Dramma

MOLTO RUMORE PER NULLA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 09/16/2018 - 18:58
 
Titolo Originale: Much Ado About Nothing
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 1993
Regia: Kenneth Branagh
Sceneggiatura: Kenneth Branagh
Produzione: KENNETH BRANAGH - DAVID PARFITT - STEPHEN EVANS
Durata: 114
Interpreti: Emma Thompson, Kate Beckinsale, Kenneth Branagh, Robert Sean Leonard

Leonato, il signore di Messina ha una figlia, Ero e una nipote, Beatrice, intorno alle quali si intrecciano trame amorose. E’ infatti arrivato a Messina il principe Pedro d'Aragona, di ritorno da imprese d'armi. Con lui sono due giovani: il conte fiorentino Claudio e signor Benedetto da Padova. Il conte Claudio si innamora subito di Ero e riesce at ottenerne la mano dal padre, con l’aiuto del principe, mentre Benedetto e Beatrice entrambi, apparentemente, poco interessati al matrimonio, intrecciano argute schermaglie verbali. L’organizzazione delle nozze fra Claudio ed Ero ha una brusca interruzione. Il fratello di Leonato, don Juan, ordisce un complotto, facendo credere al promesso sposo, che Ero ha un amante. Sull’altro fronte, gli amici di Benedetto gli fanno credere che Beatrice è pazzamente innamorata di lui mentre le amiche di Beatrice fanno lo stesso. Forse i due smetteranno di punzeccharsi e si accorgeranno che sono innamorati l’uno dell’altra…..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo e una donna rinunciano volentieri a modificare ciò in cui hanno creduto fino a quel momento per accogliere l’amore che è sbocciato
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Kenneth Branagh, sostenuto da un ottimo cast capeggiato da Emma Thompson, riesce a trasferire in pellicola l’atmosfera gioiosa della commedia shakesperiana
Testo Breve:

Lieti amori alla fine del ‘500 ma anche complotti da sventare in questa trasposizione filmica della commedia di Shakespeare che riesce a trasferirci l’originale spirito tragicomico

«Perché sospirare, donne, perché sospirare?
Da sempre l'uomo non fa che ingannare.
Di questa o di quella, infido amante, a nessuna rimane costante.
Cessate dunque, il pianto e il soffrire, e l'uomo con gioia lasciate fuggire. Siate felici, lamenti e sospiri, mutando sempre in allegri raggiri»

Questo canto, presente nel testo originale nell’atto III, viene qui giustamente messo all’inizio del film in queste versione di Kenneth Branagh.  Diventa, in questo modo, una sorta di presentazione dell’opera, un modo per sottolineare da subito il tono scherzoso dell’opera e il fatto che si avvalga, per lo sviluppo, di una serie di inganni, alcuni tragici, altri fatti a fin di bene e che danno all’opera complessivamente un tono da tragicommedia.
Ci sono le cospirazioni di don Juan che vuole far abortire il progetto matrimoniale fra Ero e Claudio ma ci sono anche gli inganni orditi dagli amici di Benedetto e Beatrice per far si che finalmente si accorgano di esser fatti l’uno per l’altra. L’opera è profusa di grandi frasi d’amore perchè sono due gli innamoramenti che sbocciano.

Più tradizionale è quello fra Claudio ed Ero, un amore quasi istintivo, che sboccia a prima vista. Claudio, redarguito perchè non parla di fronte alla notizia che ha avuto il consenso dal padre per sposare Ero, risponde:”Il silenzio è il più perfetto araldo della gioia. La mia felicità sarebbe poca cosa se potessi esprimerla ad alta voce.Signora come vuoi siete mia, io sono vostro”. Molto più moderno e interessante è lo sviluppo dell’amore fra Benedetto e Beatrice, una coppia litigarella e apparentemente poco interessata al matrimonio, archetipo di tante che verranno riproposte al cinema, la quale più bisticcia su ogni cosa, più discute e  più comprende che non può più fare a meno proprio di quella persona con cui ha tante cose su cui discutere.

Provvidenziali sono le insinuazioni di mutuo amore instillate dai loro amici. Benedetto, riflettendo fra sè, è subito pronto a rivedere le sue idee: teme che ora, lui scapolo impeniente verrà preso in giro dai suoi amici ma “non si muta il gusto con il tempo? Quando ho detto di voler morire scapolo, non pensavo di vivere fino al giorno.. del matrimonio”. Lo stesso fa Beatrice: “il mio orgoglio e il mio disprezzo mi sarebbero fatali? Allora addio sdegno, addio orgoglio di fanciulla, non vi è gloria alcuna in questa mia durezza” Infine la sua felice resa: “Benedetto amami e io ricambierò piegando il mio cuore selvaggio alla carezza della tua mano; se è vero che m’ami, la mia dolcezza ti persuaderà a legare i nostri amori nel santo vincolo del matrimonio”.

Se gli aspetti romantici sono quelli che più immediatamente vengono colti da uno spettatore moderno, più difficile entrare nelle consuetudini sociali del tempo, che Shakespeare non evita di evidenziare: Il destino del singolo è strettamente legato a quello della propria famiglia e i ruoli uomo-donna sono rigidamente definiti.

Quando Ero viene accusata di avere un amante, non è solo Claudio a disprezzarla e a rifiutare il matrimonio ma lo stesso padre le rinfaccia il fatto che ormai il disonore è caduto sull’intera famiglia. In effetti, quando il complotto viene svelato e Ero può tornare a sposare Claudio, è lei a rassicurare prontamente il prossimo marito: “com’è vero che sono viva, sono vergine”

Se per una donna non ancora sposata, verginità e onore costituivano la stessa cosa, per l’uomo vigeva strettamente l’onore militare. Quando Beatrice incontra Benedetto e finalmente manifestano il reciproco amore, Beatrice prospetta una prova d’amore aggiacciante: “uccidi Claudio”, perchè era, secondo la mentalità del tempo, l’unico modo per cancellare il disonore della cugina. Beatrice chiede ingrato servigio a Benedetto per due motivi: lei è donna mentre solo un uomo può sfidare un altro a duello. Inoltre non si può scindere l’amore personale dall’impegno di salvaguardare l’onore della famiglia.

Quando ancora Benedetto insiste nel cercare di riconciliarsi con Beatrice, (“Dobbiamo tornare amici”) lei è pronta a ribattere che per lui è “più comodo essere mio amico che affrontare il nemico”

Per fortuna, come apparirà nel finale, tutto viene risolto, nessun problema è stato veramente serio e si è solo fatto “molto rumore per nulla”. E’ proprio Benedetto a dare un segno di saggia flessibilità quando verso la fine della commedia commenta: “L’uomo è un essere volubile – questa è la mia conclusione” né manca di altre riflessioni filosofihe sulla vita in generale. Poco prima che venisse svelato che Ero era stata offesa ingiustamene Benedetto aveva trovato Beatrice preoccupata e le aveva suggerito di seguire nel giusto ordine quelli che secondo lui sono i valori più importanti: “servi Dio, amami e guarisci”.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLA MIA PELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/13/2018 - 06:46
Titolo Originale: Sulla mia pelle
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessio Cremonini
Sceneggiatura: Lisa Nur Sultan, Alessio Cremonini
Produzione: CINEMA 11, LUCKY RED
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano

Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia di carabinieri il 15 ottobre del 2009 e trovato in possesso di droga. Nell’udienza preliminare che convalida l’arresto, Stefano si presenta con grosso lividi agli occhi e alla mascella ma a chi gli chiede la ragione di quelle ferite, risponde che è caduto dalle scale. Viene portato al carcere Regina Coeli ma durante la notte viene trasferito d’urgenza nell’ala dell’ospedale Sandro Pertini destinata ai detenuti. Stefano muore in ospedale il 22 ottobre. L’iter giudiziario sulle responsabilità di quella morte è ancora in corso.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Al di là del fatto di cronaca, ricostruito con rigore, il film costituisce un richiamo per tutti noi sull’importanza, nell’ambito delle nostre relazioni, di prendersi cura di chi si è rivolto a noi con un’attenzione e una cura non solo professionale ma anche umana.
Pubblico 
Adolescenti
Una storia triste con molti risvolti angosciosi
Giudizio Artistico 
 
E’ impressionante il modo con cui Alessandro Borghi si è immedesimato nel ruolo di Stefano Cucchi, anche nel fisico (grazie a una drastica cura dimagrate). Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini è riuscito a raccontare una storia dolorosa evitando interpretazioni forzate grazie a una ricostruzione rigorosa della cronaca dei fatti accertati
Testo Breve:

La storia di Stefano Cucchi, morto in carcere, viene raccontata con dolorosa partecipazione senza colpevolizzare nessuno in particolare ma condannando l’atteggiamento burocratico con cui è stato trattato questo caso umano

Film come questo Sulla mia pelle, costituiscono una robusta conferma del grande potere del cinema di stimolare discussioni, far riflettere, approfondire temi anche sgradevoli.

Il lavoro di Alessio Cremonini ci fa immergere nella cronaca, quasi ora per ora degli ultimi giorni di Stefano Cucchi e riesce a fornirci un ottimo strumento di analisi (la sceneggiatura è stata rigorosa, attingendo a tutte le fonti disponibili) non tanto dei fatti accaduto (alcuni processi non si sono ancora conclusi) ma dell’ambiente umano all’interno del quale si è consumata questa tragedia.

Cremonini cerca di evitare ogni sospetto di aver sviluppato un film secondo una propria tesi preconfezionata. Quella che poteva essere la scena-chiave, il pestaggio di Cucchi da parte dei carabinieri, è assente e Stefano, con il suo comportamento scostante e reticente, anche verso chi lo vorrebbe aiutare, non risulta un personaggio simpatico né facilmente comprensibile.

La visione del film resta ugualmente spiazzante e angosciante, non solo per l’eccezionale interpretazione di Alessandro Borghi che ci mostra uno Stefano che sembra realmente deperire giorno dopo giorno, ma per l’atto di accusa forte e chiaro pronunciato dal regista che è anche sceneggiatore, assieme a Lisa Nur Sultan.

Un’accusa non dichiarata esplicitamente ma che traspare dalla fredda cronaca dei fatti che si susseguono giorno per giorno fino al tragico epilogo. Un’accusa che non punta il dito su una singola persona né tanto meno su una specifica organizzazione ma su una certa modalità di affrontare gli eventi che ci capitano e che non riguarda solo chi è rimasto coinvolto nella vicenda Cucchi, ma che mette in causa tutti noi.  

Il film non fa nulla per nascondere il fatto che Stefano si drogasse (era stato in cura a San Patrignano) e che molto probabilmente spacciasse, visto il quantitativo di hashish e cocaina trovato nella sua abitazione (un fatto denunciato ai carabinieri dai suoi stessi genitori). Allo stesso modo non viene nascosto l’atteggiamento del ragazzo, sempre sospettoso, sfiduciato e arrabbiato contro tutti. Ma di fronte a una persona di questo genere, sicuramente difficile (Stefano poteva lasciare la centrale dei carabinieri già dal primo giorno in cui fu arrestato ma si rifiutò di firmare le carte necessarie), come hanno reagito le persone che si son dovute prendere cura di lui?

Imprigionato in una cella di Tor Sapienza, grida di star male ma quando arriva l’autombulanza, si rifiuta di essere visitato (il suo corpo è pieno di lividi). Dopo un po’ di insistenza, di fronte ai suoi continui rifiuti, gli uomini dell’autombulanza se ne vanno.

Posto in custodia cautelare nel carcere del tribunale, viene visitato da un dottore che accetta la tesi di Stefano di esser caduto dalle scale e senza visitarlo ulteriormente, si limita ad annotare le ferite che ha sul corpo.

Sorgono altre perplessità da parte delle guardie carcerarie che lo debbono prendere in custodia ma alla fine, vedono che esiste già un certificato medico che attesa che le echimosi sono precedenti alla carcerazione e lo accettano nel suo stato.

Portato in seguito all’ospedale, la dottoressa che vuole visitarlo finisce per registrare che il paziente non vuole esser sottoposto ad alcuna analisi. Intanto i genitori continuano a chiedere di vedere il loro figlio ma non riescono a superare il muro burocratico che si para loro davanti né Stefano riesce mai a parlare con il suo avvocato.

Tutti questi comportamenti possono esser considerati come delle colpe? Sicuramente, attenendoci a quanto viene visto nel film che non necessariamente corrisponde a ciò che è accaduto in realtà, ognuno si è comportato nell’ambito dei propri ambiti di competenza in modo burocraticamente corretto, in modo che né il singolo, né l’organizzazione a cui apparteneva, potesse venir accusati di alcunché.

Cos’è mancato allora? Si potrebbe dire, usando un linguaggio cristiano, che è mancata la caritas, il prendersi cura della persona che ci è stata affidata al di là dello stretto necessario e superare perfino quel rispetto, che è richiesto nei rapporti professionali, della privacy dell’altro. E’ possibile chiedere un simile interessamento a ogni persona che per motivi professionali si deve prendere cura di un’altra persona? Certamente no. Ma è proprio in situazioni difficili come il caso Cucchi, di fronte a una persona così prevenuta e difficile da trattare che la caritas mostra di colpo di non essere opzionale, un gradevole sovrappiù, ma necessaria.

Per questo il film è interessante, al di là del caso in sé, dello scoprire se Stefano realmente è stato picchiato dai carabinieri oppure no.  Sono aspetti che diventano secondari. Piuttosto il film interpella tutti noi per riflettere su come ci comportiamo ogni giorno nei confronti del nostro prossimo.

Il film è visibile in sala ma anche attraverso la piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ESCAPE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 11:07
Titolo Originale: The Escape
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Savage
Sceneggiatura: Dominic Savage
Produzione: LORTON ENTERTAINMENT, SHOEBOX FILMS
Durata: 105
Interpreti: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller

Tara ha trentotto anni, un marito e due figli piccoli. Vivono in una città satellite del Kent in condizioni agiate; il marito ha successo nella sua professione anche se ciò comporta rientrare spesso a casa tardi, mentre lei si occupa dei figli e della conduzione della casa. Tara compie i suoi doveri di moglie, madre e casalinga ma si sente insoddisfatta, incompleta. Ciò genera in lei una profonda depressione e anche se decide di confidarsi con il marito e con la madre, non trova nessuno che possa scuoterla da suo stato. Tara decide quindi di compiere un passo estremo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori restano ambigui come il film: di questa donna che ha dei validi motivi per sentirsi in crisi, non sappiamo se abbia trovato il coraggio di affrontare la propria situazione in modo onesto con tutti
Pubblico 
Adolescenti
La tematica coniugale complessa non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La brava Gemma Aterton sorregge da sola tutto il film che finisce per far calare l’interesse dello spettatore per le troppe ellissi presenti nella storia
Testo Breve:

Una donna, che ha un marito affettuoso,  si prende cura dei figli e della casa ma si sente profondamente insoddisfatta. Una tematica interessante che resta troppo diluita dalle molte ellissi 

Tara riceve le avances del marito già da dalla mattina, prima di alzarsi e lei l’asseconda con un sorriso di circostanza; Tara accompagna i figli a scuola, cercando di gestire gli ultimi capricci del più piccolo; Tara va al supermercato e  carica a fatica in macchina una enorme quantità di pacchi; il marito  ha invitato nel weekend i vicini di casa a un barbeque ma ha già preparato tutto lui e Tara si trova con pochi impegni come padrona di casa...

Sono piccoli momenti della prevedibile routine della vita di una casalinga;  il marito è affettuoso, i figli sono deliziosi ma un male oscuro attanaglia Tara che non si sente  a proprio agio, come se svolgesse un ruolo che non riconosce come suo. La malinconia che si porta dentro finisce per farle assumere un atteggiamento di distacco dalla realtà; subisce le attenzioni del marito con crescente fastidio; sbaglia anche semplici incombenze della giornata, non riescire a calmare il figlio piccolo e alla fine lo lascia piangere fingendo di non sentirlo. Il film non ci racconta il passato della donna, non sappiamo come mai non sia impegnata in un lavoro ma resti in casa tutto il giorno, vera eccezione nel panorama delle coppie di oggi. Il film indugia nei primi piani della brava Gemma Aterton per mostrarcela con lo sguardo perso nel vuoto, in preda a riflessioni e sogni sconosciuti. Un comportamento più prevedibile e lineare, è quello assunto dal marito; di fronte a una palese crisi della moglie, le pone delle domande che manifestano il suo egocentrismo: per prima cosa si preoccupa di sapere se ha trovato un altro uomo, se lui ha sbagliato qualcosa nei suoi confronti. Di fronte a un no di Tara, prova un approccio razionale, chiedendo alla moglie le ragioni della sua infelicità  ma di fronte a risposte evasive o inconcludenti finisce per arrabbiarsi con lei perché il suo “metodo” non riesce a funzionare. Anche la madre non è di alcun aiuto: qualifica lo stato d’animo della figlia come “una fase della vita che senz’altro passerà” e la invita a considerare le due macchine, la bella villa di cui dispone, frutto dell’impegno del marito e  segno di un benessere che non conviene perdere.

Tara in realtà non è razionale nè agisce secondo criteri di opportunità, come vorrebbe la madre; ciò che la guida sono i sentimenti che percepisce; non agisce in base a una motivazione ponderata ma cerca di sopratutto di “sentire”qualcosa che le piaccia.  La scoperta della bellezza del ciclo di arazzi: La dama e il liocorno di Parigi, diventa per lei simbolo di un mondo che le manca, così come sarà per lei l’accettare le attenzioni di un altro uomo, nella speranza di provare qualcosa di nuovo e di più forte. E’ questo l’unico, vero momento dove la donna si trova di fronte alla verità su di se’; vede quest’uomo (che è sposato con una figlia) lo specchio di se stessa e ne ha orrore: sembra che capisca che è inutile fuggire perché non si può fuggire da se stesse e da ciò che si è diventate con gli impegni presi. Un’altra donna, più anziana di lei, le ricorda che “ a volte ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene” ma poi riconosce, da donna a donna, che “essere libera ed essere sposata è una contraddizione”.
Il film ha non pochi difetti, iniziando dalle troppe ellissi, all’inizio e alla fine del film: non conosciamo gli antefatti e quindi non sappiamo perché Tara si trovi a fare la casalinga quando avrebbe beneficiato di una vita più piena svolgendo un lavoro ma non sappiamo nenche se e come abbia risolto i suoi problemi, perché il finale del film resta misterioso. Dominic Savage si concentra solo sulla crisi di questa donna ma a dire il vero, il tema non è certo originale perché sono tanti i lavori che hanno trattato il tema della crisi coniugale nella prospettiva  femminile. Se l’uomo può venir tentato al tradimento a causa di un’attrazione sessuale, una donna può essere posta nella condizione di cercare un altro uomo che le renda una vita più piena e più stimolante. La storia di Tara non si presenta come  un altro caso di bovarysmo, perchè la protagonista del romanzo di Flaubert agiva spinta da ambizioni sociali e non esitava a mentire quando era necessario; ci troviamo piuttosto dalle parti di Anna Karenina oppure, per restare nell’ambito del cinema inglese, dalle parti della Laura Jesson del capolavoro Breve incontro. Queste ultime due donne avevano  finito per comprendere che non stavano andando incontro alla felicità rompendo i legami familiari, non solo per le sofferenze arrecate ai figli ma per la loro stessa dignità di persone oneste e coerenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUO, SIMON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 09:32
Titolo Originale: Love, Simon
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Greg Berlanti
Sceneggiatura: Elizabeth Berger, Isaac Aptaker
Produzione: Fox 2000 Pictures, New Leaf Literary & Media, Temple Hill Entertainment
Durata: 110
Interpreti: Nick Robinson, Jennifer Garner, Josh Duhamel, Katherine Langford

Simon ha diciassette anni, genitori affettuosi che gli lasciamo molta libertà e una sorellina simpatica che vuole diventare un grande chef. Simon, che ha da poco ricevuto in regalo dai genitori la sua prima automobile, passa ogni mattina a raccoglie i suoi amici inseparabili per andare insieme a scuola: Leah, Abby e Nick. Ognuno di loro ha i suoi problemi o le sue complicazioni sentimentali: Leah è innamorata da tempo di Simon ma non ha il coraggio di dichiararsi; Nick è attirato da Abby (entrambi sono afroamericani) ma è non sa come trasformare l’amicizia in affetto; Abby soffre per la separazione dei genitori ma Simon ha un problema più grande: percepisce delle inclinazioni omosessuali ma non osa fare coming out. L’email di un anonimo che si qualifica come Blue, manifesta lo stesso problema: si sente gay ma non osa dichiararsi. Simon intrattiene con lui una fitta corrispondenza e da quel momento cerca di scoprire chi realmente si celi sotto quello pseudomino...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra il giusto atteggiamento che debbono assumere genitori, insegnanti e amici nei confronti di un adolescente che dichiara di avere un’inclinazione omosessuale. Il presupposto che muove le persone che stanno intorno a lui non è però il rispetto e l’affetto che è dovuto a ogni ragazzo ma la posizione ideologica dell’assoluta equivalenza, in base alla teoria gender, fra le possibili inclinazioni sessuali
Pubblico 
Adolescenti
Occorre una buona maturità per intendere correttamente il messaggio trasmesso dal film
Giudizio Artistico 
 
Il film ricostruisce bene la vita di tre amici ai tempi dell’ high school, peccato che il finale sveli l’intento ideologico con cui il film è stato concepito
Testo Breve:

Questo teen movie affronta in modo sereno il tema del coming out di un adolescente che sente di avere inclinazioni omosessuali. Un film interessante che però tradisce la sua impostazione ideologica

Sono ormai decenni che vengono distribuiti, con elevata frequenza, film sul tema dell’omosessualità ma lo stile si è modificato: superati i tempi eroici dove occorreva shockare lo spettatore evidenziando le crudeltà di chi prendeva in giro o addirittura infieriva su chi aveva questa inclinazione (una pietra miliare sono stati i tre oscar nel 2005 assegnati a I segreti di Brokeback Mountain), ora che le leggi hanno sancito in molti paesi, in particolare negli U,S,A,  l’equivalenza fra matrimoni etero e omosessuali (quindi si può dire che tutti ii livelli rappresentati dalle finestre di Overton sono stati raggiunti), si è passati alla fase successiva, quella dell’educazione capillare che serva a consolidare una nuova cultura e aiuti a rimuovere i pregiudizi che ancora permangono. Il romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (Simon vs. the Homo Sapiens Agenda) di Becky Albertalli. si prestava molto bene a questo obiettivo, cioè a realizzare il primo teen romantic movie che affrontasse il tema dell’omosessualità ad uso degli adolescenti. In effetti gli ingredienti di un  film di genere teen ci sono tutti:le chiacchierate/pettegolezzi fra ragazzi e ragazze davanti agli armadietti nei corridoi d’ingresso oppure ai tavoli della mensa aziendale; gli interventi dei professori che cercano di stabilire un rapporto di maggiore confidenza con i ragazzi ma vengono sistematicamente respinti; le feste a casa del ragazzo a cui i genitori hanno lasciato la casa libera per un’intera serata, che si svolgono con grandi ubriacature al pian terreno mentre le coppiette che si sono formate si dirigono verso le camere da letto del piano superiore. Il personaggio più riuscito in questo film è forse quello di Martin, il classico ragazzo che si trova in ogni classe,  che cerca di fare lo spiritoso ma nessuno ride, si intromette nelle conversazioni con la delicatezza di un panzer e alla fine resta isolato da tutti. Il racconto avanza in modo gradevole e pulito, cosa che non è dispiaciuta ad alcune asociazioni LGBT perchè si aspettavano espressioni di passioni omo più dirette ed espilicite, mentre al massimo compare un bacio fra due ragazzi verso la fine del film. Un’impostazione diversa sarebbe stata contraddittoria con gli obiettivi del film, che erano proprio quelli di rassicurare lo spettatore sul fatto che la coscienza collettiva ha ormai raggiunto un buon grado di maturazione. Ecco quindi che se Simon ha indugiato a lungo a fare coming out per timore del giudizio degli altri, trova piena comprensione e conferma di affetto da parte dei genitori, gli insegnanti non esitano a redarguire con veemenza due alunni che avevano iniziato a deridere Simon e quando finalmente questi dà il suo primo bacio a un altro ragazzo, ciò avviene mentre si trovano circondati da tutti i suoi compagni di scuola che applaudono felici.

La US Bishop Movie Review (la critica cinematografica dei vescovi statunitensi) ha giustamente apprezzato la comprensione che Simon  riceve da tutti (genitori, insegnanti, compagni) ma proprio la scena finale, quella dell’applauso dei compagni di Simon al suo primo bacio, tradisce l’impostazione ideologica voluta dal film sulll’assoluta equivalenza fra amori etero ed omosessuali e per questo ha qualificato il lavoro con una “O” (morally offensive). Sul fonte opposto si sono mossi molti attori simpatizzanti del movimento LGBT in U.S.A. che hanno affittato per giornate intere delle sale cinematografiche per essere sicuri che il maggior numero possibile di ragazzi lo potesse vedere gratuitamente.

Si tratta di una contrapposizione fra fronti opposti che pone in evidenza, in modo quasi drammatico, il fatto che non esiste ancora, nell’ambito della Chiesa Cattolica, una pastorale (la dottrina, di per sè, è chiara e fuori discussione) solida e convalidata dall’esperienza verso le persone con inclinazione omosessuale che possa conciliare la giusta premura verso di loro con il senso corretto da attribuire alla sessualità umana. Limitandoci al caso italiano, sono state poste sul tavolo dell’esperienza concreta varie proposte fortemente differenziate come approccio: si va dal movimento Courage, che dispone dell’investitura ufficiale della Santa Sede e che offre un accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso attraverso incontri e percorsi spirituali disegnati specificatamente per loro, fino alla posizione più aperta, espressa dal gesuita americano James Martin. Il suo saggio Un ponte da costruire, che è stato da poco pubblicato  in Italia con la prefazione dell’arcivescovo Matteo Zuppi, invita a prendere contatto direttamente con le organizzazioni LGBT, perché a suo avviso il primo atto da compiere è quello di riconoscere e rispettare il modo con cui le stesse persone che si definiscono gay si sono volute organizzare e propone la riformulazione della frase, presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che definisce l’inclinazione omosessuale come “oggettivamente disordinata” .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A QUIET PASSION

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/22/2018 - 15:58
Titolo Originale: A Quiet Passion
Paese: Gran Bretagna, Belgio
Anno: 2016
Regia: Terence Davies
Sceneggiatura: Terence Davies
Produzione: HURRICANE FILMS, POTEMKINO
Durata: 125
Interpreti: Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Emma Bell, Duncan Duff

Emily Dickinson termina anticipatamente i suoi studi a diciassette anni al Mount Holyoke College perché poco desiderosa (secondo l’interpretazione del film, ma probabilmente per motivi di salute) di seguire la rigida impostazione puritana data all’educazione impartita nell’istituto. Torna quindi nella casa del padre Edward, un noto avvocato di Amherst, nel Massachusetts dove ci resta per il resto della sua vita, senza sposarsi, assieme alla madre, al fratello Austin e alla sorella Vinnie. Uniche sue amicizie esterne che contano per lei, sono il reverendo Charles Wadsworth, sposato, verso il quale viene ipotizzato un interesse sentimentale da parte della poetessa e la giovane amica Vryling, con la quale si intrattiene in brillanti conversazioni finché questa non si sposa e si trasferisce in un'altra città. Non più giovane e ammalata di nefrite, Emily finisce per condurre una vita sempre più riservata, soprattutto dopo la morte del padre e della madre, intenta solo a comporre poesie e a scrivere lettere.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista e sceneggiatore Terence Davies ha portato felicemente a compimento un onesto e molto professionale sforzo per mettere in scena Emily Dickinson, donna e poetessa. Risalta su tutte la figura della sorella Vinnie, sempre pronta ad aiutare tutti, ad attutire ogni dissidio, senza mai pensare a se stessa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena prolungata di sofferenza nell’infermità potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Terence Davies ricostruisce in modo eccezionale la vita e il pensiero della poetessa americana, grazie in particolare a dialoghi molto curati, aiutato dall’ottima recitazione di tutti a iniziare dalla protagonista, Cynthia Nixon.
Testo Breve:

La storia di Emily Dickinson, poetessa e donna. L’obiettivo di riversare in pellicola l’animo e il pensiero della grande poetessa americana è stato compiutamente raggiunto dal regista  Terence Davies

Nella sequenza iniziale, che si svolge in un collegio per signorine della buona società del Massachusetts, assistiamo a una scena poco concepibile per noi uomini del terzo millennio. Da una parte un’insegnante che invita un’allieva (Emily) a pentirsi dei propri peccati, pena la certezza di una dannazione eterna e dall’altra la ragazza che dichiara semplicemente di non sentirsi colpevole di alcunché e di percepire solo sentimenti indefiniti. Lo spettatore ha subito il timore di essere incappato in uno di quei film manichei dove ci sono i cattivi da una parte (coloro che professano una religione) e i buoni dall’altra, che si dichiarano atei.

Il timore svanisce ben presto: il regista e sceneggiatore Terence Davies è stato al contrario molto rigoroso nel definire l’ambientazione e la psicologia di una delle più importanti poetesse americane, usando le pochissime informazioni in nostro possesso sulla sua vita privata.

Il Massachusetts della metà dell’Ottocento si considerava l’espressione più pura della Nuova Inghilterra puritana e certi atteggiamenti di rigorosa mortificazione da parte di persone devote vengo presentati più volte nel corso del film.

Emily, di sensibilità e gusto eccezionali, non si accontenta di risposte preconfezionate, ma vuole cercare da sola il senso del nostro vivere. “La poesia mi è di conforto per quell’eternità che ci circonda” è uno dei suoi versi che periodicamente vengono declamati, con una voce di sottofondo, durante lo sviluppo del film e il tema dell’eternità che non consola ma che spaventa, è uno dei più correnti.

Ma Emily non si presenta affatto come una ribelle insofferente alle regole del vivere del tempo. Ancora giovane, chiede rispettosamente al padre il permesso di scrivere le sue poesie di notte per avere la giusta concentrazione e quando scopre, ormai adulta, che il fratello Austin tradisce sua moglie con una cantante, lo accusa con veemenza di ipocrisia: se per lui è accettabile che un’artista non sia legata alle convenzioni sociali, lei lo pone di fronte alla profonda ingiustizia che ha commesso nei confronti della moglie.

Il film affronta anche il tema degli amori della poetessa, su cui si è tanto chiacchierato senza mai pervenire a risposte conclusive. Il film allude a una sua armonia di pensiero con il reverendo Charles Wadsworth ma lui è sposato e Emily, coerentemente con i suoi principi, non procede oltre il lecito e sublima la sua sofferenza con la poesia. Il suo affetto si riversa interamente verso i suoi famigliari. Ama il padre, con il quale condivide idee antischiaviste, ha tenerezza verso la madre, in perenne stato depressivo e ha il conforto della completa intesa con la sorella Vinnie, vero angelo custode della casa, sempre pronta ad aiutare gli altri con un sorriso e a conciliare qualsiasi incomprensione. Muore prima il padre e poi la madre e ogni volta, per Emily, è come se si fosse staccato un pezzo di se stessa senza più speranza di ricomposizione. Da quel momento  Emily si  rinchiude, vestita sempre di bianco, nella sua camera.  Proprio lei che ha costantemente polemizzato con la religione ufficiale, diventa austera sacerdotessa di clausura di una fede tutta sua o meglio di una fede che probabilmente ha onestamente cercato ma non ha mai avuto il coraggio di approdare a una scelta definitiva. E’ convinta che non il decidere ma il sentire, il soffrire,. il percepire il senso dell’infinito e il riuscire a esprimere tutto questo in versi, sia ciò che ha più valore. . Il film fa declamare per intero, dalla stessa Dickinson, quei suoi versi che pongono la poesia al di sopra di tutto: del sole, dell'estate ma anche di Dio, perché la grazia che ci è concessa per pervenire al Cielo Finale, è troppo ardua da conseguire.

Io Reputo – Se mi metto a contare
Primi – i Poeti – Poi il Sole
Poi l’Estate – Poi il Cielo di Dio
E poi – la Lista è fatta
Ma, ripensandoci – i Primi sembrano proprio
Comprendere il Tutto
Gli Altri appaiono un’inutile Esibizione
Così scrivo – Poeti – E basta.
La loro Estate – dura un Anno Intero
Possono permettersi un Sole
Che l’Oriente – riterrebbe esagerato
E ammesso che il Cielo finale
Sia Bello come quello che Dischiudono
A Coloro che Li venerano
Esso è una Grazia troppo ardua

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/13/2018 - 20:16
Titolo Originale: Every Day
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Michael Sucsy
Sceneggiatura: Jesse Andrews
Produzione: FILMWAVE, LIKELY STORY, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), SILVER REEL
Durata: 91
Interpreti: Angurie Rice, Justice Smith, Owen Teague, Maria Bello

Rhiannon è una ragazza di 16 anni, brava a scuola, amorevole con i genitori e ha un ragazzo che si chiama Justin. Ogni mattina la sorella maggiore Jolene l’accompagna a scuola e con l’occasione finiscono di mangiare la colazione che il papà ha preparato per loro. Il padre infatti è stato colpito da una forte depressione, resta tutto il giorno in casa e si impegna in piccoli lavori domestici. A scuola Rhiannon incontra il suo Justin, in genere poco comunicativo e sempre impegnato con i suoi allenamenti ma questa volta lo trova particolarmente affettuoso e premuroso. Decidono quindi di saltare la scuola e passare una giornata sulla costa. Nei giorni successivi Rhiannon incontra altre persone, tutte gentili con lei. Alla fine una di queste le rivela cosa sta succedendo: il Jimmy di quel fantastico pomeriggio e tutti gli altri che ha incontrato nei giorni successivi, non sono proprio loro ma un’unica persona che si fa chiamare “A”. Da quando lui ha memoria, “A” si incarna ogni giorno, per 24 ore, in una nuova persona della stessa età ma ora ha scoperto, pur continuando a passare da un corpo all’altro, che si è innamorato di Rhiannon….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sviluppa molti buoni sentimenti, incluso il sacrificio per amore, ma rapporti intimi fra adolescenti vengono considerati nella norma
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono scene esplicite
Giudizio Artistico 
 
La giovane attrice Angurie Rice regge bene il ruolo di protagonista assoluta ma lo sviluppo manifesta pochi guizzi di originalità, è ripetitivo e manca d'ironia.
Testo Breve:

La sedicenne Rhiannon scopre che c’è un ragazzo che ogni giorno si incarna in una persona diversa e che si è innamorata di lei. Un racconto paradossale su ciò che veramente conta per amare, romantico ma un po’ ripetitivo

Ecco un altro caso di what if comedy, in questo caso applicata al mondo degli adolescenti. Un modo per creare uno shock vitale che ci faccia vedere la realtà con occhi diversi e ci aiuti a comprendere ciò che è importante e ciò che non lo è.

L’ultimo film adolescenziale interessante con una impostazione “what if” è stato Prima di domani: il tempo si è fermato per la giovane Samantha che si risveglia sempre nello stesso giorno  ed è questa l’occasione per correggere certe disattenzioni, insensibilità nei confronti delle sue amiche e dei suoi amici, un modo per comprendere sempre meglio le esigenze dell’altro. In questo Ogni giorno l’assunto è molto più audace: Rhiannon si ritrova ogni giorno a parlare con la stessa persona che però ha assunto il corpo ora di un uomo, ora di una donna, prima di un bianco, poi di un afroamericano, poi di un asiatico e nonostante questa esperienza così insolita, conversazione dopo conversazione, finisce per innamorarsi anche lei di “A”.

Rhiannon è interpretata dalla diciasettenne Angurie Rice che abbiamo già conosciuto in Spider-Man: Homecoming e costruisce un personaggio sereno, sempre sorridente con tutti, impeccabile nei suoi abiti casual, sensibile alla dedicata situazione in cui versa la famiglia, socievole e simpatica con i compagni di scuola; sembra il ritratto perfetto della brava ragazza che desidera solo innamorarsi del ragazzo giusto. Anche l’evento straordinario nel quale si trova coinvolta non riesce a turbare il suo atteggiamento positivo nei confronti degli altri e della vita.

Che lezione ci può dare un what if concepito in questo modo? Il primo messaggio che chiaramente vuole trasmettere il film è il valore di una persona sta in ciò che è realmente dentro, quando si è riusciti a conoscerla in profondità, più che nell’aspetto esteriore. Si tratta di un messaggio nobile ma che presta il fianco a molte critiche. Non si sta parlando di amicizia ma di amore. Gli stessi autori hanno capito che il gioco che avevano imbastito prestava il financo ad altre interpretazioni, prima fra tutte all’ideologia gender e se è vero che Rhiannon finisce per baciare tutti i ragazzi nei quali “A” si incarna, si astiene nelle giornate nelle quali lui si presenta come donna.

Altro limite fondamentale è il tema dell’aspetto fisico: un amore uomo donna fa riferimento a una unità indissolubile di corpo e anima e il fatto che Rhiannon decida di unirsi fisicamente ad “A” proprio la volta che lui ha assunto il corpo di un ragazzo grassottello e poco attraente non dà nessun messaggio positivo, anzi è ingannevole. Non si tratta di sottolineare, giustamente, che l’amore non guarda alle razze, né di recuperare la favola della bella e la bestia, ma uno sviluppo di questo genere finisce per negare la verità fondamentale che l’amore che unisce un uomo e una donna non è una romantica astrazione ma un progetto di vita che si concretizza giorno per giorno, nel quale è inclusa anche l’attrazione dei corpi. Per fortuna, nel finale, viene corretta questa posizione estrema e il buon senso torna a trionfare.

Alla fine si tratta di un film grazioso, un po’ zuccheroso, che si mantiene lontano da qualsiasi eccesso a cui ci hanno abitato i film e i serial sugli adolescenti e si conclude con una morale positiva.  Resta l’inconveniente di un racconto che manca di ironia o del coraggio di imbastire situazioni anche comiche, come sarebbe stato possibile con le premesse fatte, mentre lo sviluppo appare prosaico e quasi didascalico.

Resta in piedi un’ultima curiosità che riguarda alcune consuetudini presso le famiglie americane. Rhiannon, ha sedici anni,  non è certo una ragazza ribelle e con il consenso (o indifferenza?) dei suoi genitori riesce a gestire la propria vita con estrema libertà: può partire e assentarsi per  un intero weekend con il proprio ragazzo, la sera può fare tardi quanto vuole. Anche se il film è discreto e non ci sono scene esplicite, si comprende che Rhiannon ha la consuetudine di avere rapporti intimi con il  ragazzo a cui vuol bene. Il tutto è presentato come un costume normalmente accettato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LAZZARO FELICE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 06/03/2018 - 16:38
Titolo Originale: Lazaro Felice
Paese: Italia/Francia/Svizzera/Germania
Anno: 2018
Regia: Alice Rohrwacher
Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Produzione: TEMPESTA, POLA PANDORA, AD VITAM PRODUCTION, AMKA FILMS PRODUCTIONS CON RAI CINEMA
Durata: 130'
Interpreti: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Sergi López, Natalino Balasso, Nicoletta Braschi

In una comunità di contadini isolati dal mondo al punto da non sapere che la mezzadria è stata abolita e che quindi la marchesa De Luna li sfrutta senza vergogna, Lazzaro è un giovane di una bontà talmente disarmante da vincere il cinismo del giovane marchesino Tancredi, che con la madre si reca in visita alla proprietà. L’amicizia che nasce tra i due è però bruscamente interrotta dalla scoperta del Grande Inganno della marchesa e da un misterioso incidente da cui Lazzaro si “risveglia” quando tutto è cambiato. Per ritrovare Tancredi e i suoi amici di un tempo il giovane deve compiere un lungo viaggio verso la città, che si rivelerà un mondo più duro e un inganno ancora più grande di quello della marchesa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime il valore disarmante della bontà del protagonista e la storia si pone sempre dalla parte degli umili e dei buoni, destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati. La religione è dipinta come un ennesimo strumento di oppressione
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Palma d'oro per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018 ma le forzature non mancano e certi meccanismi del racconto sono un po’ troppo prevedibili: fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film
Testo Breve:

Il giovane Lazzaro è di una bontà disarmante e riesce a restare sereno in un mondo diviso fra sfruttati e sfruttatori. Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018. Un fiaba sofisticata non facile da seguire

Il nuovo film di Alice Rohrwacher (che a Cannes ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura) è un racconto sospeso tra realismo nel ritrarre un mondo rurale fuori dal tempo e la dimensione della fiaba, incarnata dal suo protagonista, Lazzaro (molto convincente Adriano Tardiolo nell’interpretarne la disarmante bontà), che, come dice la stessa regista, “chiede allo spettatore di tornare innocente”.

Lo chiede forse perché in questa storia dalla parte degli umili e dei buoni destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati (un po’ scontato il parallelo tra i contadini di inizio film e gli immigrati della seconda parte della storia) le forzature non mancano e certi meccanismi di racconto un po’ troppo prevedibili fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film.

La sensibilità della Rohrwacher nel ritrarre la piccola comunità dei mezzadri è indubbia, così come la capacità di costruire una narrazione fatta di volti e piccoli gesti, mettendo in scena relazioni solo apparentemente semplici (in un certo senso ha ragione la cattiva marchesa a dire che i contadini sfruttati a loro volta sfruttano il povero e sempre disponibile Lazzaro). La forzatura di un isolamento inverosimile, però, chiede una sospensione dell’incredulità non sempre facile da mantenere tanto che in un certo senso è benvenuto il forzoso svelamento.

Da un certo punto in avanti, poi, con il salto temporale dopo cui Lazzaro “risorge” e comincia ad esplorare un mondo cambiato (nell’apparenza ma non nella sostanza, come vedremo), l’intento di costruire una parabola laica (la religione, infatti, è invece dipinta come un ennesimo strumento di oppressione) è esibito. Lazzaro, un po’ san Francesco e un po’ Gesù che piange su una città indifferente e cerca invano di rimettere a posto le cose, è l’eroe di un racconto che procede solo a patto di accettare varie incongruenze.

La critica sociale trasparente (i contadini “salvati” e trasferiti in città restano comunque degli emarginati costretti a vivere di espedienti e ovviamente non mancano le banche cattive) però rende più scontata la seconda parte del racconto, che si regge sullo sguardo innocente e positivo del suo protagonista, destinato però a subire continue delusioni, fino al drammatico epilogo.

             

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEADPOOL 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/23/2018 - 13:21
Titolo Originale: deadpool 2
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: David Leitch
Sceneggiatura: Rhell Reese, Paul Wernick; Ryan Reyndols
Produzione: THE DONNERS' COMPANY, KINBERG GENRE, MARVEL ENTERPRISES, MARVEL ENTERTAINMENT, TWENTIETH CENTURY FOX
Durata: 120'
Interpreti: Ryan Reynolds, Josh Brolin, Morena Baccarin, Zazie Beez, Eddie Marsan

Il mercenario mutante sboccato e logorroico Wade Wilson, aka Deadpool, sembra aver trovato una strada grazie all’amore della sua Vanessa e alla sua capacità di eliminare cattivi a suon di proiettili e battutacce. Ma poi Vanessa muore e Wade non ha più un motivo per vivere. Almeno finché quelli che si ostinano a considerarsi suoi amici decidono di dargli una nuova missione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
C’è una certa derisione della fede, come quando un sadico giustifica il suo comportamento usando una fraseologia biblica o quando Deadpool reclama a se attributi divini
Pubblico 
Adolescenti
Violenza, linguaggio volgare
Giudizio Artistico 
 
Un pervicace tentativo di non prendere nulla sul serio e trasformare qualunque personaggio nello spunto per battute e situazioni volgari e boccaccesche.
Testo Breve:

Deadpool, scaricato momentaneamente dagli X-Men ufficiali, decide di fondare con esiti disastrosi una squadra sua. L’operazione è riuscitissima dal punto di vista degli incassi, ma faticosa da digerire per chi si aspettasse qualcosa di più che un collage survoltato di elementi di varia provenienza

La seconda avventura di Deadpool arriva un paio d’anni dopo che la prima aveva a sorpresa conquistato il pubblico e buona parte della critica trasformandosi in un successo planetario vietato ai minori.

Rispetto alla prima uscita questo Deadpool guadagna una trama un po’ più articolata (i buchi ci sono, ma anche quelli diventano oggetto di umorismo) che va a sostenere il susseguirsi di gag più o meno riuscite per una durata di due ore, alla fine delle quali lo spettatore non amante del genere farebbe di tutto per far tacere Reynolds. 

La storia in sé stessa è semplice e per certi versi molto classica: è il protagonista stesso che, come nel primo capitolo si rivolge allo spettatore parlando in macchina, a dire che si parla di famiglia e appartenenza. Famiglia in senso lato, ovviamente, perché se da un lato la maturità acquisita di Wade convince la fidanzata Vanessa a fare finalmente un figlio con lui, dall’altro il percorso del supereroe prevede l’assunzione degli obblighi paterni (sacrificio compreso) nei confronti di un giovane mutante obeso e problematico che rischia di finire sulla cattiva strada.

Il percorso prevedibile è camuffato da mille deviazioni verbali e da un pervicace tentativo di non prendere nulla sul serio e trasformare qualunque personaggio nello spunto per battute e situazioni volgari e boccaccesche. L’unica cosa che rimane “sacra” in questo panorama è proprio l’amore di Wade per Vanessa, il motore, nel bene e nel male, di ogni sua scelta. 

Per arrivare in fondo alla missione il protagonista, scaricato momentaneamente dagli X-Men ufficiali (tra cui non ha superato il livello di stagista), decide di fondare con esiti disastrosi una squadra sua, che, in omaggio al politically correct progressista, oltre che a prevedere la presenza di donne e minoranze, ottiene un nome neutro per non discriminare nessuno. Del resto, e l’elemento è stato strombazzato dai media americani, il film è il primo a mettere in scena una coppia di supereroine mutanti lesbiche (ma c’è da credere che anche qui, vista la nazionalità giapponese della fidanzatina di Testata Megasonica, ci sia dietro un rimando ai manga).

La formula comunque rimane la stessa del primo film, con la combinazione di linguaggio sboccato, citazioni e violenza fatta apposta per mandare in solluchero gli adolescenti che in teoria non dovrebbero vederlo. Deadpool è un prodotto derivativo, che vive in modo parassitario della fortuna mondiale del mondo superomistico della Marvel, un genere che nel bene o nel male è diventato il punto di riferimento della cinematografia americana.

Le citazioni e camei per altro spaziano dai personaggi e situazioni della rivale DC Comics (c’è anche uno sberleffo a Batman contro Superman) a tutta la filmografia degli scorsi decenni (da Forrest Gump a Robocop, James Bond e Terminator, ma anche Frozen e Yentl) .

A completare il quadro si aggiungono la musica e le scelte di cast, a partire da Josh Brolin, nei panni dell’antagonista Cable, che a un certo punto Deadpool apostrofa come Thanos, il nome del personaggio che Brolin interpreta nella saga degli Avengers.

L’operazione è riuscitissima dal punto di vista degli incassi, ma faticosa da digerire per chi si aspettasse qualcosa di più che un collage survoltato di elementi di varia provenienza, sparati a ritmo sostenutissimo, come a non dare il tempo di pensare a quale ne debba essere il senso.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/07/2018 - 16:20
Titolo Originale: Rimetti a noi i nostri debiti
Paese: Italia, Polonia, Svizzera
Anno: 2018
Regia: Antonio Morabito
Sceneggiatura: Antonio Morabito, Amedeo Pagani
Produzione: LOTUS PRODUCTION
Durata: 1,32 su NETFLIX
Interpreti: Marco Giallini, Claudio Santamaria, Jerzy Stuhr, Flonja Kodheli

Guido è un tecnico informatico che ha perduto il lavoro per il fallimento della sua azienda. Prova a proporsi come magazziniere ma anche questa esperienza fallisce. Carico di debiti, non gli resta che presentarsi negli uffici della società di recupero crediti che non gli sta dando un attimo di pace, offrendosi di lavorare per loro finché non avrà saldato il suo debito. Inizia il suo tirocinio affiancandosi a Franco, esperto in quel tipo di lavoro sgradevole, ma la sua esperienza sarà drammatica. Unico suo conforto è andare la sera a bere del whiskey in un bar dove può fare due chiacchiere con la barista, Rina, una ragazza dell’Est che aspetta solo il momento giusto per tornare in patria e un amico, che lui chiama “professore” con il quale fa due chiacchiere e una partita di biliardo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia con forza il modo, spesso illegale, con cui viene compiuto il recupero dei crediti. Semplicistica attribuzione di un atteggiamento ipocrita a chi pratica la fede.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Azioni di violenza su persone inermi
Giudizio Artistico 
 
Buona regia e bravi i due protagonisti; la sceneggiatura risente di un eccetto di polemica rabbiosa
Testo Breve:

Guido, carico di debiti, accetta di lavorare senza salario per una società di recupero crediti dai metodi sbrigativi. Un film di denuncia ben realizzato ma eccessivamente manicheo

Il primo personaggio che ci viene presentato è quello di Franco (Marco Giallini): la mattina esce di buonora dalla sua bella casa, bacia la moglie e porta i due figli piccoli in una scuola cattolica. Affida i figli alla suora che trova all’ingresso e si avvia al lavoro. Un incipit di questo genere non può certo far pensare a un film di ispirazione religiosa ma all’opposto, c’è subito odore di ipocrisia. In seguito vediamo Franco inginocchiato davanti a un confessionale: che si limita a sciorinare qualche peccato veniale ma trascura di citare le sue prodezze notturne: pedinare  i debitori per farli poi gambizzare a suon di manganellate. E’ sicuramente questo un punto debole del film: una denuncia forte e giusta su certi modi sbrigativi con cui è affrontato il tema del recupero dei debiti (un impegno civile uguale a quello mostrato nel precedente lavoro di Antonio Morabito, Un venditore di medicine, sul fenomeno del comparaggio) ma fatta con rabbia, con spirito manicheo. Franco, il cattivo della situazione, sembra all’inizio venir, se non giustificato, almeno compreso: non dà tregua soprattutto ai grossi debitori, che hanno sicuramente i soldi necessari a saldare i loro debiti, si dimostra leale con Guido che con il suo aiuto riesce a chiudere il suo debito e preserva la serenità della sua vita privata con una regola ferrea: “a casa non si parla di lavoro”. In seguito però mostra il suo ingiustificabile cinismo vessando anche chi ha solo i soldi necessari per portare avanti una vita di stenti.  Morabito finisce così per distruggere quella costruzione di un personaggio negativo ma dai risvolti umani che aveva portato avanti fino a quel momento.
Più coerente la figura di Guido (Claudio Santamaria) che accetta per necessità il nuovo lavoro, inclusi i risvolti più sgradevoli, ma il suo disincanto e il suo pessimismo nei confronti del mondo vengono attenuati dalla vicinanza di un vero amico (il “professore”) che sa  distrarlo facendogli una divertente lezione di economia sui poteri che non si possono toccare  e la barista Rina, l’unica con cui riesce a confidarsi pienamente.
E’ proprio nei periodici incontri fra Guido e Rina la parte più esteticamente fascinosa del film, perché Morabito, con l’aiuto della fotografia di Duccio Cimatti e della scenografia di Marcello di Carlo, realizza delle vere e proprie “sequenze Hopper”. Guido è ritratto frontalmente al bancone, ripreso da lontano, a testa bassa, con un bicchiere in mano; dietro di lui una grande vetrata fa intravedere un esterno serale, con macchie blu. In primo piano Rina è intenta a pulire dei bicchieri colorati.

Sono queste inquadrature e la bravura dei protagonisti la parte più riuscita del film inclusa una certa melanconia e fatalità di fondo che pervade tutti i personaggi, ritratti molto spesso di notte. Peccato che l’efficacia della denuncia venga attenuata da una schematizzazione troppo semplicistica fra i cattivi da una parte e i poveri diavoli.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix ed è il primo film della casa realizzato in Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOLLY'S GAME (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/27/2018 - 14:41
Titolo Originale: Molly's Game
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: THE MARK GORDON COMPANY
Durata: 139
Interpreti: Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Kostner, Michael Cera, Jeremy Strong

Molly Bloom, passato di sciatrice stroncato da una caduta, si trasferisce a Los Angeles convinta di diventare avvocato, ma sulla strada si imbatte in una carriera differente, quella da organizzatrice di serate di poker e lì investe il suo innegabile talento. Ma il rischio non è solo sul tavolo da gioco e presto Molly deve prendere decisioni difficili sull’integrità della sua impresa, decisioni che la porteranno a un arresto e a un processo. Per affrontarlo dovrà fare i conti con tutta la sua vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Negli ambienti del poker di lusso si vince e si perde a seconda del proprio talento e del proprio carattere ma in definitiva si parla sempre di dipendenza, la stessa in cui alla fine cade anche Molly,
Pubblico 
Maggiorenni
Consumo di droga, scene di violenza, dipendenza dal vizio del gioco
Giudizio Artistico 
 
La Chastain dà vita a un personaggio convincente. La regia è efficace nel raccontare il mondo del gioco di lusso ma alla fine non potrà non piacere questo pezzo di bravura in cui la posta in gioco non sono fiche ma l’anima di una persona.
Testo Breve:

Molly Bloom, ex campionessa di sci, investe il suo innegabile talento come organizzatrice di serate di poker. Il grande sceneggiatore Aaron Sorkin, ora anche regista, ci regala un magnifico ritratto di donna, forte e fragile allo stesso tempo 

È la protagonista a raccontarci la sua storia nel film debutto alla regia del geniale sceneggiatore Aaron Sorkin (basterebbe ricordare che è il creatore di una delle serie televisive più belle di sempre, West Wing, oltre che la firma di pellicole come Codice d’onore, Social Network e Steve Jobs). Lo fa intersecando presente (il processo per gioco d’azzardo e coinvolgimento con rappresentanti della mafia russa che sedevano ai suoi tavoli da poker), passato (l’adolescenza burrascosa di Molly, in conflitto con un padre psicanalista e sempre in cerca dell’eccellenza, ma anche i passi della sua carriera di organizzatrice di partite esclusive tra Los Angeles e New York), il tutto condito con commenti e riflessioni filosofiche che rispecchiano, oltre alla straordinarietà del personaggio, la virtuosità dello scrittore.

La pellicola, infatti, ha indubbiamente il suo punto di forza nella sceneggiatura, che ci sfida a entrare nella psicologia della protagonista, indovinando la sua strategia e i suoi bluff, un po’ come fa il suo avvocato, l’integerrimo Charlie Jaffey di Idris Elba, deciso a capire la donna che deve difendere.

Molly, infatti, ha dei segreti, che ci rivela a poco a poco, esibendo con pudore la sua fragilità e le sue paure, le cui radici verranno svelate solo in un intenso confronto con il padre (bravo in questo ruolo Kevin Costner).

L’arena di questi confronti è quella del poker di lusso: si gioca in suite esclusive con personaggi famosi a fare da specchio per le allodole, si vince e si perde a seconda del proprio talento e del proprio carattere, non ci sono polli, ma in definitiva si parla sempre di dipendenza…la stessa in cui alla fine cade anche Molly, forse proprio perché in quel mondo di perversioni cerca di mantenere una sorta di integrità, giudicando se stessa molto prima che lo faccia la giustizia americana.

La Chastain dà vita a un personaggio convincente, forte e fragile allo stesso tempo, complesso nelle sue motivazioni e nelle sue convinzioni, anche se in definitiva Sorkin ci regala uno scioglimento che non è cervellotico, ma profondamente emotivo.  La regia, e non potrebbe essere diversamente, è al servizio del racconto e delle performance, ma è comunque efficace nel raccontare un mondo, e se a qualcuno il film potrà apparire forse un po’ lungo, a chi ama i confronti forti su temi e dilemmi umani non potrà non piacere questo pezzo di bravura in cui la posta in gioco non sono fiche ma l’anima di una persona.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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