Dramma

22 JULY

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/15/2018 - 13:53
Paese: NORVEGIA, ISLANDA
Anno: 2018
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Paul Greengrass
Produzione: SCOTT RUDIN PRODUCTIONS
Durata: 133
Interpreti: Anders Danielsen Lie, Jon Øigarden, Jonas Strand Gravli

La mattina del 22 agosto 2011, Anders Breivik, esce di casa, dove vide da solo con sua madre, con un pulmino che lascia davanti al palazzo dove ha sede l’ufficio del Primo Ministro. Si allontana travestito da poliziotto in assetto da sommossa, particolare che lascia dubbiosi gli agenti al controllo delle tecamere di sicurezza, facendo guadagnare all’attentatore quei pochi secondi che gli consentono di allontanarsi prima che il pulmino esploda causando 8 morti e 209 feriti. La notizia si sparge rapidamente e Andres approfitta della situazione per recarsi indisturbato all’isola di Utoya, sempre travestito da poliziotto, dichiarando di essere l’agente incaricato della protezione dei giovani che stanno partecipando a un campo estivo indetto dal partito laburista norvegese. A questo punto Andres imbraccia un fucile automatico di precisione e inizia a sparare a tutti quelli che gli capitano sotto tiro, uccidendone 69. Quando arrivano i corpi speciali della polizia per arrestarlo, non oppone resistenza ma si dichiara leader di un’armata di crociati che vogliono riportare la Norvegia e l’Europa alla sua genuine tradizioni, senza inquinamenti causati dalle recenti immigrazioni.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dopo l’attentato del luglio 2011 i giovani sopravvissuti e l’intera nazione norvegese trovano le energie morali per tornare alla normalità senza praticare l’odio ma affidandosi alla giustizia legale
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni dettagli di interventi chirurgici e le sequenze drammatiche della strage sull’isola sconsigliano la visione ai minori
Giudizio Artistico 
 
La ricostruzione dei fatti accaduti è particolarmente accurata ma i dialoghi sono modesti e lo svolgimento risulta piatto, senza picchi di attenzione, con l’eccezione della sequenza del massacro
Testo Breve:

Gli eventi drammatici del 22 luglio 2011, quando un fanatico uccise 67 persone nell’isola norvegese di Utoya e il processo che ne seguì, vengono ricostruiti con grande rigore. La tecnica descrittiva impiegata finisce per ridurre l’interesse dello spettatore e ci sono alcune carenze nella sceneggiatura

Abbiamo già avuto modo di conoscere il regista-sceneggiatore Paul Greengrass, attraverso i suoi precedenti film, sempre interessato a raccontare, con il massimo possibile di adesione alla realtà,  gli eventi drammatici che hanno segnato la nostra epoca. In Bloody Sunday aveva raccontato l'uccisione di 13 manifestanti inermi  perpetrato dalle truppe inglesi nel '72 nella cittadina  irlandese di Derry, innescando l’adesione di tanti giovani irlandesi al movimento violento dell’IRA. Con il film United 93 aveva ricostruito i momenti drammatici del dirottamento del terzo aereo dell’11 settembre, quello destinato probabilmente ad abbattersi sulla Casa Bianca, che si concluse con la sua caduta e la morte di tutti i passeggeri, dopo un vano tentativo di ribellione. 

Ora, in questo 22 July, prodotto da Netflix, sulla strage compiuta sull’isola di Utoya nel 2011, ritroviamo lo stesso rigore nella ricostruzione dei fatti realmente accaduti.

In film è diviso in tre capitoli, l’azione terroristica, la lenta riabilitazione dei giovani feriti e lo sviluppo dell’iter processuale che portò alla condanna di Breivik. Tutti e tre i capitoli sono stati soggettivizzati: il primo viene narrato nella prospettiva dell’autore della strage, nel secondo parlano il corpo mutilato e gli incubi nelle notti insonni del giovane superstite Viljar; il terzo infine dettaglia l’impegno dell’avvocato Geir Lippestad,che accettò di difendere il terrorista, convinto che l’unico modo per rispondere al fanatismo violento fosse mostrare la superiorità delle istituzioni democratiche.

Nelle più di due ore di durata, il regista riesce a ricostruire con chiarezza i fatti accaduti, ma riesce allo stesso modo ad appassionare lo spettatore? Come era apparso già chiaro in United 93, Paul Greengrass ha uno stile tutto suo di raccontare fatti realmente accaduti. Per lui il “sigillo” dell’obiettività è costituito sia dal mostrare le istanze dei “cattivi” che dei “buoni” in modo rigorosamente paritetico, così da ottenere una resa della realtà a uno stadio ancora “preinterpretato”. Si tratta di una scelta tecnicamente ineccepibile ma che lascia a volte perplessi: nel caso di 22 July, viene dato ampio spazio alle dichiarazioni di lucido fanatismo del terrorista, che si ritiene investito di una sacra missione. Anche la figura dell’avvocato, impegnato a difendere quel “mostro” perchè la legge prevede la giusta difesa anche dei peggiori criminali, ci lascia sgomenti quando va in giro a cercare altri teorici norvegesi del fanatismo di destra per dimostrare che le idee di Anders Behring non erano isolate. Una sgradevolezza acuita anche dalla modestia dei dialoghi.

Probabilmente il vero problema di questo film è che Paul Greengrass ha fallito proprio l’obiettivo che voleva raggiungere: riprodurre la reazione di un popolo ferito da un atto particolarmente traumatico. Quando una nazione è colpita in questo modo, come è accaduto in Norvegia, siamo sicuri che l’applicazione rigorosa delle leggi democratiche sia l’unico antidoto per recuperare la compattezza e la fiducia in se stessa? E’ vero che ogni popolo reagisce in base alla propria cultura ma un film come Stronger- Io sono il più forte  sull’attentato alla maratona di Boston del 2013 si muove nella direzione opposta. L’attentato innesca una maggiore solidarietà fra i cittadini, l’impegno a fare ognuno la propria parte, a sviluppare mediaticamente lo spirito di riscossa della città, ponendo sul palco mediatico l’uomo a cui, dopo l’attentato, erano state amputate le gambe. In parte anche Greengrass cerca di mostrare lo stesso sentimento con la figura del giovane Viljar , che accetta di testimoniare al processo, avendo il coraggio di guardare in faccia lo sterminatore, gesto-simbolo che vuole ribadire che le  forze del male non prevarranno ma l’effetto risulta limitato.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Il film è presente in Televisione
Canale: NETFLIX
Data Trasmissione: Lunedì, 15. Ottobre 2018 (Tutto il giorno)


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UN AFFARE DI FAMIGLIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/10/2018 - 16:09
Titolo Originale: Manbiki kazoku
Paese: Giappone
Anno: 2018
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Produzione: AOI PROMOTION, FUJI TELEVISION NETWORK, GAGA
Durata: 121
Interpreti: Kirin Kiki, Lily Franky, Sakura Andô ,

In una baracca vivono cinque persone con relazioni simil-familiari, nel senso che non c’è fra tutti un vero legame naturale ma solo affettivo. C’è “la nonna” (Hatsue), “un padre” (Osamu), “una madre” (Nobuyo), la nipote maggiorenne di Hatsue (Aki) e due “figli” più piccoli: un maschio (Shota) e una bambina (Juri). In realtà Shota e Juri sono due trovatelli che Osamu ha addestrato a compiere furti nei supermercati per trovare sempre qualcosa da mangiare per la “famiglia”. Tutti hanno convenienza a vivere nella stessa baracca perché se Osamu procura loro da mangiare, la “nonna” Hatsue beneficia della pensione del marito morto...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista ci propone un’etica puramente individualista e utilitarista, chiusa all’interno di un micronucleo familiare. Per fortuna due personaggi riescono a riscattarsi
Pubblico 
Adolescenti
Un scena con nudità. Comportamenti diseducativi
Giudizio Artistico 
 
Kore-Eda sviluppa il racconto con una cura impeccabile nelle inquarature e nel dettagliare i rapporti fra i protagonisti. Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018
Testo Breve:

Una famiglia del proletariato giapponese, molto unita,  vive di piccoli furti e imbrogli. Un racconto sulle debolezze umane con un piccolo riscatto finale

Quando lo spettatore inizia a seguire questa insolita, numerosa famiglia che riesce incredibilmente a vivere con serenità in spazi limitati fra mille oggetti distribuiti senza un ordine apparente (ma la nonna trova sempre tutto) cerca di comprendere  quale sia il messsaggio principale che il regista Kore-Eda ha voluto trasmetterci. E’ probabile che si stia assistendo a un film di denuncia sociale, un racconto realistico su come viva il proletariato giapponese (il padre Osamu fa l’operaio di cantiere su chiamata, la mamma Nobuio è una operaria-stiratrice in una ditta di pulizie, mentre la nipote Aki si presta a spogliarsi come ragazza di vetrina in un locale per soli uomini). Questa prima ipotesi interpretativa si eclissa rapidamente: man mano che scopriamo di trovarci di fronte a una famiglia più “virtuale” che reale, vengono alla mente altri film dell’autore che si era già interrogato su cosa voglia realmente dire essere padre, madre o figlio. Emblematico è stato Father and son dove uno scambio in culla di due neonati costringe due famiglie ad accogliere un ragazzo sconosciuto come il proprio figlio e a domandarsi se la paternità sia un fatto naturale o esclusivamente affettivo. Ritratto di famiglia con tempesta cerca di sondare la resistenza dei legami familiari anche quando si ha a che fare con un padre poco responsabile e con una coppia che si è irrimediabimente separata. Little Sister è invece, in modo più diretto, un sostegno al concetto di  famiglia allargata: due ragazze accolgono fra loro la sorellastra, frutto di una relazione del padre con una seconda moglie. Anche in quest’ultimo  Un affare di famiglia, la “madre” Nobuyo che, non ha potuto avere figli ma che alleva con amore i due trovatelli, si domanda: “si è madri solo perché si partorisce?”.

Eppure, il tema della famiglia, pur così importante per il regista,  non costituisce ancora l’essenza di questo film che affronta un tema di ben più ampio respiro, squisitamente etico.

La famiglia che ci viene presentata è incantevole: ognuno è gentile e comprensivo verso l’altro, scherzano serenamente quando si ritrovano tutti a tavola,  affrontano con serenità anche le sventure che vengono sempre compartecipate. In realtà è proprio l’appartenere a questa famiglia sui generis , accettare la sua micro-cultura, che costituisce un forte limite per i suoi componenti, che si sono costruiti un sistema di valori di loro esclusiva convenienza. Il “padre” Osamu non ha esitato  ad addestrare i due orfanelli a rubare, per il “bene della famiglia”; in fondo, spiega ai ragazzi: “le merci al supermercato non sono di nessuno”. Osamu e Nobuyo hanno preso in casa la piccola Juri e non si sono preoccupati di cercare i suoi genitori: “noi non l’abbiamo rapita – si giustificano – non abbiamo chiesto un riscatto, le abbiamo dato da mangiare”. Quando muore la nonna, gli altri componenti della famiglia non si preoccupano di organizzare un funerale ma la sotterrano sotto il pavimento della baracca dove vivono. “Noi non l’abbiamo abbandonata, l’abbiamo accolta”: così si giustifica Nobuyo davanti alla poliziotta che le contesta il reato di sottrazione di cadavere.

Kore-Eda ci sta proponendo un’etica individualista, anzi un’etica chiusa all’interno di una famiglia, dove ogni comportamento trova la sua giusticazione con una logica strettamente immanente a quel microcosmo,  incapace di trascendere verso il resto della società a cui loro stessi appartengono con senso di responsabilità e di giustizia. Il film, verso la fine, subisce un brusco cambio di scena e compare l’altra società, quella ufficiale, giusta, ordinata, simboleggiata anche dall’eleganza e la giovanile bellezza del commissario che svolge le indagini su questa strana famiglia. L’autore non sembra, alla fine, mostrare preferenze fra queste due diverse visioni della vita, quasi fosse giusta la loro coesistenza, la prima adatta a un  microcosmo familiare , la seconda come un inevitabile impegno, necessario per gestire rapporti interpersonali più ampi.

Per fortuna il film trasmette due chiari messaggi positivi: la decisione del piccolo Shota, che sceglie di vivere “dall’altra parte” appena comprende che sta diventando grande e la trasformazione di Nobuyo, che si accorge di come il desiderio di maternità da lei coltivato  sia stato solo egoistico: l’amore di una vera madre si esprime non nel voler bene ma nel cercare il “bene” del figlio, anche quando questo comporta il suo allontanamento.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUASI NEMICI - L'IMPORTANTE E' AVERE RAGIONE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/07/2018 - 17:38
Titolo Originale: Le Brio
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Yvan Attal
Sceneggiatura: Yaël Langmann, Bryan Marciano, Yvan Attal, Victor Saint-Macary, Noé Debré
Produzione: CHAPTER 2, MOONSHAKER, FRANCE 2 CINÉMA, CN6 PRODUCTIONS, PATHÉ, NEXUS FACTORY, UMEDIA
Durata: 95
Interpreti: Camélia Jordana, Daniel Auteuil

La Pantheon Assas è la prima università francese in discipline giuridiche e Neïla Salah, una ragazza di origine araba che vive nella banlieue parigina, arriva in ritardo alla sua prima lezione, quella tenuta dal prof Pierre Mazard, noto per i suoi modi sprezzanti. Indispettito dal ritardo della ragazza, nasce fra loro un battibecco durante il quale il professore finisce per tradire un atteggiamento razzista. Mazard viene convocato dal preside dell’Assas: la scena è stata registrata dagli studenti e il gesto del professore rischia di andare a discredito di tutta l’Università. Mazard ha un solo modo per farsi perdonare: preparare proprio Neïla al prossimo concorso di retorica che si tiene ogni anno fra le università francesi e aiutarla a vincere. Mazard accetta a malincuore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’incontro-scontro fra una studentessa e un professore, molto diversi fra loro, come età, come origine e come carattere, diventerà occasione di arricchimento umano per entrambi.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Un rapido accenno a rapporti prematrimoniali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti, regia impeccabile. La sceneggiatura di dialoghi brillanti e arguti, secondo lo stile del cinema francese.
Testo Breve:

Un professore scostante e cinico e una studentessa immigrata, orgogliosa e appassionata, si trovano a lavorare insieme per vincere una gara di oratoria. Un bello scontro di idee e di umanità

Le gare di oratoria fra studenti universitari sono indubbiamente affascinanti. Lo ha compreso bene il cinema, che è tornato più volte su questo argomento, soprattutto quello americano e francese. Tutte le opere realizzate hanno sottolineato un aspetto: queste sfide sull’arte del parlare al pubblico si trasformano in trampolini di lancio per i giovani più dotati in quest’arte ma soprattutto un riscatto dalla propria condizione sociale. Lo ha mostrato The great Debaters, rifacendosi a una storia vera degli anni ’30, quando un gruppo di studenti di un college di soli afroamericani riuscì a battere, perla prima volta, le più titolate università per bianchi. Il recentissimo A voce Alta ci ha raccontato come si svolge la gara di eloquenza che ogni anno si tiene all’università di st Denis: anche in questo caso giovani di varie razze e condizione sociale si sfidano su chi ha più potere di convinzione; un modo per mostrare non solo la propria preparazione ma anche la profondità del proprio pensiero.

Questo Quasi Nemici si mantiene sulla stessa linea: una ragazza figlia di immigrati, iscritta a una delle più prestigiose università parigine, finisce per accettare, per assecondare le proprie ambizioni, di venir preparata alla gara proprio da quel professore che l’aveva trattata con superiore sufficienza in un’aula gremita di studenti.

Si parla molto dell’arte della retorica nel film, basandosi soprattutto al lavoro di Arthur Schopenhauer: L’arte di ottenere ragione: 33 suggerimenti sulla dialettica da adottare per prevalere, con furbizia e destrezza, sul proprio antagonista. Per quel che riguarda la verità, come sottolinea il professore: “Je m'en fiche”. Questo cinismo, formalmente dichiarato, prevedibile nella terra dell’Illuminismo, verrà in seguito ridimensionato e le stesse regole per avere successo in oratoria che vengono descritte in dettaglio lungo tutto il film, finiranno per mostrare i loro limiti di fronte alla superiore importanza dei rapporti interpersonali che debbono sempre essere improntati al rispetto e alla fiducia reciproca.

Ma i contrasti più interessanti che si sviluppano nel film non sono i confronti dialettici che la ragazza deve sostenere contro studenti di diverse università della Francia, affrontati da lei con sempre maggiore perizia, ma sono quelli che scaturiscono dall’incontro-scontro fra Neïla  e il suo pigmalione, due caratteri profondamente diversi: lei ha un temperamento passionale, sempre pronta ad accendersi quando qualcuno accenna a esprimersi in forma discriminatoria mentre il prof Pierre sembra guardare il mondo dall’alto in basso, con molto cinismo e poca (apparente) umanità. Sarà proprio la ragazza a comprendere che anche il suo atteggiamento è sbagliato, sempre arroccato sulla difensiva e concentrata sull’orgoglio per la propria origine, che rischia di non essere meno discriminatorio del razzismo di tanti francesi DOC. Anche il rigido professore imparerà a chiedere scusa e a dire grazie quando scoprirà che c’è qualcuno che ha preso a cuore il suo destino. Molto bello infine il rapporto fra Neïla e il suo fidanzato, che mostra due giovani interessati veramente al bene dell’altro, anche quando questo comporta delle rinunce personali.

Il film si avvale dell’ottima recitazione di un grande maestro come Daniel Auteuil ma anche dell’appassionata Camélia Jordana. Che per questo film ha vinto premio César come migliore promessa femminile del cinema francese. La regia è impeccabile e sembra che l’autore ami riconoscere nell’arte filmica, l’esistenza di regole precise come quelle della retorica che ci ha raccontato: adotta il noto espediente di invalidare, verso la metà del film ciò che poco prima aveva costruito, ribaltando le premesse e mostrandone i punti deboli; inoltre  a due terzi esatti del racconto, come prescritto dai manuali, interviene il colpo di scena che destabilizzerà il percorso della storia, che sembrava avviato su lidi più tranquilli. Dispiace solo la disuniformità di trattamento fra i due protagonisti: su Neïla finiamo per conoscere molte cose: dove abita, la sua famiglia e la compagnia degli amici; nulla invece  trapela dal film riguardo alla vita privata del professore: lo vediamo mangiare da solo in un ristorante e ne deduciamo che è uno scapolo ma la genesi di quel suo  carattere così scontroso resta un mistero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'APPARIZIONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 10/04/2018 - 10:53
 
Titolo Originale: L'apparition
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Xavier Giannoli
Sceneggiatura: Xavier Giannoli, Jacques Fieschi, Marcia Romano
Produzione: CURIOSA FILMS, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, GABRIEL INC., PROXIMUS, LA CINÉFACTURE, MEMENTO FILMS PRODUCTION
Durata: 140
Interpreti: Vincent Lindon, Galatéa Bellugi, Patrick d'Assumçao

Jacques, giornalista e fotografo francese impegnato nelle zone di guerra, ha visto morire il suo più caro collega, colpito da una bomba. Traumatizzato dall’evento, torna in patria e accetta, quasi come un diversivo, un insolito incarico che gli è stato affidato dalla Congregazione delle cause dei santi del Vaticano. Proprio lui che in termini di fede è rimasto fermo alla Prima Comunione, viene incaricato di dirigere una commissione d’inchiesta canonica per valutare se è vero che Anna, una giovane novizia di un paese sulle Alpi dell’Alta Provenza, ha avuto una apparizione della Vergine Maria. Il problema va affrontato urgentemente perché ormai la notizia si è diffusa, al paese arrivano continuamente pullman di pellegrini ed è nato l’inevitabile commercio di oggetti sacri.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’autore affronta con serietà, senza malizia, il tema delicato della procedura che si pone in atto per validare un presunto miracolo e i componenti dell’indagine canonica sulla veridicità di un’apparizione si trovano spinti a interrogarsi sulla profondità della loro fede. Risulta però contraddittorio quel personaggio che, pur ritenendo di avere una vera fede, si lascia sopraffare dalla disperazione.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono scene sconvenienti né malizia nei comportamenti; potrebbe destare qualche perplessità la facilità di abbracci affettuosi con uomini da parte della novizia Anna
Giudizio Artistico 
 
L’autore riesce a superare l’eccesso di dettagli con cui viene svolta l’inchiesta canonica e le due ore di durata del film puntando tutto sulla costruzione dei personaggi, ricchi di sfumature. Peccato che l'autore metta troppa carne a fuoco: l'apparizione, un telo con del sangue simil-Sindone, le guerre medio-orientali
Testo Breve:

Un’indagine sulla presunta apparizione della Vergine Maria a una giovane novizia determina una riflessione sul tema della fede e scuote la coscienza del pragmatico protagonista, che deve interrogarsi sull’esistenza di una realtà soprannaturale  

Il recente cinema francese ha un grande titolo di merito: scava a fondo in alcune realtà che caratterizzano il mondo contemporaneo per estrarne quell’ essenza che la rende comunicabile cinematograficamente. Lo fa in due modi: con lo stile della commedia (Quasi Amici, La famiglia Bèlier, Non sposate le mie figlie)  oppure in forma quasi documentarista, attenendosi con scrupolo ad ogni dettaglio anche tecnico, della realtà che sta esplorando. Ecco che sono usciti film come Il medico di campagna, Welcome, Il ministro- L’esercizio dello stato ma anche tanti film a contenuto religioso come L’amore inatteso (sulla scoperta della fede da parte di un tranquillo borghese) o Uomini di Dio (sul martirio degli otto monaci in Algeria). Con questo L’apparizione siamo molto lontani dall’approccio di Niccolò Ammanniti nella fiction Il Miracolo che usa la scoperta di una statua della Madonna che piange nella sua pura funzione di evento destabilizzante per la vita dei protagonisti. Questo film di Xavier Giannoli affronta il tema della fede con grande rispetto, senza dare conferme ma senza neanche manifestare alcuna pregiudiziale negativa.

Le prime sequenze del film vogliono mostrare come la ricerca della convalida di un miracolo sia un tema trattato con grande serietà dalla Chiesa Cattolica: seguiamo il protagonista nella visita agli archivi del Vaticano dove vengono aperti i dossier dei casi più noti di apparizioni mariane, come a Lourdes e a Fatima; la sua lettura ad alta voce, quando la commissione è ormai costituita, delle regole da rispettare per un’indagine rigorosa. Inizia poi da parte di Jacques, che ha preso il suo incarico molto seriamente, una serie di incontri con alcuni testimoni e la raccolta di tutti i documenti che possano risultare utili. Il racconto si tinge progressivamente di giallo per via di un passato poco esplorato della ragazza (il film dura 140 minuti) ma l’aspetto più affascinante del film è la definizione dei caratteri dei personaggi e del loro confronto, soprattutto fra Jacques e la diciottenne Anna.

Entrambi sono persone oneste ed entrambi cercano di fare del loro meglio nelle loro rispettive posizioni. Ciò non può che sviluppare una stima reciproca, in mezzo ai molti profittatori della situazione, una stima tanto più alimentata quanto i due non potrebbero essere più complementari.  Lui è un seguace della ragione, si attiene ai fatti comprovati e non va oltre (“cosa è il soprannaturale?” chiede Jacques al monsignore che gli ha assegnato l’incarico) ma questo limite non gli impedisce di restare aperto, soprattutto nei confronti di Anna, a nuove scoperte, nuove rivelazioni.  Anna cerca invece sempre di arrivare al cuore delle persone, di leggere nel loro animo al di là di ciò che appare e di ciò che dicono, sempre pronta a stringere le mani e ad abbracciare le persone che si occupano di lei, senza alcuna malizia.

Alla fine l’indagine canonica di Jacques finisce per diventare la ricerca di una persona: non è più interessato a scoprire se l’apparizione sia realmente avvenuta o no ma se Anna sia una persona realmente capace di mentire o piuttosto sia un’anima totalmente candida, come sembra essere.

Il finale susciterà delle sorprese, il mistero dell’apparizione resterà tale ma tutti i personaggi coinvolti saranno stati interpellati sulla consistenza della loro fede, per chi l’aveva, mentre per Jacques, stando vicino ad Anna, la parola “soprannaturale” ha finito per acquisire molta più consistenza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOLTO RUMORE PER NULLA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 09/16/2018 - 19:58
 
Titolo Originale: Much Ado About Nothing
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 1993
Regia: Kenneth Branagh
Sceneggiatura: Kenneth Branagh
Produzione: KENNETH BRANAGH - DAVID PARFITT - STEPHEN EVANS
Durata: 114
Interpreti: Emma Thompson, Kate Beckinsale, Kenneth Branagh, Robert Sean Leonard

Leonato, il signore di Messina ha una figlia, Ero e una nipote, Beatrice, intorno alle quali si intrecciano trame amorose. E’ infatti arrivato a Messina il principe Pedro d'Aragona, di ritorno da imprese d'armi. Con lui sono due giovani: il conte fiorentino Claudio e signor Benedetto da Padova. Il conte Claudio si innamora subito di Ero e riesce at ottenerne la mano dal padre, con l’aiuto del principe, mentre Benedetto e Beatrice entrambi, apparentemente, poco interessati al matrimonio, intrecciano argute schermaglie verbali. L’organizzazione delle nozze fra Claudio ed Ero ha una brusca interruzione. Il fratello di Leonato, don Juan, ordisce un complotto, facendo credere al promesso sposo, che Ero ha un amante. Sull’altro fronte, gli amici di Benedetto gli fanno credere che Beatrice è pazzamente innamorata di lui mentre le amiche di Beatrice fanno lo stesso. Forse i due smetteranno di punzeccharsi e si accorgeranno che sono innamorati l’uno dell’altra…..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo e una donna rinunciano volentieri a modificare ciò in cui hanno creduto fino a quel momento per accogliere l’amore che è sbocciato
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Kenneth Branagh, sostenuto da un ottimo cast capeggiato da Emma Thompson, riesce a trasferire in pellicola l’atmosfera gioiosa della commedia shakesperiana
Testo Breve:

Lieti amori alla fine del ‘500 ma anche complotti da sventare in questa trasposizione filmica della commedia di Shakespeare che riesce a trasferirci l’originale spirito tragicomico

«Perché sospirare, donne, perché sospirare?
Da sempre l'uomo non fa che ingannare.
Di questa o di quella, infido amante, a nessuna rimane costante.
Cessate dunque, il pianto e il soffrire, e l'uomo con gioia lasciate fuggire. Siate felici, lamenti e sospiri, mutando sempre in allegri raggiri»

Questo canto, presente nel testo originale nell’atto III, viene qui giustamente messo all’inizio del film in queste versione di Kenneth Branagh.  Diventa, in questo modo, una sorta di presentazione dell’opera, un modo per sottolineare da subito il tono scherzoso dell’opera e il fatto che si avvalga, per lo sviluppo, di una serie di inganni, alcuni tragici, altri fatti a fin di bene e che danno all’opera complessivamente un tono da tragicommedia.
Ci sono le cospirazioni di don Juan che vuole far abortire il progetto matrimoniale fra Ero e Claudio ma ci sono anche gli inganni orditi dagli amici di Benedetto e Beatrice per far si che finalmente si accorgano di esser fatti l’uno per l’altra. L’opera è profusa di grandi frasi d’amore perchè sono due gli innamoramenti che sbocciano.

Più tradizionale è quello fra Claudio ed Ero, un amore quasi istintivo, che sboccia a prima vista. Claudio, redarguito perchè non parla di fronte alla notizia che ha avuto il consenso dal padre per sposare Ero, risponde:”Il silenzio è il più perfetto araldo della gioia. La mia felicità sarebbe poca cosa se potessi esprimerla ad alta voce.Signora come vuoi siete mia, io sono vostro”. Molto più moderno e interessante è lo sviluppo dell’amore fra Benedetto e Beatrice, una coppia litigarella e apparentemente poco interessata al matrimonio, archetipo di tante che verranno riproposte al cinema, la quale più bisticcia su ogni cosa, più discute e  più comprende che non può più fare a meno proprio di quella persona con cui ha tante cose su cui discutere.

Provvidenziali sono le insinuazioni di mutuo amore instillate dai loro amici. Benedetto, riflettendo fra sè, è subito pronto a rivedere le sue idee: teme che ora, lui scapolo impeniente verrà preso in giro dai suoi amici ma “non si muta il gusto con il tempo? Quando ho detto di voler morire scapolo, non pensavo di vivere fino al giorno.. del matrimonio”. Lo stesso fa Beatrice: “il mio orgoglio e il mio disprezzo mi sarebbero fatali? Allora addio sdegno, addio orgoglio di fanciulla, non vi è gloria alcuna in questa mia durezza” Infine la sua felice resa: “Benedetto amami e io ricambierò piegando il mio cuore selvaggio alla carezza della tua mano; se è vero che m’ami, la mia dolcezza ti persuaderà a legare i nostri amori nel santo vincolo del matrimonio”.

Se gli aspetti romantici sono quelli che più immediatamente vengono colti da uno spettatore moderno, più difficile entrare nelle consuetudini sociali del tempo, che Shakespeare non evita di evidenziare: Il destino del singolo è strettamente legato a quello della propria famiglia e i ruoli uomo-donna sono rigidamente definiti.

Quando Ero viene accusata di avere un amante, non è solo Claudio a disprezzarla e a rifiutare il matrimonio ma lo stesso padre le rinfaccia il fatto che ormai il disonore è caduto sull’intera famiglia. In effetti, quando il complotto viene svelato e Ero può tornare a sposare Claudio, è lei a rassicurare prontamente il prossimo marito: “com’è vero che sono viva, sono vergine”

Se per una donna non ancora sposata, verginità e onore costituivano la stessa cosa, per l’uomo vigeva strettamente l’onore militare. Quando Beatrice incontra Benedetto e finalmente manifestano il reciproco amore, Beatrice prospetta una prova d’amore aggiacciante: “uccidi Claudio”, perchè era, secondo la mentalità del tempo, l’unico modo per cancellare il disonore della cugina. Beatrice chiede ingrato servigio a Benedetto per due motivi: lei è donna mentre solo un uomo può sfidare un altro a duello. Inoltre non si può scindere l’amore personale dall’impegno di salvaguardare l’onore della famiglia.

Quando ancora Benedetto insiste nel cercare di riconciliarsi con Beatrice, (“Dobbiamo tornare amici”) lei è pronta a ribattere che per lui è “più comodo essere mio amico che affrontare il nemico”

Per fortuna, come apparirà nel finale, tutto viene risolto, nessun problema è stato veramente serio e si è solo fatto “molto rumore per nulla”. E’ proprio Benedetto a dare un segno di saggia flessibilità quando verso la fine della commedia commenta: “L’uomo è un essere volubile – questa è la mia conclusione” né manca di altre riflessioni filosofihe sulla vita in generale. Poco prima che venisse svelato che Ero era stata offesa ingiustamene Benedetto aveva trovato Beatrice preoccupata e le aveva suggerito di seguire nel giusto ordine quelli che secondo lui sono i valori più importanti: “servi Dio, amami e guarisci”.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLA MIA PELLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/13/2018 - 07:46
Titolo Originale: Sulla mia pelle
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Alessio Cremonini
Sceneggiatura: Lisa Nur Sultan, Alessio Cremonini
Produzione: CINEMA 11, LUCKY RED
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano

Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia di carabinieri il 15 ottobre del 2009 e trovato in possesso di droga. Nell’udienza preliminare che convalida l’arresto, Stefano si presenta con grosso lividi agli occhi e alla mascella ma a chi gli chiede la ragione di quelle ferite, risponde che è caduto dalle scale. Viene portato al carcere Regina Coeli ma durante la notte viene trasferito d’urgenza nell’ala dell’ospedale Sandro Pertini destinata ai detenuti. Stefano muore in ospedale il 22 ottobre. L’iter giudiziario sulle responsabilità di quella morte è ancora in corso.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Al di là del fatto di cronaca, ricostruito con rigore, il film costituisce un richiamo per tutti noi sull’importanza, nell’ambito delle nostre relazioni, di prendersi cura di chi si è rivolto a noi con un’attenzione e una cura non solo professionale ma anche umana.
Pubblico 
Adolescenti
Una storia triste con molti risvolti angosciosi
Giudizio Artistico 
 
E’ impressionante il modo con cui Alessandro Borghi si è immedesimato nel ruolo di Stefano Cucchi, anche nel fisico (grazie a una drastica cura dimagrate). Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini è riuscito a raccontare una storia dolorosa evitando interpretazioni forzate grazie a una ricostruzione rigorosa della cronaca dei fatti accertati
Testo Breve:

La storia di Stefano Cucchi, morto in carcere, viene raccontata con dolorosa partecipazione senza colpevolizzare nessuno in particolare ma condannando l’atteggiamento burocratico con cui è stato trattato questo caso umano

Film come questo Sulla mia pelle, costituiscono una robusta conferma del grande potere del cinema di stimolare discussioni, far riflettere, approfondire temi anche sgradevoli.

Il lavoro di Alessio Cremonini ci fa immergere nella cronaca, quasi ora per ora degli ultimi giorni di Stefano Cucchi e riesce a fornirci un ottimo strumento di analisi (la sceneggiatura è stata rigorosa, attingendo a tutte le fonti disponibili) non tanto dei fatti accaduto (alcuni processi non si sono ancora conclusi) ma dell’ambiente umano all’interno del quale si è consumata questa tragedia.

Cremonini cerca di evitare ogni sospetto di aver sviluppato un film secondo una propria tesi preconfezionata. Quella che poteva essere la scena-chiave, il pestaggio di Cucchi da parte dei carabinieri, è assente e Stefano, con il suo comportamento scostante e reticente, anche verso chi lo vorrebbe aiutare, non risulta un personaggio simpatico né facilmente comprensibile.

La visione del film resta ugualmente spiazzante e angosciante, non solo per l’eccezionale interpretazione di Alessandro Borghi che ci mostra uno Stefano che sembra realmente deperire giorno dopo giorno, ma per l’atto di accusa forte e chiaro pronunciato dal regista che è anche sceneggiatore, assieme a Lisa Nur Sultan.

Un’accusa non dichiarata esplicitamente ma che traspare dalla fredda cronaca dei fatti che si susseguono giorno per giorno fino al tragico epilogo. Un’accusa che non punta il dito su una singola persona né tanto meno su una specifica organizzazione ma su una certa modalità di affrontare gli eventi che ci capitano e che non riguarda solo chi è rimasto coinvolto nella vicenda Cucchi, ma che mette in causa tutti noi.  

Il film non fa nulla per nascondere il fatto che Stefano si drogasse (era stato in cura a San Patrignano) e che molto probabilmente spacciasse, visto il quantitativo di hashish e cocaina trovato nella sua abitazione (un fatto denunciato ai carabinieri dai suoi stessi genitori). Allo stesso modo non viene nascosto l’atteggiamento del ragazzo, sempre sospettoso, sfiduciato e arrabbiato contro tutti. Ma di fronte a una persona di questo genere, sicuramente difficile (Stefano poteva lasciare la centrale dei carabinieri già dal primo giorno in cui fu arrestato ma si rifiutò di firmare le carte necessarie), come hanno reagito le persone che si son dovute prendere cura di lui?

Imprigionato in una cella di Tor Sapienza, grida di star male ma quando arriva l’autombulanza, si rifiuta di essere visitato (il suo corpo è pieno di lividi). Dopo un po’ di insistenza, di fronte ai suoi continui rifiuti, gli uomini dell’autombulanza se ne vanno.

Posto in custodia cautelare nel carcere del tribunale, viene visitato da un dottore che accetta la tesi di Stefano di esser caduto dalle scale e senza visitarlo ulteriormente, si limita ad annotare le ferite che ha sul corpo.

Sorgono altre perplessità da parte delle guardie carcerarie che lo debbono prendere in custodia ma alla fine, vedono che esiste già un certificato medico che attesa che le echimosi sono precedenti alla carcerazione e lo accettano nel suo stato.

Portato in seguito all’ospedale, la dottoressa che vuole visitarlo finisce per registrare che il paziente non vuole esser sottoposto ad alcuna analisi. Intanto i genitori continuano a chiedere di vedere il loro figlio ma non riescono a superare il muro burocratico che si para loro davanti né Stefano riesce mai a parlare con il suo avvocato.

Tutti questi comportamenti possono esser considerati come delle colpe? Sicuramente, attenendoci a quanto viene visto nel film che non necessariamente corrisponde a ciò che è accaduto in realtà, ognuno si è comportato nell’ambito dei propri ambiti di competenza in modo burocraticamente corretto, in modo che né il singolo, né l’organizzazione a cui apparteneva, potesse venir accusati di alcunché.

Cos’è mancato allora? Si potrebbe dire, usando un linguaggio cristiano, che è mancata la caritas, il prendersi cura della persona che ci è stata affidata al di là dello stretto necessario e superare perfino quel rispetto, che è richiesto nei rapporti professionali, della privacy dell’altro. E’ possibile chiedere un simile interessamento a ogni persona che per motivi professionali si deve prendere cura di un’altra persona? Certamente no. Ma è proprio in situazioni difficili come il caso Cucchi, di fronte a una persona così prevenuta e difficile da trattare che la caritas mostra di colpo di non essere opzionale, un gradevole sovrappiù, ma necessaria.

Per questo il film è interessante, al di là del caso in sé, dello scoprire se Stefano realmente è stato picchiato dai carabinieri oppure no.  Sono aspetti che diventano secondari. Piuttosto il film interpella tutti noi per riflettere su come ci comportiamo ogni giorno nei confronti del nostro prossimo.

Il film è visibile in sala ma anche attraverso la piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STRONGER - IO SONO PIU' FORTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/04/2018 - 07:00
 
Titolo Originale: Stronger
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: David Gordon Green
Sceneggiatura: John Pollono
Produzione: LIONSGATE, BOLD FILMS, MANDEVILLE FILMS, NINE STORIES PRODUCTIONS
Durata: 119
Interpreti: Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Miranda Richardson

Boston, 15 aprile 2013. Jeff Bauman ha ottenuto il premesso dalla sua azienda (lavora come operaio i magazzini Costco) per andare ad assistere alla storica maratona. Un altro motivo è quello di fare un favore a Erin, la ragazza che sta cercando di rinconquistare dopo che di recente si sono lasciati, esibendo un cartello di sponsorizzazione. Jeff non riuscirà mai a mostrare il cartello: una bomba piazzata proprio vicino a lui gli provoca la perdita di entrambe le gambe. Appena ripresa conoscenza, Jeff fornisce alla polizia l’identikit di uno degli attentatori. Inizia in seguito un lungo percorso di riabilitazione sostenuto da Erin e da sua madre che lo invita a partecipare a tutti gli eventi pubblici dove è desiderata la sua presenza: Jeff infatti è diventato il simbolo dell’impegno della città di essere più forte dei suoi avversari...Il film ricostruisce avvenimenti

Valutazioni
Un uomo, gravemente mutilato durante l’attentato di Boston del 2013, viene sostenuto dall'affetto dei suoi cari e dalla solidarietà di tutta la città, nel suo impegno a ritrovare un senso alla vita nelle sue nuove condizioni
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena troppo dettagliata di mutilazioni può impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Jake Gyllenhaal. Qualche incertezza nella sceneggiatura, che oscilla fra una narrazione iperrealista e la necessità di aderire al filone eroico a cui il film inevitabilmente appartiene
Testo Breve:

La storia vera di Jeff Bauman che si trova privo delle gambe dopo l’attentato terroristico di Boston del 2013 e che trova, nella solidarietà di tutti, dei suoi cari ma anche di semplici cittadini, la forza non solo di continuare a vivere ma anche di  incoraggiare chi si trova a fronteggiare simili sventure

C’è un modo abbastanza standardizzato con il quale gli americani celebrano attraverso il cinema la loro capacità di risollevarsi da  eventi calamitosi, da guerre  o da attacchi terroristici. Sono film importanti, che servono a consolidare lo spirito della nazione. Prima di tutto celebrano la solidarietà che si crea fra tutti: forze dell’ordine, vigili del fuoco, operatori sanitari o comuni cittadini, disposti a sospendere le loro ordinarie attività per dare un loro piccolo o grande contributo. Importante anche il sostegno dei media in queste situazioni speciali e lo slogan che viene coniato per l’occasione: se “united we stand” era quello che appariva su tante finestre dopo l’11 settembre, “we stay strong” era quello scelto dopo l’aprile di Boston. I servizi pubblici che intervengono appaiono sempre preparati, efficienti e pronti al sacrificio; siano essi i pompieri del film World Trade Center (2006 di Oliver Stone), i poliziotti che in pochi giorni identificano i terroristi in Boston, caccia all’uomo (2016, di Peter Berg) o il bravo pilota che salva tutti i passeggeri con un atterraggio perfetto sul fiume Hutson in Sully (2016, di Clint Eastwood).  Altro tema portante è il trovare la forza e il senso del continuare a vivere dopo pesanti limitazioni; in questo caso sono sempre le donne a risollevare la situazione continuando ad amare l’uomo mutilato, come succedeva in   I migliori anni della nostra vita di William Wyler (8 oscar nel 1947) oppure Il mio corpo ti appartiene (1950 di Fred Zinnemann) dove  Marlon  Brando, alla fine del film riesce a sposarsi in piedi con la sua Ellen anche se ha entrambe le gambe amputate. Questo Stronger sembra proprio rifarsi a quel film del ’50 quando Jeff decide di avviarsi all’appuntamento risolutivo con Erin sforzandosi di usare le sue gambe artificiali.

Consci del rischio di scivolare nell’eccesso di retorica, il regista  David Gordon Green e lo sceneggiatore John Pollono hanno puntato sull’elevato realismo del racconto. Lo fanno riguardo ai problemi che deve affrontare  chi si trova senza gambe (le sofferenze nel cambio di fasciatura, i problemi che occorre affrontare quando bisogna andare in bagno) ma anche descrivendo ambiente familiare tutt’altro che idillico dove il protagonista si trova imprigionato (la madre si sente investita della sacra missione di occuparsi del figlio  e teme la “concorrenza” di Erin).

Forse l’aspetto più originale è il fastidio che Jeff prova nel sentirsi eroe suo malgrado e si sente impotente di fronte alla macchina propagandistica che si è messa in moto intorno a lui.  Non mancano scene cariche di mordace ironia dove Jeff, sulla sedia a rotelle, deve sventolare un’enorme bandiera allo stadio con un sorriso stampato sul volto o lanciare la palla di inizio di una partita di baseball.

In fondo Jeff è un uomo semplice, ama passare le serate con i suoi amici ubriacandosi e guardando con loro le partite alla televisione e ora che si trova senza gambe cerca solo di recuperare un minimo di  normalità quotidiana, evitando di prendersi le responsabilità che gli derivano dall’esser diventato un uomo pubblico ma anche quelle che scaturiscono dall’aver accettato di vivere con Erin.

I vari nodi si sciolgono nel finale, quando il protagonista compie un cammino di crescita e si accorge  che proprio divenendo un simbolo per tutti coloro che debbono risollevarsi dalle proprie sventure, può trovare una nuova ragione per vivere. Nella sequenza finale sembra quasi che gli autori abbiano voluto rassicurare lo spettatore che anche questo film appartiene, nonostante il crudo realismo, al ricco filone dei racconti di tanti eroi nazionali: mentre avanza sulla sedia a rotelle fra la folla, singole persone gli confidano i loro drammi: un uomo ha perso un figlio nella guerra in Irak, un altro ha perso i suoi cari nell’attentato dell’11 settembre. Ecco che l’arco delle recenti sfide che hanno coinvolto tutta la nazione trovano la loro risposta-simbolo nella rivincita  di quell’ uomo qualunque.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ESCAPE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 12:07
Titolo Originale: The Escape
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Savage
Sceneggiatura: Dominic Savage
Produzione: LORTON ENTERTAINMENT, SHOEBOX FILMS
Durata: 105
Interpreti: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller

Tara ha trentotto anni, un marito e due figli piccoli. Vivono in una città satellite del Kent in condizioni agiate; il marito ha successo nella sua professione anche se ciò comporta rientrare spesso a casa tardi, mentre lei si occupa dei figli e della conduzione della casa. Tara compie i suoi doveri di moglie, madre e casalinga ma si sente insoddisfatta, incompleta. Ciò genera in lei una profonda depressione e anche se decide di confidarsi con il marito e con la madre, non trova nessuno che possa scuoterla da suo stato. Tara decide quindi di compiere un passo estremo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori restano ambigui come il film: di questa donna che ha dei validi motivi per sentirsi in crisi, non sappiamo se abbia trovato il coraggio di affrontare la propria situazione in modo onesto con tutti
Pubblico 
Adolescenti
La tematica coniugale complessa non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La brava Gemma Aterton sorregge da sola tutto il film che finisce per far calare l’interesse dello spettatore per le troppe ellissi presenti nella storia
Testo Breve:

Una donna, che ha un marito affettuoso,  si prende cura dei figli e della casa ma si sente profondamente insoddisfatta. Una tematica interessante che resta troppo diluita dalle molte ellissi 

Tara riceve le avances del marito già da dalla mattina, prima di alzarsi e lei l’asseconda con un sorriso di circostanza; Tara accompagna i figli a scuola, cercando di gestire gli ultimi capricci del più piccolo; Tara va al supermercato e  carica a fatica in macchina una enorme quantità di pacchi; il marito  ha invitato nel weekend i vicini di casa a un barbeque ma ha già preparato tutto lui e Tara si trova con pochi impegni come padrona di casa...

Sono piccoli momenti della prevedibile routine della vita di una casalinga;  il marito è affettuoso, i figli sono deliziosi ma un male oscuro attanaglia Tara che non si sente  a proprio agio, come se svolgesse un ruolo che non riconosce come suo. La malinconia che si porta dentro finisce per farle assumere un atteggiamento di distacco dalla realtà; subisce le attenzioni del marito con crescente fastidio; sbaglia anche semplici incombenze della giornata, non riescire a calmare il figlio piccolo e alla fine lo lascia piangere fingendo di non sentirlo. Il film non ci racconta il passato della donna, non sappiamo come mai non sia impegnata in un lavoro ma resti in casa tutto il giorno, vera eccezione nel panorama delle coppie di oggi. Il film indugia nei primi piani della brava Gemma Aterton per mostrarcela con lo sguardo perso nel vuoto, in preda a riflessioni e sogni sconosciuti. Un comportamento più prevedibile e lineare, è quello assunto dal marito; di fronte a una palese crisi della moglie, le pone delle domande che manifestano il suo egocentrismo: per prima cosa si preoccupa di sapere se ha trovato un altro uomo, se lui ha sbagliato qualcosa nei suoi confronti. Di fronte a un no di Tara, prova un approccio razionale, chiedendo alla moglie le ragioni della sua infelicità  ma di fronte a risposte evasive o inconcludenti finisce per arrabbiarsi con lei perché il suo “metodo” non riesce a funzionare. Anche la madre non è di alcun aiuto: qualifica lo stato d’animo della figlia come “una fase della vita che senz’altro passerà” e la invita a considerare le due macchine, la bella villa di cui dispone, frutto dell’impegno del marito e  segno di un benessere che non conviene perdere.

Tara in realtà non è razionale nè agisce secondo criteri di opportunità, come vorrebbe la madre; ciò che la guida sono i sentimenti che percepisce; non agisce in base a una motivazione ponderata ma cerca di sopratutto di “sentire”qualcosa che le piaccia.  La scoperta della bellezza del ciclo di arazzi: La dama e il liocorno di Parigi, diventa per lei simbolo di un mondo che le manca, così come sarà per lei l’accettare le attenzioni di un altro uomo, nella speranza di provare qualcosa di nuovo e di più forte. E’ questo l’unico, vero momento dove la donna si trova di fronte alla verità su di se’; vede quest’uomo (che è sposato con una figlia) lo specchio di se stessa e ne ha orrore: sembra che capisca che è inutile fuggire perché non si può fuggire da se stesse e da ciò che si è diventate con gli impegni presi. Un’altra donna, più anziana di lei, le ricorda che “ a volte ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene” ma poi riconosce, da donna a donna, che “essere libera ed essere sposata è una contraddizione”.
Il film ha non pochi difetti, iniziando dalle troppe ellissi, all’inizio e alla fine del film: non conosciamo gli antefatti e quindi non sappiamo perché Tara si trovi a fare la casalinga quando avrebbe beneficiato di una vita più piena svolgendo un lavoro ma non sappiamo nenche se e come abbia risolto i suoi problemi, perché il finale del film resta misterioso. Dominic Savage si concentra solo sulla crisi di questa donna ma a dire il vero, il tema non è certo originale perché sono tanti i lavori che hanno trattato il tema della crisi coniugale nella prospettiva  femminile. Se l’uomo può venir tentato al tradimento a causa di un’attrazione sessuale, una donna può essere posta nella condizione di cercare un altro uomo che le renda una vita più piena e più stimolante. La storia di Tara non si presenta come  un altro caso di bovarysmo, perchè la protagonista del romanzo di Flaubert agiva spinta da ambizioni sociali e non esitava a mentire quando era necessario; ci troviamo piuttosto dalle parti di Anna Karenina oppure, per restare nell’ambito del cinema inglese, dalle parti della Laura Jesson del capolavoro Breve incontro. Queste ultime due donne avevano  finito per comprendere che non stavano andando incontro alla felicità rompendo i legami familiari, non solo per le sofferenze arrecate ai figli ma per la loro stessa dignità di persone oneste e coerenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUO, SIMON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 10:32
Titolo Originale: Love, Simon
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Greg Berlanti
Sceneggiatura: Elizabeth Berger, Isaac Aptaker
Produzione: Fox 2000 Pictures, New Leaf Literary & Media, Temple Hill Entertainment
Durata: 110
Interpreti: Nick Robinson, Jennifer Garner, Josh Duhamel, Katherine Langford

Simon ha diciassette anni, genitori affettuosi che gli lasciamo molta libertà e una sorellina simpatica che vuole diventare un grande chef. Simon, che ha da poco ricevuto in regalo dai genitori la sua prima automobile, passa ogni mattina a raccoglie i suoi amici inseparabili per andare insieme a scuola: Leah, Abby e Nick. Ognuno di loro ha i suoi problemi o le sue complicazioni sentimentali: Leah è innamorata da tempo di Simon ma non ha il coraggio di dichiararsi; Nick è attirato da Abby (entrambi sono afroamericani) ma è non sa come trasformare l’amicizia in affetto; Abby soffre per la separazione dei genitori ma Simon ha un problema più grande: percepisce delle inclinazioni omosessuali ma non osa fare coming out. L’email di un anonimo che si qualifica come Blue, manifesta lo stesso problema: si sente gay ma non osa dichiararsi. Simon intrattiene con lui una fitta corrispondenza e da quel momento cerca di scoprire chi realmente si celi sotto quello pseudomino...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra il giusto atteggiamento che debbono assumere genitori, insegnanti e amici nei confronti di un adolescente che dichiara di avere un’inclinazione omosessuale. Il presupposto che muove le persone che stanno intorno a lui non è però il rispetto e l’affetto che è dovuto a ogni ragazzo ma la posizione ideologica dell’assoluta equivalenza, in base alla teoria gender, fra le possibili inclinazioni sessuali
Pubblico 
Adolescenti
Occorre una buona maturità per intendere correttamente il messaggio trasmesso dal film
Giudizio Artistico 
 
Il film ricostruisce bene la vita di tre amici ai tempi dell’ high school, peccato che il finale sveli l’intento ideologico con cui il film è stato concepito
Testo Breve:

Questo teen movie affronta in modo sereno il tema del coming out di un adolescente che sente di avere inclinazioni omosessuali. Un film interessante che però tradisce la sua impostazione ideologica

Sono ormai decenni che vengono distribuiti, con elevata frequenza, film sul tema dell’omosessualità ma lo stile si è modificato: superati i tempi eroici dove occorreva shockare lo spettatore evidenziando le crudeltà di chi prendeva in giro o addirittura infieriva su chi aveva questa inclinazione (una pietra miliare sono stati i tre oscar nel 2005 assegnati a I segreti di Brokeback Mountain), ora che le leggi hanno sancito in molti paesi, in particolare negli U,S,A,  l’equivalenza fra matrimoni etero e omosessuali (quindi si può dire che tutti ii livelli rappresentati dalle finestre di Overton sono stati raggiunti), si è passati alla fase successiva, quella dell’educazione capillare che serva a consolidare una nuova cultura e aiuti a rimuovere i pregiudizi che ancora permangono. Il romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (Simon vs. the Homo Sapiens Agenda) di Becky Albertalli. si prestava molto bene a questo obiettivo, cioè a realizzare il primo teen romantic movie che affrontasse il tema dell’omosessualità ad uso degli adolescenti. In effetti gli ingredienti di un  film di genere teen ci sono tutti:le chiacchierate/pettegolezzi fra ragazzi e ragazze davanti agli armadietti nei corridoi d’ingresso oppure ai tavoli della mensa aziendale; gli interventi dei professori che cercano di stabilire un rapporto di maggiore confidenza con i ragazzi ma vengono sistematicamente respinti; le feste a casa del ragazzo a cui i genitori hanno lasciato la casa libera per un’intera serata, che si svolgono con grandi ubriacature al pian terreno mentre le coppiette che si sono formate si dirigono verso le camere da letto del piano superiore. Il personaggio più riuscito in questo film è forse quello di Martin, il classico ragazzo che si trova in ogni classe,  che cerca di fare lo spiritoso ma nessuno ride, si intromette nelle conversazioni con la delicatezza di un panzer e alla fine resta isolato da tutti. Il racconto avanza in modo gradevole e pulito, cosa che non è dispiaciuta ad alcune asociazioni LGBT perchè si aspettavano espressioni di passioni omo più dirette ed espilicite, mentre al massimo compare un bacio fra due ragazzi verso la fine del film. Un’impostazione diversa sarebbe stata contraddittoria con gli obiettivi del film, che erano proprio quelli di rassicurare lo spettatore sul fatto che la coscienza collettiva ha ormai raggiunto un buon grado di maturazione. Ecco quindi che se Simon ha indugiato a lungo a fare coming out per timore del giudizio degli altri, trova piena comprensione e conferma di affetto da parte dei genitori, gli insegnanti non esitano a redarguire con veemenza due alunni che avevano iniziato a deridere Simon e quando finalmente questi dà il suo primo bacio a un altro ragazzo, ciò avviene mentre si trovano circondati da tutti i suoi compagni di scuola che applaudono felici.

La US Bishop Movie Review (la critica cinematografica dei vescovi statunitensi) ha giustamente apprezzato la comprensione che Simon  riceve da tutti (genitori, insegnanti, compagni) ma proprio la scena finale, quella dell’applauso dei compagni di Simon al suo primo bacio, tradisce l’impostazione ideologica voluta dal film sulll’assoluta equivalenza fra amori etero ed omosessuali e per questo ha qualificato il lavoro con una “O” (morally offensive). Sul fonte opposto si sono mossi molti attori simpatizzanti del movimento LGBT in U.S.A. che hanno affittato per giornate intere delle sale cinematografiche per essere sicuri che il maggior numero possibile di ragazzi lo potesse vedere gratuitamente.

Si tratta di una contrapposizione fra fronti opposti che pone in evidenza, in modo quasi drammatico, il fatto che non esiste ancora, nell’ambito della Chiesa Cattolica, una pastorale (la dottrina, di per sè, è chiara e fuori discussione) solida e convalidata dall’esperienza verso le persone con inclinazione omosessuale che possa conciliare la giusta premura verso di loro con il senso corretto da attribuire alla sessualità umana. Limitandoci al caso italiano, sono state poste sul tavolo dell’esperienza concreta varie proposte fortemente differenziate come approccio: si va dal movimento Courage, che dispone dell’investitura ufficiale della Santa Sede e che offre un accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso attraverso incontri e percorsi spirituali disegnati specificatamente per loro, fino alla posizione più aperta, espressa dal gesuita americano James Martin. Il suo saggio Un ponte da costruire, che è stato da poco pubblicato  in Italia con la prefazione dell’arcivescovo Matteo Zuppi, invita a prendere contatto direttamente con le organizzazioni LGBT, perché a suo avviso il primo atto da compiere è quello di riconoscere e rispettare il modo con cui le stesse persone che si definiscono gay si sono volute organizzare e propone la riformulazione della frase, presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che definisce l’inclinazione omosessuale come “oggettivamente disordinata” .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A QUIET PASSION

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/22/2018 - 16:58
Titolo Originale: A Quiet Passion
Paese: Gran Bretagna, Belgio
Anno: 2016
Regia: Terence Davies
Sceneggiatura: Terence Davies
Produzione: HURRICANE FILMS, POTEMKINO
Durata: 125
Interpreti: Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Emma Bell, Duncan Duff

Emily Dickinson termina anticipatamente i suoi studi a diciassette anni al Mount Holyoke College perché poco desiderosa (secondo l’interpretazione del film, ma probabilmente per motivi di salute) di seguire la rigida impostazione puritana data all’educazione impartita nell’istituto. Torna quindi nella casa del padre Edward, un noto avvocato di Amherst, nel Massachusetts dove ci resta per il resto della sua vita, senza sposarsi, assieme alla madre, al fratello Austin e alla sorella Vinnie. Uniche sue amicizie esterne che contano per lei, sono il reverendo Charles Wadsworth, sposato, verso il quale viene ipotizzato un interesse sentimentale da parte della poetessa e la giovane amica Vryling, con la quale si intrattiene in brillanti conversazioni finché questa non si sposa e si trasferisce in un'altra città. Non più giovane e ammalata di nefrite, Emily finisce per condurre una vita sempre più riservata, soprattutto dopo la morte del padre e della madre, intenta solo a comporre poesie e a scrivere lettere.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista e sceneggiatore Terence Davies ha portato felicemente a compimento un onesto e molto professionale sforzo per mettere in scena Emily Dickinson, donna e poetessa. Risalta su tutte la figura della sorella Vinnie, sempre pronta ad aiutare tutti, ad attutire ogni dissidio, senza mai pensare a se stessa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena prolungata di sofferenza nell’infermità potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Terence Davies ricostruisce in modo eccezionale la vita e il pensiero della poetessa americana, grazie in particolare a dialoghi molto curati, aiutato dall’ottima recitazione di tutti a iniziare dalla protagonista, Cynthia Nixon.
Testo Breve:

La storia di Emily Dickinson, poetessa e donna. L’obiettivo di riversare in pellicola l’animo e il pensiero della grande poetessa americana è stato compiutamente raggiunto dal regista  Terence Davies

Nella sequenza iniziale, che si svolge in un collegio per signorine della buona società del Massachusetts, assistiamo a una scena poco concepibile per noi uomini del terzo millennio. Da una parte un’insegnante che invita un’allieva (Emily) a pentirsi dei propri peccati, pena la certezza di una dannazione eterna e dall’altra la ragazza che dichiara semplicemente di non sentirsi colpevole di alcunché e di percepire solo sentimenti indefiniti. Lo spettatore ha subito il timore di essere incappato in uno di quei film manichei dove ci sono i cattivi da una parte (coloro che professano una religione) e i buoni dall’altra, che si dichiarano atei.

Il timore svanisce ben presto: il regista e sceneggiatore Terence Davies è stato al contrario molto rigoroso nel definire l’ambientazione e la psicologia di una delle più importanti poetesse americane, usando le pochissime informazioni in nostro possesso sulla sua vita privata.

Il Massachusetts della metà dell’Ottocento si considerava l’espressione più pura della Nuova Inghilterra puritana e certi atteggiamenti di rigorosa mortificazione da parte di persone devote vengo presentati più volte nel corso del film.

Emily, di sensibilità e gusto eccezionali, non si accontenta di risposte preconfezionate, ma vuole cercare da sola il senso del nostro vivere. “La poesia mi è di conforto per quell’eternità che ci circonda” è uno dei suoi versi che periodicamente vengono declamati, con una voce di sottofondo, durante lo sviluppo del film e il tema dell’eternità che non consola ma che spaventa, è uno dei più correnti.

Ma Emily non si presenta affatto come una ribelle insofferente alle regole del vivere del tempo. Ancora giovane, chiede rispettosamente al padre il permesso di scrivere le sue poesie di notte per avere la giusta concentrazione e quando scopre, ormai adulta, che il fratello Austin tradisce sua moglie con una cantante, lo accusa con veemenza di ipocrisia: se per lui è accettabile che un’artista non sia legata alle convenzioni sociali, lei lo pone di fronte alla profonda ingiustizia che ha commesso nei confronti della moglie.

Il film affronta anche il tema degli amori della poetessa, su cui si è tanto chiacchierato senza mai pervenire a risposte conclusive. Il film allude a una sua armonia di pensiero con il reverendo Charles Wadsworth ma lui è sposato e Emily, coerentemente con i suoi principi, non procede oltre il lecito e sublima la sua sofferenza con la poesia. Il suo affetto si riversa interamente verso i suoi famigliari. Ama il padre, con il quale condivide idee antischiaviste, ha tenerezza verso la madre, in perenne stato depressivo e ha il conforto della completa intesa con la sorella Vinnie, vero angelo custode della casa, sempre pronta ad aiutare gli altri con un sorriso e a conciliare qualsiasi incomprensione. Muore prima il padre e poi la madre e ogni volta, per Emily, è come se si fosse staccato un pezzo di se stessa senza più speranza di ricomposizione. Da quel momento  Emily si  rinchiude, vestita sempre di bianco, nella sua camera.  Proprio lei che ha costantemente polemizzato con la religione ufficiale, diventa austera sacerdotessa di clausura di una fede tutta sua o meglio di una fede che probabilmente ha onestamente cercato ma non ha mai avuto il coraggio di approdare a una scelta definitiva. E’ convinta che non il decidere ma il sentire, il soffrire,. il percepire il senso dell’infinito e il riuscire a esprimere tutto questo in versi, sia ciò che ha più valore. . Il film fa declamare per intero, dalla stessa Dickinson, quei suoi versi che pongono la poesia al di sopra di tutto: del sole, dell'estate ma anche di Dio, perché la grazia che ci è concessa per pervenire al Cielo Finale, è troppo ardua da conseguire.

Io Reputo – Se mi metto a contare
Primi – i Poeti – Poi il Sole
Poi l’Estate – Poi il Cielo di Dio
E poi – la Lista è fatta
Ma, ripensandoci – i Primi sembrano proprio
Comprendere il Tutto
Gli Altri appaiono un’inutile Esibizione
Così scrivo – Poeti – E basta.
La loro Estate – dura un Anno Intero
Possono permettersi un Sole
Che l’Oriente – riterrebbe esagerato
E ammesso che il Cielo finale
Sia Bello come quello che Dischiudono
A Coloro che Li venerano
Esso è una Grazia troppo ardua

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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