Dramma

LA LUCE SUGLI OCEANI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/05/2017 - 19:58
 
Titolo Originale: The Light Between Oceans
Paese: Regno Unito /Nuova Zelanda/Usa
Anno: 2016
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance dal romanzo di M.L. Stedman
Produzione: HEYDAY FILMS, LBO PRODUCTIONS, DREAMWORKS SKG, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN ENTERTAINMENT, RELIANCE ENTERTAINMENT, TOUCHSTONE PICTURES
Durata: 133
Interpreti: Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz

Tom Sherbourne, un reduce della Prima Guerra Mondiale, accetta il posto di guardiano del faro di Janus, a cento miglia dalla costa australiana. Prima di raggiungerlo, incontra la giovane Isabel, che accetta di diventare sua moglie e seguirlo nella sua vita solitaria. Dopo due aborti spontanei, però, il sogno di Isabel di formare una famiglia sembra morto, finché un giorno una barca a remi giunge sull’isola spinta dalle correnti: a bordo un uomo morto e una neonata, che i due decidono di tenere e crescere come propria. Il destino ha in serbo altre sorprese e dolorose scelte.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tutti i protagonisti mostrano grande generosità, abbinata a una solida dirittura morale. L’unica che si dimostra debole saprà anche pentirsi e chiedere perdono
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene sensuali
Giudizio Tecnico 
 
La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo allo spettatore un’adesione incondizionata e senza cinismo
Testo Breve:

In una remota isola australiana, la coscienza di un uomo e di una donna viene messa alla prova quando le loro aspirazioni si pongono in conflitto con il dolore degli altri 

Perdonare è facile, basta farlo una volta sola. È questo uno degli insegnamenti più profondi di questo melodramma a tinte forti ambientato sullo sfondo della natura potente e selvaggia della costa australiana e di un’isoletta dispersa tra due oceani (quello indiano e quello australe). Il regista e sceneggiatore Derek Cianfrance adatta un bel romanzo di qualche anno fa e s’immerge in una cornice temporale remota, quella dell’Australia del primo dopoguerra. Un paese per certi versi ancora selvaggio, insieme lontanissimo e vicinissimo (a causa delle numerose perdite umane) alla guerra che aveva insanguinato le trincee europee. Questo passato, anche se non viene messo in scena, è la chiave per capire molti degli avvenimenti del film, ma soprattutto il carattere dei suoi protagonisti. 

Tom Sherbourne è un uomo ferito dalla guerra nello spirito anziché nel corpo: la morte di tanti compagni, la propria talora incomprensibile sopravvivenza, le scelte difficili che ha dovuto fare, lo hanno persuaso che il destino solitario di custode di un faro gli avrebbe per lo meno impedito di far soffrire altri esseri umani.

Isabel, da parte sua, è l’unica figlia rimasta (i fratelli sono morti in guerra) di una famiglia una volta felice e la sua straordinaria vitalità nasconde a sua volta un lutto e un dolore profondo.

Sono due esseri umani che si trovano e scoprono l’uno nell’altro la possibilità di una rinascita, proprio nello spazio solitario ed estremo di un’isola dove diventano quasi due novelli Adamo ed Eva. La negazione della possibilità di un figlio, di ricostruire, proiettandola nel futuro, una famiglia che il passato ha spezzato, rinnova però l’antica tragedia e pone le fondamenta per un altro dramma. Perché ottenere, in modo quasi miracoloso, quello che si desidera più nel profondo, significa pure toglierlo a qualcuno che ha un diritto ancora più grande su quel dono.

Il dramma è tanto più acuto perché le persone che sono coinvolte sono fondamentalmente buone e perché il tempo rende complicato, se non impossibile, sciogliere la trama degli affetti e stabilire colpe e diritti senza spezzare i fili che reggono le vite degli esseri umani coinvolti.

Quello che Cianfrance posa su ciascuno dei suoi personaggi è uno sguardo pietoso, che cerca di farceli comprendere prima che giudicare. La luce sugli oceani è un film che, pur nella pulizia quasi classica della realizzazione, affronta senza reticenze dolore e passioni esasperate richiedendo un’adesione incondizionata e senza cinismo, e proprio per questo è destinato a piacere più al pubblico che alla critica.

Un film percorso da un sentimento religioso semplice ma profondo, dove sono soprattutto le figure maschili a segnare la bussola di un difficile percorso etico, mentre quelle femminili si dibattono nella violenza dei sentimenti e di un istinto materno potente quanto cieco.

Nel mezzo la figura della bimba contesa, che porta nei suoi nomi (Lucy-Luce e Grace-Grazia) un destino misterioso, che si rivelerà drammatico, ma in definitiva positivo e misericordioso.

Lucy-Grace è innanzitutto un dono, che non si può mai possedere, ma che è sempre e solo affidato, e la sua eredità sarà essenzialmente di amore e perdono. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PIENA DI GRAZIA - LA STORIA DI MARIA LA MADRE DI GESU'

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/28/2017 - 08:50
 
Titolo Originale: Full of Grace
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Andrew Hyatt
Produzione: JUSTIN BELL PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON OUTSIDE DA BOX, REKON PRODUCTIONS
Durata: 85
Interpreti: Noam Jenkins, Bahia Haifi

Sono passati dieci anni da quando Gesù è salito al cielo. Pietro è riunito assieme agli altri apostoli, perché debbono prendere importanti decisioni. I seguaci della nuova fede continuano a crescere ma occorre decidere se anche i fedeli di origine pagana debbono seguire la legge e le tradizioni del popolo ebraico o se si possono limitare al battesimo cristiano. C’è il rischio che nascano delle divisioni all’interno della comunità e Pietro è incerto, ha bisogno di riflettere. Nel frattempo arriva una messaggera: Maria chiede la presenza di Pietro perché sente che a fine è vicina. Pietro lascia l’assemblea e si avvia alla casa di Maria: lei saprà sicuramente consigliarlo e incoraggiarlo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Molto bella la figura di Maria, ora madre anche della chiesa nascente, in grado di incoraggiare e sostenere
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un film essenziale, fatto di poche ambientazioni e pochi personaggi; ha vinto, come migliore sceneggiatura l’edizione 2016 di Mirabile Dictu, il film festival internazionale cattolico
Testo Breve:

Dieci anni dopo la resurrezione di Gesù, Maria sente che i suoi giorni stanno per finire e chiama a sé Pietro. Il film risalta molto bene la figura di Maria come madre della Chiesa nascente in una confezione essenziale, che punta tutto sui dialoghi

“Vai a chiamare Pietro, è tempo”, dice Maria a Zara, alla ragazza che la sta accudendo nella vecchiaia.  Come chiude l’esistenza terrena chi è la madre di Cristo, l’ha visto piccolo e fragile, lo ha contemplato nella sua missione pubblica, ha sofferto accanto a Lui nella sua morte in croce, fino alla definitiva conferma della sua speranza, quando ha avuto la notizia della Sua resurrezione gloriosa e ha partecipato alla nascita della Chiesa nel giorno di Pentecoste? E’ la sfida con cui si è misurato il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt, con un film minino, basato su una scenografia scarna, tutto incentrato sul dialogo fra Maria e Pietro e alla fine con gli altri apostoli.

Eccola, quindi, Maria non più giovane, che passeggia lungo un sentiero pietroso, sostenendosi al braccio di Pietro: un’occasione propizia per rievocare insieme i momenti passati con Lui ma anche per parlare dello smarrimento che ha colpito Pietro, incerto su dove dirigere la Chiesa nascente.

Maria è madre e come tale si comporta anche adesso: non interviene nel merito delle discussioni all’interno di una Chiesa ancora fragile ma desidera che Pietro sia unita a lei nell’ascolto di Gesù: “Nel silenzio lui mi chiama ancora. Dove sei quando ti chiama? Lui ti cerca. Quando senti la sua voce?” “In mare, quando sono da solo a pescare” risponde Pietro, rivelando anche lui un atteggiamento contemplativo, convinto che le risposte alle sue domande non verranno da dentro di se ma fuori da se, da qualcun’ Altro. Ma lo scoramento di Pietro continua, non pensava che una volta rimasti senza di Lui, sarebbero arrivate così presto tante incomprensioni fra di loro: “vivevano con la verità nel cuore, ora invece cercano di vivere con la verità nella testa”.  E’  Maria stessa che si impegna a riportarlo all’essenza del problema: “voi credete che i dubbi e le paure siano soltanto vostre? La domanda piuttosto è: chi ci aiuterà ad affrontare queste difficoltà? Niente è impossibile a Dio”. Verso la fine del film, quando tutti gli apostoli si sono riuniti intorno a Maria, sarà ancora lei a incoraggiarli e a promettere che sarà al loro fianco fino alla fine dei giorni.

Si può dire che il racconto non ha evoluzioni significative ma è tutto un colloquio o meglio si tratta di riflessioni intime condivise, in un’ambientazione “sospesa” fatta di primi piani, silenzi, sorrisi, con uno stile che si avvicina in qualche modo a Terrence Malick, anche se manca lo stesso gusto per la meraviglia e l’aprirsi ai grandi spazi.  Andrew Hyatt punta piuttosto sull’austerità delle ambientazioni, concentrandosi sul sottotraccia di umori, di feeling, che si percepisce attraverso i dialoghi. La figura di Maria risalta molto bene, esprime la serenità di chi non ha nulla da temere, neanche la morte. Meno convincente quella di Pietro, nelle sue incertezze irrisolte a lungo, proprio da colui che sicuramente sapeva come e quando pregare nei momenti più difficili.

Il film, per il suo stile “alto, il suo simbolismo mistico, non ha delle caratteristiche che lo possano rendere apprezzabile da un vasto pubblico, né  adatto a una catechesi per ragazzi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JACKIE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/26/2017 - 12:24
 
Titolo Originale: JACKIE
Paese: usa/cILE
Anno: 2016
Regia: Pablo Larrain
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Durata: 100
Interpreti: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Billy Crudrup, Greta Gerwig, John Hurt, Richard E.Grant

Pochi giorni dopo la morte del marito, nella villa dove si è ritirata con i suoi figli, Jackie Kennedy accetta di rispondere alle domande di una giornalista di Life con cui ripercorre, tra verità e mito, i giorni appena successivi all’omicidio di JFK a Dallas, ma anche vari momenti della presidenza. Per Jackie, che del marito ha voluto costruire un ricordo passato alla storia, non è facile evocare anche le sofferenze e le contraddizioni, anche nei suoi sentimenti; lo fa non solo con il giornalista ma anche con un sacerdote a cui pone le domande più brucianti, in contrasto con l’immagine di perfezione che offre al mondo…un percorso complesso, sempre in bilico tra la verità e la sua ricostruzione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista scava con rispetto e ci propone con onestà il momento del lutto di una donna troppo presto rimasta vedova
Pubblico 
Adolescenti
alcune scene di tensione
Giudizio Tecnico 
 
Il regista cileno Larrain, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista : è invece l’occasione per ripercorrere una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità
Testo Breve:

Un lungo monologo-intervista della vedova ad appena cinque giorni dall’assassinio del presidente Kennedy. Un ritratto vero e sofferto di Jackie impegnata sul fronte della  realtà e del mito 

Il dolore, i rimpianti, la rabbia, le domande, i sentimenti contradditori di una donna all’indomani di un evento traumatico che obbliga ripensare il passato e soprattutto il futuro, il proprio e quello di un mito (quello di JFK e della sua Camelot, come passò alla storia il breve periodo della presidenza, a partire dal titolo del musical preferito del presidente morto) che proprio Jackie fu decisiva nel creare prima durante e dopo la presidenza.

L’approccio di Larrain, che tiene volutamente quasi completamente fuori dal quadro proprio JFK, è solo apparentemente tradizionale nel legare il racconto all’intervista che la protagonista rilascia a un giornalista di Life. Questa è l’occasione per ripercorrere non solo i momenti dell’attentato, ma anche una serie di eventi e ricordi che compongono a poco a poco il ritratto problematico e per questo interessante di una donna in cerca di un’identità.

Moglie tradita, first lady, madre amorevole, vedova e icona di stile, la Jackie di Natalie Portman non è una donna immediatamente amabile. Reattiva, incostante, quasi “capricciosa”, messa di fronte al crollo di un sogno di cui lei più di chiunque altro conosceva le ombre e i retroscena, Jackie si stacca sempre più dall’immagine un po’ ingessata della buona padrona di casa così come compare nel documentario in cui presenta i lavori di ristrutturazione da lei intrapresi alla Casa Bianca.

La lealtà e il risentimento nei confronti di un marito amato ma di cui conosceva ogni difetto, i sacrifici compiuti, i dubbi sul futuro, un’intera gamma di sentimenti che si riflettono sul volto di una donna che sembra sempre divisa tra la figura pubblica e la verità, una verità forse impossibile da trasmettere sia sulle pagine dei giornali che nelle immagini dei notiziari.

La volontà, quasi la necessità di lasciare un segno e di trovare un posto nella Storia (la scelta è di seguire il modello di Lincoln, anche lui assassinato), in realtà nasconde l’urgenza di dare risposte a domande ben più profonde, come quelle che Jackie, donna di fede nonostante tutto, pone al sacerdote che le sta accanto nei giorni dopo l’attentato. Che non riguardano tanto i “peccati” di JFK (dati in qualche modo per scontati), ma più profondamente il senso del vivere e del soffrire (non tutti sanno che appena tre mesi prima della morte del marito Jackie aveva dovuto affrontare la morte di un figlio nato prematuro, un evento che l’aveva profondamente segnata). Larrain non può e non vuole dare risposte, ma l’apertura al mistero è innegabile.

La pellicola ruota tutto intorno alla figura di Jackie, ma uno spazio se lo guadagna anche il Bobby Kennedy di Peter Sarsgaard, che con pochi sguardi e poche battute riesce a trasmettere un groviglio di sentimenti e ambizioni che fanno di questo “fratello minore” una figura interessante almeno quanto quella del Presidente assassinato.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA STUDIO UNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/15/2017 - 17:00
Titolo Originale: C'era una volta Studio Uno
Paese: Italia
Anno: 2017
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Lucia Zei, Lea Tafuri
Produzione: Lux Vide S.p.A. e Rai Fiction
Durata: due puntate in prima serata su RaiUno, il 13 e 1l 14 febbraio 2017
Interpreti: Alessandra Mastronardi, Diana Del Bufalo, Giusy Buscemi, Domenico Diele ,Andrea Bosca,Edoardo Pesce

Nel 1961 tre ragazze cercano di venir assunte dalla RAI: Giulia, che sta per sposarsi con Andrea dopo un lungo fidanzamento durato 11 anni, viene accettata nel nuovo Servizio Opinioni; Rita, una ragazza madre, cerca di fare un provino come cantante ma, scartata, accetta provvisoriamente l’incarico di sarta per gli abiti di scena. La bella Elena è una ballerina, che cerca di entrare nel corpo di ballo del nuovo programma diretto da Antonello Falqui: Studio Uno. Il nuovo ambiente, che offre ottime ma difficili opportunità alle tre ambiziose ragazze, determina al contempo un’evoluzione nella loro vita privata: Giulia si innamora di Lorenzo, un aspirante programmista televisivo e rompe il fidanzamento con Andrea; Elena, lasciata dal suo ricco convivente che non la considera alla sua altezza, si avvicina al maestro di ballo Stefano. Il macchinista di scena Renato cerca di avvicinarsi a Rita ma lei al momento lo respinge perché è sempre interessata a diventare una cantante famosa come Mina, l’idolo del nuovo spettacolo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due personaggi rifulgono per le loro virtù: un giovane abbandonato alla vigilia delle nozze, non manifesta rancore e si dimostra generoso nei confronti della sua ex fidanzata; un maestro di ballo sa tener separati i suoi affetti personali dall’imparzialità richiesta dalla sua professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Buona ricostruzione scenografica e bei costumi degli anni ’60. Un’occasione mancata per raccontarci la Rai e l’Italia di quegli anni a vantaggio di tre storie al femminile, professionali e sentimentali che ricordano non poco le ragazze di "Che Dio ci aiuti"
Testo Breve:

La ricostruzione dei favolosi anni ’60 e delle prime trasmissioni di Studio Uno funge da cornice per tre racconti al femminile. L’enfasi data alla componente rosa del racconto finisce per offuscare l’aspetto rievocativo di quel momento magico del servizio pubblico guidato da Ettore Bernabei

Ettore Bernabei, in un’intervista trasmessa da Rai3 nel 2005, nel rievocare la nascita di Studio Uno, ricordava: “quando scoprimmo le gemelle Kessler in un locale di Berlino, tentammo una cosa che a quell’epoca sembrava rischiosa: togliemmo le sottane alle ballerine, consapevoli che facevamo vedere, sia pure con la calzamaglia nera, un bel paio di gambe; il che è molto diverso dalle veline che sculettano con il tanga e danno l’illusione di un pezzo di carne da mordere. Quella è una televisione che lascia un’inquietudine, perché mica tutti posso mordere quella carne”. Con un’ironia tutta toscana Bernabei, alludendo ai canali concorrenti di Mediaset, aveva indicato, oltre a dare una bella lezione di estetica, qual è il valore di un programma d’intrattenimento: lo spettatore deve “andare a letto contento di aver appreso qualcosa, di aver visto una buona recitazione, di aver visto delle ballerine non solo graziose ma capaci di ballar bene”.

Lo "spirito Bernabei" viene solo accennato in questo miniserial, andato in onda lunedì 13 martedì 14 febbraio 2017, che pone la Rai, gli studi di via Teulada e lo stesso Ettore Bernabei, solo come sfondo alle vicende di tre ragazze, impegnate a realizzare le loro ispirazioni proprio nei tempi gloriosi delle prime trasmissioni di Studio Uno. Viene sviluppata con più dettaglio solo la figura di Antonello Falqui, l’ideatore del programma e dei tanti protagonisti del tempo, si citano soprattutto Mina (ripresa sempre di spalle) e Rita Pavone.

Gli anni ’60 erano sicuramente tempi nei quali era stata percepita più chiaramente la necessità una maggiore emancipazione femminile ma almeno due delle tre ragazze della fiction appaiono quasi “mostruose” nella loro determinazione di raggiungere il successo a tutti i costi. Rita, la ragazza madre, nelle sequenze iniziali, non ha la pazienza né il tempo di prendersi cura del suo bambino e decide di andare a vivere in un appartamento condiviso con le altre ragazze, lasciandolo interamente alle cure dei suoi genitori. Elena cerca di sfruttare la sua bellezza come mezzo per la scalata alla RAI e decide di diventare l’amante di uno dei dirigenti che possono favorirla. Giulia, appare come la più riflessiva delle tre ma anche lei manifesta delle incertezze molto dolorose per chi le sta vicino. Si sta già provando l’abito da sposa per il matrimonio con Andrea quando, un solo bacio con Lorenzo, suo collega in Rai e la prospettiva di iniziare una carriera nel mondo della televisione, la spingono a rompere il suo fidanzamento durato 11 anni. Ma anche Lorenzo a sua volta, cerca soprattutto il successo e la loro relazione risulterà molto movimentata, priva com’è di un impegno definitivo da parte di entrambi.  

Alla fine la miniserie si avvierà a conclusioni positive anche per Rita e per Elena, non certo per una loro riflessione su ciò che è giusto o sbagliato ma perché si accorgono che le loro ambizioni debbono necessariamente esser ridimensionate.

Per fortuna il racconto è illuminato dalle virtù di due figure particolarmente positive: Andrea, il fidanzato abbandonato da Giulia, che cerca sinceramente il suo bene, aldilà della sofferenza che gli ha arrecato e la libera da fastidiose incombenze legali; Stefano, anche se innamorato di Elena, sa essere un giudice imparziale nel suo incarico di maestro del corpo di ballo.

La miniserie avrà sicuramente avuto un piacevole effetto amarcord verso chi era già abbastanza cresciuto ai tempi di Studio Uno ma, a parte una buona ricostruzione delle scenografie e dei costumi dell’epoca, la fiction non ci fa entrare, in modo approfondito, nei meccanismi di quello che era il monopolio nazionale della televisione negli anni ‘60. La sceneggiatura inoltre lascia trapelare troppo apertamente i suoi meccanismi, secondo la formula dei conflitti che prima si creano e poi vengono risolti, come la presenza di dirigenti RAI che si oppongono a Studio Uno o le rivalità sul lavoro, sia per Rita come sarta e per Elena come ballerina.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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MOONLIGHT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 21:26
Titolo Originale: Moonlight
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Barry Jenkins
Sceneggiatura: Barry Jenkins
Produzione: A24, PLAN B ENTERTAINMENT
Durata: 111
Interpreti: Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali, Naomie Harris, André Holland

Miami. “Il piccolo”, come lo chiamano i compagni si scuola per deriderlo, si chiama in realtà Chinon ed è un afroamericano di dieci anni, sensibile e timido, che vive senza un padre e con una madre intossicata dalla droga. Decide di prendersi cura di lui Juan, uno spacciatore locale che riesce a regalargli qualche momento di serenità (gli insegna a nuotare) e una casa dove rifugiarsi quando la madre diventa intrattabile. Diventato adolescente, Chinon viene considerato un debole secondo gli stereotipi machisti che seguono i suoi compagni di scuola. Il ragazzo trova conforto nell’amicizia e nell’intimità sessuale con il compagno Kevin, l’unico con il quale riesce a intendersi. Picchiato nuovamente dai suoi compagni, Chinon reagisce violentemente e viene mandato al riformatorio. Dieci anni dopo è un giovane adulto che ha imparato a farsi rispettare ed è diventato a sua volta uno spacciatore. Una sera riceve una telefonata da Kevin, dopo anni di silenzio. I due si incontrano in un locale: è l’occasione per raccontarsi a vicenda cosa sono diventati e ricordare il tempo passato….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ci presenta un mondo degradato, dove lo spaccio della droga resta l’unico lavoro conveniente da fare, dal quale non trapela nessuna speranza di riscatto. Ogni persona vive solo della ricerca di singoli momenti di consolazione reciproca.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, pesanti allusioni sessuali, riferimenti a rapporti omosessuali, uso e spaccio di droga, scene di bullismo nella scuola.
Giudizio Tecnico 
 
Il film candidato a 8 premi Oscar, ha una regia che riesce ad amalgamare bene una storia che si svolge in tre età diverse con tre attori diversi, e conferisce al racconto un senso unitario di struggente malinconia
Testo Breve:

 Un ragazzo sensibile e  introverso, con una madre tossicodipendente, cresce con sofferenza, deriso e picchiato dai compagni, offesi dalla sua mancanza di machismo. Un film ottimamente realizzato ma che trasmette il pessimismo fatalistico di una vita senza riscatti. 

Questo racconto, ricavato da una piece teatrale, è totalmente incentrato sulla figura di Chinon, visto in tre diverse tappe della sua crescita (a dieci anni, da adolescente  e infine da giovane-adulto) e dei  suoi incontri con le tre sole persone che hanno contato per lui: la madre, Juan e Kevin. Con la madre Chinon ha il rapporto più tormentato ma duraturo, segnato dalla ferita di un amore reciproco che resta sempre intenso e tenero ma perennemente venato dalla sofferenza del rimorso, per entrambi, di non averlo potuto esprimere come avrebbero voluto.

Con Juan il rapporto è insolito: questo rude spacciatore si intenerisce per questo fragile ragazzo tormentato e deriso dai suoi compagni, se ne assume il ruolo di protettore e di educatore, rispondendo alle domande più difficili: sul perché i compagni lo deridano chiamandolo “checca” e sulla conferma che la madre sia una tossicodipendente. Il regista evidenzia la difficile crescita di questo ragazzo, sottolinea il suo malinconico silenzio, costretto sempre a rifugiarsi in camera quando torna a casa, perché la madre è impegnata con qualche uomo. Il capitolo sull’adolescenza non fa che enfatizzare l’isolamento del ragazzo, ora che l’ostilità dei compagni nei suoi confronti è diventata violenta. E’ in questo difficile contesto (Juan nel frattempo è morto) che Chinon finisce per trovare sollievo nell’avvicinarsi all’amico Kevin, l’unico che non lo deride e con il quale può confidarsi. Nel terzo capitolo, il più breve, Chinon si è ormai costruito una propria corazza per affrontare il mondo esterno (anche fisicamente è diventato un giovane muscoloso), è diventato anche lui uno spacciatore e l’incontro, dopo tanti anni fra lui e  Kevin, vive solo del riverbero delle sensazioni adolescenziali e del rammarico per tutte le aspettative che avevano riposto nel loro futuro e che non si sono realizzate.
Il film sfugge a una chiara definizione e può esser visto sotto diverse angolature. Può esser definito  un racconto di formazione, sia pur molto tormentata; una denuncia sociale per un mondo dove chi è di colore non ha altra alternativa che impegnarsi nella malavita e ha un’alta probabilità di passare degli anni in un riformatorio, come Chinon o in prigione, come Kevin.
Altri hanno sottolineato come questo film sia il primo che ha approfondito la condizione di omosessuale in un contesto  afroamericano. In realtà il film potrebbe essere visto anche in altri modi.
Ci sono vistose omissioni nel racconto, che farebbero pensare a un film costruito a tesi, o comunque con l’obiettivo di  realizzare un mood  particolare, inteso come espressione artistica, più che come rappresentazione di una realtà. L’analisi sociale è falsata da alcune scelte stilistiche: il film costruisce un mondo  all black e non compare nessun bianco in nessun momento; il mestiere di spacciatore di droga, esercitato da Juan prima e da Chinon dopo, è visto come un mestiere come tanti, trascurando il fatto che si tratta di un’attività con la quale si finisce per vivere nelle maglie di organizzazioni criminali potenti, in grado di uccidere senza scrupoli. Pur riconoscendo la forte presenza del bullismo nelle scuole,  l’accanimento dei compagni verso Chinon nella primo e nel secondo capitolo del film sembra eccessivo, perché non è compensato dalla descrizione del lato buono della scuola. La  stessa supposta omosessualità di Chinon potrebbe essere messa in discussione. In nessun momento viene espresso da Chinon un chiaro desiderio sessuale  in quella direzione ma piuttosto la melanconia di un ragazzo solo che trova qualcuno che lo possa capire e  l’unico caso di parziale espressione di omosessualità, più subita che voluta, che avviene nel capitolo dell’adolescenza, può essere imputato alle incertezze che sono tipiche di quell’età.  Inoltre il  film manca  totalmente di qualche sequenza di incontro di Chinon con una ragazza, che  ci possa far capire se abbia mai pensato di trovare in una persona dell’altro sesso il modo per superare la sua solitudine.  .

Moonlight  evidenzia una grande padronanza del regista nel portare avanti una storia tutta interiore, ottimamente recitata e nel trasmetterci quell’atmosfera di struggente malinconia in cui vive Chinon. Non si può però non commentare la scelta dell’autore di mostrare un mondo senza speranza e nel mostrarci uomini che cercano esistenzialmente solo singoli attimi di conforto, senza nessun impegno nel trasformare in positivo la propria esistenza. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANCHESTER BY THE SEA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 20:12
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 135
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

Lee Chandler conduce una vita solitaria a Boston.  Esercita con scrupolo il suo lavoro, che è quello di fare lavori di manutenzione in quattro grossi condomini ma i suoi modi sono bruschi e scostanti. Un giorno riceve una telefonata: deve recarsi subito a Manchester, un paesino del Massachussetts sull’oceano, dove è nato e vissuto fino a pochi anni prima. E’ morto suo fratello Joe, ammalato di cuore da tempo.  Lui è l’unico in grado di occuparsi dell’organizzazione dei funerali: la moglie di Joe ha lasciato la casa da tempo e suo figlio Patrick, di sedici anni,  è rimasto solo. Il ritorno a Manchester costituisce una sofferenza per Lee: è ancora vivo in lui il ricordo della terribile tragedia familiare che aveva causato la separazione da sua moglie Randi. Grande quindi è la sua sorpresa quando scopre che il fratello, nel suo testamento, lo ha nominato tutore del nipote fino alla maggiore età…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una coppia di persone semplici e umili, con la loro generosità riesce a risolvere i problemi dei loro amici; uno zio non sa educare affettivamente il nipote rimasto orfano, che diventa complice delle sue prime esperienze sessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Una situazione altamente drammatica. Turpiloquio. Scene drammatiche di violenza come effetto dell’alccoolismo, riferimenti all’uso di droghe
Giudizio Tecnico 
 
Una sceneggiatura di alto livello, sostenuta da attori tutti nella parte. Sei candidature all'Oscar
Testo Breve:

La storia di un dolore e di un senso di colpa che trovano progressivamente una via di uscita. Un’ottima sceneggiatura per un film in attesa di Oscar

Il film è la storia di un dolore lacerante. Un dolore causato da un tragedia che ha privato il protagonista Lee di coloro che gli erano più cari, reso più acuto dal fatto che l’uomo si considera responsabile di quanto è accaduto. Candidato  a sei Oscar, Manchester by sea . è  una storia tutta al maschile. Lee, come maschio, non piange; si tiene tutto dentro e quando ha bevuto troppo si scarica prendendo a pugni qualcuno nel locale e finendo come sempre per soccombere, pieno di lividi. E’ un modo per auto-punirsi.

All’inizio si resta disorientati per la lentezza dello sviluppo (Lee, arrivato a Manchester, trascorre più di una giornata a organizzare i funerali del fratello). Il ritmo del racconto è però funzionale per seguire i lenti mutamenti dell’animo del protagonista, che rivive le gioie ma anche i tanti dolori (noi li percepiamo con lui tramite numerosi flashback) del tempo trascorso nel piccolo paese sull’Oceano dove è nato e ha vissuto a lungo. Il fatto che il regista e lo sceneggiatore coincidano garantisce al film un’insolita unità di sviluppo.

Determinante è l’incontro di Lee con il nipote. Se Lee si sente un morto vivente, il trovarsi di fronte a un giovane così desideroso di crescere e di aprirsi alla vita ma ancora così fragile, determina in lui un taglio nella cortina di autoprotezione che si è creato e che progressivamente finirà per allentarsi. Non c’è nessuna suspence nell’attesa di qualche imprevisto in questo film ma solo una dettagliata analisi, quasi anatomica, della progressiva maturazione, dalla terra umida e nera del dolore dell’animo di Lee, di un piccolo fiore di speranza.

Il film è sorretto, oltre che dall’ottima interpretazione di tutti i protagonisti, dalla sceneggiatura innovativa di Kenneth Lonergan, che farà sicuramente scuola. Il suo modo di sviluppare il racconto può essere assimilato a quello del gioco di biliardo, dove le palle si urtano, per reazione si spostano fino a incontrare altre palle e magari a tornare indietro. Lee, nel suo mutismo scontroso, finisce per litigare con il nipote Patrick. L’evento determina, nell’animo di Lee, una riflessione e quando zio e nipote si incontrano di nuovo, il loro animo si è modificato e ora sono pronti ad affrontare lo stesso problema con un animo mutato. In questo modo i protagonisti sono come monadi fra loro indipendenti ma  che si scontrano e che si modificano quando scoprono la loro interdipendenza.

Per un’analisi così accurata dell’animo dei personaggi, la storia non può che essere minima, riferita a persone semplici così come elementare è l’ambientazione in un tranquillo paese di pescatori. 

Il film non manca di sottolineare i terribili effetti dell’alcool e dell’uso di droghe: Lee deve continuamente lottare per non ricadere nelle debolezze del suo passato recente mentre la famiglia del fratello resta devastata dall’alcoolismo della moglie.

Non ci sono accenni nel film a tematiche di fede, ma si intravede, in modo indiretto, la sua forza che può sprigionare per affrontare difficili casi umani. Lee e il nipote vanno a trovare la madre del ragazzo, che ora ha un nuovo compagno. In casa ci sono chiari segni di una fede cattolica e prima di pranzo tutti si fanno il segno della croce. C’è una certa ironia, da parte del regista, nel ritrarre questa scena ma al contempo manifesta un dato di fatto inippugnabile: un uomo di fede si è impegnato a recuperare la donna dall’alcolismo.

Il film è interessante sotto un’altro aspetto: se certe situazioni sembrano irrimnediabili, se la capacità di perdonarsi sembra impossibile, la salvezza può venire solo grazie alla generosità e al sacrificio degli altri. Da questo punto di vista il compagno di barca di Joe e di sua moglie, tecnicamente dei personaggi secondari, sono in realtà quelli determinanti  nella storia: sono loro che si impegneranno ad adottare il ragazzo fino alla sua maggiore età. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANCHESTER BY SEA (Laura C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/14/2017 - 19:52
Titolo Originale: Manchester by the Sea
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura: Kenneth Lonergan
Produzione: K PERIOD MEDIA, PEARL STREET FILMS, THE MEDIA FARM, AFFLECK MIDDLETON PROJECT, B STORY
Durata: 142
Interpreti: Casey Affleck, Kyle Chandler, Michelle Williams, Lucas Hedges, Gretchen Mol, Matthew Broderick

La morte improvvisa del fratello maggiore Joe, costringe Lee Chandler, custode tuttofare, a tornare nella sua cittadina natale. Lì scopre che il fratello lo ha designato come tutore legale del figlio sedicenne Patrick e così Lee sarà costretto ad affrontare, oltre il lutto, i fantasmi del suo tragico passato…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dopo una dolorosa tragedia familiare, si apre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono. l’unica chiave possibile per ricominciare
Pubblico 
Maggiorenni
Un paio di scene sensuali, turpiloquio
Giudizio Tecnico 
 
Il film è sorretto dall’ottima interpretazione di Casey Affleck e dal regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan che riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto. Sei candidature all’Oscar 2017
Testo Breve:

I protagonisti cercano di ricucire le ferite di un grave lutto familiare ricostruendo lentamente i loro rapporti umani. Un film pluri-candidato all’Oscar

Autore di opere teatrali e sceneggiatore per grandi registi (suoi i copioni di Terapia e Pallottole e Gangs of New York), Kenneth Lonergan qui si riconferma autore di grande sensibilità, capace di entrare con profondità e pietas nell’esperienza del lutto, sia quello di un adulto ferito dalla vita o quello di un adolescente preso nel mezzo di un’età difficile e piena di sfide.

Il film è sorretto dall’interpretazione di Casey Affleck, che ormai da tempo non ha più bisogno di dimostrare il suo talento (già eccellente nel debutto alla regia del fratello Ben, Gone Baby Gone, negli anni non ha fatto che riconfermarsi), affiancato da un ottimo cast, in cui spiccano il giovane Lucas Hedges e il veterano Kyle Chandler.

La storia non procede in modo lineare ma svela i suoi segreti progressivamente: la resistenza di Lee a tornare nel paese natale, in cui sembrerebbe essere stato felice, la difficoltà e la complicazione dei rapporti famigliari (il fratello defunto aveva una moglie, alcolista, che a un certo punto aveva abbandonato lui e il figlio, ma si è poi rifatta una vita con un nuovo compagno molto devoto), una tragedia del passato che ha spazzato via una famiglia ma non ha distrutto l’amore.
I tasselli del puzzle vanno a comporsi progressivamente complicando una scelta già di per sé non facile: il solitario Lee, infatti, dovrebbe farsi carico dell’educazione del nipote, diviso tra impulsi adolescenziali e un dolore difficile da esprimere. 
Proprio il tratteggio del rapporto zio-nipote, scevro da ogni sentimentalismo e ipocrisia, ma proprio per questo autenticamente doloroso, è uno degli elementi più belli e toccanti della pellicola.

La tragedia che ha fatto di Lee un uomo chiuso e a disagio con i sentimenti è di quelle da melodramma e il flashback che la rivela, accompagnato da una musica quasi esorbitante, non fa nulla per contenerne la portata.

Altrove, invece, la pellicola sceglie la via della leggerezza (per esempio quando segue le peripezie sentimentali di Patrick, che è disposto a usare della sua perdita anche per portare avanti il complicato ménage con due fidanzate), come a ribadire che la vita continua anche dopo le peggiori disgrazie, proprio come le stagioni che si avvicendano a Manchester, sciogliendo il ghiaccio dell’inverno, lasciando finalmente lo spazio alla sepoltura (letterale e metaforica) del passato, e, forse, a un’ipotesi di rinascita nel futuro.
Di fronte alle difficoltà di Lee, Lonergan non fa sconti e non sceglie la soluzione facile e consolatoria, ma offre una prospettiva umanamente positiva, lasciando aperta la porta a un perdono che è l’unica chiave possibile per ricominciare. Un perdono che talvolta è più difficile concedersi che offrire e che non può mai essere una via solitaria.
Lonergan è un autore che ha dimostrato già in passato un grande amore per i suoi personaggi e anche qui riesce, pur con qualche lungaggine che un montaggio più severo avrebbe potuto eliminare, a trasmettere la stessa simpatia umana, che non si lascia vincere né da limiti né da dolori e sconfitte.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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150 MILLIGRAMMI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/11/2017 - 09:23
 
Titolo Originale: La fille de Brest
Paese: FRANCIA
Anno: 2016
Regia: Emmanuelle Bercot e Séverine Bosschem
Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot
Produzione: Haut et Court e France 2 Cinéma
Durata: 128
Interpreti: Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Patrick Ligardes, Mazureck Garance, Lara Neumann, Isabelle Giordano, Elise Lucet (le ultime due sono giornaliste e recitano nel proprio ruolo)

E’ la storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco chiamato Mediator commercializzato dalla casa farmaceutica Servier.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E’ la storia di una piccola eroina che partendo dal proprio lavoro quotidiano, svolto con passione e perizia, arriva a smuovere montagne, perché mossa dalla compassione verso i propri pazienti percepiti in tutta la loro dignità di persone.
Pubblico 
Maggiorenni
A causa di alcune scene di interventi chirurgici molto realistici e dettagliati.
Giudizio Tecnico 
 
Un thriller sociale sulla medicina che riesce a tenere desta l’attenzione fino alla fine grazie ad un’ottima costruzione e interpretazione del personaggio principale
Testo Breve:

La storia vera della lotta della pneumologa francese Irène Frachon, che nel 2009 denunciò i rischi di un farmaco  e riuscì a farlo derubricare. Una storia di coraggio con il pieno sostegno della propria famiglia

“Vuoi fare la guerra alle industrie dei cattivi? Ti schiacceranno. Per adesso sono loro che ci danno da mangiare e senza finanziamenti niente ricerca”: in questa battuta si racchiude il dilemma che affligge la ricerca scientifica spesso, soprattutto in ambito medico, divisa tra esigenze etiche e necessità economiche. 150 milligrammi è il racconto di questa lotta ingaggiata dal dottor Irène Frachon contro una importante casa farmaceutica francese per salvare centinaia di vite dal rischio di una mortale cardiopatia. Una storia vera vissuta in prima persona dall’autrice del libro che ha ispirato il film, “Mediator 150 mg, Combien de morts?”.

Emmanuelle Bercot è sceneggiatrice e regista di 150 milligrammi e dirige una straordinaria Sidse usa Babett Knudsen (La corte 2015) in un racconto tutto incentrato sulla figura, ricca di sfaccettature, di questo medico bretone, una donna testarda e coraggiosa, ma anche ironica e sensibile.

Nel febbraio 2009 la dottoressa Franchon, pneumologo in un policlinico universitario di Brest, nota un sospetto collegamento tra i casi di ipertensione valvolare e polmonare e l'assunzione di un farmaco, chiamato Mediatore, commercializzato dai laboratori Servier. Con l’aiuto di un ricercatore, il professor Le Bihan, Irène comincia ad approfondire la questione e fa un’inquietante scoperta sul farmaco in questione. Con Le Bihan si rende però anche conto del preoccupante giro di interessi economici che ruota attorno alla commercializzazione di questo farmaco e dovrà scontrarsi contro l’universo arrogante e brutale di accademici e legali piegati alle esigenze delle case farmaceutiche. Ma Irène non teme il conflitto, il rischio e nemmeno il disprezzo, va avanti avendo a cuore un unico obiettivo: la salute dei suoi pazienti che portano un nome preciso. Nonostante le diverse e numerose difficoltà, trova lungo la sua strada alleati inaspettati: una studentessa in farmacia che cita il numero delle vittime a Brest nella sua tesi, l'epidemiologo Caterina Haynes, un editore tenace e audace, una giornalista de Le Figaro e persino un anonimo dipendente del CNAM (Fondo Nazionale per l'Assicurazione sanitaria) che di nascosto le passa dati su larga scala.

Irène è una donna tenace ma anche molto umana, il suo scopo principale è tutelare la salute dei suoi pazienti. Ed è esattamente questa la sua forza: ciò che per i normali ricercatori e per le aziende farmaceutiche sono solo numeri per lei invece rappresentano persone, con un nome e un volto precisi. La sua storia parla di una donna soprattutto determinata, apparentemente brusca ma in realtà mossa da una profonda compassione verso il prossimo.

Il suo personaggio così sfaccettato dà dinamicità al film e nonostante i tanti aspetti tragici della vicenda riesce dove necessario anche a sdrammatizzare il racconto. Irène è una donna caparbia, dai modi non sempre gentili che non sarebbe nemmeno qualificata per affrontare una ricerca di questo genere, ma, almeno nel film, possiede una virtù particolare: è capace di vedere la sofferenza dei suoi pazienti e sa dare la giusta priorità alle cose. Per questo è in grado di non lasciarsi spaventare da un sistema corrotto, perché non è mossa da interessi personali, ma dalla speranza di miglioramento e dalla volontà di salvare altri. 

150 milligrammi ripercorre tutte le tappe della vicenda della dottoressa Frachon fino al suo sorprendente epilogo in modo certamente romanzato, ma con una tale aderenza nelle intenzioni che alcuni dei personaggi reali hanno preso volentieri parte al film. Prima fra tutti la stessa Irène Franchon, che nella pellicola fa una breve apparizione, e le due giornaliste che la intervistano interpretano nella finzione il loro stesso ruolo.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
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BILLY LYNN - UN GIORNO DA EROE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/01/2017 - 18:00
Titolo Originale: Billy Lynn's Long Halftime Walk
Paese: USA, GRAN BRETAGNA, CINA
Anno: 2016
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Jean-Louis Castelli
Produzione: FILM4, THE INK FACTORY, DUNE FILMS, MARC PLATT PRODUCTIONS, STUDIO 8, TRISTAR PRODUCTIONS, BONA FILM GROUP
Durata: 113
Interpreti: Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Vin Diesel, Steve Martin

Il soldato Billy Lynn, in un conflitto a fuoco durante la seconda guerra in Irak, si prodiga generosamente a portare in salvo il suo sergente, rimasto ferito. Una telecamera rimasta accesa riprende l’evento e in questo modo Billy diventa un eroe nazionale. Per la festa del Thanks Giving Day, il suo plotone, guidato dal sergente Dime, è ospite d’onore della partita dei Dallas Cowboys. Billy è anche lui texano e su di lui si concentrano gli applausi e i complimenti della gente dello stadio. Ma Billy è turbato: ha ancora vivo il ricordo degli ultimi combattimenti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Alcuni soldati impegnati nella guerra in Irak hanno stabilito fra loro forti legami di solidarietà e di concreto aiuto reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune intense scene di battaglia, una rapida sequenza sensuale
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Ang Lee, con una camera che sta sempre addosso al protagonista, riesce a farci trasmettere le sue ansie e i suoi turbamenti ma la sceneggiatura tradisce la sua impostazione letteraria
Testo Breve:

Un soldato considerato eroe della guerra in Irak, si trova a disagio, tornato i patria, nel diventare strumento di retorica bellica. Un film riuscito a metà con un’impostazione eccessivamente letteraria

Le guerre del dopoguerra degli americani sono state indubbiamente tante e molti registi non hanno mancato di enfatizzare l’abisso di senso e di sensazioni, quasi un’incomunicabilità, che si determina fra chi va sul fronte di guerra e chi, restando a casa, cerca al meglio di rendersi compartecipe, appellandosi a quanto appreso dalla televisione e riesumando, con l’occasione, un po’ di retorica patriottica. La situazione si complica per il gusto, tipicamente americano, dell’entertainment. Lo aveva di recente evidenziato Clint Eastwood con il suo Flag of Our Fathers: quattro soldati in trasferta in patria durante la guerra nel Pacifico, debbono ripetere all’infinito, in diversi stadi americani, la scena che riproduce la foto-simbolo dell’innalzamento della bandiera americana sull’isola di Iwo Jima, inizio della riconquista americana.

In questo film Billy, con alcuni commilitoni della sua compagnia Bravo, sono ospiti d’onore durante una partita dei Dallas Cowboys, inclusa la loro partecipazione alle esibizioni della serata, fra balli, canti e fuochi d’artificio.

Il racconto si svolge tutto durante questa giornata allo stadio e il regista Ang Lee (autore di Vita di Pi, tre Oscar nel 2013) è particolarmente sarcastico nell’evidenziare il disorientamento di questi soldati, costretti a fare da comparse a scenografie roboanti e a ricevere i complimenti di circostanza di gente che non può comprendere ciò che ha vissuto o essere costretti a dare risposte sul significato di quella guerra, proprio loro che non ne trovano alcuno. Il regista si concentra soprattutto su Lynn, di 19 anni, schietto e introverso, ancora vergine, come gli ricorda sua sorella, che si porta nell’animo il peso tanti momenti di tensione vissuti in Irak e vive quella giornata come in un sogno angoscioso, dove fa quello che gli viene detto di fare ma con la mente altrove.

La distanza fra questi soldati e coloro che sono rimasti in casa è ben sintetizzato dalle parole del magnate texano che ha intenzione di realizzare un film sulle gesta di Lynn e della compagnia Bravo. “La tua storia non appartiene più a te – dice a Lynn- ma appartiene all’America.  Ciò che conta è l’idea. La vostra battaglia non è altro che il simbolo della battaglia dell’America contro il terrorismo. La compagnia Bravo, ora siamo noi”.

Lynn e il suo sergente, all’unisono, rifiutano decisi questa costruzione retorica intorno al loro operato. In fondo la risposta che propone Ang Lee, con le varie sequenze ambientate in Irak dove viene evidenziata la forte intesa fra commilitoni in armi,  è molto simile a quella già  data da Clint Eastwood in Flag of our fathers: chi va in guerra forse combatte anche per la patria, ma in realtà si impegna soprattutto per i suoi commilitoni: la coesione che si forma fra chi, in ogni istante non sa se continuerà a vivere o a morire diventa l’arma migliore con cui possono affrontare nuove giornate di guerra.

Lynn è tentato da sua sorella per farsi certificare un esonero per esaurimento nervoso per non tornare più in Irak: un’ipotesi accettabile, ora che è considerato un eroe. Lynn è costretto a riflettere su se stesso, cercar di capire dove può dare un senso della sua vita. Per un momento la madrepatria gli offre una magnifica lusinga: l’ammiccante e sensuale cheerleader con la quale stabilisce un’intesa istintiva. E’ un altro momento di mordace ironia da parte del regista e dello sceneggiatore: la ragazza parla con Lynn in modo affettuoso ma attraverso frasi fatte, prese in prestito dai media, non lo vede per quello che è ma come simbolo astratto ed intoccabile di eroismo.

Ang Lee è molto bravo nel costruire queste situazione surreali di tensione fra ciò che è e ciò che appare, fra realtà e mito posticcio ma il racconto tradisce un eccesso di letteratura, di parole più che di immagini e, al di là di alcune scene, risulta un lavoro freddo, che non riesce a generare emozioni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Luisa C. Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/01/2017 - 17:52
 
Titolo Originale: Hacksaw Ridge
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Andrew Knight, Robert Schenkkan
Produzione: EAGLE PICTURES IN COLLABORAZIONE CON LEONE FILM GROUP
Durata: 131
Interpreti: Andrew Garfield, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths

La storia vera di Desmond Doss, cresciuto in una famiglia povera e con un padre segnato dal Primo Conflitto Mondiale, che da adulto si arruola per patriottismo, ma per la sua fede rifiuta di imbracciare le armi sul campo di battaglia, deciso a fare la sua parte come ufficiale sanitario. Osteggiato prima di tutto dallo stesso Esercito americano e mobbizzato dai compagni che temono di non poter fare affidamento su di lui sul campo di battaglia, Desmond dimostrerà il suo coraggio a Okinawa, dove  salva la vita di 75 compagni durante la sanguinosa battaglia di Hacksaw Ridge

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista nasconde sotto l’esilità del fisico una determinazione granitica, che non è testardaggine, ma limpida fede e desiderio di fare ciò a cui è chiamato e i i suoi compagni se non riescono a condividere la sua fede, restano irresistibilmente affascinati dalla possibilità di guardare in alto e trovare consolazione e speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza.
Giudizio Tecnico 
 
Mel Gibson dirige al meglio delle sue capacità; una pellicola in qualche modo classica, diretta e potente proprio nella sua linearità, che è un omaggio al grande cinema
Testo Breve:

Un  soldato che non vuol prendere le armi perché membro della Chiesa Cristiana Avventista del settimo giorno, diventa un eroe salvando la vita a 75 suoi compagni. Un racconto in uno stile classico che è  una sfida al cinismo di oggi

Il grande ritorno alla regia di Mel Gibson a dieci anni da Apocalypto, è una storia di sangue e fede in cui alla violenza della guerra (la battaglia del titolo si svolse sull’isola di Okinawa e fu, come altre con i giapponesi, tra le più cruente della guerra) si contrappone la forza della coscienza di un uomo, illuminato dalle sue convinzioni, tanto più forti perché ancorate a un Oltre capace di dar senso alla morte così come alla vita.

Il film è chiaramente diviso in due parti. La prima in qualche modo racconta la “formazione” di Doss, dà conto di come la sua posizione “estremista” (non toccare armi da fuoco pur essendosi arruolato) si formi nel seno di una famiglia povera e segnata dallo squilibrio del padre e non sia guadagnata dal giovane senza fatica (lui stesso ha dovuto lottare contro un’istintiva aggressività). Una posizione che dopo l’arruolamento diventa per forza di cose scandalosa, tanto da spingere i superiori di Doss a cercare di allontanarlo, temendo che possa essere un vulnus nello spirito di corpo necessario a combattere.

Il ventaglio dei compagni e l’addestramento rientrano nei canoni del racconto di guerra, con l’insolita ed interessante variante di un risvolto legal, quando il protagonista deve difendere il suo diritto ad andare in guerra, come ufficiale medico, per assistere i compagni come meglio può. Andrew Garfield dà corpo con convinzione ed efficacia a un personaggio che nasconde sotto l’esilità del fisico una determinazione granitica, che non è testardaggine, ma limpida fede e desiderio di fare ciò a cui è chiamato. Intorno a lui interpreti di livello che, almeno in alcuni casi, portano i loro personaggi oltre gli archetipi del racconto di genere.

È nella seconda metà del film, tuttavia, che l’energia registica di Gibson trova la sua migliore occasione per mostrare il talento e il cuore dell’artista australiano, che racconta la guerra senza fare sconti, ma riesce a far vivere anche l’afflato quasi mistico che anima il suo protagonista e lo rende capace di compiere un’impresa disperata.

Così tra il sangue e le membra disintegrate dalle bombe e dal fuoco, nel buio del dolore e della disperazione di metri di terra conquistati e perduti, lo sguardo di Doss e il suo coraggio conquistano finalmente i suoi compagni: forse non riescono a condividere la sua fede, ma sono irresistibilmente affascinati dalla possibilità di guardare in alto e trovare consolazione e speranza.

Gibson racconta con onestà e tutti i mezzi che il cinema offre una storia di eroismo atipico e lo fa al meglio delle sue capacità; una pellicola in qualche modo classica, diretta e potente proprio nella sua linearità, che è un omaggio al grande cinema e una sfida al cinismo di oggi.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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