Dramma

FREE STATE OF JONES

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/05/2016 - 14:41
Titolo Originale: Free State of Jones
Paese: USA, AUSTRALIA
Anno: 2016
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross
Produzione: LARGER THAN LIFE PRODUCTIONS, ROUTE ONE FILMS, VENDIAN ENTERTAINMENT
Durata: 139
Interpreti: Matthew McConaughey, Mahershala Ali, Keri Russell

Nel 1862, durante la Guerra Civile Americana, Newton Knight, un agricoltore della contea di Jones, nello stato del Mississippi, milita nell’esercito sudista come infermiere. Il suo giovane nipote muore in battaglia e, disilluso dalla guerra, Newton decide di disertare e si rifugia nelle zone paludose del Mississippi, dove incontra altri disertori e schiavi fuggiti ai loro padroni. Sotto la sua guida, i rifugiati riescono a organizzare un piccolo esercito e a sconfiggere le truppe sudiste che cercano di sgominarli, fino a costituirsi come stato autonomo della contea di Jones. Finita la guerra, la situazione degli ex-schiavi non migliora. Non vengono accettati nei seggi dove avrebbero diritto di voto e debbono subire le violenze del Ku Klux Klan...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La giusta battaglia per i diritti degli ex-schiavi negli stati del Sud, resta offuscata da alcuni comportamenti coniugali non corretti e dal gesto di diserzione del protagonista
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene con dettagli violenti e sanguinosi consigliano la visione ai maggiorenni
Giudizio Tecnico 
 
Film ben realizzato in alcune scene, con una rigorosa riscostruzione degli ambienti e dei costumi. La sceneggiatura risulta sfilacciata e cerca di affrontare troppi temi in parallelo
Testo Breve:

Durante la guerra civile americana, un soldato diserta per costituire un libero stato dove convivono bianchi e neri. Il racconto risulta poco organico, con singoli momenti interessanti

Per realizzare questo poderoso film di 139 minuti, il regista e sceneggiatore Gary Ross (regista di Seabiscuit e del primo Hunger Games) si è documentato per due anni ed ha realizzato un sito (http://freestateofjones.info/) dove giustifica, in base a documenti storici, gli eventi più significativi narrati nel film.

L’impegno profuso per immergersi in quel  momento storico traspare anche visivamente nella accurata ricostruzione dei costumi, degli ambienti e perfino nella selezione del cast. Le prime sequenze, che descrivono uno scontro fra truppe nordiste e sudiste, sono altamente drammatiche (bisogna ritornare alla sequenza iniziale di Salvate il soldato Ryan, per trovare qualcosa di simile), sono molti i particolari raccapriccianti sugli effetti delle pallottole prima e poi sulle impietose cure nell’ospedale da campo poi, dove il sangue sparso sembra impregnare tutto e tutti.

Sono immagini che servono a giustificare, dopo la morte stupidamente inutile del giovane nipote, la diserzione di Newton. Il secondo atto di questo dramma si concentra sull’ organizzazione e sulle battaglie del manipolo di ribelli che si è riunito intorno a Newton e si conclude con l’altisonante dichiarazione di indipendenza del libero stato di Jones, dove non ci saranno più ne ricchi nè poveri e ognuno potrà benificare dei frutti della terra che coltiva.

Il film poteva considerarsi ormai concluso quando inizia la terza parte, forse la più significativa: la lunga stagione della Reconstruction, del passaggio cioè, molto graduale e doloroso degli ex schiavi alla condizione di uomini liberi. Un tema che è stato molto sentito nella stagione della presidenza di Obama e che ha prodotto film di valore, come 12 anni schiavo, Selma, Lincoln e The Butler  - Un maggiordomo alla casa Bianca.

In un’altra scena-chiave del film, alcuni uomini di colore si recano alle urne per votare, cappeggiati da Newton. Sono armati e anche le persone dentro al seggio sono armate. Si tratta di una sequenza che fa ben comprendere come mai l’uso delle armi resti ancora ben radicato nella mentalità americana. Il loro voto repubblicano risulterà comunque inutile, come spiega il film, a causa di vistosi brogli elettorali. La stessa vita degli ex-schiavi era costantemente in pericolo a causa delle spedizioni punitive del Ku Klux Klan. Sono difficoltà che non avranno mai veramente fine. In un subplot che scorre in parallelo alla trama principale, veniamo a sapere che ancora negli anni 50, a un discendente di Newton e di una donna di colore venne proibito di sposare una donna bianca perchè in lui ancora scorreva un certa percentuale di sangue negro.

In film non è stato un successo commerciale negli Stati Uniti.  E’ risultato forse troppo ambizioso, ha voluto mettere troppa carne al fuoco, facendo perdere di coesione il racconto. Cerca inoltre di voler troppo dimostrare, facendosi aiutare da didascalie e filmati d’epoca, invece di lasciare che sia la narrazione stessa a far riflettere lo spettatore.

Lo stesso personaggio di Newton, pur ben interpretato da Matthew McConaughey, resta ambiguo; in certi momenti si configura come un vero difensore dei diritti degli afroamericani; in altri momenti, come lui stesso si è definito nella realtà storica, un “alleato”, probabilmente per convenienza contingente. Occorre aggiungere che la figura di un disertore non è mai simpatica così come non lo è il suo modo di gestire il suo privato: far convivere sotto lo stesso tetto la moglie, l’amante di colore e i figli avuti da entrambe le donne.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SULLY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/01/2016 - 15:47
 
Titolo Originale: Sully
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Todd Komarnicki
Produzione: Frank Marshall, Allyn Stewart, Tim Moore
Durata: 96
Interpreti: Tom Hanks, Aaron Eckart, Laura Linney

Il 15 gennaio 2009 il capitano "Sully" Sullenberger compie quello che fu poi definito il "Miracolo sull'Hudson". Con un atterraggio d’emergenza nelle acque gelide del fiume Hudson Sully salva la vita ai 155 passeggeri presenti a bordo del suo aereo di linea della US Airways. Tuttavia, nonostante il successo dell’eroica impresa, le indagini condotte successivamente dalla compagnia aerea rilevano la possibilità di un errore di valutazione da parte del capitano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è una esaltazione del lavoro ben fatto e del lavoro di squadra. Il fattore umano e la ricerca della verità dei fatti sono al centro del racconto di questa storia vera e costituiscono i valori che hanno portato questa incredibile storia a una positiva conclusione.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Anche in Sully Tom Hanks dà una prova d’interpretazione intensa e curata, mentre Clint Eastwood realizza un film estremamente attento alla verità dei fatti realmente accaduti mantenendo sempre alta l'attenzioned del pubblico
Testo Breve:

Basato su fatti realmente accaduti, un altro eroe solitario si aggiunge alla galleria di Clint Eastwood. Un uomo dotato di grande equilibro e senso di responsabilità riesce a salvare tutti i passeggeri del suo aereo e a superare le insidie di un’indagine dell’Agenzia sulla Sicurezza

“Ho trasportato più di un milione di passeggeri per più di quarant’anni, ma alla fine verrò giudicato per questi 208 secondi”; era il 15 gennaio 2009 quando un airbus della US Airways, a seguito dell’impatto in volo con uno stormo di uccelli, fu costretto a effettuare un ammaraggio di emergenza nel fiume Hudson. Al comando c’era il comandante Chesley Sully Sullenberger e la sua scelta salvò le vite dei 150 passeggeri a bordo più i 5 membri dell’equipaggio.

A distanza di quasi sei anni da quell’evento Clint Eastwood, letta la sceneggiatura tratta dal libro delle memorie del comandante Sully, realizza un film così scrupolosamente fedele alla realtà dei fatti da poter quasi essere accostato al genere documentaristico.

In Sully Tom Hanks interpreta il ruolo del protagonista della storia. Attraverso i ricordi del comandante, mentre lui stesso cerca di fare chiarezza su quanto accaduto, si ricompone il racconto di quegli istanti terribili e al tempo stesso straordinari. Eastwood documenta in modo scrupolosamente fedele alla realtà la cronaca di questo evento e dei fatti che ne seguirono senza timore di utilizzare anche un linguaggio molto tecnico. Tuttavia il regista non dimentica di analizzare e descrivere anche gli aspetti umani più importanti della vicenda, le emozioni e le paure che i protagonisti dovettero affrontare.

Nelle ore immediatamente successive al disastro aereo quello dell’Hudson fu definito un vero miracolo e il comandante Sullenberger divenne immediatamente un eroe nazionale. Tuttavia l’inchiesta avviata dall’US Airways rilevò presto delle incongruenze e dei possibili errori da parte del comandante dell’airbus. Nel processo che ne seguì Sully dovette giustificare alla commissione tecnica le ragioni di una scelta così audace e, nonostante il successo della sua impresa, dovette dimostrarne la correttezza.    

Sebbene estremamente dettagliato, Sully non rischia di annoiare o di risultare incomprensibile. Il racconto realizzato da Eastwood consente di arrivare a comprendere gradualmente insieme al protagonista stesso il vero elemento decisivo della storia, ovvero l’importanza del fattore umano. Tanto nel film come nella realtà infatti Sullemberger dimostra di avere sempre avuto a cuore al di sopra di tutto la sicurezza dei propri passeggeri, tema su cui di fatto il personaggio reale ha investito molto della sua esperienza professionale. La straordinaria vicenda di questo pilota dimostra che, al di là di tutti i calcoli e di tutte le previsioni scientifiche che è possibile eseguire a priori per prevenire e gestire eventuali disastri, l’elemento fondamentale che in circostanze di emergenza può fare davvero la differenza tra la vita e la morte è l’uomo stesso.

In Sully Eastwood racconta in modo eccellente e con estrema chiarezza che la capacità, il valore e lo spessore umano di chi ricopre un ruolo di grande responsabilità, come quello del capitano di un aereo, sono elementi fondamentali per la salvezza di molte vite. Il capitano Sullemberger ha dimostrato non solo di essere un abile pilota, ma anche una persona dotata di grande acume e forza interiore. Sully infatti, tanto nei pochi istanti in cui si trovò a dover gestire quella terribile emergenza quanto nei mesi successivi durante lo svolgimento delle indagini, non smise mai di dare la priorità assoluta al rispetto dei principi in cui credeva: la salvezza delle vite umane poste sotto la sua responsabilità e il rispetto  della verità. Grazie alla sua lucida condotta infatti 155 persone ebbero salva la vita e oggi la storia dell’aviazione può avvalersi di un fondamentale elemento di verità in più  per migliorare la sicurezza in volo. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

FAI BEI SOGNI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/26/2016 - 15:50
Titolo Originale: Fai bei sogni
Paese: ITALIA/FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Valia Santella, Edoardo Albinati e Marco Bellocchio,
Produzione: IBC MOVIE, KAVAC, RAI CINEMA, AD VITAM
Durata: 133
Interpreti: Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Nicolò Cabras, Dario Del Pero

Torino. La notte di Capodanno del 1970 succede qualcosa in casa del piccolo Massimo che, dopo aver dato la buonanotte ai genitori, si addormenta sereno. Il bambino, nove anni, è svegliato di soprassalto da grida e rumori; scopre nel corridoio di casa due uomini che sorreggono suo padre, che pare sconvolto, e incontra gli zii che premurosamente lo invitano a seguirlo a casa loro. La mattina dopo gli viene detto che la mamma sta male ed è ricoverata in ospedale. Il giorno successivo ancora, però, un sacerdote rivela a Massimo che la donna è morta, e che bisogna partecipare al suo funerale. Per il piccolo, chiaramente, è uno shock, anche perché – per tutta la vita – al dolore dell’assenza materna si aggiunge un vago alone di mistero che ne circonda la scomparsa. Massimo cresce, diventa un giornalista di successo, gira il mondo, diventa popolare ma non cesserà mai di cercare lo sguardo di amore che dai nove anni in poi gli è stato sottratto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna, né manca un’apertura al trascendente e la positiva presenza di due figure di sacerdote
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica
Giudizio Tecnico 
 
Stilisticamente, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative
Testo Breve:

Marco Bellocchio si avventura in un genere per lui insolito, l’autobiografia di altri (da best-seller del giornalista Massimo Gramellini), e lo fa con grande rispetto nei confronti della famiglia, enfatizzando l’insostituibilità della figura materna 

È una insolita escursione in territori “stranieri”, nel genere accidentato della “autobiografia di un altro” questo film di Marco Bellocchio. Non che il regista piacentino non abbia ritrovato alcuni temi ricorrenti nel suo cinema adattando il best-seller del giornalista Massimo Gramellini (così li riassume nelle note di produzione: “la famiglia, la mamma, distrutta anche materialmente […], il babbo, la casa dove si svolge la metà del film, la casa in epoche diverse, trent’anni almeno, nei quali l’Italia cambia radicalmente… e la vediamo l’Italia che cambia proprio anche dalle finestre di casa”). Però – rispetto al vessillo sbandierato nel celebre I pugni in tasca del 1965 e poi in moltissimi altri suoi film – la famiglia diventa un oggetto diverso, da maneggiare con più cura e delicatezza. È un Bellocchio senz’altro meno ideologico quello che affida alle immagini – comunque angosciose e cupe – di questo Fai bei sogni una storia che parla dell’incessante ricerca di uno sguardo materno da parte di un uomo ferito, privato dei suoi affetti più cari sin dall’infanzia, che diventando adulto impara a scoprire i contorni, la profondità del proprio dolore, fino a un principio di cambiamento che passa attraverso la scoperta della verità.

Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna. Non è un caso che tra gli sceneggiatori ci sia Valia Santella, che già aveva collaborato con Nanni Moretti e Francesco Piccolo allo script di Mia madre. Per fedeltà al testo di partenza, o semplicemente ai fatti, c’è perfino (diciamo perfino, data la conclamata idiosincrasia di Bellocchio per certi argomenti) un’apertura al trascendente. Senz’altro solo formale e non anche reale, vissuta. Eppure la Chiesa – verso cui l’autore, per usare un eufemismo, non è mai stato tenero – è rappresentata senza le consuete forzature e, per una volta, nel suo ruolo reale di accompagnatrice dell’essere umano verso la comprensione del suo destino: è un sacerdote l’unico che, nei primi giorni dopo la morte della mamma, fa un tentativo di dire la verità al piccolo Massimo. Ed è ancora un sacerdote, interpretato con classe e gigioneria da Roberto Herlitzka, a guidare i pensieri del bambino lungo un itinerario che abbraccia la fede nei suoi contenuti più semplici e insieme profondi.

Stilisticamente, però, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative, che rendono (quasi) ogni sua opera un’esperienza artisticamente elegante, in cui immergersi. Se è un bene che la psicanalisi non prenda il sopravvento sull’intellegibilità del racconto, il continuo andirivieni temporale sfilaccia la narrazione togliendole intensità. Il film sembra patire gli stessi difetti di Venuto al mondo di Sergio Castellitto, un altro adattamento di un romanzo che cercava di tenere nella stringata durata del film l’evolversi di una vita intera, con salti tra il passato e il presente, verità nascoste, guerre in Bosnia (non starà diventando un cliché?) e guarigioni interiori. Altre cose non funzionano nel film di Bellocchio (cade la credibilità della finzione nell’incontro tra Massimo adulto e suo padre, interpretato da un attore chiaramente più giovane di lui, truccato malissimo) e stavolta anche i sostenitori oltranzisti del regista hanno avuto da ridire.

Un film interessante, comunque, che registra un tentativo – da parte di un autore intellettuale solitamente impegnato e “arrabbiato” – di raccontare una storia universale che possa parlare al cuore di chiunque. Un tentativo riuscito a metà. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

SNOWDEN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/25/2016 - 12:01
Titolo Originale: Snowden
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Oliver Stone
Sceneggiatura: Kieran Fitzgerald, Oliver Stone
Produzione: BORMAN/KOPELOFF, IN ASSOCIAZIONE CON WILD BUNCH, TG MEDIA
Durata: 134
Interpreti: Joseph Gordon-Levitt - Edward Snowden, Shailene Woodley - Lindsay Mills, Melissa Leo - Laura Poitras, Zachary Quinto

Nel 2013 Edward Snowden, un brillante consulente della National Security Agency, esperto nella violazione di siti Internet di organizzazioni ritenute ostili, vola a Hong Kong per un incontro segreto con i giornalisti Glenn Greenwald ed Ewen MacAskill del quotidiano inglese The Guardian e la regista Laura Poitras. Vuole che la stampa internazionale denunci il programma messo in atto dal governo americano con lo scopo di sorvegliare a tappeto tutti i cittadini delle nazioni americane ed europee attraverso le loro comunicazioni private. A sostegno delle sue dichiarazioni, ha portato un chip di memoria contenente informazioni secretate…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film tratteggia un persona mossa da una forte tensione civile. Il suo gesto è difficile da giudicare: giusto negli obiettivi, controverso nella esecuzione
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio frequente. Una sequenza in uno strip club.
Giudizio Tecnico 
 
Oliver Stone e il protagonista Joseph Gordon-Levitt sono molto bravi nel tramutare un fatto di cronaca nella storia di una coscienza che matura progressivamente una grave decisione. Qualche eccesso di retorica sui pericoli delle moderne tecniche di comunicazione di massa
Testo Breve:

La storia di Snowden, il giovane genio informatico che decide di rivelare i programmi della CIA per mettere sotto controllo tutti gli americani. Una storia sicuramente controversa, che Oliver Stone è riuscito a trasformare nell’appassionante racconto della crisi di una coscienza  

C’è qualche somiglianza fra Oliver Stone e Steven Spielberg: non certo nello stile di regia ma in ciò che li spinge a realizzare film. Entrambi amano il loro paese, entrambi desiderano raccontarci storie di americani che si sono comportati da eroi. Spielberg, dopo Lincoln, con Il ponte delle spie ci ha fatto conoscere l’avvocato James Donovan, che era riuscito a portare a termine delle delicate trattative con i russi per liberare alcuni americani accusati di spionaggio. E’ stata l’occasione, per Spielberg, di risaltare i valori fondanti della costituzione americana attraverso la storia vera di un tranquillo eroe borghese.  Anche Oliver Stone mostra nei suoi film una forte tensione civile: nel suo ultimo Snowden compaiono frequenti riferimenti alla costituzione americana vista come garante delle libertà individuali, ma i suoi eroi sono molto più problematici. Sono eroi contro certe forme di potere che diventano abuso.  In Nato il quattro di luglio Ron, tornato invalido dalla guerra in Vietnam, diventa un leader del movimento pacifista; in JFK, Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans, cerca di smascherare le coperture che il governo ha costruito intorno alla verità sulla morte del presidente Kennedy. La vicenda di Snowden, colui che ha smascherato il progetto  dell’Intelligence americana di violare sistematicamente la privacy di tutti i cittadini,  non poteva non interessare Oliver Stone.

Alcuni critici non hanno gradito lo stile adottato da Stone in questo film, così diverso dai suoi precedenti lavori, carichi di ritmo e tensione.

A mio avviso, lo sviluppo calmo e ordinato della vicenda, sia pur animato da sapienti flash back che ci fanno conoscere gradualmente i fatti accaduti nella loro pienezza, sono coerenti con il personaggio che si vuole rappresentare.

Snowden è una persona introversa, che mantiene il pieno controllo delle sue emozioni e che riflette sempre prima di decidere. La sua è la storia del conflitto tutto interiore di una persona eticamente formata che ha un sincero desiderio di servire la sua patria (nella prima parte del film scopriamo che si era arruolato nei rangers, ma che aveva dovuto abbandonare l’Esercito per un infortunio alle gambe) perché la ritiene una casa sicura, dove tutte le libertà individuali vengono rispettate. Oliver Stone e il protagonista Joseph Gordon-Levitt sono entrambi molto bravi nel far sì che il film sia soprattutto la storia del percorso di una coscienza, che prima spera e poi resta delusa. Ovviamente non conosciamo nei dettagli la vera storia di Snowden ma Oliver lo tratteggia come un uomo dai principi etici assoluti che anche alla fine, nell’isolamento del suo rifugio a Mosca, si dichiara felice perché ha fatto quel che era giusto fare per il bene della sua nazione.

Anche la figura femminile, la sua ragazza Lindsay (Shailene Woodley) non è affatto un elemento di contorno, un alleggerimento romantico, ma costituisce la concreta, reale, proposta per una vita alternativa, che rende drammatici tutti quei momenti dove Snowden si trova a dover prendere delle decisioni irreversibili.

Il film non manca di allargarsi a riflessioni sui destini di noi internauti e cellular-dipendenti, felici di restare connessi ma a rischio continuo di venir spiati. E’ questa forse la parte meno riuscita del film, che sfocia spesso in una retorica verbale più che in linguaggio cinematografico. Anche il tema etico molto attuale, quello delle uccisioni tramite droni (approfondito molto bene in Good Kill), qui viene risolto un po’ sbrigativamente in una chiacchierata fra colleghi davanti a un barbecue.

E’ ovviamente molto difficile giudicare eticamente il gesto di Snowden, positivo come fine, ma difficile da comprendere nella sua messa in atto. Resta il dubbio se la soluzione scelta sia stata l’unica possibile o fossero all’epoca disponibili soluzioni meno invasive per la sicurezza nazionale. Resta un indubbio merito di Oliver Stone l’aver portato alla nostra attenzione una storia così rivelatrice della fragilità di un mondo sempre più interconnesso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

POVEDA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/09/2016 - 21:50
 
Titolo Originale: Poveda
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Pablo Moreno
Sceneggiatura: Pedro Delgado, Pablo Moreno
Produzione: Goya Producciones
Durata: 116
Interpreti: Alejandro Arroyo, Miguel Berlanga, Natalia Bilbao

Il sacerdote Pedro Poveda sente il dovere, come cristiano e come sacerdote, di aiutare materialmente e spiritualmente i poveri che vivono nelle grotte alla periferia di Guadix (Granada). Ottenuto il permesso dal suo vescovo, riesce ad attivare una cappella di fortuna e anche a dare una prima formazione scolastica ai bambini del luogo. Allontanato da quell’incarico perché, a giudizio del vescovo, la fama da lui raggiunta, aveva attirato le invidie di alcuni, si trasferisce nelle Asturie dove cerca di porre in atto il suo progetto: costituire della accademie che si occupassero di dare una preparazione cristiana agli insegnanti laici nelle scuole pubbliche, soprattutto donne. Si Agli inizi della guerra civile si trova a Madrid, dove ormai la sua iniziativa aveva suscitato l’ostilità del governo della seconda repubblica che voleva una educazione non confessionale. Catturato dai repubblichini, venne fucilato nel 1936.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film fa il ritratto di un santo che è stato un sacerdote a tutto tondo, con una particolare attenzione ai poveri, impegnato nel diffondere la cultura cristiana, seppe conservare la pace anche nei momenti cupi della guerra civile spagnola.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film sviluppa bene, senza enfasi e con realismo, l’opera di don Pedro Poveda e lo sviluppo dell’Istituzione Teresiana. Particolarmente riuscita l’interpretazione di Alejandro Arroyo nella parte di don Pedro
Testo Breve:

Don Pedro Poveda, ora santo, si occupò con coraggio, nella Spagna degli inizi del secolo scorso, di diffondere un’educazione cristiana fra i poveri e in particolare fra le donne

Pedro è sconsolato. Il suo progetto educativo ha trovato pochissimi sostenitori. Va in cappella e chiede alla Madonna un segno e un aiuto. Uscito dalla chiesa, , si imbatte in tre professoresse della scuola normale di Oviedo che aveva conosciuto in un'altra occasione. Sono tutte interessate al suo progetto ma don Pedro interrompe per un attimo la conversazione e corre di nuovo alla cappella. Rivolto alla statua della Madonna, le dice semplicemente: “grazie!”. E’ uno dei tanti, piccoli e grandi episodi che disegnano il ritratto di un uomo che è stato un sacerdote “fin nelle ossa”. Con un atteggiamento sempre mite ma sereno, portò sempre avanti, senza scoraggiarsi, i progetti che riteneva fossero giusti per guadagnare più persone al Signore: prima vivendo in mezzo ai poveri di Guadix; poi occupandosi dei suoi progetti di formazione, sempre ubbidiente al suo vescovo, sereno e predicatore di pace nei momenti bui della guerra civile.

Don Pedro era convinto che la diffusione di una cultura cristiana fosse un’arma insostituibile subito dopo la preghiera. Il suo impegno era rivolto soprattutto alle donne in una Spagna di quel tempo, dove l’analfabetismo femminile raggiungeva il 40% e c’erano ancora molti pregiudizi sulla necessità di una estesa istruzione per le donne. Il suo programma di costituire delle residenze universitarie femminili anticipò gli stessi governi socialisti del tempo. La sua iniziativa finì preso per scontrarsi con quei movimenti che propugnavano un’educazione pubblica rigorosamente non confessionale e le stesse ragazze, che avevano aderito al suo progetto, come viene mostrato nel film, non avevano vita facile. Vennero spesso ostacolate dai propri padri e fidanzati, che le vedevano allontanarsi dai loro compiti casalinghi.

Il film ha fatto molto bene a evitare di mostrarci la sequenza della sua fucilazione: non era necessario aggiungere della commozione a un racconto che con molta lucidità ha raccontato la storia di un sacerdote che è stato aderente alla sua missione fino alla fine. L’istituzione Teresiana da lui fondata, continuò a svilupparsi senza interruzione: dopo il riconoscimento ufficiale di Papa Pio XI nel 1924, si è diffusa in trenta nazioni d'Africa, Asia, Europa, Medio Oriente e America e conta attualmente circa 4000 membri.

Don Pedro Poveda è stato beatificato e poi canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 2003. E’ stato riconosciuto dall’UNESCO   come “pedagogo e umanista”.

Dispiace solo che il film non faccia cenno agli incontri che avvennero fra don Pedro e l’altro grande santo spagnolo del tempo: Josèmaria Escrivà, fondatore dell’Opus Dei.

Entrambi si trovavano a Madrid all’inizio della guerra civile e si possono riconoscere, nelle loro vocazioni, molte affinità: entrambi si sono concentrati nell’apostolato dei laici; entrambi hanno avuto come modello la vita dei primi cristiani. Nei confronti della guerra civile, come traspare sia nel film Poveda che in There be dragons sulla vita di san Escrivà, entrambi hanno avuto parole decise contro ogni forma di odio e della necessità di “avere pace e dare pace”.

Il film Poveda è disponibile in DVD con sottotitoli in italiano. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

KNIGHT OF CUPS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/09/2016 - 10:12
Titolo Originale: Knight of Cups
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Terence Malick
Sceneggiatura: Terence Malick
Produzione: Dogwood Films, FilmNation Entertainment, Waypoing Entertainment
Durata: 118
Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Brian Dennehy, Antonio Banderas, Wes Bentley, Isabel Lucas

Rick è uno sceneggiatore di successo e donnaiolo. Eppure le feste, i suoi tanti flirt e la carriera non riescono ad appagare il senso di vuoto che si porta dentro. Ogni relazione lo avvicina un po’ di più e in modo diverso alla conoscenza di se stesso e della vita, ma al tempo stesso lo mette in crisi, perché il mistero continua a sfuggirgli

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film racconta di un pellegrinaggio dell’uomo attraverso la ricerca della forma dell’amore, prezioso tesoro che risiede nell’intimo delle relazioni umane più vere e profonde
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene con nudità femminili. Situazioni ambigue in locali notturni
Giudizio Tecnico 
 
Malick stupisce con una fotografia che da sola realizza i più sorprendenti effetti speciali. La musica accompagna le scene ma non si sforza di indurre emozioni, colonna sonora e immagini viaggiano su strade parallele e invitano a riflessioni analoghe ma differenti
Testo Breve:

Terence Malick torna a proporsi agli stessi grandi interrogativi di The Three of life: da dove veniamo, chi siamo, perché esistiamo e dove andiamo. Al contempo continua ad adottare uno stile surreale dove sogno e realtà si confondono, che rendono il film di difficile  lettura

Il poema dell’amore di Malick comincia con un terremoto, una scossa terribile e inattesa che sconvolge l’ordinario andamento della vita. Da quel momento Rick (Christian Bale), Knight of cups (“il cavaliere di coppe” nella simbologia dei tarocchi), intraprende una sorta di odissea attraverso l’edonismo e l’effimero, tra Los Angeles e Las Vegas, alla ricerca di qualcosa di perduto.

Ci sono film in cui la storia basta a rendere apprezzabile un’opera; lo stile cinematografico di Malick invece non ha quasi bisogno di alcuna trama. La cifra narrativa di questo regista è essenzialmente composta da prospettive fotografiche in movimento, immagini dinamiche che raccontano la vita attraverso lo sguardo dell’anima in cui tempo, spazio, sogno e realtà si confondono. Questa volta lo sguardo si concentra tutto sulla forma dell’amore.

La storia di Rick comincia con una fiaba dal sapore orientale che suo padre era solito raccontargli quando era bambino: “C’era una volta un giovane principe mandato dal padre a cercare una perla. Lungo il suo cammino di ricerca però il principe bevve da una coppa che immediatamente gli fece dimenticare di essere figlio di un re e lo scopo del suo viaggio”. 

Ora Rick, da principe che era, è diventato uno sceneggiatore di Santa Monica, ricco e affermato, ha dimenticato di essere figlio di un re ma alla sua vita manca qualcosa. Un terremoto scuote la sua interiorità e Rick, come gli suggerisce una delle sue temporanee amanti, si rende improvvisamente conto di non aver mai veramente cercato l’amore, ma solo esperienze d’amore.

Knight of cups è un film che va ascoltato con attenzione e non facile da comprendere. Rick è nel complesso un personaggio alquanto negativo, eppure il narratore non lo giudica, piuttosto lo osserva. In realtà la storia risolve tutto il suo significato nella metafora della fiaba del principe che cerca la perla. Il principe è Rick, figlio di un re, che inizialmente si comprende bene essere Dio, e non un dio qualunque, ma un Dio-padre e creatore che lo osserva in attesa che il figlio comprenda il senso del suo stare al mondo.

Si potrebbe dire che in definitiva anche Knight of cups ponga di fronte agli stessi grandi interrogativi di The Three of life, altro precedente capolavoro di Terence Malick: da dove veniamo, chi siamo, perché esistiamo e dove andiamo. Ma la storia di Knight of cups segue il protagonista lungo una via non delimitata né tracciata, perché ciò che conta davvero è il percorso e le relazioni e le situazioni umane con cui Rick viene a contatto. In questo cammino Rick è uno straniero in terra straniera e passa da situazioni effimere e fittizie ad esperienze più serie e intense che turbano l’anima e la pongono di fronte ad interrogativi profondi e decisivi: il rapporto con il padre, la morte di uno dei suoi fratelli, il fallimento del suo matrimonio, la paura della paternità.

Il culmine della storia sta nell'incontro con il sacerdote, evento chiarificatore di tutta la narrazione. Quest'ultimo infatti spiega a Rick il significato del silenzio di Dio e l’alto valore della sofferenza. La perla che il principe aveva smesso di cercare perché inebriato/sedato dal calice delle esperienze mondane è proprio il sacrificio, la donazione di sé all'altro. La paura del sacrificio ha impedito a Rick per tutta la sua vita di amare davvero. Per paura di sacrificarsi non ha saputo amare la moglie e fugge di fronte alla possibilità di diventare padre. Sempre la paura di sacrificarsi ha spinto Rick a cercare rifugio in relazioni occasionali. “C’è così tanto amore dentro di noi e non viene mai fuori” è la considerazione che il protagonista fa di fronte alle tante forme d’amore con cui viene a contatto nelle sue relazioni. 

La citazione di Sant'Agostino, “ama e fa ciò che vuoi”, fa pensare ad un riferimento alla fede, anche se espresso in modo assai criptico. Rick non conosce il vero significato della parola amore ed è dunque incapace di realizzare il proprio essere, di fare ciò per cui è stato creato dal Padre, ciò che vuole davvero. Che sia il padre, il fratello, la moglie, l’amante occasionale o la nuova compagna, ciò che davvero impedisce a Rick di vivere l’amore e lo fa sentire profondamente solo, anche in mezzo a tante persone, è più che altro la paura del dolore. Eppure il vero dono per cui è stato inviato dal padre è il sacrificio. L’amore che non teme il sacrificio è il tesoro che giace nascosto negli occhi dell’altro, la perla preziosa della fiaba che il principe aveva sempre cercato.

Il racconto di Malick è surreale come l’immaginazione ma dettagliato e realistico come un sogno. Il fatto che Rick come personaggio non raggiunga lo scopo non è particolarmente rilevante. Lo spettatore percepisce tutta l'amarezza e il vuoto che le sue relazioni, prive del vero amore, lasciano in lui.

Knight of cups è un film tutt'altro che semplice, enigmatico, metaforico e simbolico, un film in cui ciò che sembra un dettaglio alla fine si rivela elemento essenziale della storia. Anche la musica fa parte di questa dimensione della ricerca dell'amore. Le diverse scene di nudo invece rappresentano l’aspetto più edonistico della realtà, quello più lontano da una vera relazione d’amore, che invece si manifesta anche in modo sensuale in scene mai gratuitamente erotiche.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

7 MINUTI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/29/2016 - 22:11
Titolo Originale: 7 Minuti
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia
Produzione: GOLDENART PRODUCTION, MANNY FILMS, VENTURA FILM, CON RAI CINEMA
Durata: 92
Interpreti: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Ottavia Piccolo, Anne Consigny, Michele Placido, Luisa Cattaneo, Erika D'Ambrosio, Balkissa Maiga,

L’azienda tessile Ravazzi versa in cattive acque ma c’è una concreta speranza di sopravvivenza se si riuscirà a cedere la maggioranza delle azioni a un partner francese. Molte persone, sopratutto donne, rischiano di perdere il lavoro, è c’è grande tensione nel giorno in cui la manager francese arrivata da Parigi varca la soglia della fabbrica per riunirsi inizia con i proprietari della Ravazzi.. E’ stato istituito per l’occasione un comitato di 11 donne, scelto fra le operaie, che avrà l’incarico di approvare o meno, a nome di tutte, le condizioni dell’accordo. Con grande soddisfazione il comitato legge la proposta che le viene recapitata: tutte potranno mantenere il loro posto di lavoro. Unica condizione è che rinuncino a “soli” sette minuti del loro intervallo di pranzo. Tutte sembrano pronte ad accettare questa minima condizione ma Bianca, la decana (Ottavia Piccolo), le invita a riflettere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Undici donne sanno riflettere su un problema comune, superando una visione esclusivamente personale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Brave le attrici e buon ritmo della regia, ma c’è un eccesso di didascalismo nella sceneggiatura
Testo Breve:

Undici donne lavoratrici intorno a un tavolo per decidere se accettare o no le condizioni poste dai proprietari della fabbrica. Come in La parola ai giurati, il bene comune fatica a emergere fra i tanti interessi personali 

Il film si svolge nell’arco di una giornata e inizia la mattina presto, quando le operaie entrano in fabbrica. E’ l’occasione, da parte del regista, di mostrare la multiforme umanità che varca i cancelli, fatta di giovani e di anziane, di donne bianche o di colore. C’è l’afroitaliana che finalmente ha trovato un lavoro dignitoso, la giovane bianca che attende un figlio dal suo ragazzo indiano,  l’albanese costretta a cedere alle attenzioni del capo reparto, la rumena che subisce le angherie del marito violento e c’è anche una ex-operaia, ora impiegata, costretta a spostarsi su una sedia a rotelle dopo aver subito un’incidente sul lavoro.

Tutte e 11 le donne, riunite a discutere intorno a un tavolo, con a capotavola la veterana, Bianca, intenta a dissuaderle dal prendere la decisione più facile (accettare la ridicola riduzione di 7 minuti dall’orario di pranzo) non può che ricordare il più famoso La parola ai giurati del ’57 di Sidney Lumet (nella lista dei primi cento migliori film americani, con un magnifico Henry Fonda, poi replicato nel 2007 da Nokita Mikhalkov con il titolo di 12.
Si tratta di tre film uguali nella forma ma non nel contenuto.
Il film americano progredisce attraverso una sempre più approfondita indagine dei fatti accaduti e si conclude con un’elogio della demcrazia: dodici persone, estranee ai fatti, che non avevano quindi nulla da perdere o da guadagnare, hanno avuto la responsabilità di decidere il destino di un uomo. La tenacia di uno solo di loro  è riuscita a scuotere la pigrizia e l’indifferenza degli altri.
La versione di Mikhalkov si trasforma invece in un elogio all’”anima russa”: la sua capacità di non badare tanto al rigore delle leggi, ma di guardare “dentro” le persone.
Questo 7 minuti, già opera teatrale di Stefano Massini (che firma anche la sceneggiatura assieme a Michele Placido e a Toni Trupia) affronta un problema meno grave ma di più difficile comprensione. Non si tratta di decidere se un imputato sia reo di omicidio o no, ma di comprendere se la richiesta di aumento dell’orario di lavoro di 7 minuti è lecita, data la crisi in cui versa la società o se invece si tratta di una manovra intimidatoria dei nuovi proprietari che offende quindi la dignità dei lavoratori.
Se nei due precedenti film il dilemma da risolvere aveva un differente rimbalzo sulle persone in funzione della diversa generosità che i personaggi coinvolti mostravano di avere nei confronti di un tema con non li toccava personalmente, nelle 11 donne sembra prendere il sopravvento il primordiale bisogno di continuare a guadagnare piuttosto che attardarsi a fare una protesta in difesa di alcuni principi, piuttosto che intorno a una proposta  pratica.
Questi “soli” 7 minuti diventano la violazione di un principio? Hanno il diritto queste 11 operaie di prendere una decisione per salvaguardare un principio anche a nome di tutte le loro colleghe?  In che misura le operaie più anziane possono validamente cercare di ripristinare i tempi in cui il sindacato contava ancora qualcosa rispetto alla situazione attuale, molto più fluida?
Si tratta di un problema complesso che non viene risolto in termini universali, ma nello specifico della narrazione che già orienta lo spettatore mostrando i proprietari come “i cattivi”: La manager francese che si preoccupa sopratutto di finire presto per prendere l’aereo quella stessa sera; il patron Ravazzi che cerca di blandire astutamente le operaie, il ricatto compiuto su l’ex operaia,  ora sulla sedie a rotelle, che è stata “promossa a impiegata” a patto che firmasse una carta che liberava la società da qualsiasi responsabilità sull’incidente.
Michele Placido mostra una sicura mano da regista nel dare un buon ritmo alla storia e nel dirigere le attrici tutte brave, con una piacevole sorpresa nella performance di due cantanti: Fiorella Mannoia e Maria Nazionale.
Il film mostra però il difetto di voler “dimostrare” troppo: e le undici donne finiscono per non essere dei personaggi ma dei tipi. La ragazza pugile che sbatte con forza i pugni sul tavolo; la donna picchiata dal marito che butta l’anello dentro la spazzatura, la ragazza incinta di un indiano come simbolo della multi etnia, i rappresentanti della proprietà insensibili e manipolatori… 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE ACCOUNTANT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/23/2016 - 21:59
Titolo Originale: The Accountant
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Gavin O'Connor
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Anna Kendrick, J.K. Simmons

Christian Wolff è un bambino autistico. La mamma vorrebbe che frequentasse un centro specializzato mentre il padre, un ufficiale dell’Esercito, ha in mente ben altro: organizza per lui una vita fatta di dura disciplina e addestramento paramilitare che lo possa rendere pronto a reagire alle inevitabili avversità di una vita vissuta nelle sue condizioni. Christian, ormai adulto, è diventato un abile contabile perché si è rivelato un genio della matematica. Grazie alla sua fama, viene ingaggiato da una società di robotica perché una sua impiegata, Dana, sembra aver scoperto un ammanco nei conti. Il sospetto viene confermato: sono state effettuate delle delle transazioni irregolari e questa scoperta pone in serio pericolo la vita di Christian e Dana. Intanto anche Ray King, il capo della divisione delle investigazioni criminali del Dipartimento del Tesoro è sulle tracce di Christian perché lo ritiene il contabile di una grossa organizzazione criminale...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole dimostrare come la violenza sia l’unico mezzo per farsi giustizia
Pubblico 
Maggiorenni
Ripetute scene di violenza e di uccisioni a sangue freddo
Giudizio Tecnico 
 
Il film, buono nella messa in scena e con un Ben Affleck credibile come giovane affetto da autismo, è carente da un punto di vista della sceneggiatura e rende poco credibili certi passaggi narrativi
Testo Breve:

Ben Affleck nelle vesti di giustiziere in un film “macho” che esalta la violenza come unico rimedio per contrastare la delinquenza

Il film inizia in modo promettente: sembra assumere l’aspetto di un thriller finanziario, un filone poco esplorato, dove ci vengono spiegati tutti i trucchi per evadere il fisco ed effettuare pagamenti in nero. L’interesse è rafforzato dal fatto di scoprire che il protagonista, che da piccolo aveva mostrato segni di autismo, adesso esercita con successo il mestiere di contabile, grazie alle sue prodigiose doti matematiche. Riesce a convivere con la sua malattia grazie a un rigido autocontrollo anche se Christian resta un uomo chiuso in se stesso e anaffettivo.

Si tratta però solo di un’impressione iniziale; in seguito, man mano che le minacce aumentano intorno a Christian, il film si trasforma in un violento action-movie dove la scena viene occupata dai numerosi, continui combattimenti (sarebbe più opportuno parlare di stragi) che il nostro pseudo-supereroe compie, in alcuni casi per difendersi, in altri per pura vendetta.

Siamo lontani dai combattimenti di Superman contro i “cattivi”: Christian non è meno delinquente dei suoi avversari, uccide spesso a freddo anche chi non si aspetta di esser minacciato e tutta la trama converge verso l’esaltazione della violenza, l’unica adatta per risolvere situazioni di conflitto.

Odiosa è la scena che si svolge quando Christian era bambino, deriso dai compagni di scuola per il suo autismo. Il padre porta lui e il fratello in una zona appartata dove possono incontrare i suoi compagni e poi li aizza perché inizino a picchiare senza pietà.

Ben Affleck sostiene bene la parte dell’uomo insensibile, abituato a risolvere ogni cosa da solo, ma non riesce a coprire i buchi di una sceneggiatura che zoppica. Come in ogni thriller, ci si sarebbe aspettati una trama dove gli indizi ci vengono svelati progressivamente; in questo caso, a due terzi del film, l’azione si ferma perché c’è un personaggio che svela, in una lunga chiacchierata, tutto ciò che avremmo dovuto scoprire.

Si tratta di un film ruffiano che cerca di costruire empatia intorno al protagonista (protegge Dana, in continuo pericolo, elargisce generose donazioni a una clinica per ragazzi autistici) ma la situazione sfiora il sarcasmo inconsapevole quando Christian e suo fratello si ritrovano dopo tanto tempo. Il pubblico dovrebbe emozionarsi a questo evento ma in realtà sembra quasi che i due fratelli si congratulino a vicenda per aver “fatto carriera” nella delinquenza come protettori di due organizzazioni criminali fra loro antagoniste.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

THE YOUNG POPE (episodi 1 e 2)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/20/2016 - 17:17
Titolo Originale: The Young Pope
Paese: Italia, Regno Unito, Stati Uniti d'America, Francia, Spagna
Anno: 2016
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello, Tony Grisoni, Stefano Rulli
Produzione: Wildside, Haut et Court TV, Mediapro
Durata: dal 21 ottobre 2016 su Sky Atlanti
Interpreti: Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando

Il collegio cardinalizio decide di eleggere un Papa giovane, che sia facile da manipolare, e fa ricadere la sua scelta su Lenny Belardo, un cardinale quarantasettenne americano, che prende il nome di Pio XIII. Tuttavia il nuovo Papa, tormentato da un’infanzia problematica e dolorosa, si mostra da subito poco incline a lasciarsi comandare.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Paolo Sorrentino presenta i primi due episodi della serie televisiva in modo molto furbo: senza prendere posizione sui più controversi temi relativi alla morale cattolica e concentrandosi più sui personaggi. Nelle prime due puntate nella Chiesa dipinta da Sorrentino forse c'è un certo senso della religiosità, ma la fede è del tutto assente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I primi due episodi della serie si presentano molto ben costruiti a livello drammaturgico, ben diretti e ben interpretati, delineano in modo abbastanza chiaro i primi tratti dei personaggi e le relazioni umane da cui sono legati tra loro.
Testo Breve:

Un papa enigmatico ed affascinante, cucito intorno alla fantasia visiva del regista Sorrentino, che cerca di cogliere non certo il valore, ma il fascino mediatico di una istituzione universale come la Chiesa Cattolica

Un Papa oscurato e oscurantista, questo è il Pio XIII che il regista premio Oscar Paolo Sorrentino dipinge in The Young Pope, attesissima serie televisiva che immagina la Chiesa Cristiana Cattolica guidata da un romano pontefice statunitense di 47 anni.

Un’operazione furba quella di Sorrentino che già dalle prime scene fa in modo di citare tutti i temi più caldi e dibattuti in materia di morale cattolica, senza però sbilanciarsi in alcun giudizio evidente, almeno per il momento. A partire da queste prime, oniriche e surreali scene il regista procede con tutta la libertà creativa e d’immaginazione di cui sente di aver bisogno. Nelle prime due puntate della serie la narrazione spiazza il pubblico di continuo. Ogni volta che sembra di essere sul punto di afferrare una posizione o un messaggio chiari all’interno della storia, il quadro cambia completamente e la prospettiva viene ribaltata.

Questo Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, magistralmente interpretato da Jude Law, è un Papa conservatore, non tanto per le sue idee quanto piuttosto per un atteggiamento accentratore e poco incline al dialogo, fino al punto di sfiorare l’oscurantismo. Ieratico in ogni suo gesto, moralmente irreprensibile e imperscrutabile tanto da sembrare a tratti quasi inquietante. Pio XIII non si lascia conoscere e studiare da nessuno, manifesta quasi subito la sua volontà di restare invisibile agli occhi del mondo intero e fa oscurare la propria immagine celandosi dietro un’umiltà solo apparente. Al tempo stesso questa marmorea figura statuaria, una sorta di semidio terrestre, a tratti sembra quasi andare in corto circuito lasciando intravedere tutta l’umana fragilità e la debolezza che stanno all’origine del suo serafico autocontrollo. Al livello drammaturgico ne risulta un personaggio assai enigmatico e affascinante, ma decisamente fuorviante rispetto alla realtà.

Papa Belardo si muove sullo sfondo di una curia bizzarra e sontuosa. Nonostante il loro autorevole contegno Vescovi a e Cardinali in più di una circostanza si comportano in modo assai comico. Il regista afferma di non aver avuto alcun intento denigratorio; al contrario frequentando alcuni membri della curia ha avuto modo di scoprire con sorpresa che questi nelle loro conversazioni coltivano con piacere un certo umorismo; un dettaglio che ha ritenuto interessante mantenere per dare colore ai suoi personaggi.

In The Young Pope la Chiesa, nonostante le tante diverse sfumature, resta rappresentata alla maniera sorrentiniana: maestosa, imponente e naturalmente potente, con un cerimoniale sfarzoso che non sempre corrisponde alla realtà, fondata più sull’apparenza che sulla fede. Tanto che non è del tutto inappropriato paragonare gli intrighi di questo Vaticano alle cospirazioni e alle trame di potere che a grandi linee alimentano la storia di altre serie come House of cards. Come quando ad esempio, fatte le debite differenze, il Papa induce il povero frate confessore di tutti gli ecclesiastici che risiedono in Vaticano a rompere il vincolo di segretezza della confessione per poter avere il pieno controllo del modo di agire e pensare dei prelati a lui vicini. Non si può dire che la prospettiva religiosa sia del tutto trascurata; al contrario Pio XIII e i personaggi a lui più vicini, come il segretario di Stato cardinale Angelo Voiello, interpretato da Silvio Orlando, e suor Mary, Diane Keaton, mostrano in più di una circostanza di affrontare momenti di dubbio, di ricerca, di preghiera e di riflessione in una prospettiva di fede. Si tratta però appunto solo di una prospettiva, peraltro assai incerta e tormentata, e mai di uno sguardo veramente trascendente sul mondo e sulla vita.

Certamente da Sorrentino non ci si poteva aspettare una interpretazione della Chiesa Cattolica coerentemente inserita in una realtà di fede e tantomeno uno sguardo aperto alla trascendenza. L’affresco tracciato dal regista in questi primi due episodi corrisponde ad una sua personale fantasia, è un libero racconto fondato sulla sua immagine di Chiesa. Un'immagine probabilmente da molti condivisa, ma carente di tanti e fondamentali aspetti.

"È un lavoro - ha detto Sorretino ai giornalisti a Venezia - che affronta con curiosità e onestà, senza sterili provocazioni o pregiudizi e fin dove può, le contraddizioni, le difficoltà e le cose affascinanti della Chiesa”; ma bisogna anche aggiungere che un’istituzione grande e millenaria come la Chiesa Cattolica è in grado di suscitare una curiosità e un interesse notevoli anche al livello commerciale. Un aspetto che Sky, HBO e Canal+ non hanno ignorato e su cui infatti hanno volentieri investito cifre considerevoli. Tanto che Sorrentino ha annunciato di lavorare già alla seconda stagione della serie.

The young Pope è trasmesso su Sky Atlantic alle 21,15 dal 21 ottobre 2016  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

NERUDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/17/2016 - 21:30
Titolo Originale: Neruda
Paese: Argentina, Cile, Spagna, Francia.
Anno: 2016
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Guillermo Calderón
Durata: 107
Interpreti: Luis Gnecco, Gael García Bernard, Alfredo Castro, Mercedes Morán, Pablo Derqui, Michael

In Cile, nel 1948, il governo di Gabriel Gonzales Videla, eletto dalla sinistra ma manipolato dagli Stati Uniti, dichiara clandestino il comunismo. Pablo Neruda, in quanto senatore comunista, si oppone alla decisione. Videla, ossessionato dal poeta e dalla sua influenza sul popolo, incarica il prefetto Oscar Peluchonneau di ricercare e imprigionare Neruda che si nasconde in Cile con la moglie, nell’attesa di varcare il confine e fuggire all’estero. Il prefetto, intriso di odio e amore per il poeta, si impegna così in un inseguimento serrato e ossessionante lungo tutto il paese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non sposa una teoria o ideologia ma tenta (riuscendoci piuttosto bene) a restituire la complessità della realtà in maniera non ideologica, non sleale con la natura umana però si mantiene abbastanza acritico con le condotte di vita avventurose
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo, diverse sequenze ambientate in bordelli con esplicite allusioni sessuali, qualche scena di violenza leggera
Giudizio Tecnico 
 
La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema. La dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso
Testo Breve:

Nel Cile del 1948, Pablo Neruda, il famoso poeta e senatore comunista. deve vivere in clandestinità braccato dalla polizia. La storia ottiamente scritta di un inseguimento

Per chi, considerando il titolo e la trama, si aspettasse legittimamente un racconto biografico eroico, la visione di Neruda potrebbe risultare profondamente spiazzante.

Se, dopo No- I giorni dell’arcobaleno, Pablo Larraín torna a parlare della storia del Cile attraverso la vita del suo personaggio più illustre, l’approccio neutro e piano del film storico è ciò che di più lontano esista da quest’opera a cavallo tra noir, on the road, black comedy e metaracconto.  

Il regista sceglie di non parlare di Neruda ma degli infiniti sguardi che si posano su di lui, investendolo di significati soggettivi, diversi a seconda di chi si approcci alla sua immagine e alla sua poesia. Un punto di vista frammentato che trova la sua unità nella voce narrante dell’indimenticabile personaggio di Peluchonneau e che sa restituire le contraddizioni del poeta cileno e della storia di un Paese, in costante tensione tra molteplici verità coesistenti.

Eppure, nonostante il mélange di generi e significati, Neruda possiede una compattezza invidiabile, grazie a un tema pervasivo e universale. Sin dalle prime parole della voce narrante Neruda si dichiara come la storia di una caccia, e la dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso.

La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema: il tema dell’ “incatturabilità” pervade ogni elemento della scena. A sfuggire inevitabilmente dall’ossessione di Videla e Peluchonneau non è solo Neruda, ma la poesia stessa e, con una metafora universalizzante, ogni essere umano nella sua singolarità.

La voce narrante del prefetto, lucido e folle al contempo, tesse un dialogo continuo in ogni scena: per ogni significato arriva inesorabile il suo contrappunto, in un gioco di rimandi tutt’altro che relativista, ma piuttosto aderente all’incommensurabile complessità della storia e di ogni vita umana. L’ironia profonda della sceneggiatura, che non risparmia inseguito né inseguitore, possiede il tono ma non il cinismo della black comedy, e illumina di tenerezza i personaggi, mai compatti, pervasi da crepe e fragilità.

Solo per un istante il film perde ritmo e armonia, a pochi minuti dal finale, impantanandosi nell’astruso di alcune didascaliche riflessioni metanarrative; un inciampo che apre troppo frettolosamente a complessità interpretative. Ma subito si riprende, regalandoci un inseguimento quasi western nella neve, in cui Neruda va incontro al suo nemico, immagine metaforica di un ricongiungimento impossibile e agognato tra inseguito e inseguitore, tra verità che si sfiorano senza mai abbracciarsi. E’ soltanto la preparazione per una chiusa ancor più spettacolare che toglie lo sguardo dal vate e illumina il grigio anonimato di Peluchonneau per ricordarci il bisogno assoluto degli altri e della loro parola, senza la quale non saremmo chiamati alla vita e tratti fuori dal buio dell’oblio.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |