Dramma

MOLLY'S GAME

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 11:21
Titolo Originale: Molly's Game
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: THE MARK GORDON COMPANY
Durata: 140
Interpreti: Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Costner, Michael Cera

Il film è basato sulla storia vera di Molly Bloom, una ragazza che, spinta da un padre esigente e severo a eccellere nello studio e nello sport, stava per essere selezionata, a 22 anni, come campionessa di sci alle Olimpiadi ma una brutta caduta aveva dissolto il suo sogno. Decisa a concedersi un anno di pausa prima di iscriversi all’università di legge, si trasferisce a Los Angeles dove, dopo un primo lavoro come cameriera di cocktail in un bar di prestigio, entra nel giro delle scommesse clandestine di alto livello. Mentre lei è la discreta segretaria dei tavoli da gioco, vede passare attori famosi, campioni dello sport e altre persone in grado di giocarsi migliaia di dollari per serata. Molly si rivela ben presto molto dotata per gestire questo tipo di serate e si mette in proprio, trasferendosi a New York e diventando ben presto la direttrice della più famosa sala da gioco clandestina degli Stati Uniti e forse del mondo. A 26 anni viene arrestata dall’FBI perché accusata di aver accolto ai suoi tavoli componenti della mafia russa che avevano trovato, con il gioco, un modo per riciclare denaro sporco…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film, raccontando nei dettagli la vita di giocatori d’azzardo, sembra volerci trasmettere il piacere sinistro di una vita giocata in un solo istante
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato è adatto a persone mature
Giudizio Tecnico 
 
Una Jessica Chastain mette i suoi talenti al servizio di una storia raccontata con ritmo impeccabile da un Aaron Sorkin per la prima volta anche alla regia
Testo Breve:

Una ragazza mette i suoi molti talenti al servizio di una causa insolita: essere la prima nel mondo milionario del gioco d’azzardo.  Una storia ben recitata e raccontata con un fascino particolarmente sinistro

“Possiede la più grande collezione privata di quadri del mondo, valutata tre miliardi di dollari”: così Molly descrive uno dei clienti del suo tavolo da gioco. Non dice quali fossero le firme di prestigio collezionate: sintetizza il tutto con il valore in dollari dei quadri. “Ero stata cresciuta per diventare campionessa il mio obiettivo era vincere. In cosa e contro chi? Era solo un dettaglio”: è la descrizione che Molly fa di se stessa. Da questi due esempi si può chiaramente comprendere che la storia che Aaron Sorkin ha voluto raccontare, poteva svolgersi solo negli Stati Uniti e in nessun’altra parte del mondo. Per la prima volta nelle vesti di regista oltre che di sceneggiatore, Aaron ci introduce nel mondo del gioco d’azzardo dei super ricchi, entra nei dettagli di quali carte ha un giocatore e quale l’altro, quanto puntano e a quanto rilanciano, anche quando sono indebitati fino al collo. In perfetta coerenza con la storia e con l’ambiente, veniamo informati dell’aumento progressivo del conto in banca di Molly, almeno fino al suo sequestro da parte dell’FBI.

Ci sono uomini che le fanno la corte ma il film non approfondisce la sua vita privata perché, in effetti, l’“essere Molly” corrisponde a una sola cosa: l’aumento progressivo dei guadagni e della sua fama.

Conosciamo, con un po’ più di dettaglio, solo i suoi rapporti con il padre, uno psichiatra di fama, con il quale è in perenne conflitto: gli è riconoscente per come l’ha portata a pretendere il massimo da se stessa ma al contempo in perenne ricerca di un modo per affrancarsi dalla sua influenza. Un colloquio fra loro due che si svolge verso la fine del film, dovrebbe spiegare il perché Molly, con tutto il suo talento, non aveva cercato di avere successo come avvocato e di costituirsi una famiglia. Una spiegazione tutta impostata sulla psicologia che convince molto poco perché non possiamo accettare che una persona adulta non sia in grado di distinguere liberamente il bene dal male ma sia solo condizionata da come ha trascorso l’infanzia.

Il film porta il tratto inconfondibile di Aaron Sorkin, uno dei più bravi sceneggiatori (ora anche regista) disponibili sul mercato, che abbiamo già conosciuto in  fiction Tv come The West Wing e The Newsroom e in film del calibro di The Social Network o Steve Jobs. Ancora una volta il piatto forte sono i dialoghi che lo sceneggiatore riesce a imbastire, serrati, rivelatori delle personalità che ne sono coinvolte mentre Jessica Chastain aggiunge un’altra notevole performance attoriale alla sua carriera. Il film è stato infatti candidato ai Golden Globes 2018 per la migliore attrice protagonista e la sceneggiatura e all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

Come giudicare la persona Molly? Il film cerca di riscattare la donna con la sua correttezza durante il processo (la condanna fu in effetti mite) ma non dobbiamo dimenticare il suo mestiere è consistito proprio nell’alimentare e portare all’esasperazione la dipendenza dal gioco. Oppur, come Sorkin fa dire a uno dei giocatori: “non mi piace giocare: mi piace distruggere vite”. Il film non sorvola su situazioni estreme di famiglie rovinate e di suicidi. Anche la sua correttezza finale davanti ai giudici ci lascia dubbiosi perché dopo due ore di proiezione abbiamo imparato a conoscere Molly sappiamo che lei era abile a spremere dollari da qualsiasi situazione. Aveva già scritto un libro sui suoi successi “insoliti”, intitolato "Molly's Game: The True Story of the 26-Year-Old Woman Behind the Most Exclusive, High-Stakes Underground Poker Game in the World” ed anche ora che è uscito il film, è stata proprio lei a suggerire al regista che fosse la Chastain a interpretare se stessa, c’è il sospetto che la sua “industria” non cessi di generare dollari.

In fondo lo stesso Sorkin, nel raccontarci i brividi di partite definitive quasi fossero una sfida all’OK Corral, sembra esser anche lui affascinato da quel principio, molto americano, di vincere e guadagnare soldi. “In cosa e contro chi? E’ solo un dettaglio”

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE HAPPY PRINCE - L'ULTIMO RITRATTO DI DORIAN GRAY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/15/2018 - 10:24
Titolo Originale: The Happy Prince
Paese: Italia/Belgio/Germania/Gran Bretagna
Anno: 2017
Regia: Rupert Everett
Sceneggiatura: Rupert Everett
Produzione: MAZE PICTURES, ENTRE CHIEN ET LOUP IN CO-PRODUZIONE CON PALOMAR, CINE PLUS FILMPRODUKTION, TELE MÜNCHEN GROUP,RADIO TÉLÉVISION BELGE FRANCOPHONE, PROXIMUS
Durata: 105
Interpreti: con Rupert Everett, Colin Morgan, Colin Firth, Miranda Richardson, Emily Watson, Tom Wilckinson;

Malato e sul lastrico, Oscar Wild trascorre a Parigi l’ultima parte della sua vita, tra i ricordi della gloria e le memorie dolorose della sua caduta: il rapporto distruttivo con il capriccioso Alfred Douglas, le sofferenze inflitte alla moglie, la rovina economica legata al processo per omosessualità e alla sua incapacità di resistere alle tentazioni. Fino all’ultimo Wilde, sostenuto dall’amicizia di Robbie Ross e Reggie Turner, si divide tra la sua vocazione artistica, la ricerca del piacere e il rimorso per i peccati commessi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo sincero (Turner) che non volta mai le spalle all’amico Oscar. Un Wilde fragile, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli) e il cedere ad abitudini autodistruttive ma sempre alla ricerca di perdono a cui non è estranea la dimensione religiosa
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di nudo maschile e femminile, scene a contenuto sessuale omosessuale, scene di violenza.
Giudizio Tecnico 
 
C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie. Una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.
Testo Breve:

Un ritratto brutale ma commovente che Rupert Everett ha fatto sugli ultimi anni di Oscar Wilde. Un uomo fragile, che conserva alcune abitudini autodistruttive ma è alla ricerca di perdono

C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie (in questo caso la struggente vicenda del Principe felice e della rondine sua amica, che lo scrittore racconta a un suo giovanissimo amante e al fratellino di lui).

L’alternarsi dei piani temporali copre gli anni all’indomani della scarcerazione di Wilde dopo la prigione seguita al processo per omosessualità fino agli ultimi tempi a Parigi dove morirà e ci presenta un personaggio segnato dalla sofferenza, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli), tenendosi lontano dalla relazione con il capriccioso Douglas non solo per ragioni di opportunità, ma anche in un tentativo di riscatto.

Ma le conseguenze del passato non tardano a presentargli il conto: non solo perché la gente fatica a dimenticare, ma anche perché lo stesso Wilde, come in uno dei suoi detti più famosi, decide che cedere è il miglior modo di resistere alle tentazioni.

La rappresentazione della vita di Wilde insieme a Douglas nel sud Italia è cruda e sicuramente non adatta a un pubblico giovane, ma la regia di Everett evita il compiacimento e invece preferisce sottolineare le contraddizioni dei comportamenti di Wilde, il suo meditare autoironico, ma sempre più radicale.

L’immagine dei suoi ultimi tempi parigini è durissima, il corpo distrutto, i belletti usati per coprire il disfacimento fisico, che non gli impedisce di indulgere fino all’ultimo in abitudini che appaiono chiaramente distruttive.

Resta tuttavia indubbio il fascino dell’uomo: non tanto quello superficiale della fama che attira Douglas, ma quello più profondo, che fa sì che uomini buoni come Ross e Turner (Colin Firth) non gli voltino mai le spalle. È il fascino di chi, pur continuando a sbagliare, sente anche profondo il richiamo di un Altro misericordioso, di un Bene capace di riscattare la miseria umana, come intuiamo dalla presenza discreta di una dimensione religiosa (dalla scena in cui Wilde si rifugia in una chiesa per sfuggire a un gruppo di giovani inglesi ostili fino al momento della confessione e della somministrazione degli ultimi riti), una ricerca di perdono che si fa più forte nel finale fino alla conversione al cattolicesimo.

Il film di Everett, evidentemente un progetto in cui l’attore/regista ha investito profondamente, non teme di mostrare le contraddizioni di un uomo e un artista in lotta con se stesso e in questo regala una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUCCEDE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/12/2018 - 11:07
Titolo Originale: Succede
Paese: Italia
Anno: 2018
Regia: Francesca Mazzoleni
Sceneggiatura: Paola Mammini, Francesca Mazzoleni, Pietro Seghetti
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, INDIGO FILM E ROMAN CITIZEN, IN COLLABORAZIONE CON SHOW REEL
Interpreti: Margherita Morchio, Matteo Oscar Giuggioli, Matilde Passera, Francesca Einaudi

L’adolescente Meg scrive un diario su ciò che prova, su ciò che sente, in un momento un po’ confuso della sua vita, impegnata a riprendersi da una delusione sentimentale. Per fortuna ha due carissimi amici che frequentano la sua stessa scuola di Milano: Olly e Tom. Meg e Olly si confidano sempre tutto mentre Tom si prende cura di loro, apparentemente interessato solo allo sport. Olly, quando si trasferisce a Milano Sam, suo cugino, fa di tutto perché possa intendersi con Meg: sarebbe un’ottima opportunità, per la sua amica, lasciare alle spalle la brutta storia che ha vissuto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ritratto sincero ma pessimista di giovani che affrontano le incertezze della vita da soli, incapaci di uscire dal loro stessi
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, rapporti sessuali fra adolescenti, fumate con erba
Giudizio Tecnico 
 
Il mondo degli adolescenti viene rappresentato con molto realismo, ma la sceneggiatura si concentra sui protagonisti, stereotipando i personaggi secondari mentre la regia non riesce a modulare i toni del racconto.
Testo Breve:

Tre amici di un liceo milanese due ragazze e un ragazzo, affrontano le prime incertezze sentimentali e cercano di portare più sicurezza nella loro vita. Un film vero sugli adolescenti internauti di oggi, con qualche incertezza nella regia

“Quando mi sveglio la mattina, il mio cervello ci mette quasi dieci minuti a caricare i giusti ricordi: potrei essere la prima della classe, la sfigata di turno,..”.“Sono un disastro, una contraddizione vivente: odio tutti ma mi fa arrabbiare stare da sola; vorrei essere più magra ma voglio continuare a mangiare schifezze; vorrei resettare tutto e ricominciare da zero..”  Sono questi i pensieri che scrive sul suo diario elettronico (un po’ sul cellulare, un po’ sul PC) Meg, una ragazza insolita nel panorama dei film ambientati nel mondo degli adolescenti: non fuma, non beve, insicura negli approcci sentimentali, sempre con una sensibilità a fior di pelle, ma con una buona attitudine a leggere libri: una nerd italiana.

Questo film si inserisce nel nutrito filone dei racconti adolescenziali e, se traguardiamo solo la produzione italiana, è quello che più di altri film recenti, è “entrato dentro” il loro mondo. L’estate addosso di Muccino è apparso un film con una tesi da dimostrare, mentre ultimo film dell’Archibugi, Gli Sdraiati, si è concentrato sui rapporti fra generazioni diverse più che cercare di entrare nel modo dei millennials. In due cose i film si assomigliano: nel fare l’elogio di Milano con bellissime inquadrature (piazza Gae Aulenti è onnipresente) e nel mostrare famiglie fatte a pezzi, dove i ragazzi vivono solo con la madre o solo con il padre.

La regista Francesca Mazzoleni (di 29 anni) ci mostra questi giovani che vivono in uno stato di comunicazione ininterrotta, di giorno ma anche di notte; non ci sono momenti della giornata dove ci si “disconnette”. C’è l’aspirazione alla condivisione integrale e basta stare insieme in due o in tre, perché questo sia l’occasione per fare un selfie da mandare su Facebook, perché le due realtà, quella dove “succedono” le cose e quella dove si costruisce la propria immagine, sono strettamente interallacciate. Se ci si vuole liberare di un terribile segreto ma al contempo non lo si può nascondere a chi ci vuol bene, non c’è che una soluzione: si manda un lungo messaggio vocale su Whatsup. Non sono neanche trascurati i pericoli degli incontri combinati sulla rete. Non solo una delle ragazze ma la stessa madre di Tom, rimasta sola, finisce per  affidarsi a un sito di incontri, raccogliendo solo delusioni.
Ben tratteggiato è l’insolito rapporto che esiste a quell’età fra l’amicizia e l’amore. Gli amici sembrano più intimi della stessa persona con cui si è avviata una relazione. Essi sono garanzia di incoraggiamento, di buoni suggerimenti, mentre l’innamoramento risulta ancora qualcosa di troppo insicuro. Non è raro che i due elementi si sovrappongano, quando si scopre l’abc dell’amore: “quando sto con lui sono semplicemente me stessa; non debbo cercare di essere ciò che non sono” .

Ci sono anche oneste annotazioni di narcisismo, altra caratteristica di quell’età: “mi piace veramente o mi piace che io gli piaccio?". Sono tutte osservazioni che scaturiscono dalla corta distanza che separa l’età dei protagonisti, dall’autrice del libro da cui è tratto il film: la youtuber Sofia Viscardi.

I genitori sono poco incisivi in questa storia, non perché ciò sia una trascuratezza della sceneggiatura, ma perché, semplicemente contano poco o nulla e i ragazzi chiudono il circuito delle loro domande, delle loro incertezze, all’interno di se stessi. Di genitori, nella maggior parte dei casi, ce n’è solo uno (molto bello il rapporto fra Tom e sua madre -interpretato da Francesca Einaudi-  ma si tratta quasi di un rapporto alla pari, entrambi in cerca di alleviare la loro solitudine) oppure, come i genitori di Meg, afflitti da un fatalismo indifferente, “ciò che non dite a noi, non è stato detto da noi ai nostri padri e loro ai nostri nonni”.

Il racconto si sviluppa in modo alquanto prevedibile e sembra che la regia abbia nelle sue corde poche note a disposizione perché la storia avanza sempre con lo stesso ritmo , anche quando la drammaticità di certe situazioni dovrebbe suggerire un innalzamento dei toni. Inoltre la sceneggiatura non riesce ad evitare uno dei topoi più abusati, quando si affronta una storia dove sono presenti delle adolescenti: una di loro resta incinta.

Complessivamente lo scenario prospettato dal film appare veritiero ma soffuso di melanconia che deriva da un pessimismo di fondo. Senza alcun adulto che possa aiutarli, (anzi, assorbono dalle loro famiglie il senso della precarietà dei sentimenti), nessuno che prospetti loro belli e ambiziosi traguardi che li faccia uscire da se’, finiscono per chiudersi in loro stessi. A Tom è affidata la confessione più sincera: “non capisco perché non ci si possa attaccare a qualcosa che ti renda felice”. L’icona-simbolo del film, il coniglio bianco di Lewis Carroll, sta lì a simboleggiare che “è più facile nascondersi che arrampicarsi”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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I SEGRETI DI WIND RIVER

Inviato da Franco Olearo il Mar, 04/10/2018 - 19:07
Titolo Originale: Wind River
Paese: USA, Canada, Regno Unito
Anno: 2017
Regia: Taylor Sheridan
Sceneggiatura: Taylor Sheridan
Produzione: ENTERTAINMENT, FILM 44, SAVVY MEDIA HOLDINGS, THUNDER ROAD PICTURES, VOLTAGE PICTURES
Durata: 111
Interpreti: eremy Renner, Elizabeth Olsen, Graham Greene, Hugh Dillon

Nel rigido inverno di Wind River, riserva indiana del Wyoming, Cory è un agente federale incaricato di cacciare la fauna selvatica pericolosa per la popolazione. Un giorno, mentre segue le tracce di un puma, trova il cadavere di una ragazza stuprata, morta a causa del freddo mentre fuggiva dal suo aggressore. L’ FBI invia Jane, giovane agente alla sua prima indagine che, impreparata al freddo e alla violenza della riserva, chiede l’aiuto di Cory. L’uomo non può tirarsi indietro, assetato di giustizia per una tragedia del passato che ha colpito la sua famiglia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
In un contesto violento una scintilla dell’umano rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene di cruda violenza, continui riferimenti alla violenza sessuale.
Giudizio Tecnico 
 
Il film realizza una materializzazione molto esplicita della wilderness americana: un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società. Premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes
Testo Breve:

Nel rigido inverno della riserva indiana di Wind River, occorre far giustizia per un efferato omicidio che è stato commesso. Un film western e un thriller al contempo dove una natura incontaminata fa da contrasto alle forze selvagge che agitano l’uomo.

Sheridan dimostra una singolare connessione col cuore profondo dell’America concludendo la trilogia della frontiera da lui ideata e sceneggiata, iniziata con Sicario e Hell-High Water. Per Wind River l’autore decide di occuparsi anche della regia, meritando il premio Un Certain Regard come Miglior regia a Cannes.

Dopo il Messico di Sicario e il Texas di Hell, stavolta la location è la materializzazione più esplicita della wilderness americana, la riserva indiana di Wind River (Wyoming), un regno di neve e gelo in cui le baracche degli uomini affondano sconfitte dalla natura e dalla società.

La struttura del film è quella di un thriller classico, con una linea di detection semplice e pulita, ma la scelta di un protagonista cacciatore (un Jeremy Renner granitico come un vecchio eroe del western) stabilisce da subito il tono estetico ed emotivo, creando una forte coesione tra elementi visuali e narrativi. La regia serrata e una colonna sonora raffinata e al contempo primitiva non lasciano tregua, facendo appello alla dimensione istintuale dello spettatore, allo stato primigenio di predatore o vittima.

La scelta di una giovane agente alle prime armi (Elizabeth Olsen) come co-protagonista della linea investigativa ricalca i celebri e felici passi de Il silenzio degli innocenti, assicurando il contrasto di sicuro effetto tra un femminile non ancora sporcato dall’orrore del male e un mondo di soli uomini dominati da un’istintualità animale. In questo modo thriller e western si intrecciano al romanzo di formazione, guadagnando tutta la forza narrativa dell’archetipo dell’iniziazione e del rapporto tra mentore e allievo. La domanda fondamentale che nasce dal conflitto riguarda, prima ancora che la sostanza della giustizia, la posizione dell’uomo in un mondo segnato dal cieco e incontrastabile potere della natura. Una domanda forse desueta, nella modernità del delirio d’onnipotenza scientifico, eppure così profondamente iscritta nel DNA umano.

La linearità della trama lascia spazio agli sguardi e alle parole misurate dei personaggi, rivelando con pudore ma nettezza la loro visione del mondo. Un mondo di esuli, dimenticati dalla complessità del postmoderno, abbandonati in un territorio dove la violenza selvaggia della natura, dentro e fuori dall’uomo, fa strage di ogni mezzo termine. Una scintilla dell’umano però rimane, come un seme sotto la neve, in qualcosa che va al di là dalle parole e si cela negli sguardi, negli abbracci, in gesti densi di un pudore antico. E così, quando il cow-boy siede vicino all’indiano, al di là della storia, al di là della cultura, qualcosa di più originario unisce i due uomini, soli in un territorio indifferente eppure amato, portatori della condizione drammatica di creature libere e mortali.

 

Autore: Eleonora Recalcati
In Televisione
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IL GIOVANE KARL MARX

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 11:36
Titolo Originale: Le jeune Karl Marx
Paese: FRANCIA, GERMANIA, BELGIO
Anno: 2017
Regia: Raoul Peck
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Raoul Peck
Produzione: AGAT FILMS & CIE, VELVET FILM, IN COPRODUZIONE CON BENNY DRECHSEL PER ROHFILM, PATRICK QUINET
Durata: 112
Interpreti: August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Hannah Steele, Olivier Gourmet

Nel 1843, il giovane Karl Marx, giornalista e scrittore, è costretto a lasciare la Germania e si rifugia a Parigi assieme a sua moglie Jenny. Qui conosce un suo coetaneo, Friedrich Engels, figlio di un ricco industriale di Brema e tra di loro si stabilisce una salda unità d’intenti che ha l’obiettivo di costituire una base ideologica solida per le nascenti organizzazioni che cercano di sostenere le classi operaie d’Europa che vengono sfruttate in quel tumultuoso periodo della prima industrializzazione.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista ha compiuto un lavoro onesto, di valore didattico, sulla ricostruzione della formazione del partito comunista, riuscendo anche ad accennare alle conseguenze nefaste di una impostazione materialista della vita
Pubblico 
Adolescenti
Si può avere un Interesse scolastico per questo film a partire dagli adolescenti
Giudizio Tecnico 
 
Il regista riesce a ricostruire con efficacia didattica il progresso delle idee comuniste a metà ottocento: è meno dettagliato nel disegnare le tensioni della società del tempo e nell’approfondire la vita privata e sentimentale dei due protagonisti
Testo Breve:

Scrupolosa ricostruzione del successo di Karl Marx (assieme a Friedrich Engels ) nel far prevalere le sue idee all’interno dei movimenti comunisti sorti ai tempi della rivoluzione industriale. Poco approfondito il ritratto della società del tempo e dei legami affettivi dei giovani protagonisti

Apparso solo come personaggio secondario in qualche sceneggiato, Karl Marx diventa il protagonista in questo film del regista tahitiano Raoul Peck, nel bicentenario della sua nascita. Peck ci presenta un Marx giovane, innamorato della moglie Jenny, di nobili origini, con la quale condivide gli stessi ideali e assieme, nonostante i due figli, si spostano continuamente per le capitali europee, inseguiti dalla polizia dei regimi assolutistici del tempo. Appare ben presto chiaro come la vita privata del pensatore sia solo un subplot di alleggerimento, rispetto all’interesse primario del regista, che è quello di seguire la progressiva conquista da parte di Marx, con le sue idee, dei principali movimenti del tempo fautori di una rivoluzione a favore della classe operaia e lo fa con una ricostruzione rigorosa dei tempi e degli avvenimenti  che accaddero realmente.

Ecco quindi Marx al Rheinishe Zeitung nel 1843 che litiga con i suoi colleghi giornalisti,  appartenenti al movimento dei giovani hegeliani perché secondo lui parlano solo di vaghi aneliti alla rivoluzione senza il sostegno di una base solida di principi ispiratori. Bauer (hegeliano di destra) gli risponde che é un arrogante e in effetti Marx non risulterà molto simpatico, anche a noi, per tutto il film. Lo vediamo impegnato a discutere con i massimi pensatori di sinistra del tempo e lui è abile a dare colpi di fioretto, punzecchiature argute e pungenti, secondo i modi tipici di un intellettuale ma alla fine la conclusione è una sola: lui è l’unico ad aver ragione mentre gli altri sono solo dei teorici velleitari.

Il regista riproduce con rigore l’incontro-scontro che avvenne a Bruxelles nel 1846 fra Marx, fiancheggiato dall’amico Engels, e Weitling, l’ideologo della Lega dei Giusti, che proponeva una sollevazione generalizzata del proletariato per abbattere la tirannia borghese (il dialogo riproduce con fedeltà quanto annotato dal russo Pavel Annekov, che fu presente alla riunione). Mark risponde accusandolo di velleitarismo pericoloso, perché sollevare i lavoratori senza le basi di una dottrina solida, sarebbe stato disonesto. Marx fronteggia anche Prudhon, verso il quale ha un atteggiamento di rispetto (di vent’anni più vecchio, si era ormai guadagnato fama e rispetto) ma anche con lui non riesce a trovare un accordo non condividendo il suo approccio anarchico e idelista, che non tiene conto delle forze in campo. Si arriva così al  1° giugno 1847, quando al congresso londinese della Lega dei Giusti, viene scelto un nuovo nome: Lega dei Comunisti. Marx riesce così a spostare i membri della Lega, la più importante organizzazione multinazionale di lavoratori del tempo, da una visione di giustizia e di uguaglianza universale al brutale concetto di lotta di classe, vista come unica soluzione realistica per il riscatto dei lavoratori. La guida dottrinale, necessaria a dare l’inquadramento teorico necessario a dare lucidità d’azione ai comunisti europei viene pubblicata nel 1848, con il nome di: Manifesto del Partito Comunista. Marx aveva 29 anni. Qui si ferma il racconto del film, un momento prima  dell’inizio, lo stesso anno, di quella  rivoluzione che sconvolgerà tutta l’Europa.

Se il film è rigoroso nella ricostruzione dei incontri, delle riunioni che portarono Marx ad avere il primato delle idee rispetto alle altre correnti di ispirazione comunista, è più  frettoloso nel tratteggiare la situazione dei lavoratori del tempo (vi sono brevi sequenze di operai che lavorano nelle fabbriche) e la classe degli industriali è tipizzata grossolanamente: sono tutti carnefici senz’anima, che riconoscono lecito far lavorare anche i bambini di giorno e di notte.

Il regista è stato invece onesto nel tratteggiare anche i risvolti più fanatici della rivoluzione materialista. In un colloquio con Jenny, Mary, la donna che vive con Engels, ritiene del tutto naturale non desiderare avere figli perché vuole essere libera di combattere; se Friedrich vorrà dei figli, potrà procurarglieli la sorella stessa di Mary, che ormai ha già 16 anni.

Anche lo stesso Prudhon, nell’allontanarsi dalle posizioni di Marx, gli da’ un avvertimento che risulta particolarmente profetico, sia pur nella sua visione atea: “non fate come Lutero che dopo aver distrutto i dogmi cattolici, ha istituito una religione ancora più  intollerante”

Occorre attendere il 1891 per la pubblicazione della Rerum Novarum di Leone XIII e molti altri decenni ancora, prima che il comunismo reale finisca per mostrare il suo vero volto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/08/2018 - 07:55
Titolo Originale: The Florida Project
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Sean Baker
Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch
Produzione: JUNE PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON CRE FILMS, FREESTYLE PICTURES COMPANY
Durata: 111
Interpreti: Brooklynn Prince, Willem Dafoe, Bria Vinaite, Christopher Rivera, Valeria Cotto, Josie Olivo, Mela Murder

Moonee, sei anni, vive con la madre al Magic Castle, un motel di bassa categoria tutto viola, a Orlando, ai margini di Disneyworld e della società. Nonostante il degrado che la circonda, la piccola trascorre allegramente l’estate in compagnia degli amici Scootey e Jancey. La giovane madre Halley, senza marito né compagno che l’aiuti a crescere la figlia, cerca di sbarcare il lunario arrabattandosi come può, mentre Bobby, il direttore del motel, aspetta pazientemente il pagamento mensile dell’affitto. Finché un giorno la donna decide di risolvere i propri problemi economici accogliendo nella propria stanza uomini disposti a pagare per le sue prestazioni sessuali. La novità non passerà inosservata ai vicini e agli assistenti sociali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Sean Baker, con grande sensibilità, apre uno squarcio su una realtà fortemente disagiata, dove mancano la bellezza, la cultura e una progettualità educativa che vada oltre il mero aiuto pragmatico e immediato dell’assistenzialismo sociale e lo fa ponendosi all’altezza dei bambini protagonisti del suo film
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, riferimenti sessuali, uso di droghe leggere, scene violente.
Giudizio Tecnico 
 
Il regista ha saputo raccontarci l’inesauribile gioia di vivere che scaturisce dall’essere bambini, in contrasto con lo squallore umano di cui sono circondati. William Dafoe ha ottenuto per questo film una nomination agli Oscar 2018 come miglior attore non protagonista
Testo Breve:

Una madre sigle cerca di sbarcare il lunario anche con metodi non leciti, mentre la figlia è abbandonata a se stessa e gioca con altri compagni nei pressi della mitica Disneyland. Un quadro di squallore umano e materiale tratteggiato con grande sensibilità

Un sogno chiamato Florida, per una precisa scelta stilistica del regista indipendente Sean Baker e del suo direttore della fotografia Alexis Zabé, è girato quasi come un documentario e ad altezza di bambino. Lo spettatore è incluso così nelle giornate della piccola Moonee, che scorrono lente e placide, ma senza mai un attimo di noia. 

Moonee ha una madre giovanissima, Halley, molto permissiva. La donna, capelli verdi e corpo ricoperto di colorati tatuaggi, non la rimprovera mai, neanche quando la piccola dice le parolacce o si diverte a sputare sulle macchine altrui, insieme ai suoi amici Scootey e Dicky. Halley cerca di non far pesare alla figlia i propri problemi economici e trasforma ogni occasione in un momento divertente da vivere insieme, come quando fermano dei clienti fuori da alcuni hotel di lusso per smerciare abusivamente dei profumi contraffatti.

Mooene sembra non accorgersi del degrado e della mancanza di bellezza che circonda il piccolo mondo in cui vive e con un po’ di furbizia e di fantasia, ogni giorno diventa un’avventura da condividere in compagnia. La prima parte del film è proprio una concatenazione di piccoli momenti, quasi slegati tra loro, tra scherzi agli adulti, gelati elemosinati, incendi appiccati in vecchie case abbandonate. Moonee non conosce regole, né educazione, non avendo alcun esempio dalla madre. La sua vita, ai margini di ampi stradoni, è in contrasto con quella incantata di Disneyworld, distante pochi metri. È il paradosso statunitense, costituito da netti contrasti: dietro il mondo finto destinato a famigliole felici e costruito a misura di bambino, si nasconde un mondo drammaticamente reale, dove i bambini giocano in strada e mangiano junk food sopra un letto costantemente sfatto, guardando per ore la televisione, in compagnia di mamme single o giovani nonne rimaste a occuparsi della loro educazione.

Bobby, direttore del motel, interpretato da William Dafoe che per questo ruolo ha ottenuto una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista, è forse il personaggio adulto più umano di questo universo variopinto e surreale, costituito da famiglie mono-genitoriali e sole, in cui si fa fatica a sbarcare il lunario.

Sean Baker apre uno squarcio su una realtà fortemente disagiata, dove mancano la bellezza, la cultura e una progettualità educativa che vada oltre il mero aiuto pragmatico e immediato dell’assistenzialismo sociale e lo fa ponendosi all’altezza dei bambini protagonisti del suo film.

Tra atmosfere oniriche, scene improvvisate e altre girate con il cellulare, Un sogno chiamato Florida restituisce il sapore dei film sperimentali del passato, tra denuncia politica e un briciolo di speranza, qui affidata esclusivamente agli occhi dell’infanzia.  Anche quando tutto sembra perduto, come nella scena finale, sono i bambini, con il loro sguardo aperto al mondo della fantasia e dell’evasione, a trovare una via di fuga al dolore arrecato dal mondo adulto.

Resta da chiedersi però che adulti diventeranno loro stessi, senza validi punti di riferimento.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA TUNICA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 09:13
 
Titolo Originale: The Robe
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Henry Koster
Sceneggiatura: Gina Kaus, Albert Maltz, Philip Dunne
Produzione: TWENTIETH CENTURY-FOX
Durata: 135
Interpreti: Richard Burton, Jean Simmons, Victor Mature, Jay Robinson

Il tribuno Marcello Gallio ama godersi la vita, con il vino e le belle donne. Il suo atteggiamento sfrontato finisce per metterlo in contrasto con Caligola, il figlio dell’imperatore Tiberio e per punizione viene spedito in Giudea. Qui riceve l’incarico di crocifiggere sul Golgota tre malfattori, fra cui anche un certo Gesù, proclamato il Messia. Marcello gioca tranquillamente a dati mentre i tre sono in agonia e vince la tunica di Gesù. Gli basta però mettersela sulle spalle per sentirsi come folgorato. Da quel momento non ha pace anche quando ormai è tornato a Roma. Su consiglio dello stesso imperatore Tiberio, si reca di nuovo in Giudea per ricercare la tunica e distruggerla e annullare così il suo influsso malefico. Nella ricerca incontra Pietro e altri cristiani che hanno conosciuto Gesù fra cui Miriam, che gli parla della bellezza del Suo messaggio. Marcello, ormai guarito, si converte alla nuova religione ma, tornato a Roma, viene a sapere che il nuovo imperatore, Caligola, è sulle sue tracce perché, come cristiano, lo considera un traditore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tribuno romano, convertitosi al cristianesimo, sa coraggiosamente affrontare le conseguenze della sua scelta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Grosso impegno tecnologico per l’epoca, primo film in Cinemascope ma la recitazione di quasi tutti i protagonisti è modesta
Testo Breve:

Grande successo di pubblico nel 1953, corso a vedere la conversione al cristianesimo del Tribuno Marcello e il primo film realizzato in Cinemascope  

“Chi sei tu?” -domanda Marcello a un uomo che gli ha raccontato che Gesù è stato tradito proprio da uno dei suoi discepoli,“perché gli uomini inseguono la verità e quando la trovano la ripudiano... e dubitano, dubitano..”. L’uomo risponde: “Sono Giuda!” e subito dopo un forte rombo di tuono si fa sentire, mentre i lampi squarciano il cielo. Questa e altre situazioni un po’ teatrali si susseguono in questo film del 1953, il primo realizzato in Cinemascope, l’arma segreta inventata dagli Studios di Hollywood per contrastare l’avanzata della televisione, un anno dopo che era stato lanciato anche il Cinerama, senza molto successo. In effetti lo slogan per la promozione del film fu singolare: “il miracolo moderno che puoi vedere senza occhiali” ma in fondo fa piacere pensare che appena si sviluppa una nuova tecnologia (com’era accaduto ai primi tempi del cinema muto) gli autori pensano subito che possa essere utile per raccontare la storia di Gesù.

A dire il vero a quell’epoca le sale attrezzate per il Cinemascope erano veramente poche e le riprese vennero fatte anche nel formato standard; lo si nota dal fatto che l’evento principale di ogni sequenza é stato posto sempre al centro dell’inquadratura, per consentire il taglio dei bordi laterali.

Il film ebbe comunque quell’anno un enorme successo e arrivò secondo negli incassi solo a Peter Pan.

Il racconto è diviso nettamente in due parti: la prima serve a farci conoscere il Tribuno Marcello, la sua ragazza Diana, conosciuta fin dall’infanzia, il suo schiavo Demetrio, suo padre di nobile famiglia, che auspica che metta finalmente la testa a posto e il primo soggiorno in Giudea, dove non sembra abbia cambiato le sue abitudini dissolute. In questa prima parte il rapporto con la nuova fede è semplicisticamente miracolistico: Demetrio incrocia lo sguardo di Cristo mentre sta salendo il Calvario ed è quanto basta per decidere di seguirlo; Marcello, al solo toccare la tunica, ne resta come folgorato.
La seconda parte è meglio costruita: Marcello si trova a Cana e inizia progressivamente a conoscere la comunità cristiana, il loro reciproco volersi bene, il loro essere generosi con gli altri, inizia la sua presa di coscienza e la sua progressiva conversione. Determinante è la conversazione fra Marcello e Miriam: si contrappongono due visioni della vita: lei gli prospetta l’invito di Gesù, a costruire un novo mondo con l’amore mentre lui ribatte che un nuovo mondo si può costruire solo con la forza. Nel film non c’è alcun cenno a una eventuale responsabilità per la morte di Gesù da parte degli ebrei del tempo (forse i produttori avevano fatto tesoro ci quanto era accaduto al film  Il re dei re  di Cecil De Mille, che fu boicottato dalla comunità ebraica) ma viene imputata interamente ai romani e in più di un dialogo si stabilisce la contrapposizione fra un impero basato sulla forza e la schiavitù dei popoli vinti e il nuovo messaggio di amore del Messia, a cui si aggiunge una istanza, forse troppo moderna e molto americana, di libertà.  Sono significative le parole dell’Imperatore Tiberio, quando viene informato della diffusione del cristianesimo, che viene considerato opera di un gruppo di maghi: “Magia? Stolto, che magia?! È un pericolo più grave di qualsiasi magia possa concepire la vostra superstizione! È un desiderio di libertà dell'uomo. È la più grande di tutte le follie!”.

Il protagonista è Richard Burton in una delle performance, per sua stessa dichiarazione, fra le più infelici.

Sia quando deve fare la parte dell’ubriacone gaudente che quando ormai si è convertito, mantiene un’espressione sempre triste e poco convinta. Migliore quella di Victor Mature nella parte dello schiavo Demetrio e della sempre melanconica Jean Simmons. Segno dei tempi è la recitazione di Jay Robinson che deve recitare la parte del cattivo Caligola. La corporatura è mingherlina, la postura è sempre contorta, una pessima caricatura (a quell’epoca, purtroppo, succedeva anche questo) di una persona omosessuale.

La ricostruzione dei munifici palazzi imperiali è sontuosa e accurata anche se, con lo sguardo maliziato dello spettatore moderno, ci accorgiamo che anche gli esterni sono realizzati negli studios, dove il fondale è sempre disegnato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TONYA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/29/2018 - 08:51
Titolo Originale: I, Tonya
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Craig Gillespi
Sceneggiatura: Steven Rogers
Produzione: AI-FILM, CLUBHOUSE PICTURES, LUCKYCHAP ENTERTAINMENT
Durata: 121
Interpreti: Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney

Cresciuta da una madre esigente e anaffettiva, Tonya Harding tenta il riscatto attraverso il pattinaggio artistico, ma il suo carattere spigoloso e l’incapacità di adattarsi alle regole di un mondo fatto di apparenze le impediscono di arrivare sul gradino più alto del podio. Anche la sua vita privata è problematica, soprattutto quando, per sfuggire alla pressione materna, decide di sposare un uomo che la picchia… Ma l’ultimo e più noto capitolo della sua storia è quello legato all’aggressione alla collega Nancy Carrigan, nel 1994, alla vigilia dei Giochi Olimpici, di cui viene considerata mandante. Ma qual è la verità su Tonya?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre ritiene giusto spronare sua figlia fino alla crudeltà purché diventi una campionessa, un rapporto malato e violento fra un uomo e una donna, la tentazione di eliminare la rivale nello sport con un atto criminale
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo; rapporti coniugali impostati sulla violenza; cospirazione per eliminare con la violenza una rivale nello sport
Giudizio Tecnico 
 
Strepitosa interpretazione di Margot Robbie; premio Oscar 2018 come miglior attrice non protagonista a Allison Janney; il regista Gillespie dà ritmo, profondità e originalità a una storia avvincente di fragilità umana
Testo Breve:

La biografia di Tonya Harding, campionessa di pattinaggio artistico poi accusata di aggressione a una sua rivale. Un racconto avvincente che fa empatizzare con un essere umano imperfetto, che sa essere cattivo ma che si fa anche ammirare per la sua perseveranza e il suo talento.

Qual è la verità della vita di una persona? Quella che ci racconta lei? Quella di chi le sta vicino? Quella riportata dai giornali?

Interpretato e prodotto dalla talentuosa Margot Robbie, I, Tonya  è una biografia anomala, sorprendente, ma profonda che trova una modalità espressiva singolare, ma efficacissima per raccontare una cattiva (così venne dipinta Tonya Harding da tutta la stampa all’indomani dell’aggressione che avrebbe segnato la sua vita), decostruendo e ricostruendone la psicologia e la vicenda umana con un piglio che è quello del mockumentary (con tanto di “interviste” ricostruite ma verissime), ma senza perdere la capacità di coinvolgere ed emozionare.

La storia di Tonya, della sua vita da white trash, i suoi disperati tentativi di emergere contro tutto e contro tutti, il suo disperato desiderio di essere amata e accettata, possono prendere spesso i toni della farsa, ma sfidano nonostante tutto il pubblico a empatizzare con questo essere umano imperfetto, la cui cattiveria non ha nulla di grandioso e la cui miseria impariamo ad amare tanto quanto il suo talento.

Il mosaico dei personaggi che circondano la protagonista (talmente surreali che quando scopriamo sui titoli di coda che corrispondono perfettamente ai loro referenti reali l’impatto è notevole) è il perfetto corollario di un sogno americano fatto di mille illusioni e molte ipocrisie, un mondo e una società che ha bisogno di assegnare etichette e dove i trionfi non bastano a garantire la felicità.

Il film di Gillespie ha ritmo, profondità e originalità quanto basta a rendere attuale una vicenda vecchia ormai di vent’anni e la Robbie mette cuore e intelligenza in un personaggio con cui evidentemente simpatizza al di là dei limiti riconosciuti. La descrizione del rapporto tra Tonya e il marito Jeff attraverso i toni di un’ironia dissacrante riesce comunque a far emergere la logica perversa di un amore distruttivo e malato, che nasce come una fuga e si trasforma in una prigione, da cui non si può uscire, perché non si riesce nemmeno a immaginare di poter essere “amata” diversamente.

Brillanti tutti i comprimari, a partire da Allison Janney, nei panni della madre tiranna e sfruttatrice. Godibilissimi i siparietti che coinvolgono il marito di Tonya (Sebastian Stan, bravissimo a dare vulnerabilità, cattiveria e ottusità al suo personaggio) e il suo amico Shawn, artefici della rovina di Tonya, ma divertenti come una coppia di delinquenti usciti da un film dei fratelli di Coen o di Quentin Tarantino.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL SOLE A MEZZANOTTE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/25/2018 - 21:14
Titolo Originale: Midnight Sun
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Scott Speer
Sceneggiatura: Eric Kirsten
Produzione: Boies, Schiller Film Group
Durata: 91
Interpreti: Bella Thorne, Patrick Schwarzenegger, Rob Riggle, Quinn Shephard, Suleka Mathew

Una rara malattia costringe la diciassettenne Katie Price ad evitare scrupolosamente l’esposizione alla luce solare. La ragazza vive confinata nella sua stanza, osservando gli altri dalle finestre oscurate, potendo uscire soltanto di notte. Proprio durante un’uscita notturna incontra di persona Charlie, il ragazzo di cui è innamorata da sempre. Tra i due nasce una storia e Katie ha l’occasione di recuperare quello che ha perso negli anni. Ma la sua malattia metterà alla prova questa storia d’amore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’amore dona speranza e passione per la vita anche nei casi più difficili ma il modo con cui viene affrontato il tema del fine vita non è pienamente condivisibile
Pubblico 
Adolescenti
Un paio di scene con leggeri riferimenti sessuali. Il giudizio in U.S.A. è stato PG-13 perché il tema trattato del fine vita richiede maturità di giudizio
Giudizio Tecnico 
 
Nel film si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero
Testo Breve:

Dopo I passi dell’amore e Colpa delle stelle   un altro film del filone “amore e malattia”: una romatica  storia di amore e compassione che affronta in modo discutibile il tema delicato del fine vita

 

Ispirato ad un film giapponese (Song to the sun, del 2006), Il sole a mezzanotte appartiene al genere “amore e malattia” e racconta le vicende di Katie, affetta da Xeroderma Pigmentoso, che costringe ad evitare le radiazioni solari, causa di danni neurologici fatali per il malato.

Orfana di madre, cresciuta da un padre attento e premuroso, Katie ha condotto un’esistenza diversa da quella dei suoi coetanei. Ha studiato tra le mura domestiche e non ha potuto vivere le normali esperienze di tutti. La sua vita fuori di casa può essere solo notturna ed è prevalentemente legata alla sua passione: esibirsi, cantando e suonando le sue canzoni, nella stazione del piccolo paese. Proprio in una di queste serate Charlie la incontra e si innamora di lei.

Lo sviluppo della storia d’amore in realtà non è davvero soddisfacente. È difficile intuire perché Charlie venga folgorato così velocemente e profondamente da una sconosciuta, tanto da insistere nel volerla re-incontrare dopo una fuga alla Cenerentola di lei. I personaggi sono costretti a rivelarci a parole quello che arrivano a rappresentare l’uno per l’altro e non troviamo corrispondenza nel loro vissuto.

Per Katie la novità del rapporto con Charlie risiederebbe nel non essere guardata, per una volta, a partire dalla sua malattia, un disagio che però non viene adeguatamente presentato come punto dolente per lei. Charlie invece sente di essere stato salvato da Katie. Dopo un incidente e un’operazione chirurgica, la sua carriera di nuotatore è messa a rischio e con essa la sua stessa identità: tutti lo hanno sempre identificato come “quello della piscina” (anche se non abbiamo riscontro di questa opinione in nessun personaggio). Katie è la prima che conosce il “vero Charlie” e a partire da questo, lo sprona a perseverare nella sua passione.

L’incontro con Charlie è per Katie il motore per vivere esperienze mai provate prima, anche se in molti casi il tutto risulta poco credibile (era necessario Charlie perché Katie potesse assistere ad un concerto, vedere una città di notte o passare la serata ad una festa?). Per il resto Katie sembra quasi un personaggio risolto. Rimane in superficie, stranamente, il suo rapporto con la malattia, col fatto che, avendo i giorni contati, non può fare scelte per il futuro come tutti quelli della sua età. Ha sempre la risposta pronta per le paure di Charlie, una saggezza che le viene da non si sa dove. Le domande del compagno non hanno una ricaduta su di lei. Il dramma portato da questa malattia non viene messo in gioco davvero (se non appena in un dialogo del padre con il medico di Katie). La malattia rischia di essere ridotta ad un mero espediente per strappare qualche lacrima, senza che si riesca ad immedesimarsi nella sofferenza dei personaggi.

Nemmeno il ruolo della musica viene sfruttato bene. Le canzoni interpretate da Bella Thorne non incidono particolarmente e il loro ruolo drammaturgico rimane purtroppo superficiale, nonostante siano parte della caratterizzazione di Katie.

Il risultato è un po’ confusionario. Si mettono insieme tanti spunti, già visti in altre storie del genere, senza affondare su nessuno in particolare e senza riuscire a emozionare davvero.

Autore: Jessica Quacquarelli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LADY BIRD

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/02/2018 - 21:15
Titolo Originale: Lady Bird
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Greta Gerwig
Sceneggiatura: Greta Gerwig
Produzione: SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, MANAGEMENT 360, IAC FILMS
Durata: 93
Interpreti: aoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet; 93’; Usa 2017. SCOTT RUDIN PRODUCT

Christine McPherson è un’adolescente ribelle che vuole essere chiamata Lady Bird e sogna di lasciare la nativa Sacramento per andare a fare l’università a New York. Ma nel frattempo deve affrontare l’ultimo anno di scuola in un istituto religioso, dove la sua eccentricità non sempre è ben accetta. Tra innamoramenti e delusioni, frequenti conflitti con la madre e complicità con suo padre, Christine imparerà che crescere non è solo lottare per raggiungere i propri sogni, ma anche riconoscere i doni ricevuti e accettare i propri limiti e quelli degli altri.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due fantastici genitori cercano di prendersi cura di un’adolescente ribelle e solo il loro amore riesce, faticosamente, a mantenere in carreggiata una ragazza che commette continuamente degli errori nella sua fretta di di diventare grande. Rappresentazione positiva e affettuosa di una high school cattolica
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene sensuali e con accenni di nudo. Linguaggio talvolta esplicito. Rapporti prematrimoniali fra adolescenti senza nudità. Abuso di alcool da parte di adolescenti e di giovani. Dichiarazioni favorevoli all'aborto da parte di un'adolescente. In USA: Restricted
Giudizio Tecnico 
 
Le ottime performance di tutto il cast danno al film un’autenticità che colpisce nella sua semplicità
Testo Breve:

Un’adolescente irrequieta, un’affiatata coppia di genitori sono determinanti per fare in modo che sia la simpatia umana a vincere su tutto in questa pellicola sul lungo cammino necessario per uscire fuori dall’adolescenza

Musa e compagna del regista Noah Baubach, Greta Gerwig per il suo primo film da regista sceglie una vicenda che in parte rivista elementi della sua biografia e si affida al volto espressivo di Saoirse Ronan (Espiazione, Brooklyn, Amabili resti) per entrare nella testa e nel cuore di una adolescente in cerca di identità, destinata a commettere molti errori mentre cerca la sua strada opponendosi a una madre severa, ma in fondo generosissima, e accompagnata dallo sguardo pieno di tenerezza di un padre che le insegnerà il valore del sacrificio.

I passaggi della vita di Christine/Lady Bird sono quelli una ragazzina eccentrica, che però come quasi tutti i suoi coetanei è in cerca in realtà di un senso di appartenenza e di riconoscimento; una ragazza alla scoperta dell’amore (anche se la sua sembra più una ricerca astratta che un sentimento che nasce dalla realtà, e forse anche per questo andrà incontro ad amare delusioni), che rischia di perdere le amicizie più autentiche e di trascurare il valore di una famiglia imperfetta, ma solida.        

I genitori di Christine (madre infermiera alle prese con doppi e tripli turni per coprire il licenziamento del marito, uomo umile, ma generoso) non sono ricchi e lei forse un po’ se ne vergogna (anche gli anticonformisti, in fondo, sanno essere piuttosto convenzionali…), ma sono una delle coppie più belle e solide viste al cinema negli ultimi anni, genitori attempati (Christine è arrivata inattesa dopo un’adozione), ma combattivi che in modo diverso contribuiranno alla crescita della figlia.

Così come lo fanno le curiose figure di insegnanti della scuola che Christina tanto dice di odiare, sacerdoti e suore guardati per una volta con ironia ma anche con simpatia (memorabile il coach della squadra di football promosso a insegnante di recitazione…).

È proprio la simpatia umana a vincere su tutto in questa pellicola onesta che il pubblico adulto guarderà con emozione ricordando gli anni difficili della propria crescita (assistendo alle fatiche di quella dei propri figli…) mentre potrà essere per i più giovani l’occasione di “pensare in anticipo” a quando faranno i conti con anni formativi e conflittuali come sono per tutti quelli del liceo. Anche la lezione della suora preside della scuola di Christine (“L’attenzione è una forma d’amore” le dice all’ennesima convocazione nel suo ufficio per una delle intemperanze della ragazzina) fa parte di un discorso tutt’altro che banale sul valore di un’educazione che prevede anche dei no…che non impediranno a Christine di commettere i suoi errori, (il film affronta le prime esperienze sessuali della ragazzina), ma la aiuteranno a guardare con più chiarezza nel suo cuore.
Le ottime performance di tutto il cast danno al film un’autenticità che commuove nella sua semplicità, che non pretende di dare soluzioni ma invita alla reciproca comprensione oltre che a una benvenuta gratitudine nei confronti di chi sacrifica con amore la propria felicità alla nostra.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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