Dramma

IL DIRITTO DI CONTARE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/14/2017 - 09:20
 
Titolo Originale: Hidden Figures
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Theodore Melfi
Sceneggiatura: Theodore Melfi, Allison Schroeder
Produzione: Chernin Entertainment, Fox 2000 Pictures
Durata: 127
Interpreti: Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst e Jim Parsons

Il film racconta la storia vera della matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson, che collaborò con la NASA, sfidando razzismo e sessismo e tracciando le traiettorie per il Programma Mercury e la missione Apollo 11.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre donne con la passione per il proprio lavoro, buone mogli e brave madri per un racconto storico carico di valori umani, sociali e familiari
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Una storia fatta di calcoli, equazioni, virtuosismi matematici, dettagli storici e sociali coniugati in una sceneggiatura emozionante che tradisce una certa apologia dell'americanismo ma che si può giustificare considerando che i fatti narrati sono sostanzialemte veri
Testo Breve:

Tre donne di colore ingaggiate nei progetti della NASA, Mercury e Apollo, riescono, grazie alle loro capacità di calcolo, a superare i pregiudizi razziali del tempo, senza trascurare i propri affetti familiari

In Italia è uscito l’8 marzo proprio per celebrare la festa della donna, Diritto di contare di Theodore Melfi infatti non è solo una storia che ricorda l’importante contributo che tre donne afro-americane diedero al progresso aereospaziale durante il complicato periodo della guerra fredda tra USA e URSS ma è anche una significativa testimonianza del genio femminile.

Candidato a tre premi Oscar, tra cui quello al miglior film e alla miglior sceneggiatura non originale, Diritto di contare è basato sul libro Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly e racconta la storia della matematica afroamericana Katherine Johnson che, insieme alle sue colleghe Dorothy Vaughan e Mary Jackson, aiutò la NASA nella corsa allo spazio. Tre donne e madri speciali, menti geniali che negli anni ’60, mentre le discriminazioni razziali in America erano ancora nel pieno del loro sviluppo, diedero il loro fondamentale contributo all’esplorazione dell’universo.

Diritto di contare colpisce perché il regista e sceneggiatore non si sofferma solo nella rappresentazione di una storia sulla parità dei diritti e delle opportunità. Theodore Melfi porta invece sul grande schermo una storia carica di valori umani che si mescolano a sorprendenti dettagli storici poco conosciuti, creando un racconto esemplare, emozionante e coinvolgente.

Katherine (Taraji P. Henson), Dorothy (Octavia Spencer) e Mary (Janelle Monáe) non sono eroine, ma donne comuni perfettamente inserite nel proprio contesto storico e sociale. Non lottano per compiere grandi rivoluzioni, ma semplicemente si sforzano, giorno dopo giorno, di fare bene il loro lavoro senza trascurare la famiglia e sebbene debbano fare dei sacrifici notevoli, riescono a farsi aiutare dai loro mariti con determinazione e dolcezza. Soprattutto Katherine, che è vedova, ha due figlie, prima si fa aiutare dalla madre ma  cerca di non trascurare le figlie, finché incontra un uomo che si prende a cuore sia lei che le sue bambine e con molta discrezione e amore entra nella sua famiglia. Le tre donne non trascurano nemmeno la loro amicizia e si sostengono a vicenda.

Ciascuna di loro ha una forte identità come persone e come membri della piccola e grande comunità in cui vivono. Consapevoli dalle loro eccezionali competenze in ambito matematico, informatico e ingegneristico sono convinte di poter fare la differenza se ben inserite e impiegate nel proprio settore. Queste tre donne, ciascuna a modo proprio, trova il modo di impegnarsi, superando non pochi ostacoli e preconcetti, per raggiugere questo obiettivo. Non si sforzano di eccellere sugli altri ma al contrario in tutto, in famiglia, nell’amicizia come nell’ambito professionale, cercano il lavoro di squadra per il successo dell’impresa intera.

Diritto di contare è un film profondamente motivante, fatto di personaggi straordinari ma dai tratti molto umani e credibili. Attraverso le loro storie, che si intrecciano sia sul piano professionale che su quello personale, il film ripercorre i grandi passi storici compiuti in quegli anni nel silenzio con pazienza e perseveranza.

Grazie alle abilità di calcolo di Katherine Johnson l’astronauta John Glenn poté compiere un’orbita completa intorno alla Terra e nel contempo tutta la squadra di scienziati della NASA poté rendersi conto dell’assoluta infondatezza e inopportunità delle discriminazioni razziali ancora all’epoca fortemente sentite e operate in America.

L’energia, l’audacia e la perseveranza di queste tre donne hanno superato barriere professionali e razziali e hanno contribuito significativamente alla ricerca scientifica e al progresso umano della società americana e mondiale. Katherine, Dorothy e Mary in questa storia rappresentano le menti e il cuore dei personaggi sconosciuti e poco celebrati che però furono determinanti per le grandi imprese della NASA.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL VANGELO SECONDO MATTEO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 19:26
 
Titolo Originale: Il Vangelo secondo Matteo
Paese: ITALIA
Anno: 1964
Regia: Pier Paolo Pasolini
Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini
Produzione: Arco Film, Roma; Lux Cie Cinématographique de France
Durata: 142
Interpreti: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo, Giacomo Morante, Alfonso Gatto, Enzo Siciliano, Giorgio Agamben, Guido Cerretani, Luigi Barbini, Marcello Galdini, Elio Spaziani, Rosario Migale, Rodolfo Wilcock

Il film illustra gran parte del vangelo di Matteo: l’annunciazione, la nascita di Gesù, la fuga in Egitto, il battesimo, le tentazioni nel deserto, la danza di Salomè e la morte del Battista, Gesù che cammina sulle acque, la moltiplicazione dei pani, il giovane ricco, le invettive contro i farisei, l’ingresso a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal tempio, la maledizione del fico, la figura di Caifa e la sua volontà di catturare Gesù, Maddalena che lava i piedi a Gesù, l’adultera, l’ultima cena, la cattura sul monte degli ulivi, le negazioni di Pietro e il suicidio di Giuda; il giudizio di Pilato la crocefissione e morte, la resurrezione e la missione degli apostoli. Mancano in particolare: l’incontro con Nicodemo, il discorso escatologico, il primato di Pietro

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La figura di Gesù e le sue parole risaltano, grazie alle doti dell’autore, in tutta la loro portata trasformante, intese a edificare un nuovo mondo e a sovvertire quello vecchio
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Giudicato da alcuni come forse il miglior film realizzato su Gesù, vinse il Gran Premio della giuria 1964 alla mostra di Venezia e il premio dell’Ocic nel 1964. Si percepisce una certa disarmonia fra la ricca fantasia profusa nelle immagini e l’austerità ufficiosa, spesso enfatica, delle parole pronunciate da Gesù
Testo Breve:

Il film, uscito nel 1964, di discostò dal trionfalismo hollywoodiano di opere con lo stesso soggetto attraverso una sincera ricerca della portata rivoluzionaria del messaggio cristiano, da ritrovare fra gli umili e gli oppressi, in contrapposizione con i potenti dell’epoca

L’antefatto

Agli inizi degli anni ’60 Pasolini stava attraversando un periodo critico dopo la condanna per vilipendio della religione subìta per La ricotta (episodio del film Ro.Go.Pa.G.). Il 2 ottobre del 1962, dopo un’iniziale riluttanza («Non posso sopportare i farisei, che usano la religione per i propri interessi. Se verrò da voi, ci verrò a convegno finito») accettò l’invito di  partecipare a un convegno di cineasti ad Assisi organizzato da Pro Civitate Cristina, Non potendo quel giorno muoversi per le strade, in tripudio per l’arrivo di Giovanni XXIII, si prese una stanza alla Pro Civitate e per ingannare il tempo lesse il Vangelo che aveva trovato nel cassetto del comodino. Da quel momento lui, ateo, marxista e anticlericale, iniziò seriamente a pensare di farne un film. Con il beneplacito del suo produttore Alfredo Bini e l’accompagnamento di esperti della Pro Civitate, si recò in Palestina (nel giugno del ‘63) ma si accorse che gli ambienti in cui visse Gesù erano stati trasfigurati dalla modernità e troverà poi, nei Sassi di Matera, quegli scenari essenziali e primitivi che potevano richiamare i tempi del Vangelo. Per portare a termine il progetto mancava ancora un anello importante: trovare qualcuno che garantisse la piena ortodossia dell’operazione di fronte alla Chiesa Cattolica. E’ a questo punto che interviene Francesco Angelicchio, direttore, a quel tempo, del Centro Cattolico Cinematografico (ente che giudicava la validità dei film per essere proiettati nelle sale parrocchiali). Sarà proprio Francesco a far notare a Pasolini, a riprese completate, che non si poteva parlare della vita di Gesù se non si mostravano i suoi miracoli (“perché soltanto Dio può fare miracoli” disse don Angelicho come raccontò in un’intervista) e soprattutto la resurrezione. Così Pasolini, a film già girato, tornò sul set, e aggiunse le scene mancanti nella prima produzione. 

Si arrivò così alla presentazione del film all’edizione 1964 della mostra di Venezia, seguita da un’autentica messe di allori fra i quali il Gran Premio della giuria, il riconoscimento della critica internazionale e il premio dell’Ocic (Office Catholique International du Cinéma) e il premio dell’Unione Internazionale della Critica Cinematografica.

 

Lo stile narrativo

Dario Edoardo Viganò, nel suo libro “Gesù e la macchina da presa” ritiene che siano tre le categorie interpretative, i percorsi che possono compiere gli autori nel presentare la vita di Gesù:

-La Trasposizione in questa accezione l’autore si concentra sul modo più corretto di utilizzare le potenzialità espressive del nuovo mezzo per riesprimere le stesse parole da cui si è partiti;

- La Traduzione: calare il testo originario in un contesto nuovo, quello che più urge all’autore;

-Il Tradimento: la vita di Cristo  si trasforma in un pretesto per parlare d’altro.

Pier Paolo Pasolini ha voluto certamente compiere una traduzione e lui stesso descrive il processo analogico realizzato per ricontestualizzare il racconto: «ho ricostruito quel mondo di duemila anni fa sotto il segno dell’analogia: al popolo di quel tempo ho sostituito un popolo analogo (il sottoproletariato meridionale); al paesaggio ho sostituito un paesaggio analogo (l’Italia meridionale); alle sedi dei potenti delle sedi analoghe (i castelli feudali dei normanni), ecc. ecc. (...) Soltanto attraverso lo storicismo io potevo concepire e poi attuare una simile ricostruzione analogica” (...). Protagonisti del mio film mi sembrano sia il sottoproletariato (fondamentalmente astorico, e storico solo attraverso sussulti improvvisi) che Cristo (astorico in quanto la sua prospettiva andava al di là della storia). Ma l’affacciarsi alla storia di quel sottoproletariato avviene proprio attraverso la predicazione di Cristo. (P. P. Pasolini in "Vie nuove", 19-11-64, p. 32)

Quindi Pasolini non accetta le proposte del suo produttore Alfredo Bini che pensava a un kolossal secondo lo stile hollywoodiano con Burt Lancaster come protagonista, e realizza un film dove il suo “vero” su come si sia svolta l’avventura umana di Gesù è rigenerato con il bianco e nero, con le umili case di pietra di Matera addossate una all’altra e con i volti segnati di attori non professionisti presi dal meridione agricolo.

Se il testo è rigorosamente ricavato dal Vangelo secondo Matteo (con alcune significative omissioni), Pasolini sviluppa la sua creatività attraverso le immagini e compone le inquadrature, gli abiti indossati in modo che riproducano i suoi amati pittori del rinascimento italiano: Piero della Francesca innanzitutto ma anche Caravaggio, Mantegna, Giotto.

Molti critici hanno finito per sottolineare una "preminenza della visualità" sulla tematicità, quasi che Pasolini avesse concepito il seguire coscienziosamente il testo del Vangelo come un atto dovuto anche se non sentito e avesse sviluppato la sua creatività nell’illustrare la storia, più che parteciparvi. Non aiuta, a mitigare questo giudizio, il doppiaggio di Enrico Maria Salerno di Gesù, urlante e accademico.

 

Il messaggio

Come ha detto don Angelicchio in un’intervista: “Pasolini era affascinato dalla figura del Signore come uomo, non lo vedeva come Dio” ma al contempo fu docile ai suggerimenti del sacerdote, accettando di sviluppare i capitoli sui miracoli e inserire alla fine la resurrezione (anche se un po’ di sfuggita). Il Gesù di Pasolini è un rivoluzionario, che contesta il “sistema” dell’epoca: ammantato di dolcezza con i malati e i piccoli, reagisce con rabbia all'ipocrisia e alla falsità di chi all’epoca deteneva il potere, i farisei e gli erodiani. Non è stato inserito l’incontro notturno di Nicodemo con Gesù, forse perché la presenza di un fariseo sensibile al vangelo avrebbe rotto lo schema buoni-cattivi oppure perché si tratta di un colloquio con una chiara aspirazione al trascendente. Pasolini insiste soprattutto sui discorsi di Gesù, scegliendo quelli prettamente sociali e se da una parte le invettive contro i farisei ci sono tutte (coloro che hanno fatto della fede uno strumento di potere) dall’altra invita i poveri e gli oppressi a recuperare la propria dignità proclamandoli beati di fronte a valori superiori di giustizia e di pace.

Molto toccante la dedica finale che compare alla fine del film: «Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII»

Le critiche

“Se da una parte il Vangelo di Pasolini divenne un film di riferimento in America Latina per il movimento della Teologia della Liberazione, - come ha commentato monsignor Dario Viganò - dall’altra in Italia spaccò sia il mondo cattolico che quello comunista suscitando al tempo stesso amori e distanze”. L' Osservatore Romano scrisse che si trattava di un film "fedele al racconto, non all'ispirazione del Vangelo" ma più recentemente, ha aggiunto: «forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema». l'Unità si espresse in questi termini: "...il nostro cineasta ha soltanto composto il più bel film su Cristo che sia stato fatto finora, e probabilmente il più sincero che egli potesse concepire. Di entrambe le cose gli va dato obiettivamente, ma non entusiasticamente atto".

Durante il Concilio Vaticano II, in occasione di una proiezione organizzata appositamente per loro, gli 800 padri conciliari lo applaudirono con calore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LA LUCE SUGLI OCEANI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 18:58
 
Titolo Originale: The Light Between Oceans
Paese: Regno Unito /Nuova Zelanda/Usa
Anno: 2016
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance dal romanzo di M.L. Stedman
Produzione: HEYDAY FILMS, LBO PRODUCTIONS, DREAMWORKS SKG, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN ENTERTAINMENT, RELIANCE ENTERTAINMENT, TOUCHSTONE PICTURES
Durata: 133
Interpreti: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz

Tom Sherbourne, un reduce della Prima Guerra Mondiale, accetta il posto di guardiano del faro di Janus, a cento miglia dalla costa australiana. Prima di raggiungerlo, incontra la giovane Isabel, che accetta di diventare sua moglie e seguirlo nella sua vita solitaria. Dopo due aborti spontanei, però, il sogno di Isabel di formare una famiglia sembra morto, finché un giorno una barca a remi giunge sull’isola spinta dalle correnti: a bordo un uomo morto e una neonata, che i due decidono di tenere e crescere come propria. Il destino ha in serbo altre sorprese e dolorose scelte.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tutti i protagonisti mostrano grande generosità, abbinata a una solida dirittura morale. L’unica che si dimostra debole saprà anche pentirsi e chiedere perdono
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo allo spettatore un’adesione incondizionata e senza cinismo
Testo Breve:

In una remota isola australiana, la coscienza di un uomo e di una donna viene messa alla prova quando le loro aspirazioni si pongono in conflitto con il dolore degli altri 

Perdonare è facile, basta farlo una volta sola. È questo uno degli insegnamenti più profondi di questo melodramma a tinte forti ambientato sullo sfondo della natura potente e selvaggia della costa australiana e di un’isoletta dispersa tra due oceani (quello indiano e quello australe). Il regista e sceneggiatore Derek Cianfrance adatta un bel romanzo di qualche anno fa e s’immerge in una cornice temporale remota, quella dell’Australia del primo dopoguerra. Un paese per certi versi ancora selvaggio, insieme lontanissimo e vicinissimo (a causa delle numerose perdite umane) alla guerra che aveva insanguinato le trincee europee. Questo passato, anche se non viene messo in scena, è la chiave per capire molti degli avvenimenti del film, ma soprattutto il carattere dei suoi protagonisti. 

Tom Sherbourne è un uomo ferito dalla guerra nello spirito anziché nel corpo: la morte di tanti compagni, la propria talora incomprensibile sopravvivenza, le scelte difficili che ha dovuto fare, lo hanno persuaso che il destino solitario di custode di un faro gli avrebbe per lo meno impedito di far soffrire altri esseri umani.

Isabel, da parte sua, è l’unica figlia rimasta (i fratelli sono morti in guerra) di una famiglia una volta felice e la sua straordinaria vitalità nasconde a sua volta un lutto e un dolore profondo.

Sono due esseri umani che si trovano e scoprono l’uno nell’altro la possibilità di una rinascita, proprio nello spazio solitario ed estremo di un’isola dove diventano quasi due novelli Adamo ed Eva. La negazione della possibilità di un figlio, di ricostruire, proiettandola nel futuro, una famiglia che il passato ha spezzato, rinnova però l’antica tragedia e pone le fondamenta per un altro dramma. Perché ottenere, in modo quasi miracoloso, quello che si desidera più nel profondo, significa pure toglierlo a qualcuno che ha un diritto ancora più grande su quel dono.

Il dramma è tanto più acuto perché le persone che sono coinvolte sono fondamentalmente buone e perché il tempo rende complicato, se non impossibile, sciogliere la trama degli affetti e stabilire colpe e diritti senza spezzare i fili che reggono le vite degli esseri umani coinvolti.

Quello che Cianfrance posa su ciascuno dei suoi personaggi è uno sguardo pietoso, che cerca di farceli comprendere prima che giudicare. La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo un’adesione incondizionata e senza cinismo, e proprio per questo è destinato a piacere più al pubblico che alla critica.

Un film percorso da un sentimento religioso semplice ma profondo, dove sono soprattutto le figure maschili a segnare la bussola di un difficile percorso etico, mentre quelle femminili si dibattono nella violenza dei sentimenti e di un istinto materno potente quanto cieco.

Nel mezzo la figura della bimba contesa, che porta nei suoi nomi (Lucy-Luce e Grace-Grazia) un destino misterioso, che si rivelerà drammatico, ma in definitiva positivo e misericordioso.

Lucy-Grace è innanzitutto un dono, che non si può mai possedere, ma che è sempre e solo affidato, e la sua eredità sarà essenzialmente di amore e perdono. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
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PIENA DI GRAZIA - LA STORIA DI MARIA LA MADRE DI GESU'

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/28/2017 - 07:50
 
Titolo Originale: Full of Grace
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Andrew Hyatt
Produzione: JUSTIN BELL PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON OUTSIDE DA BOX, REKON PRODUCTIONS
Durata: 85
Interpreti: Noam Jenkins, Bahia Haifi

Sono passati dieci anni da quando Gesù è salito al cielo. Pietro è riunito assieme agli altri apostoli, perché debbono prendere importanti decisioni. I seguaci della nuova fede continuano a crescere ma occorre decidere se anche i fedeli di origine pagana debbono seguire la legge e le tradizioni del popolo ebraico o se si possono limitare al battesimo cristiano. C’è il rischio che nascano delle divisioni all’interno della comunità e Pietro è incerto, ha bisogno di riflettere. Nel frattempo arriva una messaggera: Maria chiede la presenza di Pietro perché sente che a fine è vicina. Pietro lascia l’assemblea e si avvia alla casa di Maria: lei saprà sicuramente consigliarlo e incoraggiarlo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Molto bella la figura di Maria, ora madre anche della chiesa nascente, in grado di incoraggiare e sostenere
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film essenziale, fatto di poche ambientazioni e pochi personaggi; ha vinto, come migliore sceneggiatura l’edizione 2016 di Mirabile Dictu, il film festival internazionale cattolico
Testo Breve:

Dieci anni dopo la resurrezione di Gesù, Maria sente che i suoi giorni stanno per finire e chiama a sé Pietro. Il film risalta molto bene la figura di Maria come madre della Chiesa nascente in una confezione essenziale, che punta tutto sui dialoghi

“Vai a chiamare Pietro, è tempo”, dice Maria a Zara, alla ragazza che la sta accudendo nella vecchiaia.  Come chiude l’esistenza terrena chi è la madre di Cristo, l’ha visto piccolo e fragile, lo ha contemplato nella sua missione pubblica, ha sofferto accanto a Lui nella sua morte in croce, fino alla definitiva conferma della sua speranza, quando ha avuto la notizia della Sua resurrezione gloriosa e ha partecipato alla nascita della Chiesa nel giorno di Pentecoste? E’ la sfida con cui si è misurato il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt, con un film minino, basato su una scenografia scarna, tutto incentrato sul dialogo fra Maria e Pietro e alla fine con gli altri apostoli.

Eccola, quindi, Maria non più giovane, che passeggia lungo un sentiero pietroso, sostenendosi al braccio di Pietro: un’occasione propizia per rievocare insieme i momenti passati con Lui ma anche per parlare dello smarrimento che ha colpito Pietro, incerto su dove dirigere la Chiesa nascente.

Maria è madre e come tale si comporta anche adesso: non interviene nel merito delle discussioni all’interno di una Chiesa ancora fragile ma desidera che Pietro sia unita a lei nell’ascolto di Gesù: “Nel silenzio lui mi chiama ancora. Dove sei quando ti chiama? Lui ti cerca. Quando senti la sua voce?” “In mare, quando sono da solo a pescare” risponde Pietro, rivelando anche lui un atteggiamento contemplativo, convinto che le risposte alle sue domande non verranno da dentro di se ma fuori da se, da qualcun’ Altro. Ma lo scoramento di Pietro continua, non pensava che una volta rimasti senza di Lui, sarebbero arrivate così presto tante incomprensioni fra di loro: “vivevano con la verità nel cuore, ora invece cercano di vivere con la verità nella testa”.  E’  Maria stessa che si impegna a riportarlo all’essenza del problema: “voi credete che i dubbi e le paure siano soltanto vostre? La domanda piuttosto è: chi ci aiuterà ad affrontare queste difficoltà? Niente è impossibile a Dio”. Verso la fine del film, quando tutti gli apostoli si sono riuniti intorno a Maria, sarà ancora lei a incoraggiarli e a promettere che sarà al loro fianco fino alla fine dei giorni.

Si può dire che il racconto non ha evoluzioni significative ma è tutto un colloquio o meglio si tratta di riflessioni intime condivise, in un’ambientazione “sospesa” fatta di primi piani, silenzi, sorrisi, con uno stile che si avvicina in qualche modo a Terrence Malick, anche se manca lo stesso gusto per la meraviglia e l’aprirsi ai grandi spazi.  Andrew Hyatt punta piuttosto sull’austerità delle ambientazioni, concentrandosi sul sottotraccia di umori, di feeling, che si percepisce attraverso i dialoghi. La figura di Maria risalta molto bene, esprime la serenità di chi non ha nulla da temere, neanche la morte. Meno convincente quella di Pietro, nelle sue incertezze irrisolte a lungo, proprio da colui che sicuramente sapeva come e quando pregare nei momenti più difficili.

Il film, per il suo stile “alto, il suo simbolismo mistico, non ha delle caratteristiche che lo possano rendere apprezzabile da un vasto pubblico, né  adatto a una catechesi per ragazzi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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JACKIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/26/2017 - 11:24
 
Titolo Originale: JACKIE
Paese: usa/cILE
Anno: 2016
Regia: Pablo Larrain
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Durata: 100
Interpreti: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Billy Crudrup, Greta Gerwig, John Hurt, Richard E.Grant

Pochi giorni dopo la morte del marito, nella villa dove si è ritirata con i suoi figli, Jackie Kennedy accetta di rispondere alle domande di una giornalista di Life con cui ripercorre, tra verità e mito, i giorni appena successivi all’omicidio di JFK a Dallas, ma anche vari momenti della presidenza. Per Jackie, che del marito ha voluto costruire un ricordo passato alla storia, non è facile evocare anche le sofferenze e le contraddizioni, anche nei suoi sentimenti; lo fa non solo con il giornalista ma anche con un sacerdote a cui pone le domande più brucianti, in contrasto con l’immagine di perfezione che offre al mondo…un percorso complesso, sempre in bilico tra la verità e la sua ricostruzione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista scava con rispetto e ci propone con onestà il momento del lutto di una donna troppo presto rimasta vedova
Pubblico 
Adolescenti
alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
Il regista cileno Larrain, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista : è invece l’occasione per ripercorrere una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità
Testo Breve:

Un lungo monologo-intervista della vedova ad appena cinque giorni dall’assassinio del presidente Kennedy. Un ritratto vero e sofferto di Jackie impegnata sul fronte della  realtà e del mito 

Il dolore, i rimpianti, la rabbia, le domande, i sentimenti contradditori di una donna all’indomani di un evento traumatico che obbliga ripensare il passato e soprattutto il futuro, il proprio e quello di un mito (quello di JFK e della sua Camelot, come passò alla storia il breve periodo della presidenza, a partire dal titolo del musical preferito del presidente morto) che proprio Jackie fu decisiva nel creare prima durante e dopo la presidenza.

L’approccio di Larrain, che tiene volutamente quasi completamente fuori dal quadro proprio JFK, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista di Life. Questa è l’occasione per ripercorrere non solo i momenti dell’attentato, ma anche una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità.

Moglie tradita, first lady, madre amorevole, vedova e icona di stile, la Jackie di Natalie Portman non è una donna immediatamente amabile. Reattiva, incostante, quasi “capricciosa”, messa di fronte al crollo di un sogno di cui lei più di chiunque altro conosceva le ombre e i retroscena, Jackie si stacca sempre più dall’immagine un po’ ingessata della buona padrona di casa così come compare nel documentario in cui presenta i lavori di ristrutturazione da lei intrapresi alla Casa Bianca.

La lealtà e il risentimento nei confronti di un marito amato ma di cui conosceva ogni difetto, i sacrifici compiuti, i dubbi sul futuro, un’intera gamma di sentimenti che si riflettono sul volto di una donna che sembra sempre divisa tra la figura pubblica e la verità, una verità forse impossibile da trasmettere sia sulle pagine dei giornali che nelle immagini dei notiziari.

La volontà, quasi la necessità di lasciare un segno e di trovare un posto nella Storia (la scelta è di seguire il modello di Lincoln, anche lui assassinato), in realtà nasconde l’urgenza di dare risposte a domande ben più profonde, come quelle che Jackie, donna di fede nonostante tutto, pone al sacerdote che le sta accanto nei giorni dopo l’attentato. Che non riguardano tanto i “peccati” di JFK (dati in qualche modo per scontati), ma più profondamente il senso del vivere e del soffrire (non tutti sanno che appena tre mesi prima della morte del marito Jackie aveva dovuto affrontare la morte di un figlio nato prematuro, un evento che l’aveva profondamente segnata). Larrain non può e non vuole dare risposte, ma l’apertura al mistero è innegabile.

La pellicola ruota tutto intorno alla figura di Jackie, ma uno spazio se lo guadagna anche il Bobby Kennedy di Peter Sarsgaard, che con pochi sguardi e poche battute riesce a trasmettere un groviglio di sentimenti e ambizioni che fanno di questo “fratello minore” una figura interessante almeno quanto quella del Presidente assassinato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA STUDIO UNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/15/2017 - 16:00
Titolo Originale: C'era una volta Studio Uno
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Lucia Zei, Lea Tafuri
Produzione: Lux Vide S.p.A. e Rai Fiction
Durata: due puntate in prima serata su RaiUno, il 13 e 1l 14 febbraio 2017
Interpreti: Alessandra Mastronardi, Diana Del Bufalo, Giusy Buscemi, Domenico Diele ,Andrea Bosca,Edoardo Pesce

Nel 1961 tre ragazze cercano di venir assunte dalla RAI: Giulia, che sta per sposarsi con Andrea dopo un lungo fidanzamento durato 11 anni, viene accettata nel nuovo Servizio Opinioni; Rita, una ragazza madre, cerca di fare un provino come cantante ma, scartata, accetta provvisoriamente l’incarico di sarta per gli abiti di scena. La bella Elena è una ballerina, che cerca di entrare nel corpo di ballo del nuovo programma diretto da Antonello Falqui: Studio Uno. Il nuovo ambiente, che offre ottime ma difficili opportunità alle tre ambiziose ragazze, determina al contempo un’evoluzione nella loro vita privata: Giulia si innamora di Lorenzo, un aspirante programmista televisivo e rompe il fidanzamento con Andrea; Elena, lasciata dal suo ricco convivente che non la considera alla sua altezza, si avvicina al maestro di ballo Stefano. Il macchinista di scena Renato cerca di avvicinarsi a Rita ma lei al momento lo respinge perché è sempre interessata a diventare una cantante famosa come Mina, l’idolo del nuovo spettacolo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due personaggi rifulgono per le loro virtù: un giovane abbandonato alla vigilia delle nozze, non manifesta rancore e si dimostra generoso nei confronti della sua ex fidanzata; un maestro di ballo sa tener separati i suoi affetti personali dall’imparzialità richiesta dalla sua professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Buona ricostruzione scenografica e bei costumi degli anni ’60. Un’occasione mancata per raccontarci la Rai e l’Italia di quegli anni a vantaggio di tre storie al femminile, professionali e sentimentali che ricordano non poco le ragazze di "Che Dio ci aiuti"
Testo Breve:

La ricostruzione dei favolosi anni ’60 e delle prime trasmissioni di Studio Uno funge da cornice per tre racconti al femminile. L’enfasi data alla componente rosa del racconto finisce per offuscare l’aspetto rievocativo di quel momento magico del servizio pubblico guidato da Ettore Bernabei

Ettore Bernabei, in un’intervista trasmessa da Rai3 nel 2005, nel rievocare la nascita di Studio Uno, ricordava: “quando scoprimmo le gemelle Kessler in un locale di Berlino, tentammo una cosa che a quell’epoca sembrava rischiosa: togliemmo le sottane alle ballerine, consapevoli che facevamo vedere, sia pure con la calzamaglia nera, un bel paio di gambe; il che è molto diverso dalle veline che sculettano con il tanga e danno l’illusione di un pezzo di carne da mordere. Quella è una televisione che lascia un’inquietudine, perché mica tutti posso mordere quella carne”. Con un’ironia tutta toscana Bernabei, alludendo ai canali concorrenti di Mediaset, aveva indicato, oltre a dare una bella lezione di estetica, qual è il valore di un programma d’intrattenimento: lo spettatore deve “andare a letto contento di aver appreso qualcosa, di aver visto una buona recitazione, di aver visto delle ballerine non solo graziose ma capaci di ballar bene”.

Lo "spirito Bernabei" viene solo accennato in questo miniserial, andato in onda lunedì 13 martedì 14 febbraio 2017, che pone la Rai, gli studi di via Teulada e lo stesso Ettore Bernabei, solo come sfondo alle vicende di tre ragazze, impegnate a realizzare le loro ispirazioni proprio nei tempi gloriosi delle prime trasmissioni di Studio Uno. Viene sviluppata con più dettaglio solo la figura di Antonello Falqui, l’ideatore del programma e dei tanti protagonisti del tempo, si citano soprattutto Mina (ripresa sempre di spalle) e Rita Pavone.

Gli anni ’60 erano sicuramente tempi nei quali era stata percepita più chiaramente la necessità una maggiore emancipazione femminile ma almeno due delle tre ragazze della fiction appaiono quasi “mostruose” nella loro determinazione di raggiungere il successo a tutti i costi. Rita, la ragazza madre, nelle sequenze iniziali, non ha la pazienza né il tempo di prendersi cura del suo bambino e decide di andare a vivere in un appartamento condiviso con le altre ragazze, lasciandolo interamente alle cure dei suoi genitori. Elena cerca di sfruttare la sua bellezza come mezzo per la scalata alla RAI e decide di diventare l’amante di uno dei dirigenti che possono favorirla. Giulia, appare come la più riflessiva delle tre ma anche lei manifesta delle incertezze molto dolorose per chi le sta vicino. Si sta già provando l’abito da sposa per il matrimonio con Andrea quando, un solo bacio con Lorenzo, suo collega in Rai e la prospettiva di iniziare una carriera nel mondo della televisione, la spingono a rompere il suo fidanzamento durato 11 anni. Ma anche Lorenzo a sua volta, cerca soprattutto il successo e la loro relazione risulterà molto movimentata, priva com’è di un impegno definitivo da parte di entrambi.  

Alla fine la miniserie si avvierà a conclusioni positive anche per Rita e per Elena, non certo per una loro riflessione su ciò che è giusto o sbagliato ma perché si accorgono che le loro ambizioni debbono necessariamente esser ridimensionate.

Per fortuna il racconto è illuminato dalle virtù di due figure particolarmente positive: Andrea, il fidanzato abbandonato da Giulia, che cerca sinceramente il suo bene, aldilà della sofferenza che gli ha arrecato e la libera da fastidiose incombenze legali; Stefano, anche se innamorato di Elena, sa essere un giudice imparziale nel suo incarico di maestro del corpo di ballo.

La miniserie avrà sicuramente avuto un piacevole effetto amarcord verso chi era già abbastanza cresciuto ai tempi di Studio Uno ma, a parte una buona ricostruzione delle scenografie e dei costumi dell’epoca, la fiction non ci fa entrare, in modo approfondito, nei meccanismi di quello che era il monopolio nazionale della televisione negli anni ‘60. La sceneggiatura inoltre lascia trapelare troppo apertamente i suoi meccanismi, secondo la formula dei conflitti che prima si creano e poi vengono risolti, come la presenza di dirigenti RAI che si oppongono a Studio Uno o le rivalità sul lavoro, sia per Rita come sarta e per Elena come ballerina.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 20:26
Titolo Originale: Moonlight
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Barry Jenkins
Sceneggiatura: Barry Jenkins
Produzione: A24, PLAN B ENTERTAINMENT
Durata: 111
Interpreti: Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali, Naomie Harris, André Holland

Miami. “Il piccolo”, come lo chiamano i compagni si scuola per deriderlo, si chiama in realtà Chinon ed è un afroamericano di dieci anni, sensibile e timido, che vive senza un padre e con una madre intossicata dalla droga. Decide di prendersi cura di lui Juan, uno spacciatore locale che riesce a regalargli qualche momento di serenità (gli insegna a nuotare) e una casa dove rifugiarsi quando la madre diventa intrattabile. Diventato adolescente, Chinon viene considerato un debole secondo gli stereotipi machisti che seguono i suoi compagni di scuola. Il ragazzo trova conforto nell’amicizia e nell’intimità sessuale con il compagno Kevin, l’unico con il quale riesce a intendersi. Picchiato nuovamente dai suoi compagni, Chinon reagisce violentemente e viene mandato al riformatorio. Dieci anni dopo è un giovane adulto che ha imparato a farsi rispettare ed è diventato a sua volta uno spacciatore. Una sera riceve una telefonata da Kevin, dopo anni di silenzio. I due si incontrano in un locale: è l’occasione per raccontarsi a vicenda cosa sono diventati e ricordare il tempo passato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ci presenta un mondo degradato, dove lo spaccio della droga resta l’unico lavoro conveniente da fare, dal quale non trapela nessuna speranza di riscatto. Ogni persona vive solo della ricerca di singoli momenti di consolazione reciproca.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, pesanti allusioni sessuali, riferimenti a rapporti omosessuali, uso e spaccio di droga, scene di bullismo nella scuola.
Giudizio Tecnico 
 
Il film candidato a 8 premi Oscar, ha una regia che riesce ad amalgamare bene una storia che si svolge in tre età diverse con tre attori diversi, e conferisce al racconto un senso unitario di struggente malinconia
Testo Breve:

 Un ragazzo sensibile e  introverso, con una madre tossicodipendente, cresce con sofferenza, deriso e picchiato dai compagni, offesi dalla sua mancanza di machismo. Un film ottimamente realizzato ma che trasmette il pessimismo fatalistico di una vita senza riscatti. 

Questo racconto, ricavato da una piece teatrale, è totalmente incentrato sulla figura di Chinon, visto in tre diverse tappe della sua crescita (a dieci anni, da adolescente  e infine da giovane-adulto) e dei  suoi incontri con le tre sole persone che hanno contato per lui: la madre, Juan e Kevin. Con la madre Chinon ha il rapporto più tormentato ma duraturo, segnato dalla ferita di un amore reciproco che resta sempre intenso e tenero ma perennemente venato dalla sofferenza del rimorso, per entrambi, di non averlo potuto esprimere come avrebbero voluto.

Con Juan il rapporto è insolito: questo rude spacciatore si intenerisce per questo fragile ragazzo tormentato e deriso dai suoi compagni, se ne assume il ruolo di protettore e di educatore, rispondendo alle domande più difficili: sul perché i compagni lo deridano chiamandolo “checca” e sulla conferma che la madre sia una tossicodipendente. Il regista evidenzia la difficile crescita di questo ragazzo, sottolinea il suo malinconico silenzio, costretto sempre a rifugiarsi in camera quando torna a casa, perché la madre è impegnata con qualche uomo. Il capitolo sull’adolescenza non fa che enfatizzare l’isolamento del ragazzo, ora che l’ostilità dei compagni nei suoi confronti è diventata violenta. E’ in questo difficile contesto (Juan nel frattempo è morto) che Chinon finisce per trovare sollievo nell’avvicinarsi all’amico Kevin, l’unico che non lo deride e con il quale può confidarsi. Nel terzo capitolo, il più breve, Chinon si è ormai costruito una propria corazza per affrontare il mondo esterno (anche fisicamente è diventato un giovane muscoloso), è diventato anche lui uno spacciatore e l’incontro, dopo tanti anni fra lui e  Kevin, vive solo del riverbero delle sensazioni adolescenziali e del rammarico per tutte le aspettative che avevano riposto nel loro futuro e che non si sono realizzate.
Il film sfugge a una chiara definizione e può esser visto sotto diverse angolature. Può esser definito  un racconto di formazione, sia pur molto tormentata; una denuncia sociale per un mondo dove chi è di colore non ha altra alternativa che impegnarsi nella malavita e ha un’alta probabilità di passare degli anni in un riformatorio, come Chinon o in prigione, come Kevin.
Altri hanno sottolineato come questo film sia il primo che ha approfondito la condizione di omosessuale in un contesto  afroamericano. In realtà il film potrebbe essere visto anche in altri modi.
Ci sono vistose omissioni nel racconto, che farebbero pensare a un film costruito a tesi, o comunque con l’obiettivo di  realizzare un mood  particolare, inteso come espressione artistica, più che come rappresentazione di una realtà. L’analisi sociale è falsata da alcune scelte stilistiche: il film costruisce un mondo  all black e non compare nessun bianco in nessun momento; il mestiere di spacciatore di droga, esercitato da Juan prima e da Chinon dopo, è visto come un mestiere come tanti, trascurando il fatto che si tratta di un’attività con la quale si finisce per vivere nelle maglie di organizzazioni criminali potenti, in grado di uccidere senza scrupoli. Pur riconoscendo la forte presenza del bullismo nelle scuole,  l’accanimento dei compagni verso Chinon nella primo e nel secondo capitolo del film sembra eccessivo, perché non è compensato dalla descrizione del lato buono della scuola. La  stessa supposta omosessualità di Chinon potrebbe essere messa in discussione. In nessun momento viene espresso da Chinon un chiaro desiderio sessuale  in quella direzione ma piuttosto la melanconia di un ragazzo solo che trova qualcuno che lo possa capire e  l’unico caso di parziale espressione di omosessualità, più subita che voluta, che avviene nel capitolo dell’adolescenza, può essere imputato alle incertezze che sono tipiche di quell’età.  Inoltre il  film manca  totalmente di qualche sequenza di incontro di Chinon con una ragazza, che  ci possa far capire se abbia mai pensato di trovare in una persona dell’altro sesso il modo per superare la sua solitudine.  .

Moonlight  evidenzia una grande padronanza del regista nel portare avanti una storia tutta interiore, ottimamente recitata e nel trasmetterci quell’atmosfera di struggente malinconia in cui vive Chinon. Non si può però non commentare la scelta dell’autore di mostrare un mondo senza speranza e nel mostrarci uomini che cercano esistenzialmente solo singoli attimi di conforto, senza nessun impegno nel trasformare in positivo la propria esistenza. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANCHESTER BY THE SEA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 19:12
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 135
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

Lee Chandler conduce una vita solitaria a Boston.  Esercita con scrupolo il suo lavoro, che è quello di fare lavori di manutenzione in quattro grossi condomini ma i suoi modi sono bruschi e scostanti. Un giorno riceve una telefonata: deve recarsi subito a Manchester, un paesino del Massachussetts sull’oceano, dove è nato e vissuto fino a pochi anni prima. E’ morto suo fratello Joe, ammalato di cuore da tempo.  Lui è l’unico in grado di occuparsi dell’organizzazione dei funerali: la moglie di Joe ha lasciato la casa da tempo e suo figlio Patrick, di sedici anni,  è rimasto solo. Il ritorno a Manchester costituisce una sofferenza per Lee: è ancora vivo in lui il ricordo della terribile tragedia familiare che aveva causato la separazione da sua moglie Randi. Grande quindi è la sua sorpresa quando scopre che il fratello, nel suo testamento, lo ha nominato tutore del nipote fino alla maggiore età…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di persone semplici e umili, con la loro generosità riesce a risolvere i problemi dei loro amici; uno zio non sa educare affettivamente il nipote rimasto orfano, che diventa complice delle sue prime esperienze sessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Una situazione altamente drammatica. Turpiloquio. Scene drammatiche di violenza come effetto dell’alccoolismo, riferimenti all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Una sceneggiatura di alto livello, sostenuta da attori tutti nella parte. Sei candidature all'Oscar
Testo Breve:

La storia di un dolore e di un senso di colpa che trovano progressivamente una via di uscita. Un’ottima sceneggiatura per un film in attesa di Oscar

Il film è la storia di un dolore lacerante. Un dolore causato da un tragedia che ha privato il protagonista Lee di coloro che gli erano più cari, reso più acuto dal fatto che l’uomo si considera responsabile di quanto è accaduto. Candidato  a sei Oscar, Manchester by sea . è  una storia tutta al maschile. Lee, come maschio, non piange; si tiene tutto dentro e quando ha bevuto troppo si scarica prendendo a pugni qualcuno nel locale e finendo come sempre per soccombere, pieno di lividi. E’ un modo per auto-punirsi.

All’inizio si resta disorientati per la lentezza dello sviluppo (Lee, arrivato a Manchester, trascorre più di una giornata a organizzare i funerali del fratello). Il ritmo del racconto è però funzionale per seguire i lenti mutamenti dell’animo del protagonista, che rivive le gioie ma anche i tanti dolori (noi li percepiamo con lui tramite numerosi flashback) del tempo trascorso nel piccolo paese sull’Oceano dove è nato e ha vissuto a lungo. Il fatto che il regista e lo sceneggiatore coincidano garantisce al film un’insolita unità di sviluppo.

Determinante è l’incontro di Lee con il nipote. Se Lee si sente un morto vivente, il trovarsi di fronte a un giovane così desideroso di crescere e di aprirsi alla vita ma ancora così fragile, determina in lui un taglio nella cortina di autoprotezione che si è creato e che progressivamente finirà per allentarsi. Non c’è nessuna suspence nell’attesa di qualche imprevisto in questo film ma solo una dettagliata analisi, quasi anatomica, della progressiva maturazione, dalla terra umida e nera del dolore dell’animo di Lee, di un piccolo fiore di speranza.

Il film è sorretto, oltre che dall’ottima interpretazione di tutti i protagonisti, dalla sceneggiatura innovativa di Kenneth Lonergan, che farà sicuramente scuola. Il suo modo di sviluppare il racconto può essere assimilato a quello del gioco di biliardo, dove le palle si urtano, per reazione si spostano fino a incontrare altre palle e magari a tornare indietro. Lee, nel suo mutismo scontroso, finisce per litigare con il nipote Patrick. L’evento determina, nell’animo di Lee, una riflessione e quando zio e nipote si incontrano di nuovo, il loro animo si è modificato e ora sono pronti ad affrontare lo stesso problema con un animo mutato. In questo modo i protagonisti sono come monadi fra loro indipendenti ma  che si scontrano e che si modificano quando scoprono la loro interdipendenza.

Per un’analisi così accurata dell’animo dei personaggi, la storia non può che essere minima, riferita a persone semplici così come elementare è l’ambientazione in un tranquillo paese di pescatori. 

Il film non manca di sottolineare i terribili effetti dell’alcool e dell’uso di droghe: Lee deve continuamente lottare per non ricadere nelle debolezze del suo passato recente mentre la famiglia del fratello resta devastata dall’alcoolismo della moglie.

Non ci sono accenni nel film a tematiche di fede, ma si intravede, in modo indiretto, la sua forza che può sprigionare per affrontare difficili casi umani. Lee e il nipote vanno a trovare la madre del ragazzo, che ora ha un nuovo compagno. In casa ci sono chiari segni di una fede cattolica e prima di pranzo tutti si fanno il segno della croce. C’è una certa ironia, da parte del regista, nel ritrarre questa scena ma al contempo manifesta un dato di fatto inippugnabile: un uomo di fede si è impegnato a recuperare la donna dall’alcolismo.

Il film è interessante sotto un’altro aspetto: se certe situazioni sembrano irrimnediabili, se la capacità di perdonarsi sembra impossibile, la salvezza può venire solo grazie alla generosità e al sacrificio degli altri. Da questo punto di vista il compagno di barca di Joe e di sua moglie, tecnicamente dei personaggi secondari, sono in realtà quelli determinanti  nella storia: sono loro che si impegneranno ad adottare il ragazzo fino alla sua maggiore età. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANCHESTER BY SEA (Laura C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 18:52
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 142
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

La morte improvvisa del fratello maggiore Joe, costringe Lee Chandler, custode tuttofare, a tornare nella sua cittadina natale. Lì scopre che il fratello lo ha designato come tutore legale del figlio sedicenne Patrick e così Lee sarà costretto ad affrontare, oltre il lutto, i fantasmi del suo tragico passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dopo una dolorosa tragedia familiare, si apre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono. l’unica chiave possibile per ricominciare
Pubblico 
Maggiorenni
Un paio di scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Il film è sorretto dall’ottima interpretazione di Casey Affleck e dal regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan che riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto. Sei candidature all’Oscar 2017
Testo Breve:

I protagonisti cercano di ricucire le ferite di un grave lutto familiare ricostruendo lentamente i loro rapporti umani. Un film pluri-candidato all’Oscar

Autore di opere teatrali e sceneggiatore per grandi registi (suoi i copioni di Terapia e Pallottole e Gangs of New York), Kenneth Lonergan qui si riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto, sia quello di un adulto ferito dalla vita o quello di un adolescente preso nel mezzo di un’età difficile e piena di sfide.

Il film è sorretto dall’interpretazione di Casey Affleck, che ormai da tempo non ha più bisogno di dimostrare il suo talento (già eccellente nel debutto alla regia del fratello Ben, Gone Baby Gone, negli anni non ha fatto che riconfermarsi), affiancato da un ottimo cast, in cui spiccano il giovane Lucas Hedges e il veterano Kyle Chandler.

La storia non procede in modo lineare ma svela i suoi segreti progressivamente: la resistenza di Lee a tornare nel paese natale, in cui sembrerebbe essere stato felice, la difficoltà e la complicazione dei rapporti famigliari (il fratello defunto aveva una moglie, alcolista, che a un certo punto aveva abbandonato lui e il figlio, ma si è poi rifatta una vita con un nuovo compagno molto devoto), una tragedia del passato che ha spazzato via una famiglia ma non ha distrutto l’amore.
I tasselli del puzzle vanno a comporsi progressivamente complicando una scelta già di per sé non facile: il solitario Lee, infatti, dovrebbe farsi carico dell’educazione del nipote, diviso tra impulsi adolescenziali e un dolore difficile da esprimere. 
Proprio il tratteggio del rapporto zio-nipote, scevro da ogni sentimentalismo e ipocrisia, ma proprio per questo autenticamente doloroso, è uno degli elementi più belli e toccanti della pellicola.

La tragedia che ha fatto di Lee un uomo chiuso e a disagio con i sentimenti è di quelle da melodramma e il flashback che la rivela, accompagnato da una musica quasi esorbitante, non fa nulla per contenerne la portata.

Altrove, invece, la pellicola sceglie la via della leggerezza (per esempio quando segue le peripezie sentimentali di Patrick, che è disposto a usare della sua perdita anche per portare avanti il complicato ménage con due fidanzate), come a ribadire che la vita continua anche dopo le peggiori disgrazie, proprio come le stagioni che si avvicendano a Manchester, sciogliendo il ghiaccio dell’inverno, lasciando finalmente lo spazio alla sepoltura (letterale e metaforica) del passato, e, forse, a un’ipotesi di rinascita nel futuro.
Di fronte alle difficoltà di Lee, Lonergan non fa sconti e non sceglie la soluzione facile e consolatoria, ma offre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono che è l’unica chiave possibile per ricominciare. Un perdono che talvolta è più difficile concedersi che offrire e che non può mai essere una via solitaria.
Lonergan è un autore che ha dimostrato già in passato un grande amore per i suoi personaggi e anche qui riesce, pur con qualche lungaggine che un montaggio più severo avrebbe potuto eliminare, a trasmettere la stessa simpatia umana, che non si lascia vincere né da limiti né da dolori e sconfitte.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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150 MILLIGRAMMI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/11/2017 - 08:23
 
Titolo Originale: La fille de Brest
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Emmanuelle Bercot e Séverine Bosschem
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Produzione: Haut et Court e France 2 Cinéma
Durata: 128
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Patrick Ligardes, Mazureck Garance, Lara Neumann, Isabelle Giordano, Elise Lucet (le ultime due sono giornaliste e recitano nel proprio ruolo)

E’ la storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco chiamato Mediator commercializzato dalla casa farmaceutica Servier.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E’ la storia di una piccola eroina che partendo dal proprio lavoro quotidiano, svolto con passione e perizia, arriva a smuovere montagne, perché mossa dalla compassione verso i propri pazienti percepiti in tutta la loro dignità di persone.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di alcune scene di interventi chirurgici molto realistici e dettagliati.
Giudizio Tecnico 
 
Un thriller sociale sulla medicina che riesce a tenere desta l’attenzione fino alla fine grazie ad un’ottima costruzione e interpretazione del personaggio principale
Testo Breve:

La storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco  e riuscì a farlo derubricare. Una storia di coraggio con il pieno sostegno della propria famiglia

“Vuoi fare la guerra alle industrie dei cattivi? Ti schiacceranno. Per adesso sono loro che ci danno da mangiare e senza finanziamenti niente ricerca”: in questa battuta si racchiude il dilemma che affligge la ricerca scientifica spesso, soprattutto in ambito medico, divisa tra esigenze etiche e necessità economiche. 150 milligrammi è il racconto di questa lotta ingaggiata dal dottor Irène Frachon contro una importante casa farmaceutica francese per salvare centinaia di vite dal rischio di una mortale cardiopatia. Una storia vera vissuta in prima persona dall’autrice del libro che ha ispirato il film, “Mediator 150 mg, Combien de morts?”.

Emmanuelle Bercot è sceneggiatrice e regista di 150 milligrammi e dirige una straordinaria Sidse usa Babett Knudsen (La corte 2015) in un racconto tutto incentrato sulla figura, ricca di sfaccettature, di questo medico bretone, una donna testarda e coraggiosa, ma anche ironica e sensibile.

Nel febbraio 2009 la dottoressa Franchon, pneumologo in un policlinico universitario di Brest, nota un sospetto collegamento tra i casi di ipertensione valvolare e polmonare e l'assunzione di un farmaco, chiamato Mediatore, commercializzato dai laboratori Servier. Con l’aiuto di un ricercatore, il professor Le Bihan, Irène comincia ad approfondire la questione e fa un’inquietante scoperta sul farmaco in questione. Con Le Bihan si rende però anche conto del preoccupante giro di interessi economici che ruota attorno alla commercializzazione di questo farmaco e dovrà scontrarsi contro l’universo arrogante e brutale di accademici e legali piegati alle esigenze delle case farmaceutiche. Ma Irène non teme il conflitto, il rischio e nemmeno il disprezzo, va avanti avendo a cuore un unico obiettivo: la salute dei suoi pazienti che portano un nome preciso. Nonostante le diverse e numerose difficoltà, trova lungo la sua strada alleati inaspettati: una studentessa in farmacia che cita il numero delle vittime a Brest nella sua tesi, l'epidemiologo Caterina Haynes, un editore tenace e audace, una giornalista de Le Figaro e persino un anonimo dipendente del CNAM (Fondo Nazionale per l'Assicurazione sanitaria) che di nascosto le passa dati su larga scala.

Irène è una donna tenace ma anche molto umana, il suo scopo principale è tutelare la salute dei suoi pazienti. Ed è esattamente questa la sua forza: ciò che per i normali ricercatori e per le aziende farmaceutiche sono solo numeri per lei invece rappresentano persone, con un nome e un volto precisi. La sua storia parla di una donna soprattutto determinata, apparentemente brusca ma in realtà mossa da una profonda compassione verso il prossimo.

Il suo personaggio così sfaccettato dà dinamicità al film e nonostante i tanti aspetti tragici della vicenda riesce dove necessario anche a sdrammatizzare il racconto. Irène è una donna caparbia, dai modi non sempre gentili che non sarebbe nemmeno qualificata per affrontare una ricerca di questo genere, ma, almeno nel film, possiede una virtù particolare: è capace di vedere la sofferenza dei suoi pazienti e sa dare la giusta priorità alle cose. Per questo è in grado di non lasciarsi spaventare da un sistema corrotto, perché non è mossa da interessi personali, ma dalla speranza di miglioramento e dalla volontà di salvare altri. 

150 milligrammi ripercorre tutte le tappe della vicenda della dottoressa Frachon fino al suo sorprendente epilogo in modo certamente romanzato, ma con una tale aderenza nelle intenzioni che alcuni dei personaggi reali hanno preso volentieri parte al film. Prima fra tutti la stessa Irène Franchon, che nella pellicola fa una breve apparizione, e le due giornaliste che la intervistano interpretano nella finzione il loro stesso ruolo.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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