Dramma

VITA PER VITA - MAXIMIIAN KOLBE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 17:17
 
Titolo Originale: ZYCIE ZA ZYCIE
Paese: Polonia
Anno: 1991
Regia: Krzysztof Zanussi
Sceneggiatura: Krzysztof Zanussi, Jan Jozef Szczepanski
Produzione: IFAGE FILM, MEDIA FILM TV PARIGI - FILM GROUP TOR VARSAVIA
Durata: 94
Interpreti: Edward Zentara e Christoph Waltz

1941,campo di concentramento di Auschwitz. Jan, uno dei reclusi, riesce a fuggire. Alcune famiglie del luogo hanno il coraggio di dargli nuovi vestiti e di sfamarlo e alla fine trova rifugio per qualche tempo in un convento di francescani. In questa circostanza viene a sapere che dopo la sua fuga, per rappresaglia dieci detenuti sono stati condannati a morire di fame e di sete. Viene inoltre a conoscenza di un gesto inaudito: un sacerdote, padre Massimiliano Kolbe, si è offerto di venir condannato al posto di un padre di famiglia e l’ufficiale tedesco aveva accettato lo scambio. Jan, che ha sempre pensato a se stesso, è spinto questa volta da una insolita curiosità e inizia a indagare su chi fosse realmente padre Kolbe….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La grande fede di padre Kolbe e il gesto che ne è stata la sua massima espressione, risaltano in mezzo a tante mediocri figure di contorno
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Zanussi, qui regista e sceneggiatore, sceglie uno stile asciutto, quasi scarno, che risulta particolarmente efficace quando è la stessa grandezza dell’uomo santo che si manifesta
Testo Breve:

Nel 1941, ad Auschwitz, padre Kolbe si offre di morire al posto di un padre di famiglia. La progressiva presa di coscienza del valore di quel gesto da parte delle persone che ne rimasero coinvolte e poi di tutto il mondo

Krzysztof Zanussi, qui regista e sceneggiatore, ha scelto un metodo insolito per parlarci degli ultimi anni di padre Kolbe. Non racconta la storia dal punto di vista del santo ma nella prospettiva di alcuni laici e sacerdoti che sono vissuti ai margini di quell’evento oppure ne hanno sentito solo parlare. Sono persone normali, impegnati, in quei giorni drammatici, a pensare innanzitutto alla propria sopravvivenza e si interrogano, con un atteggiamento fra l’incredulo e l’infastidito, sul perché di un simile gesto. Man mano che viene a conoscenza di maggiori dettagli, Jan, cerca di riportare quell’evento nell’alveo di qualcosa di ragionevole, che abbia un senso umano, ma quel fatto resta lì, davanti a lui, senza una spiegazione soddisfacente. Anni dopo, quando si inizia a parlare di beatificazione, alcuni membri del partito comunista polacco iniziano a preoccuparsi della crescente fama che ha acquisito padre Kolbe, comprendono l’urgenza di imbastire una contro-propaganda e finiscono per concludere che in quel campo di concentramento il suo gesto sia stato un metodo per suicidarsi e por fine alle sue sofferenze. Perfino in Vaticano, quando si inizia a parlare di beatificazione, c’è chi fa dei fini distinguo fra ciò che può esser definito un martire per la fede e chi invece è morto per un altro uomo, come è accaduto per padre Kolbe.

Il film, in mezzo a tante mediocrità, introduce brevi, significativi camei della vita del santo, che rifulgono di luce propria. Come quando volle costruire un monastero in Polonia e senza avere un soldo, andò a chiedere dal signore locale la proprietà del terreno. Alla fine ci riuscì, offrendo in cambio preghiere e una statua della Madonna. Oppure quando, nella cella della morte guidava la preghiera e i canti liturgici degli altri condannati e concedeva l’ultima confessione a chi ne faceva richiesta. Non manca un ricordo di lui bambino, quando raccontava di aver parlato con la Madonna e che gli aveva chiesto il suo amore: la madre gli sorrideva e si portavano entrambi a un quadro della Vergine per iniziare a pregare.

Lo stile adottato da Zanussi è asciutto, quasi scarno, ma proprio dalla semplicità del racconto scaturisce con forza la grandezza del santo. Da testimonianze dirette sappiamo che padre Kolbe, mentre porgeva il braccio per l’iniezione letale, disse: “«...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea».  In effetti, proprio in un luogo come Auschwitz, espressione massima della brutalità umana, Kolbe ha piantato bel salda la croce di Cristo, a testimoniare che ancora una volta l’amore aveva vinto.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CORRIERE - THE MULE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 02/14/2019 - 18:10
Titolo Originale: The Mule
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk
Produzione: Warner Bros
Durata: 116
Interpreti: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Micheal Peña, Dianne Wiest, Andy Gargia, Laurence Fishburne

Un viaggio, lungo un’intera vita per riscoprire ciò che è più importante. Più della giustizia e del tempo, una lotta contro i propri limiti.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“La famiglia è la cosa più importante. Non fate come me: ho anteposto il lavoro alla famiglia”. Si è disposti a qualsiasi cosa per il bene delle persone che amiamo. Purtroppo il protagonista lo comprende solo alla fine del suo percorso.
Pubblico 
Maggiorenni
Unica scena di nudo (inutile e fuori luogo) ma le tematiche trattate sono per un pubblico adulto.
Giudizio Artistico 
 
La regia di Clint Eastwood è unica ed inimitabile. Dirige maestosamente Bradley Cooper ed Andy Garcia.
Testo Breve:

Il solito personaggio di Clint Eastwood, scorbutico, reduce di guerra, razzista, che fa scelte sbagliate ma che sa anche pentirsi e chiedere perdono 

Il film racconta un fatto realmente accaduto riportato sul New York Times, l'assurdo episodio di un uomo novantenne del Michigan diventato corriere al servizio del narcotraffico.

Dopo il successo di Gran Torino (2008) Clint Eastwood ritorna in veste di attore e regista sul grande schermo con la collaborazione dello stesso sceneggiatore (Nick Schenk) per un altro, forse ultimo, film da ricordare.

Se Walt Kowalski era inizialmente chiuso alla vita, Stone si presenta esattamente l’opposto amando la vita e desiderando di godersela fino alla fine.

Unica sua devozione va alla coltivazione, cura e commercio di una particolarissima pianta, le emerocallidi che fioriscono un solo giorno all’anno con colori splendidi.

Per raggiungere tale perfezione e ricevere l’approvazione e il successo, il protagonista trascura moglie e figlia fino a dimenticare il matrimonio di quest’ultima. Per far fiorire le emerocallidi, fa sfiorire l’amore della sua famiglia.

"Non ho mai capito, perché dedicasti tutto il tuo tempo e i tuoi soldi a quei fiori?" "Adoro i fiori, i fiori sono unici…perché un giorno sbocciano e la storia è finita…si meritano sia tempo che impegno." "Anche la tua famiglia..."

Earl, da uomo determinato e sicuro di sé, reduce dalla guerra in Corea, si ritrova alla sua età vulnerabile e solo.

Dopo aver perso per colpa della tecnologia il lavoro che amava da tutta la vita, Stone ha per puro caso tra le mani la possibilità di riprendersi la casa e di riconquistare le attenzioni della sua famiglia contribuendo economicamente agli studi di sua nipote, l’unica che ancora gli rivolge la parola.

Con il suo pick-up ha viaggiato tanto raggiungendo 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione. Per questo motivo risulterà per i narcotrafficanti il soggetto perfetto per muoversi inosservato e insospettabile agli occhi della DEA (Drug Enforcement Administration).  Gli agenti federali non sono percepiti come minaccia, fanno più che altro da contorno lasciando che il flusso narrativo si concentri sulle emozioni, sulla ricerca del perdono come solo Eastwood riesce a fare nelle sue storie di eroismo tragico e di redenzione.

Ogni corriere che Earl intraprende si allontana sempre di più dalla sua vecchia vita, guardandola dallo specchietto della sua auto nuova mentre canticchia canzoni sulla libertà (splendida la colonna sonora di Arturo Sandoval).

Sarcastico, irriverente, dissacrante ma con l’eleganza di un uomo d’altri tempi, il regista statunitense racconta il coraggio di chi scopre cosa è capace di fare solo alla fine del proprio percorso, ostentando la sicurezza audace chi non ha nulla da perdere.

Un uomo senza filtri, come egli stesso si definisce, aiuta automobilisti e motociclisti in panne non nascondendo i suoi pregiudizi, l’omofobia o il razzismo ma con il giusto equilibrio, uno stile beffardo e mai pesante concedendo allo spettatore risate imbarazzate a ogni appellativo utilizzato. Frequentatore accanito dell'AARP, l'associazione americana dei pensionati, che cerca di aiutare appena gli è possibile. Un “grinch” al contrario che ama piacere agli altri ma non alla propria famiglia.

“Pensavo che fosse più importante essere qualcuno là fuori invece del fallimento che ero a casa mia.”

Lo stesso Eastwood è il protagonista, raccontando un po’ di sé stesso recitando al fianco di Alison, figlia anche nella vita vera.

Come Marcel Proust, Stone è alla ricerca del tempo perduto, quello che ci rimane diventa così più prezioso di qualsiasi altra cosa. Un motivo per chi, come il protagonista, ha smarrito in tutti i sensi la strada di casa e sta cercando il modo per ritornarci anche se per un’ultima volta.

Eastwood batte ogni record con oltre 50 anni di carriera, di cui 30 da regista, confermandosi l’artista cinematografico vivente più completo. Nella sua carriera ha sempre sconfitto il male partendo dai western di Sergio Leone, raccontando la follia dei terroristi e dei criminali, ma anche il rapporto padre figlia, la resilienza, il coraggio e l’amore oltre ogni tempo.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GREEN BOOK

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/04/2019 - 11:06
 
Titolo Originale: Green Book
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Peter Farrelly
Sceneggiatura: Brian Hayes Currie, Peter Farrelly, Nick Vallelonga
Produzione: DREAMWORKS PICTURES, PARTICIPANT MEDIA, AMBLIN PARTNERS, INNISFREE PICTURES, WESSLER ENTERTAINMENT
Durata: 130
Interpreti: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne

America, 1962: Tony Vallelonga, un bravissimo buttafuori italo-americano rimane senza lavoro quando il locale si chiude. Lo assume un pianista nero, che ha bisogno di un autista per il suo tour in giro per gli Stati del Sud.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esalta il valore dell’amicizia fra due uomini non perfetti, che nasce dal rispetto per arrivare alla comprensione e poi all’ aiuto reciproco. Chiari e forti gli affetti coniugali
Pubblico 
Adolescenti
Una colluttazione violenta; una scena in cui si comprende (senza che sia visto) che è stato consumato un rapporto omosessuale.
Giudizio Artistico 
 
Un road movie, che calibra bene musica, eventi e battute. Golden Globe 2019 per il miglio film musical/commedia, miglior sceneggiatura miglior attore non protagonista
Testo Breve:

Un italo americano dai modi rozzi accompagna un pianista afroamericano negli Stati del Sud ancora razzisti degli anni ’60. Una grande storia di amicizia e di affetti coniugali

 Basato sulla storia vera del musicista Shirley, Green Book ripercorre gli anni ’60, non così favolosi negli Stati americani del Sud, ancora legati ai pregiudizi razziali dove una pelle nera merita un diverso trattamento nei locali, nelle case e in tutti i luoghi in cui i bianchi sono ancora considerati una razza superiore.

Il principio del film è lui, Tony Vallelonga, detto Tony Lip, uno scaltro buttafuori del Copacabana, un locale newyorkese frequentato da uomini facoltosi e belle donne. Tony è italo americano, ama sua moglie e i suoi due figli, e trova sempre il modo, alcune volte poco lecito, per arrotondare. Anche quando gareggia con un uomo più grande e grasso di lui e il vincitore della somma di denaro è colui che si dimostra capace di mangiare più hamburger. Rimasto senza lavoro, ottiene un colloquio con Donald Shirley (Mahershala Ali, già premio Oscar per Moonlight), un musicista che deve affrontare un tour di concerti con il suo trio artistico nel Sud, dall'Iowa al Mississipi. Donald è colto, sa parlare diverse lingue, è raffinato nei modi, ricercato nel vestire, mentre Tony è esattamente il suo contrario. Non ha studiato, non è raffinato, mangia goffamente e ingordamente ed è schietto, forse troppo, nel parlare.

I due, così diversi, ma, poi nel tempo così vicini, iniziano questo lungo viaggio che porterà Tony lontano dalla sua famiglia per alcuni mesi. Ha un compito per il viaggio: utilizzare il 'green book’, la guida per automobilisti afroamericani, che devono muoversi per hotel e locali negli Stati del Sud. Nella realtà l’apartheid non è ancora terminata: mancano infatti quattro anni prima del Civil Rights Act e delle successive dimostrazioni politiche e marce di pace.

I viaggi, che non sono mai noiosi, mostrano come i due hanno chiaramente l’uno bisogno dell’altro per cambiare: Tony Lip compie piccole slealtà e furtarelli, manifesta le sue ragioni litigando e usando le mani, mentre Shirley sembra distante, senza familiari o amici, e spesso ha il difetto di guardare la persona socialmente inferiore a lui con gli occhi troppo velati di narcisismo e snobismo.

Diventa subito così un film ricco di momenti da commedia pura ma anche di momenti drammatici, in cui entrambi crescono in umanità e consapevolezza. Indimenticabili sono le scene in cui Shirley insegna a Tony come si scrivono lettere piene di pathos alla moglie che lo aspetta a New York.

Scritto anche da Nick Vallelonga, che ha registrato centinaia di conversazioni con suo padre Tony, la verità della storia entra in tutto il film: Tony (Viggo Mortensen per il ruolo è ingrassato di ben 19 chili) è stato infatti un italo-americano, nato in Calabria, che lavorando nel locale Copacabana ha conosciuto Shirley e numerosi altri artisti. E che poi è diventato un attore utilizzato soprattutto per ruoli come ne Il Padrino o ne I Soprano (serie televisiva che lo ha reso famoso).

E così questo road movie, che calibra bene musica, eventi e battute, è davvero per tutti gli spettatori. Poca retorica, ma anche poca suspence, in Green Book che rimette in scena potere, ricchezza, pregiudizi ma soprattutto quel dono spontaneo che rende più sopportabile le asprezze della vita, l’amicizia. Lo dirige Peter Farrelly, che del linguaggio conosce le sue ambiguità e l’ironia (ricordato  dal grande pubblico per aver diretto insieme a suo fratello Bobby film come Scemo & più scemo o Amore a prima svista) trasformando la storia in un film giusto che restituisce realtà anche alla famiglia e all’amore, senza dover ricorrere alla comoda enfasi del buonismo. 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ROMA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/31/2019 - 11:40
Titolo Originale: Roma
Paese: Messico, USA
Anno: 2018
Regia: Alfonso Cuarón
Sceneggiatura: Alfonso Cuarón
Produzione: Esperanto Filmoj, Participant Media
Durata: 135
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta

Roma narra la storia autobiografica del regista e premio Oscar Alfonso Cuaron. Cresciuto negli anni '70 durante i disordini studenteschi messicani, la sua famiglia viene colta da un evento improvviso che cambierà le loro vite.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La famiglia è al centro della storia. Sebbene una famiglia abbandonata dal padre ma molto unita
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Nonostante non ci siano scene di violenza, i lunghi piani sequenza e le difficoltà affrontate dalla protagonista possono essere comprese solo da un pubblico adulto. Una scena di nudo integrale (forse l’unica fuori contesto) più buffa che altro
Giudizio Artistico 
 
Nomination all’Oscar come migliore attrice protagonista Yalitza Aparicio, miglior film, miglior regista, miglior film straniero, sceneggiatura originale miglior attrice non protagonista (Yalitza Aparicio) fotografia, scenografia, montaggio e issaggio sonoro Un capolavoro indiscusso di fotografia
Testo Breve:

Negli anni settanta c'erano le nanny, che si dedicavano anima e corpo alla cura dei bambini che erano loro affidati dalla famiglia ospite. Il film è il racconto autobiografico del regista che ha voluto fare un omaggio alla sua nanny e alla sua capacità di amare

Di questo film se ne è parlato tanto, ancor prima della vittoria al Festival di Venezia, dei premi e dell’uscita nelle sale solo per pochi giorni. Girato con molti attori non professionisti, rappresenta una vera e propria svolta per la distribuzione (e non la produzione come pensano in tanti) affidata a Netflix solo in lingua originale. 
Già dai titoli di testa respiriamo aria retrò, con una secchiata d’acqua che scandisce il tempo che passa inesorabilmente, ma talvolta sembra non passare mai. 
Roma è un quartiere borghese di Città del Messico, paese d’origine del regista. Il personaggio di Cleo, ragazza indigena tuttofare, è basato sulla vera storia di Libo Rodríguez, alla quale il film è dedicato; la donna negli anni settanta ha vissuto con la famiglia del regista messicano.

Un tempo c’erano le Nanny, o da noi italiani chiamate le tate, che si dedicavano anima e corpo ad una famiglia, anche se non era quella d’origine. Niente ferie, nessuna privacy perché la loro casa diventa il luogo di lavoro. Da ragazzine si viene scelte, così come il bestiame, per una nuova vita, che il più delle volte resta quella definitiva.

Agli occhi dei bambini degli anni settanta la Nanny non è una signora delle pulizie né una balia, ma una vera e propria seconda mamma. È lei che sa cosa mangi, come ti addormenti e di cosa hai paura. Lei viene ad asciugarti le lacrime, lei quella che ti abbraccia quando ti fai male. 
Ed è per questo che Roma risveglia in molti di noi qualcosa che ci portiamo dentro, come una vecchia canzone che ci emoziona ogni volta che la risentiamo.

Un film sulle donne come non se ne vedevano da decenni. Sull’infinita capacità di amare, la forza di rialzarsi sempre, anche senza un compagno vicino. È un film sul vero significato della parola resilenza. L’uomo che abbandona la donna fuggendo dalle proprie responsabilità ne esce sconfitto, non è solo una questione di anni settanta. È un film che ha da insegnare tanto anche alle nuove generazioni considerando che, nonostante siamo nel 2019, la mancanza di rispetto per la donna viene ancora data per scontata e si assiste tutt’oggi a fenomeni di maschilismo, in troppi luoghi di lavoro in tutti i paesi, tutti i giorni. Non è un film femminista ma meriterebbe di esserlo poiché rappresenta la voce di chi non può parlare.

Per chi è amante del cinema inevitabile commuoversi davanti lo straordinario lavoro di regia. Catapultati in un film degli anni cinquanta, cullati dalla poesia delle lunghe sequenze, l’inquadratura fissa sul volto della protagonista nei momenti più delicati, la finezza del bianco e nero per raccontare il passato ma con la tecnologia del digitale di oggi. Una sequenza di fotografie da mostra, un incanto per gli occhi per coloro che cercano e sanno riconoscere la vera bellezza (e per chi sa pazientare 2 ore e 15 minuti non sono per tutti soprattutto se il film non viene visto in sala).

Lo straordinario montaggio che accompagna ‘un po’ all’antica’ lo spettatore, senza raccordi di sguardi forzati, ma con la sensibilità di chi ti suggerisce un punto di vista nuovo, il tutto raccolto in scelte di regia ricercate ed eleganti.
Cuarón firma lui stesso la sceneggiatura e definisce Roma il suo film più autobiografico (il 70 percento della scenografia viene dalla sua casa d’infanzia) confermandosi nuovamente un genio della creatività a dimostrazione del fatto che le radici fanno parte di noi, l’arte di saper raccontare con qualcosa che ci ha segnati è solo di pochi artisti.

Roma è un insieme di straordinari bianco neri, guerra e calma, pianto e gioia, uniti da un collante eccezionale che funziona nonostante l’assenza di musica.E per chi pensa che sia troppo pesante, la scena dell’insegnante di arti marziali dimostra come, agli occhi delle donne, forse la perfezione in un uomo non sia sempre affascinante. Così come la storia dell’evoluzione dell’auto di famiglia da simbolo di perfezione noiosa a oggetto di liberazione.

L’attenzione per i dettagli, la scena finale dove, grazie alla scelta del digitale in 6.5 mm ci sembra di essere noi stessi sulla spiaggia, i lunghi piani sequenza, la straordinaria interpretazione di Yalitza Aparicio e la magistrale fotografia fanno di Roma un capolavoro da Oscar.

Come già accaduto nel 2013 per Gravity quest’anno dieci le Nomination ricevute per gli Academy Award 2019: film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista, fotografia, film straniero, scenografia, montaggio e miglior sonoro. Già vincitore di due Golden Globe per miglior regia e film straniero Roma è secondo la critica (Time e Rolling Stone tra i tanti) il miglior film dell’anno. Cuarón regala un film non solo per le donne ma dedicato alle donne. Un viaggio indietro nel tempo ma con lo sguardo e la consapevolezza di oggi.

Autore: Sabrina Guarino
In Televisione
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LA FAVORITA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/28/2019 - 15:50
Titolo Originale: La Favourite
Paese: IRLANDA, GRAN BRETAGNA, USA
Anno: 2018
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura: Deborah Davis, Tony Mcnamara
Produzione: ELEMENT PICTURES, SCARLET FILMS, FILM4, WAYPOINT ENTERTAINMENT
Durata: 120
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz

All’inizio del 1700 Anna Stuart è regina d’Inghilterra. Sofferente di gotta e di carattere facilmente influenzabile, lascia che sia la sua amica Lady Sarah Churchill a gestire l’agenda politica, in particolare i contrasti fra Whig e Tory in merito alla lunga guerra contro la Francia per la successione spagnola. Un giorno giunge a corte Abigail Masham, cugina di Lady Sarah, un tempo nobile ma ora decaduta a causa dei debiti del padre. Abigail riesce a trovare un impiego come domestica ma ben presto entra nelle grazie della regina, spalleggiata dal deputato tory Robert Harley, che sta cercando un modo per convincere la regina a stipulare un trattato di pace con i francesi...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La vita di corte è solo una spietata lotta di sopraffazione senza esclusione di colpi Secondo l’US Bishops Movie Reviews il film è da considerare morally offensive
Pubblico 
Maggiorenni
Per il cinismo della storia e l’uso strumentale che viene fatto della sessualità, nei rapporti omosessuali ma anche in quelli eterosessuali
Giudizio Artistico 
 
Tre ottime attrici sono magistralmente dirette e il regista riesce nel suo intento di comporre un suo mondo claustrofobico e irreale
Testo Breve:

Intorno ad Anna, regina inglese all’inizio del ‘700, due donne si contendono i suoi favori senza esclusione di colpi. Un film molto ben realizzato e recitato per una storia cinica e spietata

La regina Anna soffriva realmente di gotta e intorno a lei ruotarono due favorite: Sarah e Abigail mentre i Wigs erano propensi a condurre fino in fondo la guerra contro la Francia mentre i Tory volevano terminare questo dispendioso conflitto. I riferimenti storici essenziali sono corretti, ma da qui in poi il regista greco Yorgos Lanthimos non ha avuto alcun interesse a completare una rigorosa ricostruzione storica; ha imbastito invece un mondo tutto suo, dove la lotta per la sopravvivenza, la vendetta e la brama di prevaricazione, sono gli istinti, quasi animaleschi, che agitano le protagoniste.  

Ci sono due temi forti affrontati in questo film: il primo è l’assurdità del potere monarchico: tutto un regno è nelle mani di una donna volubile i cui capricci (o le influenze che subisce), diventano ordini che segnano i destini di tante persone. Chi le sta intorno, come Sarah e Abigail, lusingano, mentono, si prestano anche alle pratiche sessuali richieste dalla regina, perché basta un nulla per passare dalla fortuna alla rovina.

Il secondo è la condizione femminile del tempo: Abigail è stata venduta a quindici anni per saldare i debiti di gioco di suo padre; chi fa parte della servitù si deve aspettare visite notturne di nobili che desiderano possederla; a tutte le donne anche quelle nobili, spettano solo posizioni subordinate nella società, ad eccezione della regina.

Su questi due temi forti, il regista e gli sceneggiatori si sono divertiti, a caricare i toni,(viene in mente Morto Stalin se ne fa un altro di  Armando Iannucci per la satira sferzante e senza appello al potere assoluto): ecco che le figure maschili sono solo delle marionette imbellettate che passano il tempo a scommettere alle corse delle oche o a giocare a tirassegno con le arance contro un uomo nudo; i balli di corte hanno movenze che ben poco hanno di storico ma anche i personaggi femminili vengono stravolti dalle lenti deformanti degli autori: usano un linguaggio sboccato da postribolo, praticano sport cruenti come il tiro a segno a piccioni vivi. Perfino le sontuose sale del palazzo dove si svolge la storia vengono deformate dall’obiettivo fish-eye.

In un contesto così artificialmente modellato, la storia si sviluppa intorno allo scontro fra le due donne per conquistarsi i favori della regina con armi tipicamente femminili: lusinghe maldicenze, falsità ma anche il veleno. E’ in questa occasione che si manifesta la bravura del regista e delle tre protagoniste: i caratteri delle due antagoniste (Emma Stone e Rachel Weisz) escono scolpiti a colori vividi mentre la regina Anna (Olivia  Colman, che ha vinto il golden globe 2019 come miglior protagonista femminile) modella, in un corpo deformato dalla malattie, una creatura instabile, fragile ma a volte dura, con momenti di tenerezza al ricordo dei 17 figli non nati o vissuti pochi anni ma anche con momenti di obiettiva lucidità  quando comprende, al di là dei consigli interessati di chi le sta intorno, ciò che è il vero bene per la nazione.

Non ci sono buoni o cattivi in questo film ma solo una  lotta, per conquistarsi  la sopravvivenza  e poi passare alla sopraffazione dell’altro: un combattimento espressione della visione cinica e pessimistica su come vada il mondo da parte del regista. Un film come Morto Stalin se ne fa un altro usava la maschera dell’ umorismo nero per raccontarci la dura realtà di una dittatura; in questo La favorita  non ci sono risonanze universali ma solo il personale  punto di vista di un artista che non comunica ma esprime se stesso.  Per questo, all’uscita del cinema, pur restando ammirati dalla qualità dell’opera, il film viene ben presto dimenticato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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CREED II

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/23/2019 - 15:46
 
Titolo Originale: Creed II
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Steven Caple Jr.
Sceneggiatura: Sylvester Stallone, Juel Taylor
Produzione: METRO-GOLDWYN-MAYER STUDIOS, NEW LINE CINEMA, WARNER BROS., IN COPRODUZIONE CON UDI NEDIVI
Durata: 129
Interpreti: Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson, Wood Harris, Dolph Lundgren, Phylicia Rashad

Adonis Creed, diventato campione dei pesi massimi, viene sfidato da Viktor Drago, il figlio dell’uomo che uccise suo padre Apollo sul ring tanti anni prima. Rocky gli consiglia di non accettare la sfida ma per Adonis vendicare il nome di suo padre significa anche provare a sentirsi finalmente degno del nome che porta. Anche a costo di mettere in pericolo la fragile felicità che ha creato con Bianca e il bambino che aspettano…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La lezione che ci fornisce il film è che solo la determinazione e il sacrificio ci fanno raggiungere i nostri giusti obiettivi e che la fonte di questa capacità di sacrificio è l’amore, la solidarietà fra amici e familiari come uniche sorgenti della fiducia in sé stessi
Pubblico 
Adolescenti
Scene di combattimento violenti, una scena sensuale, turpiloquio.
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a coinvolgere con la sua retorica semplice ed efficace mentre Sylvester Stallone, con ammirabile discrezione ed efficacia, si ritaglia ancora una volta la parte di un mentore saggio, affettuoso e ironico, sempre capace di insegnare e imparare dalla vita.
Testo Breve:

Adonis Creed, diventato campione dei pesi massimi, viene sfidato da Viktor Drago, il figlio dell’uomo che uccise suo padre. Ancora una storia di riscatto, di sacrificio e di solidarietà fra amici e familiari

Era destino che prima o poi la saga di Rocky, rinata dalle sue ceneri tre anni fa con il sorprendente Creed – Nato per combattere di Ryan Coogler (qui solo produttore, nel frattempo ha firmato l’eccellente Black Panther), tornasse ad affrontare la nemesi per eccellenza del pugile americano, Ivan Drago. Rimasto nella memoria degli spettatori italiani dai tempi di Rocky IV per quel tamarrissimo «Ti spiezzo in due», Dolph Lundgren rientra in scena qui come allenatore del figlio Viktor. Abbandonato dalla consorte (Brigitte Nielsen, che fa un cameo anche qui) e dall’apparato che lo aveva creato, randagio e ridotto in povertà, Drago ha cresciuto il figlio con l’unico scopo di riprendersi onore, fama e rispetto.

Rispetto ad Adonis, ora all’apice della fama e reduce dalla vittoria mondiale nella categoria dei pesi massimi, è il russo il vero outsider e il film sottolinea bene questa situazione paradossale. Adonis, per altro, forse a causa della sua storia personale, non riesce fino in fondo a credere in sé stesso, ed è questa la ragione per cui non può fare a meno di accettare la sfida nonostante il parere contrario del suo mentore.

Il film si prende il suo tempo per raccontare, oltre agli allenamenti sportivi e le sfide sul ring, anche le vicende famigliari di Adonis (la compagna Bianca, cui chiede con tenera imbranataggine di sposarlo, resta incinta e la bambina che aspettano potrebbe ereditare la sordità della madre), la sua crisi sportiva e umana, che si intreccia a quella dello stesso Rocky.

Il rapporto padre-figlio, già al centro della pellicola precedente, qui si moltiplica nelle declinazioni, caricandosi di sfumature diverse. Non solo quello inevitabile per quanto mediato tra Adonis e il defunto Apollo, ma anche quello tra lui e Rocky, tra Rocky e il figlio lontano con cui non è in grado di comunicare, quello tra Ivan e Viktor (con un’inaspettata positiva svolta finale), e infine quello tra Adonis e la figlia appena nata, che si rivela la chiave per la sua rinascita.

La saga di Rocky è da sempre stata un inno agli eroi maltrattati dalla vita, gettati al tappeto ma sempre capaci di trovare dentro di sé la capacità di risorgere e lottare. In questo Creed II non mette nulla di particolarmente nuovo sul piatto, ma sottolinea ancora di più la necessità di riconoscere la fonte di questa capacità di sacrificio per quello che davvero vale: l’amore, innanzitutto, come unica sorgente della fiducia in sé stessi.

Un messaggio positivo, veicolato con semplicità da uomini che sul ring se le danno di santa ragione ma che poi, fuori dalle corde, sono pronti a mettere a nudo le proprie ferite, cui la pellicola guarda con inaspettata ed ecumenica pietas.

Senza avere il virtuosismo stilistico del primo episodio firmato da Coogler, Creed II  riesce comunque a coinvolgere con la sua retorica semplice ed efficace, soprattutto nelle sequenze degli incontri (inevitabile l’applauso quando, su un momento particolarmente drammatico, parte il tema musicale della saga) e conferma lo status di star del suo protagonista Michael B. Jordan, accanto a cui Sylvester Stallone, con ammirabile discrezione ed efficacia, si ritaglia ancora una volta la parte di un mentore saggio, affettuoso e ironico, sempre capace di insegnare e imparare dalla vita.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITA'

Inviato da Franco Olearo il Sab, 01/05/2019 - 18:24
Titolo Originale: Van Gogh - At Eternity's Gate
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA, USA
Anno: 2018
Regia: Julian Schnabel
Sceneggiatura: Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière, Julian Schnabel, Jean-Claude Carrière
Produzione: ICONOCLAST, RIVERSTONE PICTURES, SPK PICTURES
Durata: 120
Interpreti: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen

Gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh: l’amicizia con Paul Gauguin, il legame con il fratello Theo, la chiusura nel nosocomio di Saint Rémy fino alla morte

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un onesto tentativo di entrare nel cuore e nell’anima di questo pittore tormentato, parzialmente riuscito
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene forti prima del ricovero in nosocomio
Giudizio Artistico 
 
Premiato all’ultimo festival di Venezia per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non riesce a creare una storia compatta ma gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente quello che invece andava lasciato alla poesia della creazione e alla fragilità dell’immaginazione di un artista
Testo Breve:

La macchina da presa del regista  Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh e lo spettatore si sente come parte del suo processo creativo ma il film eccede nel suo didascalismo

Van Gogh, il pittore che in pochi anni di vita, ha lasciato innumerevoli disegni e tavole, non vendendone alcuno prima della morte, ha un fascino senza tempo. I suoi quadri riempiono l’immaginario di artisti da oltre un secolo. Eppure quando di fronte si ha un pittore come Van Gogh è difficile pensare che possa essere realizzato un lungometraggio capace di restituire l’arte, l’inquietudine, la solitudine e la pazzia. E sulla scia di questa difficile riproducibilità, che può avere come primo limite la didascalia, Julian Schnabel tenta con Van Gogh - Sulla Soglia dell’eternità questo difficile compito. Lo sapeva Schnabel, il regista conosciuto in Italia per Lo scafandro e la farfalla, che prima di arrivare alla macchina da presa ha lavorato e continua a farlo come pittore. E poteva tentare la sfida che questo lungometraggio comporta, forse solo lui, artista e regista, che ha esordito al cinema nel 1996 con un film su Jean-Michel Basquiat, il graffitista più famoso del nostro secolo.

Se si pensa al titolo originale si comprende il cuore dell’operazione filmica di Schnabel. Infatti il nome di Van Gogh non è presente, c’è solo At Eternity’s Gate, che è stato lasciato nel titolo italiano però con un’aggiunta: il titolo completo è Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità.

Scelto in competizione a Venezia e premiato per la grande interpretazione di Willem Dafoe nei panni del pittore, il film non ha le caratteristiche tipiche di un biopic o di un documentario come lo sono stati Loving Vincent o Van Gogh tra il grano e il cielo. Van Gogh - Sulla soglia dell’Eternità é uno sguardo sull’uomo inquieto, sul pittore che dipinge il mondo e lo fa anche se incompreso dai contemporanei del suo tempo. La musica invade le immagini (forse uno dei difetti stilistici imperdonabili del film) e Van Gogh, ormai pittore trentaduenne, lascia l’Olanda e a Parigi in un bar  incontra Paul Gauguin (Oscar Isaac), l’amico con il quale condividerà costanza e passione per i soggetti da dipingere. Scena dopo scena assistiamo a un racconto emotivo: i girasoli, le donne, gli autoritratti, la luce, entrano nella scena. Colpiscono gli spettatori che si sentono parte del processo creativo. E poi i dettagli si contestualizzano: il soggiorno nella cittadina di Arles, il taglio dell’orecchio (dovuto a un innamoramento?) la degenza al nosocomio Saint Rémy, e la morte ad opera di due giovani ladri nel 1890. Tutti elementi che sono stati ripresi dal carteggio corposo tra il pittore Vincent e il fratello Theo (Rupert Friend nel film), proprietario di una galleria d’arte, e dal libro Van Gogh The Life che rinuncia all’episodio del suicidio e rilancia la tesi dell’omicidio dell’artista.

La macchina da presa di Schnabel sembra avere gli occhi, il cuore, la mente di Van Gogh. E si distanzia solo quando lui non è soggetto unico della scena. Nei dialoghi con il fratello che ha finanziato sempre Vincent, nel confronto con i medici (tra cui Mathieu Almaric) il film sembra prendere un’altra strada: quella della spiegazione di cosa sta accadendo al pittore fino a diventare una sterile contrapposizione quando Van Gogh dialoga con il prete (il danese Mads Mikkelsen). E se si intravvede quella mano che ha saputo restituire forza nella malattia (come ne Lo Scafandro e la farfalla) il limite del film è non riuscire a creare una storia compatta in cui gli eventi della vita di Van Gogh sembrano spiegare eccessivamente (lo si intuisce anche dall’inquadratura fissa della macchina da presa in molti dei dialoghi), e distolgono lo spettatore dalla poesia della creazione e dalla fragilità dell’immaginazione di un artista, tenuto in vita dall’affetto del fratello, che meritava più comprensione e più appoggio da chi lo circondava.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COLD WAR

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/23/2018 - 14:29
Titolo Originale: Zimna wojna
Paese: GRAN BRETAGNA, FRANCIA, POLONIA
Anno: 2018
Regia: Pawel Pawlikowski
Sceneggiatura: Pawel Pawlikowski, Janusz Glowacki
Produzione: OPUS FILM, APOCALYPSO PICTURES, MK PRODUCTIONS
Durata: 89
Interpreti: Tomasz Kot, Agata Kulesza, Joanna Kulig, Borys Szyc

Nella Polonia comunista del 1949, l’apparato politico decide di organizzare un collettivo di musica e danza popolare da mandare in tournée in Polonia e negli altri paesi socialisti come strumento di propaganda. Il direttore musicale, Wiktor conosce Irena, reclutata come cantante ed è amore a prima vista. Anni più tardi, durante una tournée a Berlino, Wiktor propone a Irena di passare il confine. La ragazza dapprima accetta ma poi non si reca all’appuntamento. Wiktor raggiunge da solo la Francia dove trova lavoro nei cabaret di Parigi. Anni dopo, Irena la raggiunge perché ormai si è sposata con un italiano e ha cambiato passaporto. L’amore riesplode di nuovo ma la ragazza non riesce ad adattarsi nell’ambiente di intellettuali che frequenta Wiktor e ritorna in Polonia….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un uomo e una donna che si amano, non sanno rendere concreto questo amore a causa di obiettive difficoltà esterne ma anche perché nessuno dei due compie il gesto di rinunciare a qualcosa di se stesso per accogliere le esigenze dell’altro ed entrambi sono pervasi da un senso tragico dell'esistenza umana.
Pubblico 
Maggiorenni
Qualche breve sequenza di incontri intimi.Una visione negativa della vita
Giudizio Artistico 
 
Il già premio Oscar come film straniero Pawel Pawlikowski rischia di bissare il precedente successo con questo film che conferma la sua capacità di raccontare con partecipata sensibilità drammi molto umani. Bravissima Agata Kulesza
Testo Breve:

Un musicista e una cantante polacchi, ai tempi della guerra fredda, si amano e si lasciano mentre la cortina di ferro inizia progressivamente a sgretolarsi. Un amore infelice raccontato con sentita partecipazione

Wiktor e la coreografa del gruppo stanno valutando l’assunzione di due nuove cantanti. Una di queste è proprio Irena. Wiktor propone con forza di assumerla: “ha energia, attitudine, è originale”. Il musicista ha percepito da subito l’attrazione che sente per quella ragazza e nasce fra loro un amore travolgente anche se lui ben presto comprende che si tratta di un rapporto difficile: deve accettare che lei sia stata accusata di aver ucciso il padre, sia pur per legittima difesa e che si trovi nel gruppo come delatrice della polizia segreta. Il passaggio di Wiktor dall’altra parte della cortina di ferro (a quell’epoca non era stato ancora eretto il muro fra le due Berlino) evidenza ulteriormente la differenza fra le due personalità. Lui ha una mentalità più aperta, accetta le tendenze musicali che trova nei cabaret di Parigi, mentre lei  si sente legata alla sua terra e quando lo raggiunge a Parigi, lei, che è soprattutto passione e istinto, non accetta i modi costruiti e distaccati degli ambienti culturali che lui ormai frequenta. Eppure il loro amore si conferma più forte che mai: non riescono a stare lontani a lungo ma non riescono neanche a restare vicini. Si tratta di un amore che subisce una progressiva sublimazione proprio perché non riesce a diventare realtà quotidiana e le scelte che fanno per vivere non fanno che allontanarli: lei sposa un italiano per riuscire a lasciare la Polonia, lui vive a Parigi con una poetessa che lo ha introdotto nel mondo della cultura.  Eppure quando Wiktor riesce a incontrare Irena che lo ha raggiunto brevemente a Parigi con il marito, lui non può che dichiarare quella sera: “ero con la donna della mia vita”. In un’altra scena drammatica dove viene confermata la difficoltà di vivere insieme, è lei che confessa, nonostante tutto: “ti amo con tutte le forze”.
Si tratta di un amore difficile che in qualche modo ricorda il più moderno La La Land. In quest’ultimo era stata la ricerca del successo la causa materiale che li aveva allontanati, ma anche una visione dell’amore inteso come languido sentimento, incapace di calarsi nella realtà. Ora, anche in questo Cold War, esiste una realtà concreta, la cortina di ferro, che li tiene lontani, ma al contempo, quando si tratta di calare questo amore così grande nella banalità della vita quotidiana, l’obiettivo viene fallito perché manca la propensione al sacrificio di uno dei due di rinunciare a qualcosa di se stessi per incontrare l’altro.

In questo modo, ostacolo dopo ostacolo, l’amore fra Wiktor e Irena subisce una completa sublimazione e assume le caratteristiche di un amore assoluto che va oltre ogni realtà contingente, oltre la loro stessa vita. Un finale che richiama il modo con cui si era concluso il precedente film del regista: Ida.

Sostenuto da una nitidissima fotografia in bianco e nero, il regista polacco Pawel Pawlikowski utilizza uno stile fatto di poche parole, una composizione della immagini molto curata, che risulta perfettamente funzionale al racconto di un amore che ha finito per volare troppo in alto perché non ha trovato un luogo dove atterrare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALPHA – UN’AMICIZIA FORTE COME LA VITA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/13/2018 - 11:04
 
Apha
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Albert Hughes
Sceneggiatura: Daniele Sebastian Wiedenhaupt
Durata: 96
Interpreti: Kodi Smith-McPhee, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Natassia Malthe

In epoca paleolitica, Keda, figlio del capotribù Tau, viene giudicato dal padre abbastanza maturo per accompagnare gli altri uomini nel villaggio nella battuta di caccia necessaria a procurare il cibo per l’inverno. Durante un incontro ravvicinato con una mandria di bisonti della steppa, Keda cade giù da un dirupo. Creduto morto da suo padre e dal resto della tribù, si ritrova solo e stringe amicizia con Alpha, un lupo grigio. Il legame tra il ragazzo e il lupo diventerà sempre più forte e darà a Keda la forza di affrontare il lungo e difficile viaggio verso casa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'amicizia fra un giovane e un cane lupo, l'affetto di una madre, sono gli unici valori che sembrano presenti in un mondo dove si lotta per la pura sopravvivenza
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione e di violenza contro gli animali, in accordo con il genere e la scelta dell’ambientazione
Giudizio Artistico 
 
Alpha fatica a trovare una sua precisa collocazione non tanto di genere, quanto piuttosto di pubblico a cui si rivolge e si avverte l’assenza di una vena comica che avrebbe reso il film meno cupo
Testo Breve:

Nella preistoria, il giovane figlio del capo tribù, rimasto isolato, stringe amicizia con un lupo. Un bel rapporto fra l’uomo e l’animale trattato con un piglio troppo serio e con alcune scene violente

Alpha è, innanzitutto, una classica storia di formazione, in cui un ragazzo buono ma inesperto deve affrontare una serie di prove per dimostrare di essere diventato adulto e capace di cavarsela da solo. La posta in palio, in questo caso, non è tanto l’ammissione a pieno titolo all’interno della tribù, quanto piuttosto la possibilità di tornare a casa e di abbracciare i propri cari. Fulcro della trama è, ovviamente, il legame di amicizia che lega Keda e Alpha e che richiama, a tutti gli effetti, quello tra un cane e il suo padrone (per certi versi, il film si propone proprio di raccontare il primo rapporto di questo tipo nella storia).

Il tema della relazione tra un uomo e un animale, spesso selvatico, su uno sfondo altrettanto selvaggio non è certo innovativo. Si pensi, ad esempio, alle varie versioni de Il Libro della Giungla - recentemente riportato sul grande schermo dalla Disney, con la regia di Jon Favreau (2016) - e alla fortunata trilogia francese di Belle e Sébastien, in cui il rapporto tra un bambino e un cane selvatico si snoda sullo sfondo di uno sperduto villaggio dei Pirenei.

Nel caso di Alpha, la “novità” sta essenzialmente nella scelta dell’ambientazione preistorica.

Purtroppo, né il setting né il tentativo di raccontare la storia con un tono piuttosto secco e realistico riescono nel loro intento. Il sapore del già visto è dietro l’angolo, a partire dai personaggi secondari. Un esempio tra tutti, i genitori di Keda: lui, rigido e severo capo villaggio, mette il bene della tribù al primo posto; lei, invece, madre amorevole, si preoccupa costantemente per il figlio, di cui conosce il “cuore gentile”. Nulla di sbagliato, certo, ma il rischio (non del tutto evitato) è che l’archetipo si trasformi in stereotipo.

Il problema maggiore, però, è che Alpha fatica a trovare una sua precisa collocazione non tanto di genere, quanto piuttosto di pubblico a cui si rivolge. Da una parte, infatti, il film sembra respingere una platea di famiglie e bambini, abbondando, specie nella prima parte, di scene piuttosto crude e violente e rifiutando la componente favolistica che una storia di questo tipo potrebbe portare con sé. Dall’altra, la mancata esplorazione dei personaggi e un uso un po’ ingenuo degli effetti speciali (che attingono a piene mani ai chiaroscuri e ai cieli fiammeggianti) non convincono neanche lo spettatore adulto, che finisce per non comprendere la chiave di lettura necessaria ad accostarsi al film. Si avverte, inoltre, il peso della totale assenza di una vena comica, a cui si sarebbe potuto facilmente attingere nello sviluppo del rapporto umano-lupo e che invece viene rifiutata in toto, allo scopo, probabilmente, di rispettare quello che è il vero messaggio del film: “La vita non è un diritto. Va guadagnata”.  Che sia vero o no, forse ci sarebbero state strade più originali e modi più convincenti per trasmetterlo.

 

Autore: Cassandra Albani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIRACOLI DAL CIELO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/13/2018 - 10:18
 
Titolo Originale: Miracles from Heaven
Paese: USA
Anno: 2016
Regia: Patricia Riggen
Sceneggiatura: Randy Brown
Produzione: Roth Films, Franklin Entertainment, TriStar Pictures
Durata: 109
Interpreti: Jennifer Garner, Martin Henderson, Kylie Rogers, Queen Latifah, Eugenio Derbez

La famiglia Beam vive serenamente nella loro fattoria a Dallas, Texas. Il marito, Kevin, è un rinomato veterinario, la moglie si chiama Chrirty e hanno tre figlie: Anna, Abbie e Adelynn. Sono persone credenti che si ritrovano ogni domenica in chiesa con la comunità dei fedeli per cantare e ascoltare un simpatico pastore. Ogni pranzo è preceduto dalla preghiera comune e Christy sollecita, ogni sera le sue tre figlie a non addormentarsi senza prima aver rivolto un pensiero al Signore. Ma Anna, di dieci anni, vomita troppo spesso e dopo una peregrinazione senza risultati da una clinica all’altra, Christy decide di andare a Boston con la figlia dove spera in una visita da parte del Dr. Samuel Nurko il massimo luminare di gastroenterologia. I risultati delle analisi hanno sono funeste: Anna soffre di una rara e grave malattia che le impedisce di assimilare qualsiasi cibo, una malformazione che risulta incurabile. Christy inizia a disperare e ha ormai perso la fede…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La grave malattia di una bambina spinge tante persone a prodigarsi generosamente, al di là dello stretto dovuto per la loro professione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale
Testo Breve:

Una bambina, figlia di genitori devoti, è affetta da una malattia molto rara e incurabile. Le speranze sono nulle, la madre ha perso la fede ma qualcosa di straordinario avviene. Il film risulta fedele a un fatto realmente accaduto

Un buon numero di Christian film americani si avvale dell’effetto che produce in chi è credente, la descrizione di un miracolo e la riprova è l’incasso al botteghino, sempre elevato.  Il Paradiso per davvero ha incassato $101,000 dollari mentre questo Miracoli dal cielo, per ora solo in Usa: 61,700,000 dollari.

Non si può che restare perplessi di fronte all’iniziativa di appoggiare un film destinato a promuovere la fede cristiana sul concetto di un  evento straordinario, proprio oggi che tanti film di fantasy cercano di stupire con gli effetti mirabolanti che si possono ottenere con la  computer grafica. A questo occorre aggiungere che la regia ama calcare sugli aspetti più melodrammatici della triste vicenda della piccola Anna. La protagonista Christy, interpretata dalla pur brava Jennifer Garner, passa la maggior parte del tempo a piangere e l’inevitabile lieto fino con tanto di paradiso simulato fra le nuvole è fatto apposta per riempire il fazzoletto di lacrime irrefrenabili.

Occorre a questo punto fare delle precisazioni. Tutti i fatti narrati sono realmente accaduti. Sono stati raccontati dalla stessa madre di Anna in un libro che ora si è trasformato in film che assume, in questo modo, una connotazione totalmente differente. Il film non vuol fare dell’apologia cristiana ed è onesto nel raccontare quanto è accaduto: non sorvola sulle difficoltà che si hanno, oggigiorno, quando si accenna all’ipotesi di un miracolo. Il dottore che ha avuto in cura la bambina non sa dare una spiegazione a quanto è accaduto, forse è il risultato di qualche reazione ancora inesplorata della mente umana (la bambina è guarita dopo esser caduta da un albero e aver battuto la testa). La stessa Christy, quando cerca di spiegare l’accaduto ai fedeli radunati nella chiesa, viene accusata di voler solo cercare della notorietà. Durante il lungo periodo di degenza, di speranze presto disilluse, non vengono trascurate le prove a cui tutta la famiglia viene sottoposta (oltre che Christian film si può parlare di Family film): la perdita della fede di Christy, lo scoraggiamento di Anna che non vuole più soffrire in quel modo, l’impegno del padre che deve fare gli straordinari per raccogliere i soldi necessari per sostenere le notevoli spese mediche.

Alla fine del film ci vengono presentati i veri protagonisti della storia inclusa Anna, ora completamente guarita.

Ma l’aspetto più rilevante del film sta proprio nel concetto che viene dato di miracolo. “I miracoli avvengono ogni giorno”, dichiara Christy e non si riferisce alla guarigione di Anna, che forse in futuro potrà avere una spiegazione medica, ma al miracolo delle tante persone che si sono prodigate per aiutare sua figlia e tutta la famiglia Beam nel sostenere la difficile prova. 

L’infermiera che ha fatto di tutto perché il dott Nurko trovasse spazio nella sua agenda per visitare la bambina, la cameriera che, conosciuta la situazione di Anna, decide di distrarla facendole conoscere l’acquario di Boston, l’impiegato dell’aeroporto che fa partire il padre e le due bambine anche se ha la carta di credito è scaduta, perché possano raggiungere la figlia malata e tanti altri. Quell’evento infelice era stato un generatore di generosità, aveva spinto tante persone a conoscere la bellezza del bene.

In genere i Christian film sono di qualità media. In questo caso, la presenza di Jennifer Garner, il sostegno alla sceneggiatura, di un libro ben costruito, frutto di esperienza diretta, hanno contribuito alla realizzazione di un film di livello professionale

Miracoli dal cielo può esser visionato su RaiPlay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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