Dramma

ALPHA – UN’AMICIZIA FORTE COME LA VITA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/13/2018 - 11:04
 
Apha
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Albert Hughes
Sceneggiatura: Daniele Sebastian Wiedenhaupt
Durata: 96
Interpreti: Kodi Smith-McPhee, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Natassia Malthe

In epoca paleolitica, Keda, figlio del capotribù Tau, viene giudicato dal padre abbastanza maturo per accompagnare gli altri uomini nel villaggio nella battuta di caccia necessaria a procurare il cibo per l’inverno. Durante un incontro ravvicinato con una mandria di bisonti della steppa, Keda cade giù da un dirupo. Creduto morto da suo padre e dal resto della tribù, si ritrova solo e stringe amicizia con Alpha, un lupo grigio. Il legame tra il ragazzo e il lupo diventerà sempre più forte e darà a Keda la forza di affrontare il lungo e difficile viaggio verso casa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'amicizia fra un giovane e un cane lupo, l'affetto di una madre, sono gli unici valori che sembrano presenti in un mondo dove si lotta per la pura sopravvivenza
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione e di violenza contro gli animali, in accordo con il genere e la scelta dell’ambientazione
Giudizio Artistico 
 
Alpha fatica a trovare una sua precisa collocazione non tanto di genere, quanto piuttosto di pubblico a cui si rivolge e si avverte l’assenza di una vena comica che avrebbe reso il film meno cupo
Testo Breve:

Nella preistoria, il giovane figlio del capo tribù, rimasto isolato, stringe amicizia con un lupo. Un bel rapporto fra l’uomo e l’animale trattato con un piglio troppo serio e con alcune scene violente

Alpha è, innanzitutto, una classica storia di formazione, in cui un ragazzo buono ma inesperto deve affrontare una serie di prove per dimostrare di essere diventato adulto e capace di cavarsela da solo. La posta in palio, in questo caso, non è tanto l’ammissione a pieno titolo all’interno della tribù, quanto piuttosto la possibilità di tornare a casa e di abbracciare i propri cari. Fulcro della trama è, ovviamente, il legame di amicizia che lega Keda e Alpha e che richiama, a tutti gli effetti, quello tra un cane e il suo padrone (per certi versi, il film si propone proprio di raccontare il primo rapporto di questo tipo nella storia).

Il tema della relazione tra un uomo e un animale, spesso selvatico, su uno sfondo altrettanto selvaggio non è certo innovativo. Si pensi, ad esempio, alle varie versioni de Il Libro della Giungla - recentemente riportato sul grande schermo dalla Disney, con la regia di Jon Favreau (2016) - e alla fortunata trilogia francese di Belle e Sébastien, in cui il rapporto tra un bambino e un cane selvatico si snoda sullo sfondo di uno sperduto villaggio dei Pirenei.

Nel caso di Alpha, la “novità” sta essenzialmente nella scelta dell’ambientazione preistorica.

Purtroppo, né il setting né il tentativo di raccontare la storia con un tono piuttosto secco e realistico riescono nel loro intento. Il sapore del già visto è dietro l’angolo, a partire dai personaggi secondari. Un esempio tra tutti, i genitori di Keda: lui, rigido e severo capo villaggio, mette il bene della tribù al primo posto; lei, invece, madre amorevole, si preoccupa costantemente per il figlio, di cui conosce il “cuore gentile”. Nulla di sbagliato, certo, ma il rischio (non del tutto evitato) è che l’archetipo si trasformi in stereotipo.

Il problema maggiore, però, è che Alpha fatica a trovare una sua precisa collocazione non tanto di genere, quanto piuttosto di pubblico a cui si rivolge. Da una parte, infatti, il film sembra respingere una platea di famiglie e bambini, abbondando, specie nella prima parte, di scene piuttosto crude e violente e rifiutando la componente favolistica che una storia di questo tipo potrebbe portare con sé. Dall’altra, la mancata esplorazione dei personaggi e un uso un po’ ingenuo degli effetti speciali (che attingono a piene mani ai chiaroscuri e ai cieli fiammeggianti) non convincono neanche lo spettatore adulto, che finisce per non comprendere la chiave di lettura necessaria ad accostarsi al film. Si avverte, inoltre, il peso della totale assenza di una vena comica, a cui si sarebbe potuto facilmente attingere nello sviluppo del rapporto umano-lupo e che invece viene rifiutata in toto, allo scopo, probabilmente, di rispettare quello che è il vero messaggio del film: “La vita non è un diritto. Va guadagnata”.  Che sia vero o no, forse ci sarebbero state strade più originali e modi più convincenti per trasmetterlo.

 

Autore: Cassandra Albani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIRACOLI DAL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/13/2018 - 10:18
 
Titolo Originale: Miracles from Heaven
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Patricia Riggen
Sceneggiatura: Randy Brown
Produzione: Roth Films, Franklin Entertainment, TriStar Pictures
Durata: 109
Interpreti: Jennifer Garner, Martin Henderson, Kylie Rogers, Queen Latifah, Eugenio Derbez

La famiglia Beam vive serenamente nella loro fattoria a Dallas, Texas. Il marito, Kevin, è un rinomato veterinario, la moglie si chiama Chrirty e hanno tre figlie: Anna, Abbie e Adelynn. Sono persone credenti che si ritrovano ogni domenica in chiesa con la comunità dei fedeli per cantare e ascoltare un simpatico pastore. Ogni pranzo è preceduto dalla preghiera comune e Christy sollecita, ogni sera le sue tre figlie a non addormentarsi senza prima aver rivolto un pensiero al Signore. Ma Anna, di dieci anni, vomita troppo spesso e dopo una peregrinazione senza risultati da una clinica all’altra, Christy decide di andare a Boston con la figlia dove spera in una visita da parte del Dr. Samuel Nurko il massimo luminare di gastroenterologia. I risultati delle analisi hanno sono funeste: Anna soffre di una rara e grave malattia che le impedisce di assimilare qualsiasi cibo, una malformazione che risulta incurabile. Christy inizia a disperare e ha ormai perso la fede…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La grave malattia di una bambina spinge tante persone a prodigarsi generosamente, al di là dello stretto dovuto per la loro professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale
Testo Breve:

Una bambina, figlia di genitori devoti, è affetta da una malattia molto rara e incurabile. Le speranze sono nulle, la madre ha perso la fede ma qualcosa di straordinario avviene. Il film risulta fedele a un fatto realmente accaduto

Un buon numero di Christian film americani si avvale dell’effetto che produce in chi è credente, la descrizione di un miracolo e la riprova è l’incasso al botteghino, sempre elevato.  Il Paradiso per davvero ha incassato $101,000 dollari mentre questo Miracoli dal cielo, per ora solo in Usa: 61,700,000 dollari.

Non si può che restare perplessi di fronte all’iniziativa di appoggiare un film destinato a promuovere la fede cristiana sul concetto di un  evento straordinario, proprio oggi che tanti film di fantasy cercano di stupire con gli effetti mirabolanti che si possono ottenere con la  computer grafica. A questo occorre aggiungere che la regia ama calcare sugli aspetti più melodrammatici della triste vicenda della piccola Anna. La protagonista Christy, interpretata dalla pur brava Jennifer Garner, passa la maggior parte del tempo a piangere e l’inevitabile lieto fino con tanto di paradiso simulato fra le nuvole è fatto apposta per riempire il fazzoletto di lacrime irrefrenabili.

Occorre a questo punto fare delle precisazioni. Tutti i fatti narrati sono realmente accaduti. Sono stati raccontati dalla stessa madre di Anna in un libro che ora si è trasformato in film che assume, in questo modo, una connotazione totalmente differente. Il film non vuol fare dell’apologia cristiana ed è onesto nel raccontare quanto è accaduto: non sorvola sulle difficoltà che si hanno, oggigiorno, quando si accenna all’ipotesi di un miracolo. Il dottore che ha avuto in cura la bambina non sa dare una spiegazione a quanto è accaduto, forse è il risultato di qualche reazione ancora inesplorata della mente umana (la bambina è guarita dopo esser caduta da un albero e aver battuto la testa). La stessa Christy, quando cerca di spiegare l’accaduto ai fedeli radunati nella chiesa, viene accusata di voler solo cercare della notorietà. Durante il lungo periodo di degenza, di speranze presto disilluse, non vengono trascurate le prove a cui tutta la famiglia viene sottoposta (oltre che Christian film si può parlare di Family film): la perdita della fede di Christy, lo scoraggiamento di Anna che non vuole più soffrire in quel modo, l’impegno del padre che deve fare gli straordinari per raccogliere i soldi necessari per sostenere le notevoli spese mediche.

Alla fine del film ci vengono presentati i veri protagonisti della storia inclusa Anna, ora completamente guarita.

Ma l’aspetto più rilevante del film sta proprio nel concetto che viene dato di miracolo. “I miracoli avvengono ogni giorno”, dichiara Christy e non si riferisce alla guarigione di Anna, che forse in futuro potrà avere una spiegazione medica, ma al miracolo delle tante persone che si sono prodigate per aiutare sua figlia e tutta la famiglia Beam nel sostenere la difficile prova. 

L’infermiera che ha fatto di tutto perché il dott Nurko trovasse spazio nella sua agenda per visitare la bambina, la cameriera che, conosciuta la situazione di Anna, decide di distrarla facendole conoscere l’acquario di Boston, l’impiegato dell’aeroporto che fa partire il padre e le due bambine anche se ha la carta di credito è scaduta, perché possano raggiungere la figlia malata e tanti altri. Quell’evento infelice era stato un generatore di generosità, aveva spinto tante persone a conoscere la bellezza del bene.

In genere i Christian film sono di qualità media. In questo caso, la presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale

Miracoli dal cielo può esser visionato su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LONTANO DA QUI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/26/2018 - 14:09
Titolo Originale: The Kindergarten Teacher
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Sara Colangelo
Sceneggiatura: Sara Colangelo, Nadav Lapid
Produzione: MERIAM ALRASHID, GED DICKERSIN PER PIE FILMS, MAVEN PICTURES, PAPERCHASE FILMS, PIA PRESSURE
Durata: 96
Interpreti: Maggie Gyllenhaal, Gael García Bernal

Lisa è una donna di mezza età, sposata con due figli adolescenti e un marito tranquillo e comprensivo. E’ maestra in un asilo di Staten Island e la sera frequenta un corso di poesia, senza avere la certezza di disporre di uno speciale talento. La sua vita scorre su binari tranquilli quando un giorno scopre che Jimmy, uno dei ragazzi dell’asilo, di 5 anni, ha la capacità di comporre poesie: brevi ma molto suggestive. Lisa decide che è suo preciso compito far conoscere questo talento precoce al resto del mondo e non si ferma neanche quando il padre del bambino le dice chiaramente che preferisce per il ragazzo un percorso di crescita normale.....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista Lisa compie atti che sono sicuramente sbagliati ma occorre dare atto alla regista di averceli mostrati nella loro negatività
Pubblico 
Adolescenti
Qualche rapida scena di nudo. Un racconto carico di tensione che vede coinvolto un bambino
Giudizio Artistico 
 
Un thriller psicologico ben sviluppato grazie alla mano ferma della regista e all’ottima recitazione di Maggie Gyllenhaal
Testo Breve:

Una mestra d’asilo scopre in un alunno un precoce talento per la poesia. Un eccellette ritratto di una donna che trova, nella missione di far scoprire il talento del ragazzo, un motivo di rivalsa per una vita passata più a sognare che aderire alle responsabilità  della propria esistenza di moglie, madre e insegnante

I figli di Lisa hanno organizzato una festa con degli amici nel giardino della loro casa. La donna interviene, sgridando la figlia perché si è accorta che sta fumando, assieme a un altro ragazzo, uno spinello.

L’alterco che ne segue è l’occasione per Lisa di tirare fuori tutto il suo disappunto nei confronti della “banalita” di vita che i suoi figli stanno conducendo: “vorrei che ci fosse un po più di vitalità, di curiosità in voi e che ci fosse più intellettualismo in questa casa” La figlia reagisce raggiosa, ricordandogli che ha sbagliato lei a non completare l’università e che ora si trova a frequentare stupidi corsi di poesia e a prendersela con i figli.

Si tratta di un fendente che colpisce diritto al cuore di Lisa. Maggie Gyllenhaal è semplicemente fantastica nel presentarci questa donna dalla psicologia complessa, che vive una vita disadattata, a cavallo fra una realtà che non  si mostra mai come lei vorrebbe e  uno stato esistenziale ideale, di estatica  contemplazione della natura (come in una delle ultime sequenze), che possa diventare fonte di ispirazione per versi sublimi.

Nel film c’è anche il tema del destino dei bambini superdotati (un tema che appassiona molto il cinema americano) ma che risulta secondario: non siamo dalle parti di Gifted-Il dono del talento, un film tutto centrato sul dilemma se indirizzare una bambina dotata verso un programma di formazione speciale; in questo Lontano da qui, è un elento funzionale per innescare l’ossessione di Lisa.

La regista esordiente Sara Colangelo tratteggia in modo impeccabile la psicologia della protagonista: Lisa non fa presa in modo responsabile e concreto sulla sua realtà familiare perchè lei sta navigando verso lidi più lontani: cerca di essere affettuosa con i figli ma poi non non riesce a calarsi nel loro mondo; ha un colloquio aperto e sincero con il marito ma poi lo tradisce con chi fa parte del mondo che lei ama. Quando infine scopre il talento di Jimmy e ha finalmente trovato una missione da compiere, lei pone questa come fine assoluto, per raggiungere il quale qualsisi principio etico può essere trascurato.

Se Lisa incontra qualche ostacolo, trova il modo di superarlo mentendo o agendo con doppiezza. Mente, presentando alla scuola serale le poesie del ragazzo come sue, raccogliendo così il consenso tanto sperato; mente al padre di Jimmy dicendo che non avrebbe mai mandato il ragazzo a esibirsi in un contest di poeti, cosa che invece fa.  Quando gli altri si accorgono delle sue scorrettezze e la rimproverano, lei piange,come un bambino che è stato privato del suo sogno  ma poi si riprende perché trova altre soluzioni, sempre più azzardate, per perseguire il suo obiettivo-ossessione. La bravura della regista sta proprio nell’avviluppare lo spettatore, quasi come in un thriller, negli stessi stati emotivi della donna, in quel gioco al rialzo sempre più pericoloso e inescusabile.

Alla fine il personaggio di Lisa non è certo gradevole e cede a una lunga serie di comportamenti sbagliati ma occorre dare atto alla regista di avercelo presentato con grande sensibilità in tutta la sua fragilità umana, senza per questo cercare in alcun modo di scusarne il comportamento.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A PRIVATE WAR

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/25/2018 - 08:24
Titolo Originale: A private war
Paese: Usa/Gran Bretagna
Anno: 2018
Regia: Matthew Heineman
Sceneggiatura: Arash Amel dall’articolo di Marie Brenner
Produzione: ACACIA FILMED ENTERTAINMENT, DENVER AND DELILAH PRODUCTIONS, SAVVY MEDIA HOLDINGS, THUNDER ROAD PICTURES
Durata: 106
Interpreti: Rosamund Pike, Jamie Dornan, Stanley Tuccy

Marie Colvin è una giornalista di origine americana dell’inglese Sunday Times specializzata nel coprire i conflitti più sanguinosi (anche se spesso dimenticati) del mondo. Un mestiere che non solo mette a rischio più volte la sua vita (la incontriamo quando decide di partire per lo Sri Lanka per raccontare la rivolta dei Tamil, un’impresa che le costerà la perdita di un occhio), ma la segna profondamente dal punto di vista psicologico. Incapace di “lasciare andare” un mestiere che è anche una vocazione, Marie affronta una profonda crisi per una sindrome post traumatica, beve troppo e fatica a mantenere dei legami. Tuttavia i suoi servizi da ogni parte del mondo (al fianco di Paul Conroy, un fotografo che è anche un ex militare e quindi la capisce meglio di ogni altro) aprono gli occhi al mondo su tragedie volutamente occultate…fino a che il destino le presenta il conto sotto le bombe nella città siriana di Homs.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film rende bene il senso di una vita complessa e a tratti contraddittoria ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità e in questo cercare di cambiare le cose
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza anche molto esplicita , un paio di scene di sesso e di nudo.
Giudizio Artistico 
 
Il film mostra una certa ripetitività nel mostrare le varie “campagne” in cui la protagonista è coinvolta ma beneficia dell’appassionata interpretazione di Rosamund Pike
Testo Breve:

La storia di Marie Colvin, una giornalista di guerra che ha perso la vita non perché alla ricerca della fama ma per aprire gli occhi a noi che, sepolti dalla valanga delle notizie, rischiamo di perdere la capacità di condividere le sofferenze altrui.  

Marie Colvin non è una donna facile da amare. Ha talento, ma non ha pazienza, è incosciente, beve, è impulsiva e orgogliosa. Ma ha un talento unico e soprattutto il coraggio per portarlo in giro per il modo, sotto le bombe e in mezzo ai proiettili, senza riguardo per i potenti. La sua bravura (che è un’urgenza prima di tutto personale di andare sul posto per “vedere” e raccontare, anche a costo di portare nell’anima ferite inguaribili) le conquista non solo l’interesse dei lettori , ma anche l’attenzione dei potenti (come Gheddafi) che la scelgono per dare al mondo il loro punto di vista.

Il film ritrae (grazie all’interpretazione appassionata di Rosamund Pike), senza nascondere le debolezze, i difetti e le occasionali crudeltà, una donna che forse vorrebbe essere madre (ma ha avuto due aborti naturali) ma che non sembra disposta a rinunciare alla vita che si è scelta né per un compagno né per un figlio.

Le sue scelte, forse anche per una certa ripetitività nel mostrare le varie “campagne” in cui la protagonista si impegna anche dopo l’attacco in terra Tamil che le fa perdere un occhio, non sono facili da accettare per un pubblico che pure subisce il fascino ruvido di questa combattente della notizia.

L’istinto farebbe dire che certi rischi sono azzardati, che qualche volta bisognerebbe rinunciare, specie quando i giornalisti sono presi di mira. Eppure lo sguardo del pubblico è un po’ anche quello de fotografo che Marie recluta in una delle sue missioni in Iraq e che da allora diventa il suo compagno di viaggio. Un ex militare (molto ben ritratto da Jamie Dornan) che non nasconde il peso di ciò che ha visto e cerca di convincere Marie a fare i conti con i suoi demoni.

Guerra dopo guerra, premio dopo premio, nonostante una nuova storia d’amore, Marie sembra però consumarsi in una missione che appare quasi votata all’autodistruzione.

Allo spettatore, consapevole fin dall’inizio del destino della giornalista, verrebbe da dire “fermati” senonché,  quando la vediamo in Siria, decisa a non abbandonare chi è stato dimenticato dal resto del mondo,  il film riesce finalmente a fare un salto e capire un po’ di più il senso di una vita complessa e a tratti contraddittoria, ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità e in questo cercare di cambiare le cose.

È davvero “privata” la guerra di Marie, perché è una guerra anche con se stessa, ma pur nell’imperfezione di un film non sempre risolto, ha il merito di ricordare il valore di chi rischia la vita non tanto per uno scoop o per la fama, ma per aprire gli occhi a noi che, sepolti dalla valanga delle notizie, rischiamo di perdere la capacità di condividere le sofferenze altrui.         

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
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WIDOWS – EREDITA’ CRIMINALE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/20/2018 - 19:42
Titolo Originale: Widows
Paese: Regno Unito, USA
Anno: 2018
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura: Steve McQueen e Gillian Flynn
Produzione: SEE-SAW FILMS, FILM 4, NEW REGENCY PICTURES
Durata: 128
Interpreti: Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elisabeth Debicki, Cynthia Erivo, Liam Neeson

Chicago. Durante la campagna elettorale per la presidenza del distretto, quattro criminali perdono la vita durante una rapina. Nemmeno il tempo per elaborare il lutto e le vedove si ritrovano a fare i conti con i debiti lasciati dai rispettivi mariti. In particolare Veronica (Viola Davis), moglie di Harry (Liam Neeson), il capo della banda, deve risarcire con due milioni di dollari la vittima della rapina, Jamal Manning, gangster afroamericano candidato alle elezioni. Veronica allora convince le altre vedove a formare una banda per mettere in atto il piano elaborato dal marito (e appuntato su un quadernino) per un colpo da cinque milioni di dollari. Questa volta il bersaglio del progetto criminale è l’altro candidato al distretto, il corrotto Jack Mulligan…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sembra affermare che quando la posta è sufficientemente alta, il fine giustifica i mezzi e il potere sembra corrompere tutti, bianchi come afroamericani
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza, nudità, linguaggio scurrile. In U.S.A. è stato qualificato Restricted, dall’US Bishops Movie Review come Morally Offensive
Giudizio Artistico 
 
Il film non è banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.
Testo Breve:

Quattro vedove di quattro ladri morti nell’esercizio della loro" professione", superano la situazione difficile in cui si rrovano adottando gli stessi metodi dei loro ex-mariti. Un film violento dello stesso regista di 12 anni schiavo

Dopo Hunger, Shame, e 12 anni schiavo (Oscar come miglior film), il regista Steve McQueen sceglie un’altra storia fortemente sociale, immersa profondamente nella realtà che racconta, e ne esce fuori un thriller atipico con poca tensione e molto dramma, quello di quattro famiglie dilaniate dalla scomparsa della figura paterna, punto di riferimento nonché principale fonte di reddito (anche se, nei loro casi, derivante da attività illecite). Anche la struttura drammaturgica di Widows (libero adattamento dell’omonima serie TV britannica andata in onda negli anni Ottanta) sembra sottolineare questo aspetto: i preparativi per il “colpo del secolo” infatti  - che cominciano dopo un’ora circa di film - sembrano solo il pretesto per raccontare il riscatto di quattro vedove (idealmente all’ultimo posto nella scala sociale) che devono imparare a sbrigarsela da sole in un mondo dominato da uomini e per di più quasi tutti malvagi (l’unica figura maschile positiva infatti è l’autista di Veronica e fa abbastanza presto una brutta fine). In tal senso, non è casuale la scelta di intrecciare le peripezie di questa banda criminale decisamente atipica, con le tappe di avvicinamento alle elezioni del presidente del diciottesimo distretto (quello di Chicago, appunto), in cui si fronteggiano un gangster di colore, spalleggiato da loschi individui avvezzi ad atti di inaudita violenza per estorcere denaro e favori, contro l’ultimo rampollo, ipocrita e moralista, di una dinastia di politici corrotti che da svariate generazioni detiene a vario titolo il potere nel distretto. Il messaggio del regista è chiaro: dopo i vari colpi di scena si capisce che in fondo cambia l’estrazione sociale, cambiano i metodi, cambia il colore della pelle, ma alla fine il potere rende tutti uguali (sarà un caso ma i due candidati hanno le stesse iniziali e nomi assonanti).

In questo scenario alienante e a dir poco ostico, si deve muovere la protagonista, apparentemente predestinata vittima sacrificale, ma che poi attingendo a risorse inaspettate, fa prevalere all’istinto di sopravvivenza il desiderio di rivalsa contro quella società violenta e ingiusta che dopo il figlio le ha portato via anche il marito. Per farlo chiede l’aiuto delle altre donne, che si trovano come lei sole e sull’orlo del lastrico: quattro situazioni molto diverse da loro, che in qualche modo sembrano essere rappresentanti dell’intero genere femminile. Ma nel corso della storia si capisce che le cose non stanno proprio come sembrano: allora cambiano le motivazioni e la voglia di riscatto si trasforma in qualcos’altro, che forse è solo bisogno di colmare un vuoto affettivo creato dai lutti e da un benessere che era solo di facciata.

Per concludere, Widows non è un film banale: emotivo ma asciutto, nel giudizio complessivo paga l’avvio estremamente lento (sono tanti i personaggi e le dinamiche da presentare) e una certa ripetitività un po’ troppo elementare nelle motivazioni che muovono le quattro protagoniste.

Autore: Gabriele Cheli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COME UNA ROSA NELL'ARMADIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/18/2018 - 14:08
 
Titolo Originale: Come una Rosa nell'Armadio
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Fulvio Bruno
Sceneggiatura: Valeria Ammirati, Laura Farruggio, Fabrizio Vincitorioaleria Ammirati, Laura Farruggio, Fabrizio Vincitorio
Produzione: Azione Cattolica Italiana, Parrocchia San Siro, Diocesi di Ventimiglia-San Remo
Durata: 120
Interpreti: Mario Boeri, Raffaella Bianco, Sara Verrando, Stefano Mascarello

Domiziano è un creativo di successo. E’ molto coinvolto nel suo lavoro, fino a dimenticare di aver promesso alla moglie Liliana di pranzare insieme. Anche lei è molto impegnata: è supplente in una scuola elementare e da sola si deve prendere cura dei due figli adolescenti, Chiara e Francesco, visto che il marito è sempre fuori casa. Queste due vite parallele finiscono per ritrovarsi presto a ruoli invertiti: Liliana ottiene finalmente una cattedra mentre Domiziano si ritrova da un giorno all’altro senza lavoro. Di fronte a delle giornate passate in casa davanti al computer e sotto il pungolo della moglie, Domiziano comprende che in quel particolare momento di crisi può almeno rendersi utile accompagnando i figli a scuola e pulendo la casa….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime la bellezza della solidarietà nel lavoro e il valore degli affetti familiari che vanno coltivati giorno per giorno, così come si coltiva una pianta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film ha un piglio vivace e divertente e tutti i personaggi, anche se non professionisti, appaiono veri e spontanei. Qualche incompiutezza nella definizione delle relazioni fra i due protagonisti
Testo Breve:

In questo christian film tutto italiano, un creativo della pubblicità  trascura la famiglia per il lavoro ma quando viene licenziato, inizia a impiegare il tempo a disposizione con lavori domestici e a prendersi cura dei figli. Una cura salutare che gli consentirà di riprendere coscienza dei valori familiari

L’aspetto più affascinante di questo film è il respiro collettivo che traspare dalle immagini. Si tratta di una storia che ruota intorno a un preciso protagonista, Domiziano e alla sua famiglia ma il racconto, man mano che progredisce, si allarga a ventaglio, includendo i colleghi di lavoro di lui e di lei, i compagni di scuola di Francesco e Chiara, la barista amica di Liliana, la simpatica salumiera, la mamma snob di Domiziano e tanti altri. Il tutto condito con molta allegria, con molta gioia nei rapporti umani, con il piacere di vivere all’interno di una comunità solidale, che costituisce il primo, vero “messaggio cristiano” (aggiungerei cattolico) del film, evitando anche di prendersi troppo sul serio, che è da sempre il vero rischio di questi lavori semiprofessionali.

Film come questo cercano di coprire un enorme vuoto presente nella produzione cinematografica non solo italiana ma europea: quello di film che trattano il tema della fede.  Certamente vengono prodotti serial TV e film che parlano di santi, di papi ma storie di laici che trovano nella fede la risposta ai loro problemi sono praticamente inesistenti (porrei, come unica eccezione, il film francese L’amore inatteso del 2010). Sappiamo che negli Stati Uniti la situazione è molto diversa: esiste il filone dei Christian film, di impostazione protestante, che ci parlano di laici che in famiglia, al lavoro, all’università, scoprono la bellezza del cristianesimo. Si tratta di un filone professionale che ha un suo preciso pubblico e che riesce a realizzare  giusti tornaconti economici. Ancora oggi possiamo dire, senza timore di sbagliare di molto, che per i corsi pre-matrimoniali che si svolgono nelle parrocchie italiane i film più utilizzati sono Fireproof del 2008 sul tema del perdono coniugale e October Baby del 2011, quando occorre affrontare il tema dell’aborto. Altri due film di questo filone sono riusciti ad accedere anche al circuito delle sale italiane e costituiscono una forma di apologia del cristianesimo: God’s not dead 1 e 2.

Possiamo dire, in termini rigorosi, che Come una Rosa nell’armadio sia un Christian film italiano? La risposta è “si” e “no”. E’ “si”, perché finalmente la prospettiva scelta è quella laica; è forse “no”, perché la fede non costituisce l’elemento determinante per la trasformazione dei protagonisti. Hanno dei problemi professionali e familiari da risolvere ma non li si vede mai entrare in chiesa né mettersi a pregare; nel film sono presenti due figure di sacerdoti, ma questi risultano marginali nell’economia del racconto. Si può rispondere “si” vedendo la storia in una diversa prospettiva: quella che riconosce che si può essere dei buoni cristiani solo se si è dei buoni uomini. In effetti, l’amore coniugale, la cura della famiglia, sono valori umani, indipendentemente dalla fede che si professa. La stessa frase che viene citata, di Papa Francesco, sull’importanza di curare gli affetti familiari come si cura una pianta, è espressione di una saggezza molto umana che però si pone in perfetta armonia con un’etica familiare cristiana e in particolare, come suggerito nel film, con il sentimento di misericordia a cui ci spinge l’esempio di Gesù.

Complessivamente il film mantiene un ritmo vivace, ben caratterizzato nei personaggi spesso molto divertenti anche se a volte si percepisce la loro non professionalità (con una interessante eccezione: il piccolo Francesco, che è semplicemente fantastico). Dispiace solo che a livello di sceneggiatura non siano stati approfonditi i rapporti fra Domiziano e sua moglie Liliana. A un certo punto della storia Domiziano ha una parentesi romantica con una certa Angela: li vediamo chiacchierare nei giardini, in biblioteca e comprendiamo che si sta stabilendo fra loro una forte intesa. Si tratta dello sviluppo di un interesse reciproco che risulta ben rappresentato. Per contrappeso non abbiamo qualcosa di analogo nei rapporti fra i coniugi: fin dalle prime sequenze li vediamo che mentre uno entra in casa l’altra esce,  discutere di lavoro, di figli, di cucina e pulizia della casa ma non abbiamo informazioni sulle origini e sulla profondità del loro legame. Sarebbe stato interessante conoscere quale “chimica”, forse sepolta dalle abitudini, li tiene uniti e sarebbe semplicistico supporre che il movente che riporta Domiziano a sentire un forte affetto per la moglie sia dovuto solo al fatto che ha potuto conoscere dal vivo l’importanza e la gravosità dei lavori domestici.

Il film è stato realizzato dal Gruppo Adulti e Famiglie dell’azione Cattolica di san Siro (Sanremo); ha coinvolto 131 attori e persone di staff non professionisti; unica figura professionista è stato il regista Fulvio Bruno. Dopo la prima proiezione, avvenuta al cinema Ariston di Sanremo nel novembre del 2018, alla presenza di ben 1800 persone, il film è stato presentato in altre sale italiane, soprattutto parrocchiali. Ora è disponibile in DVD ed è ordinabile dal sito: http://www.comeunarosanellarmadio.it/

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SENZA LASCIARE TRACCIA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/16/2018 - 19:04
 
Titolo Originale: Leave No Trace
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Debra Granik
Sceneggiatura: Debra Granik, Anne Rosellini
Produzione: BRON CREATIVE, TOPIC STUDIOS, HARRISON PRODUCTIONS, REISMAN PRODUCTIONS, STILL ROLLING PRODUCTIONS FILMS
Durata: 107
Interpreti: Ben Foster, Thomasin Harcourt McKenzie (Thomasin McKenzie)

Fra i boschi del Parco Nazionale dell’Oregon vivono Will, un veterano di guerra che è rimasto traumatizzato da ciò che ha vissuto e Tom, sua figlia quindicenne, che ha cresciuto addestrandola a sopravvivere nella foresta. Scendono in città solo per comperare ciò che non possono ricavare dalla natura e Will ottiene i soldi di cui ha bisogno vendendo le ricette che gli vengono prescritte come veterano affetto da disordine post traumatico. Un giorno la polizia li scopre e li porta in città. Gli assistenti sociali riescono a trovare per loro una casa, un lavoro e Tom inizia a frequentare la scuola, con un crescente interesse verso questa nuova vita di relazioni. Ma il padre non riesce ad adattarsi e convince la figlia a prendere i bagagli e a salire clandestinamente su di un treno merci in cerca di nuovi boschi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessuno è cattivo in questo film: tutti esprimono una sollecita premura nel prestare aiuto a chi ne ha bisogno.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista è molto brava nel rappresentare il suo ideale fondato sulla sinergia fra una natura generosa e una umanità solidale. Ottima interpretazione dell’emergente Thomasin McKenzie-Harcourt
Testo Breve:

Un veterano di guerra desidera solo isolarsi dal mondo vivendo in una foresta e facendo crescere in quel modo sua figlia. Una storia-limite ma ricavata da un fatto realmente accaduto, che è l’occasione per la regista di esprimere il suo amore per una natura generosa e benevola verso l’uomo

Verso metà del film, quando padre e figlia sono stati accolti in una comunità che vive in roulotte ai margini di un bosco, Tom fa amicizia con una signora che periodicamente appende un sacco a un chiodo conficcato in un albero della foresta. Il sacco è pieno di generi alimentari e attrezzi utili per la sopravvivenza. Quel sacco è destinato alle tante persone che vivono nascoste fra gli alberi e in effetti, dopo pochi giorni, il sacco viene trovato vuoto. Come era già accaduto nel suo precedente film, Un gelido inverno, la regista indie Debra Granik è interessata ai tanti luoghi che ancora esistono nel grande continente americano che sono lontani dai grandi agglomerati urbani e che si prestano ad essere luoghi ideali per chi, per scelta o per necessità, desidera allontanarsi dalla complessità del mondo moderno. Se Un gelido inverno ci parlava di una piccola comunità che viveva di espedienti e traffici illeciti ai margini di una riserva indiana, in quest’ultimo lavoro troviamo un gruppo di persone che ha scelto come proprio mondo un campo di roulotte e uno spiazzo centrale dove mangiare e cantare assieme 

Che cosa ci vuole trasmettere la regista e sceneggiatrice Debra Granik? Il rifiuto della complessità e della falsità del mondo moderno? E’ un’idea che viene in mente quando vediamo padre e figlia camminare a piedi in mezzo al traffico assordante di una metropoli, dopo che li abbiamo appena visti, nel silenzio dei boschi, bere dall’acqua piovana e accendere il fuoco con una pietra focaia. Anche le riprese sono significative: la regista privilegia in città i campi lunghi e i due ci appaiono come due punti sperduti fra i grattacieli, rispetto ai primi piani fra i boschi.

E’ sicuramente questo l’atteggiamento di Will, che fugge dal mondo, per una ferita che non riesce a rimarginare ma lo sguardo della regista non è polemico (siamo agli antipodi di un film come Captain Fantastic, dove un padre di sei figli vive nello stesso parco dell’Oregon, in disprezzo del mondo dei consumi e del capitale) ma piuttosto propositivo di un mondo dove la natura e l’umanità sono in stretta simbiosi.

Ecco il ragno che tesse con meticolosa precisione la sua tela (scena che apre e chiude ilfilm) simbolo della paziente costruzione della natura.  Tom scopre che può senza timore, accogliere le api fra le sue mani nude. Perfino l’amicizia con un cane è vista come la miglior soluzione per far trovare al padre Will un po’ di serenità.

Anche l’umanità che ruota intorno ai due è del tutto particolare: le persone che incontrano, sia quelli accampati nei boschi che gli assistenti sociali della città, si mostrano premurosi nei loro confronti e attenti alle loro esigenze. Sembra che la regista stia cercando di proporci un mondo irreale ma è così abile nel presentarcelo, grazie alla grande cura nei dettagli, da renderlo una proposta accettabile.

Anche i rapporti umani sembrano perdere, nella sua visione, lo strumento principe che li caratterizza: la parola. Padre e figlia, abituati a vivere in simbiosi per anni, si esprimono per monosillabi e in una delle scene conclusive, bellissima, quando Will e Tom si guardano a lungo senza parlare, uno di fronte all’altra, si stanno dicendo tutto quello che hanno da dirsi. Ci sono buone probabilità che la regista sia riuscita, come aveva già fatto nei confronti di Jennifer Lawrence in Un gelido inverno, di lanciare una nuova diva. Bravissima è infatti Thomasin McKenzie-Harcourt nella parte della figlia: il suo sguardo riesce a esprimere con pochi tratti, curiosità, affetto, premura.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOTTI MAGICHE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/12/2018 - 21:57
Notti Magiche
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi
Produzione: Lotus Film
Durata: 115
Interpreti: Mauro Lamantia, Luciano Ambrogi, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Giancarlo Giannini, Marina Rocco

Nella notte della semifinale del campionato mondiale una macchina, guidata da Leandro Saponaro, produttore cinematografico, ormai al lastrico, cade dal ponte di Trastevere. Si sospetta subito che sia omicidio e sono interrogati i tre ragazzi finalisti del Salinas che hanno avuto l’ultimo contatto con lui.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’accusa al cinema lascivo è funzionale, solo, al racconto del retroscena sul cinema italiano e sui suoi registi e produttori troppo impegnati a realizzare se stessi e a usare gli altri.
Pubblico 
Sconsigliato
Troppo cinismo e nessun personaggio positivo
Giudizio Artistico 
 
I dialoghi del film sono esilaranti. Soprattutto per chi scrive, realizza e conosce il cinema italiano.
Testo Breve:

Paolo Virzì ritorna agli anni '90 nella notte della semifinale del campionato mondiale quando fare cinema sembrava un sogno  allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Un divertissement per i cultori  del cinema italiano per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema

Le notti sono magiche quando tutti gli italiani, riuniti insieme davanti a uno schermo all’aperto, tifano per la Nazionale. Quando sperano e desiderano la vittoria seguendo la voce inconfondibile di Bruno Pizzul. E anche lì a Roma, la notte della semifinale, mentre la sconfitta con l’Argentina invade gli animi degli sportivi, c’è una morte improvvisa. Un’auto cade da un ponte del Tevere. E in quell’auto c’è Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), un produttore di cinema over sessanta. Suicidio o omicidio? Il carabiniere (Paolo Sassanelli) convoca tutti per un interrogatorio. Però i primi coinvolti sono quei tre ragazzi, giovani e forse fintamente inesperti, che sono a Roma perché hanno talento, perché sono i finalisti del Premio Solinas. Sono i tre che hanno avuto contatti con il morto, assicura la giovane compagna amante di Saponara, Marina Rocco. Sono loro i colpevoli, non ci sono dubbi. E così inizia un veloce, nero flashback in cui i tre (che ricordano gli stessi sceneggiatori dei film, Paolo Virzì, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi) sono costretti a raccontare i loro giorni romani.
Luciano (Giovanni Toscano) è toscano, seducente senza ambiguità, diretto e volenteroso. Non teme i giudizi, ottiene quello che vuole (come chiedere alla starlette matura, interpretata da Ornella Muti, di mostrargli il suo corpo solo per guardare) e non sa gestire il rapporto con la ragazza, anche lei toscana, giovane madre di suo figlio.

Poi c’è il provinciale Antonino (Mauro Lamantia): viene dalla Sicilia, è il più talentuoso dei tre, ha vinto il premio in denaro del Solinas e ha uno sguardo ingenuo nei confronti di tutti, anche dei suoi sentimenti.

E infine c’è la ricca Eugenia (Irene Vetere) talmente timida da essere paranoica, che si rifugia nelle droghe immediate per avere il controllo dei suoi pensieri e stati d’animo, che si paralizza di fronte al suo attore mito, Jean Claude Bernard, che non guarda in faccia la donna che entra nella sua roulotte del set (in questo caso Eugenia) e non perde tempo a possederla. E soprattutto ha una casa in centro talmente bella che può ospitare i due nuovi amici, che non hanno dimora romana.

Il racconto di loro tre inizia e si fa un tutt'uno in quei giorni di quegli anni ’90 quando il sogno di fare cinema sembra allo stesso tempo possibile, inverosimile, surreale. Una condizione, quella dei protagonisti, produttori, sceneggiatori, attori e famosi registi che è volutamente rafforzata da una luce particolare, gialla, scura, mai splendente (bravissimo il direttore della fotografia Vladan Radovic).

Lo sguardo realistico e a volte troppo cinico di Paolo Virzì diventa la cifra di tutto il film, che è sicuramente un divertissement per i cultori e i giornalisti del cinema italiano, per chi conosce volti, nome, costumi di chi ha fatto grande, irriverente e irredimibile il nostro cinema. Come non sorridere quando si cita il regista Pontani, quel maestro dell’incomunicabilità (il nostro Michelangelo Antonioni), vincitore della Palma d’Oro a Cannes per il film La chiusura?. C’è l’avvocatessa Giovanna Cau, ci sono gli sceneggiatori Age e Scarpelli, i registi Ettore Scola e Giuliano Montaldo, e tanti altri ai quali Paolo Virzì volutamente non sceglie di dare il nome reale, ma li evoca attraverso le loro manie, le idiosincrasie. Ad eccezione di due, l’attore Marcello Mastroianni e il regista Federico Fellini sul set de La voce della luna. Però poi alla fine i protagonisti, con le loro particolarità, eccessi e debolezze, rischiano di essere i personaggi di sé stessi e di stancare. Per loro lo spettatore non prova alcun desiderio di identificazione: li osserva, li giudica e, se conosce il cinema italiano, si diverte per le battute che denudano vizi e malcostume dello spettacolo. Solo per quelle. Di magico resta solo la canzone di Gianna Nannini e Edoardo Bennato.

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHESIL BEACH - IL SEGRETO DI UNA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/11/2018 - 17:40
Titolo Originale: On Chesil Beach
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Cooke
Sceneggiatura: Ian McEwan
Produzione: NUMBER 9 FILMS
Durata: 105
Interpreti: Saoirse Ronan, Billy Howle, Emily Watson, Samuel West, Anne-Marie Duff, Adrian Scarborough

Estate del 1962. In un piccolo hotel nella contea del Dorset, sulla spiaggia di Chesil Beach, una giovane coppia si appresta a trascorrere la sua prima notte di nozze. Edward si è laureato da poco e desidera scrivere libri di storia. Florence è una promettente violinista e dirige un quartetto con i quale spera di diventare famosa. Sono entrambi innamorati l’uno dell’altra ma ciò che quella sera deve accadere desta loro non poca apprensione: per entrambi è la prima volta…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Non sempre si riesce a comprendere la radicalità del matrimonio, il passaggio da una vita incentrata su se stessi a una che comporta la fusione dei corpi e delle anime
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di amplesso con nudità parziali. Il tema trattato non risulta adatto ai più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno. La regia, con i suoi ritmi lenti, asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan
Testo Breve:

Negli anni sessanta, prima  della rivoluzione sessuale, due giovani sposi alla loro prima notte di nozze si trovano ad affrontare qualcosa che per loro è rimasto ignoto fino a quel momento. Tratto da un romanzo di McEwan, il film scava sulla difficoltà di porre in pratica l’amore di coppia

Dopo Espiazione, dopo Il verdetto ecco un terzo film che in pochi anni porta in pellicola romanzi dello scrittore inglese Jan McEwan. Tutti e tre possono venir accomunati da una caratteristica: quella di raccontare, con grande finezza psicologia, un amore che sarebbe potuto essere ma che non è stato, generando quello spleen che è così tipico dello scrittore. Se in Espiazione  Cecilia e Robbie restano per sempre separati per la maldicenza di una ragazzina invidiosa, in Il Verdetto è il giovane Adam, affetto da leucemia, a sperare in un amore, in questo caso di madre putativa,  impossibile: quello con il  giudice Fiona, che gli è apparsa come musa ispiratrice per una gioia di vivere che non aveva ancora conosciuto. Ora in questo On the Chesyl Beach, tutto sembra a posto fra Edward e Florence, novelli sposini che hanno affittato una camera in un piccolo hotel sul mare per la loro prima notte di nozze ma entrambi sono vergini e se lui teme di risultare rozzo, lei si approccia con timore a questa intimità così fisica. Il film è ambientato nel 1962, poco prima dell’inizio dell’epoca della contestazione che porterà con se sostanziali cambiamenti di costume, soprattutto nella sfera sessuale. E’ indubbio che nel ’62  si parlava poco di sesso o lo si faceva con estrema discrezione e In effetti desta sconcerto vedere Florence, prima delle nozze, leggersi un libro di educazione sessuale per cercare di comprendere come deve comportarsi.

Sarebbe però troppo semplicistico concludere che McEwan, qui anche sceneggiatore, abbia voluto realizzare un film di pura critica sociale, mostrando come stupidamente ci si comportava prima della rivoluzione sessuale, arrivando alla prima notte di nozze o completamente ignoranti o pieni di complessi e pruderie. Né si può dire che il regista voglia lanciare strali contro forme di bigottismo religioso, perché una delle figure più belle del film è proprio quella del sacerdote che con grande sensibilità psicologica comprende che Fiona sta andando alle nozze con apprensione e cerca di portarla con delicatezza verso una confessione liberatoria, anche se ciò non avviene. E’ lo stesso sceneggiatore-scrittore a diradare questa semplicistica interpretazione, facendo capire, con discrezione, che Florence non sta subendo condizionamenti sociali tipici dell’epoca ma conserva gli effetti di  traumatiche esperienze giovanili che deve e vuole cercare di superare. Cos’è allora che non funziona veramente fra loro due, oltre alle incertezze della prima notte?
Edward e Florence, dopo le nozze, si accorgono di essersi calati in un nuovo mondo per il quale non si sono preparati: se prima del matrimonio, come ci raccontano numerosi flashback,  i due si compiacevano dello stare insieme perché era bello parlare di tante cose, di musica, di politica di arte, adesso comprendono che il matrimonio è molto più di un piacevole conversare ma una reciproca donazione totale del fisico e dell’anima diventare una nuova realtà , ma che per nascere ha bisogno della morte di quel singolo che si era prima.

Ecco che Florence chiede al marito di accettarla così com’è: un gradevole vivere insieme, sorrisi e parole e basta, che vuol dire restare così come erano, due singoli e non una coppia. Ma anche Edward, che si sente umiliato e che reclama le promesse matrimoniali non è pronto per una dedizione totale che in quel caso vuol dire stare pazientemente vicino alla moglie fino alla guarigione (che effettivamente avverrà ma in modi diversi). E’ stato proprio McEwan, con la sua sceneggiatura di Il verdetto a darci un bellissimo esempio del potere trasformante dell’amore, anche se in quel caso non si era trattato di amore coniugale. Il giovane Adam, ormai rassegnato a morire, aveva incontrato Fiona, che si è mostrata interessata alla sua persona, aveva assecondato il suo interesse per la musica, aveva condiviso con lui la passione per i versi di poeti celebri. Il ragazzo si era sentito rinato, aveva trovato degli interessi che reclamavano in vita e non voleva più morire. Ora invece, in un lungo battibecco sulle sponde della spiaggia di Chesyl, Edward e Florence non sono disposti a regalare all’altro nessuna forma di amore trasformante e restano ancorati a quel loro io privato che non vuole diventare un io di coppia.

Saoirse Ronan è molto brava nell’impersonare una donna che manifesta un affetto controllato ed è intimamente sofferente; la fotografia è molto bella, soprattutto quando contrasta il turchese dell’abito di Florence con la foschia della spiaggia in autunno la regia, con i suoi ritmi lenti asseconda bene la cura per i dettagli delle pagine di McEwan

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EUFORIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 11/06/2018 - 21:01
Titolo Originale: Euforia
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Valeria Golino
Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino
Produzione: HT FILM, INDIGO FILM CON RAI CINEMA
Durata: 115
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Jasmine Trinca, Valentina Cervi

Matteo è esperto nella realizzazione di sponsorizzazioni artistiche per importanti clienti. E’ un uomo affermato, ha un bell’attico a Roma e si gode la sua vita da scapolo, contornato da una corte di parassiti. Suo fratello Ettore è rimasto nella nativa Nepi assieme alla madre ed è insegnante alle scuole medie. Per molto tempo non si sono frequentati quando un giorno la madre telefona a Matteo pregandolo di raggiungerli: Ettore è già svenuto due volte e si teme che abbia qualche grave malattia. Matteo decide di ospitare il fratello nella sua casa romana, così avrà tutto il tempo di fare le necessarie analisi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due uomini sembrano essere alla deriva spinti solo dai loro istinti e dalle loro emozioni (buone o cattive) senza essere in grado di porsi alla guida della loro vita
Pubblico 
Sconsigliato
Situazioni e frasi volgari su alcuni aspetti sessuali, uso di droga.
Giudizio Artistico 
 
La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot non necessari e alcuni personaggi restano senza una chiara collocazione
Testo Breve:

Un fratello è ricco mentre l’altro conduce una vita modesta. Un fratello è esuberante e libertino, l’altro è una persona riservata. Uno è sano, l’altro è malato. Valeria Golino, alla sua seconda esperienza da regista, torna sul tema della morte ma mette troppa carne al fuoco

Valeria Golino, nel suo primo film da regista (Miele) aveva già affrontato il tema della malattia e della morte. Si potrebbe dedurre che per lei sia una specie di ossessione, perché non riesce a inserirle nell’economia e nel significato della nostra esistenza e non trova altra soluzione che l’eutanasia (in Miele) oppure negare la sua esistenza, come fa Matteo che evita di far sapere al fratello il responso dei medici. Quello del mentire sembra sia uno dei tanti difetti di Matteo che è un grande giocoliere della parola: sia sul lavoro, quando cerca di portare i suoi clienti verso soluzioni a lui più vantaggiose, sia verso i familiari, perché vuole mantenere sempre lui il controllo delle situazioni e delle persone. Ecco che mente a Michela, la moglie separata di Ettore, dicendole che lui l’ama ancora. Ecco che mente a Ettore stesso, non solo negandogli la verità sulla sua malattia ma dicendogli che Elena, la sua ex amante l’ama ancora Ma i vizi di Matteo sono altri ancora  e sembra che la Golino si sia divertita a caricare di tinte fosche il protagonista: spregiudicato libertino beve e sniffa coca,  allunga le notti con la sua corte di parassiti dalle quali pretende anche prestazioni sessuali dagli uomini (ha inclinazioni omosessuali). E’ anche un narciso che si fa fare un intervento estetico che gli regali polpacci muscolosi. Può sembrare un modo per contrapporre il fratello cattivo con quello buono ma anche Ettore ha non pochi difetti: spesso non gradisce la presenza del figlio, ha avuto un’amante ma non vuole più tornare con la moglie Michela perché: “E’ vacua, è superficiale, io purtroppo l’ho sempre saputo”. Ci si potrebbe domandare come mai l’abbia sposata se ha avuto fin dall’inizio un così basso giudizio su di lei ma il film non approfondisce questo aspetto. Sembra quasi che i due fratelli si siano auto-negati le più elementari felicità della vita in famiglia: da tempo hanno cessato di frequentarsi e trascurano anche la madre che non riesce mai ad avere loro  notizie.

La Golino non risparmia un affondo su alcuni aspetti della fede cristiana e il viaggio dei due a Medjugorje, non certo per fede ma per pura superstizione, si trasforma in una satira di certe comitive di credenti che cercano di espiare i propri peccati inerpicandosi su viottoli pieni di sassi per compiere la Via Crucis e poi chiedono agli organizzatori: “a che ora c’è l’apparizione della Madonna?  Non perde tempo Matteo che riesce a cogliere anche l’occasione di questo viaggio dall’apparenza più spirituale per concedersi un rapporto omosessuale con un partner raccolto fra i pellegrini.

Un discorso a parte merita l’omosessualità di Matteo, anch’essa oggetto da parte della Golino di stralci derisori. Questa inclinazione di Matteo non risulta affatto necessaria ai fini del racconto ma la sceneggiatura non manca di inserire nel racconto parole o situazioni volgari.

Alla fine il panorama umano che traspare da questo film è desolante: i protagonisti sono  persone che non sono al volante della loro vita ma avanzano spinti dalla loro emotività e da  impulsi primordiali  Se Matteo deve essere ricoverato in ospedale per abuso di alcool e droga, se i due fratelli bisticciano perché hanno punti di vista diversi, se al contrario, la volta successiva, si abbracciano  perché si sono ricordati dei tempi della loro giovinezza, è inutile intravvedere una maturazione, un percorso delle loro personalità:  sono come palle da biliardo che rimbalzano da una sponda all’altra appena eventi esterni li respingono o li attraggono

La Golino è brava a tratteggiare gli incontri-scontri fra i due fratelli ma il film è sovraccarico di sub-plot che finiscono per disperdere l’unità del racconto   e alcuni personaggi restano senza una giusta collocazione, come la Tatiana interpretata da Valentina Cervi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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