Dramma

KNIGHT OF CUPS

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/09/2016 - 10:12
Titolo Originale: Knight of Cups
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Terence Malick
Sceneggiatura: Terence Malick
Produzione: Dogwood Films, FilmNation Entertainment, Waypoing Entertainment
Durata: 118
Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Brian Dennehy, Antonio Banderas, Wes Bentley, Isabel Lucas

Rick è uno sceneggiatore di successo e donnaiolo. Eppure le feste, i suoi tanti flirt e la carriera non riescono ad appagare il senso di vuoto che si porta dentro. Ogni relazione lo avvicina un po’ di più e in modo diverso alla conoscenza di se stesso e della vita, ma al tempo stesso lo mette in crisi, perché il mistero continua a sfuggirgli

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film racconta di un pellegrinaggio dell’uomo attraverso la ricerca della forma dell’amore, prezioso tesoro che risiede nell’intimo delle relazioni umane più vere e profonde
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene con nudità femminili. Situazioni ambigue in locali notturni
Giudizio Tecnico 
 
Malick stupisce con una fotografia che da sola realizza i più sorprendenti effetti speciali. La musica accompagna le scene ma non si sforza di indurre emozioni, colonna sonora e immagini viaggiano su strade parallele e invitano a riflessioni analoghe ma differenti
Testo Breve:

Terence Malick torna a proporsi agli stessi grandi interrogativi di The Three of life: da dove veniamo, chi siamo, perché esistiamo e dove andiamo. Al contempo continua ad adottare uno stile surreale dove sogno e realtà si confondono, che rendono il film di difficile  lettura

Il poema dell’amore di Malick comincia con un terremoto, una scossa terribile e inattesa che sconvolge l’ordinario andamento della vita. Da quel momento Rick (Christian Bale), Knight of cups (“il cavaliere di coppe” nella simbologia dei tarocchi), intraprende una sorta di odissea attraverso l’edonismo e l’effimero, tra Los Angeles e Las Vegas, alla ricerca di qualcosa di perduto.

Ci sono film in cui la storia basta a rendere apprezzabile un’opera; lo stile cinematografico di Malick invece non ha quasi bisogno di alcuna trama. La cifra narrativa di questo regista è essenzialmente composta da prospettive fotografiche in movimento, immagini dinamiche che raccontano la vita attraverso lo sguardo dell’anima in cui tempo, spazio, sogno e realtà si confondono. Questa volta lo sguardo si concentra tutto sulla forma dell’amore.

La storia di Rick comincia con una fiaba dal sapore orientale che suo padre era solito raccontargli quando era bambino: “C’era una volta un giovane principe mandato dal padre a cercare una perla. Lungo il suo cammino di ricerca però il principe bevve da una coppa che immediatamente gli fece dimenticare di essere figlio di un re e lo scopo del suo viaggio”. 

Ora Rick, da principe che era, è diventato uno sceneggiatore di Santa Monica, ricco e affermato, ha dimenticato di essere figlio di un re ma alla sua vita manca qualcosa. Un terremoto scuote la sua interiorità e Rick, come gli suggerisce una delle sue temporanee amanti, si rende improvvisamente conto di non aver mai veramente cercato l’amore, ma solo esperienze d’amore.

Knight of cups è un film che va ascoltato con attenzione e non facile da comprendere. Rick è nel complesso un personaggio alquanto negativo, eppure il narratore non lo giudica, piuttosto lo osserva. In realtà la storia risolve tutto il suo significato nella metafora della fiaba del principe che cerca la perla. Il principe è Rick, figlio di un re, che inizialmente si comprende bene essere Dio, e non un dio qualunque, ma un Dio-padre e creatore che lo osserva in attesa che il figlio comprenda il senso del suo stare al mondo.

Si potrebbe dire che in definitiva anche Knight of cups ponga di fronte agli stessi grandi interrogativi di The Three of life, altro precedente capolavoro di Terence Malick: da dove veniamo, chi siamo, perché esistiamo e dove andiamo. Ma la storia di Knight of cups segue il protagonista lungo una via non delimitata né tracciata, perché ciò che conta davvero è il percorso e le relazioni e le situazioni umane con cui Rick viene a contatto. In questo cammino Rick è uno straniero in terra straniera e passa da situazioni effimere e fittizie ad esperienze più serie e intense che turbano l’anima e la pongono di fronte ad interrogativi profondi e decisivi: il rapporto con il padre, la morte di uno dei suoi fratelli, il fallimento del suo matrimonio, la paura della paternità.

Il culmine della storia sta nell'incontro con il sacerdote, evento chiarificatore di tutta la narrazione. Quest'ultimo infatti spiega a Rick il significato del silenzio di Dio e l’alto valore della sofferenza. La perla che il principe aveva smesso di cercare perché inebriato/sedato dal calice delle esperienze mondane è proprio il sacrificio, la donazione di sé all'altro. La paura del sacrificio ha impedito a Rick per tutta la sua vita di amare davvero. Per paura di sacrificarsi non ha saputo amare la moglie e fugge di fronte alla possibilità di diventare padre. Sempre la paura di sacrificarsi ha spinto Rick a cercare rifugio in relazioni occasionali. “C’è così tanto amore dentro di noi e non viene mai fuori” è la considerazione che il protagonista fa di fronte alle tante forme d’amore con cui viene a contatto nelle sue relazioni. 

La citazione di Sant'Agostino, “ama e fa ciò che vuoi”, fa pensare ad un riferimento alla fede, anche se espresso in modo assai criptico. Rick non conosce il vero significato della parola amore ed è dunque incapace di realizzare il proprio essere, di fare ciò per cui è stato creato dal Padre, ciò che vuole davvero. Che sia il padre, il fratello, la moglie, l’amante occasionale o la nuova compagna, ciò che davvero impedisce a Rick di vivere l’amore e lo fa sentire profondamente solo, anche in mezzo a tante persone, è più che altro la paura del dolore. Eppure il vero dono per cui è stato inviato dal padre è il sacrificio. L’amore che non teme il sacrificio è il tesoro che giace nascosto negli occhi dell’altro, la perla preziosa della fiaba che il principe aveva sempre cercato.

Il racconto di Malick è surreale come l’immaginazione ma dettagliato e realistico come un sogno. Il fatto che Rick come personaggio non raggiunga lo scopo non è particolarmente rilevante. Lo spettatore percepisce tutta l'amarezza e il vuoto che le sue relazioni, prive del vero amore, lasciano in lui.

Knight of cups è un film tutt'altro che semplice, enigmatico, metaforico e simbolico, un film in cui ciò che sembra un dettaglio alla fine si rivela elemento essenziale della storia. Anche la musica fa parte di questa dimensione della ricerca dell'amore. Le diverse scene di nudo invece rappresentano l’aspetto più edonistico della realtà, quello più lontano da una vera relazione d’amore, che invece si manifesta anche in modo sensuale in scene mai gratuitamente erotiche.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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7 MINUTI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 10/29/2016 - 22:11
Titolo Originale: 7 Minuti
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia
Produzione: GOLDENART PRODUCTION, MANNY FILMS, VENTURA FILM, CON RAI CINEMA
Durata: 92
Interpreti: Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Ottavia Piccolo, Anne Consigny, Michele Placido, Luisa Cattaneo, Erika D'Ambrosio, Balkissa Maiga,

L’azienda tessile Ravazzi versa in cattive acque ma c’è una concreta speranza di sopravvivenza se si riuscirà a cedere la maggioranza delle azioni a un partner francese. Molte persone, sopratutto donne, rischiano di perdere il lavoro, è c’è grande tensione nel giorno in cui la manager francese arrivata da Parigi varca la soglia della fabbrica per riunirsi inizia con i proprietari della Ravazzi.. E’ stato istituito per l’occasione un comitato di 11 donne, scelto fra le operaie, che avrà l’incarico di approvare o meno, a nome di tutte, le condizioni dell’accordo. Con grande soddisfazione il comitato legge la proposta che le viene recapitata: tutte potranno mantenere il loro posto di lavoro. Unica condizione è che rinuncino a “soli” sette minuti del loro intervallo di pranzo. Tutte sembrano pronte ad accettare questa minima condizione ma Bianca, la decana (Ottavia Piccolo), le invita a riflettere...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Undici donne sanno riflettere su un problema comune, superando una visione esclusivamente personale
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida sequenza di nudo
Giudizio Tecnico 
 
Brave le attrici e buon ritmo della regia, ma c’è un eccesso di didascalismo nella sceneggiatura
Testo Breve:

Undici donne lavoratrici intorno a un tavolo per decidere se accettare o no le condizioni poste dai proprietari della fabbrica. Come in La parola ai giurati, il bene comune fatica a emergere fra i tanti interessi personali 

Il film si svolge nell’arco di una giornata e inizia la mattina presto, quando le operaie entrano in fabbrica. E’ l’occasione, da parte del regista, di mostrare la multiforme umanità che varca i cancelli, fatta di giovani e di anziane, di donne bianche o di colore. C’è l’afroitaliana che finalmente ha trovato un lavoro dignitoso, la giovane bianca che attende un figlio dal suo ragazzo indiano,  l’albanese costretta a cedere alle attenzioni del capo reparto, la rumena che subisce le angherie del marito violento e c’è anche una ex-operaia, ora impiegata, costretta a spostarsi su una sedia a rotelle dopo aver subito un’incidente sul lavoro.

Tutte e 11 le donne, riunite a discutere intorno a un tavolo, con a capotavola la veterana, Bianca, intenta a dissuaderle dal prendere la decisione più facile (accettare la ridicola riduzione di 7 minuti dall’orario di pranzo) non può che ricordare il più famoso La parola ai giurati del ’57 di Sidney Lumet (nella lista dei primi cento migliori film americani, con un magnifico Henry Fonda, poi replicato nel 2007 da Nokita Mikhalkov con il titolo di 12.
Si tratta di tre film uguali nella forma ma non nel contenuto.
Il film americano progredisce attraverso una sempre più approfondita indagine dei fatti accaduti e si conclude con un’elogio della demcrazia: dodici persone, estranee ai fatti, che non avevano quindi nulla da perdere o da guadagnare, hanno avuto la responsabilità di decidere il destino di un uomo. La tenacia di uno solo di loro  è riuscita a scuotere la pigrizia e l’indifferenza degli altri.
La versione di Mikhalkov si trasforma invece in un elogio all’”anima russa”: la sua capacità di non badare tanto al rigore delle leggi, ma di guardare “dentro” le persone.
Questo 7 minuti, già opera teatrale di Stefano Massini (che firma anche la sceneggiatura assieme a Michele Placido e a Toni Trupia) affronta un problema meno grave ma di più difficile comprensione. Non si tratta di decidere se un imputato sia reo di omicidio o no, ma di comprendere se la richiesta di aumento dell’orario di lavoro di 7 minuti è lecita, data la crisi in cui versa la società o se invece si tratta di una manovra intimidatoria dei nuovi proprietari che offende quindi la dignità dei lavoratori.
Se nei due precedenti film il dilemma da risolvere aveva un differente rimbalzo sulle persone in funzione della diversa generosità che i personaggi coinvolti mostravano di avere nei confronti di un tema con non li toccava personalmente, nelle 11 donne sembra prendere il sopravvento il primordiale bisogno di continuare a guadagnare piuttosto che attardarsi a fare una protesta in difesa di alcuni principi, piuttosto che intorno a una proposta  pratica.
Questi “soli” 7 minuti diventano la violazione di un principio? Hanno il diritto queste 11 operaie di prendere una decisione per salvaguardare un principio anche a nome di tutte le loro colleghe?  In che misura le operaie più anziane possono validamente cercare di ripristinare i tempi in cui il sindacato contava ancora qualcosa rispetto alla situazione attuale, molto più fluida?
Si tratta di un problema complesso che non viene risolto in termini universali, ma nello specifico della narrazione che già orienta lo spettatore mostrando i proprietari come “i cattivi”: La manager francese che si preoccupa sopratutto di finire presto per prendere l’aereo quella stessa sera; il patron Ravazzi che cerca di blandire astutamente le operaie, il ricatto compiuto su l’ex operaia,  ora sulla sedie a rotelle, che è stata “promossa a impiegata” a patto che firmasse una carta che liberava la società da qualsiasi responsabilità sull’incidente.
Michele Placido mostra una sicura mano da regista nel dare un buon ritmo alla storia e nel dirigere le attrici tutte brave, con una piacevole sorpresa nella performance di due cantanti: Fiorella Mannoia e Maria Nazionale.
Il film mostra però il difetto di voler “dimostrare” troppo: e le undici donne finiscono per non essere dei personaggi ma dei tipi. La ragazza pugile che sbatte con forza i pugni sul tavolo; la donna picchiata dal marito che butta l’anello dentro la spazzatura, la ragazza incinta di un indiano come simbolo della multi etnia, i rappresentanti della proprietà insensibili e manipolatori… 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ACCOUNTANT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/23/2016 - 21:59
Titolo Originale: The Accountant
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Gavin O'Connor
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Produzione: ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT, ZERO GRAVITY MANAGEMENT
Durata: 128
Interpreti: Ben Affleck, Anna Kendrick, J.K. Simmons

Christian Wolff è un bambino autistico. La mamma vorrebbe che frequentasse un centro specializzato mentre il padre, un ufficiale dell’Esercito, ha in mente ben altro: organizza per lui una vita fatta di dura disciplina e addestramento paramilitare che lo possa rendere pronto a reagire alle inevitabili avversità di una vita vissuta nelle sue condizioni. Christian, ormai adulto, è diventato un abile contabile perché si è rivelato un genio della matematica. Grazie alla sua fama, viene ingaggiato da una società di robotica perché una sua impiegata, Dana, sembra aver scoperto un ammanco nei conti. Il sospetto viene confermato: sono state effettuate delle delle transazioni irregolari e questa scoperta pone in serio pericolo la vita di Christian e Dana. Intanto anche Ray King, il capo della divisione delle investigazioni criminali del Dipartimento del Tesoro è sulle tracce di Christian perché lo ritiene il contabile di una grossa organizzazione criminale...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuole dimostrare come la violenza sia l’unico mezzo per farsi giustizia
Pubblico 
Maggiorenni
Ripetute scene di violenza e di uccisioni a sangue freddo
Giudizio Tecnico 
 
Il film, buono nella messa in scena e con un Ben Affleck credibile come giovane affetto da autismo, è carente da un punto di vista della sceneggiatura e rende poco credibili certi passaggi narrativi
Testo Breve:

Ben Affleck nelle vesti di giustiziere in un film “macho” che esalta la violenza come unico rimedio per contrastare la delinquenza

Il film inizia in modo promettente: sembra assumere l’aspetto di un thriller finanziario, un filone poco esplorato, dove ci vengono spiegati tutti i trucchi per evadere il fisco ed effettuare pagamenti in nero. L’interesse è rafforzato dal fatto di scoprire che il protagonista, che da piccolo aveva mostrato segni di autismo, adesso esercita con successo il mestiere di contabile, grazie alle sue prodigiose doti matematiche. Riesce a convivere con la sua malattia grazie a un rigido autocontrollo anche se Christian resta un uomo chiuso in se stesso e anaffettivo.

Si tratta però solo di un’impressione iniziale; in seguito, man mano che le minacce aumentano intorno a Christian, il film si trasforma in un violento action-movie dove la scena viene occupata dai numerosi, continui combattimenti (sarebbe più opportuno parlare di stragi) che il nostro pseudo-supereroe compie, in alcuni casi per difendersi, in altri per pura vendetta.

Siamo lontani dai combattimenti di Superman contro i “cattivi”: Christian non è meno delinquente dei suoi avversari, uccide spesso a freddo anche chi non si aspetta di esser minacciato e tutta la trama converge verso l’esaltazione della violenza, l’unica adatta per risolvere situazioni di conflitto.

Odiosa è la scena che si svolge quando Christian era bambino, deriso dai compagni di scuola per il suo autismo. Il padre porta lui e il fratello in una zona appartata dove possono incontrare i suoi compagni e poi li aizza perché inizino a picchiare senza pietà.

Ben Affleck sostiene bene la parte dell’uomo insensibile, abituato a risolvere ogni cosa da solo, ma non riesce a coprire i buchi di una sceneggiatura che zoppica. Come in ogni thriller, ci si sarebbe aspettati una trama dove gli indizi ci vengono svelati progressivamente; in questo caso, a due terzi del film, l’azione si ferma perché c’è un personaggio che svela, in una lunga chiacchierata, tutto ciò che avremmo dovuto scoprire.

Si tratta di un film ruffiano che cerca di costruire empatia intorno al protagonista (protegge Dana, in continuo pericolo, elargisce generose donazioni a una clinica per ragazzi autistici) ma la situazione sfiora il sarcasmo inconsapevole quando Christian e suo fratello si ritrovano dopo tanto tempo. Il pubblico dovrebbe emozionarsi a questo evento ma in realtà sembra quasi che i due fratelli si congratulino a vicenda per aver “fatto carriera” nella delinquenza come protettori di due organizzazioni criminali fra loro antagoniste.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE YOUNG POPE (episodi 1 e 2)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/20/2016 - 17:17
Titolo Originale: The Young Pope
Paese: Italia, Regno Unito, Stati Uniti d'America, Francia, Spagna
Anno: 2016
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello, Tony Grisoni, Stefano Rulli
Produzione: Wildside, Haut et Court TV, Mediapro
Durata: dal 21 ottobre 2016 su Sky Atlanti
Interpreti: Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando

Il collegio cardinalizio decide di eleggere un Papa giovane, che sia facile da manipolare, e fa ricadere la sua scelta su Lenny Belardo, un cardinale quarantasettenne americano, che prende il nome di Pio XIII. Tuttavia il nuovo Papa, tormentato da un’infanzia problematica e dolorosa, si mostra da subito poco incline a lasciarsi comandare.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Paolo Sorrentino presenta i primi due episodi della serie televisiva in modo molto furbo: senza prendere posizione sui più controversi temi relativi alla morale cattolica e concentrandosi più sui personaggi. Nelle prime due puntate nella Chiesa dipinta da Sorrentino forse c'è un certo senso della religiosità, ma la fede è del tutto assente.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I primi due episodi della serie si presentano molto ben costruiti a livello drammaturgico, ben diretti e ben interpretati, delineano in modo abbastanza chiaro i primi tratti dei personaggi e le relazioni umane da cui sono legati tra loro.
Testo Breve:

Un papa enigmatico ed affascinante, cucito intorno alla fantasia visiva del regista Sorrentino, che cerca di cogliere non certo il valore, ma il fascino mediatico di una istituzione universale come la Chiesa Cattolica

Un Papa oscurato e oscurantista, questo è il Pio XIII che il regista premio Oscar Paolo Sorrentino dipinge in The Young Pope, attesissima serie televisiva che immagina la Chiesa Cristiana Cattolica guidata da un romano pontefice statunitense di 47 anni.

Un’operazione furba quella di Sorrentino che già dalle prime scene fa in modo di citare tutti i temi più caldi e dibattuti in materia di morale cattolica, senza però sbilanciarsi in alcun giudizio evidente, almeno per il momento. A partire da queste prime, oniriche e surreali scene il regista procede con tutta la libertà creativa e d’immaginazione di cui sente di aver bisogno. Nelle prime due puntate della serie la narrazione spiazza il pubblico di continuo. Ogni volta che sembra di essere sul punto di afferrare una posizione o un messaggio chiari all’interno della storia, il quadro cambia completamente e la prospettiva viene ribaltata.

Questo Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, magistralmente interpretato da Jude Law, è un Papa conservatore, non tanto per le sue idee quanto piuttosto per un atteggiamento accentratore e poco incline al dialogo, fino al punto di sfiorare l’oscurantismo. Ieratico in ogni suo gesto, moralmente irreprensibile e imperscrutabile tanto da sembrare a tratti quasi inquietante. Pio XIII non si lascia conoscere e studiare da nessuno, manifesta quasi subito la sua volontà di restare invisibile agli occhi del mondo intero e fa oscurare la propria immagine celandosi dietro un’umiltà solo apparente. Al tempo stesso questa marmorea figura statuaria, una sorta di semidio terrestre, a tratti sembra quasi andare in corto circuito lasciando intravedere tutta l’umana fragilità e la debolezza che stanno all’origine del suo serafico autocontrollo. Al livello drammaturgico ne risulta un personaggio assai enigmatico e affascinante, ma decisamente fuorviante rispetto alla realtà.

Papa Belardo si muove sullo sfondo di una curia bizzarra e sontuosa. Nonostante il loro autorevole contegno Vescovi a e Cardinali in più di una circostanza si comportano in modo assai comico. Il regista afferma di non aver avuto alcun intento denigratorio; al contrario frequentando alcuni membri della curia ha avuto modo di scoprire con sorpresa che questi nelle loro conversazioni coltivano con piacere un certo umorismo; un dettaglio che ha ritenuto interessante mantenere per dare colore ai suoi personaggi.

In The Young Pope la Chiesa, nonostante le tante diverse sfumature, resta rappresentata alla maniera sorrentiniana: maestosa, imponente e naturalmente potente, con un cerimoniale sfarzoso che non sempre corrisponde alla realtà, fondata più sull’apparenza che sulla fede. Tanto che non è del tutto inappropriato paragonare gli intrighi di questo Vaticano alle cospirazioni e alle trame di potere che a grandi linee alimentano la storia di altre serie come House of cards. Come quando ad esempio, fatte le debite differenze, il Papa induce il povero frate confessore di tutti gli ecclesiastici che risiedono in Vaticano a rompere il vincolo di segretezza della confessione per poter avere il pieno controllo del modo di agire e pensare dei prelati a lui vicini. Non si può dire che la prospettiva religiosa sia del tutto trascurata; al contrario Pio XIII e i personaggi a lui più vicini, come il segretario di Stato cardinale Angelo Voiello, interpretato da Silvio Orlando, e suor Mary, Diane Keaton, mostrano in più di una circostanza di affrontare momenti di dubbio, di ricerca, di preghiera e di riflessione in una prospettiva di fede. Si tratta però appunto solo di una prospettiva, peraltro assai incerta e tormentata, e mai di uno sguardo veramente trascendente sul mondo e sulla vita.

Certamente da Sorrentino non ci si poteva aspettare una interpretazione della Chiesa Cattolica coerentemente inserita in una realtà di fede e tantomeno uno sguardo aperto alla trascendenza. L’affresco tracciato dal regista in questi primi due episodi corrisponde ad una sua personale fantasia, è un libero racconto fondato sulla sua immagine di Chiesa. Un'immagine probabilmente da molti condivisa, ma carente di tanti e fondamentali aspetti.

"È un lavoro - ha detto Sorretino ai giornalisti a Venezia - che affronta con curiosità e onestà, senza sterili provocazioni o pregiudizi e fin dove può, le contraddizioni, le difficoltà e le cose affascinanti della Chiesa”; ma bisogna anche aggiungere che un’istituzione grande e millenaria come la Chiesa Cattolica è in grado di suscitare una curiosità e un interesse notevoli anche al livello commerciale. Un aspetto che Sky, HBO e Canal+ non hanno ignorato e su cui infatti hanno volentieri investito cifre considerevoli. Tanto che Sorrentino ha annunciato di lavorare già alla seconda stagione della serie.

The young Pope è trasmesso su Sky Atlantic alle 21,15 dal 21 ottobre 2016  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NERUDA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/17/2016 - 21:30
Titolo Originale: Neruda
Paese: Argentina, Cile, Spagna, Francia.
Anno: 2016
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Guillermo Calderón
Durata: 107
Interpreti: Luis Gnecco, Gael García Bernard, Alfredo Castro, Mercedes Morán, Pablo Derqui, Michael

In Cile, nel 1948, il governo di Gabriel Gonzales Videla, eletto dalla sinistra ma manipolato dagli Stati Uniti, dichiara clandestino il comunismo. Pablo Neruda, in quanto senatore comunista, si oppone alla decisione. Videla, ossessionato dal poeta e dalla sua influenza sul popolo, incarica il prefetto Oscar Peluchonneau di ricercare e imprigionare Neruda che si nasconde in Cile con la moglie, nell’attesa di varcare il confine e fuggire all’estero. Il prefetto, intriso di odio e amore per il poeta, si impegna così in un inseguimento serrato e ossessionante lungo tutto il paese.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film non sposa una teoria o ideologia ma tenta (riuscendoci piuttosto bene) a restituire la complessità della realtà in maniera non ideologica, non sleale con la natura umana però si mantiene abbastanza acritico con le condotte di vita avventurose
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo, diverse sequenze ambientate in bordelli con esplicite allusioni sessuali, qualche scena di violenza leggera
Giudizio Tecnico 
 
La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema. La dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso
Testo Breve:

Nel Cile del 1948, Pablo Neruda, il famoso poeta e senatore comunista. deve vivere in clandestinità braccato dalla polizia. La storia ottiamente scritta di un inseguimento

Per chi, considerando il titolo e la trama, si aspettasse legittimamente un racconto biografico eroico, la visione di Neruda potrebbe risultare profondamente spiazzante.

Se, dopo No- I giorni dell’arcobaleno, Pablo Larraín torna a parlare della storia del Cile attraverso la vita del suo personaggio più illustre, l’approccio neutro e piano del film storico è ciò che di più lontano esista da quest’opera a cavallo tra noir, on the road, black comedy e metaracconto.  

Il regista sceglie di non parlare di Neruda ma degli infiniti sguardi che si posano su di lui, investendolo di significati soggettivi, diversi a seconda di chi si approcci alla sua immagine e alla sua poesia. Un punto di vista frammentato che trova la sua unità nella voce narrante dell’indimenticabile personaggio di Peluchonneau e che sa restituire le contraddizioni del poeta cileno e della storia di un Paese, in costante tensione tra molteplici verità coesistenti.

Eppure, nonostante il mélange di generi e significati, Neruda possiede una compattezza invidiabile, grazie a un tema pervasivo e universale. Sin dalle prime parole della voce narrante Neruda si dichiara come la storia di una caccia, e la dinamica dell’inseguimento domina esteticamente e contenutisticamente il film, dalla destabilizzante frammentazione dello spazio scenico, alle inquadrature instabili, dispiegate a salti da un montaggio affannoso.

La scorretta e sorprendente fotografia di Sergio Armstrong e la sceneggiatura inaudita di Guillermo Calderón supportano l’idea di Larraín dando una grande lezione di cinema: il tema dell’ “incatturabilità” pervade ogni elemento della scena. A sfuggire inevitabilmente dall’ossessione di Videla e Peluchonneau non è solo Neruda, ma la poesia stessa e, con una metafora universalizzante, ogni essere umano nella sua singolarità.

La voce narrante del prefetto, lucido e folle al contempo, tesse un dialogo continuo in ogni scena: per ogni significato arriva inesorabile il suo contrappunto, in un gioco di rimandi tutt’altro che relativista, ma piuttosto aderente all’incommensurabile complessità della storia e di ogni vita umana. L’ironia profonda della sceneggiatura, che non risparmia inseguito né inseguitore, possiede il tono ma non il cinismo della black comedy, e illumina di tenerezza i personaggi, mai compatti, pervasi da crepe e fragilità.

Solo per un istante il film perde ritmo e armonia, a pochi minuti dal finale, impantanandosi nell’astruso di alcune didascaliche riflessioni metanarrative; un inciampo che apre troppo frettolosamente a complessità interpretative. Ma subito si riprende, regalandoci un inseguimento quasi western nella neve, in cui Neruda va incontro al suo nemico, immagine metaforica di un ricongiungimento impossibile e agognato tra inseguito e inseguitore, tra verità che si sfiorano senza mai abbracciarsi. E’ soltanto la preparazione per una chiusa ancor più spettacolare che toglie lo sguardo dal vate e illumina il grigio anonimato di Peluchonneau per ricordarci il bisogno assoluto degli altri e della loro parola, senza la quale non saremmo chiamati alla vita e tratti fuori dal buio dell’oblio.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
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LETTERE DA BERLINO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/13/2016 - 16:04
 
Titolo Originale: Alone in Berlin
Paese: Gran Bretagna, Francia, Germania
Anno: 2016
Regia: Vincent Perez
Sceneggiatura: Achim Von Borries, Bettine von Borries
Produzione: X-Filme Creative Pool, FilmWave, Master Movies
Durata: 103
Interpreti: Emma Thompson, Daniel Bruehl, Brendan Gleeson.

Berlino, nel 1040, è paralizzata dalla paura. Otto e Anna Quangel sono una coppia di classe modesta. Un giorno ricevono la notizia della tragica scomparsa del loro unico figlio. Otto e Anna decidono allora di compiere un semplice ma coraggioso atto di resistenza e rivolta. Iniziano a diffondere per tutta la città cartoline anonime contro il regime di Hitler, con il rischio di essere scoperti e giustiziati.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Lettere da Berlino racconta la storia di un piccolo e poco conosciuto atto di coraggio contro uno dei regimi dittatoriali più feroci del secolo scorso; è l’esempio della forza che un immenso dolore può generare e dell’importanza e del peso dei piccoli gesti anche se compiuti nel silenzio e nell’anonimato.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Grande cura nei dettagli storici e ottima recitazione da parte del cast artistico
Testo Breve:

Due coniugi tedeschi, nella Berlino del 1940, decidono di diffondere cartoline contro il regime nazista. Due persone modeste che riescono a comprendere, non per la loro preparazione intellettuale ma passando attraverso il dolore  per la morte del figlio, la falsità del regime

Alone in Berlin di Vincent Perez è stato presentato in concorso alla 66° edizione della Berlinale. Il film è tratto da una storia vera che ha ispirato l’ultimo romanzo dello scrittore tedesco Hans Fallada, Ogni uomo muore solo, del 1947, che Primo Levi definì “uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo”. Il regista alla Berlinale aveva raccontato: “Dopo aver letto il libro volevo che il mio film ne riproducesse le sensazioni. Volevo ricreare le atmosfere della Berlino di quegli anni”.

Il film, come il romanzo a cui si ispira, racconta la storia vera di Anna (Emma Thompson) e Otto Quangel (Brendan Gleeson), una normale coppia di berlinesi che nel giugno del 1940 riceve la terribile notizia della morte al fronte del loro unico figlio. In quel momento crolla da parte loro tutta la fiducia che avevano riposto nel Fuhrer. I due coniugi realizzano la portata della menzogna del Reich tedesco e cominciano la loro personale battaglia nascosta di resistenza al nazismo. La loro idea nasce in modo spontaneo senza un preciso progetto: Otto e Anna iniziano a denunciare le nefandezze del governo di Hitler e a diffondere idee avverse al regime scrivendo messaggi sul retro di cartoline che abbandonano poi sulle scale degli edifici popolari. Ma le SS e la Gestapo sono sulle loro tracce.

“Non si tratta di un film politico ma di un film sulle emozioni” ha detto il regista; anche Emma Thompson ha dichiarato: “Questa storia parla di coraggio, è il ritratto di un matrimonio che nel dolore riesce a rinnovare il proprio amore”. Lettere da Berlino è infatti davvero la fotografia di un’epoca e di un particolare momento storico visto e vissuto attraverso l‘esperienza di una coppia comune che riesce a compiere un atto di eccezionale coraggio nell’ambito di una vita ordinaria e silenziosa.

Lettere da Berlino è un film che offre diversi e rilevanti piani narrativi di lettura. C’è l’aspetto storico molto curato anche nei dettagli, c’è una sorta di thriller poliziesco e c’è la storia più umana e interiore vissuta dai singoli personaggi, ben rappresentati e interpretati. Otto e Anna non sono eroi e nemmeno intellettuali o politici impegnati, ma attraverso il dolore riescono a interpretare in modo più corretto e lucido il loro presente storico. “La Germania si è presa mio figlio – dice nel film Otto - . Può un uomo donare qualcosa che valga di più di suo figlio?”. È proprio la profonda sofferenza vissuta dai due protagonisti come genitori che li spinge a cercare di lottare, di guardare oltre e avanti rispetto a quello che viene fatto credere dal regime. I due genitori trovano il coraggio di affermare, diffondere e difendere le proprie idee anche a rischio della propria vita. Otto e Anna non fanno calcoli né programmi, il risultato che ottengono in definitiva non è particolarmente esteso e sanno che molto probabilmente verranno presto catturati e duramente puniti. Eppure ciò che conta è il modo con cui lottano: non per se stessi, ma come ultimo estremo atto di giustizia nei confronti delle persone come loro.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AMERICAN PASTORAL

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/12/2016 - 18:00
Titolo Originale: American Pastoral
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Ewan McGregor
Sceneggiatura: John Romano
Produzione: Lakeshore Entertainment
Durata: 126
Interpreti: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn

Nathan Zuckerman, ormai scrittore affermato, ha deciso di partecipare alla festa annuale che si tiene nella high school del paese dove è nato, per incontrare i suoi vecchi compagni di scuola nel Newark. In quella circostanza viene a sapere che Seymour Levov, detto “lo svedese” è morto. Era, ai tempi della scuola, il compagno ammirato da tutti: alto, biondo, campione di baseball, aveva sposato miss Miss New Jersey e aveva ereditato la fabbrica di guanti di suo padre. Aveva condotto per un certo tempo una vita piena di successi e di soddisfazioni ma poi qualcosa non aveva funzionato: ai tempi della guerra in Vietnam sua figlia sedicenne Meredith era diventata una contestatrice e quando nell’ufficio postale di Old Rimrock, dove vivono, esplode una bomba uccidendo il proprietario, tutti pensano che sia stata proprio lei…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un padre affettuoso e onesto affronta un problema più grande di lui: la ribellione di sua figlia
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena audace di seduzione con linguaggio esplicito
Giudizio Tecnico 
 
Bei costumi e ottima scenografia, impegnata nella ricostruzione degli anni 60, brava la Jennifer Connelly nella parte della madre ma la storia è organizzata per accumulo di frammenti ricavati da una fonte molto più complessa (il libro omonimo di Philip Roth)
Testo Breve:

Pastorale americana, il libro di Philip Roth sul sogno americano, ha un adattamento modesto in questo film che cerca di dire tante cose in modo incompleto

Il romanzo American Pastoral di Philip Roth vinse il premio Pulitzer nel 1997 ed è comunemente considerato il suo capolavoro. Si tratta inoltre di un libro molto amato dai lettori d’oltreoceano perché traccia, attraverso la storia dello svedese, venti anni di storia americana: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli incerti e confusi anni sessanta. Dalla fiducia nel lavoro duro e nel progresso, garanzia certa di successo, ai tempi della contestazione durante la guerra del Vietnam. Nelle pagine del libro sono presenti i principali elementi del sogno americano: la positiva mescolanza di razze per costruire ricchezza e progresso (nella fabbrica di guanti, la maggioranza degli operai è di colore); ebrei e cattolici irlandesi ( la famiglia dello svedese e sua moglie Dawn riuniti insieme per il Thanksgivingday; Le vittorie di lui come campione sportivo, la bellezza di lei, miss New Jersey; la loro grandiosa villa con annesso maneggio di cavalli, segno tangibile del loro  successo. Un sogno a cui segue un doloroso e inaspettato risveglio, per l’intera nazione, ai tempi della rivoluzione studentesca e anche lo stesso Svedese, che non riesce più a comprendere chi sia realmente sua figlia. Una grandiosa parabola dell’innocenza americana e della successiva grande disillusione. Il romanzo di Philip Roth esprime tutto questo e altro ancora e si comprende perché siano trascorsi anni di indecisione prima che si trovasse un regista in grado di affrontare l’impresa. Molto meno comprensibile la decisione di Evan McGregor di sceglierlo come suo primo film da regista, investendo di persona nella sua produzione. Alla fine il risultato è modesto. Non tanto per colpa delle incertezze registiche di Mc Gregor, anche attore protagonista, ma dello sceneggiatore John Romano che cerca di mettere tutto il contenuto e i significati del romanzo all’interno dei tempi standard di un film.

Lo scrittore Zuckerman (alter-ego di Philip Roth) che compare all’inizio e che racconta tutta la storia in flash back, non sembra trovare un ruolo nella storia ma si limita a fungere da voce fuori campo. I favolosi anni giovanili del dopoguerra (i successi dello Svedese nello sport, il suo conquistato benessere) sono narrati rapidamente in flash back. La ribellione della figlia viene evidenziata tramite il suo linguaggio: a sedici anni inizia a parlare come un volantino della rivolta studentesca e sia lei che la sua compagna terrorista sembrano dei robot indottrinati, senz’anima. Viene riprodotta la scena, presente anche nel libro, della richiesta di Merry bambina di venir baciata sulla bocca dal padre. Nel libro il padre accetta, nel film rifiuta sdegnosamente e quindi resta un episodio che si chiude in se stesso, non diventa, come nel libro, uno dei tanti motivi di rimorso del padre, quando dovrà cercare di comprendere la ribellione della figlia. Brava comunque Jennifer Connelly nella parte della madre che subisce gli effetti della tragedia: abbandonato il suo abito di moglie e madre premurosa, regredisce ai tempi in cui era miss New Jersey, torna a dedicarsi a quella sua bellezza che ora sta sfiorendo e cerca di distrarsi con le attenzioni che riceve fuori dal matrimonio.

 E’ come se il film fosse costituito da una sequenza di molecole narrative, che non si amalgamano per costituire una materia organica. Vi è un unico tema che prende il sopravvento su tutto: l’angoscia di un padre onesto, tutto d’un pezzo, che non comprende l’irrazionale ribellione della figlia e che passa la sua vita a cercarla per riportarla a casa. Uno scontro generazionale, anche se doloroso, dovrebbe portare i suoi frutti almeno nella reciproco rispetto dell’altro. In questo film tutto si risolve in una desolante incomunicabilità, perché il padre è talmente buono e innocente da sembrare stupido mentre la figlia è ottusamente fanatica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEEPWATER - INFERNO NELL'OCEANO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/10/2016 - 21:42
 
Titolo Originale: Deepwater Horizon
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Matthew Michael Carnahan, Matthew Sand
Produzione: BONAVENTURA PICTURES, LIONSGATE ENTERTAINMENT, PARTICIPANT MEDIA
Durata: 97
Interpreti: Mark Wahlberg, Kurt Russell, John Malkovich, Gina Rodriguez

Mike Williams ha una vita piena di amore e di gioia e questo lo sa bene quando la mattina del 20 Aprile 2010 si alza all'alba per raggiungere la Deepwater Horizon, una piattaforma petrolifera sita nel Golfo del Messico. Ventuno giorni lontano dalla sua famiglia. Insieme a lui altri colleghi, tra cui Andrea – l'unica donna a bordo – e Jimmy, il responsabile operativo della Deepwater. si preparano a vivere isolati in mezzo al mare al servizio di uno dei più grandi affari di sempre: l'estrazione di Petrolio. Proprio perché si tratta di un affare da miliardi di dollari, la British Petroleum non può permettersi di tardare oltre i 43 giorni sino ad ora accumulati. Così Vindramin, uno dei rappresentanti della Compagnia Inglese, nonostante alcuni presunti intoppi tecnici, forza la situazione e ottiene da Jimmy il via libera per iniziare l'estrazione. In pochi attimi si sprigiona un inferno di fuoco, che inghiottisce tra le sue fauci undici operai e determina il collasso della piattaforma. Gli atti eroici di molti lavoratori, tra cui Mike, che è l'ultimo a lasciare i rottami che affondano, hanno permesso di salvare molte vite e hanno cercato, invano, di arginare un disastro di dimensioni impietose.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista è un eroe reale, in carne ed ossa, che esprime chiaramente i valori in cui crede – la famiglia, il lavoro, il rispetto della vita umana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per la presenza prolungata di sequenze drammatiche di disastro e distruzione
Giudizio Tecnico 
 
La componente spettacolare prende il sopravvento e ne diventa espressione: il tratto più evidente all'occhio dello spettatore, infatti, sono gli effetti visivi e sonori con cui è stata ricostruita la catastrofe
Testo Breve:

Basato sulla reale tragedia avvenuta a bordo della Deepwater il 20 aprile 2010, il film affianca alla bramosia di chi cerca solo il guadagno, la generosità di chi si sacrifica per salvare il maggior numero di vite umane

Basato sulla reale tragedia avvenuta a bordo della Deepwater il 20 aprile 2010, il film di Peter Berg dichiara di avere due anime, di cui una per spettacolarità prende il sopravvento sull'altra e ne diventa espressione. Il tratto più evidente all'occhio dello spettatore, infatti, sono gli effetti visivi e sonori con cui è stata ricostruita la catastrofe della Deepwater. Nel suo cuore narrativo centrale il racconto si trasforma in quell'inferno di fuoco che fu nella realtà e la conseguenza su noi spettatori è di totale immersione nella tragedia che si sta compiendo.

Nel suo secondo aspetto, il racconto ricorda il genere di cui Erin Brockovich è stato esimio esempio, anche se la denuncia morale verso i responsabili di quanto accaduto narrativamente non spicca, ma si lascia esprimere ed interpretare dalla spettacolarizzazione degli eventi.

Tra la mostruosità del fuoco e le accuse alla British Petroleum, che nel suo atto sconsiderato fu spinta dalla perversa bramosia affaristica verso l'oro nero, ci sono altri protagonisti a dominare la scena. Ovvero gli uomini che, a bordo dalla petroliera, fecero di tutto per evitare il peggio e per soccorrere i feriti. Tra questi, il simbolo del coraggio non solo virile, ma soprattutto umano è Mike Williams, che conosciamo nella prima scena del film come amorevole – e amato – padre di famiglia. Mike veste perfettamente i panni dell'eroe. Un eroe reale, in carne ed ossa, che esprime chiaramente i valori in cui crede – la famiglia, il lavoro, il rispetto della vita umana. Mike, così come tutti i colleghi che, finalmente in salvo, si radunano a pregare una volta scampati alle fiamme, è l'eroe umile al servizio degli altri che guarda in faccia il pericolo e lo affronta senza presunzione, ma con la tenacia di chi almeno ci ha provato. Di contro Vindramin, il rappresentante della British Petroleum, simboleggia, anche nel momento più drammatico del salvataggio, la codardia di chi ha sulla coscienza la responsabilità di una tragedia, ma è troppo vile e ha troppa paura di morire per affrontare le conseguenze di una decisione presa solo per motivi di interesse.

Autore: Maria Luisa Bellucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SOGNO DI FRANCESCO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/06/2016 - 17:38
Titolo Originale: L’ami-Francesco et ses frères
Paese: Francia, Italia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Renaud Fely e Arnaud Louvet
Sceneggiatura: Renaud Fely, Arnaud Louvet e Julie Peyr
Produzione: Aeternam Films, MIR Cinematografica, Rai Cinema
Durata: 90
Interpreti: Elio Germano, Jérémie Renier, Alba Rohrwacher

E’ il 1209, papa Innocenzo III ha scelto di non approvare la prima versione della Regola proposta da Francesco e dai suoi fratelli per la costituzione di un nuovo ordine. Tra i primi compagni a seguire Francesco in questa nuova vita dedicata a Dio e alla povertà c’è frate Elia da Cortona. Sarà lui a dover mediare e guidare gli altri confratelli nel difficile dialogo con la Chiesa istituzionale al fine di poter ottenere il riconoscimento dell’Ordine. Elia cerca di convincere Francesco della necessità di ammorbidire alcuni dei passaggi più rigidi e duri da vivere inseriti nella stesura della prima regola, ma Francesco non può e non vuole scendere a compromessi per quanto riguarda il Vangelo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il sogno di Francesco propone una immagine del santo molto realistica, forte, determinata, gentile e delicata al tempo stesso, capace di staccarsi dal mondo pur amandone profondamente le sue creature. Tuttavia il film si concentra più che altro sugli aspetti umani relativi alla vicenda dell’approvazione della regola francescana e dimentica quasi del tutto di esplorare le ragioni profondamente spirituali che hanno guidato il santo e suoi confratelli in questo arduo cammino.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di una scena impressionante di tentato suicidio
Giudizio Tecnico 
 
Bellissime ambientazioni paesaggistiche, ottima interpretazione da parte di Elio Germano, ma la sceneggiatura risente della mancanza di coralità che la storia richiederebbe
Testo Breve:

La storia di frate Elia, che cerca di far approvare da Innocenzo III la regola francescana. Un S Francesco interpretato da Elio Germano particolarmente intenso ma la sceneggiatura si prende molte libertà

Il sogno originale, quello contenuto nella Legenda Maior e più tardi dipinto da Giotto tra gli affreschi che decorano la Basilica Superiore di Assisi, era quello in cui papa Innocenzo III vede la Basilica di San Giovanni in Laterano sul punto di crollare mentre un poverello (si intende il santo Francesco) la sostiene con il proprio peso perché non cada. Il sogno di Francesco però è di natura assai diversa. Ai due registi francesi Renaud Fely e Arnaud Louvet interessava soprattutto indagare e raccontare quel particolare e delicato momento che segnò il passaggio dalla prima originale ispirazione di Francesco alla concreta elaborazione della regola del primo ordine francescano. Ma il vero protagonista del film non è il santo

In una terra rigogliosa ma selvatica e poco abitata vivono i primi, pochi, seguaci di Francesco; sono un gruppo di giovani candidi ed entusiasti, sporchi e vestiti di sacco, che abitano tra bosco e campagna. La prima cosa che colpisce in questo film è la scarsità di persone: ovunque i personaggi si aggirino, che sia la natura aperta, i piccoli centri abitati o il Laterano a Roma, intorno allo sparuto gruppo dei primi francescani c’è sempre il vuoto o quasi. Il gruppo di frati più che vivere lontani dalla mondanità sembrano restare letteralmente isolati dal mondo mentre riflettono di continuo sul concetto di dare e ricevere senza possedere.

Tutto ciò conferisce al film quel tono di grigia desolazione che accompagna dall’inizio alla fine uno dei personaggi centrali della storia, frate Elia. La figura di questo frate fu fondamentale per la stesura della regola, fu mediatore tra le elevate aspirazioni spirituali e morali di san Francesco, completamente ispirate al Vangelo, e le esigenze di ordine più materiale imposte dalla Chiesa per la nascita e la regolamentazione di un nuovo ordine. Come personaggio ne Il sogno di Francesco frate Elia incarna bene in se stesso la difficoltà che passa tra l’elaborazione di un ideale e la sua tangibile realizzazione. Gli autori hanno voluto rappresentare Elia con una forte carica di pathos e un interiore profondo dissidio. Eppure la dicotomia tra l’alta ispirazione di Francesco e le concrete umane aspirazioni del confratello è così forte e tragica nella storia che non trova mai, nemmeno alla fine del film, una sua conclusione.

Se privata di una vera prospettiva di fede, la domanda sulla possibile realizzazione di un ideale di vita così alto e puro già qui sulla terra resta inevitabilmente irrisolta. Al di là della scarsa attendibilità storiografica di alcuni passaggi -non c’è alcuna testimonianza di un tentato suicidio da parte di Elia-, l’attenzione della storia è tutta rivolta alla crisi e al tormento del frate diviso tra il desiderio di seguire le orme del santo e l’incapacità di riuscire a sganciarsi da una visione più terrena della vita. Elia percepisce tutta la grandezza della portata del messaggio di Francesco ed è attratto dalla sua profonda verità, eppure al tempo stesso si pone domande; il frate vive i dubbi, le perplessità e le paure di chi non riesce a staccarsi da una prospettiva umana e materiale e non afferra e non comprende l’abbandono totale con cui Francesco sceglie di mettersi nelle mani di Dio. Tanto che anche di fronte al miracolo delle stimmate rimane perplesso, titubante e sembra quasi più demoralizzato di prima. Per Elia non c’è perdono al suo tormento.

Sullo sfondo si delinea il profilo di una Chiesa incerta e debole e che in un certo senso abbandona senza dare risposte, incapace di comprendere Francesco almeno quanto Elia, ma priva dello slancio filantropico del frate e delle sue alte aspirazioni.

Resta pregevole l’interpretazione di Elio Germano, che offre un’immagine di Francesco distaccato dal mondo ma estremamente credibile e concreta, priva forse della gioia che altre versioni cinematografiche del giullare di Dio ci hanno offerto, ma sicuramente altrettanto intensa. Insieme alla santa Chiara di Alba Rohrwacher sembrano portare in vita gli affreschi originali di Giotto. 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INDIVISIBILI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/29/2016 - 21:18
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Edoardo De Angelis
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Barbara Petronio, Edoardo De Angelis
Produzione: TRAMP LIMITED, O' GROOVE, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM, MEDIASET PREMIUM
Durata: 100
Interpreti: Angela Fontana, Marianna Fontana, Antonia Truppo, Tony Laudadio, Peppe Servillo

Daisy e Viola sono due gemelle siamesi adolescenti attaccate l’une all’altra per il bacino. Le due ragazze hanno delle voci incantevoli e grazie alla loro deformazione, che attrae la curiosità e l’interesse popolare, danno da vivere a tutta la loro famiglia lavorando come cantanti in giro per feste paesane, battesimi e matrimoni. Daisy e Viola sono trattate come fenomeni da baraccone. Un giorno però per caso scoprono che esiste la possibilità di essere divise e di diventare proprio come tutte le altre loro coetanee. Comincia per loro così una dura battaglia contro la famiglia che si oppone per non perdere una preziosa fonte di mantenimento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la storia delle due gemelle siamesi protagoniste di Indivisibili sembra la metafora perfetta del percorso di affrancamento e crescita che ogni giovane si trova a compiere per scoprire e diventare se stesso. Il degrado ambientale, umano e culturale da cui le due protagoniste sono circondate riesce a mettere in evidenza ed esaltare gli aspetti positivi dell’affetto e dell’intimità che lega le due sorelle in modo indissolubile.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza verbale
Giudizio Tecnico 
 
Edorado De Angelis realizza un ottimo lavoro dirigendo con maestria due artiste molto giovani in un ruolo delicato e fondamentale per il film; inoltre si avvale di una riuscita collaborazione con Nicola Guaglianone, sceneggiatore, ed Enzo Avitabile, autore della colonna sonora originale. L’unico difetto riscontrabile nella storia consiste in un andamento narrativo che rischia più volte di perdersi. Il racconto infatti sembra spesso voler inseguire svariati fili tematici, dal degrado sociale, a quello umano, coinvolgendo diversi aspetti, come il fattore della religiosità popolare o la critica al mondo dello spettacolo, senza in realtà approfondirli veramente.
Testo Breve:

Due ragazze unite al bacino dalla nascita, sono una fonte di guadagno per i loro familiari cantando nelle feste e nelle fiere e per questo vengono ostacolate quando decidono di volersi separare tramite un intervento chirurgico. Una metafora sulla ricerca della propria identità da parte di chi non è più adolescente

Indivisibili narra la storia di due ragazze, Daisy e Viola, gemelle siamesi che vivono in simbiosi, in un’intimità totale e completa. Grazie alle loro incantevoli voci e al loro handicap fisico, che le rende una sola cosa, nel piccolo mondo un po’ provinciale e un po’ corrotto di Castelvolturno diventano cantanti richieste per cerimonie e spettacoli di paese. Per la gente le due gemelle siamesi sono un fenomeno da ascoltare e da osservare con curiosità. La loro figura finisce per assumere persino un valore pseudo religioso nel quale superstizione e falso misticismo si confondono. Eppure Daisy e Viola cominciano a sentire l’esigenza di trovare la propria identità e individualità e quando comprendono che potrebbero essere separate senza rischi, lottano e si ribellano al destino a cui la loro famiglia vorrebbe costringerle.

Indivisibili racconta una storia toccante realizzata in modo nitido e forte. L’esperienza di queste due gemelle assomiglia molto al percorso che tanti adolescenti devono affrontare per trovare la propria identità: superare cioè quel conflitto naturale generato dall’esigenza di volersi affermare come persone autonome e indipendenti sentendo al tempo stesso la paura di staccarsi da quelle certezze che, nel bene o nel male, caratterizzano la vita di un figlio sin dalla nascita. In Viola e Dasy questo processo è amplificato dalla loro condizione di gemelle siamesi cresciute in un ambiente familiare e sociale povero soprattutto al livello umano e culturale, la loro battaglia quindi non è solo contro la realtà esterna che le circonda e le opprime, ma è anche una lotta interiore contro una parte quasi vitale di se stesse.

Per interpretare i loro ruoli Marianna e Angela Fontana si sono allenate a vivere veramente in simbiosi come Daisy e Viola, hanno condiviso un’intimità ancora più profonda. Sebbene molto giovani e non ancora professioniste hanno sopportato con pazienza lunghe ore di trucco, quasi 5 ogni giorno, per ricreare l’effetto più possibile realistico di unione dei due corpi. Inoltre il film è stato girato tutto in sequenza proprio per permettere loro di immedesimarsi meglio nei personaggi.

Indivisibili è un film che si compone di contrasti, di luci e ombre in cui la bellezza e l’innocenza delle protagoniste si confonde e si perde nell’ambiente circostante grigio e fatiscente. Di fronte al degrado morale e affettivo da cui le due ragazze sono circondate, il legame interiore che le unisce, anche di più di quello fisico, dà loro la forza di lottare e risulta ancora più commuovente e significativo.

“Io sono il terzo gemello in questo film – ha confidato il regista ai giornalisti in conferenza stampa a Roma -. In Indivisibili c’è lotta, c’è sofferenza, c’è fatica. Mi piace che la storia di Dasy e Viola parli a tante giovani che invece desiderano la ribalta, la continua esposizione mediatica, mentre loro due cercano di allontanarsi dai riflettori per conquistarsi un’esistenza come individui separati. Per ottenere la loro libertà le gemelle devono pagare un prezzo molto caro e affrontare una sofferenza forte, devono lottare con uno slancio vitale che le porta alla liberazione. Tutto ciò costa dolore ma per crescere è necessario”.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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