Dramma

MANCHESTER BY THE SEA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 20:12
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 135
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

Lee Chandler conduce una vita solitaria a Boston.  Esercita con scrupolo il suo lavoro, che è quello di fare lavori di manutenzione in quattro grossi condomini ma i suoi modi sono bruschi e scostanti. Un giorno riceve una telefonata: deve recarsi subito a Manchester, un paesino del Massachussetts sull’oceano, dove è nato e vissuto fino a pochi anni prima. E’ morto suo fratello Joe, ammalato di cuore da tempo.  Lui è l’unico in grado di occuparsi dell’organizzazione dei funerali: la moglie di Joe ha lasciato la casa da tempo e suo figlio Patrick, di sedici anni,  è rimasto solo. Il ritorno a Manchester costituisce una sofferenza per Lee: è ancora vivo in lui il ricordo della terribile tragedia familiare che aveva causato la separazione da sua moglie Randi. Grande quindi è la sua sorpresa quando scopre che il fratello, nel suo testamento, lo ha nominato tutore del nipote fino alla maggiore età…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di persone semplici e umili, con la loro generosità riesce a risolvere i problemi dei loro amici; uno zio non sa educare affettivamente il nipote rimasto orfano, che diventa complice delle sue prime esperienze sessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Una situazione altamente drammatica. Turpiloquio. Scene drammatiche di violenza come effetto dell’alccoolismo, riferimenti all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Una sceneggiatura di alto livello, sostenuta da attori tutti nella parte. Sei candidature all'Oscar
Testo Breve:

La storia di un dolore e di un senso di colpa che trovano progressivamente una via di uscita. Un’ottima sceneggiatura per un film in attesa di Oscar

Il film è la storia di un dolore lacerante. Un dolore causato da un tragedia che ha privato il protagonista Lee di coloro che gli erano più cari, reso più acuto dal fatto che l’uomo si considera responsabile di quanto è accaduto. Candidato  a sei Oscar, Manchester by sea . è  una storia tutta al maschile. Lee, come maschio, non piange; si tiene tutto dentro e quando ha bevuto troppo si scarica prendendo a pugni qualcuno nel locale e finendo come sempre per soccombere, pieno di lividi. E’ un modo per auto-punirsi.

All’inizio si resta disorientati per la lentezza dello sviluppo (Lee, arrivato a Manchester, trascorre più di una giornata a organizzare i funerali del fratello). Il ritmo del racconto è però funzionale per seguire i lenti mutamenti dell’animo del protagonista, che rivive le gioie ma anche i tanti dolori (noi li percepiamo con lui tramite numerosi flashback) del tempo trascorso nel piccolo paese sull’Oceano dove è nato e ha vissuto a lungo. Il fatto che il regista e lo sceneggiatore coincidano garantisce al film un’insolita unità di sviluppo.

Determinante è l’incontro di Lee con il nipote. Se Lee si sente un morto vivente, il trovarsi di fronte a un giovane così desideroso di crescere e di aprirsi alla vita ma ancora così fragile, determina in lui un taglio nella cortina di autoprotezione che si è creato e che progressivamente finirà per allentarsi. Non c’è nessuna suspence nell’attesa di qualche imprevisto in questo film ma solo una dettagliata analisi, quasi anatomica, della progressiva maturazione, dalla terra umida e nera del dolore dell’animo di Lee, di un piccolo fiore di speranza.

Il film è sorretto, oltre che dall’ottima interpretazione di tutti i protagonisti, dalla sceneggiatura innovativa di Kenneth Lonergan, che farà sicuramente scuola. Il suo modo di sviluppare il racconto può essere assimilato a quello del gioco di biliardo, dove le palle si urtano, per reazione si spostano fino a incontrare altre palle e magari a tornare indietro. Lee, nel suo mutismo scontroso, finisce per litigare con il nipote Patrick. L’evento determina, nell’animo di Lee, una riflessione e quando zio e nipote si incontrano di nuovo, il loro animo si è modificato e ora sono pronti ad affrontare lo stesso problema con un animo mutato. In questo modo i protagonisti sono come monadi fra loro indipendenti ma  che si scontrano e che si modificano quando scoprono la loro interdipendenza.

Per un’analisi così accurata dell’animo dei personaggi, la storia non può che essere minima, riferita a persone semplici così come elementare è l’ambientazione in un tranquillo paese di pescatori. 

Il film non manca di sottolineare i terribili effetti dell’alcool e dell’uso di droghe: Lee deve continuamente lottare per non ricadere nelle debolezze del suo passato recente mentre la famiglia del fratello resta devastata dall’alcoolismo della moglie.

Non ci sono accenni nel film a tematiche di fede, ma si intravede, in modo indiretto, la sua forza che può sprigionare per affrontare difficili casi umani. Lee e il nipote vanno a trovare la madre del ragazzo, che ora ha un nuovo compagno. In casa ci sono chiari segni di una fede cattolica e prima di pranzo tutti si fanno il segno della croce. C’è una certa ironia, da parte del regista, nel ritrarre questa scena ma al contempo manifesta un dato di fatto inippugnabile: un uomo di fede si è impegnato a recuperare la donna dall’alcolismo.

Il film è interessante sotto un’altro aspetto: se certe situazioni sembrano irrimnediabili, se la capacità di perdonarsi sembra impossibile, la salvezza può venire solo grazie alla generosità e al sacrificio degli altri. Da questo punto di vista il compagno di barca di Joe e di sua moglie, tecnicamente dei personaggi secondari, sono in realtà quelli determinanti  nella storia: sono loro che si impegneranno ad adottare il ragazzo fino alla sua maggiore età. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANCHESTER BY SEA (Laura C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 19:52
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 142
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

La morte improvvisa del fratello maggiore Joe, costringe Lee Chandler, custode tuttofare, a tornare nella sua cittadina natale. Lì scopre che il fratello lo ha designato come tutore legale del figlio sedicenne Patrick e così Lee sarà costretto ad affrontare, oltre il lutto, i fantasmi del suo tragico passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dopo una dolorosa tragedia familiare, si apre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono. l’unica chiave possibile per ricominciare
Pubblico 
Maggiorenni
Un paio di scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Il film è sorretto dall’ottima interpretazione di Casey Affleck e dal regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan che riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto. Sei candidature all’Oscar 2017
Testo Breve:

I protagonisti cercano di ricucire le ferite di un grave lutto familiare ricostruendo lentamente i loro rapporti umani. Un film pluri-candidato all’Oscar

Autore di opere teatrali e sceneggiatore per grandi registi (suoi i copioni di Terapia e Pallottole e Gangs of New York), Kenneth Lonergan qui si riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto, sia quello di un adulto ferito dalla vita o quello di un adolescente preso nel mezzo di un’età difficile e piena di sfide.

Il film è sorretto dall’interpretazione di Casey Affleck, che ormai da tempo non ha più bisogno di dimostrare il suo talento (già eccellente nel debutto alla regia del fratello Ben, Gone Baby Gone, negli anni non ha fatto che riconfermarsi), affiancato da un ottimo cast, in cui spiccano il giovane Lucas Hedges e il veterano Kyle Chandler.

La storia non procede in modo lineare ma svela i suoi segreti progressivamente: la resistenza di Lee a tornare nel paese natale, in cui sembrerebbe essere stato felice, la difficoltà e la complicazione dei rapporti famigliari (il fratello defunto aveva una moglie, alcolista, che a un certo punto aveva abbandonato lui e il figlio, ma si è poi rifatta una vita con un nuovo compagno molto devoto), una tragedia del passato che ha spazzato via una famiglia ma non ha distrutto l’amore.
I tasselli del puzzle vanno a comporsi progressivamente complicando una scelta già di per sé non facile: il solitario Lee, infatti, dovrebbe farsi carico dell’educazione del nipote, diviso tra impulsi adolescenziali e un dolore difficile da esprimere. 
Proprio il tratteggio del rapporto zio-nipote, scevro da ogni sentimentalismo e ipocrisia, ma proprio per questo autenticamente doloroso, è uno degli elementi più belli e toccanti della pellicola.

La tragedia che ha fatto di Lee un uomo chiuso e a disagio con i sentimenti è di quelle da melodramma e il flashback che la rivela, accompagnato da una musica quasi esorbitante, non fa nulla per contenerne la portata.

Altrove, invece, la pellicola sceglie la via della leggerezza (per esempio quando segue le peripezie sentimentali di Patrick, che è disposto a usare della sua perdita anche per portare avanti il complicato ménage con due fidanzate), come a ribadire che la vita continua anche dopo le peggiori disgrazie, proprio come le stagioni che si avvicendano a Manchester, sciogliendo il ghiaccio dell’inverno, lasciando finalmente lo spazio alla sepoltura (letterale e metaforica) del passato, e, forse, a un’ipotesi di rinascita nel futuro.
Di fronte alle difficoltà di Lee, Lonergan non fa sconti e non sceglie la soluzione facile e consolatoria, ma offre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono che è l’unica chiave possibile per ricominciare. Un perdono che talvolta è più difficile concedersi che offrire e che non può mai essere una via solitaria.
Lonergan è un autore che ha dimostrato già in passato un grande amore per i suoi personaggi e anche qui riesce, pur con qualche lungaggine che un montaggio più severo avrebbe potuto eliminare, a trasmettere la stessa simpatia umana, che non si lascia vincere né da limiti né da dolori e sconfitte.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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150 MILLIGRAMMI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/11/2017 - 09:23
 
Titolo Originale: La fille de Brest
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Emmanuelle Bercot e Séverine Bosschem
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Produzione: Haut et Court e France 2 Cinéma
Durata: 128
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Patrick Ligardes, Mazureck Garance, Lara Neumann, Isabelle Giordano, Elise Lucet (le ultime due sono giornaliste e recitano nel proprio ruolo)

E’ la storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco chiamato Mediator commercializzato dalla casa farmaceutica Servier.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E’ la storia di una piccola eroina che partendo dal proprio lavoro quotidiano, svolto con passione e perizia, arriva a smuovere montagne, perché mossa dalla compassione verso i propri pazienti percepiti in tutta la loro dignità di persone.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di alcune scene di interventi chirurgici molto realistici e dettagliati.
Giudizio Tecnico 
 
Un thriller sociale sulla medicina che riesce a tenere desta l’attenzione fino alla fine grazie ad un’ottima costruzione e interpretazione del personaggio principale
Testo Breve:

La storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco  e riuscì a farlo derubricare. Una storia di coraggio con il pieno sostegno della propria famiglia

“Vuoi fare la guerra alle industrie dei cattivi? Ti schiacceranno. Per adesso sono loro che ci danno da mangiare e senza finanziamenti niente ricerca”: in questa battuta si racchiude il dilemma che affligge la ricerca scientifica spesso, soprattutto in ambito medico, divisa tra esigenze etiche e necessità economiche. 150 milligrammi è il racconto di questa lotta ingaggiata dal dottor Irène Frachon contro una importante casa farmaceutica francese per salvare centinaia di vite dal rischio di una mortale cardiopatia. Una storia vera vissuta in prima persona dall’autrice del libro che ha ispirato il film, “Mediator 150 mg, Combien de morts?”.

Emmanuelle Bercot è sceneggiatrice e regista di 150 milligrammi e dirige una straordinaria Sidse usa Babett Knudsen (La corte 2015) in un racconto tutto incentrato sulla figura, ricca di sfaccettature, di questo medico bretone, una donna testarda e coraggiosa, ma anche ironica e sensibile.

Nel febbraio 2009 la dottoressa Franchon, pneumologo in un policlinico universitario di Brest, nota un sospetto collegamento tra i casi di ipertensione valvolare e polmonare e l'assunzione di un farmaco, chiamato Mediatore, commercializzato dai laboratori Servier. Con l’aiuto di un ricercatore, il professor Le Bihan, Irène comincia ad approfondire la questione e fa un’inquietante scoperta sul farmaco in questione. Con Le Bihan si rende però anche conto del preoccupante giro di interessi economici che ruota attorno alla commercializzazione di questo farmaco e dovrà scontrarsi contro l’universo arrogante e brutale di accademici e legali piegati alle esigenze delle case farmaceutiche. Ma Irène non teme il conflitto, il rischio e nemmeno il disprezzo, va avanti avendo a cuore un unico obiettivo: la salute dei suoi pazienti che portano un nome preciso. Nonostante le diverse e numerose difficoltà, trova lungo la sua strada alleati inaspettati: una studentessa in farmacia che cita il numero delle vittime a Brest nella sua tesi, l'epidemiologo Caterina Haynes, un editore tenace e audace, una giornalista de Le Figaro e persino un anonimo dipendente del CNAM (Fondo Nazionale per l'Assicurazione sanitaria) che di nascosto le passa dati su larga scala.

Irène è una donna tenace ma anche molto umana, il suo scopo principale è tutelare la salute dei suoi pazienti. Ed è esattamente questa la sua forza: ciò che per i normali ricercatori e per le aziende farmaceutiche sono solo numeri per lei invece rappresentano persone, con un nome e un volto precisi. La sua storia parla di una donna soprattutto determinata, apparentemente brusca ma in realtà mossa da una profonda compassione verso il prossimo.

Il suo personaggio così sfaccettato dà dinamicità al film e nonostante i tanti aspetti tragici della vicenda riesce dove necessario anche a sdrammatizzare il racconto. Irène è una donna caparbia, dai modi non sempre gentili che non sarebbe nemmeno qualificata per affrontare una ricerca di questo genere, ma, almeno nel film, possiede una virtù particolare: è capace di vedere la sofferenza dei suoi pazienti e sa dare la giusta priorità alle cose. Per questo è in grado di non lasciarsi spaventare da un sistema corrotto, perché non è mossa da interessi personali, ma dalla speranza di miglioramento e dalla volontà di salvare altri. 

150 milligrammi ripercorre tutte le tappe della vicenda della dottoressa Frachon fino al suo sorprendente epilogo in modo certamente romanzato, ma con una tale aderenza nelle intenzioni che alcuni dei personaggi reali hanno preso volentieri parte al film. Prima fra tutti la stessa Irène Franchon, che nella pellicola fa una breve apparizione, e le due giornaliste che la intervistano interpretano nella finzione il loro stesso ruolo.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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BILLY LYNN - UN GIORNO DA EROE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/01/2017 - 18:00
Titolo Originale: Billy Lynn's Long Halftime Walk
Paese: USA, GRAN BRETAGNA, CINA
Anno: 2016
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Jean-Louis Castelli
Produzione: FILM4, THE INK FACTORY, DUNE FILMS, MARC PLATT PRODUCTIONS, STUDIO 8, TRISTAR PRODUCTIONS, BONA FILM GROUP
Durata: 113
Interpreti: Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Vin Diesel, Steve Martin

Il soldato Billy Lynn, in un conflitto a fuoco durante la seconda guerra in Irak, si prodiga generosamente a portare in salvo il suo sergente, rimasto ferito. Una telecamera rimasta accesa riprende l’evento e in questo modo Billy diventa un eroe nazionale. Per la festa del Thanks Giving Day, il suo plotone, guidato dal sergente Dime, è ospite d’onore della partita dei Dallas Cowboys. Billy è anche lui texano e su di lui si concentrano gli applausi e i complimenti della gente dello stadio. Ma Billy è turbato: ha ancora vivo il ricordo degli ultimi combattimenti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alcuni soldati impegnati nella guerra in Irak hanno stabilito fra loro forti legami di solidarietà e di concreto aiuto reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune intense scene di battaglia, una rapida sequenza sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Ang Lee, con una camera che sta sempre addosso al protagonista, riesce a farci trasmettere le sue ansie e i suoi turbamenti ma la sceneggiatura tradisce la sua impostazione letteraria
Testo Breve:

Un soldato considerato eroe della guerra in Irak, si trova a disagio, tornato i patria, nel diventare strumento di retorica bellica. Un film riuscito a metà con un’impostazione eccessivamente letteraria

Le guerre del dopoguerra degli americani sono state indubbiamente tante e molti registi non hanno mancato di enfatizzare l’abisso di senso e di sensazioni, quasi un’incomunicabilità, che si determina fra chi va sul fronte di guerra e chi, restando a casa, cerca al meglio di rendersi compartecipe, appellandosi a quanto appreso dalla televisione e riesumando, con l’occasione, un po’ di retorica patriottica. La situazione si complica per il gusto, tipicamente americano, dell’entertainment. Lo aveva di recente evidenziato Clint Eastwood con il suo Flag of Our Fathers: quattro soldati in trasferta in patria durante la guerra nel Pacifico, debbono ripetere all’infinito, in diversi stadi americani, la scena che riproduce la foto-simbolo dell’innalzamento della bandiera americana sull’isola di Iwo Jima, inizio della riconquista americana.

In questo film Billy, con alcuni commilitoni della sua compagnia Bravo, sono ospiti d’onore durante una partita dei Dallas Cowboys, inclusa la loro partecipazione alle esibizioni della serata, fra balli, canti e fuochi d’artificio.

Il racconto si svolge tutto durante questa giornata allo stadio e il regista Ang Lee (autore di Vita di Pi, tre Oscar nel 2013) è particolarmente sarcastico nell’evidenziare il disorientamento di questi soldati, costretti a fare da comparse a scenografie roboanti e a ricevere i complimenti di circostanza di gente che non può comprendere ciò che ha vissuto o essere costretti a dare risposte sul significato di quella guerra, proprio loro che non ne trovano alcuno. Il regista si concentra soprattutto su Lynn, di 19 anni, schietto e introverso, ancora vergine, come gli ricorda sua sorella, che si porta nell’animo il peso tanti momenti di tensione vissuti in Irak e vive quella giornata come in un sogno angoscioso, dove fa quello che gli viene detto di fare ma con la mente altrove.

La distanza fra questi soldati e coloro che sono rimasti in casa è ben sintetizzato dalle parole del magnate texano che ha intenzione di realizzare un film sulle gesta di Lynn e della compagnia Bravo. “La tua storia non appartiene più a te – dice a Lynn- ma appartiene all’America.  Ciò che conta è l’idea. La vostra battaglia non è altro che il simbolo della battaglia dell’America contro il terrorismo. La compagnia Bravo, ora siamo noi”.

Lynn e il suo sergente, all’unisono, rifiutano decisi questa costruzione retorica intorno al loro operato. In fondo la risposta che propone Ang Lee, con le varie sequenze ambientate in Irak dove viene evidenziata la forte intesa fra commilitoni in armi,  è molto simile a quella già  data da Clint Eastwood in Flag of our fathers: chi va in guerra forse combatte anche per la patria, ma in realtà si impegna soprattutto per i suoi commilitoni: la coesione che si forma fra chi, in ogni istante non sa se continuerà a vivere o a morire diventa l’arma migliore con cui possono affrontare nuove giornate di guerra.

Lynn è tentato da sua sorella per farsi certificare un esonero per esaurimento nervoso per non tornare più in Irak: un’ipotesi accettabile, ora che è considerato un eroe. Lynn è costretto a riflettere su se stesso, cercar di capire dove può dare un senso della sua vita. Per un momento la madrepatria gli offre una magnifica lusinga: l’ammiccante e sensuale cheerleader con la quale stabilisce un’intesa istintiva. E’ un altro momento di mordace ironia da parte del regista e dello sceneggiatore: la ragazza parla con Lynn in modo affettuoso ma attraverso frasi fatte, prese in prestito dai media, non lo vede per quello che è ma come simbolo astratto ed intoccabile di eroismo.

Ang Lee è molto bravo nel costruire queste situazione surreali di tensione fra ciò che è e ciò che appare, fra realtà e mito posticcio ma il racconto tradisce un eccesso di letteratura, di parole più che di immagini e, al di là di alcune scene, risulta un lavoro freddo, che non riesce a generare emozioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Luisa C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/01/2017 - 17:52
 
Titolo Originale: Hacksaw Ridge
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Andrew Knight, Robert Schenkkan
Produzione: EAGLE PICTURES IN COLLABORAZIONE CON LEONE FILM GROUP
Durata: 131
Interpreti: Andrew Garfield, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths

La storia vera di Desmond Doss, cresciuto in una famiglia povera e con un padre segnato dal Primo Conflitto Mondiale, che da adulto si arruola per patriottismo, ma per la sua fede rifiuta di imbracciare le armi sul campo di battaglia, deciso a fare la sua parte come ufficiale sanitario. Osteggiato prima di tutto dallo stesso Esercito americano e mobbizzato dai compagni che temono di non poter fare affidamento su di lui sul campo di battaglia, Desmond dimostrerà il suo coraggio a Okinawa, dove  salva la vita di 75 compagni durante la sanguinosa battaglia di Hacksaw Ridge

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista nasconde sotto l’esilità del fisico una determinazione granitica, che non è testardaggine, ma limpida fede e desiderio di fare ciò a cui è chiamato e i i suoi compagni se non riescono a condividere la sua fede, restano irresistibilmente affascinati dalla possibilità di guardare in alto e trovare consolazione e speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza.
Giudizio Tecnico 
 
Mel Gibson dirige al meglio delle sue capacità; una pellicola in qualche modo classica, diretta e potente proprio nella sua linearità, che è un omaggio al grande cinema
Testo Breve:

Un  soldato che non vuol prendere le armi perché membro della Chiesa Cristiana Avventista del settimo giorno, diventa un eroe salvando la vita a 75 suoi compagni. Un racconto in uno stile classico che è  una sfida al cinismo di oggi

Il grande ritorno alla regia di Mel Gibson a dieci anni da Apocalypto, è una storia di sangue e fede in cui alla violenza della guerra (la battaglia del titolo si svolse sull’isola di Okinawa e fu, come altre con i giapponesi, tra le più cruente della guerra) si contrappone la forza della coscienza di un uomo, illuminato dalle sue convinzioni, tanto più forti perché ancorate a un Oltre capace di dar senso alla morte così come alla vita.

Il film è chiaramente diviso in due parti. La prima in qualche modo racconta la “formazione” di Doss, dà conto di come la sua posizione “estremista” (non toccare armi da fuoco pur essendosi arruolato) si formi nel seno di una famiglia povera e segnata dallo squilibrio del padre e non sia guadagnata dal giovane senza fatica (lui stesso ha dovuto lottare contro un’istintiva aggressività). Una posizione che dopo l’arruolamento diventa per forza di cose scandalosa, tanto da spingere i superiori di Doss a cercare di allontanarlo, temendo che possa essere un vulnus nello spirito di corpo necessario a combattere.

Il ventaglio dei compagni e l’addestramento rientrano nei canoni del racconto di guerra, con l’insolita ed interessante variante di un risvolto legal, quando il protagonista deve difendere il suo diritto ad andare in guerra, come ufficiale medico, per assistere i compagni come meglio può. Andrew Garfield dà corpo con convinzione ed efficacia a un personaggio che nasconde sotto l’esilità del fisico una determinazione granitica, che non è testardaggine, ma limpida fede e desiderio di fare ciò a cui è chiamato. Intorno a lui interpreti di livello che, almeno in alcuni casi, portano i loro personaggi oltre gli archetipi del racconto di genere.

È nella seconda metà del film, tuttavia, che l’energia registica di Gibson trova la sua migliore occasione per mostrare il talento e il cuore dell’artista australiano, che racconta la guerra senza fare sconti, ma riesce a far vivere anche l’afflato quasi mistico che anima il suo protagonista e lo rende capace di compiere un’impresa disperata.

Così tra il sangue e le membra disintegrate dalle bombe e dal fuoco, nel buio del dolore e della disperazione di metri di terra conquistati e perduti, lo sguardo di Doss e il suo coraggio conquistano finalmente i suoi compagni: forse non riescono a condividere la sua fede, ma sono irresistibilmente affascinati dalla possibilità di guardare in alto e trovare consolazione e speranza.

Gibson racconta con onestà e tutti i mezzi che il cinema offre una storia di eroismo atipico e lo fa al meglio delle sue capacità; una pellicola in qualche modo classica, diretta e potente proprio nella sua linearità, che è un omaggio al grande cinema e una sfida al cinismo di oggi.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SPLIT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/31/2017 - 09:44
Titolo Originale: Split
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Produzione: BLINDING EDGE PICTURES, BLUMHOUSE PRODUCTIONS
Durata: 147
Interpreti: James McAvoy, Anya Taylor – Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson

Adolescenti estroverse e attente alla moda, Claire e Marcia guardano con compassione la compagna di scuola Casey, problematica nelle relazioni con gli altri, goffa e amante della solitudine. Un destino comune e crudele, però, le attende. Di ritorno da una festa, infatti, le tre ragazze vengono rapite da un uomo che le segrega in una prigione sotterranea. Nel disperato tentativo di scappare, Casey, Claire e Marcia si imbattono più volte nel loro rapitore, venendo, così, a scoprire una terribile realtà. Nell’uomo convivono personalità multiple, che lo portano ad assumere diverse identità. L’ossessivo compulsivo Dennis, il fragile stilista Barney, la rigorosa Patricia e il bambino Hedwig. Queste sono solo alcune delle ventitrè personalità in cui il rapitore prende forma. Ed un’ultima, la più spaventosa e feroce, che nemmeno la psichiatra Dottoressa Fletcher riesce a domare, sta per venire allo scoperto.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Secondo i messaggio dato dal film, il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo
Pubblico 
Sconsigliato
Pel l'etica deformata che propone. Scene di violenza psicologica ed emotiva verso minori. Immagini di sangue brevi, ma di forte impatto
Giudizio Tecnico 
 
A livello tecnico il film è ben fatto. La tensione viene tenuta dai dialoghi e le due ore di film passano nonostante l'azione sia minima
Testo Breve:

Tre adolescenti vengono rapite e segregate da uno schizofrenico in grado di assumere fino a 23 personalità differenti. Un angosciante film-metafora su una vita senza speranza basata sul dolore dove ilmale trova la sua giustificazione

Il regista M. Night Shyamalan torna al cinema con un thriller psicologico in cui il ritmo dettato dai dialoghi e dalla suspense mantiene lo spettatore focalizzato sul destino delle giovani vittime.

Dalla storia emergono nette implicazioni morali sulla natura umana. Non c’è speranza per essa, solo dolore e la conseguente, quanto necessaria, reazione ad esso. Ogni essere umano sviluppa una personale difesa alle violenze inferte. È ben chiaro nei due personaggi principali, la giovane Casey e il rapitore, interpretato da un poliedrico ed eccezionale James McAvoy. Entrambi vittime di aggressioni psicologiche nella primissima infanzia, affrontano diversamente il dolore e le ferite scaturite dall’abuso. Casey, troppo indifesa dinnanzi “all’orco nero”, sviluppa diffidenza nell’essere umano e preferisce la solitudine alle relazioni sociali. Kevin, invece, il bambino diventato uomo in molteplici vite diverse rispetto a quella originaria, si difende dal male rifugiandosi nell’alterità. Gli “Altri” ventitrè sono la sua via di fuga da un dolore che lo ha segnato per sempre e proprio il passato comune rende Casey in grado di entrare in sintonia con con Kevin e con gli “Altri”. Questo elemento della storia ci introduce ad un altro più ampio discorso. Innanzitutto, secondo quanto il regista ci racconta, non solo la violenza genera dolore, ma la violenza stessa nasce dalla malvagità umana, che non risparmia nemmeno le mura domestiche. Il che distrugge il concetto di famiglia e toglie luce a qualsiasi evoluzione positiva nel Destino dell’Uomo. Queste ferite fortificano la vittima, la formano e le conferiscono un’esperienza totalmente estranea a chi ha vissuto senza dover affrontare difficoltà. In questo Casey e Kevin sono certamente uguali. Uniti da un’affinità e da una storia emotiva differenti da quelle di Claire e Marcia, sono, a detta di Kevin, diversi in quanto superiori. Questo concetto, oltre ad essere socialmente antidemocratico, è ancor più pericoloso e fuorviante perché qui è definito sulla base dell’emozione. E, unitamente alla violenza che genera dolore, giustifica, trovandone una causa incontestabile, le distorsioni comportamentali, di qualunque gravità esse siano.

L’affermazione della ventiquattresima identità di Kevin, la “Bestia”, definisce e riassume il pensiero veicolato dal film. Il destino dell’uomo è racchiuso in un cerchio in cui la malvagità genera altra malvagità ed in cui questa seconda è una reazione necessaria con il fine di sopravvivere alla selezione naturale che regola il mondo.

Autore: Maria Luisa Bellucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIPARARE I VIVENTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/29/2017 - 20:03
Titolo Originale: Réparer les vivants
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Katell Quillévéré
Sceneggiatura: Katell Quillévéré, Gilles Taurand
Produzione: France 2
Durata: 104
Interpreti: Tahar Rahim, Emmanuelle Seigner, Anne Dorval, Bouli Lanners, Kool Shen, Monia Chokri, Alice Taglioni, Karim Leklou Alice de Lencquesaing, Finnegan Oldfield, Théo Cholbi, Gabin Verdet, Dominique Blanc

All’alba tre giovani surfisti sulla strada verso casa a causa di un improvviso colpo di sonno del conducente restano vittime di un incidente autostradale. Nell’ospedale di Le Havre i genitori del giovane Simon, uno dei tre ragazzi, apprendono che, nonostante le apparenze, il loro figlio è da considerarsi ormai morto con certezza e devono valutare la possibilità di autorizzare la donazione dei suoi organi. Intanto a Parigi una donna è in attesa del provvidenziale trapianto di cuore che potrà salvarle la vita

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
la drammaticità di questa storia nel suo insieme pone di fronte ad una serie di riflessioni di natura scientifica, medica, filosofica e umana. La regista sceglie un registro molto interiore e personale per sviluppare la narrazione di questo film, risulta assai convincente e toccante senza essere polemica e tiene in grande considerazione, oltre che gli aspetti scientifici della vicenda, anche quelli più intimi relativi agli affetti, al concetto di identità della persona umana e alla vita stessa.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di operazioni chirurgiche molto realistiche e crude.
Giudizio Tecnico 
 
In un film che affronta un tema così denso di questioni scientifiche e morali il rischio era quello di cedere ad una narrazione eccessivamente didascalica, ma la regista riesce ad affrontare la storia con molta sensibilità umana e conferisce ai suoi personaggi un accettabile spessore. Questo, insieme ad un sapiente uso della fotografia e del montaggio, riesce a rendere il film coinvolgente, sebbene si tratti di una storia dura e dal forte valore divulgativo
Testo Breve:

Due genitori al capezzale del figlio a cui è stata diagnosticata la morte celebrale; una donna  in attesa che venga trovato un donatore per il suo cuore malato. Un’accurata analisi delle condizioni emotive di tutti i personaggi coinvolti

La donazione degli organi, un tema delicato quanto importante, in cui la logica schiacciante della scienza si scontra con la sacralità intangibile ma reale e forte del concetto di persona umana. Riparare i viventi è prima di tutto un romanzo in cui l’autrice Maylis de Kerangal sceglie con molto buon senso di affrontare l’argomento focalizzandosi soprattutto sull’aspetto umano e interiore di quelli che potrebbero essere i possibili protagonisti di una storia fondata sul tema della donazione degli organi. Katell Quillévéré, regista del film tratto dall’omonimo romanzo, adatta il linguaggio cinematografico alle stesse scelte dell’autrice del testo scritto e realizza un’opera toccante, ragionevole, quasi straziante ma importante.

Uno scontro di drammi, dolori, speranze e attaccamento alla vita, questo è sostanzialmente Riparare i viventi, in cui le ragioni della scienza devono necessariamente fare i conti con le ragioni, i dubbi e le pene dell’animo umano, tanto di coloro che prendono la difficile e generosa decisione di donare gli organi di un proprio caro congiunto quanto di coloro che quell’organo hanno la fortuna di riceverlo.

Nel film è narrata la storia di un giovane ragazzo di 17 anni. Simon, che nel pieno della sua vita e delle sue energie resta gravemente coinvolto in un terribile incedente d’auto. Sebbene il suo corpo sia rimasto quasi illeso il ragazzo arriva in ospedale in uno stato di morte celebrale che secondo i medici è irreversibile. I suoi genitori, nel momento di maggiore dolore, devono dunque decidere se autorizzare o meno la donazione degli organi del figlio. In un’altra parte della Francia una donna, madre di due giovani uomini, è affetta da una gravissima cardiopatia che non le lascia speranze di vita per il futuro e a causa della quale è stata inserita nella lista dei pazienti che necessitano con urgenza di un trapianto di cuore.

La tragedia che capita al ragazzo e ai suoi genitori costringe a pensare alla morte sotto varie sfumature: l’accettazione del lutto, il desiderio di rispettare la sacralità del corpo e al tempo stesso il bisogno profondo che ciascuno ha di trasformare il dolore in qualcosa di fecondo che dia senso a quella terribile sofferenza. Ed è esattamente questo il percorso che compiono i genitori del ragazzo nel prendere la loro decisione. Senza essere polemico il film riesce a descrivere i vari aspetti emotivi, umani e interiori che rendono ardua e non scontata la scelta di donare gli organi di un proprio caro.

Nel contempo la storia, attraverso la figura dei medici che accompagnano i genitori nella loro decisione, riesce a svestire anche la scienza della sua patina di freddezza per mostrare il dovuto rispetto che merita il corpo umano anche dopo la morte. Di fronte anche alla schiacciante ragionevolezza della necessità della donazione degli organi quando le condizioni lo consentono senza ombra di dubbio, la narrazione non perde di vista l’elemento che riguarda la sacralità della vita umana e il rispetto che essa impone.

La difficoltà da superare infatti non risiede solo in coloro che, pur vedendo ancora respirare il proprio figlio, sebbene solo perché attaccato ad una macchina, si trovano nella dura condizione di dover decidere di donare ad altri parti essenziali del suo corpo, ma anche in coloro che questi organi si trovano a riceverli e sono costretti di fatto a dover quantificare il valore della propria vita. Non si può non considerare che gli organi interni di un essere umano hanno un valore che per certi versi travalica il puro aspetto biologico.

Così anche la donna che d’improvviso si trova ad accettare di ricevere il cuore di un’altra persona deceduta vive un travaglio interiore non indifferente. In primo luogo per i rischi notevoli che un’operazione del genere comporta e in secondo luogo per il fatto di dover superare la naturale resistenza dell’animo a vedersi privato di una parte simbolicamente così importante per la persona.

Nel complesso Riparare i viventi affronta la questione con estrema lucidità e delicatezza senza temere di inserire anche immagini potenzialmente troppo dirette e brutali, ma funzionali al racconto. Offre quindi un quadro chiaro e completo sul tema della donazione degli organi che non poggia solo su incontrovertibili dati scientifici ma riesce a tenere conto anche degli importanti aspetti umani che la questione implica.

Bisogna sottolineare che rispetto al caso scelto in questo racconto non vi sono dubbi né morali né scientifici riguardo ad una possibile confusione con l’altro delicato tema dell’eutanasia: la morte cerebrale è riconosciuta come morte assolutamente certa e dunque non lascia adito ad altre possibili scelte di mantenimento in vita.

Tuttavia resta discutibile solo un unico dettaglio inserito nella storia e assolutamente non funzionale al racconto. Ad un certo punto del film si comprende che la donna che sta per ricevere il cuore di Simon nel passato ha avuto una relazione omosessuale con una sua amica.  Sebbene l’intento della regista fosse quello di rendere più consistente il carattere della donna che riceve il cuore, resta il fatto che l’informazione sul suo orientamento sessuale è del tutto gratuita.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUA LA ZAMPA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/19/2017 - 07:44
Titolo Originale: A Dog's Purpose
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Lasse Hallström
Sceneggiatura: W. Bruce Cameron, Cathryn Michon, Audrey Wells, Maya Forbes, Wally Wolodarsky
Produzione: Amblin Entertainment, Reliance Entertainment, Walden Media, Pariah Production
Durata: 120

Bailey, un golden retriever, racconta la storia delle sue vite in diverse reincarnazioni nell'arco di cinque decenni alla ricerca del senso della sua esistenza al mondo. Da quando Ethan Montgomery, un bambino di otto anni, gli salva la vita, Bailey resta al suo fianco nelle tappe più importanti della sua vita. Anche dopo la sua morte lo spirito di Bailey, incarnandosi in altri cani, non dimentica del tutto il suo primo padrone.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
il film racconta in modo semplice il forte sentimento di affetto e amicizia che lega un cane al suo primo padrone, ma si perde nella narrazione di storie che mirano alla commozione e che semplificano il senso dell’esistenza alla sola ricerca di compagnia. Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il tema della reincarnazione, anche se riferito a un animale, può generare qualche sconcerto nei più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
una narrazione che procede in modo scorrevole e coinvolge soprattutto al livello dei sentimenti, ma a tratti sfiora un’artificialità tale da sembrare quasi uno spot pubblicitario
Testo Breve:

Un golden retrieval viene salvato dal suo padroncino. Anche dopo morto, il cane continua a cercarlo, nelle sue vite successive. Un film che punta tutto sulla commozione con un insolito riferimento al tema della reincarnazione

Dopo il successo nel 2009 di Hachiko - Il tuo migliore amico, film basato sulla sorprendente storia del fedele cane giapponese Hachi, il regista Lasse Hallström sembra averci preso gusto e riprende il filone cinofilo con un film, Qua la zampa, che punta tutto sulla commozione. La storia è tratta dal romanzo del 2011 best seller di W. Bruce Cameron, Dalla parte di Bailey (A Dog's Purpose), in cui l’autore immagina di raccontare il mondo e la vita attraverso gli occhi e la voce di un cagnolino che si reincarna più volte.

Che Hallström fosse un abile descrittore di sentimenti si sapeva. (Dear John). Questo regista è riuscito sempre, con esiti più o meno centrati, a toccare le corde sensibili dell’animo umano affrontando temi assai toccanti, anche se non sempre supportati da contenuti solidi. Questa volta però con Qua la zampa il regista svedese punta dritto verso il sentimentalismo più spudorato e sembra applicare tutte le sue competenze professionali a generare con facilità situazioni commuoventi ma che a tratti paiono costruite ad arte per questo scopo.

In principio un cane affezionato e il suo bambino, poi un eroico cane poliziotto e l’agente suo padrone, poi un pigro cagnolino che condivide con simpatia e discrezione le gioie e i dolori di una giovane donna di colore e infine un cane maltrattato che ritrova miracolosamente la via di casa: già solo questi elementi basterebbe per predisporre il pubblico alla più profonda tenerezza. Qua la zampa è la storia di un cane di nome Bailey che nasce, vive, muore e rinasce più volte incarnando ogni volta una nuova razza canina in un differente contesto umano. Bailey racconta la sua storia con le sue diverse esistenze dal suo ingenuo e puro punto di vista di animale fedele, intelligente e pieno di voglia di vivere. Quello di Bailey però sembrerebbe voler essere anche un percorso di crescita e conoscenza dell’animo umano alla ricerca del senso della vita.

Un obiettivo decisamente alto per un cane che in effetti fondamentalmente si concentra di più sulla ricerca di un essere umano in particolare, il suo primo vero padrone, Ethan, che lo adottò cucciolo in una delle sue prime vite e diede un senso di gioiosa spensieratezza alla sua esistenza. Ed è proprio in questo punto che Hallström sembra perdersi o piuttosto sembra scegliere la facile via dei sentimenti invece che esplorare sentieri più complessi.

Perché Qua la zampa pone le basi per profonde riflessioni ma si ferma alle considerazioni più elementari e semplici, sicuramente molto adatte ad un cane ma quasi mortificanti se invece osservate dal punto di vista dell’essere umano. Alla fine sembra infatti che la sola cosa che possa dare un senso all’esistenza di ogni essere vivente, uomo o animale che sia, stia nel cercare e trovare un compagno con cui condividere la vita.  

Qua la zampa è un film senza dubbio ricco di sentimenti coinvolgenti e commuoventi, descritti con semplicità efficace e ingenua, ma troppo infantile. Questa idilliaca comunione tra uomo e cane e l’eccessiva centralità e importanza data al concetto di compagnia finisce col svilire decisamente la parte umana della storia, rendendo l’intero film un tenero racconto di fantasia, ben narrato e toccante, ma artificilamente puerile.       

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOPO L'AMORE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/15/2017 - 13:45
Titolo Originale: L'économie du couple
Paese: Francia, Belgio
Anno: 2016
Regia: Joachim Lafosse
Sceneggiatura: Mazarine Pingeot, Fanny Burdino, Joachim Lafosse, Thomas Van Zuylen
Produzione: ES FILMS DU WORSO, VERSUS PRODUCTION IN CO-PRODUZIONE CON RTBF (TÉLÉVISION BELGE), VOO, BE TV ET PRIME TIME (TBC)
Durata: 98
Interpreti: Bérénice Bejo, Cédric Kahn

Maria e Boris, dopo 15 anni vissuti assieme e aver avuto due bimbe gemelle, hanno deciso di separarsi. L’attuazione pratica di questa decisione risulta molto difficile e genera in loro astio e sofferenza. Lui è attualmente senza lavoro e i due sono costretti a continuare ad abitare nella stessa casa. Non trovano neanche un accordo sugli aspetti economici della separazione: lei vuole dare al marito una congrua buona uscita purché lasci definitivamente la casa ma lui pretende il 50% del suo valore perché, anche se formalmente la casa è di proprietà della donna, ritiene che tutti i lavori di abbellimento che lui stesso ha realizzato abbiano contribuito alla sua valorizzazione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Assistiamo ai litigi di un uomo e una donna che si stanno per separare ma in nessuno dei due traspare un gesto di generosità capace di trascendere la loro situazione, soprattutto a beneficio delle due figlie
Pubblico 
Adolescenti
Le tensioni familiari che sono narrate nel film non sono adatte alla sensibilità dei più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Il regista sviluppa un’analisi accurata della dinamica di una separazione, gli attori sono bravi, ma il risultato è freddo e non propone soluzioni
Testo Breve:

Lui e lei si stanno per lasciare dopo 15 anni e la nascita di due bambine. Il racconto dettagliato ma grigio di una separazione che non trasmette nessuna emozione

“Tu hai i tuoi giorni, io i miei, rispettali” dice Maria, molto seccata, a Boris che è entrato, non atteso, in casa e sta facendo divertire le figlie che non hanno intenzione di fare i compiti. Ovviamente le bambine non hanno nessuna voglia di pensare ai loro genitori come qualcosa di disunito e si rivolgono ora a l’uno ora all’altra a seconda di dove, secondo loro, sarà più facile ottenere ciò che desiderano. E’ questo uno dei pochi elementi che resta invariato in questa famiglia dove lui e lei hanno deciso di non voler più vivere assieme (non è chiaro, nel film, se sono sposati o no), non perché sia intervenuto un “terzo incomodo” ma per incompatibilità di carattere: lui si comporta con molta leggerezza (di origini modeste, vive di lavori edili saltuari e non si dà molto da fare per cercane altri) mentre lei, di famiglia borghese, vive nella cura di piccoli dettagli e non ha l’elasticità mentale per affrontare i problemi in una prospettiva più ampia e generosa. I

ll regista e sceneggiatore belga Joachin Lafosse si è specializzato in conflitti familiari (Proprietà privata) e con questo film mostra l’intenzione di continuare ad approfondire il tema. Per tutto il film padre, madre e figlie (ma anche noi) restano chiusi all’interno della loro abitazione constatando, com’è ovvio, che ciò che è nato unito, ora non può esser diviso. Ecco quindi le meschine liti sul dividere in due il contenuto del frigorifero, sul lavare separatamente i panni nelle lavatrice, nell’impossibilità di vedere separatamente quegli amici che un tempo erano in comune. Lei si appiglia a queste divisioni sperando in qualche modo di guadagnarsi una propria indipendenza; lui le viola continuamente, perché le ritiene elementi secondari rispetto al tema principale, che è la perdita della loro intesa.

Sappiamo bene, purtroppo, quanto spesso avvengono, nella realtà, queste separazioni e c’è da domandarsi se era necessario sviluppare un film che ci ricordasse, nei minimi dettagli, la tristezza ma anche lo squallore umano nel quale finiscono per sprofondare gli ex-coniugi o conviventi.

Indubbiamente è da lodare il dettaglio, quasi uno studio sociologico, con cui vengono analizzate le relazioni familiari e sono molto bravi sia Bérénice Bejo che Cédric Kahn (noto soprattutto come regista) ma indubbiamente non basta il piacere di un’analisi ben fatta per giustificare un film. Non sveliamo il finale, ma non resta nello spettatore nessuna emozione o messaggio particolare da recepire.

Lo spettatore segue le loro vicende attendendosi non necessariamente una soluzione positiva al conflitto, una loro generosa riunificazione ma almeno un colpo d’ala nel racconto, un modo con il quale i due possano almeno prender coscienza definitiva della gravità della loro decisione, soprattutto nei confronti delle figlie. In un altro film tragico sullo stesso tema, Kramer contro Kramer, il conflitto coniugale, arrivato fino in tribunale, pur concludendosi con una separazione definitiva, si chiudeva con una gara di solidarietà nei confronti del loro figlio.

In questo film c’è una scena molto bella, nella quale le gemelle mettono il disco di una canzone che è capace di evocare alcuni bei momenti che tutti insieme hanno vissuto e padre, madre e figlie, si mettono a ballare. Negli sguardi di lui e lei sembrano riaffiorare le emozioni del loro amore di un tempo ma si tratta di un breve momento. I litigi continueranno il giorno dopo e, ciò che è peggio, non c’è mai una seria analisi delle conseguenze del loro disaccordo sulle loro figlie.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PATERSON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/12/2017 - 15:44
 
Titolo Originale: Paterson
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Produzione: AMAZON STUDIOS, K5 FILM
Durata: 115
Interpreti: Adam Driver, Golshifteh Farahani

Paterson è un giovane che abita nell’omonima città del New Jersey, dove guida l’autobus, scrive versi e vive con la bella moglie Laura un’esistenza tranquilla e monotona. Il film racconta 7 giorni dei due protagonisti, i loro incontri e le loro piccole esperienze quotidiane. Nella storia ha grande spazio la passione di Paterson per la poesia, vista da lui come un mezzo di compensazione e di riscatto dalla sua esistenza non infelice ma limitata e incolore (nonostante l’affetto e le tenerezze prodigategli dalla sua compagna). Fino alla sorprendente conclusione, drammatica per certi versi ma anche positiva.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Messaggi valoriali vengono dal quadro coniugale-familiare, dall’integrità morale del protagonista e di altri personaggi, da una trama di rapporti umano-sociali all’insegna dell’amicizia, del rispetto e della gentilezza. Il finale esalta l’esigenza di reagire ai rovesci e ritrovare la speranza.
Pubblico 
Adolescenti
Per via del linguaggio
Giudizio Tecnico 
 
Un film tipicamente “indipendente” ma al di sopra della media, anche perché diretto da uno dei maestri di questo cinema. Domina quindi il realismo, sia nell’esteriorità e nella vita dei personaggi, sia negli scenari urbani dove tutto è ordinario, dimesso e al limite dello squallore.
Testo Breve:

Jim Jarmusch, un veterano del cinema indipendente americano, firma un film delizioso: la vita semplice di un conduttore di autobus  che scrive poesie, sempre pronto a fare la cosa giusta e a occuparsi degli altri

Non siamo nemici di Hollywood, anzi, come cinefili non sarebbe proprio il caso di pensare solo ai difetti della “Mecca del cinema” scordandone i pregi innegabili e storici. Però per quanto ci riguarda non finiamo mai di ringraziare Dio per il fatto che in USA ci sia pure il cinema indipendente. Ci conferma puntualmente in questa convinzione la bellezza, la qualità e l’intelligenza dell’ultimo film di Jim Jarmusch, uno dei massimi registi dell’”altra faccia del cinema americano” (più newyorkese che losangelino, come si sa), ormai non più giovanissimo coi suoi 64 anni e autore di pellicole apprezzate da critica e pubblico come Taxisti di notte (1991), Dead man con Johnny Depp (1995) e Broken flowers con Bill Murray (2005). Questo Paterson, del 2016, rivela già nel titolo l’ironia (garbata) e la levità di Jarmusch. Difatti Paterson si chiama sia il paesino del New Jersey dove il film è ambientato sia il protagonista maschile del film, un giovanotto 30enne che fa l’autista del bus comunale percorrendo ogni giorno le solite strade e fermando il veicolo alle stesse bus-stop. Partiamo da questa location. Il film si fa ammirare anzitutto per questo, perché ci mostra un’America che non è solo tecnologica, extralusso, “dollarosa”, patinata ecc. ecc. ma è anche afflitta da degrado e sporcizia, con insegne mezzo cancellate e quasi illeggibili, clochard per terra agli angoli delle strade, intonaci corrosi e scoloriti, aiuole incolte e via decadendo. Paterson città è così, a misura europea e specialmente (ahimè) italiana, come un borgo qualsiasi del centro-sud: il che, diciamolo, si vede di rado in un film americano, almeno con questa autenticità e verità da docu-film. Passiamo al protagonista, interpretato benissimo da Adam Driver. Il film registra la sua vita quotidiana e il suo lavoro ripetitivo al volante del bus: una monotonia interrotta e smossa solo dal taccuino che il giovane tira fuori ogni poco dalla tasca per scrivere all’impronta pensieri e riflessioni, a cui tiene molto e che gli riempiono l’esistenza e la giornata. Questi appunti e sfoghi su carta lui li chiama poesie, e altrettanto fa (esortando il marito a pubblicarle) la moglie Laura, interpretata con brio ed efficacia dalla deliziosa Golshifteh Farahani, attrice iraniana di Teheran. Pure lei ha i suoi hobby e interessi, cucina dolci (apparentemente) squisiti che vende alle fiere e ai mercati, e acquista on line una chitarra per imparare a suonarla con l’ausilio di un CD (!). Tra loro il cane, un bulldog eccezionale, irresistibile, “manovrato” alla perfezione da Jarmusch, che grazie ai miracoli del montaggio lo fa letteralmente recitare, ora annoiato, ora protestatario, ora ironico (gli manca solo la parola, è il caso di dirlo) ma sempre in un rapporto indecifrabile coi padroni: sorvoliamo su quello che gli combinerà! Intorno a questo ménage c’è la vita cittadina coi suoi riti e le sue figure: l’assistente indiano di Adam che gli racconta tutti i suoi guai casalinghi, la bimba che scrive pure lei poesie, i passeggeri del bus, il nero anziano e maltrattato dalla moglie che gestisce il pub dove va il protagonista quando stacca. Personaggi realistici, appena crepuscolari, attori di un dramma quotidiano in pillole che dimostra una cosa, pure stavolta. Il minimalismo, sia pur affettuoso e partecipe, sembra essere la cifra propria del cinema indipendente americano. O, almeno, di Jarmusch

Autore: Mario Spinelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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