaker è una commedia dark, originale, folle e un po’ surreale,

Dangatar, Australia 1951, una giovane donna scende da un treno, elegantissima, in uno splendido abito d’alta moda e posa in terra la sua valigetta, una Singer che solleva un po’ di polvere: “Sono tornata, bastardi!”. Comincia così la storia di Tilly Dunnage, affascinante e talentuosa sarta e creatrice di moda che, dopo anni trascorsi in diversi atelier di Parigi, torna in Australia per stare accanto all’eccentrica madre Molly (Judy Devis). Ma Tilly non torna solo per recuperare il legame con Molly, in realtà sente il bisogno di far luce su un mistero che la affligge dalla sua infanzia e che fu la causa del suo allontanamento dalla madre e dal paese nativo. Tilly intende scoprire se è davvero colpevole di un omicidio, come gli abitanti di Dangatar hanno sempre voluto farle credere. Per riuscirci si espone coraggiosamente al giudizio di tutti e riesce a conquistare ciascuno con il suo fascino e le sue straordinarie abilità sartoriali. La gustosa rivalsa che Tilly riesce a prendersi costituisce anche l’occasione per ricucire, nel vero senso della parola, il rapporto profondo con la madre. Tuttavia la sua rivincita sul passato, man mano che la verità torna a riaffiorare anche nella sua mente, si trasforma sempre più in un desiderio di vendetta velenoso e devastante.

Tilly è indubbiamente una donna dalla forza incrollabile, a volte quasi aggressiva, ha dovuto affrontare sfide importanti per diventare quella che è, ma sente il bisogno di fare chiarezza sul proprio passato per scoprire davvero quale sia la sua vera natura.

The dressmaker ha il pregio di affascinare con una storia strana, drammatica, misteriosa, ma al tempo stesso follemente ironica e divertente. Il film si avvale di un cast dalle straordinarie doti interpretative. Oltre Kate Winslet, anche July Devis, sua madre, e Hugo Weaving, il pittoresco sergente Farrat, riescono a creare personaggi interessanti e originali. Tutto poi è incorniciato dalla bellissima fotografia, fortemente evocativa e pittorica, di Donald M. McAlpine (premio Oscar per Moulin Rouge!). E naturalmente costumi favolosi, di grande pregio, che producono un contrasto curioso e interessante con il desolante contesto scenografico del film.

Eppure un difetto The dressmaker lo ha e nemmeno troppo trascurabile. La storia si sviluppa su due interessanti metafore, due valori in netta contrapposizione: il ricucire e il demolire. Nella prima parte del film la grande attività di Tilly ruota tutta intorno all’atto di cucire. La giovane stilista infatti, mentre crea splendidi abiti per tutti gli abitanti del paese, sembra anche riuscire a ricreare delle relazioni significative con loro, a cominciare dalla madre con cui stringe un rapporto sempre più tenero e basato sulla complicità. Verso la seconda metà della storia però la Moorhouse sembra perdersi in un delirio narrativo. Via via che la verità viene alla luce gli intrecci tra i personaggi si complicano e Tilly si lascia andare ad un funesto desiderio di vendetta. L’esplosione finale distrugge tutto e tutti, sia simbolicamente che concretamente, tranne Tilly, che, ferita ma trionfante nella sua rivincita, non fa altro che lasciarsi alle spalle le macerie di un passato doloroso e pesante.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LUI E' TORNATO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/22/2016 - 16:13
Titolo Originale: Er ist wieder da
Paese: Germania
Anno: 2015
Regia: David Wnendt
Produzione: MYTHOS FILM, IN COPRODUZIONE CON CLAUSSEN WÖBKE PUTZ FILMPRODUKTION, CONSTANTIN FILM PRODUKTION
Durata: 116
Interpreti: Oliver Masucci, Fabian Busch, Katja Riemann, Christoph Maria Herbst

Hitler si risveglia in un parco di Berlino e inizia a passeggiare per le strade. La gente ride, crede che si tratti di un comico che si è travestito, chiede di fare un selfie con lui. Adolf invece è molto serio: si rifugia nel retrobottega di un giornalaio e inizia ad aggiornarsi: scopre così che ora esiste un potente mezzo mediatico per raggiungere la gente: la televisione. Per sua fortuna un regista in cerca di scoop lo scopre, lo presenta a una rete televisiva e organizza una serie di trasmissioni dove il supposto Adolf Hitler ha la possibilità di parlare. Il successo è clamoroso…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il vantaggio di far discutere su alcune inclinazioni sempre pericolose dell’animo umano
Pubblico 
Adolescenti
Per la complessa tematica affrontata. L’uccisione di un cane
Giudizio Tecnico 
 
Efficace sviluppo di una tesi che affronta un tema serio mantenendo un tono ironico
Testo Breve:

Se Adolf Hitler, proprio lui, non un attore, tornasse oggi, saprebbe ugualmente irretire il popolo tedesco grazie ai potenti mezzi mediatici ora disponibili? La risposta che dà questo film fa sicuramente riflettere 

L’idea è davvero originale. Cosa succederebbe se Hitler, quello vero, non un sosia, tornasse a vivere nella Berlino di oggi? Tratto da un best seller di Timur Wermes, è diventato un film nel 2015 per la regia di David Wnendt riscuotendo in patria un enorme successo.

Il film è a tecnica mista: si sviluppa come racconto (il successo di Hitler come star televisiva e poi come attore cinematografico, ingaggiato dall’ambiziosa direttrice di una rete televisiva che a Hitler ricorda tanto la Leni Riefenstahl) ma anche come reality, quando la telecamera riprende le reazioni vere della gente per strada nel vedere il sosia di Hitler, o quando viene portato nella sede dell’NPD di Berlino, il partito neo-nazista tedesco. Il film all’inizio gioca sull’effetto differenza/somiglianza fra quello che accadde nel 1933, quando Hitler prese il potere e il giorno d’oggi. Il Führer si scandalizza nel vedere tanti turchi che vede per strada e ipotizza che l’Impero Ottomano alla fine abbia vinto la guerra ed abbia conquistato la Germania; inorridisce nello scoprire che ora è una donna alla carica di primo ministro tedesco, ma al contempo le sue parole dette dal pulpito televisivo finiscono per avere un vasto seguito quando tocca il tasto dell’immigrazione senza controllo e della povertà crescente per i nativi tedeschi.

Gli autori hanno posizionato verso la fine del film l’antisemitismo del dittatore, per evitare che il gioco del “cosa succederebbe se..” finisse troppo presto.

“Anche oggi con la propaganda inganna i popolo”, dice il regista televisivo al Führer, che ormai ha capito la gravità della situazione. “Nel 1933 nessuno si è ingannato. Sono stato scelto come guida e avevo espresso le miei idee con chiarezza. Era gente comune che decise di votare un uomo fuori del comune e di affidargli il destino del proprio paese”. E’ la sua pronta risposta.

Una cosa risulta con chiarezza da questo film: Hitler è stato sicuramente un grande ammaliatore di folle e con i mezzi mediatici oggi a disposizione rispetto a quelli di un tempo, le sue capacità sarebbe enormemente potenziate. La seconda domanda arriva subito dopo: la gente ha aumentato la sua capacità critica o, nell’individualismo imperante, verrebbe irretito più facilmente? E’ una domanda a cui naturalmente non c’è una risposta ma che ritorna continuamente al popolo tedesco. Nel 2008 avevano realizzato un altro film: L’onda sull’esperimento condotto da un professore di liceo per dimostrare quanto sarebbe facile ricostituire fra i giovani una mentalità nazista. In quel caso il film ricostruiva un esperimento realmente realizzato in un liceo della California e aveva dimostrato quanto facile fosse recuperare tendenze che si credevano superate. Si tratta infatti di riflessioni valide per tutti i paesi, anche per il nostro.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ZETA - UNA STORIA HIP HOP

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/21/2016 - 17:42
Titolo Originale: Zeta - Una storia Hip Hop
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Cosimo Alemà
Sceneggiatura: Cosimo Alemà, Riccardo Brun, Paolo Bernardelli
Produzione: 999 FILMS, PANAMAFILM, IN COLLABORAZIONE CON SONY MUSIC
Durata: 100
Interpreti: Diego Germini, Salvatore Esposito, Irene Vetere, Salvatore Esposito

Alex, Gaia e Marco sono tre giovani sui vent’anni della periferia romana. Hanno stabilito fra loro un sodalizio di ferro e mentre cercano di arrotondare le loro entrate con lo spaccio di erba, hanno costituito un gruppo rap con il quale sperano di sfondare. La fortuna finalmente arriva ma solo per Alex, il cantante del gruppo, il quale decide di seguire la buona sorte entrando a far parte degli ambienti “alti” del mondo discografico. Ma la rottura del sodalizio non fa che portare nuove sventure mentre lo stesso Alex è incapace di stare alle regole del gioco del nuovo ambiente in cui si è inserito…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un giovane rapper dopo molti errori, sembra ritrovare il suo equilibrio. Il contesto in cui la storia si svolge (turpiloquio, nudità, uso di droga) non sempre necessari all’economia del racconto, ne sminuiscono i risvolti positivi
Pubblico 
Maggiorenni
Uso e spaccio di droga, frequenti nudità femminili, turpiloquio continuo
Giudizio Tecnico 
 
Brava la protagonista Irene Vetere; la regia tende a mancare di sintesi non riuscendo a concentrarsi sugli elementi essenziali del racconto. La sceneggiatura tradisce un eccesso di letteratura
Testo Breve:

Una storia di maturazione giovanile nel contesto dell’Hip Hop italiano. Il film esprime una genuina vitalità ma nel complesso manca di capacità di sintesi 

“Voglio essere fino in fondo ciò che ho sognato di essere. Non voglio fare come gli altri, non voglio giornate tutte uguali. Non mi rassegno a sopravvivere” E’ questo il programmatico Mein Kampf di Alex, che come lavoro ufficiale fa il pescivendolo, come lavoro in nero spaccia erba, come divertimento canta in una banda rap assieme ai suoi amici Marco e Gaia.

Il regista Cosimo Alemà, con gli sceneggiatori Riccardo Brun e Paolo Bernardelli hanno chiaramente voluto costruire, con questo film, un omaggio all’hip hop italiano. Lo stesso protagonista Diego Germini è un noto rapper e molti altri rapper cantano nel film.

E’ indubbio che i momenti in cui avvengono le numerose contest freestyle battle davanti a un pubblico chiassoso ed entusiasta, il film esprime una genuina vitalità e riesce a trasmettere il proprio entusiasmo per questo genere di musica, entusiasmo che sarà sicuramente ricambiato in sala da un vasto pubblico giovanile.

Come inserire queste parentesi hip hop all’interno di una storia giovanile e di un ambiente aggiornato alle ultime tendenze? Si debbono esser domandati gli autori. La scelta dell’ambiente è risultata probabilmente quasi obbligatoria: dopo il successo, soprattutto fra i giovani, della serie TV Gomorra (non a caso fra i protagonisti di questo film c’è anche Salvatore Esposito che in quella serie si è distinto per il personaggio di Genny Savastano) e di film come Suburra ma soprattutto Jeeg Robot, la periferia romana con i suoi palazzoni, le  bande di spacciatori con il loro controllo capillare del “mercato” hanno costituito per questo film il contesto di riferimento.

Le vicende dei tre giovani rimandano al contrario, ai classici temi di amicizia, amore e  maturazione. L’amicizia fra Alex e Marco costituisce l’aspetto più positivo, un legame inossidabile anche quando fra loro si inserisce la competizione amorosa. La maturazione è tutta di Alex, che stordito dal successo, esaspera le sue ambizioni fino a quel momento inespresse e solo dopo alcune sue sconfitte ritrova il buon senso e recupera gli affetti familiari.

In che modo sono stati integrati i tre ingredienti, il Rap, l’ambientazione di borgata e il racconto di maturazione giovanile?

E’ questo l’aspetto più debole di tutto il film, che non riesce a nascondere l’operazione “letteraria” che è stata fatta.  Il pescivendolo Alex, che chiaramente non è stato molto a scuola, matura delle riflessioni che scrive su un diario, che sono degne di una esercitazione universitaria di letteratura. La periferia di borgata Romana, ripresa in varie angolature, non appare reale ma piuttosto un  contesto suggestivo per gli incontri romantici fra Alex e Gaia. La regia manca di capacità di sintesi. Quando il racconto è ormai concluso, e il pubblico non si aspetta altre novità, vediamo Alex esibirsi in una Battle Hip Hop che appare come un’appendice inserita solo per far esibire alcuni rapper famosi.

Il film mostra inoltre una certa ambiguità e non manca di una certa furbizia nell’allettare il pubblico con elementi non strettamente necessari all’economia del racconto. Se il turpiloquio continuo fa “contesto di borgata”, i numerosi nudi femminili dovrebbero servire a caricare le tinte sugli ambienti gaudenti dei produttori discografici. E’ ambiguo inoltre il rapporto con gli stupefacenti: lo spaccio è la soluzione sempre pronta per chiunque si vuole raggranellare rapidamente del denaro e l’uso dell’erba costituisce una normale forma di intrattenimento. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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