Dramma

SPLIT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/31/2017 - 09:44
Titolo Originale: Split
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Produzione: BLINDING EDGE PICTURES, BLUMHOUSE PRODUCTIONS
Durata: 147
Interpreti: James McAvoy, Anya Taylor – Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson

Adolescenti estroverse e attente alla moda, Claire e Marcia guardano con compassione la compagna di scuola Casey, problematica nelle relazioni con gli altri, goffa e amante della solitudine. Un destino comune e crudele, però, le attende. Di ritorno da una festa, infatti, le tre ragazze vengono rapite da un uomo che le segrega in una prigione sotterranea. Nel disperato tentativo di scappare, Casey, Claire e Marcia si imbattono più volte nel loro rapitore, venendo, così, a scoprire una terribile realtà. Nell’uomo convivono personalità multiple, che lo portano ad assumere diverse identità. L’ossessivo compulsivo Dennis, il fragile stilista Barney, la rigorosa Patricia e il bambino Hedwig. Queste sono solo alcune delle ventitrè personalità in cui il rapitore prende forma. Ed un’ultima, la più spaventosa e feroce, che nemmeno la psichiatra Dottoressa Fletcher riesce a domare, sta per venire allo scoperto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Secondo i messaggio dato dal film, il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo
Pubblico 
Sconsigliato
Pel l'etica deformata che propone. Scene di violenza psicologica ed emotiva verso minori. Immagini di sangue brevi, ma di forte impatto
Giudizio Tecnico 
 
A livello tecnico il film è ben fatto. La tensione viene tenuta dai dialoghi e le due ore di film passano nonostante l'azione sia minima
Testo Breve:

Tre adolescenti vengono rapite e segregate da uno schizofrenico in grado di assumere fino a 23 personalità differenti. Un angosciante film-metafora su una vita senza speranza basata sul dolore dove ilmale trova la sua giustificazione

Il regista M. Night Shyamalan torna al cinema con un thriller psicologico in cui il ritmo dettato dai dialoghi e dalla suspense mantiene lo spettatore focalizzato sul destino delle giovani vittime.

Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Ogni essere umano sviluppa una personale difesa alle violenze inferte. È ben chiaro nei due personaggi principali, la giovane Casey e il rapitore, interpretato da un poliedrico ed eccezionale James McAvoy. Entrambi vittime di aggressioni psicologiche nella primissima infanzia, affrontano diversamente il dolore e le ferite scaturite dall’abuso. Casey, troppo indifesa dinnanzi “all’orco nero”, sviluppa diffidenza nell’essere umano e preferisce la solitudine alle relazioni sociali. Kevin, invece, il bambino diventato uomo in molteplici vite diverse rispetto a quella originaria, si difende dal male rifugiandosi nell’alterità. Gli “Altri” ventitrè sono la sua via di fuga da un dolore che lo ha segnato per sempre e proprio il passato comune rende Casey in grado di entrare in sintonia con con Kevin e con gli “Altri”. Questo elemento della storia ci introduce ad un altro più ampio discorso. Innanzitutto, secondo quanto il regista ci racconta, non solo la violenza genera dolore, ma la violenza stessa nasce dalla malvagità umana, che non risparmia nemmeno le mura domestiche. Il che distrugge il concetto di famiglia e toglie luce a qualsiasi evoluzione positiva nel Destino dell’Uomo. Queste ferite fortificano la vittima, la formano e le conferiscono un’esperienza totalmente estranea a chi ha vissuto senza dover affrontare difficoltà. In questo Casey e Kevin sono certamente uguali. Uniti da un’affinità e da una storia emotiva differenti da quelle di Claire e Marcia, sono, a detta di Kevin, diversi in quanto superiori. Questo concetto, oltre ad essere socialmente antidemocratico, è ancor più pericoloso e fuorviante perché qui è definito sulla base dell’emozione. E, unitamente alla violenza che genera dolore, giustifica, trovandone una causa incontestabile, le distorsioni comportamentali, di qualunque gravità esse siano.

L’affermazione della ventiquattresima identità di Kevin, la “Bestia”, definisce e riassume il pensiero veicolato dal film. Il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo.

Autore: Maria Luisa Bellucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIPARARE I VIVENTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/29/2017 - 20:03
Titolo Originale: Réparer les vivants
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Katell Quillévéré
Sceneggiatura: Katell Quillévéré, Gilles Taurand
Produzione: France 2
Durata: 104
Interpreti: Tahar Rahim, Emmanuelle Seigner, Anne Dorval, Bouli Lanners, Kool Shen, Monia Chokri, Alice Taglioni, Karim Leklou Alice de Lencquesaing, Finnegan Oldfield, Théo Cholbi, Gabin Verdet, Dominique Blanc

All’alba tre giovani surfisti sulla strada verso casa a causa di un improvviso colpo di sonno del conducente restano vittime di un incidente autostradale. Nell’ospedale di Le Havre i genitori del giovane Simon, uno dei tre ragazzi, apprendono che, nonostante le apparenze, il loro figlio è da considerarsi ormai morto con certezza e devono valutare la possibilità di autorizzare la donazione dei suoi organi. Intanto a Parigi una donna è in attesa del provvidenziale trapianto di cuore che potrà salvarle la vita

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la drammaticità di questa storia nel suo insieme pone di fronte ad una serie di riflessioni di natura scientifica, medica, filosofica e umana. La regista sceglie un registro molto interiore e personale per sviluppare la narrazione di questo film, risulta assai convincente e toccante senza essere polemica e tiene in grande considerazione, oltre che gli aspetti scientifici della vicenda, anche quelli più intimi relativi agli affetti, al concetto di identità della persona umana e alla vita stessa.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di operazioni chirurgiche molto realistiche e crude.
Giudizio Tecnico 
 
In un film che affronta un tema così denso di questioni scientifiche e morali il rischio era quello di cedere ad una narrazione eccessivamente didascalica, ma la regista riesce ad affrontare la storia con molta sensibilità umana e conferisce ai suoi personaggi un accettabile spessore. Questo, insieme ad un sapiente uso della fotografia e del montaggio, riesce a rendere il film coinvolgente, sebbene si tratti di una storia dura e dal forte valore divulgativo
Testo Breve:

Due genitori al capezzale del figlio a cui è stata diagnosticata la morte celebrale; una donna  in attesa che venga trovato un donatore per il suo cuore malato. Un’accurata analisi delle condizioni emotive di tutti i personaggi coinvolti

La donazione degli organi, un tema delicato quanto importante, in cui la logica schiacciante della scienza si scontra con la sacralità intangibile ma reale e forte del concetto di persona umana. Riparare i viventi è prima di tutto un romanzo in cui l’autrice Maylis de Kerangal sceglie con molto buon senso di affrontare l’argomento focalizzandosi soprattutto sull’aspetto umano e interiore di quelli che potrebbero essere i possibili protagonisti di una storia fondata sul tema della donazione degli organi. Katell Quillévéré, regista del film tratto dall’omonimo romanzo, adatta il linguaggio cinematografico alle stesse scelte dell’autrice del testo scritto e realizza un’opera toccante, ragionevole, quasi straziante ma importante.

Uno scontro di drammi, dolori, speranze e attaccamento alla vita, questo è sostanzialmente Riparare i viventi, in cui le ragioni della scienza devono necessariamente fare i conti con le ragioni, i dubbi e le pene dell’animo umano, tanto di coloro che prendono la difficile e generosa decisione di donare gli organi di un proprio caro congiunto quanto di coloro che quell’organo hanno la fortuna di riceverlo.

Nel film è narrata la storia di un giovane ragazzo di 17 anni. Simon, che nel pieno della sua vita e delle sue energie resta gravemente coinvolto in un terribile incedente d’auto. Sebbene il suo corpo sia rimasto quasi illeso il ragazzo arriva in ospedale in uno stato di morte celebrale che secondo i medici è irreversibile. I suoi genitori, nel momento di maggiore dolore, devono dunque decidere se autorizzare o meno la donazione degli organi del figlio. In un’altra parte della Francia una donna, madre di due giovani uomini, è affetta da una gravissima cardiopatia che non le lascia speranze di vita per il futuro e a causa della quale è stata inserita nella lista dei pazienti che necessitano con urgenza di un trapianto di cuore.

La tragedia che capita al ragazzo e ai suoi genitori costringe a pensare alla morte sotto varie sfumature: l’accettazione del lutto, il desiderio di rispettare la sacralità del corpo e al tempo stesso il bisogno profondo che ciascuno ha di trasformare il dolore in qualcosa di fecondo che dia senso a quella terribile sofferenza. Ed è esattamente questo il percorso che compiono i genitori del ragazzo nel prendere la loro decisione. Senza essere polemico il film riesce a descrivere i vari aspetti emotivi, umani e interiori che rendono ardua e non scontata la scelta di donare gli organi di un proprio caro.

Nel contempo la storia, attraverso la figura dei medici che accompagnano i genitori nella loro decisione, riesce a svestire anche la scienza della sua patina di freddezza per mostrare il dovuto rispetto che merita il corpo umano anche dopo la morte. Di fronte anche alla schiacciante ragionevolezza della necessità della donazione degli organi quando le condizioni lo consentono senza ombra di dubbio, la narrazione non perde di vista l’elemento che riguarda la sacralità della vita umana e il rispetto che essa impone.

La difficoltà da superare infatti non risiede solo in coloro che, pur vedendo ancora respirare il proprio figlio, sebbene solo perché attaccato ad una macchina, si trovano nella dura condizione di dover decidere di donare ad altri parti essenziali del suo corpo, ma anche in coloro che questi organi si trovano a riceverli e sono costretti di fatto a dover quantificare il valore della propria vita. Non si può non considerare che gli organi interni di un essere umano hanno un valore che per certi versi travalica il puro aspetto biologico.

Così anche la donna che d’improvviso si trova ad accettare di ricevere il cuore di un’altra persona deceduta vive un travaglio interiore non indifferente. In primo luogo per i rischi notevoli che un’operazione del genere comporta e in secondo luogo per il fatto di dover superare la naturale resistenza dell’animo a vedersi privato di una parte simbolicamente così importante per la persona.

Nel complesso Riparare i viventi affronta la questione con estrema lucidità e delicatezza senza temere di inserire anche immagini potenzialmente troppo dirette e brutali, ma funzionali al racconto. Offre quindi un quadro chiaro e completo sul tema della donazione degli organi che non poggia solo su incontrovertibili dati scientifici ma riesce a tenere conto anche degli importanti aspetti umani che la questione implica.

Bisogna sottolineare che rispetto al caso scelto in questo racconto non vi sono dubbi né morali né scientifici riguardo ad una possibile confusione con l’altro delicato tema dell’eutanasia: la morte cerebrale è riconosciuta come morte assolutamente certa e dunque non lascia adito ad altre possibili scelte di mantenimento in vita.

Tuttavia resta discutibile solo un unico dettaglio inserito nella storia e assolutamente non funzionale al racconto. Ad un certo punto del film si comprende che la donna che sta per ricevere il cuore di Simon nel passato ha avuto una relazione omosessuale con una sua amica.  Sebbene l’intento della regista fosse quello di rendere più consistente il carattere della donna che riceve il cuore, resta il fatto che l’informazione sul suo orientamento sessuale è del tutto gratuita.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUA LA ZAMPA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/19/2017 - 07:44
Titolo Originale: A Dog's Purpose
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Lasse Hallström
Sceneggiatura: W. Bruce Cameron, Cathryn Michon, Audrey Wells, Maya Forbes, Wally Wolodarsky
Produzione: Amblin Entertainment, Reliance Entertainment, Walden Media, Pariah Production
Durata: 120

Bailey, un golden retriever, racconta la storia delle sue vite in diverse reincarnazioni nell'arco di cinque decenni alla ricerca del senso della sua esistenza al mondo. Da quando Ethan Montgomery, un bambino di otto anni, gli salva la vita, Bailey resta al suo fianco nelle tappe più importanti della sua vita. Anche dopo la sua morte lo spirito di Bailey, incarnandosi in altri cani, non dimentica del tutto il suo primo padrone.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
il film racconta in modo semplice il forte sentimento di affetto e amicizia che lega un cane al suo primo padrone, ma si perde nella narrazione di storie che mirano alla commozione e che semplificano il senso dell’esistenza alla sola ricerca di compagnia. Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
una narrazione che procede in modo scorrevole e coinvolge soprattutto al livello dei sentimenti, ma a tratti sfiora un’artificialità tale da sembrare quasi uno spot pubblicitario
Testo Breve:

Un golden retrieval viene salvato dal suo padroncino. Anche dopo morto, il cane continua a cercarlo, nelle sue vite successive. Un film che punta tutto sulla commozione con un insolito riferimento al tema della reincarnazione

Dopo il successo nel 2009 di Hachiko - Il tuo migliore amico, film basato sulla sorprendente storia del fedele cane giapponese Hachi, il regista Lasse Hallström sembra averci preso gusto e riprende il filone cinofilo con un film, Qua la zampa, che punta tutto sulla commozione. La storia è tratta dal romanzo del 2011 best seller di W. Bruce Cameron, Dalla parte di Bailey (A Dog's Purpose), in cui l’autore immagina di raccontare il mondo e la vita attraverso gli occhi e la voce di un cagnolino che si reincarna più volte.

Che Hallström fosse un abile descrittore di sentimenti si sapeva. (Dear John). Questo regista è riuscito sempre, con esiti più o meno centrati, a toccare le corde sensibili dell’animo umano affrontando temi assai toccanti, anche se non sempre supportati da contenuti solidi. Questa volta però con Qua la zampa il regista svedese punta dritto verso il sentimentalismo più spudorato e sembra applicare tutte le sue competenze professionali a generare con facilità situazioni commuoventi ma che a tratti paiono costruite ad arte per questo scopo.

In principio un cane affezionato e il suo bambino, poi un eroico cane poliziotto e l’agente suo padrone, poi un pigro cagnolino che condivide con simpatia e discrezione le gioie e i dolori di una giovane donna di colore e infine un cane maltrattato che ritrova miracolosamente la via di casa: già solo questi elementi basterebbe per predisporre il pubblico alla più profonda tenerezza. Qua la zampa è la storia di un cane di nome Bailey che nasce, vive, muore e rinasce più volte incarnando ogni volta una nuova razza canina in un differente contesto umano. Bailey racconta la sua storia con le sue diverse esistenze dal suo ingenuo e puro punto di vista di animale fedele, intelligente e pieno di voglia di vivere. Quello di Bailey però sembrerebbe voler essere anche un percorso di crescita e conoscenza dell’animo umano alla ricerca del senso della vita.

Un obiettivo decisamente alto per un cane che in effetti fondamentalmente si concentra di più sulla ricerca di un essere umano in particolare, il suo primo vero padrone, Ethan, che lo adottò cucciolo in una delle sue prime vite e diede un senso di gioiosa spensieratezza alla sua esistenza. Ed è proprio in questo punto che Hallström sembra perdersi o piuttosto sembra scegliere la facile via dei sentimenti invece che esplorare sentieri più complessi.

Perché Qua la zampa pone le basi per profonde riflessioni ma si ferma alle considerazioni più elementari e semplici, sicuramente molto adatte ad un cane ma quasi mortificanti se invece osservate dal punto di vista dell’essere umano. Alla fine sembra infatti che la sola cosa che possa dare un senso all’esistenza di ogni essere vivente, uomo o animale che sia, stia nel cercare e trovare un compagno con cui condividere la vita.  

Qua la zampa è un film senza dubbio ricco di sentimenti coinvolgenti e commuoventi, descritti con semplicità efficace e ingenua, ma troppo infantile. Questa idilliaca comunione tra uomo e cane e l’eccessiva centralità e importanza data al concetto di compagnia finisce col svilire decisamente la parte umana della storia, rendendo l’intero film un tenero racconto di fantasia, ben narrato e toccante, ma artificilamente puerile.       

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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DOPO L'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/15/2017 - 13:45
Titolo Originale: L'économie du couple
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Joachim Lafosse
Sceneggiatura: Mazarine Pingeot, Fanny Burdino, Joachim Lafosse, Thomas Van Zuylen
Produzione: ES FILMS DU WORSO, VERSUS PRODUCTION IN CO-PRODUZIONE CON RTBF (TÉLÉVISION BELGE), VOO, BE TV ET PRIME TIME (TBC)
Durata: 98
Interpreti: Bérénice Bejo, Cédric Kahn

Maria e Boris, dopo 15 anni vissuti assieme e aver avuto due bimbe gemelle, hanno deciso di separarsi. L’attuazione pratica di questa decisione risulta molto difficile e genera in loro astio e sofferenza. Lui è attualmente senza lavoro e i due sono costretti a continuare ad abitare nella stessa casa. Non trovano neanche un accordo sugli aspetti economici della separazione: lei vuole dare al marito una congrua buona uscita purché lasci definitivamente la casa ma lui pretende il 50% del suo valore perché, anche se formalmente la casa è di proprietà della donna, ritiene che tutti i lavori di abbellimento che lui stesso ha realizzato abbiano contribuito alla sua valorizzazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Assistiamo ai litigi di un uomo e una donna che si stanno per separare ma in nessuno dei due traspare un gesto di generosità capace di trascendere la loro situazione, soprattutto a beneficio delle due figlie
Pubblico 
Adolescenti
Le tensioni familiari che sono narrate nel film non sono adatte alla sensibilità dei più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il regista sviluppa un’analisi accurata della dinamica di una separazione, gli attori sono bravi, ma il risultato è freddo e non propone soluzioni
Testo Breve:

Lui e lei si stanno per lasciare dopo 15 anni e la nascita di due bambine. Il racconto dettagliato ma grigio di una separazione che non trasmette nessuna emozione

“Tu hai i tuoi giorni, io i miei, rispettali” dice Maria, molto seccata, a Boris che è entrato, non atteso, in casa e sta facendo divertire le figlie che non hanno intenzione di fare i compiti. Ovviamente le bambine non hanno nessuna voglia di pensare ai loro genitori come qualcosa di disunito e si rivolgono ora a l’uno ora all’altra a seconda di dove, secondo loro, sarà più facile ottenere ciò che desiderano. E’ questo uno dei pochi elementi che resta invariato in questa famiglia dove lui e lei hanno deciso di non voler più vivere assieme (non è chiaro, nel film, se sono sposati o no), non perché sia intervenuto un “terzo incomodo” ma per incompatibilità di carattere: lui si comporta con molta leggerezza (di origini modeste, vive di lavori edili saltuari e non si dà molto da fare per cercane altri) mentre lei, di famiglia borghese, vive nella cura di piccoli dettagli e non ha l’elasticità mentale per affrontare i problemi in una prospettiva più ampia e generosa. I

ll regista e sceneggiatore belga Joachin Lafosse si è specializzato in conflitti familiari (Proprietà privata) e con questo film mostra l’intenzione di continuare ad approfondire il tema. Per tutto il film padre, madre e figlie (ma anche noi) restano chiusi all’interno della loro abitazione constatando, com’è ovvio, che ciò che è nato unito, ora non può esser diviso. Ecco quindi le meschine liti sul dividere in due il contenuto del frigorifero, sul lavare separatamente i panni nelle lavatrice, nell’impossibilità di vedere separatamente quegli amici che un tempo erano in comune. Lei si appiglia a queste divisioni sperando in qualche modo di guadagnarsi una propria indipendenza; lui le viola continuamente, perché le ritiene elementi secondari rispetto al tema principale, che è la perdita della loro intesa.

Sappiamo bene, purtroppo, quanto spesso avvengono, nella realtà, queste separazioni e c’è da domandarsi se era necessario sviluppare un film che ci ricordasse, nei minimi dettagli, la tristezza ma anche lo squallore umano nel quale finiscono per sprofondare gli ex-coniugi o conviventi.

Indubbiamente è da lodare il dettaglio, quasi uno studio sociologico, con cui vengono analizzate le relazioni familiari e sono molto bravi sia Bérénice Bejo che Cédric Kahn (noto soprattutto come regista) ma indubbiamente non basta il piacere di un’analisi ben fatta per giustificare un film. Non sveliamo il finale, ma non resta nello spettatore nessuna emozione o messaggio particolare da recepire.

Lo spettatore segue le loro vicende attendendosi non necessariamente una soluzione positiva al conflitto, una loro generosa riunificazione ma almeno un colpo d’ala nel racconto, un modo con il quale i due possano almeno prender coscienza definitiva della gravità della loro decisione, soprattutto nei confronti delle figlie. In un altro film tragico sullo stesso tema, Kramer contro Kramer, il conflitto coniugale, arrivato fino in tribunale, pur concludendosi con una separazione definitiva, si chiudeva con una gara di solidarietà nei confronti del loro figlio.

In questo film c’è una scena molto bella, nella quale le gemelle mettono il disco di una canzone che è capace di evocare alcuni bei momenti che tutti insieme hanno vissuto e padre, madre e figlie, si mettono a ballare. Negli sguardi di lui e lei sembrano riaffiorare le emozioni del loro amore di un tempo ma si tratta di un breve momento. I litigi continueranno il giorno dopo e, ciò che è peggio, non c’è mai una seria analisi delle conseguenze del loro disaccordo sulle loro figlie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PATERSON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/12/2017 - 15:44
 
Titolo Originale: Paterson
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Produzione: AMAZON STUDIOS, K5 FILM
Durata: 115
Interpreti: Adam Driver, Golshifteh Farahani

Paterson è un giovane che abita nell’omonima città del New Jersey, dove guida l’autobus, scrive versi e vive con la bella moglie Laura un’esistenza tranquilla e monotona. Il film racconta 7 giorni dei due protagonisti, i loro incontri e le loro piccole esperienze quotidiane. Nella storia ha grande spazio la passione di Paterson per la poesia, vista da lui come un mezzo di compensazione e di riscatto dalla sua esistenza non infelice ma limitata e incolore (nonostante l’affetto e le tenerezze prodigategli dalla sua compagna). Fino alla sorprendente conclusione, drammatica per certi versi ma anche positiva.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Messaggi valoriali vengono dal quadro coniugale-familiare, dall’integrità morale del protagonista e di altri personaggi, da una trama di rapporti umano-sociali all’insegna dell’amicizia, del rispetto e della gentilezza. Il finale esalta l’esigenza di reagire ai rovesci e ritrovare la speranza.
Pubblico 
Adolescenti
Per via del linguaggio
Giudizio Tecnico 
 
Un film tipicamente “indipendente” ma al di sopra della media, anche perché diretto da uno dei maestri di questo cinema. Domina quindi il realismo, sia nell’esteriorità e nella vita dei personaggi, sia negli scenari urbani dove tutto è ordinario, dimesso e al limite dello squallore.
Testo Breve:

Jim Jarmusch, un veterano del cinema indipendente americano, firma un film delizioso: la vita semplice di un conduttore di autobus  che scrive poesie, sempre pronto a fare la cosa giusta e a occuparsi degli altri

Non siamo nemici di Hollywood, anzi, come cinefili non sarebbe proprio il caso di pensare solo ai difetti della “Mecca del cinema” scordandone i pregi innegabili e storici. Però per quanto ci riguarda non finiamo mai di ringraziare Dio per il fatto che in USA ci sia pure il cinema indipendente. Ci conferma puntualmente in questa convinzione la bellezza, la qualità e l’intelligenza dell’ultimo film di Jim Jarmusch, uno dei massimi registi dell’”altra faccia del cinema americano” (più newyorkese che losangelino, come si sa), ormai non più giovanissimo coi suoi 64 anni e autore di pellicole apprezzate da critica e pubblico come Taxisti di notte (1991), Dead man con Johnny Depp (1995) e Broken flowers con Bill Murray (2005). Questo Paterson, del 2016, rivela già nel titolo l’ironia (garbata) e la levità di Jarmusch. Difatti Paterson si chiama sia il paesino del New Jersey dove il film è ambientato sia il protagonista maschile del film, un giovanotto 30enne che fa l’autista del bus comunale percorrendo ogni giorno le solite strade e fermando il veicolo alle stesse bus-stop. Partiamo da questa location. Il film si fa ammirare anzitutto per questo, perché ci mostra un’America che non è solo tecnologica, extralusso, “dollarosa”, patinata ecc. ecc. ma è anche afflitta da degrado e sporcizia, con insegne mezzo cancellate e quasi illeggibili, clochard per terra agli angoli delle strade, intonaci corrosi e scoloriti, aiuole incolte e via decadendo. Paterson città è così, a misura europea e specialmente (ahimè) italiana, come un borgo qualsiasi del centro-sud: il che, diciamolo, si vede di rado in un film americano, almeno con questa autenticità e verità da docu-film. Passiamo al protagonista, interpretato benissimo da Adam Driver. Il film registra la sua vita quotidiana e il suo lavoro ripetitivo al volante del bus: una monotonia interrotta e smossa solo dal taccuino che il giovane tira fuori ogni poco dalla tasca per scrivere all’impronta pensieri e riflessioni, a cui tiene molto e che gli riempiono l’esistenza e la giornata. Questi appunti e sfoghi su carta lui li chiama poesie, e altrettanto fa (esortando il marito a pubblicarle) la moglie Laura, interpretata con brio ed efficacia dalla deliziosa Golshifteh Farahani, attrice iraniana di Teheran. Pure lei ha i suoi hobby e interessi, cucina dolci (apparentemente) squisiti che vende alle fiere e ai mercati, e acquista on line una chitarra per imparare a suonarla con l’ausilio di un CD (!). Tra loro il cane, un bulldog eccezionale, irresistibile, “manovrato” alla perfezione da Jarmusch, che grazie ai miracoli del montaggio lo fa letteralmente recitare, ora annoiato, ora protestatario, ora ironico (gli manca solo la parola, è il caso di dirlo) ma sempre in un rapporto indecifrabile coi padroni: sorvoliamo su quello che gli combinerà! Intorno a questo ménage c’è la vita cittadina coi suoi riti e le sue figure: l’assistente indiano di Adam che gli racconta tutti i suoi guai casalinghi, la bimba che scrive pure lei poesie, i passeggeri del bus, il nero anziano e maltrattato dalla moglie che gestisce il pub dove va il protagonista quando stacca. Personaggi realistici, appena crepuscolari, attori di un dramma quotidiano in pillole che dimostra una cosa, pure stavolta. Il minimalismo, sia pur affettuoso e partecipe, sembra essere la cifra propria del cinema indipendente americano. O, almeno, di Jarmusch

Autore: Mario Spinelli
In Televisione
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IL CLIENTE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/07/2017 - 19:57
Titolo Originale: Forushande (The salesman)
Paese: IRAN
Anno: 2016
Regia: Asghar Farhadi
Sceneggiatura: Asghar Farhadi
Produzione: Arte France Cinéma, Farhadi Film Production, Memento Films Production
Durata: 125
Interpreti: Shahab Hosseini, Raana Etesami, Babak Karimi

Emad e Rana, una giovane coppia di sposi iraniani, sono improvvisamente costretti a lasciare il loro appartamento nel centro di Téhéran a causa dei lavori di un vicino cantiere che ha reso pericolante il loro edificio. Tuttavia la nuova sistemazione li fa precipitare in una situazione terribilmente spiacevole che metterà in crisi anche il loro rapporto

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I due sposi protagonisti vivono un’esperienza che mette a dura prova il loro legame affettivo, la loro coscienza ma anche la loro posizione rispetto alla società. Il film coinvolge in una delicata ma intensa riflessione su concetti come il giudizio dell’altro e l’importanza della propria integrità morale e del perdono.
Pubblico 
Maggiorenni
Non a causa di scene violente o volgari, ma a causa dei temi affrontati, facilmente comprensibili solo ad un pubblico di adulti
Giudizio Tecnico 
 
Su tutto domina una sceneggiatura equilibrata in grado di raccontare anche ciò che non si vede, come le emozioni o le scene più violente, senza per questo privare lo spettatore della necessaria partecipazione alla storia
Testo Breve:

Dopo l’Oscar, nel 2012, con La separazione, il regista iraniano Asghar Farhadi realizza un altro intenso film per raccontarci le trasformazioni interiori di una coppia messa a dura prova

Come sarebbe la trasposizione cinematografica iraniana di una famosa opera drammaturgica americana? Il regista persiano Asghar Farhadi, già direttore di Una separazione, miglior film in lingua straniera agli Oscar 2012, per il soggetto del suo ultimo lavoro ha preso ispirazione proprio da una famosa commedia teatrale di Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore, e ha realizzato un altro successo. Con Il cliente (The salesman) Asghar Farhadi si è già aggiudicato infatti il premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes, dove anche Shahab Hosseini per la sua interpretazione nel film ha ricevuto il riconoscimento di miglior attore protagonista.

Se Miller nella sua opera intendeva rivolgere una critica al sistema culturale americano principalmente fondato su valori come il successo e la ricchezza materiale, Asghar Farhadi riesce a trasportare egregiamente temi simili ma più contemporanei in una storia profondamente inserita nella moderna struttura sociale iraniana. L’esperienza e l’interiore percorso umano diventano gli assoluti protagonisti del film. 

Ne Il cliente Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Raana Etesami) sono una coppia di giovani sposi di Téhéran. In una città caotica in cui modernità e degrado convivono, i due protagonisti, senza scontrarsi con le tradizioni ma distinguendosi per una formazione culturale di un certo spessore, cercano di costruirsi una vita serena insieme, nonostante le scarse disponibilità economiche. A causa del prepotente sfruttamento del territorio da parte dell’industria edilizia che minaccia la stabilità della palazzina in cui vivono sono costretti a cercare una nuova abitazione e grazie ad un amico con cui recitano in una compagnia teatrale amatoriale riescono a trovare una dignitosa sistemazione in un appartamento appena liberato da una misteriosa inquilina. Qui purtroppo però Rana, per un malinteso, viene aggredita da uno sconosciuto mentre Emad è fuori casa. Da questo momento in poi la vita personale e sociale della giovane coppia si complica terribilmente.

Mentre Rana porta su di sé ancora i segni dell’aggressione e fatica a superare il trauma e la vergogna per la violenza subita, in Emad comincia a crescere la rabbia e un nuovo inaspettato sentimento di disonore difficile da gestire.

Farhadi esplora il mondo delle emozioni e dei pensieri che si sviluppano in una coppia inserita in una situazione difficile da gestire sia al livello privato che pubblico, soprattutto in una cultura particolare come quella iraniana. L’amore, la fiducia e la comprensione verso l’altro sono sentimenti che cominciano ad entrare in lotta con il senso di vergogna, il desiderio di vendetta e di riscatto e il bisogno di comprensione.

Senza mia diventare violento, il film descrive la parabola di un percorso emotivo vissuto da prospettive diverse e complementari come quella della donna, ferita e violata, e dell’uomo, umiliato e offeso. All’interno della storia si inseriscono però anche altre vicende umane che con il loro portato di difficoltà e povertà influiscono fortemente sulle vite dei due protagonisti. Il film pone i due protagonisti, con i loro valori e la loro capacità di gestire le emozioni e i giudizi, a dura prova e momento per momento impone loro continue e difficili scelte.

La quotidianità con le sue piccole azioni di ogni istante diventa il motore del dramma che al suo apice di violenza non può trovare altra via di riscatto e superamento che nel perdono. Un perdono che però pare quasi impossibile perché sembra rendersi necessario per quasi tutti i personaggi, tranne forse che per la protagonista, e quindi richiede la partecipazione e lo sforzo di tutti.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COLLATERAL BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/05/2017 - 21:48
Titolo Originale: Collateral Beauty
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Allan Loeb
Produzione: ANONYMOUS CONTENT/OVERBROOK ENTERTAINMENT, PALMSTAR MEDIA, LIKELY STORY
Durata: 97
Interpreti: Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet, Helen Mirren, Michael Peña

Howard è manager di successo e azionista di maggioranza di una società pubblicitaria. Gli altri tre soci, Whit, Simon e Claire, sanno che solo Howard, di cui sono grandi amici fin dal momento della fondazione, costituisce il vero spirito propulsore della loro azienda. Grande è il loro sconcerto quando si accorgono che Howard, dopo la tragica morte di sua figlia, si è chiuso nel suo dolore da ormai due anni, si è separato dalla moglie, di disinteressa dei problemi della società e resta lunghe ore a casa a scrivere alla Morte, al Tempo e all’Amore. Gli altri soci, desiderosi di salvare la società, hanno trovato un acquirente ma la vendita non può essere portata a termine senza la firma di Howard. I tre hanno un piano: ingaggiano tre attori con il compito di interloquire con Howard come se fossero la Morte, il Tempo e l’Amore in modo da farlo passare come non più sano di mente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo colpito da un terribile lutto familiare, riesce lentamente a superare la crisi grazie all’affetto di una donna
Pubblico 
Adolescenti
Qualche tematica potrebbe non essere adatta ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Un cast di attori di primo livello e il regista di Il diavolo veste Prada, non riescono a rendere credibile un film con una sceneggiatura più impegnata a proclamare pillole di saggezza che a sviluppare un racconto
Testo Breve:

Will Smith continua, con il tono saccente che ha assunto negli ultimi suoi lavori, a trasmetterci una filosofia di vita, ispirata a Scientology, che ci dovrebbe consentire di superare ogni avversità

Che ne sia ancora membro o no, da tempo Will Smith si sente impegnato a diffondere, attraverso i suoi lavori, le idee di Scientology. Se in Sette Anime riusciva ancora a diluire la dottrina nel racconto, in quest’ultimo film è stato rotto ogni ritegno: i protagonisti interrompono continuamente lo sviluppo della storia parlando fra loro del significato da dare a ciò che accade e di come bisogna reagire. Se nel cristianesimo il fedele si rivolge a Dio, cogliendone gli insegnamenti per diventare degno della Sua filiazione, nella pseudo-religione di Scientology, le parti si sono invertite: tutto dev’essere orientato al servizio dell’uomo, che ha potenzialità infinite e deve solo comprendere il modo giusto di porsi in armonia con un cosmo impersonale e non meglio identificato. Ecco quindi i discorsi sulla bellezza collaterale che scaturisce da ogni evento, anche dalla morte, il considerare il tempo come un bene prezioso da impiegare e mentre l’amore è una forza che tutto pervade. La storia preme senza ritegno il pedale del patetismo e se a Howard è morta una figlia, gli altri soci non se la passano bene: Simon è prossimo a morire di cancro; la figlia di Whit, divorziato, non vuole più parlare con il padre mentre Claire, che non si è sposata e che sente che il tempo della giovinezza sta passando, ha deciso di diventare comunque madre attraverso un’inseminazione artificiale. Sicuramente le ambizioni sono state troppe e a ben poco è servito il cast eccezionale che è stato impiegato: se la Helen Mirren   e Will Smith risultano credibili, vengono sprecati i talenti di Edward Norton, Kate Winslet, Keira Knightley e dello stesso regista David Frankel, autore di Il diavolo veste Prada.

Non vogliamo rivelare i dettagli del finale ma, ironicamente, a dimostrazione ulteriore dell’inconsistenza della sceneggiatura, Howard guarirà dalla sua depressione non certo per esser stato convinto dai tanti discorsi filosofici impostati, ma dal più classico dei modi: l’affetto di una donna. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FLORENCE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/16/2016 - 17:08
Titolo Originale: Florence Foster Jenkins
Paese: GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2016
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: Nicholas Martin
Produzione: PATHÉ PICTURES INTERNATIONAL, QWERTY FILMS
Durata: 110
Interpreti: Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg, Rebecca Ferguson

New York, 1944.  Florence Foster Jenkins è una ereditiera che impiega la sua non modesta fortuna a sostenere il bel canto (incluse le esibizioni di Arturo Toscanini). Si diletta lei stessa a esibirsi fra amici in brani di opere liriche. Peccato che lei sia assolutamente stonata ma ciò non le provoca particolari disagi perché il solerte marito, St Clair Bayfield, più giovane di lei, fa sempre in modo, per mezzo di favori interessati o mediante il denaro, che il pubblico che l’ascolta sia sempre e comunque pronto ad applaudirla. Anche quando decide di perfezionare il suo “stile” con un maestro di musica, Clair riesce a trovare Cosme McMoon, che bisognoso di denaro, accetta di darle lezione turandosi le orecchie. Tutto sembra andare per il meglio quando Florence decide di esibirsi nientemeno che al Carnegie Hall davanti alle truppe in licenza, quindi davanti a un pubblico assolutamente non addomesticabile…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna, fortunata in termini materiali ma sfortunata nella vita, sa essere gentile e generosa con tutti. Chiede solo di essere accettata per le sue innocue, bizzarre esibizioni.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune tematiche trattate non sono adatte ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Una gara di bravura fra Meryl Streep e Hugh Grant tiene in piedi un film con una esile trama ma anche la regia di Stephen Frears riesce abilmente a enfatizzare non tanto lo spunto narrativo quanto il ricco rapporto fra i personaggi
Testo Breve:

Una ricca americana, mecenate del bel canto, desidera cantare anche lei pur essendo stonata. Eppure, in questa storia vera, le doti umane riescono a coprire la mancanza di doti tecniche

Bisognerebbe domandarsi perché la figura di Florence Foster Jenkins interessi tanto a chi si occupa di cinema. Nel giro di un anno sono usciti due film sullo stesso argomento: prima il francese Marguerite e ora Florence. Il primo è ambientato a Parigi negli anni venti, configura la ricca ereditiera stonata come elemento di rottura con le convenzioni del tempo operato dal movimento dadaista, mentre Florence, più aderente al personaggio reale, è ambientato a New York negli anni della Seconda Guerra Mondiale.  La figura di una ricca signora che ama il canto, patrocina generosamente gli artisti del tempo (la vediamo aiutare Arturo Toscanini) e ama esibirsi lei stessa fra amici compiacenti, diventa, nelle abile mani del regista Stephen Frears, solo un pretesto che risulta utile per mantener desta l’attenzione dello, mentre il vero interesse è tutto concentrato sulla definizione dei personaggi e dei loro rapporti.

La sequenza iniziale dove in un piccolo teatrino, di fronte a un pubblico adeguatamente “filtrato” di amici e conoscenti si esibiscono sia ST Clair Bayfield, il marito di Florence, un attore di second’ordine e Florence stessa, aiuta a delineare questa insolita alleanza che sussiste fra i due coniugi. Entrambi hanno sognato di essere ciò che non hanno potuto essere e se Florence, con la sua posizione e il suo denaro, ha dato a lui quello che non avrebbe ottenuto con il suo modesto talento, anche St Clair è indispensabile a Florence perché risolve ogni problema pratico e di dettaglio, mentre lei può “puntare in alto” con i suoi sogni. Due grandi attori sono stati scelti per delineare questi personaggi: Meryl Streep propone un personaggio amabile e sorridente ma fragile perché malata (ha contratto la sifilide che le ha trasmesso il precedente marito); la sua dolcezza verso tutti, la sua generosità, la sua incapacità di scorgere la malizia nel comportamento altrui, la pongono in una dimensione superiore, ed è per questo che nessuno dei suoi amici osa recarle dispiacere quando lei chiede il favore di venire ascoltata.  Hugh Grant (molto bravo) indossa gli abiti che ci si aspetta da un gentleman inglese, formalmente sempre corretto, ossequioso e complimentoso, svolge il suo lavoro di protettore di Florence con scrupolo e attenzione. La differenza di età fra i due è notevole, lei è malata, St Clair ha un’amante con cui trascorrere le notti ma in nessun modo lui è disposto a tagliare il rapporto di fiducia reciproca e di intesa profonda che si è instaurato fra loro. Lo considera un valore superiore a qualsiasi altro, una sua ricchezza personale che non può essere svenduta.

Ovviamente il delicato equilibrio costruito da St Clair crolla quando Florence decide di esibirsi a Carnegie Hall davanti alle truppe: impossibile ottenere un compiacente consenso da tutti quegli uomini desiderosi solo di passare una serata senza pensieri. Qui interviene un altro fenomeno: simile a certi successi di oggi su Youtube: un misto di gusto per l’insolito, per il trash, che è un altro modo di fare spettacolo, ma anche il coraggio di essere se stessa. In chiusura del film veniamo a sapere che l’unico disco registrato da Florence è stato a lungo fra i più venduti di musica classica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MEDICO DI CAMPAGNA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/15/2016 - 15:26
Titolo Originale: Médecin de campagne
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Thomas Lilti
Sceneggiatura: Thomas Lilti, Baya Kasmi
Produzione: 31 JUIN FILMS, LES FILMS DU PARC, IN CO-PRODUZIONE CON CINEFRANCE, LE PACTE, FRANCE 2 CINÉMA
Durata: 102
Interpreti: François Cluzet, Marianne Denicourt,

Jean-Pierre Werner è un medico condotto che si rende disponibile a tutte le ore per andare dove è richiesto il suo intervento. Conosce tutti e tutti apprezzano il suo impegno. E’ ciò che appaga umanamente Jean-Pierre che continuerebbe a fare il suo lavoro se non gli fosse stato diagnosticato un cancro al cervello. Gli viene allora affiancata Natalie, una dottoressa fresca di laurea (ha iniziato tardivamente gli studi dopo aver lavorato per sette anni come infermiera). Jean-Pierre le riserva un’accoglienza fredda, geloso del suo rapporto esclusivo con la comunità locale e inizialmente fa di tutto per metterla in difficoltà…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sottolinea bene il valore, professionale e umano, di un lavoro ben fatto, in particolare quello del medico. Peccato che in questo film non ci sia posto per gli affetti familiari e venga negato il significato soprannaturale della nostra esistenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche argomento potrebbe non essere adatto ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film realizza un’immersione convincente nella vita di due medici e nella realtà della campagna francese. Poco approfonditi gli aspetti umani dei due protagonisti, che sembrano interamente dediti al loro lavoro.
Testo Breve:

 La vita faticosa ma appagante di due medici di campagna. Un elogio al mestiere del medico e alla ricchezza umana dei rapporti che si instaurano con i pazienti. Una visione un po’ ideale del mestiere del medico che sembra non abbia tempo per dedicarsi agli affetti personali

Il regista, Thomas Lilti, ha esercitato a lungo il mestiere di medico, prima di dedicarsi all’arte cinematografica. Sembra però che, se quella di regista sia ora la sua professione, quella del medico sia la sua vera passione. “Mi manca il rapporto con i pazienti”: ha detto in una intervista. Nel suo primo film Hippocrate, raccontava il duro apprendistato di un giovane medico in un ambiente ospedaliero; ora con questo Medico in campagna  un uomo vive pienamente la sua vita (è separato dalla moglie e il figlio è ormai maggiorenne) dedicandosi dalla mattina alla sera a visitare a domicilio i suoi pazienti, facendosi strada nel fango, lungo viottoli appena accennati. Conosce gli abitanti della contea dove lavora uno a uno, è la loro persona di fiducia alla quale vengono spontaneamente confessati non solo i propri mali fisici ma le incertezze delle loro anime.

Anche la neodottoressa Natalie, che lo affianca, mostra di porsi sempre in paziente ascolto, pronta a ridare fiducia a chi si mostra preoccupato. Il conflitto iniziale fra i due dottori sta proprio qui: nel timore, da parte di lui, di perdere la benevolenza e l’affetto dei pazienti. Che il regista sia un medico lo vediamo dal linguaggio tecnico adottato, dai frequenti primi piani di lastre che a noi non dicono nulla, dall’utilizzo delle apparecchiature più aggiornate (è difficilissimo trovare un film francese che non parli bene della propria sanità pubblica o privata); al contempo sa immergersi nella realtà locale, attardandosi nelle feste del paese e nei dibattiti durante le riunioni comunali che hanno come obiettivo il miglioramento del servizio sanitario. Tutti i casi umani che i due medici debbono affrontare vengono risolti positivamente. Dal ricovero urgente del sindaco che si è ferito alla gamba mentre lavorava nei campi, al vecchio che Jean-Pierre letteralmente rapisce dall’ospedale perché possa serenamente morire sul suo letto, al ragazzo che aveva deciso di abbandonare gli studi di medicina ma al quale Natalie riesce a far rinascere la fiducia in se stesso.

Non manca il caso delicato della giovane che ha abortito perché il suo ragazzo gli ha inculcato la convinzione che non è pronta a fare da madre: Natalie è dapprima incerta se mantenere il dovuto distacco professionale ma poi, con decisione, invita la ragazza a lasciare il suo fidanzato.

Si tratta quindi di un film particolarmente positivo sul valore, anche  umano, di un lavoro compiuto con dedizione.

Resta però, nello spettatore, una sensazione di eccessivo distacco nei confronti dei protagonisti. Sappiamo che Jean-Pierre ha lasciato la famiglia ma sembra che ciò incida poco sulla serenità della sua vita. Ancor più misteriosa è Natalie: non sappiamo assolutamente nulla del suo passato e non si comprende come mai si trovi tutta sola a vivere in campagna dedicandosi solo al lavoro. Se il regista voleva sottolineare che la professione di medico è una specie di sacerdozio dove non c’è posto per altro, c’è pienamente riuscito.

In una delle sequenze finali Jean.-Pierre, riflettendo con Natalie, commenta che loro sono lì per riparare ciò che si è rotto. Lui non crede in nessuna fede e ritiene che la natura sia sostanzialmente cattiva; “ma va bene così:. Andiamo avanti”.  Ancora una volta , anche in questo film, l’unica filosofia di vita valida è quella di aiutarci a vicenda, fra noi uomini, in un mondo che ha poco senso. Ancora una volta, traspare la “religione dell’umano” che esclude ogni prospettiva soprannaturale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPTAIN FANTASTIC

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/07/2016 - 12:56
Titolo Originale: Captain fantastic
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Matt Ross
Sceneggiatura: Matt Ross
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, SHIVHANS PICTURES
Durata: 119
Interpreti: Viggo Mortensen, Frank Langella, Missi Pyle,

Ben e i suoi sei figli, fra i 7 e i 17 anni, vivono in una delle foreste dello stato dell’Oregon. La madre, che prima aveva condiviso con loro la stessa avventura, ora è assente perché gravemente ammalata.La mattina vanno a caccia e pesca, la sera suonano e studiano sotto la guida del padre, un ex professore universitario. Il padre ha dato loro un’educazione liberal: conoscono a memoria il Bill of Rights americano, sono continuamente allertati dal padre sui pericoli del consumismo e del capitalismo e disprezzano ogni forma di religione organizzata, vista con un metodo per soggiogare i popoli. Alla morte della madre il gruppo decide di tornare in città per partecipare al suo funerale ma l’impatto con il resto della società si mostrerà molto pericolosa per l’equilibrio di questa insolita famiglia….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film costituisce il manifesto di un materialismo individualista esasperato. Gli unici valori condivisi riconosciuti sono gli affetti familiari
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre della maturità per analizzare criticamente i messaggi che vengono trasmessi dal film
Giudizio Tecnico 
 
Il bravissimo Viggo Mortensen rende da solo quasi credibile una storia surreale come l’ideologia che vuole promuovere
Testo Breve:

Se dei figli vengono educati a sopravvivere in una foresta, cresceranno meglio di altri ragazzi immersi nel consumismo sfrenato della società moderna? Non ci sono né vincitori né vinti in questo film che si presenta come un manifesto del materialismo scientifico

Ritorna di frequente nel cinema americano (ultimo esempio: Into the wild), questa nostalgia per una vita vissuta immersi nella natura (nostalgia trasmessa anche dalle pagine di Henry David Thoreau e Walt Witmann ), in contrapposizione a un mondo consumista e corrotto ..

Questa volta l’attenzione si concentra sul tema dell’educazione dei figli. Quasi come membri dei corpi speciali dell’Esercito, i figli di Ben sanno cacciare, dotati solo di coltello e di arco, pescare, sono abili nel combattimento corpo a corpo. Per fortuna il ritorno al selvaggio non comporta, nella mentalità di Ben, tenere  le figlie nella tenda per cucire vestiti e cucinare. In un’altra scena-simbolo, i suoi figli sono messi a confronto con i loro cugini che vanno a scuola “regolare”: dimostrano di essere molto più preparati in tutto ciò che riguarda le leggi poste a tutela dei diritti umani.

I risvolti di questa strana educazione non tardano a venir fuori e il film non manca di notarlo.

I ragazzi parlano con slogan preconfezionati, contro i poteri forti che sono tutti corrotti, espressione di un fanatismo che si è creato per la mancanza di un confronto con idee diverse. “Bisogna dire sempre la verità” proclama il padre Ben ma nel fare questo sempre e comunque, finisce spesso per offendere la sensibilità altrui. E’ vero che non bisogna mai mentire ma i tempi e i modi della comucazione della verità vanno commisurati alla maturità e sensibilità di chi deve riceverla. Finiscono inoltre per trasparire i difetti di una educazione che è priva della ricchezza dei rapporti con gli altri e il figlio diciassettenne, che prova i turbamenti del primo bacio, capisce che non può più vivere in isolamento. Il padre tradisce infine tutti i limiti di un approccio naturalista portato all’estremo  e nello spiegare al figlio più piccolo perché un uomo e una donna si uniscono, non ha altro da specificare che ciò serve per provare piacere e per fare figli. 

Dove il film non mostra invece alcun spirito critico è nel rifiuto che essi mostrano verso ogni forma di religione. Alla fine la madre verrà cremata dal marito e dai figli e le ceneri verranno buttate in un gabinetto: una inutile e sovrabbondante dimostrazione della visione materialista istillata nei figli dal padre.

Alla fine non si comprende bene a cosa sia servito questo film. L’unico valore messo in evidenza, anche in forma mielosamente sentimentale, è l’affetto di questi figli verso i genitori e viceversa.

Al figlio maggiore che va in Namibia, forse a cercare nuove foreste (è stato il primo posto che gli è capitato di toccare sulla mappa), il padre sentenzia: “dì sempre la verità, vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, divora la vita. Ricerca il rischio, ma assapora la vita perché passa in fretta”. Un sintetico ma efficace manifesto di un esistenzialismo esasperato. Woody Allen ha almeno il vantaggio, nei suoi film, di esternare la sua percezione del non senso della nostra esistenza attraverso una divertente narrazione; in questo film tutto è scopertamente dichiarato, un manifesto del materialismo che non convince per la stessa superficialità con cui è stato costruito.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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