Dramma

ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/14/2018 - 21:24
 
Titolo Originale: The 15:17 to Paris
Paese: USA
Anno: 2018
Produzione: MALPASO PRODUCTIONS
Durata: 94
Interpreti: Spencer Stone, Alek Skarlatos, Anthony Sadler

Spencer, Alek e Anthony sono tre ragazzi di Sacramento che si conoscono da quando andavano insieme a scuola. La vita fa loro percorrere strade diverse (sia Spender che Alek si arruolano nell’Esercito) ma restano sempre molto legati e decidono di fare un tour per le capitali d’Europa. Nell’agosto del 2015 si trovano sul treno che da Amsterdam li deve portare a Parigi quando si para davanti a loro un terrorista che armato di fucile mitragliatore, è intenzionato a fare una strage di passeggeri. Con il loro coraggio, la loro preparazione militare, il loro affiatamento, riusciranno a bloccare il terrorista, a soccorrere un ferito e a tranquillizzare i passeggeri. Il presidente Hollande conferirà loro la Legion d’onore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Clint Estwood non esalta solo l’eroismo di un singolo gesto, ma sottolinea che quei momenti hanno una preparazione remota, grazie a una vita impostata ad aiutare gli altri e a esercitare bene la propria professione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena intensa durate l’azione terroristica potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Clint Eastwood percorre nuove strade, sperimentando un cinema verità che risulta efficace solo parzialmente perché trascura di evitare alcuni noiosi punti morti della narrazione
Testo Breve:

Clint Eastwood ricostruisce il gesto eroico dei tre ragazzi americani che riuscirono nel 2015 a bloccare un terrorista che voleva compiere una strage su di un treno. Viene ben risaltato il gesto di questi ragazzi semplici, eroi per un giorno ma lo stile adottato, quello del cinema verità, fallisce parzialmente l’obiettivo

Lincoln, Il ponte delle spie, The Post: sono gli ultimi lavori di Steven Spielberg dove si è impegnato a raccontare alcuni momenti significativi della storia americana nei quali sono stati esaltati i valori fondanti dell’American way of life: l’eguaglianza la giustizia, la libertà.  American Sniper, Sully,  Ore 15,17 – attacco al treno sono gli ultimi lavori di Client Eastwood che sembra voler raggiungere gli stessi obiettivi ma da una diversa prospettiva. Se Spielberg punta a mostrare l’efficacia delle istituzioni portanti americane (in The Post, ovviamente la stampa e la sua libertà di espressione), Eastwood invece esalta il singolo uomo, colto nel suo eroico, civico dovere di salvare o proteggere gli altri. Com’è possibile, sembra domandarsi Eastwood (per spiegarlo a noi) che modeste persone riescano con successo (non nella finzione ma nella realtà) per un solo veloce, cruciale attimo della loro vita, a diventare degli eroi da prima pagina?  Perché, come nel caso di quest’ultimo film, i tre giovani non sono scappati o rifugiati sotto i tavoli come hanno fatto tutti ma hanno affrontato con decisione l’aggressore? La risposta è abbastanza chiara: si tratta di gesti che sono specchio di un’ottima preparazione professionale ma al contempo della volontà di essere utile agli altri, coltivata fin da ragazzi.

Eastwood non cessa di stupire: arrivato al traguardo degli 88 anni, ha voglia ancora di sperimentare, di percorrere strade nuove. Questa volta si è avventurato nel cinema verità: i tre protagonisti sono gli stessi giovani americani che hanno bloccato il terrorista e il film si conclude con la registrazione del discorso del presidente Hollande che li insignisce della Legion d’onore.

Come negli altri film citati, la prodezza dei tre si consuma in pochi minuti (ripresi anche questa volta con grande maestria) ma prima Eastwood si prende tutto il tempo a sviluppare gli antefatti di quel gesto, per farci comprendere come sia stato possibile compierlo con determinazione ma anche con sicurezza e con la giusta preparazione. Anche sotto questo aspetto ci troviamo di fronte a un esperimento: se i protagonisti non sono degli attori ma sono quelli veri, il regista ha voluto far risaltare la verità della storia proprio dalla ordinarietà delle loro vite e dalla banalità dei dialoghi di chi non ha una grande preparazione culturale. Eccoli quindi, da ragazzi un po’ discoli, venir spesso richiamati dal preside della scuola per ricevere una ramanzina, giocare a far la guerra con pistole giocattolo Poi da grandi concedersi, di nuovo tutti insieme un giro per le capitali d’Europa. E’ proprio in questa parte centrale del film, molto lunga, che l’esperimento del “cinema verità” mostra i suoi limiti. I tre che lanciano esclamazioni di meraviglia davanti al Colosseo, prendono un gelato a Venezia sottolineando quanto è buono e davanti ai cavalli di San Marco uno di loro osserva che per la fame se ne mangerebbe uno, segna il limite fra l’esigenza di ricostruire fin troppo rigorosamente quello che tre ragazzotti della provincia americana possono aver veramente detto e le minime esigenze di spettacolo che uno spettatore si può aspettare. Siamo abituati dal nostro, vincitore di due premi Oscar, a un ritmo e a un’economia delle sequenze impeccabile e suona troppo strano questo eccesso di momenti di ordinaria banalità.

Occorre aggiungere che la stessa esigenza di verità viene falsata proprio per un certo, comprensibile pudore con il quale i tre hanno ricostruito la loro storia. Quando passano una serata  ad Amsterdam in una sala da ballo, quando si incontrano con delle ragazze, probabile preludio di un’intesa, si sono divertiti? Si stanno innamorando? Non ci è dato saperlo : Clint ha sempre trascurato le relazioni amorose. Che cosa accomuna veramente i tre giovani, oltre alla passione per le armi? Gli aspetti psicologici non vengono approfonditi.

Emerge chiaramente, anche in questo film l’americano ideale per Clint Eastwood: come il Chris Kyle di American Sniper, Spencer va in chiesa e sa maneggiare le armi ma soprattutto vuole dedicare la sua vita ad aiutare gli altri. Per riuscirci si arruola nell’esercito; dotato di buona volontà ma non adatto agli studi, finisce per fallire i suoi obiettivi principali, accettando infine di specializzarsi nel soccorso dei feriti. Ma sarà proprio la sua preparazione che gli consentirà, prima di bloccare il terrorista e poi di evitare che un passeggero ferito muoia dissanguato perché lui sapeva esattamente cosa c’era da fare in quelle circostanze

E’ troppo ipotizzare che Clint abbia voluto rappresentarsi l’azione della Provvidenza ma in effetti il fatto che alla fine dell’avventura, Spencer senta la necessità di pregare come quando era piccolo: “O Signore, fa' di me uno strumento della tua Pace: Dove è odio, fa' ch'io porti l'Amore. Dove è offesa, ch'io porti il Perdono. Dove è discordia, ch'io porti l'Unione. …. Poiché Dando, si riceve; Perdonando, si è perdonati; Morendo, si resuscita a Vita Eterna”, è sempre un bel modo per finire il film

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE POST

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/05/2018 - 10:35
 
Titolo Originale: The Post
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Liz Hannah e Joel Singer
Produzione: MBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS, PASCAL PICTURES, STAR THROWER ENTERTAINMENT
Durata: 118
Interpreti: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Carrie Coon, Bradley Whitford, Tracy Letts, Mathew Rhys, Alison Brie, Bruce Greenwood

Mentre l’esercito americano si trascina in una guerra, quella del Vietnam, impossibile da vincere, un consulente del Ministero della Difesa passa alla stampa un carteggio che prova la cattiva fede delle ultime amministrazioni (democratiche e repubblicane) rispetto alla vicenda. Dopo un primo affondo da parte del New York Times, sarà il Washington Post della solo apparentemente fragile editrice Katherine Graham a guidare la battaglia per la libertà di stampa contro gli insabbiamenti del governo.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film si inserisce molto bene nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane, in questo caso un inno alla vocazione democratica della stampa
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Spielberg ha impostato un racconto con una struttura abbastanza classica e Meryl Streep ha la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi
Testo Breve:

Nel periodo della guerra del Vietnam, il Washington Post decide di pubblicare un carteggio riservato che mostra come le ultime amministrazioni non abbiano detto la verità sulla gravità della situazione. Un’altra grande storia di Spielberg di coraggio civile

Si presenta come una sorta di prequel delle vicende narrate in Tutti gli uomini del presidente (lo scandalo Watergate è citato nell’ultima sequenza) l’ultimo lavoro di Steven Spielberg, che ben si inserisce nella filmografia del regista amante delle grandi storie di coraggio civile americane. La battaglia contro un governo ottuso e prevaricatore (che in molti hanno voluto vedere come una metafora della “resistenza” hollywoodiana contro l’amministrazione Trump) è presentata con una struttura abbastanza classica, un tripudio di personaggi più o meno riconoscibili (ma dove non arriva il dettaglio della scrittura ci pensa la buona volontà di una miriade di volti noti…) e una seconda parte decisamente più avvincente della prima.

L’inizio del film, infatti, mentre lo scandalo dei Pentagon Papers monta sotto traccia a partire dalla prima scena, si addentra piuttosto nelle vicende amministrative del Washington Post, all’epoca un quotidiano di secondo piano alla prese con un rifinanziamento tramite vendita di azioni, una mossa necessaria dopo un periodo di relativa crisi dovuto al suicidio del brillante editore. A guidare la baracca è rimasta la di lui vedova, Katherine (Meryl Streep), un personaggio che, in maniera anomala, diventa decisivo nella storia molto più di quello del direttore interpretato da Tom Hanks o di qualche eroico giornalista.

Questo slittamento di prospettiva in chiave femminista, sottolineato dalla presenza di un paio di reporter donne, in realtà praticamente ininfluenti poi sulla trama, nonché dalla sequenza finale fuori dal tribunale che sancirà la vittoria dei giornali sul Governo (qui, mentre gli uomini si lanciano in comunicati, la Graham silenziosa sfila tra donne che manifestano per la libertà di stampa), è forse anche un omaggio alle polemiche dell’oggi che però regala alla Streep la possibilità di costruire uno dei suoi memorabili personaggi.

La sua Katherine è una donna di casa, che ha vissuto all’ombra di un marito geniale (il giornale era della famiglia di lei ma il padre lo aveva dato in mano al genero) e ora si trova ad affrontare una schiera di uomini sempre pronti a dirle cosa deve fare, si tratti di come gestire un consiglio di amministrazione o stabilire quanto rischiare mettendosi in coda alle rivelazioni del New York Times, per amore della libertà di stampa, sì, ma anche per far guadagnare al Post un ruolo da quotidiano nazionale.

La parte più interessante (e forse meno notata) di questo percorso di emancipazione è in realtà quella iniziale, dove vediamo chiaramente che i dubbi della Graham non vengono solo da ragioni di prudenza, ma anche da conflitti che si potrebbero definire ideologici. Se, infatti, la battaglia dell’oggi è contro la facilmente demonizzabile amministrazione Nixon, lo scandalo invece affonda le sue radici nelle amministrazioni democratiche dei suoi “amici” del circolo dei kennediani…la cattiva coscienza della guerra, infatti, è assolutamente bipartisan.

La pellicola di Spielberg è un solido, benché non sempre egualmente appassionante, inno alla vocazione democratica della stampa, che porta in scena un mondo che oggi sembra lontanissimo. In tempi di wikileaks i giornali che si muovono tra scambi di carte e telefonate sembrano venire (e vengono) da un altro secolo ed è forse anche per questo che Spielberg ha voluto puntare su una linea, quella dell’editrice che scopre la sua vocazione di atipica leader poco amante del palcoscenico, che strizza l’occhio all’oggi svecchiando un impianto per altri versi anche troppo classico

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MADE IN ITALY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/29/2018 - 15:29
Titolo Originale: Made in Italy
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Luciano Ligabue
Sceneggiatura: Luciano Ligabue
Produzione: FANDANGO, ZOO APERTO, RISERVAROSSA, EVENTIDIGITALI FILMS
Durata: 98
Interpreti: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Ettore Nicoletti, Fausto Maria Sciarappa

Riko ha cinquant’anni e una vita che non gli piace più. È stanco di insaccare mortadelle tutti i giorni e il rapporto con sua moglie è ai minimi storici, tra litigi, incomprensioni e tradimenti. Solo nell’amicizia sembra trovare consolazione, in particolare quella con Carnevale, ma anche lì presto lo attendono delusione e sofferenza. Finalmente, una serie di drammatici accadimenti lo costringe a rimettere in discussione l’inerzia della sua esistenza, su cui da tempo si è adagiato. Toccare il fondo però è solo l’occasione per la rinascita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Artistico 
 
L’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché sono tantissimi i temi accarezzati e la storia risulta diluita per una sorta di “ingordigia” tematica. Solo nella seconda parte il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni
Testo Breve:

In questo terzo film di Luciano Ligabue con una colonna sonora tutta sua, un italiano qualunque che si era lasciato risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, torna ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese

Dopo circa sedici anni di silenzio cinematografico (Radiofreccia e Da zero a dieci sono ormai autentici cult per un’intera generazione di fan) arriva in sala la terza pellicola di Luciano Ligabue, la prima con la colonna sonora interamente composta dall’autore. Il film è infatti ispirato all’omonimo concept album (uscito nel 2016) del rocker di Correggio, che anche in questo frangente dimostra di essere perfettamente a suo agio dietro alla macchina da presa ma soprattutto di avere sempre tante cose da dire. Forse, in questo caso, anche troppe.

In Made in Italy, infatti, una normale storia d’amore tra due persone normali non è altro che un pretesto - lo si capisce già dal titolo - per tratteggiare un affresco amaro e un po’ polemico della nostra bellissima Italia, che fa leva su tanti bei sentimenti ma è d’altra parte infarcito, in ordine sparso, di luoghi comuni e persino di qualche velata (ma neanche più di tanto) reprimenda moralista al popolo italiano e alla sua classe dirigente. Soprattutto nella prima metà del film, in cui viene presentata la realtà di provincia in cui arrancano i due protagonisti, con le loro relazioni, i loro segreti e le loro sofferenze, sono tantissimi i temi accarezzati, inevitabilmente in modo un po’ superficiale: si parla infatti, in ordine sparso, di articolo 18 e del mondo del lavoro, di spread e di integrazione culturale, di ludopatie e di omosessualità. Tante, troppe cose quindi, con la conseguenza che l’avvio del film è lento e a tratti anche un po’ noioso perché la storia risulta diluita per questa sorta di “ingordigia” tematica.

Nella seconda parte però, dal momento in cui la scoperta del tradimento della moglie (Kasia Smutniak) fa esplodere la bolla esistenziale in cui vivono i protagonisti, il film ha un’accelerata significativa soprattutto sul piano dei sentimenti e delle emozioni. È in questa fase che emergono i veri personaggi, fin qui trincerati dietro a sofferenze e paure, e grazie alla bravura degli attori (soprattutto dell’impeccabile Accorsi) capita anche di commuoversi. Emerge infatti prepotente in questa fase, il punto di vista di un uomo a metà del proprio cammino esistenziale, che lasciandosi risucchiare dalla fatica e dalla monotonia della sua quotidianità, ha cominciato a dare tutto per scontato. Un uomo che non ha mai fatto scelte ma è sempre andato avanti sui binari che la vita ha scelto per lui.

E allora questo film è un invito a prendere in mano la propria vita, ad aprire gli occhi, per tornare ad apprezzare quanto di bello c’è nelle nostre esistenze e nel nostro Paese. Uno sprone ad uscire dal proprio cantuccio, perché a volte allontanarsi è l’unico modo per mettere a fuoco quello che prima avevamo troppo vicino per poterlo capire ed apprezzare. L’unica via, forse, per non accontentarsi e sentirsi veramente a casa.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHIAMAMI COL TUO NOME

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/28/2018 - 13:08
Titolo Originale: Chiamami col tuo nome
Paese: FRANCIA, ITALIA, USA, BRASILE
Anno: 2017
Regia: Luca Guadagnino
Sceneggiatura: James Ivory
Produzione: FRENESY, LA CINEFACTURE, IN COLLABORAZIONE CON WATER'S END PRODUCTIONS
Durata: 132
Interpreti: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar

1983. Nella campagna cremasca, il diciassettenne Elio Perlman trascorre l’estate nell’antica villa di famiglia. Il padre, un americano, è un professore specializzato nell’arte greco-romana e sua moglie, di origine francese, è una traduttrice. Elio ha assorbito dai genitori l’amore per i libri (passa molto tempo a leggere) e per la musica (si diletta a comporre). Arriva, come loro ospite per l’estate, Oliver, un ricercatore americano che deve aiutare il padre nella stesura di una ricerca. Elio sviluppa subito una grande ammirazione per Oliver, sicuro si se’, colto e anche bello….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Si tratta di un film ingannevole, perché disegna come ideale un incontro pederastico fra un adolescente e un giovane adulto, mentre traspare dal loro comportamento, solo un atteggiamento cinico, alla ricerca del proprio piacere
Pubblico 
Sconsigliato
Una nudità femminile. Riferimenti a pratiche sessuali di impronta volgare anche se non ci sono nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista riesce molto bene a ritrarre la vita di una famiglia intellettuale e benestante, l’atmosfera indolente della campagna cremonese in estate, mentre il bravo Timothée Chalamet ci presenta un adolescente irrequieto in preda alle sue pulsioni sessuali
Testo Breve:

Nell’estate del 1983 si consuma un rapporto pederastico fra un adolescente e un giovane adulto. Una buona regia e una buona recitazione avvallano ideologie edoniste ispirate alla cultura classica

Il regista Elio Guadagnino, attraverso un’accurata ricostruzione degli ambienti, delle atmosfere e la psicologia dei personaggi, ha voluto trasmetterci una precisa idea di amore e di bontà ma in questa operazione le parole che vengono dette finiscono per andare in contraddizione con i fatti, svelando quanto intellettuale e quasi disumana sia la sua proposta. Ma procediamo con ordine.

Guadagnino ci introduce fin dall’inizio all’interno di una famiglia di alto livello culturale ed Elio, molto bravo a suonare il pianoforte, si diletta a comporre musica. La vita scorre fra le comodità (la villa è curata da vari inservienti, che si occupano di tutto, dal preparare il pranzo a curare il giardino) e un certo ozio (c’è poco da fare nei dintorni, se non rinfrescarsi al fiume e frequentare i pochi locali di cui dispone la città). Un’ambientazione che favorisce, grazie soprattutto alle competenze del padre, la riflessione sul bello. Fin dai titoli introduttivi c’è un chiaro riferimento alla civiltà greca classica. In una sequenza, il professore e Oliver guardano le diapositive di alcune sculture greco-romane raffiguranti corpi maschili e non si trattengono dal manifestare la propria ammirazione per la sinuosità e l’armonia delle forme. E' proprio in questo contesto che si inserisce il rapporto fra Elio e Oliver.

Il ragazzo, già maturo da un punto di vista intellettuale, è carente di relazioni umane (preferisce spesso restare solo a leggere) e percepisce la forza ormai dirompente delle proprie pulsioni sessuali. In questa prospettiva vede in Oliver l’uomo compiuto che unisce intelligenza e bellezza. Dopo una prima reticenza di Oliver (presto superata) si stabilisce fra i due un rapporto pederastico dove il ragazzo cerca di soddisfare, con una relazione anche fisica, l’aspettativa che si è costruito su Oliver mentre questi ha modo di compiacersi della sua superiorità nei confronti di quella fragilità, sia fisica che psicologica, che coglie nel ragazzo adolescente.  

E’ il regista stesso, nel lungo colloquio finale fra il ragazzo e il padre (che ha intuito la relazione che si è costituita fra i due) che ci toglie ogni dubbio in merito all’ideale greco a cui il racconto è ispirato: “Sei troppo sveglio per non capire quanto sia raro e speciale quello che c’è stato fra te e Oliver" – dice il padre al figlio - “io ti invidio”. Il padre continua  sottolineando la sua visione esistenziale ed edonista della vita: non bisogna mai sprecare queste magnifiche occasioni, bisogna cogliere questi momenti magici perché si invecchia presto e il corpo appassisce. Il loro incontro – continua sempre il padre - ha avuto soprattutto un valore spirituale (ci sembra quasi di leggere il Simposio di Platone) perché Oliver è buono e anche Teo è buono.

Quindi niente da eccepire in questa meravigliosa armonia di corpi e di spiriti? In questo film la differenza la fanno le donne. “Pensavo di essere la tua fidanzata” dice l’adolescente Marzia, quasi timorosa e sottovoce, a Teo, con il quale ha già avuto degli incontri intimi ma il ragazzo, che ormai ha un’intesa con Oliver; sorride, alza le spalle e non ha niente da dirle. Anche Oliver, nel suo soggiorno in Italia, è stato con una ragazza, ma poi era scomparso e quando prende la corriera per tornare a casa, si limita a farle un saluto, quasi canzonatorio, dal finestrino. Entrambi non hanno avuto alcuno scrupolo a prendersi gioco delle buone intenzioni di queste ragazze, pensando solo a loro stessi. Destano molta tenerezza queste due donne che  non sono delle intellettuali come Leo e Oliver, ma semplicemente degli esseri umani che si sono innamorate e che vorrebbero instaurare una relazione più profonda. E’ evidente che nel definire, da parte del padre, “buoni” i due protagonisti, c’è una grande falsità ideologica, che mira a presumere il potere perfettivo di un amore pederastico.

Dal comportamento dei due traspare solo una grande dose di cinismo nei confronti degli altri, troppo impegnati a seguire i loro fantasmi intellettuali e a soddisfare le proprie pulsioni. Il culmine è raggiunto proprio dal ragazzo: in un pomeriggio ha una rapporto con l’incauta Marzia, passa poi la notte con Oliver e il giorno successivo lo vediamo impegnato a masturbarsi. Non ci sono molte ideologie o miti greci da invocare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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ELLA E JOHN - THE LEISURE SEEKER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/23/2018 - 09:01
Titolo Originale: The Leisure Seeker
Paese: Italia, Francia
Anno: 2017
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Stephen Amidon, Francesca Archibugi, Paolo Virzì e Francesco Piccolo, dal romanzo di Michael Zadoorian
Produzione: INDIANA PRODUCTION, CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Helen Mirren, Donald Sutherland, Christian McKay, Janel Moloney, Dana Ivey, Dick Gregory

Ella e John, ultrasettantenni, si stanno avvicinando al capolinea della loro vita trascorsa insieme: lei è malata di tumore, lui di Alzheimer. Quando ormai sembra che ad aspettarli non ci sia più nessuna sorpresa, sfuggono dal controllo dei figli e dei medici per regalarsi un'ultima vacanza a bordo del camper di famiglia, il Leisure Seeker.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due coniugi anziani mantengono intatta e, se possibile hanno rafforzato, la loro capacità di vivere uno per l’altra ma le mode correnti del cinema sono difficili da sovrastare e ricorrono al suicidio per evitare le fatiche della vecchiaia, incuranti del cattivo esempio che danno a figli e nipoti
Pubblico 
Sconsigliato
Una scena a contenuto sessuale, apologia dell’eutanasia Il film è stato giudicato "Restricted" in USA, mentre in Italia è stato considerato "Per Tutti"
Giudizio Artistico 
 
La parte centrale del film tende ad essere un po' episodica e slegata: tante piccole storie che si salvano dalla ripetitività solo grazie all'inconfondibile ironia dolceamara di Virzì e all'eccezionale bravura dei due protagonisti
Testo Breve:

Una coppia di ultrasettantenni, si concede un’ultima, pazza vacanza insieme prima di prendere quella decisione estrema molto alla moda nel cinema più recente

Paolo Virzì sbarca negli USA per dirigere il suo primo film interamente in lingua inglese; un'impresa resa ancora più ambiziosa dalla sua decisione di cimentarsi nel più americano dei generi, il road movie, attraverso l'adattamento del romanzo In viaggio contromano di Michael Zadoorian.

Quale sia il tema specifico di questo on the road, che ci accompagna da Boston fino all'estremità della Florida, è evidente fin dalle primissime scene: raccontare il mondo paradossale degli anziani, a cui per mettersi in viaggio serve la stessa dose di imprudenza di un adolescente in fuga. Ella e John, infatti, sono stati adulti responsabili e genitori amorevoli, ma da troppo tempo ormai, a causa delle rispettive malattie, sono stati privati di ogni libertà di scelta e ridotti a oggetto di cura da parte dei figli e dei medici. Rimettersi a bordo del Leisure Seeker (un camper vecchio e scassato quanto loro, ma altrettanto sorprendentemente in grado di funzionare) rappresenta un estremo tentativo di godersi quel che rimane della vita e riappropriarsi di un passato che, soprattutto nella mente di John, tende inesorabilmente a svanire.

Non a caso la strada che scelgono di percorrere è quella delle loro vacanze familiari, ma l'obiettivo finale si trova un po' più lontano di quanto non abbiano mai osato spingersi. Vogliono infatti arrivare fino all'isola di Key West per visitare la casa di Hemingway, lo scrittore amato e citato continuamente da John (forse perché anche lui e la moglie sembrano personaggi usciti dalle pagine de Il vecchio e il mare, nel loro particolare modo di essere sconfitti ma mai rassegnati).

Nonostante l'inizio intrigante, la parte centrale del film tende ad essere un po' episodica e slegata: tante piccole storie che si salvano dalla ripetitività solo grazie all'inconfondibile ironia dolceamara di Virzì e all'eccezionale bravura dei due protagonisti, Helen Mirren e Donald Sutherland, che riescono a dar vita a personaggi a tutto tondo, convincenti nei momenti di intimità come negli scoppi di rabbia.

John, professore e intellettuale, sta perdendo la testa, mentre la vitalità di Ella è minata da continui dolori. Ancora più di quanto non abbiano fatto nel corso della loro vita, sono costretti ad appoggiarsi l'uno all'altra per compensare alle proprie debolezze, ma soprattutto hanno entrambi bisogno del compagno per essere salvati dal peggiore dei mali, il non-luogo per eccellenza: l'ospizio/ospedale, dove gli ultimi anni di vita dei vecchi vengono nascosti agli occhi della società efficiente e indaffarata.

Questa fuga dall'ospedalizzazione accomuna Ella e John con l'opera precedente di Virzì, La Pazza Gioia, ma non riesce ad eguagliarne il livello: nel complesso questo film appare meno compatto e convincente, soprattutto nel finale. Quello che infatti Ella chiama "il loro lieto fine" risulta una soluzione abbastanza scontata e prevedibile (almeno nella seconda metà del film) e lascia piuttosto perplesso lo spettatore.

Ma come in ogni vero road movie, non è la meta ad essere importante (la casa di Hemingway si rivelerà buona solo per i turisti), ma è il viaggio che regala alla coppia pezzi di Paradiso. Basti pensare alla bellissima scena sula spiaggia o all'incredibile strada in mezzo al mare che collega le numerose isole e che, solo dopo Key West, lascia definitivamente spazio all'oceano.

Autore: Giulia Cavazza
In Televisione
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L'ORA PIU' BUIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/15/2018 - 23:22
 
Titolo Originale: Darkest Hour
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Joe Wright
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Produzione: WORKING TITLE FILMS
Durata: 114
Interpreti: Gary Oldman, Lily James, Ben Mendelsohn, Stephen Dillane, Kristin Scott-Thomas

Maggio 1940. La Francia sta soccombendo all’attacco dei carri armati di Hitler e in Inghilterra la politica di appeasement di Chamberlain mostra la corda. A guidare la nazione viene chiamato Winston Churchill, da sempre fiero oppositore di ogni accordo con il dittatore tedesco. Ma mentre le truppe inglesi sono accerchiate in condizioni disperate al di là della manica, in Inghilterra sono in molti a credere che l’unica via di uscita sia una pace onorevole. Churchill, nonostante la situazione si faccia sempre più drammatica, non intende cedere ed è deciso a forzare la mano ai suoi colleghi in parlamento

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra il valore dell'arte politica nella sua espressione più nobile: compattare una nazione intera di fronte a una gravissima minaccia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Scene di violenza bellica nei limiti del genere
Giudizio Artistico 
 
Il bravissimo Gary Oldman, nei panni di Churchill, è affiancato dal solito manipolo di straordinari attori britannici. A Wright si può rimproverare la solita tendenza un po’ estetizzante che finisce per mortificare l’indubbia drammaticità degli aventi a favore di scorci fotografici e movimenti di macchina acrobatici
Testo Breve:

Winston Churchill, appena eletto Primo Ministro nel 1940, deve convincere i tanti perplessi, disposti a concordare una pace onorevole con Hitler, a combattere fino all’ultimo uomo. Una storia vera ben ricostruita

Illuminato dalla grande performance di Gary Oldman, il film di Joe Wright, sceneggiato dallo stesso autore di La teoria del tutto, sceglie di focalizzarsi su un momento storico molto ristretto, poche settimane in realtà, che vanno dall’inizio dell’incarico dello statista al salvataggio dei soldati britannici a Dunkinrk. Del film di Christopher Nolan dedicato a questo episodio potrebbe essere considerato l’ideale complemento. Tanto quello si concentra su un’azione spesso muta e su un punto di vista programmaticamente ristretto e incompleto, tanto quanto qui si ammirano i meccanismi della politica e dei suoi retroscena. Il Churchill di Oldman è un uomo dalle forti passioni (non solo politiche, non si trattiene né sull’alcol né sul fumo e il trattamento che riserva alla segretaria oggi sarebbe ai limiti delle molestie) con un’ambizione smisurata e poche salde convinzioni.

Una di queste è l’impossibilità di qualsiasi trattativa con Hitler e sulla base di questa, sfidando l’evidenza di una guerra apparentemente persa in partenza (le truppe bloccate in Francia, i mezzi militari insufficienti, il sostegno parlamentare altalenante) e i propri stessi dubbi e debolezze, riesce a condurre un’intera nazione a una decisione storicamente decisiva.

Film e serie televisive (tra queste l’ottima The Crown, che a Churchill ha dedicato un ritratto altrettanto incisivo) ci hanno negli anni reso familiari le dinamiche imperfette della politica anche in quei momenti che la storia ha poi cristallizzato come eroici. L’ora più buia ha il merito di mostrare come la forza e la debolezza dell’uomo e del politico Churchill nascano in realtà dalla stessa sorgente, una testardaggine a volte quasi cieca di fronte all’apparente ragionevolezza delle posizioni avversarie, la spietatezza necessaria di decisioni dolorose (il sacrificio della guarnigione di Calais, la stessa che anni prima aveva condotto al massacro di Gallipoli), la visionarietà che può passare per follia.

Oldman è circondato dal solito manipolo di straordinari attori britannici (Kristin Scott-Thomas nei panni della paziente consorte, Stephen Dillane in quelli dell’avversario pacifista Halifax, Ben Mendelshon in quelli di un reticente Giorgio V) oltre che dall’ormai onnipresente Lily James, cui tocca la parte della “ragazza comune” e una linea narrativa un po’ prevedibile.

A Wright si può rimproverare la solita tendenza un po’ estetizzante che finisce per mortificare l’indubbia drammaticità degli aventi a favore di scorci fotografici e movimenti di macchina acrobatici. La struttura pressoché impeccabile della storia ha un unico momento (la parola chiave è metropolitana) che, a seconda dello spirito dello spettatore, risulterà un pezzo di cinema imperdonabilmente imbarazzante o smaccatamente e gloriosamente popolare.

Quale che sia il giudizio, è certo che in quell’ora buia che avrebbe segnato i destini dell’Europa Churchill abbia saputo incarnare il meglio dello spirito britannico.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/13/2018 - 22:34
Titolo Originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Martin McDonagh
Sceneggiatura: Martin McDonagh
Produzione: BLUEPRINT PICTURES, FILM4, FOX SEARCHLIGHT
Durata: 121
Interpreti: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish

Sono ormai sette mesi che l’adolescente Angela è stata violentata e uccisa nella campagna non lontano dalla sua casa. Mildred, la madre, non si dà pace e per scuotere il torpore della polizia fa affiggere tre grossi cartelli stradali che chiedono a Willoughby, lo sceriffo della contea, perché non ci sia stato finora neanche un arresto. Lo sceriffo è molto apprezzato dalla comunità locale e quei cartelli suonano come un insulto. Quando lo sceriffo si suicida perché ammalato gravemente di cancro, la gente pensa che la colpa del gesto debba ricadere su Mildred …

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una piccola società rurale vive nella consuetudine alla violenza come unico metodo per farsi rispettare. Un’apologia dell’eutanasia. Un singolo esempio di perdono che viene accettato
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di colluttazione violente, turpiloquio, un suicidio
Giudizio Artistico 
 
Il film è diretto e recitato benissimo. Alcune perplessità sulla sceneggiatura
Testo Breve:

Una donna chiede giustizia per sua figlia violentata e uccisa. Un western moderno ben diretto  dove sono pochi i buoni in un luogo dove la violenza è di casa 

Ebbing è una piccola cittadina del Midwest degli Stati Uniti, con ancora radicate tradizioni razziste, come lascia intendere questo film. “Anche se licenziassimo tutti i poliziotti che picchiano i negri, resterebbero sempre quelli che odiano gli omosessuali”: osserva rassegnato lo sceriffo. Ma il problema non è solo il comportamento dei poliziotti; fra la stessa popolazione vige un principio radicato: se qualcuno ti colpisce o ti insulta, bisogna vendicarsi con la stessa violenza. La prima a comportarsi in questo modo è proprio la protagonista: chi le fa osservare che quei cartelli accusano proprio lo sceriffo che è giusto e rispettoso con tutti, lei risponde con degli insulti (è il caso del sacerdote che viene a trovarla a casa); se qualcuno, dopo la morte dello sceriffo, incendia i suoi tre cartelloni, lei decide di andare di notte a lanciare bottiglie molotov per incendiare il Commissariato di Polizia.  Questa regola generale, della violenza come unico mezzo per far valere le proprie ragioni, viene attenuata da piccoli sprazzi di umanità, che non annullano la regola generale. Il poliziotto che ha buttato giù dalla finestra un giovane chiede perdono del suo gesto, pentimento che viene accettato. La stessa Mildred viene invitata a riflettere: “la rabbia genera solo altra rabbia” è l’osservazione della donna del suo ex marito, che vede in lei non certo un’elaborazione del lutto ma solo la voglia di applicar la legge del “dente per dente, occhio per occhio”.

Al centro del film si colloca il suicidio dello sceriffo ammalato di cancro, la parte più problematica del film. Lo sceriffo ha una moglie che lo ama e due adorabili figlie nei confronti delle quali avrebbe dovuto sentire fino alla fine la sua responsabilità educativa, incluso quello di mostrare che la morte è un fatto naturale, arricchito dall’ esempio di un padre che fino all’ultimo si è dedicato a loro. Non accade così nel film: lo sceriffo si suicida dichiarandolo un “atto di coraggio”. Lui stesso infatti rivela in una lettera l’atteggiamento esistenzialista e materialista che sta alla base del suo gesto: ha cercato di fare in modo che la moglie e le figlie si ricordassero dell’ultima, serena, giornata passata insieme al lago, piuttosto che partecipare alla sua lunga agonia (che sarebbe stato invece, per le figlie, un bellissimo esercizio di carità). 

Il film è diretto e recitato benissimo. Resta qualche perplessità sulla sceneggiatura. Lo sceriffo che si suicida e lascia tre lettere-confessioni ad altrettante persone perché diventino più buone, appare una soluzione troppo teatrale; la “conversione” dell’agente Sam Rockwell che passa da stupido e brutale razzista a fine investigatore alla ricerca onesta del vero colpevole appare troppo brusca e più che di una conversione sembra che ci troviamo di fronte a due persone diverse. Anche il suo trovarsi occasionalmente di notte dentro il commissariato alla ricerca di una lettera proprio quando Mildred lancia le bombe Molotov appare un espediente narrativo alquanto forzato. Resta di positivo, in questo western moderno, la riflessione che invita a fare sul radicamento profondo della violenza nella cultura americana. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/09/2018 - 18:24
Titolo Originale: The Death of Stalin
Paese: FRANCIA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Armando Iannucci
Sceneggiatura: Armando Iannucci, David Schneider, Ian Martin (II)
Produzione: QUAD PRODUCTIONS, MAIN JOURNEY, FREE RANGE FILMS, GAUMONT
Durata: 107
Interpreti: Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Jason Isaacs, Michael Palin, Andrea Riseborough,Olga Kurylenko

Mosca, 1953. Joseph Stalin si trova nella sua dacia ad ascoltare un disco che ha espressamente richiesto a Radio Mosca dell’ultimo concerto di Mozart, quando cade a terra colpito da emorragia celebrale. Il primo ad accorrere è Beria, capo della polizia segreta, che evita di chiamare subito un dottore nella speranza che finisca di morire. Dopo che sono arrivati anche Kruskev e gli altri membri del Politburo, viene organizzata una riunione improvvisata per decidere quale dottore chiamare al capezzale del dittatore. Il problema non è di facile soluzione perché quelli più validi sono stati tutti giustiziati e non resta che radunare una equipe improvvisata, costituita da dottori in pensione o troppo giovani. Accertato definitivamente che Stalin è morto, iniziano gli intrighi e gli accordi segreti per stabilire chi dovrà essere il successore del dittatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film può avere un valore nella misura in cui vengono descritte realisticamente le atrocità a cui può pervenire una dittatura
Pubblico 
Adolescenti
L’atmosfera di violenza e sopraffazione in cui si svolge il racconto non è adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film eccelle per la ricostruzione di una Mosca anni ’50 e per la bravura degli attori. Discutibile la scelta di fare una satira (ovviamente amara) intorno a quei fatti terribili realmente accaduti
Testo Breve:

Il regista inglese Iannucci, esperto in satire politiche, ricostruisce il momento cruciale della morte di Stalin. Un film ben realizzato che trasforma dei fatti realmente accaduti in una gelida satira della dittatura

Il regista scozzese Armando Iannucci ama parlare del potere e prenderlo in giro con quell’ironia dissacrante e libera che abbiamo conosciuto da altri importanti autori inglesi: i Monty Python. Con la serie televisiva trasmessa dalla BBC The Thick of it , Iannucci metteva in primo piano un fantomatico e inetto ministro di gabinetto totalmente inadatto a quella carica mentre nella serie Veep , trasmessa dalla rete via cavo americana HBO e poi in Italia da Sky Atlantic, abbiamo conosciuto una vice presidente incompetente  che si sentiva sempre molto vicina al potere senza poterlo mai assaporare realmente.
Con questo portafoglio di successi (con il serial americano ha collezionato numerosi Emmy Awards) Iannucci ha guardato con interesse alla graphic novel: La morte di Stalin dei francesi Fabien Nury e Thierry Robin. Si è trattato di un ottimo connubio artistico perché Iannucci è stato capace di riproporre sullo schermo gli effetti cromatici dell’opera cartacea (il rosso delle bandiere in contrasto con il grigio scuro delle divise, i poderosi palazzi bianchi degli anni trenta di Mosca) e la scenografia è forse una delle parti più curate e meglio riuscite del film.

La narrazione mette a fuoco il comportamento di quel manipolo di uomini che si erano conquistati il privilegio di sedersi allo stesso tavolo del potere di Stalin, in quel momento cruciale del 1953, quando il dittatore muore e il regime di terrore messo in piedi rischia di saltare mentre la lotta alla successione  inizia immediatamente senza esclusione di colpi.

Il tema è estremamente serio ed è legittimo domandarsi se sia stato giusto utilizzare lo stile gelido e sarcastico che abbiamo conosciuto con i Monthy Python. Il punto è che i dittatori sono sempre troppo seri e quel genio di Chaplin aveva già capito qual è il miglior modo per prenderli in giro: smontarli nella loro presunzione, rappresentando un dittatore che gioca con il mondo come se fosse una palla. Si tratta in realtà di un confronto non pertinente. Chaplin, stava sviluppando una satira nei confronti di un uomo a lui contemporaneo, come se qualcuno facesse oggi (come accade di fatto) una satira su Trump; le satire in questo modo sono sempre in qualche modo costruttive, perché fanno comprendere, alla persona a cui è destinata, come certi comportamenti non siano apprezzati dai più.  In secondo luogo Chaplin, a quel tempo, aveva del nazismo una conoscenza superficiale. Lui stesso, finita la guerra, dichiarò: "se avessi saputo com'era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti".

Ecco perché questo film, alla fine, finisce per disturbare: stiamo parlando non di attualità ma di storia, di terribili fatti realmente accaduti, dove non è corretto stabilire quella distanza che si ottiene facendo della satira. Nel film Beria distribuisce continuamente nuove liste di sospettati da fucilare o mandare nei gulag; basta che una persona irriti anche superficialmente Stalin per considerarsi già morto. Il terrore è l’unico movente che spinge le persone ad ubbidire, a subire, a mentire. Non vengono trascurati alcuni fatti realmente accaduti, come la decimazione dei dottori a Mosca e perfino il particolare dell’installazione, sotto il tavolo della sala del Politburo, di un pulsante rosso che venne utilizzato per consentire al generale Georgy Zhukov di fare irruzione, portar via Beria e farlo giustiziare all’istante.

Il film resta comunque di ottima fattura, grazie soprattutto all’ interpretazione tragica e comica al contempo dei protagonisti e alla raffinata scenografia.

Ciò che resta impressa, mirabilmente ricostruita nel film (probabilmente in Computer Grafica) è la folla immensa che avanza silenziosa per rendere omaggio alla salma del loro “padre”. Si tratta di una di quelle immagini che superano il contingente e che ci fanno immergere nei complessi misteri della storia.

Di come un popolo, sicuramente oppresso, abbia saputo riconoscere in lui il salvatore della patria dall’invasione nazista e il traghettamento a un’economia socialista, verso la quale continuava a riporre, a quei tempi, grandi speranze.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTI I SOLDI DEL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/08/2018 - 23:12
Titolo Originale: All the Money in the World
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: David Scarpa (dal libro di John Pearson)
Produzione: LUCKY RED IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT
Durata: 113
Interpreti: Michelle Williams, Christopher Plummer, Mark Wahlberg, Charlie Plummer, Romain Duris

Roma, 1973. Il giovane John Paul Getty III, nipote dell’uomo più ricco del mondo, viene rapito. Sua madre Gail precipita nel panico. Il nonno, invece, sembra inizialmente non credere neppure alle richieste di riscatto e manda sul posto il suo esperto di sicurezza, Fletcher Chase, per gestire la situazione. Passano le settimane e i mesi, ma il vecchio magnate si rifiuta di pagare anche quando la situazione diventa seria e così per il giovane Paul le cose rischiano di mettersi molto male…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mette in scena la miseria umana dell’uomo più ricco del mondo
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di tensione e violenza, nudo e una scena di mutilazione
Giudizio Artistico 
 
Il film è gestito con il solito notevole mestiere da Scott, anche se alla fine la storia fatica un po’ a coinvolgere e la scrittura fa quello che può per complicare le cose Sintesi
Testo Breve:

Nel 1973 viene rapito in Italia, per ottenere un favoloso riscatto, il nipote dell’uomo più ricco del mondo. Il sempre bravo regista Ridley Scott non riesce questa volta a coinvolgere lo spettatore a causa di una sceneggiatura alla ricerca affannosa di continui colpi di scena 

Che i soldi non facciano la felicità è un vecchio adagio che potrebbe riassumere il senso dell’ultimo thriller d’epoca dell’ottantenne ma sempre brillantissimo Ridley Scott, che prende spunto da un caso di cronaca nera italiana del 1973, quando il sedicenne nipote del petroliere più ricco del mondo venne rapito da uomini della ’ndrangheta per chiedere un riscatto faraonico al nonno.

Scott e il suo sceneggiatore scelgono di ricamare ampiamente sui fatti (vedremo come se la caverà Danny Boyle, che dallo stesso episodio ha ricavato una serie in uscita nel 2018), soprattutto nel finale per aumentare suspense e azione.

I soldi non mancano al vecchio Getty, che dell’accumulo di oggetti e opere d’arte sembra aver fatto una ragione di vita, certo per amore della bellezza, ma soprattutto, come capiremo più avanti, per ragioni “fiscali”. La sua casa così simile a un museo (dove troneggia, però, come da leggenda metropolitana, una cabina a gettoni per le telefonate degli ospiti) è per metà un’enorme cassaforte, per l’altra una sorta di mausoleo alla propria straordinaria capacità di guadagnare e mantenere il denaro con sé.

Cosa che gli riesce assai meno bene con i discendenti, di cui pure in qualche modo sente la necessità, visto che nei suoi vagheggiamenti si immagina fondatore di una dinastia, come l’imperatore Adriano di cui si reputa una reincarnazione (scelta curiosa, l’imperatore filosofo amante del bello, per un uomo  del genere…).

Il figlio John Paul Getty II sfugge alla pesante figura paterna finendo a drogarsi in Marocco, mentre la nuora Gail negozia l’affidamento esclusivo dei figli in cambio dell’abbandono di ogni pretesa sul patrimonio di famiglia. E così il giovane Paul cresce (non tra miserie e ristrettezze parrebbe, comunque) nella Roma della Dolce Vita, aggirandosi tra paparazzi, piccole celebrità e prostitute simpatiche (Scott evidentemente non ha paura dei cliché) finché non viene rapito e trasportato nella Calabria più selvaggia da un manipolo di delinquenti. Tra i soliti attori italiani prestati al cinema americano per due battute dimenticabili, spicca l’unica star internazionale, il francese Romain Duris, nei panni di Cinquanta, il membro del gruppo che stabilisce una sorta di rapporto affettivo con il ragazzo.

Per la maggior parte del tempo, però, il film segue i disperati tentativi di Gail di recuperare il figlio, con la collaborazione inizialmente diffidente e poi sempre più coinvolta di Fletcher Chase, il responsabile della sicurezza di Getty e in fondo il personaggio con il percorso più completo nella storia.

Il film è gestito con il solito notevole mestiere da Scott, anche se alla fine la storia fatica un po’ a coinvolgere. Del giovane Paul, nonostante sia la sua voce a introdurci nella storia, continuiamo a sapere troppo poco, mentre la scrittura fa quello che può per complicare le cose a Gail e Fletcher. Non è sempre facile appassionarsi, però, alle richieste di denaro di questa mamma dolente in Chanel, mentre il pubblico italiano potrebbe trovare fastidioso l’auto-doppiaggio dei nostri attori e l’indulgenza americana allo stereotipo del Bel Paese affascinante e corrotto.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VI PRESENTO CHRISTOPHER ROBIN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/04/2018 - 10:28
Titolo Originale: Goodbye Christopher Robin
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Simon Curtis
Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce, Simon Vaughan
Produzione: Dj Films, Gasworks Media
Durata: 117
Interpreti: Domhnall Gleeson, Margot Robbie, Kelly MacDonald

A.A. Milne ,brillante scrittore traumatizzato dalla Prima Guerra Mondiale, trova una rinascita nel rapporto con il figlioletto e nelle storie che scrive per lui ispirandosi al suo orsacchiotto. Ma l’improvviso successo planetario della sua opera mette alla prova la tenuta della fragile famiglia ed è per Christopher un’eredità complicata da gestire…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Né il protagonista Milne, con i suoi traumi dolorosi e l’ossessione per la pace nel mondo, che non riescono a giustificare del tutto l’egoismo dell’artista, né la moglie, che esaurisce i propri slanci materni in rari momenti di istrionica presenza, sono realmente vicini al loro figlio Cristopher. L’unica che sembra avere un’idea minimamente chiara dei bisogni del ragazzo è la tata
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza di guerra
Giudizio Artistico 
 
Incerto tra il classico racconto alla Shakespeare in Love (epitome di un certo modo di raccontare la genesi dell’opera d’arte attraverso la biografia del suo autore) e il dramma familiare strappalacrime, questo omaggio al creatore dell’orsacchiotto di pezza più famoso del mondo si perde per molte strade senza riuscire a seguirne fino in fondo nessuna
Testo Breve:

Come sono nati i libri su Winnie the Pooh, l’orsacchiotto più famoso del mondo? Il film racconta la vita del suo autore e della sua fragile famiglia, che finisce per restare travolta dal successo raggiunto

Incerto tra il classico racconto alla Shakespeare in Love (epitome di un certo modo di raccontare la genesi dell’opera d’arte attraverso la biografia del suo autore) e il dramma familiare strappalacrime, questo omaggio al creatore dell’orsacchiotto di pezza più famoso del mondo si perde per molte strade senza riuscire a seguirne fino in fondo nessuna.

Da un lato A.A. Milne (Domhnall Gleeson, sempre molto bravo), autore umoristico così traumatizzato dalla guerra di trincea da volersi dedicare a un libro contro la guerra e ritirarsi in campagna lontano dalla vita mondana, dall’altro la sua brillante consorte (Margot Robbie, australiana, ma convincentissima come londinese amante della vita di società), che lo vorrebbe autore di successo e che ritiene pressoché esaurita la sua funzione di madre dopo aver partorito il suo erede.

Nel mezzo un bambino, Christopher Robin, affidato alle amorevoli cure di una tata religiosa e affettuosissima, ma inevitabilmente di troppo nel già complicato rapporto tra i genitori.

Finché un giorno il padre, mollato da solo con il pargolo per urgenze familiari della tata e indisponibilità della consorte, scopre che la migliore medicina per il suo disagio sono proprio le storie fantastiche che crea per suo figlio e che hanno per protagonista un avventuroso orso di pezza.

È in questo momento che il film, per il resto condotto con un’onesta ma non indimenticabile regia, cerca un’apertura fantastica che renda lo sguardo fantasioso, innocente e meravigliato sul mondo che ha reso un piccolo orso di pezza un compagno di giochi per tanti bambini.

Fin qui tutto bene, perché poi a complicare le cose interviene l’imprevedibile successo letterario (con tanto di giri promozionali, concorsi e merchandising ante litteram), destinato a lasciare il segno su un bambino che diventa troppo presto solo un personaggio e che al “maledetto orso” deve cedere l’attenzione paterna così faticosamente conquistata trovandosi segnato per la vita da quella notorietà mai cercata.

Né Milne, con i suoi traumi dolorosi e l’ossessione per la pace nel mondo, che non riescono a giustificare del tutto l’egoismo dell’artista (di fatto la sua intera opera letteraria verrà offuscata dai due libri per bambini), né la moglie, che esaurisce i propri slanci materni in rari momenti di istrionica presenza, sono personaggi che destino molta simpatia, neppure quando spasimano per la sopravvivenza del figlio soldato.

Il piccolo Christopher, comprensibilmente, viene fuori piuttosto disturbato e pur di liberarsi della pesante eredità familiare finisce addirittura volontario in guerra allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

L’unica che sembra avere un’idea minimamente chiara dei bisogni di Christopher è la tata, che però a un certo punto, esasperata, molla tutti quanti per farsi una famiglia sua.

Quello che emerge è uno strano ritratto di famiglia disfunzionale con artista, in cui l’operazione letteraria è vista di volta in volta come veicolo di catarsi personale, tramite di legami incerti e dolorosi, operazione commerciale senza scrupoli, o catalizzatore di una grande consolazione collettiva di fronte ai traumi di una generazione.

Perso in queste troppe suggestioni il film finisce talvolta per diventare un po’ noioso nei suoi snodi e a tratti involontariamente ridicolo dove vorrebbe essere sinceramente drammatico. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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