Dramma

THE BIG SICK

Inviato da Franco Olearo il Ven, 11/17/2017 - 16:55
Titolo Originale: The Big Sick
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Michael Showalter
Sceneggiatura: Kumail Nanjiani, Emily Gordon
Produzione: APATOW COMPANY, FILMNATION ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON STORY INK
Durata: 120
Interpreti: Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Vella Lovell

Chicago. Kumail, immigrato pakistano, lavora come autista di Uber e si esibisce in un locale di stand-up comedy. Proprio qui incontra Emily, studentessa di psicologia, con la quale nasce una relazione. La famiglia di Kumail però vuole per lui un matrimonio con una ragazza pakistana musulmana e per questo propone numerose candidate. Quando Emily scopre la situazione, tutto sembra finire, finché non irrompe una malattia che costringe la ragazza a rimanere in coma diverse settimane. Kumail rimane al suo fianco, sfidando l’iniziale diffidenza dei “suoceri” e mettendo a rischio la carriera di comico e soprattutto il rapporto con la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista scopre che mentire non paga perché in questo modo non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio, alcune scene con leggeri riferimenti sessuali
Giudizio Tecnico 
 
Il film si muove abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari. Peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo.
Testo Breve:

Kumail è un immigrato pakistano, Emily una studentessa americana. Si innamorano ma la  famiglia di lui vuole combinare per il figlio un matrimonio con una ragazza pakistana e musulmana. Una storia romantica e spesso divertente che però non approfondisce la relazione fra i due protagonisti

The Big Sick è una commedia romantica ispirata alla vera storia dei due sceneggiatori del film: Kumail Nanjiani, che nel film interpreta se stesso, e Emily Gordon. Il nucleo narrativo è una storia d’amore tra due persone di cultura diversa, pakistana e americana, che arriva a sfidare i pregiudizi delle famiglie d’origine, in particolare quella di Kumail.

Il ragazzo, di nascosto dalla famiglia, non segue più le regole di casa, non prega come dovrebbe. Non accetta l’idea di un matrimonio combinato ma nasconde i suoi sentimenti per Emily, perché la famiglia lo disconoscerebbe se scoprisse che frequenta una ragazza occidentale. E così, Kumail mente con tutti. Quando Emily però scopre l’esistenza delle aspiranti mogli e Kumail ammette di non voler perdere la sua famiglia, tutto sembra finire. A riaprire la partita è un’infezione misteriosa che colpisce Emily. Kumail, volendo starle accanto, si trova a contatto con i genitori della ragazza e si rende conto di quanto lei sia stata invece sincera con loro. Questi conoscono davvero la figlia e vorrebbero allontanare Kumail, che l’ha ferita. Ma l’affetto sincero dimostrato dal ragazzo li porta ad accettare la sua presenza ostinata e ad accoglierlo.

Kumail deve però imparare a essere altrettanto sincero con i suoi famigliari e più l’infezione di Emily si aggrava più la paura di perderla lo costringe a rivelare quel che c’è nel suo cuore.

Il film ci racconta tutto questo muovendosi abbastanza agilmente tra momenti di comicità e momenti drammatici, senza calcare la mano su posizioni ideologiche, preferendo una rappresentazione ironica e divertente delle dinamiche famigliari.

Dispiace un po’ che nella storia tra Kumail e Emily, soprattutto nello sviluppo precedente alla scoperta della malattia, non emergano le ragioni profonde del loro legame. Si parte dall’attrazione fisica e dal rapporto giocoso tra i due e si giunge in fretta alla dichiarazione reciproca dei sentimenti, senza l’evidenza di come siano davvero rimasti sopraffatti l’uno dall’altra. Così il coinvolgimento emotivo arriva soltanto quando Emily è in pericolo di vita. Anche la carriera di Kumail non è sfruttata fino in fondo. Per amore di Emily, Kumail rischia di fallire come comico, pertanto alcune svolte avrebbero avuto bisogno di una sottolineatura.

È un peccato che non si arrivi al cuore di un rapporto che sfida una cultura poco aperta alla novità e ai desideri del singolo. Se, come sostiene Kumail, alcune regole non sono più sentite e vissute da lui, sarebbe stato utile vedere cosa invece muove il protagonista nel rapporto con Emily. Avrebbe reso più forte il momento in cui finalmente si mostra con sincerità.

Questa infatti è la chiave che gli permetterà una reale vicinanza con i genitori, anche quando sembrerà provocare un allontanamento. Mentendo, Kumail non ha mai permesso alla sua famiglia di sapere chi è lui veramente, i suoi cari non hanno potuto essergli davvero famigliari. La sincerità apre invece il confronto e la possibilità che una strada diversa da quella pretesa da altri possa essere in qualche modo accolta.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI TUO RESPIRO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/13/2017 - 13:53
Titolo Originale: Breathe
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Produzione: IMAGINARIUM PRODUCTIONS
Durata: 114
Interpreti: Andrew Garfield, Claire Foy, Hugh Bonneville, Tom Hollander

Fine anni ’50. Robin Cavendish è un giovane inglese della buona borghesia: ama praticare gli sport, la compagnia degli amici e svolge con soddisfazione il mestiere di commerciante di tè. Un giorno conosce Diana, se ne innamora ricambiato e si sposano. Proprio quando Diana gli annuncia che aspettano un figlio, durante un viaggio in Kenia, Robin viene colpito da poliomielite.  Si ritrova in ospedale paralizzato dalla testa in giù, a vivere solo grazie a un respiratore artificiale e, preso dallo sconforto, desidera solo morire. La moglie decide, con l’aiuto di un amico che progetta una carrozzella appositamente attrezzata per lui, di riportarlo a casa. Robin inizia a rivivere…. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esalta l’amore e la dedizione di una moglie che si dedica interamente a prendersi cura del marito affetto da poliomielite. Purtroppo il film si conclude con un’apologia dell’eutanasia
Pubblico 
Adolescenti
La tematica vita-morte non è adatta ai minori soprattutto nel modo con cui viene trattata
Giudizio Tecnico 
 
Il film sviluppa in modo onesto e lineare fatti realmente accaduti, ma il racconto è alquanto monocorde, senza sbalzi di intensità
Testo Breve:

La storia vera di Robin Cavendish, paralizzato dalla poliomielite ma curato con amore dalla moglie per trentasei anni. Una bella storia che si conclude con un infelice e macabro finale

Robin ha 28 anni, va in giro con una macchina sportiva ultimo grido, è un campione di cricket, si diletta a pilotare biplani, nessuno degli amici riesce a batterlo quando gioca a tennis. Conosce Diana, la ragazza più ambita nel giro delle sue conoscenze, le fa la corte, ricambiato e si sposano. Quando, durante un viaggio in Kenia, si trovano sulla cima di una collina a contemplare un bellissimo tramonto e si si abbracciano felici, lo spettatore inizia a preoccuparsi seriamente. La situazione è troppo idilliaca per durare a lungo. In effetti Robin ha subito dopo degli svenimenti, viene trasportato d’urgenza all’ospedale e gli viene diagnosticata la poliomielite

Bloccato in un letto d’ospedale, Robin desidera solo morire. E’ a questo punto che si svolge il dialogo più importante (e più bello) del film: lui cerca di convincere Diana che se se ne andasse, ciò sarebbe un beneficio anche per lei, che tornerebbe a essere libera. Diana gli risponde francamente che non ha capito nulla. Lei lo ha sposato perché lo ama, lo ha sposato per vivere con lui, non certo per morire. Con grande coraggio e determinazione, Diana apprende dalle infermiere tutte le tecniche che le sono necessarie per prendersi cura di un uomo paralizzato dalla poliomielite e con l’aiuto di un amico ingegnere che progetta una carrozzina appositamente attrezzata, riesce a portarlo a casa per fargli condurre una vita quasi normale, contorniato da amici e parenti che cercano sempre, in un modo molto inglese, di essere sempre spiritosi e ironici con lui. La storia raccontata nel film è realmente accaduta (il figlio di Robin risulta coproduttore) e se all’inizio dell’infermità i dottori gli avevano prognosticato pochi mesi di vita, Robin è riuscito a vivere per 36 anni in quelle condizioni, limite mai raggiunto da altre persone affette dalla stessa malattia.  

Il film pone in risalto molto bene il potere generativo di una speranza senza limiti che riesce ad avere l’amore di Diana per il marito: è quasi una forma di energia contagiosa che si propaga in Robin e nei loro amici. La sua vita da infermo era ora diventata piena, non solo perché riusciva a vivere una vita quasi normale (si spostava su un pulmino appositamente attrezzato e riusciva anche a compiere viaggi all’estero con aerei da trasporto) ma si impegnava a promuovere, in tour per l’Europa, un nuovo modo di trattare i pazienti con gravi handicap. Mostrava, con la sua stessa esperienza, che non debbono restare chiusi in un ospedale ma debbono poter uscire e venir trattati come esseri umani, non come dei sopravvissuti. Sono inevitabili i rimandi a un altro film su questo tema: Quasi Amici, dove un bravo badante tratta la persona di cui si deve prendere cura come un essere umano, non come un corpo da mantenere in vita.

Sul finale il film ha una brusca sterzata e per chi non vuole essere informato su  come si conclude, può terminare la lettura a questo punto.

Robin, quando si accorge che inizia a perdere sangue dalla gola, decide che è tempo di “farla finita”. La reazione rabbiosa di Diana è immediata: è stato solo il suo amore, la sua dedizione a realizzare il miracolo di tenerlo in vita per 36 anni e ora lui finisce per offendere proprio quell’amore. Lui non riesce a ricambiare tanta dedizione nell’unico modo possibile: accettare fino alla fine l’aiuto di lei e decide di abbandonare lei e suo figlio.

Il film aveva in un certo modo anticipato questo momento finale. Robin appare da subito come un non credente. Quando si trovava ancora in ospedale e un sacerdote era venuto da lui per dirgli che quello che gli era accaduto era anch’esso, in modo misterioso, parte di un piano divino, aveva finito per sputargli in faccia perché era l’unico modo che aveva per esprimere il suo disprezzo. Robin appare anche molto “inglese” nel senso che, amante delle scommesse, aveva sempre cercato situazioni rischiose, quasi un tentare il proprio destino. Questo atteggiamento assume toni addirittura macabri, quando decide di organizzare una festa di addio per suoi amici e parenti, prima che un medico accondiscendente gli praticasse una iniezione letale.

In questo periodo è soprattutto il cinema inglese che sta martellando per promuovere l’eutanasia, portando sullo schermo situazioni-limite che possano finire di commuovere anche i più ostici al tema, secondo la logica della prima finestra di Overton.

Dopo l’insulso e materialista Io prima di te, questo Ogni tuo respiro è sicuramente meglio realizzato anche perché fa riferimento a persone realmente esistite e a fatti accaduti.

Resta il dispiacere per un film che da una parte mostra con tanta convinzione la necessità di un trattamento umano e dignitoso per persone con seri handicap e valorizza l’amore forte e trascinante di una moglie ma dall’altra, con la stessa disinvoltura, mostra come quella stessa vita per la quale si è tanto combattuto, possa semplicemente venir buttata via, perché è l’uomo che ne è signore e padrone.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MERCANTE DI VENEZIA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/09/2017 - 09:25
Titolo Originale: The Merchant of Venice
Paese: ITALIA, LUSSEMBURGO, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 20004
Regia: Michael Radford
Sceneggiatura: Michael Radford
Produzione: SPICE FACTORY PRODUCTION, SHAYLOCK TRADING LTD., UK FILM COUNCIL, FILM FUND LUXEMBOURG, AVENUE PICTURES PRODUCTIONS, DELUX PRODUCTIONS, ISTITUTO LUCE, DANIA FILM
Durata: 124
Interpreti: Al Pacino,Lynn Collins, Jeremy Irons,Charlie Cox, Joseph Fiennes, Zuleika Robison

Nella Venezia di fine ‘500 gli ebrei sono costretti a vivere in un ghetto e debbono portare, quando escono in strada, un copricapo rosso per farsi riconoscere ma è proprio a Venezia, dove prosperano i commerci per mare, che gli ebrei sono utili alla comunità perché prestano denaro a interesse, pratica proibita ai cristiani. Bassanio, un giovane gentiluomo veneziano, per poter conquistare Porzia, ricca ereditiera di Belmonte, ha bisogno di 3000 ducati e li chiede in prestito al suo amico carissimo Antonio il quale, pur volendo soddisfare l’amico, non dispone di così tanto liquido, perché le sue navi non sono ancora rientrate. Decide quindi a chiedere un prestito all’usuraio ebreo Shylock che lo concede a un patto: Antonio dovrà pagare con una libbra della sua carne l’eventuale mancata restituzione della somma. Antonio finisce per accettare, sicuro che presto guadagnerà tre volte quella cifra appena le sue navi saranno rientrate in porto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La clemenza mitiga la giustizia e il valore inviolabile della vita precede qualsiasi accordo fra uomini
Pubblico 
Adolescenti
Un bacio fra due uomini; alcune nudità femminili appaiono sullo sfondo
Giudizio Tecnico 
 
Una visitazione della tragedia di Shakespeare molto ben ambientata che beneficia delle ottime interpretazioni di Al Pacino e di Jeremy Irons
Testo Breve:

Questa tragedia di Shakespeare, poco rappresentata perché accusata di antisemitismo, riceve una lettura molto partecipata proprio al dramma e alle sofferenze dell’ebreo, grazie all’insuperabile interpretazione di Al Pacino 

Riguardo a questo film del 2004 che beneficia della magnifica interpretazione di Al Pacino nelle vesti di Shylock e della complessa e articolata opera di Shakespeare, non intendiamo soffermarci né sull’insolita, forte amicizia fra Antonio e Bassanio, che ha indotto alcuni a parlare di attrazione omosessuale fra i due (il film la assume come vera), né sull’accusa di antisemitismo che ha accompagnato quest’opera nei secoli ma sul rapporto fra giustizia e clemenza, che il grande poeta inglese affronta apertamente, senza sminuire la complessità dell’equilibrio fra i due valori.

La definizione della clemenza è ben espressa nel famoso discorso che tiene Porzia, camuffata da giovane avvocato, davanti al tribunale del doge: “la qualità della clemenza non è la costrizione. Scende dal cielo sotto forma di pioggerellina e si sparge in terra. È due volte benedetta; per chi dà e per chi riceve. E’ più potente nei potenti.  Si addice al trono del monarca più della corona. Lo scettro mostra il suo potere temporale, segno di rispetto e di legalità, dove risiede il terrore che incute il re. Ma la clemenza supera il potere dello scettro. Il suo trono è nel cuore del re. E’ l’immagine di Dio stesso, esempio di bontà. Il potere terreno si avvicina a quello di Dio, quando la clemenza tempera la giustizia. Perciò ebreo, tu che pretendi giustizia considera che secondo giustizia nessuno di noi avrà salvezza. Noi invochiamo clemenza e la nostra stessa preghiera insegna a noi tutti ad essere altrettanto clementi”.

L’avvocato-Porzia non mescola mai i due valori, non nega mai che l’ebreo sia nel giusto, anzi, il disattendere un contratto costituirebbe la rovina per le istituzioni Veneziane, ma se esercitare la giustizia è già una prima forma di trascendenza, esercitare la clemenza lo è definitamente di più perché è di origine divina. Se la giustizia ci costringe a riconoscere che anche gli altri hanno gli stessi diritti che abbiamo noi, la misericordia sottende la fratellanza di tutti noi in Cristo e ci invita a comportarci come Lui si è comportato. Quando Porzia parla di clemenza si rivolge a Shylock quasi in modo privato, personalmente, un atto da esercitare non contro, ma sopra la giustizia: “siate clemente, accettate il doppio della somma, stracciate il contratto”.  Nessuno in tutta Venezia può farlo; solo Shylock può unilateralmente rinunciare a pretendere quanto pattuito.  La caparbietà con cui l’ebreo continua a pretendere giustizia è stato visto da molti come un confronto fra Vecchio e Nuovo Testamento, fra la pura, fredda giustizia e la legge dell’amore portata dal Vangelo ma Shakespeare sa che la realtà diventa molto più complessa quando si passa dai principi alle attuazioni pratiche. Possiamo infatti dire che dalla parte dei cristiani veneziani venga applicata misericordia nei confronti dell’ebreo? Quando il giovane avvocato insiste nel sollecitare la clemenza di Shylock, è lo stesso Antonio a dissuaderlo: “vi prego state discutendo con un ebreo, è come se chiedeste alla marea di contenere il suo flusso normale”. E’ questa una prima, fondamentale mancanza di carità: l’ebreo è un “altro” un “diverso”, a cui non si possono applicare gli stessi trattamenti destinati ai cristiani. Se a Shylock viene concesso di mantenere la metà del suo patrimonio, viene anche costretto a farsi cristiano, che corrisponde a ucciderlo, perché lo si priva della propria identità.

“Io metterò in pratica la malvagità che ci insegnate” aveva detto in precedenza Shylock: si tratta di un personaggio che se non simpatia, suscita certo molta comprensione. Oltre richiedere quel rispetto che non riceve, nel suo famoso monologo -“non ha occhi un ebreo? Non ha mani,..), Shylock subisce anche lo sfregio di una figlia che gli ha sottratto dei denari solo per comperarsi una scimmia e ha venduto l’anello della defunta moglie che gli era così caro. Da che pulpito vengono le prediche? In fondo il bel Bassanio, non deve chiedere un prestito ad Antonio perché ha sperperato tutto il suo patrimonio? Forse proprio in questo modo, se non attraverso i suoi personaggi, è lo stesso Shakespeare a mostrare un vero rispetto nei confronti dell’ebreo descrivendo la sua sofferenza, un rispetto che è la premessa necessaria per qualsiasi forma di misericordia.

Shakespeare non ci lascia tranquilli neanche sul concetto di giustizia. Come si può confidare in essa se sono sufficienti alcuni equilibrismi dialettici, quelli compiuti da Porzia, un avvocato improvvisato, per ritorcere la sentenza proprio contro colui che ha l’ha reclamata? Anche in questo caso, siamo stati probabilmente invitati a guardare più in profondità, a l’uomo dietro le strutture formali di una istituzione e a individuare alcuni diritti inviolabili, come quello della vita, che neanche una legge scritta può alterare.

Non resta che accettare l’abbandono fiducioso all’armonia dell’infinito, nonostante le nostre fragilità, proposto nel dialogo notturno fra Jessica, la figlia di Shylock e Lorenzo, il suo innamorato cristiano: “guarda Jessica, guarda come l’arcata del cielo è tutta costellata di monete d’oro luccicanti.  Non c’è neanche il più piccolo di questi globi che nel suo modo canti come un angelo sa cantare. La stessa armonia è nelle anime immortali. Ma finchè siamo prigionieri di questo involucro d’argilla, nato per essere fango, non possiamo udirla”. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA QUESTIONE PRIVATA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/30/2017 - 22:54
Titolo Originale: Una questione privata
Paese: Italia, Francia
Anno: 2017
Regia: Paolo Taviani
Sceneggiatura: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
Produzione: Stemal Entertainment, Ipotesi Cinema, le Film D'ici, Sampek Production
Durata: 84
Interpreti: Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè

Milton è un ragazzo riflessivo, appassionato di letteratura; Giorgio è più estroverso e risoluto. Entrambi sono innamorati di Fulvia, che non sceglie nessuno di loro, contenta di poter passare, nell’estate del ’43, dei pomeriggi spensierati con entrambi, nella sua villa estiva, a dispetto della guerra. Un anno dopo, il gruppo si è sciolto: Milton e Giorgio combattono sulle montagne come partigiani in due brigate diverse, mentre Fulvia si è rifugiata a Torino. Un giorno Milton si ritrova davanti alla villa dei loro incontri e chiede alla custode di poter entrare per rivederla. In quell’occasione la donna gli rivela che quando lui era già andato via, Fulvia e Giorgio si erano incontrati spesso. Morso dalla gelosia, Milton si mette alla ricerca di Giorgio ma viene a sapere che è stato catturato dalle brigate nere. Milton sa bene che l’unico modo per salvare Giorgio è quello di attuare uno scambio di prigionieri ma in quel momento non ci sono fascisti catturati dai partigiani. Non gli resta che cercare lui stesso di trovarne uno..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una storia d’amore non corrisposto distrae parzialmente da uno scenario di guerra carico d’odio fra le due fazioni avverse, presso le quali si è perso anche il rispetto dei prigionieri
Pubblico 
Adolescenti
Alcune tematiche forti di vendetta e rappresaglia
Giudizio Tecnico 
 
Se da una parte ci sono alcune sequenze ben riuscite come quelle che ritraggono i pochi momenti sereni fra i tre giovani ancora lontani dalla guerra, il racconto risulta povero di emozioni, limitato da una recitazione teatrale
Testo Breve:

Dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, si ritorna nelle Langhe ai tempi della guerra partigiana per una storia privata che non riesce ad emozionare 

I fratelli Taviani sono tornati a visitare i tempi della Resistenza, dopo il loro capolavoro La notte di San Lorenzo (1982), adattando per lo schermo quello che viene comunemente considerato il più bel racconto dello scrittore Beppe Fenoglio (pubblicato postumo nel 1963): una sofferta e nostalgica riflessione su fatti realmente accaduti quando militava nelle Langhe con le brigate partigiane.

Il film appare da subito orientato a raccontare una storia privata; la guerra appare sullo sfondo, con pochi combattimenti descritti ma non visti e unico momento di riflessione sulla guerra è il grido di rabbia di una donna, allo spettacolo di innumerevoli bombardieri americani diretti in Germania, stanca di dover ancora aspettare la fine di quella lunga e crudele guerra

Molto più curata è la descrizione della frugale vita quotidiana dei partigiani (si dormiva sotto la paglia cercando di non prendersi le cimici) ma erano giovani e si conoscevano tutti, studenti universitari o contadini e si chiamavano per nome, perché uniti dall’appartenenza alle stesse vallate.  Vi sono altri momenti che restano nella memoria e sono i flashback dei momenti sereni vissuti dai tre giovani nella villa. Si mette sul giradischi Over the raimbow e Fulvia balla con Giorgio, perché Milton è più schivo, e preferisce fare colpo sulla ragazza con le lettere che le scrive continuamente, conscio della sua capacità di esprimersi più con lo scritto che con le parole.

Fulvia si destreggia fra i due, fa la smorfiosa stuzzicandoli senza farli avvicinare, in un modo che oggi una ragazza non farebbe più ma che era sicuramente coerente con quei tempi. Sono meno interessanti  le parti che ci mostrano un Milton, preso dall’ossessione di sapere cosa sia veramente accaduto fra Fulvia e Giorgio, muoversi rabbioso su e giù per le montagne, prima alla ricerca di Giorgio e poi intento a cercare di catturare un fascista per utilizzarlo per uno scambio di prigionieri.

Sono le componenti più cupe del racconto, perché dominate dall’ossessione di Milton e dall’odio fra le due parti in guerra. I prigionieri, su entrambi i fronti hanno vita breve, perché uccisi e spesso torturati (“gli scarafaggi” è il nome che i partigiani danno ai fascisti).

L’unico momento in cui l’odio sembra arrestarsi è quando un capitano delle brigate nere esita a fucilare un ragazzo adolescente per pura rappresaglia: ancora una volta è la comune origine che riaffiora a reclamare pace e comprensione fra persone che si conoscono fin dall’infanzia ma anche in questo caso le regole della guerra si mostreranno spietate.

Se vogliamo chiamarlo un film di guerra, è solo la sua spietatezza che viene a galla mentre ciò che predomina è il tormento privato di un giovane innamorato (anche il libro, alla sua uscita, fu criticato dal Partito Comunista del tempo perché  venne considerato offensivo nei confronti del valore dei partigiani).

“Il soggetto è stato scelto perché viviamo in un’epoca non epica” ha dichiarato Paolo Taviani in un’intervista. Il effetti il film richiama inevitabilmente  Dunkirk perché anche per questo film è risultato inevitabile lo straniamento dello spettatore che invece di assistere a un’epica solidarietà e concentrazione di sforzi di militari e privati, il racconto si spezza in tante storie di singoli impegnati a risolvere il loro personale problema di sopravvivenza. Anche in questo lavoro dei fratelli Taviani l’interesse finisce per attenuarsi proprio per l’esilità del movente che anima il protagonista, in contrasto con drammaticità di quel momento storico, a cui si aggiunge una insolita impostazione dei dialoghi, più teatrale che cinematografica e  un impiego di effetti speciali alquanto approssimativo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GIFTED - IL DONO DEL TALENTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 10/30/2017 - 21:47
 
Titolo Originale: Gifted
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Tom Flynn
Produzione: FILMNATION ENTERTAINMENT, GRADE A ENTERTAINMENT
Durata: 101
Interpreti: Chris Evans, Mckenna Grace, Lindsay Duncan, Octavia Spencer, Jenny Slate

Frank Adler vive in una cittadina della Florida cercando di dare alla nipotina Mary, orfana di sua sorella, un piccolo genio della matematica, la vita più normale possibile. Quando però la maestra di scuola della ragazzina si rende conto della sua eccezionalità e la preside le offre la possibilità di entrare in un programma speciale, Frank si oppone. Non ha però fatto i conti con sua madre, Evelyn, la nonna della piccola, che, informata della cosa, inizia una battaglia legale per assumere la tutela della bambina e offrirle tutte le opportunità per sviluppare le sue doti…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film affronta positivamente l’arduo problema di conciliare lo sviluppo delle proprie doti con la necessità di una serena maturazione umana
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Questo film, con un cast eccellente, affronta il tema della crescita della bambina protagonista con delicatezza e intelligenza, senza sfuggire il dramma e la sofferenza ma senza affondare in facili ricatti sentimentali
Testo Breve:

La piccola orfana Mary viene adottata dallo zio che vorrebbe farla crescere in un ambiente sereno e tranquillo ma lei è un genio della matematica. Un confronto intelligente fra due diversi modi di intendere l’educazione e il valore della persona

Cosa significa nutrire il talento, specie quando questo è ben al di sopra della norma? Cosa significa davvero offrire ad un bambino “le migliori opportunità” e quanto delle aspirazioni e delle paure degli adulti si riversa nel rapporto con un bambino?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi che questo piccolo film con un cast eccellente affronta con delicatezza e intelligenza, senza sfuggire il dramma e la sofferenza ma senza affondare in facili ricatti sentimentali.

Al centro della storia c’è una bambina-prodigio, il cui straordinario talento rischia di diventare una condanna (come del resto, si intuisce, lo è stato per sua madre, morta suicida quando lei aveva solo sei mesi).

Lo zio Frank, che per badare a lei ha mollato un lavoro intellettuale non proprio promettente e si dedica alla riparazione di barche, sembra piuttosto temere che apprezzare le doti della nipote, che “nasconde” finché può, cosciente che però la ragazzina ha bisogno di contatti umani che vadano oltre quello con lui e con la gentile vicina di casa Roberta (la sempre affidabile Octavia Spencer).  Peccato che Mary, che con i numeri è un genio, faccia molto più fatica a confrontarsi con i coetanei e pure con la maestra.

L’entrata in scena di Evelyn, nonna di Mary e madre di Frank, riporta a galla traumi e segreti familiari, ma soprattutto mette a confronto due diversi modi di intendere l’educazione e il valore della persona.

Il confronto tra Frank e Evelyn finisce ben presto per trasferirsi in tribunale, ma è evidente che nessuna soluzione legale (e in particolare quella perversamente equilibrata di sottrarre la bambina a entrambi per darla a una famiglia in affido) potrà davvero sanare una ferita che va molto indietro nel tempo.

E non c’è alcun dubbio su chi si guadagni il tifo dello spettatore: Chris Evans, dismessi i panni di Captain America offre qui una convincente prova drammatica, ma va detto che anche l’aspetto da bello sciupato gioca a suo favore tanto per la maestra di Mary che per gli spettatori.

La storia, tuttavia, ha il merito di non mettere in ombra anche i limiti del metodo di Frank: lo straordinario genio matematico di Mary è un dono, qualcosa che fa parte profondamente del suo essere, e non darle l’opportunità di coltivarlo per paura che la distrugga rischia di farle male quanto i tentativi di Evelyn di trasformarla in quello che lei non è riuscita ad essere.

Gifted fa parte di quelle storie “che fanno sentire bene” che il cinema americano ha sempre coltivato con risultati discontinui, ma qualche volta, per fortuna, ci si può sentire bene senza per forza sentirsi stupidi. 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RITORNO IN BORGOGNA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/24/2017 - 14:15
Titolo Originale: Ce Qui Nous Lie
Paese: FRANCIA
Anno: 2017
Regia: Cédric Klapisch
Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Produzione: BRUNO LEVY
Durata: 113
Interpreti: Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, María Valverde

Dopo dieci anni di assenza, Jean torna in Borgogna, nella tenuta vinicola della sua famiglia, quando il padre è ormai in fin di vita. Lì ritrova la sorella e il fratello, Juliette e Jérémy, con i quali dovrà ricostruire un rapporto e chiarire diverse incomprensioni. La morte del padre costringe poi i tre fratelli ad assumersi la responsabilità dell’azienda di famiglia, le cui sorti dipendono dal pagamento di una pesante tassa di successione. Di fronte alle difficoltà e alle proprie personali fragilità, Jean, Juliette e Jérémy dovranno decidere che fare della loro eredità: vendere e lasciarsi tutto alle spalle o difendere il proprio passato e capire come conciliarlo con le rispettive vite personali.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità e di sostegno reciproco
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di sesso
Giudizio Tecnico 
 
Il film risulta godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato ma nello sviluppo narrativo ci sono alcune occasioni mancate: alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante
Testo Breve:

Tre fratelli, alla morte del padre, debbono gestire la vigna proprietà di famiglia, che avevano lasciato quando erano piccoli. La cura per ottenere un buon vino si sviluppa  assieme alla lenta ricucitura dei rapporti familiari 

Ritorno in Borgogna è la storia di un ritorno alle radici, della riscoperta di “quello che ci lega” (come espresso bene dal titolo originale francese) e di come le proprie origini e la propria esperienza passata parlino al presente e al futuro di una persona, senza necessariamente impedirne l’originalità e la novità.

I tre fratelli protagonisti del film si trovano a dover fare i conti con un’eredità preziosa, una tenuta vinicola che rappresenta non solo il mestiere di famiglia, ma anche la loro casa, la passione per l’arte di fare il vino, che ha segnato la loro infanzia, il terreno su cui si sono basati tutti i rapporti, soprattutto quello con il padre viticoltore. In poche parole, fanno i conti con la loro tradizione.

E quando il padre muore lasciando loro la responsabilità di tutto, ognuno dovrà trovare se stesso e la propria via, a partire proprio dal significato di quel passato. Se il novello figliol prodigo Jean dovrà finalmente decidere qual è la sua casa, la Borgogna - teatro della sua infanzia e di un passato da cui è fuggito - o l’Australia - terra “nuova” per eccellenza - dove si è rifatto una vita, Juliette affronterà invece le difficoltà legate al ruolo di leader della vigna ereditato dal padre, mentre Jérémy, fratello minore e meno talentuoso, avrà a che fare con i suoceri invadenti, dai quali vorrebbe emanciparsi.

Il percorso dei tre si sviluppa nell’arco temporale di un anno, col passaggio di stagione in stagione e le corrispondenti fasi di lavorazione e maturazione nella vigna, rendendo così la campagna della Borgogna co-protagonista del film. Il regista Klapisch dedica attenzione e spazio alla rappresentazione del luogo, facendocelo vivere e assaporare.

Uguale attenzione è data al concetto di “tempo” e a immagini che lo riguardano. La stessa locandina del film ne richiama l’importanza, preannunciandolo come elemento in gioco in ciò che stiamo guardando: “L’amore è come il vino, ci vuole tempo”. Non c’è crescita, non c’è passione, non c’è rapporto (famigliare e non), che non abbia bisogno di tempo.

Nello sviluppo narrativo ci sono tuttavia alcune occasioni mancate. Ci si perde forse un po’ nella caratterizzazione e nei percorsi dei personaggi. Non sono ben chiare le motivazioni della fuga di Jean da casa, da un padre cui rimprovera cose che risultano astratte o non così determinanti. Alcune risoluzioni sembrano affrettate o forzate e ci si serve forse troppo dell’uso della voce narrante di Jean per chiarire alcuni cambiamenti.

Se la rievocazione del passato e delle memorie dell’infanzia, con l’uso di alcuni intensi flashback, funziona nel trasmetterci i sentimenti dei protagonisti, altri espedienti, come il dialogo di Jean con il “se stesso bambino”, arrivano troppo tardi e appaiono forzati in un racconto che non se ne è servito per la gran parte del tempo.

Il film risulta comunque godibile, con momenti di esilarante commedia, e delicato, in particolare nella rappresentazione dei diversi drammi famigliari e personali.

I tre protagonisti hanno sì un loro percorso personale e individuale, ognuno ha una specifica fragilità da affrontare, ma la crescita avviene anche grazie al ricongiungimento dei tre dopo anni di lontananza. C'è il confronto, il litigio, ma ci sono anche momenti di complicità. E quando arrivano alla soluzione finale, i fratelli agiscono sostenendosi a vicenda.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ETA' DELL'INNOCENZA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/18/2017 - 14:04
 
Titolo Originale: The Age of Innocence
Paese: USA
Anno: 1993
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Jay Cocks, Martin Scorsese
Produzione: CAPPA PRODUCTION, COLUMBIA PICTURES CORPORATION
Durata: 136
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Alexis Smith, Geraldine Chaplin

Ai tempi della Gilded Age, a fine Ottocento. Newland Archer è un giovane componente dell’alta società newyorkese. Brillante avvocato, è fidanzato con May, degna rampolla di un’alta famiglia altolocata: i Welland. Cugina di May è la contessa Ellen Olenska, che è tornata a New York dall’Europa, dopo essersi separata dal vizioso marito polacco. Archer ha avuto l’incarico dalla famiglia Welland di dissuadere, come avvocato, Ellen dal chiedere il divorzio dal conte. Nei costumi dell’epoca la separazione era tollerata ma non il divorzio. Nel frequentarla, Archer finisce per ammirare questa donna sensibile che cerca il suo equilibrio in una società molto formale e finisce per innamorarsene, comprendendo che il suo fidanzamento con May è privo di un sentimento profondo. Anche Ellen è attratta da Archer ma al contempo non vuole che la loro relazione finisca per nuocere ad altre persore...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“La virtù della giustizia salvaguardia l’utilità degli altri anche a costo di un personale svantaggio” – aveva detto S Ambrogio. La protagonista comprende che non può cercare la propria felicità in modi che comportino l’infelicità degli altri
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La preziosità del testo della scrittrice Edith Wharton viene pienamente valorizzata dalla messinscena di Martin Scorsese e dalla bravura dei protagonisti. Premio Oscar 1994 per i migliori costumi
Testo Breve:

Il giovane Archer sta per sposarsi ma sente attrazione verso una parente della sua fidanzata, che si è separata. Amore e senso della giustizia si confrontano in questa sontuosa messa in scena di Martin Scorsese del romanzo di Edith Wharton, premio Pulitzer nel 1921

Che interesse può avere un film che racconta in dettaglio la vita e i comportamenti dell’alta borghesia di New York a fine Ottocento, fra inviti ai balli, serate a teatro, tè fra le signore, alla ricerca di ciò che bello ed elegante sempre all’interno di un’etichetta e di comportameti codificati? Ci sembra interessante (oltre che per la qualità del film in se, diretto da Martin Scorsese) perchè ci consente di approfondire il tema di come la società in cui si vive influenzi o addirittura determini l’etica di riferimento dei suoi singoli componenti.

Nella società parcellizzata e individualista attuale, colpisce lo scoprire  come fossero determinanti le influenze del gruppo famigliare a cui si apparteneva: non si potevano prendere importanti decisioni senza consultare gli altri componenti della famiglia (unita spesso anche da interessi economici); c'erano  inoltre alcune le leggi non scritte del buon comportamenteo dell’alta società del tempo che andavano rispettate. Nel caso di Hellen non importava il fatto che il divorzio fosse stato legalizzato negli Stati Uniti: nel tempo in cui viveva, una divorziata sarebbe stata emarginata. La sua famiglia arriva  a tagliarle l’appannaggio mensile, pur di dissuaderla dal chiedere il divorzio

Era giusto oppure opprimente e inutile questa influenza così marcata della società del tempo sulle personalità dei singoli? Si tratta di un rapporto società/individuo aupicabile anche oggi o da condannare? Il tema è stato trattato con obiettività da Edith Wharton autrice del romanzo e riportato sullo schermo con fedeltà rigorosa da Martin Scorsese, senza quindi faziosità preconfezionate e proprio per questo  può esser considerato un valido riferimento per sostenere una tesi oppure l’altra.

Il primo a porsi il problema è proprio Archer che difende Ellen, appena arrivata a New York, dagli atteggiamenti sospettosi o direttamente malevoli che si manifestano verso di lei nei salotti: “ha fatto un cattivo matrimonio ma dovrebbe vergognarsi come se fosse colpa sua? Ha avuto una vita infelice e non per questo va messa al bando”: sostiene Archer. Anche in seguito, quando entrambi ormai sanno di essere attratti l’uno all’altra (lui nel frattempo si è sposato), Ellen gli domanda se vuole veramente che inizino a incontrarsi come amanti, un’altra categoria inquadrata al tempo con precisione. “Voglio fuggire in un mondo dove parole come questa non esistono, voglio semplicemente stare con te” è la risposta di Archer, che continua a cercare un modo di vivere la loro relazione solo per loro stessi,  indipendentemente da qualsiasi contesto sociale.

Archer avrà la risposta alle sue domande da due donne: da Ellen e da sua moglie.

E’ proprio da Ellen, che è sempre apparsa la più anticonformista, attenta a intessere relazioni sincere e non di circostanza, che arriva una lezione di umanità e di virtù. “C’è un mondo dove potremmo essere felici alle spalle di quelli che si fidano di noi?” le risponde Ellen che non si sta preoccupando delle convenzioni sociali ma si ispira a un basilare, universale principio di giustizia e a una vitale esigenza di unità di vita di ogni persona, in base alla quale la felicità non può esser costruita sulla sofferenza altrui. Quel mondo che Archer auspica, dove ogni individuo realizza se stesso senza curarsi degli altri, diventa un mondo crudele che genera solo infelicità. La virtù della giustizia rappresenta il primo e fondamentale livello di autotrascendenza della persona: Ellen ne comprende pienamente il valore, forse proprio perché è stata trattata ingiustamente. “Nessuno può resistere a tanto”: le risponde sconsolato Archer all’idea di non poter realizzare il suo sogno. “Resisteremo se lo faremo insieme”: è la risposta di Ellen

Per chi non conosce la storia non possiamo rivelare altri dettagli della trama ma anche la moglie di Archer troverà il modo, comprendendo il dramma del marito, di riportarlo nell’alveo familiare. Mary risulterà alla fine molto più sensibile e profonda di quanto Archer non avesse compreso.

Solo verso la fine, durante la festa di saluto a Ellen che ha ormai deciso di tornare in Europa, Archer comprenderà che tutte le persone che lo conoscono, sono stati testimoni silenziosi della sua passione e quanto, con discrezione, abbiano fatto in modo che la sua famiglia ritornasse unita. Quella festa ora diventa un modo per festeggiare la fine di una tempesta che è stata sedata.

Per tornare alla domanda iniziale, una composizione armoniosa fra lo spirito del singolo e quello della propria comunità costituisce l’equilibrio ideale. Se è vero che nel passato la società in cui si viveva poteva imporre delle rigidità, è anche vero che la situazione opposta, quella attuale di un individuo libero fino alla “nausea” di fare ciò che desidera, rende fragile il singolo, perchè è proprio nel momento della debolezza che occorre un amico o dei parenti che ti possono invitare a riflettere .
l film ha il vantaggio di valorizzare sopratutto quest'ultimo aspetto. La convinzione che il matrimonio  costituisca un processo di fusione  irreversibile fra un uomo e una donna che si sono impegnati a sostenersi a vicenda e ad allevare i figli che verranno, diventa molto più saldo quando sono anche le persone che ci stanno vicino a sostenerlo e si è stati anche educati a ritenerlo tale.

Il film beneficia di un Martin Scorsese estremamente scrupoloso nel riprodurre gli ambienti, i costumi, le fisionomie del tempo, regalandoci un fedele adattamento dell’omonimo libro della scrittrice Edith Wharton, che vinse nel 1921 il Premio Pulitzer, prima volta per una donna.

Il film ha vinto nel 1994 l’Oscar per i migliori costumi. Ebbe inoltre le nomination per la sceneggiatura non originale, l’attrice non protagonista (Winona Ryder), la musica e la scenografia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL PALAZZO DEL VICERE'

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/13/2017 - 11:21
Titolo Originale: Viceroy's House
Paese: GRAN BRETAGNA, INDIA
Anno: 2016
Regia: Gurinder Chadha
Sceneggiatura: Paul Mayeda Berges, Gurinder Chadha, Moira Buffini
Produzione: DEEPAK NAYAR, GURINDER CHADHA, PAUL MAYEDA BERGES, BBC FILMS
Durata: 106
Interpreti: Hugh Bonneville, Gillian Anderson, Manish Dayal, Huma Qureshi

Delhi nel 1947, lord Mountbatten (Hugh Bonneville) si insedia nel palazzo reale inglese in qualità di ultimo viceré indiano dell’Impero coloniale britannico, insieme a lui anche la moglie, Edwina (Gillian Anderson), e la figlia. Mountbatten dovrà sovraintendere al passaggio dell’india da colonia a nazione indipendente e mediare il disaccordo sorto tra i due maggiori leader indiani: Jawaharlal Nehru, che desidera che l'India rimanga unita in un’unica nazione dopo l'indipendenza, e Muhammad Ali Jinnah, che invece vorrebbe creare due stati separati, uno musulmano e l’altro indù.  In questo difficile passaggio politico le vicende personali di alcuni degli abitanti del Palazzo si intrecciano con gli eventi storici e i loro drammatici risvolti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I personaggi incarnano valori familiari e religiosi molto importanti.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
A dispetto di una splendida e dettagliata riproduzione degli affascinanti costumi e di alcuni ambienti dell’epoca, purtroppo le ricostruzioni storiche degli eventi unite ai racconti personali dei personaggi risultano poco convincenti a causa di una sceneggiatura troppo incentrata sui dialoghi e poco sulle azioni
Testo Breve:

L'ultimo vicerè inglese cerca di gestire il passaggio dell'India all'indipendenza nel modo meno cruento. Un tema interessante sviluppato come romantico polpettone

Nel Palazzo del Vicerè tre diverse culture si incrociano, quella britannica, quella indù e quella musulmana, ciascuna con i propri valori e tradizioni. Tutti sembrano riuscire a mantenere un certo equilibrio  in armonia fino al momento in cui la dominazione britannica non si tira indietro e l’intero sistema sociale va in crisi.

Il soggetto sembrerebbe assai interessante sia da un punto di vista storico che umano e sociale. Tuttavia il racconto delle vicende personali dei personaggi, pur volendo rappresentare la spiegazione concreta e il riflesso degli accadimenti politici sul vissuto umano, in realtà non riesce a legare bene con la raffigurazione degli eventi storici. I due aspetti del film, quello personale e quello storico, sembrano restare sempre troppo scollegati e nessuno dei due riesce davvero a chiarire l’altro.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CARDINALE LAMBERTINI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/03/2017 - 20:06
 
Titolo Originale: Il cardinale Lambertini
Paese: ITALIA
Anno: 1954
Regia: Giorgio Pàstina
Sceneggiatura: Giorgio Pàstina, Oreste Biancoli, Edoardo Anton
Produzione: Italica Vox Film
Durata: 101
Interpreti: Gino Cervi, Nadia gray, Carlo Romano, Arnoldo Foà, Sergio Tofano, Virna Lisi, Tino Buazzelli, Gianni Agus

Bologna, 1739. La città è presidiata da truppe spagnole comandate dal Duca di Mortimar e questa situazione ha generato molto malcontento nella popolazione dando motivo di frequenti risse con i soldati. I nobili cercano solo di preservare i propri interessi venendo a patti con gli occupanti mentre il cardinale Lambertini si prodiga perché non vengano commesse ingiustizie nei confronti dei più deboli. Una sera si rifugiano nel vescovado due giovani: Carlo, figlio del segretario del cardinale e Ilaria, figliastra della Contessa Isabella Pietramellara. Quest’ultima voleva forzare Ilaria a sposare il duca di Mortimar per pura opportunità politica ma i due giovani dichiarano al cardinale di esser sinceramente innamorati. Lambertini si impegna ad aiutarli ma deve districare una situazione complessa: a peggiorare la situazione Ilaria, si era rifugiata in convento professando una sincera vocazione ma poi era fuggita da lì con Carlo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sottolinea l’eccellenza del cardinale nella virtù della prudenza, che gli consente di trovare, anche per le situazioni difficili, uno sbocco secondo giustizia senza esasperare gli animi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Superba interpretazione di Gino Cervi nella parte del cardinale e buona quella di tutti i coprotagonisti. La sceneggiatura e la regia perseguono, in modo dignitoso, l’obiettivo di realizzare un film di intrattenimento per il vasto pubblico
Testo Breve:

Alla fine del 700, a Bologna, il cardinale Lambertini (furturo papa Benedetto XIV) esercita in modo eccellente la virtù della prudenza riuscendo a fare in modo che prevalga la giustizia, che sia premiato l’amore sincero di due giovani e che la pace venga ristabilita

Il cardinale torna al vescovado dopo una giornata faticosa. Lo attende un sacerdote, sospeso a divinis, che sta cercando chi possa impartire l’estrema unzione a sua madre. E’ ormai tardi e Lambertini decide di andare lui stesso nella povera casa della donna. Di fronte a quello spettacolo di estrema indigenza, il cardinale comprende perché quel sacerdote aveva sottratto dei soldi dalla cassetta delle elemosine (gesto che gli aveva causato la sospensione). Il prelato riconosce lo stato di necessità in cui aveva agito il sacerdote, gli annulla la sospensione e trascorrono insieme la notte accanto alla morente. Si tratta di un breve, piccolo episodio incastonato nella trama del film che raffigura bene la personalità del cardinale: un cuore generoso, schietto e burbero nei modi ma sempre molto concreto e pronto ad aiutare chi ne ha bisogno. In una situazione politica complessa (l’occupazione delle truppe spagnole, i nobili preoccupati solo del loro tornaconto, i giovani, ispirati dalle idee illuministe, pronti a scatenare una rivoluzione,) il cardinale deve svolgere la sua funzione con attenzione verso tutti, non potendo evitare di partecipare ai convegni mondani ma al contempo mantenendosi sempre in sintonia con le esigenze del popolo.

Nella sua posizione non può agire in modo diretto (se non nei confronti di sacerdoti, suore e frati della sua giurisdizione) e quindi cerca di parlare direttamente con la persona chiave del momento, ammonendo, esortando, sgridando.

Il comportamento del cardinale può esser visto come un esercizio eccellente della virtù della prudenza (saggezza pratica). Si muove in base a principi assoluti come quello della giustizia ma non trascura quello della pace: cerca di evitare che gli animi si radicalizzino in posizioni da cui, per puro orgoglio, non si può più tornare indietro. Gli strumenti che usa per raggiungere i suoi nobili obiettivi sono una buona dose di perspicacia (riesce a intuire, dai pochi elementi a disposizione, le trame della contessa), una grande abilità diplomatica che gli consente di acquietare gli animi più rissosi, un pizzico di astuzia che lui adopera per portare le situazioni dove lui vuole e sempre una buona dose di ironia che gli consente di demolire le posizioni più rigide.

Gino Cervi è semplicemente insuperabile nei panni del cardinale: lui stesso un bolognese, costruisce un protagonista colorito, schietto, appassionato ma sempre in grado di controllare le situazioni più complesse. Non dobbiamo trascurare i personaggi di contorno, fra cui Sergio Tofano nella parte del segretario scrupoloso ma sempre pronto a spalleggiare il suo superiore ma anche Carlo Foà, Virna Lisi, Tino Buazzelli. La sceneggiatura, rispetto al testo teatrale originario di Alfredo Testoni ha arricchito, forse un po’ troppo, la storia, con situazioni spettacolari e colpi di scena dell’ultimo minuto.

Non si può non osservare come il film sottolinei, al di là delle tensioni continue fra spagnoli, nobiltà e popolo, la matrice unitaria religiosa dell’epoca. In una scena finale, per pacificare gli animi pronti alla lotta, il cardinale fa sollevare in alto, davanti alla piazza, il crocefisso e tutti si inginocchiano.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'INCREDIBILE VITA DI NORMAN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/28/2017 - 17:52
 
Titolo Originale: Norman: The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer
Paese: USA, ISRAELE
Anno: 2016
Regia: Joseph Cedar
Sceneggiatura: Joseph Cedar
Produzione: COLD IRON PICTURES, BLACKBIRD, MOVIE PLUS, OPPENHEIMER STRATEGIES, TADMOR
Durata: 118
Interpreti: Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi

Norman Oppenheimer è un affarista di New York alla disperata ricerca di attenzioni e amicizie che possano cambiargli la vita. La sua vita è una corsa continua a soddisfare i bisogni degli altri con la speranza di trovare un giorno la riconoscenza e il rispetto che desidera.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una commedia brillante e molto umana. Le relazioni professionali, spesso fondate sul puro interesse personale, sono messe a confronto con l’animo gentile di un personaggio che, nonostante tutto, resta fedele al valore dell’amicizia e della lealtà.
Pubblico 
Adolescenti
Nessun elemento problematico impedisce la visione ad un pubblico generalizzato, ma l’articolazione della storia potrebbe risultare difficile da seguire per un pubblico di bambini
Giudizio Tecnico 
 
Il personaggio di Norman è ben interpretato ma la sua storia resta così vaga che non consente allo spettatore di lasciarsene coinvolgere a pieno
Testo Breve:

Norman è un faccendiere, che si rende disponibile per pezzi grossi della politica o della finanza. Lo fa per interesse pesonale o perché ha bisogno di sentirsi utile?  Rivhard Gere è bravissimo nella parte ma Il film resta ambiguo fino alla fine

“Se le serve qualcosa, io gliela trovo” questo è il mestiere di Norman. Norman è quello che comunemente viene definito un faccendiere, ovvero uno di quei personaggi un po’ equivoci di cui nessuno sa esattamente di cosa si occupino ma che è in contatto con chiunque e presta favori a chiunque possa rappresentare un aggancio per chiunque altro. La sua incredibile storia è raccontata in modo singolare e brillante dal regista israeliano Joseph Cedar (Palma d'oro per Hearat Shulayim nel 2011) e da Richard Gere che ne veste i panni operando su di sé una interessante trasformazione.

Norman è un mediatore di affari come se ne vedono molti a New York, ma il suo modo di gestire le relazioni, per quanto ambiguo e confuso, resta sempre singolarmente leale. Forse è proprio questa la ragione per cui Norman, nonostante l’età avanzata, non è ancora riuscito a raggiungere la posizione sociale e il successo che rincorre da una vita. Ciononostante continua a perseverare nel suo intento di affiancare un pezzo grosso, della politica, della finanza o di qualunque altro ramo possa dargli prestigio.

Cedar lascia che lo spettatore accompagni Norman in questa sua impresa e che lo osservi nei suoi frenetici e a volte disperati spostamenti. Per tutto il film non si scopre mai davvero nulla sulla vita privata di Norman, a parte la sua forte e potenzialmente letale allergia alle arachidi e che, dopo la morte della moglie, ha dovuto crescere sua figlia da solo, ma anche quest’ultimo dato non trova alcun riscontro all’interno della storia. Eppure, per quanto misterioso, dubbio e invadente sia il suo personaggio, seguendo il suo cammino non si può fare a meno di provare nei suoi confronti un misto di compassione e disapprovazione.

Gere non è nuovo a questo tipo di ruoli ambivalenti. Già ne Gli Invisibili, il cui regista, Oren Moverman, è anche produttore di questo film di Cedar, l’attore statunitense aveva vestito i poco gradevoli panni di un clochard. Ne L’incredibile vita di Norman Gere sembra deporre tutto il suo charm per diventare un uomo dall’aspetto dimesso e goffo. Invadente e a tratti quasi irritante, Norman però mantiene fino alla fine del film una bontà d’animo genuina che lo fa distinguere da tutte le persone con cui si trova a relazionarsi. Tanto che si è portati a chiedersi cosa muova davvero questo personaggio ad agire, quale sia il suo vero scopo: se personale o filantropico.

Purtroppo, e in questo risiede il punto debole del film, la questione rimane del tutto insoluta. In questo modo anche il tentativo finale di destare stupore e una certa ammirazione, applicato ad una storia che resta dall’inizio alla fine piuttosto nebulosa, non procura in realtà alcuna sorpresa.  

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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