Dramma

IL CLIENTE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/07/2017 - 19:57
Titolo Originale: Forushande (The salesman)
Paese: IRAN
Anno: 2016
Regia: Asghar Farhadi
Sceneggiatura: Asghar Farhadi
Produzione: Arte France Cinéma, Farhadi Film Production, Memento Films Production
Durata: 125
Interpreti: Shahab Hosseini, Raana Etesami, Babak Karimi

Emad e Rana, una giovane coppia di sposi iraniani, sono improvvisamente costretti a lasciare il loro appartamento nel centro di Téhéran a causa dei lavori di un vicino cantiere che ha reso pericolante il loro edificio. Tuttavia la nuova sistemazione li fa precipitare in una situazione terribilmente spiacevole che metterà in crisi anche il loro rapporto

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I due sposi protagonisti vivono un’esperienza che mette a dura prova il loro legame affettivo, la loro coscienza ma anche la loro posizione rispetto alla società. Il film coinvolge in una delicata ma intensa riflessione su concetti come il giudizio dell’altro e l’importanza della propria integrità morale e del perdono.
Pubblico 
Maggiorenni
Non a causa di scene violente o volgari, ma a causa dei temi affrontati, facilmente comprensibili solo ad un pubblico di adulti
Giudizio Tecnico 
 
Su tutto domina una sceneggiatura equilibrata in grado di raccontare anche ciò che non si vede, come le emozioni o le scene più violente, senza per questo privare lo spettatore della necessaria partecipazione alla storia
Testo Breve:

Dopo l’Oscar, nel 2012, con La separazione, il regista iraniano Asghar Farhadi realizza un altro intenso film per raccontarci le trasformazioni interiori di una coppia messa a dura prova

Come sarebbe la trasposizione cinematografica iraniana di una famosa opera drammaturgica americana? Il regista persiano Asghar Farhadi, già direttore di Una separazione, miglior film in lingua straniera agli Oscar 2012, per il soggetto del suo ultimo lavoro ha preso ispirazione proprio da una famosa commedia teatrale di Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore, e ha realizzato un altro successo. Con Il cliente (The salesman) Asghar Farhadi si è già aggiudicato infatti il premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes, dove anche Shahab Hosseini per la sua interpretazione nel film ha ricevuto il riconoscimento di miglior attore protagonista.

Se Miller nella sua opera intendeva rivolgere una critica al sistema culturale americano principalmente fondato su valori come il successo e la ricchezza materiale, Asghar Farhadi riesce a trasportare egregiamente temi simili ma più contemporanei in una storia profondamente inserita nella moderna struttura sociale iraniana. L’esperienza e l’interiore percorso umano diventano gli assoluti protagonisti del film. 

Ne Il cliente Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Raana Etesami) sono una coppia di giovani sposi di Téhéran. In una città caotica in cui modernità e degrado convivono, i due protagonisti, senza scontrarsi con le tradizioni ma distinguendosi per una formazione culturale di un certo spessore, cercano di costruirsi una vita serena insieme, nonostante le scarse disponibilità economiche. A causa del prepotente sfruttamento del territorio da parte dell’industria edilizia che minaccia la stabilità della palazzina in cui vivono sono costretti a cercare una nuova abitazione e grazie ad un amico con cui recitano in una compagnia teatrale amatoriale riescono a trovare una dignitosa sistemazione in un appartamento appena liberato da una misteriosa inquilina. Qui purtroppo però Rana, per un malinteso, viene aggredita da uno sconosciuto mentre Emad è fuori casa. Da questo momento in poi la vita personale e sociale della giovane coppia si complica terribilmente.

Mentre Rana porta su di sé ancora i segni dell’aggressione e fatica a superare il trauma e la vergogna per la violenza subita, in Emad comincia a crescere la rabbia e un nuovo inaspettato sentimento di disonore difficile da gestire.

Farhadi esplora il mondo delle emozioni e dei pensieri che si sviluppano in una coppia inserita in una situazione difficile da gestire sia al livello privato che pubblico, soprattutto in una cultura particolare come quella iraniana. L’amore, la fiducia e la comprensione verso l’altro sono sentimenti che cominciano ad entrare in lotta con il senso di vergogna, il desiderio di vendetta e di riscatto e il bisogno di comprensione.

Senza mia diventare violento, il film descrive la parabola di un percorso emotivo vissuto da prospettive diverse e complementari come quella della donna, ferita e violata, e dell’uomo, umiliato e offeso. All’interno della storia si inseriscono però anche altre vicende umane che con il loro portato di difficoltà e povertà influiscono fortemente sulle vite dei due protagonisti. Il film pone i due protagonisti, con i loro valori e la loro capacità di gestire le emozioni e i giudizi, a dura prova e momento per momento impone loro continue e difficili scelte.

La quotidianità con le sue piccole azioni di ogni istante diventa il motore del dramma che al suo apice di violenza non può trovare altra via di riscatto e superamento che nel perdono. Un perdono che però pare quasi impossibile perché sembra rendersi necessario per quasi tutti i personaggi, tranne forse che per la protagonista, e quindi richiede la partecipazione e lo sforzo di tutti.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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COLLATERAL BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/05/2017 - 21:48
Titolo Originale: Collateral Beauty
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: David Frankel
Sceneggiatura: Allan Loeb
Produzione: ANONYMOUS CONTENT/OVERBROOK ENTERTAINMENT, PALMSTAR MEDIA, LIKELY STORY
Durata: 97
Interpreti: Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet, Helen Mirren, Michael Peña

Howard è manager di successo e azionista di maggioranza di una società pubblicitaria. Gli altri tre soci, Whit, Simon e Claire, sanno che solo Howard, di cui sono grandi amici fin dal momento della fondazione, costituisce il vero spirito propulsore della loro azienda. Grande è il loro sconcerto quando si accorgono che Howard, dopo la tragica morte di sua figlia, si è chiuso nel suo dolore da ormai due anni, si è separato dalla moglie, di disinteressa dei problemi della società e resta lunghe ore a casa a scrivere alla Morte, al Tempo e all’Amore. Gli altri soci, desiderosi di salvare la società, hanno trovato un acquirente ma la vendita non può essere portata a termine senza la firma di Howard. I tre hanno un piano: ingaggiano tre attori con il compito di interloquire con Howard come se fossero la Morte, il Tempo e l’Amore in modo da farlo passare come non più sano di mente…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo colpito da un terribile lutto familiare, riesce lentamente a superare la crisi grazie all’affetto di una donna
Pubblico 
Adolescenti
Qualche tematica potrebbe non essere adatta ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Un cast di attori di primo livello e il regista di Il diavolo veste Prada, non riescono a rendere credibile un film con una sceneggiatura più impegnata a proclamare pillole di saggezza che a sviluppare un racconto
Testo Breve:

Will Smith continua, con il tono saccente che ha assunto negli ultimi suoi lavori, a trasmetterci una filosofia di vita, ispirata a Scientology, che ci dovrebbe consentire di superare ogni avversità

Che ne sia ancora membro o no, da tempo Will Smith si sente impegnato a diffondere, attraverso i suoi lavori, le idee di Scientology. Se in Sette Anime riusciva ancora a diluire la dottrina nel racconto, in quest’ultimo film è stato rotto ogni ritegno: i protagonisti interrompono continuamente lo sviluppo della storia parlando fra loro del significato da dare a ciò che accade e di come bisogna reagire. Se nel cristianesimo il fedele si rivolge a Dio, cogliendone gli insegnamenti per diventare degno della Sua filiazione, nella pseudo-religione di Scientology, le parti si sono invertite: tutto dev’essere orientato al servizio dell’uomo, che ha potenzialità infinite e deve solo comprendere il modo giusto di porsi in armonia con un cosmo impersonale e non meglio identificato. Ecco quindi i discorsi sulla bellezza collaterale che scaturisce da ogni evento, anche dalla morte, il considerare il tempo come un bene prezioso da impiegare e mentre l’amore è una forza che tutto pervade. La storia preme senza ritegno il pedale del patetismo e se a Howard è morta una figlia, gli altri soci non se la passano bene: Simon è prossimo a morire di cancro; la figlia di Whit, divorziato, non vuole più parlare con il padre mentre Claire, che non si è sposata e che sente che il tempo della giovinezza sta passando, ha deciso di diventare comunque madre attraverso un’inseminazione artificiale. Sicuramente le ambizioni sono state troppe e a ben poco è servito il cast eccezionale che è stato impiegato: se la Helen Mirren   e Will Smith risultano credibili, vengono sprecati i talenti di Edward Norton, Kate Winslet, Keira Knightley e dello stesso regista David Frankel, autore di Il diavolo veste Prada.

Non vogliamo rivelare i dettagli del finale ma, ironicamente, a dimostrazione ulteriore dell’inconsistenza della sceneggiatura, Howard guarirà dalla sua depressione non certo per esser stato convinto dai tanti discorsi filosofici impostati, ma dal più classico dei modi: l’affetto di una donna. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FLORENCE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 12/16/2016 - 17:08
Titolo Originale: Florence Foster Jenkins
Paese: GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2016
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: Nicholas Martin
Produzione: PATHÉ PICTURES INTERNATIONAL, QWERTY FILMS
Durata: 110
Interpreti: Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg, Rebecca Ferguson

New York, 1944.  Florence Foster Jenkins è una ereditiera che impiega la sua non modesta fortuna a sostenere il bel canto (incluse le esibizioni di Arturo Toscanini). Si diletta lei stessa a esibirsi fra amici in brani di opere liriche. Peccato che lei sia assolutamente stonata ma ciò non le provoca particolari disagi perché il solerte marito, St Clair Bayfield, più giovane di lei, fa sempre in modo, per mezzo di favori interessati o mediante il denaro, che il pubblico che l’ascolta sia sempre e comunque pronto ad applaudirla. Anche quando decide di perfezionare il suo “stile” con un maestro di musica, Clair riesce a trovare Cosme McMoon, che bisognoso di denaro, accetta di darle lezione turandosi le orecchie. Tutto sembra andare per il meglio quando Florence decide di esibirsi nientemeno che al Carnegie Hall davanti alle truppe in licenza, quindi davanti a un pubblico assolutamente non addomesticabile…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna, fortunata in termini materiali ma sfortunata nella vita, sa essere gentile e generosa con tutti. Chiede solo di essere accettata per le sue innocue, bizzarre esibizioni.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune tematiche trattate non sono adatte ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Una gara di bravura fra Meryl Streep e Hugh Grant tiene in piedi un film con una esile trama ma anche la regia di Stephen Frears riesce abilmente a enfatizzare non tanto lo spunto narrativo quanto il ricco rapporto fra i personaggi
Testo Breve:

Una ricca americana, mecenate del bel canto, desidera cantare anche lei pur essendo stonata. Eppure, in questa storia vera, le doti umane riescono a coprire la mancanza di doti tecniche

Bisognerebbe domandarsi perché la figura di Florence Foster Jenkins interessi tanto a chi si occupa di cinema. Nel giro di un anno sono usciti due film sullo stesso argomento: prima il francese Marguerite e ora Florence. Il primo è ambientato a Parigi negli anni venti, configura la ricca ereditiera stonata come elemento di rottura con le convenzioni del tempo operato dal movimento dadaista, mentre Florence, più aderente al personaggio reale, è ambientato a New York negli anni della Seconda Guerra Mondiale.  La figura di una ricca signora che ama il canto, patrocina generosamente gli artisti del tempo (la vediamo aiutare Arturo Toscanini) e ama esibirsi lei stessa fra amici compiacenti, diventa, nelle abile mani del regista Stephen Frears, solo un pretesto che risulta utile per mantener desta l’attenzione dello, mentre il vero interesse è tutto concentrato sulla definizione dei personaggi e dei loro rapporti.

La sequenza iniziale dove in un piccolo teatrino, di fronte a un pubblico adeguatamente “filtrato” di amici e conoscenti si esibiscono sia ST Clair Bayfield, il marito di Florence, un attore di second’ordine e Florence stessa, aiuta a delineare questa insolita alleanza che sussiste fra i due coniugi. Entrambi hanno sognato di essere ciò che non hanno potuto essere e se Florence, con la sua posizione e il suo denaro, ha dato a lui quello che non avrebbe ottenuto con il suo modesto talento, anche St Clair è indispensabile a Florence perché risolve ogni problema pratico e di dettaglio, mentre lei può “puntare in alto” con i suoi sogni. Due grandi attori sono stati scelti per delineare questi personaggi: Meryl Streep propone un personaggio amabile e sorridente ma fragile perché malata (ha contratto la sifilide che le ha trasmesso il precedente marito); la sua dolcezza verso tutti, la sua generosità, la sua incapacità di scorgere la malizia nel comportamento altrui, la pongono in una dimensione superiore, ed è per questo che nessuno dei suoi amici osa recarle dispiacere quando lei chiede il favore di venire ascoltata.  Hugh Grant (molto bravo) indossa gli abiti che ci si aspetta da un gentleman inglese, formalmente sempre corretto, ossequioso e complimentoso, svolge il suo lavoro di protettore di Florence con scrupolo e attenzione. La differenza di età fra i due è notevole, lei è malata, St Clair ha un’amante con cui trascorrere le notti ma in nessun modo lui è disposto a tagliare il rapporto di fiducia reciproca e di intesa profonda che si è instaurato fra loro. Lo considera un valore superiore a qualsiasi altro, una sua ricchezza personale che non può essere svenduta.

Ovviamente il delicato equilibrio costruito da St Clair crolla quando Florence decide di esibirsi a Carnegie Hall davanti alle truppe: impossibile ottenere un compiacente consenso da tutti quegli uomini desiderosi solo di passare una serata senza pensieri. Qui interviene un altro fenomeno: simile a certi successi di oggi su Youtube: un misto di gusto per l’insolito, per il trash, che è un altro modo di fare spettacolo, ma anche il coraggio di essere se stessa. In chiusura del film veniamo a sapere che l’unico disco registrato da Florence è stato a lungo fra i più venduti di musica classica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MEDICO DI CAMPAGNA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/15/2016 - 15:26
Titolo Originale: Médecin de campagne
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Thomas Lilti
Sceneggiatura: Thomas Lilti, Baya Kasmi
Produzione: 31 JUIN FILMS, LES FILMS DU PARC, IN CO-PRODUZIONE CON CINEFRANCE, LE PACTE, FRANCE 2 CINÉMA
Durata: 102
Interpreti: François Cluzet, Marianne Denicourt,

Jean-Pierre Werner è un medico condotto che si rende disponibile a tutte le ore per andare dove è richiesto il suo intervento. Conosce tutti e tutti apprezzano il suo impegno. E’ ciò che appaga umanamente Jean-Pierre che continuerebbe a fare il suo lavoro se non gli fosse stato diagnosticato un cancro al cervello. Gli viene allora affiancata Natalie, una dottoressa fresca di laurea (ha iniziato tardivamente gli studi dopo aver lavorato per sette anni come infermiera). Jean-Pierre le riserva un’accoglienza fredda, geloso del suo rapporto esclusivo con la comunità locale e inizialmente fa di tutto per metterla in difficoltà…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sottolinea bene il valore, professionale e umano, di un lavoro ben fatto, in particolare quello del medico. Peccato che in questo film non ci sia posto per gli affetti familiari e venga negato il significato soprannaturale della nostra esistenza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche argomento potrebbe non essere adatto ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il film realizza un’immersione convincente nella vita di due medici e nella realtà della campagna francese. Poco approfonditi gli aspetti umani dei due protagonisti, che sembrano interamente dediti al loro lavoro.
Testo Breve:

 La vita faticosa ma appagante di due medici di campagna. Un elogio al mestiere del medico e alla ricchezza umana dei rapporti che si instaurano con i pazienti. Una visione un po’ ideale del mestiere del medico che sembra non abbia tempo per dedicarsi agli affetti personali

Il regista, Thomas Lilti, ha esercitato a lungo il mestiere di medico, prima di dedicarsi all’arte cinematografica. Sembra però che, se quella di regista sia ora la sua professione, quella del medico sia la sua vera passione. “Mi manca il rapporto con i pazienti”: ha detto in una intervista. Nel suo primo film Hippocrate, raccontava il duro apprendistato di un giovane medico in un ambiente ospedaliero; ora con questo Medico in campagna  un uomo vive pienamente la sua vita (è separato dalla moglie e il figlio è ormai maggiorenne) dedicandosi dalla mattina alla sera a visitare a domicilio i suoi pazienti, facendosi strada nel fango, lungo viottoli appena accennati. Conosce gli abitanti della contea dove lavora uno a uno, è la loro persona di fiducia alla quale vengono spontaneamente confessati non solo i propri mali fisici ma le incertezze delle loro anime.

Anche la neodottoressa Natalie, che lo affianca, mostra di porsi sempre in paziente ascolto, pronta a ridare fiducia a chi si mostra preoccupato. Il conflitto iniziale fra i due dottori sta proprio qui: nel timore, da parte di lui, di perdere la benevolenza e l’affetto dei pazienti. Che il regista sia un medico lo vediamo dal linguaggio tecnico adottato, dai frequenti primi piani di lastre che a noi non dicono nulla, dall’utilizzo delle apparecchiature più aggiornate (è difficilissimo trovare un film francese che non parli bene della propria sanità pubblica o privata); al contempo sa immergersi nella realtà locale, attardandosi nelle feste del paese e nei dibattiti durante le riunioni comunali che hanno come obiettivo il miglioramento del servizio sanitario. Tutti i casi umani che i due medici debbono affrontare vengono risolti positivamente. Dal ricovero urgente del sindaco che si è ferito alla gamba mentre lavorava nei campi, al vecchio che Jean-Pierre letteralmente rapisce dall’ospedale perché possa serenamente morire sul suo letto, al ragazzo che aveva deciso di abbandonare gli studi di medicina ma al quale Natalie riesce a far rinascere la fiducia in se stesso.

Non manca il caso delicato della giovane che ha abortito perché il suo ragazzo gli ha inculcato la convinzione che non è pronta a fare da madre: Natalie è dapprima incerta se mantenere il dovuto distacco professionale ma poi, con decisione, invita la ragazza a lasciare il suo fidanzato.

Si tratta quindi di un film particolarmente positivo sul valore, anche  umano, di un lavoro compiuto con dedizione.

Resta però, nello spettatore, una sensazione di eccessivo distacco nei confronti dei protagonisti. Sappiamo che Jean-Pierre ha lasciato la famiglia ma sembra che ciò incida poco sulla serenità della sua vita. Ancor più misteriosa è Natalie: non sappiamo assolutamente nulla del suo passato e non si comprende come mai si trovi tutta sola a vivere in campagna dedicandosi solo al lavoro. Se il regista voleva sottolineare che la professione di medico è una specie di sacerdozio dove non c’è posto per altro, c’è pienamente riuscito.

In una delle sequenze finali Jean.-Pierre, riflettendo con Natalie, commenta che loro sono lì per riparare ciò che si è rotto. Lui non crede in nessuna fede e ritiene che la natura sia sostanzialmente cattiva; “ma va bene così:. Andiamo avanti”.  Ancora una volta , anche in questo film, l’unica filosofia di vita valida è quella di aiutarci a vicenda, fra noi uomini, in un mondo che ha poco senso. Ancora una volta, traspare la “religione dell’umano” che esclude ogni prospettiva soprannaturale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CAPTAIN FANTASTIC

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/07/2016 - 12:56
Titolo Originale: Captain fantastic
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Matt Ross
Sceneggiatura: Matt Ross
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, SHIVHANS PICTURES
Durata: 119
Interpreti: Viggo Mortensen, Frank Langella, Missi Pyle,

Ben e i suoi sei figli, fra i 7 e i 17 anni, vivono in una delle foreste dello stato dell’Oregon. La madre, che prima aveva condiviso con loro la stessa avventura, ora è assente perché gravemente ammalata.La mattina vanno a caccia e pesca, la sera suonano e studiano sotto la guida del padre, un ex professore universitario. Il padre ha dato loro un’educazione liberal: conoscono a memoria il Bill of Rights americano, sono continuamente allertati dal padre sui pericoli del consumismo e del capitalismo e disprezzano ogni forma di religione organizzata, vista con un metodo per soggiogare i popoli. Alla morte della madre il gruppo decide di tornare in città per partecipare al suo funerale ma l’impatto con il resto della società si mostrerà molto pericolosa per l’equilibrio di questa insolita famiglia….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film costituisce il manifesto di un materialismo individualista esasperato. Gli unici valori condivisi riconosciuti sono gli affetti familiari
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre della maturità per analizzare criticamente i messaggi che vengono trasmessi dal film
Giudizio Tecnico 
 
Il bravissimo Viggo Mortensen rende da solo quasi credibile una storia surreale come l’ideologia che vuole promuovere
Testo Breve:

Se dei figli vengono educati a sopravvivere in una foresta, cresceranno meglio di altri ragazzi immersi nel consumismo sfrenato della società moderna? Non ci sono né vincitori né vinti in questo film che si presenta come un manifesto del materialismo scientifico

Ritorna di frequente nel cinema americano (ultimo esempio: Into the wild), questa nostalgia per una vita vissuta immersi nella natura (nostalgia trasmessa anche dalle pagine di Henry David Thoreau e Walt Witmann ), in contrapposizione a un mondo consumista e corrotto ..

Questa volta l’attenzione si concentra sul tema dell’educazione dei figli. Quasi come membri dei corpi speciali dell’Esercito, i figli di Ben sanno cacciare, dotati solo di coltello e di arco, pescare, sono abili nel combattimento corpo a corpo. Per fortuna il ritorno al selvaggio non comporta, nella mentalità di Ben, tenere  le figlie nella tenda per cucire vestiti e cucinare. In un’altra scena-simbolo, i suoi figli sono messi a confronto con i loro cugini che vanno a scuola “regolare”: dimostrano di essere molto più preparati in tutto ciò che riguarda le leggi poste a tutela dei diritti umani.

I risvolti di questa strana educazione non tardano a venir fuori e il film non manca di notarlo.

I ragazzi parlano con slogan preconfezionati, contro i poteri forti che sono tutti corrotti, espressione di un fanatismo che si è creato per la mancanza di un confronto con idee diverse. “Bisogna dire sempre la verità” proclama il padre Ben ma nel fare questo sempre e comunque, finisce spesso per offendere la sensibilità altrui. E’ vero che non bisogna mai mentire ma i tempi e i modi della comucazione della verità vanno commisurati alla maturità e sensibilità di chi deve riceverla. Finiscono inoltre per trasparire i difetti di una educazione che è priva della ricchezza dei rapporti con gli altri e il figlio diciassettenne, che prova i turbamenti del primo bacio, capisce che non può più vivere in isolamento. Il padre tradisce infine tutti i limiti di un approccio naturalista portato all’estremo  e nello spiegare al figlio più piccolo perché un uomo e una donna si uniscono, non ha altro da specificare che ciò serve per provare piacere e per fare figli. 

Dove il film non mostra invece alcun spirito critico è nel rifiuto che essi mostrano verso ogni forma di religione. Alla fine la madre verrà cremata dal marito e dai figli e le ceneri verranno buttate in un gabinetto: una inutile e sovrabbondante dimostrazione della visione materialista istillata nei figli dal padre.

Alla fine non si comprende bene a cosa sia servito questo film. L’unico valore messo in evidenza, anche in forma mielosamente sentimentale, è l’affetto di questi figli verso i genitori e viceversa.

Al figlio maggiore che va in Namibia, forse a cercare nuove foreste (è stato il primo posto che gli è capitato di toccare sulla mappa), il padre sentenzia: “dì sempre la verità, vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, divora la vita. Ricerca il rischio, ma assapora la vita perché passa in fretta”. Un sintetico ma efficace manifesto di un esistenzialismo esasperato. Woody Allen ha almeno il vantaggio, nei suoi film, di esternare la sua percezione del non senso della nostra esistenza attraverso una divertente narrazione; in questo film tutto è scopertamente dichiarato, un manifesto del materialismo che non convince per la stessa superficialità con cui è stato costruito.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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FREE STATE OF JONES

Inviato da Franco Olearo il Lun, 12/05/2016 - 14:41
Titolo Originale: Free State of Jones
Paese: USA, AUSTRALIA
Anno: 2016
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross
Produzione: LARGER THAN LIFE PRODUCTIONS, ROUTE ONE FILMS, VENDIAN ENTERTAINMENT
Durata: 139
Interpreti: Matthew McConaughey, Mahershala Ali, Keri Russell

Nel 1862, durante la Guerra Civile Americana, Newton Knight, un agricoltore della contea di Jones, nello stato del Mississippi, milita nell’esercito sudista come infermiere. Il suo giovane nipote muore in battaglia e, disilluso dalla guerra, Newton decide di disertare e si rifugia nelle zone paludose del Mississippi, dove incontra altri disertori e schiavi fuggiti ai loro padroni. Sotto la sua guida, i rifugiati riescono a organizzare un piccolo esercito e a sconfiggere le truppe sudiste che cercano di sgominarli, fino a costituirsi come stato autonomo della contea di Jones. Finita la guerra, la situazione degli ex-schiavi non migliora. Non vengono accettati nei seggi dove avrebbero diritto di voto e debbono subire le violenze del Ku Klux Klan...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La giusta battaglia per i diritti degli ex-schiavi negli stati del Sud, resta offuscata da alcuni comportamenti coniugali non corretti e dal gesto di diserzione del protagonista
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene con dettagli violenti e sanguinosi consigliano la visione ai maggiorenni
Giudizio Tecnico 
 
Film ben realizzato in alcune scene, con una rigorosa riscostruzione degli ambienti e dei costumi. La sceneggiatura risulta sfilacciata e cerca di affrontare troppi temi in parallelo
Testo Breve:

Durante la guerra civile americana, un soldato diserta per costituire un libero stato dove convivono bianchi e neri. Il racconto risulta poco organico, con singoli momenti interessanti

Per realizzare questo poderoso film di 139 minuti, il regista e sceneggiatore Gary Ross (regista di Seabiscuit e del primo Hunger Games) si è documentato per due anni ed ha realizzato un sito (http://freestateofjones.info/) dove giustifica, in base a documenti storici, gli eventi più significativi narrati nel film.

L’impegno profuso per immergersi in quel  momento storico traspare anche visivamente nella accurata ricostruzione dei costumi, degli ambienti e perfino nella selezione del cast. Le prime sequenze, che descrivono uno scontro fra truppe nordiste e sudiste, sono altamente drammatiche (bisogna ritornare alla sequenza iniziale di Salvate il soldato Ryan, per trovare qualcosa di simile), sono molti i particolari raccapriccianti sugli effetti delle pallottole prima e poi sulle impietose cure nell’ospedale da campo poi, dove il sangue sparso sembra impregnare tutto e tutti.

Sono immagini che servono a giustificare, dopo la morte stupidamente inutile del giovane nipote, la diserzione di Newton. Il secondo atto di questo dramma si concentra sull’ organizzazione e sulle battaglie del manipolo di ribelli che si è riunito intorno a Newton e si conclude con l’altisonante dichiarazione di indipendenza del libero stato di Jones, dove non ci saranno più ne ricchi nè poveri e ognuno potrà benificare dei frutti della terra che coltiva.

Il film poteva considerarsi ormai concluso quando inizia la terza parte, forse la più significativa: la lunga stagione della Reconstruction, del passaggio cioè, molto graduale e doloroso degli ex schiavi alla condizione di uomini liberi. Un tema che è stato molto sentito nella stagione della presidenza di Obama e che ha prodotto film di valore, come 12 anni schiavo, Selma, Lincoln e The Butler  - Un maggiordomo alla casa Bianca.

In un’altra scena-chiave del film, alcuni uomini di colore si recano alle urne per votare, cappeggiati da Newton. Sono armati e anche le persone dentro al seggio sono armate. Si tratta di una sequenza che fa ben comprendere come mai l’uso delle armi resti ancora ben radicato nella mentalità americana. Il loro voto repubblicano risulterà comunque inutile, come spiega il film, a causa di vistosi brogli elettorali. La stessa vita degli ex-schiavi era costantemente in pericolo a causa delle spedizioni punitive del Ku Klux Klan. Sono difficoltà che non avranno mai veramente fine. In un subplot che scorre in parallelo alla trama principale, veniamo a sapere che ancora negli anni 50, a un discendente di Newton e di una donna di colore venne proibito di sposare una donna bianca perchè in lui ancora scorreva un certa percentuale di sangue negro.

In film non è stato un successo commerciale negli Stati Uniti.  E’ risultato forse troppo ambizioso, ha voluto mettere troppa carne al fuoco, facendo perdere di coesione il racconto. Cerca inoltre di voler troppo dimostrare, facendosi aiutare da didascalie e filmati d’epoca, invece di lasciare che sia la narrazione stessa a far riflettere lo spettatore.

Lo stesso personaggio di Newton, pur ben interpretato da Matthew McConaughey, resta ambiguo; in certi momenti si configura come un vero difensore dei diritti degli afroamericani; in altri momenti, come lui stesso si è definito nella realtà storica, un “alleato”, probabilmente per convenienza contingente. Occorre aggiungere che la figura di un disertore non è mai simpatica così come non lo è il suo modo di gestire il suo privato: far convivere sotto lo stesso tetto la moglie, l’amante di colore e i figli avuti da entrambe le donne.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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SULLY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/01/2016 - 15:47
 
Titolo Originale: Sully
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Todd Komarnicki
Produzione: Frank Marshall, Allyn Stewart, Tim Moore
Durata: 96
Interpreti: Tom Hanks, Aaron Eckart, Laura Linney

Il 15 gennaio 2009 il capitano "Sully" Sullenberger compie quello che fu poi definito il "Miracolo sull'Hudson". Con un atterraggio d’emergenza nelle acque gelide del fiume Hudson Sully salva la vita ai 155 passeggeri presenti a bordo del suo aereo di linea della US Airways. Tuttavia, nonostante il successo dell’eroica impresa, le indagini condotte successivamente dalla compagnia aerea rilevano la possibilità di un errore di valutazione da parte del capitano.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film è una esaltazione del lavoro ben fatto e del lavoro di squadra. Il fattore umano e la ricerca della verità dei fatti sono al centro del racconto di questa storia vera e costituiscono i valori che hanno portato questa incredibile storia a una positiva conclusione.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Anche in Sully Tom Hanks dà una prova d’interpretazione intensa e curata, mentre Clint Eastwood realizza un film estremamente attento alla verità dei fatti realmente accaduti mantenendo sempre alta l'attenzioned del pubblico
Testo Breve:

Basato su fatti realmente accaduti, un altro eroe solitario si aggiunge alla galleria di Clint Eastwood. Un uomo dotato di grande equilibro e senso di responsabilità riesce a salvare tutti i passeggeri del suo aereo e a superare le insidie di un’indagine dell’Agenzia sulla Sicurezza

“Ho trasportato più di un milione di passeggeri per più di quarant’anni, ma alla fine verrò giudicato per questi 208 secondi”; era il 15 gennaio 2009 quando un airbus della US Airways, a seguito dell’impatto in volo con uno stormo di uccelli, fu costretto a effettuare un ammaraggio di emergenza nel fiume Hudson. Al comando c’era il comandante Chesley Sully Sullenberger e la sua scelta salvò le vite dei 150 passeggeri a bordo più i 5 membri dell’equipaggio.

A distanza di quasi sei anni da quell’evento Clint Eastwood, letta la sceneggiatura tratta dal libro delle memorie del comandante Sully, realizza un film così scrupolosamente fedele alla realtà dei fatti da poter quasi essere accostato al genere documentaristico.

In Sully Tom Hanks interpreta il ruolo del protagonista della storia. Attraverso i ricordi del comandante, mentre lui stesso cerca di fare chiarezza su quanto accaduto, si ricompone il racconto di quegli istanti terribili e al tempo stesso straordinari. Eastwood documenta in modo scrupolosamente fedele alla realtà la cronaca di questo evento e dei fatti che ne seguirono senza timore di utilizzare anche un linguaggio molto tecnico. Tuttavia il regista non dimentica di analizzare e descrivere anche gli aspetti umani più importanti della vicenda, le emozioni e le paure che i protagonisti dovettero affrontare.

Nelle ore immediatamente successive al disastro aereo quello dell’Hudson fu definito un vero miracolo e il comandante Sullenberger divenne immediatamente un eroe nazionale. Tuttavia l’inchiesta avviata dall’US Airways rilevò presto delle incongruenze e dei possibili errori da parte del comandante dell’airbus. Nel processo che ne seguì Sully dovette giustificare alla commissione tecnica le ragioni di una scelta così audace e, nonostante il successo della sua impresa, dovette dimostrarne la correttezza.    

Sebbene estremamente dettagliato, Sully non rischia di annoiare o di risultare incomprensibile. Il racconto realizzato da Eastwood consente di arrivare a comprendere gradualmente insieme al protagonista stesso il vero elemento decisivo della storia, ovvero l’importanza del fattore umano. Tanto nel film come nella realtà infatti Sullemberger dimostra di avere sempre avuto a cuore al di sopra di tutto la sicurezza dei propri passeggeri, tema su cui di fatto il personaggio reale ha investito molto della sua esperienza professionale. La straordinaria vicenda di questo pilota dimostra che, al di là di tutti i calcoli e di tutte le previsioni scientifiche che è possibile eseguire a priori per prevenire e gestire eventuali disastri, l’elemento fondamentale che in circostanze di emergenza può fare davvero la differenza tra la vita e la morte è l’uomo stesso.

In Sully Eastwood racconta in modo eccellente e con estrema chiarezza che la capacità, il valore e lo spessore umano di chi ricopre un ruolo di grande responsabilità, come quello del capitano di un aereo, sono elementi fondamentali per la salvezza di molte vite. Il capitano Sullemberger ha dimostrato non solo di essere un abile pilota, ma anche una persona dotata di grande acume e forza interiore. Sully infatti, tanto nei pochi istanti in cui si trovò a dover gestire quella terribile emergenza quanto nei mesi successivi durante lo svolgimento delle indagini, non smise mai di dare la priorità assoluta al rispetto dei principi in cui credeva: la salvezza delle vite umane poste sotto la sua responsabilità e il rispetto  della verità. Grazie alla sua lucida condotta infatti 155 persone ebbero salva la vita e oggi la storia dell’aviazione può avvalersi di un fondamentale elemento di verità in più  per migliorare la sicurezza in volo. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FAI BEI SOGNI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/26/2016 - 15:50
Titolo Originale: Fai bei sogni
Paese: ITALIA/FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Valia Santella, Edoardo Albinati e Marco Bellocchio,
Produzione: IBC MOVIE, KAVAC, RAI CINEMA, AD VITAM
Durata: 133
Interpreti: Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Nicolò Cabras, Dario Del Pero

Torino. La notte di Capodanno del 1970 succede qualcosa in casa del piccolo Massimo che, dopo aver dato la buonanotte ai genitori, si addormenta sereno. Il bambino, nove anni, è svegliato di soprassalto da grida e rumori; scopre nel corridoio di casa due uomini che sorreggono suo padre, che pare sconvolto, e incontra gli zii che premurosamente lo invitano a seguirlo a casa loro. La mattina dopo gli viene detto che la mamma sta male ed è ricoverata in ospedale. Il giorno successivo ancora, però, un sacerdote rivela a Massimo che la donna è morta, e che bisogna partecipare al suo funerale. Per il piccolo, chiaramente, è uno shock, anche perché – per tutta la vita – al dolore dell’assenza materna si aggiunge un vago alone di mistero che ne circonda la scomparsa. Massimo cresce, diventa un giornalista di successo, gira il mondo, diventa popolare ma non cesserà mai di cercare lo sguardo di amore che dai nove anni in poi gli è stato sottratto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna, né manca un’apertura al trascendente e la positiva presenza di due figure di sacerdote
Pubblico 
Adolescenti
Scene di tensione psicologica
Giudizio Tecnico 
 
Stilisticamente, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative
Testo Breve:

Marco Bellocchio si avventura in un genere per lui insolito, l’autobiografia di altri (da best-seller del giornalista Massimo Gramellini), e lo fa con grande rispetto nei confronti della famiglia, enfatizzando l’insostituibilità della figura materna 

È una insolita escursione in territori “stranieri”, nel genere accidentato della “autobiografia di un altro” questo film di Marco Bellocchio. Non che il regista piacentino non abbia ritrovato alcuni temi ricorrenti nel suo cinema adattando il best-seller del giornalista Massimo Gramellini (così li riassume nelle note di produzione: “la famiglia, la mamma, distrutta anche materialmente […], il babbo, la casa dove si svolge la metà del film, la casa in epoche diverse, trent’anni almeno, nei quali l’Italia cambia radicalmente… e la vediamo l’Italia che cambia proprio anche dalle finestre di casa”). Però – rispetto al vessillo sbandierato nel celebre I pugni in tasca del 1965 e poi in moltissimi altri suoi film – la famiglia diventa un oggetto diverso, da maneggiare con più cura e delicatezza. È un Bellocchio senz’altro meno ideologico quello che affida alle immagini – comunque angosciose e cupe – di questo Fai bei sogni una storia che parla dell’incessante ricerca di uno sguardo materno da parte di un uomo ferito, privato dei suoi affetti più cari sin dall’infanzia, che diventando adulto impara a scoprire i contorni, la profondità del proprio dolore, fino a un principio di cambiamento che passa attraverso la scoperta della verità.

Il film affronta vari argomenti, su tutti la difficoltà di comunicazione tra generazioni, l’elaborazione del lutto, il tabù della morte, lo sguardo sull’infanzia, l’insostituibilità della figura materna. Non è un caso che tra gli sceneggiatori ci sia Valia Santella, che già aveva collaborato con Nanni Moretti e Francesco Piccolo allo script di Mia madre. Per fedeltà al testo di partenza, o semplicemente ai fatti, c’è perfino (diciamo perfino, data la conclamata idiosincrasia di Bellocchio per certi argomenti) un’apertura al trascendente. Senz’altro solo formale e non anche reale, vissuta. Eppure la Chiesa – verso cui l’autore, per usare un eufemismo, non è mai stato tenero – è rappresentata senza le consuete forzature e, per una volta, nel suo ruolo reale di accompagnatrice dell’essere umano verso la comprensione del suo destino: è un sacerdote l’unico che, nei primi giorni dopo la morte della mamma, fa un tentativo di dire la verità al piccolo Massimo. Ed è ancora un sacerdote, interpretato con classe e gigioneria da Roberto Herlitzka, a guidare i pensieri del bambino lungo un itinerario che abbraccia la fede nei suoi contenuti più semplici e insieme profondi.

Stilisticamente, però, il film convince poco: Bellocchio è come frenato sia nella potenza visiva sia nelle associazioni narrative, che rendono (quasi) ogni sua opera un’esperienza artisticamente elegante, in cui immergersi. Se è un bene che la psicanalisi non prenda il sopravvento sull’intellegibilità del racconto, il continuo andirivieni temporale sfilaccia la narrazione togliendole intensità. Il film sembra patire gli stessi difetti di Venuto al mondo di Sergio Castellitto, un altro adattamento di un romanzo che cercava di tenere nella stringata durata del film l’evolversi di una vita intera, con salti tra il passato e il presente, verità nascoste, guerre in Bosnia (non starà diventando un cliché?) e guarigioni interiori. Altre cose non funzionano nel film di Bellocchio (cade la credibilità della finzione nell’incontro tra Massimo adulto e suo padre, interpretato da un attore chiaramente più giovane di lui, truccato malissimo) e stavolta anche i sostenitori oltranzisti del regista hanno avuto da ridire.

Un film interessante, comunque, che registra un tentativo – da parte di un autore intellettuale solitamente impegnato e “arrabbiato” – di raccontare una storia universale che possa parlare al cuore di chiunque. Un tentativo riuscito a metà. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME DIVENTARE GRANDI NONOSTANTE I GENITORI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/25/2016 - 12:52
 
Titolo Originale: Come diventare grande nonostante i genitori
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Luca Lucini
Sceneggiatura: Gennaro Nunziante
Produzione: The Walt Disney Company Italia, 3zero2
Durata: 90
Interpreti: Margherita Buy, Giovanna Mezzogiorno, Matthew Modine, Sergio Albelli, Ninni Bruschetta, Paolo Calabresi, Giovanni Calcagno, Roberto Citran, Francesca De Martini, Sara D’Amario, Gabriella Franchini, Elena Lietti, Aglaia Mora, Paolo Pierobon, Federico Russo, Emanuele Misuraca, Chiara Primavesi, Toby Sebastian, Leonardo Cecchi, Eleonora Gaggero, Saul Nanni, Beatrice Vendramin

I ragazzi della band degli Alex & co. stanno per cominciare un nuovo anno scolastico, ma nel loro liceo c’è una nuova preside assolutamente contraria a favorire attività che esulano dall’ordinario programma curricolare. Con o senza il suo aiuto però Alex e i suoi amici sono determinati a non abbandonare la loro passione per la musica e a partecipare ad un concorso nazionale per giovani band musicali. Nonostante gli ostacoli e le difficoltà poste dalla scuola e dai loro genitori i ragazzi dovranno trovare da soli le risorse personali e i mezzi materiali per portare avanti il loro sogno.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Come diventare grandi nonostante i genitori è la storia di una piccola sfida vista da due punti di vista differenti ma complementari: adulti e adolescenti. Una storia non semplice ma leggera e piena di buoni valori, come l’amicizia, l’affetto, la lealtà, la condivisione, che costituisce un valido esempio di rapporto genitori-figli.
Pubblico 
Tutti
Il film è semplice, pulito, divertente ed emozionante. Tuttavia per poter godere davvero della storia bisogna attendere più o meno la metà dello sviluppo del film, è solo a questo punto infatti che la vicenda decolla, si fa più coinvolgente e si stacca davvero dalla serie televisiva da cui prende le mosse.
Testo Breve:

Ricavato dalla serie televisiva Alex & Co, il film  coniuga la leggerezza del racconto Disney per ragazzi con un pizzico di approfondimento pedagogico in una storia delicata, allegra e piena di buoni sentimenti

Il cast e il soggetto originale sono quelli della famosa serie di successo prodotta dalla Walt Disney Company Italia, ma rispetto alla sit com per teenager Alex & co il film ad essa ispirato, Come diventare grandi nonostante i genitori, percorre vie molto diverse. La nuova commedia Disney diretta da Luca Lucini e scritta da Gennaro Nunziante (Cado dalle nubi; Che bella giornata; Sole a catinelle; Quo vado?) è stata interamente ideata, prodotta e girata in Italia e la magia Disney ha fortemente assorbito l’influenza della cultura italiana.

La storia prende le mosse dalla serie; Alex (Leonardo Cecchi) e i suoi compagni di scuola Nicole (Eleonora Gaggero), Emma (Beatrice Vendramin), Samuele (Federico Russo) e Christian (Saul Nanni) hanno iniziato un nuovo anno scolastico, ma la passione per la musica sopravvive forte nei loro cuori. Così quando vengono a conoscenza di un concorso nazionale per giovani band esordienti decidono di intraprendere questa nuova avventura con lo slancio e l’entusiasmo tipici della loro età. Tuttavia la nuova preside del liceo (Margherita Buy) non ama che i suoi allievi si dedichino ad attività extra curriculari che li distolgono dall’ordinario percorso di apprendimento. La preside non solo infatti vieta l’uso delle aule al di fuori dell’orario scolastico ma, dati i cattivi risultati ottenuti dal piccolo gruppo di allievi nelle prime settimane di studio, inizialmente nega anche il suo consenso alla partecipazione del gruppo al concorso nazionale.  

Sotto la pressione dei genitori e degli insegnanti gli Alex & co si sciolgono, ma il leader del gruppo non si perde d’animo e continua a cercare di realizzare il suo sogno. A lui si unisce un nuovo allievo del liceo Davide (Emanuele Misuraca), pianista di talento sorprendentemente dotato. Vista la tenacia di Alex, Nicole decide di tornare nella band e nel giro di poco tempo anche gli altri membri seguono il suo esempio. Da questo momento in poi per il gruppo di ragazzi comincia una nuova avventura e una grande sfida.

Il film è  il racconto di una piccola sfida vista da due differenti punto di vista: da un lato ci sono i ragazzi che devono imparare a perseguire i loro sogni e le loro ambizioni nonostante gli ostacoli e senza venire meno alle loro responsabilità, dall’altra ci sono i genitori e gli insegnanti che hanno il compito di accompagnare e favorire la crescita dei propri figli e allievi senza interferire o sostituirsi a loro. Da un lato c’è il racconto di un’adolescenza fatta di sogni, musica, primi amori, grandi emozioni, sfide e piccole ribellioni, e dall’altro c’è quello formativo, di crescita, fatto di ansie, responsabilità e piccoli dolori. Senza mai diventare pedante, Come crescere nonostante i genitori si ispira alla concezione pedagogica contenuta in un noto testo della psicoterapeuta inglese Asha Philips, I no che aiutano a crescere: “Un no non è necessariamente un rifiuto dell'altro o una prevaricazione, ma può invece dimostrare la fiducia nella sua forza e nelle sue capacità”.

Dunque, parallelamente rispetto alla storia semplice e garbata della giovane band, in modo -forse un po’ troppo- latente, si sviluppa l’esperienza educativa dei genitori e degli insegnanti che accompagnano il gruppo di ragazzi nel loro percorso di crescita. Come diventare grandi nonostante i genitori realizza così la storia di un viaggio, un percorso dall’adolescenza ad un’età quasi adulta, in cui gli ostacoli, le delusioni e le piccole sofferenze diventano per i ragazzi il mezzo per crescere, fortificarsi e sviluppare nuove risorse.

Come crescere nonostante i genitori coniuga la leggerezza del racconto Disney per ragazzi con un pizzico di approfondimento pedagogico in una storia delicata, allegra e piena di buoni sentimenti. L’amicizia, la lealtà e la tenacia sono, come in quasi ogni storia Disney, i cardini portanti anche di questo film che tra musica ed esperienze nuove e fresche veicola forti emozioni. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SNOWDEN

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/25/2016 - 12:01
Titolo Originale: Snowden
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Oliver Stone
Sceneggiatura: Kieran Fitzgerald, Oliver Stone
Produzione: BORMAN/KOPELOFF, IN ASSOCIAZIONE CON WILD BUNCH, TG MEDIA
Durata: 134
Interpreti: Joseph Gordon-Levitt - Edward Snowden, Shailene Woodley - Lindsay Mills, Melissa Leo - Laura Poitras, Zachary Quinto

Nel 2013 Edward Snowden, un brillante consulente della National Security Agency, esperto nella violazione di siti Internet di organizzazioni ritenute ostili, vola a Hong Kong per un incontro segreto con i giornalisti Glenn Greenwald ed Ewen MacAskill del quotidiano inglese The Guardian e la regista Laura Poitras. Vuole che la stampa internazionale denunci il programma messo in atto dal governo americano con lo scopo di sorvegliare a tappeto tutti i cittadini delle nazioni americane ed europee attraverso le loro comunicazioni private. A sostegno delle sue dichiarazioni, ha portato un chip di memoria contenente informazioni secretate…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film tratteggia un persona mossa da una forte tensione civile. Il suo gesto è difficile da giudicare: giusto negli obiettivi, controverso nella esecuzione
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio frequente. Una sequenza in uno strip club.
Giudizio Tecnico 
 
Oliver Stone e il protagonista Joseph Gordon-Levitt sono molto bravi nel tramutare un fatto di cronaca nella storia di una coscienza che matura progressivamente una grave decisione. Qualche eccesso di retorica sui pericoli delle moderne tecniche di comunicazione di massa
Testo Breve:

La storia di Snowden, il giovane genio informatico che decide di rivelare i programmi della CIA per mettere sotto controllo tutti gli americani. Una storia sicuramente controversa, che Oliver Stone è riuscito a trasformare nell’appassionante racconto della crisi di una coscienza  

C’è qualche somiglianza fra Oliver Stone e Steven Spielberg: non certo nello stile di regia ma in ciò che li spinge a realizzare film. Entrambi amano il loro paese, entrambi desiderano raccontarci storie di americani che si sono comportati da eroi. Spielberg, dopo Lincoln, con Il ponte delle spie ci ha fatto conoscere l’avvocato James Donovan, che era riuscito a portare a termine delle delicate trattative con i russi per liberare alcuni americani accusati di spionaggio. E’ stata l’occasione, per Spielberg, di risaltare i valori fondanti della costituzione americana attraverso la storia vera di un tranquillo eroe borghese.  Anche Oliver Stone mostra nei suoi film una forte tensione civile: nel suo ultimo Snowden compaiono frequenti riferimenti alla costituzione americana vista come garante delle libertà individuali, ma i suoi eroi sono molto più problematici. Sono eroi contro certe forme di potere che diventano abuso.  In Nato il quattro di luglio Ron, tornato invalido dalla guerra in Vietnam, diventa un leader del movimento pacifista; in JFK, Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans, cerca di smascherare le coperture che il governo ha costruito intorno alla verità sulla morte del presidente Kennedy. La vicenda di Snowden, colui che ha smascherato il progetto  dell’Intelligence americana di violare sistematicamente la privacy di tutti i cittadini,  non poteva non interessare Oliver Stone.

Alcuni critici non hanno gradito lo stile adottato da Stone in questo film, così diverso dai suoi precedenti lavori, carichi di ritmo e tensione.

A mio avviso, lo sviluppo calmo e ordinato della vicenda, sia pur animato da sapienti flash back che ci fanno conoscere gradualmente i fatti accaduti nella loro pienezza, sono coerenti con il personaggio che si vuole rappresentare.

Snowden è una persona introversa, che mantiene il pieno controllo delle sue emozioni e che riflette sempre prima di decidere. La sua è la storia del conflitto tutto interiore di una persona eticamente formata che ha un sincero desiderio di servire la sua patria (nella prima parte del film scopriamo che si era arruolato nei rangers, ma che aveva dovuto abbandonare l’Esercito per un infortunio alle gambe) perché la ritiene una casa sicura, dove tutte le libertà individuali vengono rispettate. Oliver Stone e il protagonista Joseph Gordon-Levitt sono entrambi molto bravi nel far sì che il film sia soprattutto la storia del percorso di una coscienza, che prima spera e poi resta delusa. Ovviamente non conosciamo nei dettagli la vera storia di Snowden ma Oliver lo tratteggia come un uomo dai principi etici assoluti che anche alla fine, nell’isolamento del suo rifugio a Mosca, si dichiara felice perché ha fatto quel che era giusto fare per il bene della sua nazione.

Anche la figura femminile, la sua ragazza Lindsay (Shailene Woodley) non è affatto un elemento di contorno, un alleggerimento romantico, ma costituisce la concreta, reale, proposta per una vita alternativa, che rende drammatici tutti quei momenti dove Snowden si trova a dover prendere delle decisioni irreversibili.

Il film non manca di allargarsi a riflessioni sui destini di noi internauti e cellular-dipendenti, felici di restare connessi ma a rischio continuo di venir spiati. E’ questa forse la parte meno riuscita del film, che sfocia spesso in una retorica verbale più che in linguaggio cinematografico. Anche il tema etico molto attuale, quello delle uccisioni tramite droni (approfondito molto bene in Good Kill), qui viene risolto un po’ sbrigativamente in una chiacchierata fra colleghi davanti a un barbecue.

E’ ovviamente molto difficile giudicare eticamente il gesto di Snowden, positivo come fine, ma difficile da comprendere nella sua messa in atto. Resta il dubbio se la soluzione scelta sia stata l’unica possibile o fossero all’epoca disponibili soluzioni meno invasive per la sicurezza nazionale. Resta un indubbio merito di Oliver Stone l’aver portato alla nostra attenzione una storia così rivelatrice della fragilità di un mondo sempre più interconnesso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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