Dramma

OGNI GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/13/2018 - 21:16
Titolo Originale: Every Day
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Michael Sucsy
Sceneggiatura: Jesse Andrews
Produzione: FILMWAVE, LIKELY STORY, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), SILVER REEL
Durata: 91
Interpreti: Angurie Rice, Justice Smith, Owen Teague, Maria Bello

Rhiannon è una ragazza di 16 anni, brava a scuola, amorevole con i genitori e ha un ragazzo che si chiama Justin. Ogni mattina la sorella maggiore Jolene l’accompagna a scuola e con l’occasione finiscono di mangiare la colazione che il papà ha preparato per loro. Il padre infatti è stato colpito da una forte depressione, resta tutto il giorno in casa e si impegna in piccoli lavori domestici. A scuola Rhiannon incontra il suo Justin, in genere poco comunicativo e sempre impegnato con i suoi allenamenti ma questa volta lo trova particolarmente affettuoso e premuroso. Decidono quindi di saltare la scuola e passare una giornata sulla costa. Nei giorni successivi Rhiannon incontra altre persone, tutte gentili con lei. Alla fine una di queste le rivela cosa sta succedendo: il Jimmy di quel fantastico pomeriggio e tutti gli altri che ha incontrato nei giorni successivi, non sono proprio loro ma un’unica persona che si fa chiamare “A”. Da quando lui ha memoria, “A” si incarna ogni giorno, per 24 ore, in una nuova persona della stessa età ma ora ha scoperto, pur continuando a passare da un corpo all’altro, che si è innamorato di Rhiannon….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sviluppa molti buoni sentimenti, incluso il sacrificio per amore, ma rapporti intimi fra adolescenti vengono considerati nella norma
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono scene esplicite
Giudizio Artistico 
 
La giovane attrice Angurie Rice regge bene il ruolo di protagonista assoluta ma lo sviluppo manifesta pochi guizzi di originalità, è ripetitivo e manca d'ironia.
Testo Breve:

La sedicenne Rhiannon scopre che c’è un ragazzo che ogni giorno si incarna in una persona diversa e che si è innamorata di lei. Un racconto paradossale su ciò che veramente conta per amare, romantico ma un po’ ripetitivo

Ecco un altro caso di what if comedy, in questo caso applicata al mondo degli adolescenti. Un modo per creare uno shock vitale che ci faccia vedere la realtà con occhi diversi e ci aiuti a comprendere ciò che è importante e ciò che non lo è.

L’ultimo film adolescenziale interessante con una impostazione “what if” è stato Prima di domani: il tempo si è fermato per la giovane Samantha che si risveglia sempre nello stesso giorno  ed è questa l’occasione per correggere certe disattenzioni, insensibilità nei confronti delle sue amiche e dei suoi amici, un modo per comprendere sempre meglio le esigenze dell’altro. In questo Ogni giorno l’assunto è molto più audace: Rhiannon si ritrova ogni giorno a parlare con la stessa persona che però ha assunto il corpo ora di un uomo, ora di una donna, prima di un bianco, poi di un afroamericano, poi di un asiatico e nonostante questa esperienza così insolita, conversazione dopo conversazione, finisce per innamorarsi anche lei di “A”.

Rhiannon è interpretata dalla diciasettenne Angurie Rice che abbiamo già conosciuto in Spider-Man: Homecoming e costruisce un personaggio sereno, sempre sorridente con tutti, impeccabile nei suoi abiti casual, sensibile alla dedicata situazione in cui versa la famiglia, socievole e simpatica con i compagni di scuola; sembra il ritratto perfetto della brava ragazza che desidera solo innamorarsi del ragazzo giusto. Anche l’evento straordinario nel quale si trova coinvolta non riesce a turbare il suo atteggiamento positivo nei confronti degli altri e della vita.

Che lezione ci può dare un what if concepito in questo modo? Il primo messaggio che chiaramente vuole trasmettere il film è il valore di una persona sta in ciò che è realmente dentro, quando si è riusciti a conoscerla in profondità, più che nell’aspetto esteriore. Si tratta di un messaggio nobile ma che presta il fianco a molte critiche. Non si sta parlando di amicizia ma di amore. Gli stessi autori hanno capito che il gioco che avevano imbastito prestava il financo ad altre interpretazioni, prima fra tutte all’ideologia gender e se è vero che Rhiannon finisce per baciare tutti i ragazzi nei quali “A” si incarna, si astiene nelle giornate nelle quali lui si presenta come donna.

Altro limite fondamentale è il tema dell’aspetto fisico: un amore uomo donna fa riferimento a una unità indissolubile di corpo e anima e il fatto che Rhiannon decida di unirsi fisicamente ad “A” proprio la volta che lui ha assunto il corpo di un ragazzo grassottello e poco attraente non dà nessun messaggio positivo, anzi è ingannevole. Non si tratta di sottolineare, giustamente, che l’amore non guarda alle razze, né di recuperare la favola della bella e la bestia, ma uno sviluppo di questo genere finisce per negare la verità fondamentale che l’amore che unisce un uomo e una donna non è una romantica astrazione ma un progetto di vita che si concretizza giorno per giorno, nel quale è inclusa anche l’attrazione dei corpi. Per fortuna, nel finale, viene corretta questa posizione estrema e il buon senso torna a trionfare.

Alla fine si tratta di un film grazioso, un po’ zuccheroso, che si mantiene lontano da qualsiasi eccesso a cui ci hanno abitato i film e i serial sugli adolescenti e si conclude con una morale positiva.  Resta l’inconveniente di un racconto che manca di ironia o del coraggio di imbastire situazioni anche comiche, come sarebbe stato possibile con le premesse fatte, mentre lo sviluppo appare prosaico e quasi didascalico.

Resta in piedi un’ultima curiosità che riguarda alcune consuetudini presso le famiglie americane. Rhiannon, ha sedici anni,  non è certo una ragazza ribelle e con il consenso (o indifferenza?) dei suoi genitori riesce a gestire la propria vita con estrema libertà: può partire e assentarsi per  un intero weekend con il proprio ragazzo, la sera può fare tardi quanto vuole. Anche se il film è discreto e non ci sono scene esplicite, si comprende che Rhiannon ha la consuetudine di avere rapporti intimi con il  ragazzo a cui vuol bene. Il tutto è presentato come un costume normalmente accettato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LAZZARO FELICE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 06/03/2018 - 17:38
Titolo Originale: Lazaro Felice
Paese: Italia/Francia/Svizzera/Germania
Anno: 2018
Regia: Alice Rohrwacher
Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Produzione: TEMPESTA, POLA PANDORA, AD VITAM PRODUCTION, AMKA FILMS PRODUCTIONS CON RAI CINEMA
Durata: 130'
Interpreti: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Sergi López, Natalino Balasso, Nicoletta Braschi

In una comunità di contadini isolati dal mondo al punto da non sapere che la mezzadria è stata abolita e che quindi la marchesa De Luna li sfrutta senza vergogna, Lazzaro è un giovane di una bontà talmente disarmante da vincere il cinismo del giovane marchesino Tancredi, che con la madre si reca in visita alla proprietà. L’amicizia che nasce tra i due è però bruscamente interrotta dalla scoperta del Grande Inganno della marchesa e da un misterioso incidente da cui Lazzaro si “risveglia” quando tutto è cambiato. Per ritrovare Tancredi e i suoi amici di un tempo il giovane deve compiere un lungo viaggio verso la città, che si rivelerà un mondo più duro e un inganno ancora più grande di quello della marchesa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime il valore disarmante della bontà del protagonista e la storia si pone sempre dalla parte degli umili e dei buoni, destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati. La religione è dipinta come un ennesimo strumento di oppressione
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Palma d'oro per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018 ma le forzature non mancano e certi meccanismi del racconto sono un po’ troppo prevedibili: fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film
Testo Breve:

Il giovane Lazzaro è di una bontà disarmante e riesce a restare sereno in un mondo diviso fra sfruttati e sfruttatori. Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018. Un fiaba sofisticata non facile da seguire

Il nuovo film di Alice Rohrwacher (che a Cannes ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura) è un racconto sospeso tra realismo nel ritrarre un mondo rurale fuori dal tempo e la dimensione della fiaba, incarnata dal suo protagonista, Lazzaro (molto convincente Adriano Tardiolo nell’interpretarne la disarmante bontà), che, come dice la stessa regista, “chiede allo spettatore di tornare innocente”.

Lo chiede forse perché in questa storia dalla parte degli umili e dei buoni destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati (un po’ scontato il parallelo tra i contadini di inizio film e gli immigrati della seconda parte della storia) le forzature non mancano e certi meccanismi di racconto un po’ troppo prevedibili fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film.

La sensibilità della Rohrwacher nel ritrarre la piccola comunità dei mezzadri è indubbia, così come la capacità di costruire una narrazione fatta di volti e piccoli gesti, mettendo in scena relazioni solo apparentemente semplici (in un certo senso ha ragione la cattiva marchesa a dire che i contadini sfruttati a loro volta sfruttano il povero e sempre disponibile Lazzaro). La forzatura di un isolamento inverosimile, però, chiede una sospensione dell’incredulità non sempre facile da mantenere tanto che in un certo senso è benvenuto il forzoso svelamento.

Da un certo punto in avanti, poi, con il salto temporale dopo cui Lazzaro “risorge” e comincia ad esplorare un mondo cambiato (nell’apparenza ma non nella sostanza, come vedremo), l’intento di costruire una parabola laica (la religione, infatti, è invece dipinta come un ennesimo strumento di oppressione) è esibito. Lazzaro, un po’ san Francesco e un po’ Gesù che piange su una città indifferente e cerca invano di rimettere a posto le cose, è l’eroe di un racconto che procede solo a patto di accettare varie incongruenze.

La critica sociale trasparente (i contadini “salvati” e trasferiti in città restano comunque degli emarginati costretti a vivere di espedienti e ovviamente non mancano le banche cattive) però rende più scontata la seconda parte del racconto, che si regge sullo sguardo innocente e positivo del suo protagonista, destinato però a subire continue delusioni, fino al drammatico epilogo.

             

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEADPOOL 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/23/2018 - 14:21
Titolo Originale: deadpool 2
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: David Leitch
Sceneggiatura: Rhell Reese, Paul Wernick; Ryan Reyndols
Produzione: THE DONNERS' COMPANY, KINBERG GENRE, MARVEL ENTERPRISES, MARVEL ENTERTAINMENT, TWENTIETH CENTURY FOX
Durata: 120'
Interpreti: Ryan Reynolds, Josh Brolin, Morena Baccarin, Zazie Beez, Eddie Marsan

Il mercenario mutante sboccato e logorroico Wade Wilson, aka Deadpool, sembra aver trovato una strada grazie all’amore della sua Vanessa e alla sua capacità di eliminare cattivi a suon di proiettili e battutacce. Ma poi Vanessa muore e Wade non ha più un motivo per vivere. Almeno finché quelli che si ostinano a considerarsi suoi amici decidono di dargli una nuova missione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
C’è una certa derisione della fede, come quando un sadico giustifica il suo comportamento usando una fraseologia biblica o quando Deadpool reclama a se attributi divini
Pubblico 
Adolescenti
Violenza, linguaggio volgare
Giudizio Artistico 
 
Un pervicace tentativo di non prendere nulla sul serio e trasformare qualunque personaggio nello spunto per battute e situazioni volgari e boccaccesche.
Testo Breve:

Deadpool, scaricato momentaneamente dagli X-Men ufficiali, decide di fondare con esiti disastrosi una squadra sua. L’operazione è riuscitissima dal punto di vista degli incassi, ma faticosa da digerire per chi si aspettasse qualcosa di più che un collage survoltato di elementi di varia provenienza

La seconda avventura di Deadpool arriva un paio d’anni dopo che la prima aveva a sorpresa conquistato il pubblico e buona parte della critica trasformandosi in un successo planetario vietato ai minori.

Rispetto alla prima uscita questo Deadpool guadagna una trama un po’ più articolata (i buchi ci sono, ma anche quelli diventano oggetto di umorismo) che va a sostenere il susseguirsi di gag più o meno riuscite per una durata di due ore, alla fine delle quali lo spettatore non amante del genere farebbe di tutto per far tacere Reynolds. 

La storia in sé stessa è semplice e per certi versi molto classica: è il protagonista stesso che, come nel primo capitolo si rivolge allo spettatore parlando in macchina, a dire che si parla di famiglia e appartenenza. Famiglia in senso lato, ovviamente, perché se da un lato la maturità acquisita di Wade convince la fidanzata Vanessa a fare finalmente un figlio con lui, dall’altro il percorso del supereroe prevede l’assunzione degli obblighi paterni (sacrificio compreso) nei confronti di un giovane mutante obeso e problematico che rischia di finire sulla cattiva strada.

Il percorso prevedibile è camuffato da mille deviazioni verbali e da un pervicace tentativo di non prendere nulla sul serio e trasformare qualunque personaggio nello spunto per battute e situazioni volgari e boccaccesche. L’unica cosa che rimane “sacra” in questo panorama è proprio l’amore di Wade per Vanessa, il motore, nel bene e nel male, di ogni sua scelta. 

Per arrivare in fondo alla missione il protagonista, scaricato momentaneamente dagli X-Men ufficiali (tra cui non ha superato il livello di stagista), decide di fondare con esiti disastrosi una squadra sua, che, in omaggio al politically correct progressista, oltre che a prevedere la presenza di donne e minoranze, ottiene un nome neutro per non discriminare nessuno. Del resto, e l’elemento è stato strombazzato dai media americani, il film è il primo a mettere in scena una coppia di supereroine mutanti lesbiche (ma c’è da credere che anche qui, vista la nazionalità giapponese della fidanzatina di Testata Megasonica, ci sia dietro un rimando ai manga).

La formula comunque rimane la stessa del primo film, con la combinazione di linguaggio sboccato, citazioni e violenza fatta apposta per mandare in solluchero gli adolescenti che in teoria non dovrebbero vederlo. Deadpool è un prodotto derivativo, che vive in modo parassitario della fortuna mondiale del mondo superomistico della Marvel, un genere che nel bene o nel male è diventato il punto di riferimento della cinematografia americana.

Le citazioni e camei per altro spaziano dai personaggi e situazioni della rivale DC Comics (c’è anche uno sberleffo a Batman contro Superman) a tutta la filmografia degli scorsi decenni (da Forrest Gump a Robocop, James Bond e Terminator, ma anche Frozen e Yentl) .

A completare il quadro si aggiungono la musica e le scelte di cast, a partire da Josh Brolin, nei panni dell’antagonista Cable, che a un certo punto Deadpool apostrofa come Thanos, il nome del personaggio che Brolin interpreta nella saga degli Avengers.

L’operazione è riuscitissima dal punto di vista degli incassi, ma faticosa da digerire per chi si aspettasse qualcosa di più che un collage survoltato di elementi di varia provenienza, sparati a ritmo sostenutissimo, come a non dare il tempo di pensare a quale ne debba essere il senso.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOGMAN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/21/2018 - 18:04
Titolo Originale: Dogman
Paese: Italia, Francia
Anno: 2018
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Produzione: RCHIMEDE FILM, LE PACTE, CON RAI CINEMA
Durata: 102
Interpreti: Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Adamo Dionisi

In uno squallido quartiere periferico posto davanti al mare, vive una piccola comunità che si raccoglie intorno all’unico bar, nei fine settimana si sfida in una partita di calcio e non disdegna arrotondare i propri guadagni con lavoretti sporchi. . Fra loro c’è Marcello, un uomo minuto e gentile che sa farsi amare da tutti e che vive di due passioni: i cani che accudisce nel suo negozio di toelettatura e sua figlia Sofia, con la quale riesce a trascorrere alcuni weekend (Marcello è separato) condividendo con lei la passione per le immersioni subacquee. L’unico elemento di disturbo di questa comunità è Simone, un ex pugile, che sfrutta la sua forza fisica per imporre a tutti continui prestiti, che non restituirà mai, per continuare ad alimentare la sua dipendenza dalla droga. Marcello ha nei suoi confronti un atteggiamento prudente. Cerca di non contrarialo acconsentendo alle sue richieste e quando l’energumeno sta per arrabbiarsi, l’unica soluzione è distrarlo dandogli un po’ di polverina bianca.....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E’ quasi difficile inquadrare il film in categorie morali perché si tratta di un racconto di lotta per la pura sopravvivenza dove vige solo la legge del taglione. Il perdono, la convivenza pacifica sono fuori contesto.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza. Uso frequente di droga. In Italia: VM14
Giudizio Artistico 
 
Matteo Garrone realizza un opera potente e compatta che racconta ciò che l’autore vuole esprimere: una storia cupa di forza bruta e di istinti primordiali. Premio a Marcello Fonte come miglior attore protagonista al 71mo Festival di Cannes.
Testo Breve:

Il minuto e pacifico Marcello, un toelettatore di cani, deve fronteggiare i soprusi dell’ex pugile, violento Simone. Una storia primordiale di lotta per la sopravvivenza molto ben raccontata

Matteo Garrone delimita da subito lo spazio del dramma: il mare, un gruppo di negozi che si susseguono lungo la stessa strada: il negozio per cani, il compro-oro, il bar, il locale notturno. Anche i principali protagonisti del racconto ci vengono presentati tutti subito, riuniti a chicchierare intorno ai tavoli del bar. Da quel momento la storia si sviluppa intorno ai questi pochi elementi, conferendo al racconto una solida, prodigiosa compattezza. A questo occorre aggiungere i colori ferrosi della stupenda fotografia di Nicolaj Bruel che sottolineano il degrado urbano in cui si svolge la storia. 
La costruzione di un mondo chiuso in se stesso (ad eccezione di alcune brevi sequenze in un carcere) lascia spazio a interpretare ciò che accade secondo molteplici prospettive: ciò che viene narrato potrebbe esssere assimilabile a un racconto di fantascienza e quel paesino potrebbe esser localizzato anche in un altro pianeta. E’ vero che il regista si è ispirato a un fatto di cronaca nera realmente accaduto alla Magliana trent’anni fa, ma ciò ha ben poche conseguenze, perché Garrone trascende completamente il materiale originario costruendo categorie generali e conflitti universali. Come si può classificare ad esempio Simone, l’antagonista di Marcello, così brutale nell’imporre agli altri sempre ciò che vuole e sempre pronto, quando non viene ascoltato, a imporsi con la potenza dei suoi pugni? Non ha mai dubbi, non cambia mai idea e più che un essere umano può esser meglio assimilato a una cieca forza della natura.  E’ questo il problema che Marcello si trova a fronteggiare: non un antagonista ma un elemento che irrompe come un tempesta a distruggere i suoi piccoli angoli di paradiso (il rapporto con suoi i cani, con la figlia, con il resto di quella piccola comunità) fino a imporgli, con le minacce e la forza, di violare la fiducia che gli altri hanno sempre riposto in lui. Marcello sa che per compensare la sua fragilità fisica ed emotiva deve vivere di compromessi e noi assistiamo, all’inizio del film, a uno strano rapporto fra il piccolo e il grosso, un forma  di vita in simbiosi parassitaria come succede spesso fra le specie animali. E quando Marcello deciderà di ribellarsi usando l’unica arma di cui dispone, la furbizia, per portare a compimento l’atroce omicidio del gigante, ecco che anche lui diventa espressione di un’altra forza bruta, magari più sottile, ma che non mostra alcuna pietà che possa consentirci di assimilarlo a un comportamento umano. 
E’ questo l’universo che Garrone ha costruito, un pianeta dove non possiamo dire che esistono degli esseri umami, ma quasi delle forse naturali oppure animali, simboleggiate dal primo piano del ringhio minaccioso di un molossoide rivolto allo spettatore, all’inizio del film.

Gli attori sono tutti bravi ma in particolare è giusto citare, oltre a Marcello Forte, vincitore al 71mo Festival di Cannes come migliore protagonista, anche Edoardo Pesce (pesantemente modificato nel fisico) che riesce a trasmetterci il timore della sua prepotente forza fisica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/07/2018 - 17:20
Titolo Originale: Rimetti a noi i nostri debiti
Paese: Italia, Polonia, Svizzera
Anno: 2018
Regia: Antonio Morabito
Sceneggiatura: Antonio Morabito, Amedeo Pagani
Produzione: LOTUS PRODUCTION
Durata: 1,32 su NETFLIX
Interpreti: Marco Giallini, Claudio Santamaria, Jerzy Stuhr, Flonja Kodheli

Guido è un tecnico informatico che ha perduto il lavoro per il fallimento della sua azienda. Prova a proporsi come magazziniere ma anche questa esperienza fallisce. Carico di debiti, non gli resta che presentarsi negli uffici della società di recupero crediti che non gli sta dando un attimo di pace, offrendosi di lavorare per loro finché non avrà saldato il suo debito. Inizia il suo tirocinio affiancandosi a Franco, esperto in quel tipo di lavoro sgradevole, ma la sua esperienza sarà drammatica. Unico suo conforto è andare la sera a bere del whiskey in un bar dove può fare due chiacchiere con la barista, Rina, una ragazza dell’Est che aspetta solo il momento giusto per tornare in patria e un amico, che lui chiama “professore” con il quale fa due chiacchiere e una partita di biliardo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia con forza il modo, spesso illegale, con cui viene compiuto il recupero dei crediti. Semplicistica attribuzione di un atteggiamento ipocrita a chi pratica la fede.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Azioni di violenza su persone inermi
Giudizio Artistico 
 
Buona regia e bravi i due protagonisti; la sceneggiatura risente di un eccetto di polemica rabbiosa
Testo Breve:

Guido, carico di debiti, accetta di lavorare senza salario per una società di recupero crediti dai metodi sbrigativi. Un film di denuncia ben realizzato ma eccessivamente manicheo

Il primo personaggio che ci viene presentato è quello di Franco (Marco Giallini): la mattina esce di buonora dalla sua bella casa, bacia la moglie e porta i due figli piccoli in una scuola cattolica. Affida i figli alla suora che trova all’ingresso e si avvia al lavoro. Un incipit di questo genere non può certo far pensare a un film di ispirazione religiosa ma all’opposto, c’è subito odore di ipocrisia. In seguito vediamo Franco inginocchiato davanti a un confessionale: che si limita a sciorinare qualche peccato veniale ma trascura di citare le sue prodezze notturne: pedinare  i debitori per farli poi gambizzare a suon di manganellate. E’ sicuramente questo un punto debole del film: una denuncia forte e giusta su certi modi sbrigativi con cui è affrontato il tema del recupero dei debiti (un impegno civile uguale a quello mostrato nel precedente lavoro di Antonio Morabito, Un venditore di medicine, sul fenomeno del comparaggio) ma fatta con rabbia, con spirito manicheo. Franco, il cattivo della situazione, sembra all’inizio venir, se non giustificato, almeno compreso: non dà tregua soprattutto ai grossi debitori, che hanno sicuramente i soldi necessari a saldare i loro debiti, si dimostra leale con Guido che con il suo aiuto riesce a chiudere il suo debito e preserva la serenità della sua vita privata con una regola ferrea: “a casa non si parla di lavoro”. In seguito però mostra il suo ingiustificabile cinismo vessando anche chi ha solo i soldi necessari per portare avanti una vita di stenti.  Morabito finisce così per distruggere quella costruzione di un personaggio negativo ma dai risvolti umani che aveva portato avanti fino a quel momento.
Più coerente la figura di Guido (Claudio Santamaria) che accetta per necessità il nuovo lavoro, inclusi i risvolti più sgradevoli, ma il suo disincanto e il suo pessimismo nei confronti del mondo vengono attenuati dalla vicinanza di un vero amico (il “professore”) che sa  distrarlo facendogli una divertente lezione di economia sui poteri che non si possono toccare  e la barista Rina, l’unica con cui riesce a confidarsi pienamente.
E’ proprio nei periodici incontri fra Guido e Rina la parte più esteticamente fascinosa del film, perché Morabito, con l’aiuto della fotografia di Duccio Cimatti e della scenografia di Marcello di Carlo, realizza delle vere e proprie “sequenze Hopper”. Guido è ritratto frontalmente al bancone, ripreso da lontano, a testa bassa, con un bicchiere in mano; dietro di lui una grande vetrata fa intravedere un esterno serale, con macchie blu. In primo piano Rina è intenta a pulire dei bicchieri colorati.

Sono queste inquadrature e la bravura dei protagonisti la parte più riuscita del film inclusa una certa melanconia e fatalità di fondo che pervade tutti i personaggi, ritratti molto spesso di notte. Peccato che l’efficacia della denuncia venga attenuata da una schematizzazione troppo semplicistica fra i cattivi da una parte e i poveri diavoli.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix ed è il primo film della casa realizzato in Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOLLY'S GAME (Luisa Cotta Ramosino)

Inviato da Franco Olearo il Ven, 04/27/2018 - 15:41
Titolo Originale: Molly's Game
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: THE MARK GORDON COMPANY
Durata: 139
Interpreti: Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Kostner, Michael Cera, Jeremy Strong

Molly Bloom, passato di sciatrice stroncato da una caduta, si trasferisce a Los Angeles convinta di diventare avvocato, ma sulla strada si imbatte in una carriera differente, quella da organizzatrice di serate di poker e lì investe il suo innegabile talento. Ma il rischio non è solo sul tavolo da gioco e presto Molly deve prendere decisioni difficili sull’integrità della sua impresa, decisioni che la porteranno a un arresto e a un processo. Per affrontarlo dovrà fare i conti con tutta la sua vita…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Negli ambienti del poker di lusso si vince e si perde a seconda del proprio talento e del proprio carattere ma in definitiva si parla sempre di dipendenza, la stessa in cui alla fine cade anche Molly,
Pubblico 
Maggiorenni
Consumo di droga, scene di violenza, dipendenza dal vizio del gioco
Giudizio Artistico 
 
La Chastain dà vita a un personaggio convincente. La regia è efficace nel raccontare il mondo del gioco di lusso ma alla fine non potrà non piacere questo pezzo di bravura in cui la posta in gioco non sono fiche ma l’anima di una persona.
Testo Breve:

Molly Bloom, ex campionessa di sci, investe il suo innegabile talento come organizzatrice di serate di poker. Il grande sceneggiatore Aaron Sorkin, ora anche regista, ci regala un magnifico ritratto di donna, forte e fragile allo stesso tempo 

È la protagonista a raccontarci la sua storia nel film debutto alla regia del geniale sceneggiatore Aaron Sorkin (basterebbe ricordare che è il creatore di una delle serie televisive più belle di sempre, West Wing, oltre che la firma di pellicole come Codice d’onore, Social Network e Steve Jobs). Lo fa intersecando presente (il processo per gioco d’azzardo e coinvolgimento con rappresentanti della mafia russa che sedevano ai suoi tavoli da poker), passato (l’adolescenza burrascosa di Molly, in conflitto con un padre psicanalista e sempre in cerca dell’eccellenza, ma anche i passi della sua carriera di organizzatrice di partite esclusive tra Los Angeles e New York), il tutto condito con commenti e riflessioni filosofiche che rispecchiano, oltre alla straordinarietà del personaggio, la virtuosità dello scrittore.

La pellicola, infatti, ha indubbiamente il suo punto di forza nella sceneggiatura, che ci sfida a entrare nella psicologia della protagonista, indovinando la sua strategia e i suoi bluff, un po’ come fa il suo avvocato, l’integerrimo Charlie Jaffey di Idris Elba, deciso a capire la donna che deve difendere.

Molly, infatti, ha dei segreti, che ci rivela a poco a poco, esibendo con pudore la sua fragilità e le sue paure, le cui radici verranno svelate solo in un intenso confronto con il padre (bravo in questo ruolo Kevin Costner).

L’arena di questi confronti è quella del poker di lusso: si gioca in suite esclusive con personaggi famosi a fare da specchio per le allodole, si vince e si perde a seconda del proprio talento e del proprio carattere, non ci sono polli, ma in definitiva si parla sempre di dipendenza…la stessa in cui alla fine cade anche Molly, forse proprio perché in quel mondo di perversioni cerca di mantenere una sorta di integrità, giudicando se stessa molto prima che lo faccia la giustizia americana.

La Chastain dà vita a un personaggio convincente, forte e fragile allo stesso tempo, complesso nelle sue motivazioni e nelle sue convinzioni, anche se in definitiva Sorkin ci regala uno scioglimento che non è cervellotico, ma profondamente emotivo.  La regia, e non potrebbe essere diversamente, è al servizio del racconto e delle performance, ma è comunque efficace nel raccontare un mondo, e se a qualcuno il film potrà apparire forse un po’ lungo, a chi ama i confronti forti su temi e dilemmi umani non potrà non piacere questo pezzo di bravura in cui la posta in gioco non sono fiche ma l’anima di una persona.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LORO 1

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/25/2018 - 20:33
Titolo Originale: Loro 1
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Umberto Contarello, Paolo Sorrentino
Produzione: INDIGO FILM, IN COPRODUZIONE CON PATHÉ
Interpreti: Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Bentivoglio, Kasia Smutniak, Ricky Memphis

Prima parte. Il faccendiere Tarantini (Riccardo Scamarcio) è abile nell’ottenere favori per certi suoi appalti pubblici fornendo in cambio prestazioni sessuali delle sue “ragazze” ma ora vuole puntare più in alto: vuole arrivare a “Lui”. Apprende dalla scuola di Ricucci (Ricky Memphis) come si organizza una squadra di olgettine e a sua volta seleziona le più belle ragazze disponibili e con queste affitta una casa in Sardegna di fronte alla villa di Berlusconi, nell’attesa della buona occasione.
Seconda parte Berlusconi, con sua moglie Veronica si trova in Sardegna in stato di forzata inattività. Ha ormai 70 anni, ha appena terminato il suo terzo mandato. Chiacchiera con il suo nipotino ma soprattutto cerca di riconquistare la moglie, che pur conoscendo che tipo di uomo infedele ha sposato, non tollera che sia messa in discussione la sua dignità. Silvio vede a distanza il motoscafo noleggiato da Tarantini ed è incuriosito dalle tante belle ragazze che si affollano sul ponte…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ritratto crudo e acritico di ragazze che usano con disinvoltura il proprio corpo come merce di scambio per ipotetici favori
Pubblico 
Maggiorenni
Uso continuo di droghe. Accoppiamenti con nudità complete. Molte nudità parziali.
Giudizio Artistico 
 
Sorrentino, in questo numero 1, ha realizzato un lavoro altamente discontinuo, solo a tratti brillante, non solo nello sviluppo del racconto ma anche nello stile adottato
Testo Breve:

Per avvicinarsi a “Lui”, occorre mettere in piedi una squadra di escort, dal momento che è questa la moneta di scambio più utilizzata per ottenere favori. Un film molto discontinuo, non di satira politica ma sulla fascinazione del potere  

Diciamo subito che è un impegno inutile cercare di recensire Loro 1. Non si tratta della prima parte di un racconto organizzato in due puntate. Loro è un film di quattro ore che è stato brutalmente tagliato in due, lasciando, nella prima parte, più domande che conferme. Come se non bastasse, Loro 1 è diviso in due capitoli non comunicanti: nel primo si parla di “loro”, coloro che si trovano o cercano di entrare, alla corte di “Lui”; il secondo è tutto incentrato su di Lui e su sua moglie, tranquillamente chiamata con il suo nome, Veronica.

Non resta quindi, in attesa che esca Loro 2 (il 10 maggio) che analizzare singolarmente i due capitoli.

Dopo Il Divo, dopo The Young Pope e ora con il dittico Loro, è evidente che al regista-sceneggiatore Paolo Sorrentino interessa il mistero che si nasconde, non dietro ma dentro gli uomini che hanno potere, qualunque forma prenda. Cerca di cogliere la fascinazione che emana da questi personaggi, in grado di influenzare milioni e milioni di persone, pronte a seguirli, qualunque maldicenza venga formulata nei loro confronti.

Sorrentino però non è un narratore, ma un pittore. Non è interessato all’evoluzione, alle possibili trasformazioni degli uomini che dipinge ma cerca di catturare, di fermare la rappresentazione visiva di quel potere magico e fascinoso che loro emanano. Sorrentino non condanna, non è interessato ai risvolti politici né tantomeno a tematiche etiche ma è affascinato dalla figura del superuomo che è al di là del bene e del male e vuole coglierne il segreto. In questa prospettiva era stato dichiarativo in Il Divo quando aveva fatto dire ad Andreotti “la nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta”. Ora è di nuovo Toni Servillo, questa volta nei panni di Berlusconi, in un colloquio con il suo nipotino a dire che “la verità è solo la convinzione e il tono con cui si fa un’affermazione”. C’è quindi qualcosa di “divino” nei suoi personaggi perché definiscono loro cosa sia la verità; resta quindi da scoprire in che modo gestiscono il potere. Se ne Il Divo, Sorrentino non faceva mistero di ritenere che Andreotti si fosse alleato con la mafia, nel caso di Berlusconi il regista deve essere rimasto affascinato dal modo con cui questo personaggio ha trasferito comportamenti tipici del mondo televisivo a quello politico. Se alle porte di uno studio televisivo si affollano attricette, ballerine, ansiose di essere notate e certi dirigenti dicono di offrire loro quello che desiderano in cambio di prestazioni sessuali, ora questo tipo molto particolare di “moneta”, ne deduce Sorrentino,  si è trasferito alla politica. E’ il tema trattato nella prima parte del  film. Tutto il  processo viene descritto in dettaglio: da quando le ragazze vengono selezionate,  al momento in cui vengono “presentate” alle persone che contano e infine come loro  siano abili nel ricattare chi ha usufruito delle loro prestazioni.

La prima parte è indubbiamente la più pesante: Sorrentino cerca di rendere tutto esplicito attraverso numerose nudità, scene di accoppiamento e un uso ininterrotto di droghe. Se la analizziamo dal punto di vista del pubblico più adatto, il film andava vietato ai minori di 14 anni proprio per questa prima parte, cosa che scandalosamente non è avvenuto; se la osserviamo da un punto di vista artistico, è strano che proprio Sorrentino, maestro dell’immagine come sintesi fulminante, abbia realizzato una descrizione così compiaciuta e ripetitiva dei vizi sessuali del sottobosco politico, che non sembra neanche di scorgere la sua calligrafia.

La seconda parte è totalmente differente. Silvio e Veronica conversano sul loro passato, prospettano un futuro dove (almeno lui) spera in un loro riavvicinamento. Non c’è nessuna “cattiveria” né satira deformante in questa seconda parte. Probabilmente è il frutto delle due conversazioni avute dal regista con Veronica, (che ha anche scelto chi l’avrebbe interpretata: Elena Sofia Ricci) e Sorrentino non ha avuto intenzione di infierire.

Nel complesso si tratta di un lavoro brillante solo a tratti, con un eccesso di simbolismi compiaciuti (la pecora, il bisonte, il topo), molto disomogeneo.

Molto negativo è il ritratto che il regista ha fatto di tante ragazze, che utilizzano con disinvoltura il loro corpo per cercare di ricavarne dei vantaggi. Questo fenomeno non è ritratto come negativo ma semplicemente come pura registrazione di una realtà del mondo moderno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MOLLY'S GAME (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 04/16/2018 - 11:21
Titolo Originale: Molly's Game
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: THE MARK GORDON COMPANY
Durata: 140
Interpreti: Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Costner, Michael Cera

Il film è basato sulla storia vera di Molly Bloom, una ragazza che, spinta da un padre esigente e severo a eccellere nello studio e nello sport, stava per essere selezionata, a 22 anni, come campionessa di sci alle Olimpiadi ma una brutta caduta aveva dissolto il suo sogno. Decisa a concedersi un anno di pausa prima di iscriversi all’università di legge, si trasferisce a Los Angeles dove, dopo un primo lavoro come cameriera di cocktail in un bar di prestigio, entra nel giro delle scommesse clandestine di alto livello. Mentre lei è la discreta segretaria dei tavoli da gioco, vede passare attori famosi, campioni dello sport e altre persone in grado di giocarsi migliaia di dollari per serata. Molly si rivela ben presto molto dotata per gestire questo tipo di serate e si mette in proprio, trasferendosi a New York e diventando ben presto la direttrice della più famosa sala da gioco clandestina degli Stati Uniti e forse del mondo. A 26 anni viene arrestata dall’FBI perché accusata di aver accolto ai suoi tavoli componenti della mafia russa che avevano trovato, con il gioco, un modo per riciclare denaro sporco…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film, raccontando nei dettagli la vita di giocatori d’azzardo, sembra volerci trasmettere il piacere sinistro di una vita giocata in un solo istante
Pubblico 
Maggiorenni
Il tema trattato è adatto a persone mature. Uso di droga, vizio del gioco, una scena violenta.
Giudizio Artistico 
 
Una Jessica Chastain mette i suoi talenti al servizio di una storia raccontata con ritmo impeccabile da un Aaron Sorkin per la prima volta anche alla regia
Testo Breve:

Una ragazza mette i suoi molti talenti al servizio di una causa insolita: essere la prima nel mondo milionario del gioco d’azzardo.  Una storia ben recitata e raccontata con un fascino particolarmente sinistro

“Possiede la più grande collezione privata di quadri del mondo, valutata tre miliardi di dollari”: così Molly descrive uno dei clienti del suo tavolo da gioco. Non dice quali fossero le firme di prestigio collezionate: sintetizza il tutto con il valore in dollari dei quadri. “Ero stata cresciuta per diventare campionessa il mio obiettivo era vincere. In cosa e contro chi? Era solo un dettaglio”: è la descrizione che Molly fa di se stessa. Da questi due esempi si può chiaramente comprendere che la storia che Aaron Sorkin ha voluto raccontare, poteva svolgersi solo negli Stati Uniti e in nessun’altra parte del mondo. Per la prima volta nelle vesti di regista oltre che di sceneggiatore, Aaron ci introduce nel mondo del gioco d’azzardo dei super ricchi, entra nei dettagli di quali carte ha un giocatore e quale l’altro, quanto puntano e a quanto rilanciano, anche quando sono indebitati fino al collo. In perfetta coerenza con la storia e con l’ambiente, veniamo informati dell’aumento progressivo del conto in banca di Molly, almeno fino al suo sequestro da parte dell’FBI.

Ci sono uomini che le fanno la corte ma il film non approfondisce la sua vita privata perché, in effetti, l’“essere Molly” corrisponde a una sola cosa: l’aumento progressivo dei guadagni e della sua fama.

Conosciamo, con un po’ più di dettaglio, solo i suoi rapporti con il padre, uno psichiatra di fama, con il quale è in perenne conflitto: gli è riconoscente per come l’ha portata a pretendere il massimo da se stessa ma al contempo in perenne ricerca di un modo per affrancarsi dalla sua influenza. Un colloquio fra loro due che si svolge verso la fine del film, dovrebbe spiegare il perché Molly, con tutto il suo talento, non aveva cercato di avere successo come avvocato e di costituirsi una famiglia. Una spiegazione tutta impostata sulla psicologia che convince molto poco perché non possiamo accettare che una persona adulta non sia in grado di distinguere liberamente il bene dal male ma sia solo condizionata da come ha trascorso l’infanzia.

Il film porta il tratto inconfondibile di Aaron Sorkin, uno dei più bravi sceneggiatori (ora anche regista) disponibili sul mercato, che abbiamo già conosciuto in  fiction Tv come The West Wing e The Newsroom e in film del calibro di The Social Network o Steve Jobs. Ancora una volta il piatto forte sono i dialoghi che lo sceneggiatore riesce a imbastire, serrati, rivelatori delle personalità che ne sono coinvolte mentre Jessica Chastain aggiunge un’altra notevole performance attoriale alla sua carriera. Il film è stato infatti candidato ai Golden Globes 2018 per la migliore attrice protagonista e la sceneggiatura e all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

Come giudicare la persona Molly? Il film cerca di riscattare la donna con la sua correttezza durante il processo (la condanna fu in effetti mite) ma non dobbiamo dimenticare il suo mestiere è consistito proprio nell’alimentare e portare all’esasperazione la dipendenza dal gioco. Oppure, come Sorkin fa dire a uno dei giocatori: “non mi piace giocare: mi piace distruggere vite”. Il film non sorvola su situazioni estreme di famiglie rovinate e di suicidi. Anche la sua correttezza finale davanti ai giudici ci lascia dubbiosi perché dopo due ore di proiezione abbiamo imparato a conoscere Molly sappiamo che lei era abile a spremere dollari da qualsiasi situazione. Aveva già scritto un libro sui suoi successi “insoliti”, intitolato "Molly's Game: The True Story of the 26-Year-Old Woman Behind the Most Exclusive, High-Stakes Underground Poker Game in the World” ed anche ora che è uscito il film, è stata proprio lei a suggerire al regista che fosse la Chastain a interpretare se stessa, c’è il sospetto che la sua “industria” non cessi di generare dollari.

In fondo lo stesso Sorkin, nel raccontarci i brividi di partite definitive quasi fossero una sfida all’OK Corral, sembra esser anche lui affascinato da quel principio, molto americano, di vincere e guadagnare soldi. “In cosa e contro chi? E’ solo un dettaglio”

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE HAPPY PRINCE - L'ULTIMO RITRATTO DI DORIAN GRAY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 04/15/2018 - 10:24
Titolo Originale: The Happy Prince
Paese: Italia/Belgio/Germania/Gran Bretagna
Anno: 2017
Regia: Rupert Everett
Sceneggiatura: Rupert Everett
Produzione: MAZE PICTURES, ENTRE CHIEN ET LOUP IN CO-PRODUZIONE CON PALOMAR, CINE PLUS FILMPRODUKTION, TELE MÜNCHEN GROUP,RADIO TÉLÉVISION BELGE FRANCOPHONE, PROXIMUS
Durata: 105
Interpreti: con Rupert Everett, Colin Morgan, Colin Firth, Miranda Richardson, Emily Watson, Tom Wilckinson;

Malato e sul lastrico, Oscar Wild trascorre a Parigi l’ultima parte della sua vita, tra i ricordi della gloria e le memorie dolorose della sua caduta: il rapporto distruttivo con il capriccioso Alfred Douglas, le sofferenze inflitte alla moglie, la rovina economica legata al processo per omosessualità e alla sua incapacità di resistere alle tentazioni. Fino all’ultimo Wilde, sostenuto dall’amicizia di Robbie Ross e Reggie Turner, si divide tra la sua vocazione artistica, la ricerca del piacere e il rimorso per i peccati commessi….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo sincero (Turner) che non volta mai le spalle all’amico Oscar. Un Wilde fragile, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli) e il cedere ad abitudini autodistruttive ma sempre alla ricerca di perdono a cui non è estranea la dimensione religiosa
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di nudo maschile e femminile, scene a contenuto sessuale omosessuale, scene di violenza.
Giudizio Artistico 
 
C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie. Una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.
Testo Breve:

Un ritratto brutale ma commovente che Rupert Everett ha fatto sugli ultimi anni di Oscar Wilde. Un uomo fragile, che conserva alcune abitudini autodistruttive ma è alla ricerca di perdono

C’è una brutale e commovente onestà nel ritratto che Rupert Everett offre di un Wilde distrutto dalla malattia eppure ancora in grado di affascinare con le sue storie (in questo caso la struggente vicenda del Principe felice e della rondine sua amica, che lo scrittore racconta a un suo giovanissimo amante e al fratellino di lui).

L’alternarsi dei piani temporali copre gli anni all’indomani della scarcerazione di Wilde dopo la prigione seguita al processo per omosessualità fino agli ultimi tempi a Parigi dove morirà e ci presenta un personaggio segnato dalla sofferenza, diviso tra la volontà di rimediare ai propri errori (soprattutto al dolore causato alla moglie e ai figli), tenendosi lontano dalla relazione con il capriccioso Douglas non solo per ragioni di opportunità, ma anche in un tentativo di riscatto.

Ma le conseguenze del passato non tardano a presentargli il conto: non solo perché la gente fatica a dimenticare, ma anche perché lo stesso Wilde, come in uno dei suoi detti più famosi, decide che cedere è il miglior modo di resistere alle tentazioni.

La rappresentazione della vita di Wilde insieme a Douglas nel sud Italia è cruda e sicuramente non adatta a un pubblico giovane, ma la regia di Everett evita il compiacimento e invece preferisce sottolineare le contraddizioni dei comportamenti di Wilde, il suo meditare autoironico, ma sempre più radicale.

L’immagine dei suoi ultimi tempi parigini è durissima, il corpo distrutto, i belletti usati per coprire il disfacimento fisico, che non gli impedisce di indulgere fino all’ultimo in abitudini che appaiono chiaramente distruttive.

Resta tuttavia indubbio il fascino dell’uomo: non tanto quello superficiale della fama che attira Douglas, ma quello più profondo, che fa sì che uomini buoni come Ross e Turner (Colin Firth) non gli voltino mai le spalle. È il fascino di chi, pur continuando a sbagliare, sente anche profondo il richiamo di un Altro misericordioso, di un Bene capace di riscattare la miseria umana, come intuiamo dalla presenza discreta di una dimensione religiosa (dalla scena in cui Wilde si rifugia in una chiesa per sfuggire a un gruppo di giovani inglesi ostili fino al momento della confessione e della somministrazione degli ultimi riti), una ricerca di perdono che si fa più forte nel finale fino alla conversione al cattolicesimo.

Il film di Everett, evidentemente un progetto in cui l’attore/regista ha investito profondamente, non teme di mostrare le contraddizioni di un uomo e un artista in lotta con se stesso e in questo regala una pellicola di grande potenza emotiva, ben al di là della maniera del semplice biopic, ma alla ricerca di un significato autentico della vita di un uomo.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SUCCEDE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/12/2018 - 11:07
Titolo Originale: Succede
Paese: Italia
Anno: 2018
Regia: Francesca Mazzoleni
Sceneggiatura: Paola Mammini, Francesca Mazzoleni, Pietro Seghetti
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, INDIGO FILM E ROMAN CITIZEN, IN COLLABORAZIONE CON SHOW REEL
Interpreti: Margherita Morchio, Matteo Oscar Giuggioli, Matilde Passera, Francesca Einaudi

L’adolescente Meg scrive un diario su ciò che prova, su ciò che sente, in un momento un po’ confuso della sua vita, impegnata a riprendersi da una delusione sentimentale. Per fortuna ha due carissimi amici che frequentano la sua stessa scuola di Milano: Olly e Tom. Meg e Olly si confidano sempre tutto mentre Tom si prende cura di loro, apparentemente interessato solo allo sport. Olly, quando si trasferisce a Milano Sam, suo cugino, fa di tutto perché possa intendersi con Meg: sarebbe un’ottima opportunità, per la sua amica, lasciare alle spalle la brutta storia che ha vissuto…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ritratto sincero ma pessimista di giovani che affrontano le incertezze della vita da soli, incapaci di uscire dal loro stessi
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, rapporti sessuali fra adolescenti, fumate con erba
Giudizio Artistico 
 
Il mondo degli adolescenti viene rappresentato con molto realismo, ma la sceneggiatura si concentra sui protagonisti, stereotipando i personaggi secondari mentre la regia non riesce a modulare i toni del racconto.
Testo Breve:

Tre amici di un liceo milanese due ragazze e un ragazzo, affrontano le prime incertezze sentimentali e cercano di portare più sicurezza nella loro vita. Un film vero sugli adolescenti internauti di oggi, con qualche incertezza nella regia

“Quando mi sveglio la mattina, il mio cervello ci mette quasi dieci minuti a caricare i giusti ricordi: potrei essere la prima della classe, la sfigata di turno,..”.“Sono un disastro, una contraddizione vivente: odio tutti ma mi fa arrabbiare stare da sola; vorrei essere più magra ma voglio continuare a mangiare schifezze; vorrei resettare tutto e ricominciare da zero..”  Sono questi i pensieri che scrive sul suo diario elettronico (un po’ sul cellulare, un po’ sul PC) Meg, una ragazza insolita nel panorama dei film ambientati nel mondo degli adolescenti: non fuma, non beve, insicura negli approcci sentimentali, sempre con una sensibilità a fior di pelle, ma con una buona attitudine a leggere libri: una nerd italiana.

Questo film si inserisce nel nutrito filone dei racconti adolescenziali e, se traguardiamo solo la produzione italiana, è quello che più di altri film recenti, è “entrato dentro” il loro mondo. L’estate addosso di Muccino è apparso un film con una tesi da dimostrare, mentre ultimo film dell’Archibugi, Gli Sdraiati, si è concentrato sui rapporti fra generazioni diverse più che cercare di entrare nel modo dei millennials. In due cose i film si assomigliano: nel fare l’elogio di Milano con bellissime inquadrature (piazza Gae Aulenti è onnipresente) e nel mostrare famiglie fatte a pezzi, dove i ragazzi vivono solo con la madre o solo con il padre.

La regista Francesca Mazzoleni (di 29 anni) ci mostra questi giovani che vivono in uno stato di comunicazione ininterrotta, di giorno ma anche di notte; non ci sono momenti della giornata dove ci si “disconnette”. C’è l’aspirazione alla condivisione integrale e basta stare insieme in due o in tre, perché questo sia l’occasione per fare un selfie da mandare su Facebook, perché le due realtà, quella dove “succedono” le cose e quella dove si costruisce la propria immagine, sono strettamente interallacciate. Se ci si vuole liberare di un terribile segreto ma al contempo non lo si può nascondere a chi ci vuol bene, non c’è che una soluzione: si manda un lungo messaggio vocale su Whatsup. Non sono neanche trascurati i pericoli degli incontri combinati sulla rete. Non solo una delle ragazze ma la stessa madre di Tom, rimasta sola, finisce per  affidarsi a un sito di incontri, raccogliendo solo delusioni.
Ben tratteggiato è l’insolito rapporto che esiste a quell’età fra l’amicizia e l’amore. Gli amici sembrano più intimi della stessa persona con cui si è avviata una relazione. Essi sono garanzia di incoraggiamento, di buoni suggerimenti, mentre l’innamoramento risulta ancora qualcosa di troppo insicuro. Non è raro che i due elementi si sovrappongano, quando si scopre l’abc dell’amore: “quando sto con lui sono semplicemente me stessa; non debbo cercare di essere ciò che non sono” .

Ci sono anche oneste annotazioni di narcisismo, altra caratteristica di quell’età: “mi piace veramente o mi piace che io gli piaccio?". Sono tutte osservazioni che scaturiscono dalla corta distanza che separa l’età dei protagonisti, dall’autrice del libro da cui è tratto il film: la youtuber Sofia Viscardi.

I genitori sono poco incisivi in questa storia, non perché ciò sia una trascuratezza della sceneggiatura, ma perché, semplicemente contano poco o nulla e i ragazzi chiudono il circuito delle loro domande, delle loro incertezze, all’interno di se stessi. Di genitori, nella maggior parte dei casi, ce n’è solo uno (molto bello il rapporto fra Tom e sua madre -interpretato da Francesca Einaudi-  ma si tratta quasi di un rapporto alla pari, entrambi in cerca di alleviare la loro solitudine) oppure, come i genitori di Meg, afflitti da un fatalismo indifferente, “ciò che non dite a noi, non è stato detto da noi ai nostri padri e loro ai nostri nonni”.

Il racconto si sviluppa in modo alquanto prevedibile e sembra che la regia abbia nelle sue corde poche note a disposizione perché la storia avanza sempre con lo stesso ritmo , anche quando la drammaticità di certe situazioni dovrebbe suggerire un innalzamento dei toni. Inoltre la sceneggiatura non riesce ad evitare uno dei topoi più abusati, quando si affronta una storia dove sono presenti delle adolescenti: una di loro resta incinta.

Complessivamente lo scenario prospettato dal film appare veritiero ma soffuso di melanconia che deriva da un pessimismo di fondo. Senza alcun adulto che possa aiutarli, (anzi, assorbono dalle loro famiglie il senso della precarietà dei sentimenti), nessuno che prospetti loro belli e ambiziosi traguardi che li faccia uscire da se’, finiscono per chiudersi in loro stessi. A Tom è affidata la confessione più sincera: “non capisco perché non ci si possa attaccare a qualcosa che ti renda felice”. L’icona-simbolo del film, il coniglio bianco di Lewis Carroll, sta lì a simboleggiare che “è più facile nascondersi che arrampicarsi”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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