Dramma

STRONGER - IO SONO PIU' FORTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 07/04/2018 - 07:00
 
Titolo Originale: Stronger
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: David Gordon Green
Sceneggiatura: John Pollono
Produzione: LIONSGATE, BOLD FILMS, MANDEVILLE FILMS, NINE STORIES PRODUCTIONS
Durata: 119
Interpreti: Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Miranda Richardson

Boston, 15 aprile 2013. Jeff Bauman ha ottenuto il premesso dalla sua azienda (lavora come operaio i magazzini Costco) per andare ad assistere alla storica maratona. Un altro motivo è quello di fare un favore a Erin, la ragazza che sta cercando di rinconquistare dopo che di recente si sono lasciati, esibendo un cartello di sponsorizzazione. Jeff non riuscirà mai a mostrare il cartello: una bomba piazzata proprio vicino a lui gli provoca la perdita di entrambe le gambe. Appena ripresa conoscenza, Jeff fornisce alla polizia l’identikit di uno degli attentatori. Inizia in seguito un lungo percorso di riabilitazione sostenuto da Erin e da sua madre che lo invita a partecipare a tutti gli eventi pubblici dove è desiderata la sua presenza: Jeff infatti è diventato il simbolo dell’impegno della città di essere più forte dei suoi avversari...Il film ricostruisce avvenimenti

Valutazioni
Un uomo, gravemente mutilato durante l’attentato di Boston del 2013, viene sostenuto dall'affetto dei suoi cari e dalla solidarietà di tutta la città, nel suo impegno a ritrovare un senso alla vita nelle sue nuove condizioni
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena troppo dettagliata di mutilazioni può impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Jake Gyllenhaal. Qualche incertezza nella sceneggiatura, che oscilla fra una narrazione iperrealista e la necessità di aderire al filone eroico a cui il film inevitabilmente appartiene
Testo Breve:

La storia vera di Jeff Bauman che si trova privo delle gambe dopo l’attentato terroristico di Boston del 2013 e che trova, nella solidarietà di tutti, dei suoi cari ma anche di semplici cittadini, la forza non solo di continuare a vivere ma anche di  incoraggiare chi si trova a fronteggiare simili sventure

C’è un modo abbastanza standardizzato con il quale gli americani celebrano attraverso il cinema la loro capacità di risollevarsi da  eventi calamitosi, da guerre  o da attacchi terroristici. Sono film importanti, che servono a consolidare lo spirito della nazione. Prima di tutto celebrano la solidarietà che si crea fra tutti: forze dell’ordine, vigili del fuoco, operatori sanitari o comuni cittadini, disposti a sospendere le loro ordinarie attività per dare un loro piccolo o grande contributo. Importante anche il sostegno dei media in queste situazioni speciali e lo slogan che viene coniato per l’occasione: se “united we stand” era quello che appariva su tante finestre dopo l’11 settembre, “we stay strong” era quello scelto dopo l’aprile di Boston. I servizi pubblici che intervengono appaiono sempre preparati, efficienti e pronti al sacrificio; siano essi i pompieri del film World Trade Center (2006 di Oliver Stone), i poliziotti che in pochi giorni identificano i terroristi in Boston, caccia all’uomo (2016, di Peter Berg) o il bravo pilota che salva tutti i passeggeri con un atterraggio perfetto sul fiume Hutson in Sully (2016, di Clint Eastwood).  Altro tema portante è il trovare la forza e il senso del continuare a vivere dopo pesanti limitazioni; in questo caso sono sempre le donne a risollevare la situazione continuando ad amare l’uomo mutilato, come succedeva in   I migliori anni della nostra vita di William Wyler (8 oscar nel 1947) oppure Il mio corpo ti appartiene (1950 di Fred Zinnemann) dove  Marlon  Brando, alla fine del film riesce a sposarsi in piedi con la sua Ellen anche se ha entrambe le gambe amputate. Questo Stronger sembra proprio rifarsi a quel film del ’50 quando Jeff decide di avviarsi all’appuntamento risolutivo con Erin sforzandosi di usare le sue gambe artificiali.

Consci del rischio di scivolare nell’eccesso di retorica, il regista  David Gordon Green e lo sceneggiatore John Pollono hanno puntato sull’elevato realismo del racconto. Lo fanno riguardo ai problemi che deve affrontare  chi si trova senza gambe (le sofferenze nel cambio di fasciatura, i problemi che occorre affrontare quando bisogna andare in bagno) ma anche descrivendo ambiente familiare tutt’altro che idillico dove il protagonista si trova imprigionato (la madre si sente investita della sacra missione di occuparsi del figlio  e teme la “concorrenza” di Erin).

Forse l’aspetto più originale è il fastidio che Jeff prova nel sentirsi eroe suo malgrado e si sente impotente di fronte alla macchina propagandistica che si è messa in moto intorno a lui.  Non mancano scene cariche di mordace ironia dove Jeff, sulla sedia a rotelle, deve sventolare un’enorme bandiera allo stadio con un sorriso stampato sul volto o lanciare la palla di inizio di una partita di baseball.

In fondo Jeff è un uomo semplice, ama passare le serate con i suoi amici ubriacandosi e guardando con loro le partite alla televisione e ora che si trova senza gambe cerca solo di recuperare un minimo di  normalità quotidiana, evitando di prendersi le responsabilità che gli derivano dall’esser diventato un uomo pubblico ma anche quelle che scaturiscono dall’aver accettato di vivere con Erin.

I vari nodi si sciolgono nel finale, quando il protagonista compie un cammino di crescita e si accorge  che proprio divenendo un simbolo per tutti coloro che debbono risollevarsi dalle proprie sventure, può trovare una nuova ragione per vivere. Nella sequenza finale sembra quasi che gli autori abbiano voluto rassicurare lo spettatore che anche questo film appartiene, nonostante il crudo realismo, al ricco filone dei racconti di tanti eroi nazionali: mentre avanza sulla sedia a rotelle fra la folla, singole persone gli confidano i loro drammi: un uomo ha perso un figlio nella guerra in Irak, un altro ha perso i suoi cari nell’attentato dell’11 settembre. Ecco che l’arco delle recenti sfide che hanno coinvolto tutta la nazione trovano la loro risposta-simbolo nella rivincita  di quell’ uomo qualunque.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ESCAPE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 12:07
Titolo Originale: The Escape
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Dominic Savage
Sceneggiatura: Dominic Savage
Produzione: LORTON ENTERTAINMENT, SHOEBOX FILMS
Durata: 105
Interpreti: Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller

Tara ha trentotto anni, un marito e due figli piccoli. Vivono in una città satellite del Kent in condizioni agiate; il marito ha successo nella sua professione anche se ciò comporta rientrare spesso a casa tardi, mentre lei si occupa dei figli e della conduzione della casa. Tara compie i suoi doveri di moglie, madre e casalinga ma si sente insoddisfatta, incompleta. Ciò genera in lei una profonda depressione e anche se decide di confidarsi con il marito e con la madre, non trova nessuno che possa scuoterla da suo stato. Tara decide quindi di compiere un passo estremo...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I valori restano ambigui come il film: di questa donna che ha dei validi motivi per sentirsi in crisi, non sappiamo se abbia trovato il coraggio di affrontare la propria situazione in modo onesto con tutti
Pubblico 
Adolescenti
La tematica coniugale complessa non è adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La brava Gemma Aterton sorregge da sola tutto il film che finisce per far calare l’interesse dello spettatore per le troppe ellissi presenti nella storia
Testo Breve:

Una donna, che ha un marito affettuoso,  si prende cura dei figli e della casa ma si sente profondamente insoddisfatta. Una tematica interessante che resta troppo diluita dalle molte ellissi 

Tara riceve le avances del marito già da dalla mattina, prima di alzarsi e lei l’asseconda con un sorriso di circostanza; Tara accompagna i figli a scuola, cercando di gestire gli ultimi capricci del più piccolo; Tara va al supermercato e  carica a fatica in macchina una enorme quantità di pacchi; il marito  ha invitato nel weekend i vicini di casa a un barbeque ma ha già preparato tutto lui e Tara si trova con pochi impegni come padrona di casa...

Sono piccoli momenti della prevedibile routine della vita di una casalinga;  il marito è affettuoso, i figli sono deliziosi ma un male oscuro attanaglia Tara che non si sente  a proprio agio, come se svolgesse un ruolo che non riconosce come suo. La malinconia che si porta dentro finisce per farle assumere un atteggiamento di distacco dalla realtà; subisce le attenzioni del marito con crescente fastidio; sbaglia anche semplici incombenze della giornata, non riescire a calmare il figlio piccolo e alla fine lo lascia piangere fingendo di non sentirlo. Il film non ci racconta il passato della donna, non sappiamo come mai non sia impegnata in un lavoro ma resti in casa tutto il giorno, vera eccezione nel panorama delle coppie di oggi. Il film indugia nei primi piani della brava Gemma Aterton per mostrarcela con lo sguardo perso nel vuoto, in preda a riflessioni e sogni sconosciuti. Un comportamento più prevedibile e lineare, è quello assunto dal marito; di fronte a una palese crisi della moglie, le pone delle domande che manifestano il suo egocentrismo: per prima cosa si preoccupa di sapere se ha trovato un altro uomo, se lui ha sbagliato qualcosa nei suoi confronti. Di fronte a un no di Tara, prova un approccio razionale, chiedendo alla moglie le ragioni della sua infelicità  ma di fronte a risposte evasive o inconcludenti finisce per arrabbiarsi con lei perché il suo “metodo” non riesce a funzionare. Anche la madre non è di alcun aiuto: qualifica lo stato d’animo della figlia come “una fase della vita che senz’altro passerà” e la invita a considerare le due macchine, la bella villa di cui dispone, frutto dell’impegno del marito e  segno di un benessere che non conviene perdere.

Tara in realtà non è razionale nè agisce secondo criteri di opportunità, come vorrebbe la madre; ciò che la guida sono i sentimenti che percepisce; non agisce in base a una motivazione ponderata ma cerca di sopratutto di “sentire”qualcosa che le piaccia.  La scoperta della bellezza del ciclo di arazzi: La dama e il liocorno di Parigi, diventa per lei simbolo di un mondo che le manca, così come sarà per lei l’accettare le attenzioni di un altro uomo, nella speranza di provare qualcosa di nuovo e di più forte. E’ questo l’unico, vero momento dove la donna si trova di fronte alla verità su di se’; vede quest’uomo (che è sposato con una figlia) lo specchio di se stessa e ne ha orrore: sembra che capisca che è inutile fuggire perché non si può fuggire da se stesse e da ciò che si è diventate con gli impegni presi. Un’altra donna, più anziana di lei, le ricorda che “ a volte ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene” ma poi riconosce, da donna a donna, che “essere libera ed essere sposata è una contraddizione”.
Il film ha non pochi difetti, iniziando dalle troppe ellissi, all’inizio e alla fine del film: non conosciamo gli antefatti e quindi non sappiamo perché Tara si trovi a fare la casalinga quando avrebbe beneficiato di una vita più piena svolgendo un lavoro ma non sappiamo nenche se e come abbia risolto i suoi problemi, perché il finale del film resta misterioso. Dominic Savage si concentra solo sulla crisi di questa donna ma a dire il vero, il tema non è certo originale perché sono tanti i lavori che hanno trattato il tema della crisi coniugale nella prospettiva  femminile. Se l’uomo può venir tentato al tradimento a causa di un’attrazione sessuale, una donna può essere posta nella condizione di cercare un altro uomo che le renda una vita più piena e più stimolante. La storia di Tara non si presenta come  un altro caso di bovarysmo, perchè la protagonista del romanzo di Flaubert agiva spinta da ambizioni sociali e non esitava a mentire quando era necessario; ci troviamo piuttosto dalle parti di Anna Karenina oppure, per restare nell’ambito del cinema inglese, dalle parti della Laura Jesson del capolavoro Breve incontro. Queste ultime due donne avevano  finito per comprendere che non stavano andando incontro alla felicità rompendo i legami familiari, non solo per le sofferenze arrecate ai figli ma per la loro stessa dignità di persone oneste e coerenti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUO, SIMON

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/28/2018 - 10:32
Titolo Originale: Love, Simon
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Greg Berlanti
Sceneggiatura: Elizabeth Berger, Isaac Aptaker
Produzione: Fox 2000 Pictures, New Leaf Literary & Media, Temple Hill Entertainment
Durata: 110
Interpreti: Nick Robinson, Jennifer Garner, Josh Duhamel, Katherine Langford

Simon ha diciassette anni, genitori affettuosi che gli lasciamo molta libertà e una sorellina simpatica che vuole diventare un grande chef. Simon, che ha da poco ricevuto in regalo dai genitori la sua prima automobile, passa ogni mattina a raccoglie i suoi amici inseparabili per andare insieme a scuola: Leah, Abby e Nick. Ognuno di loro ha i suoi problemi o le sue complicazioni sentimentali: Leah è innamorata da tempo di Simon ma non ha il coraggio di dichiararsi; Nick è attirato da Abby (entrambi sono afroamericani) ma è non sa come trasformare l’amicizia in affetto; Abby soffre per la separazione dei genitori ma Simon ha un problema più grande: percepisce delle inclinazioni omosessuali ma non osa fare coming out. L’email di un anonimo che si qualifica come Blue, manifesta lo stesso problema: si sente gay ma non osa dichiararsi. Simon intrattiene con lui una fitta corrispondenza e da quel momento cerca di scoprire chi realmente si celi sotto quello pseudomino...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film mostra il giusto atteggiamento che debbono assumere genitori, insegnanti e amici nei confronti di un adolescente che dichiara di avere un’inclinazione omosessuale. Il presupposto che muove le persone che stanno intorno a lui non è però il rispetto e l’affetto che è dovuto a ogni ragazzo ma la posizione ideologica dell’assoluta equivalenza, in base alla teoria gender, fra le possibili inclinazioni sessuali
Pubblico 
Adolescenti
Occorre una buona maturità per intendere correttamente il messaggio trasmesso dal film
Giudizio Artistico 
 
Il film ricostruisce bene la vita di tre amici ai tempi dell’ high school, peccato che il finale sveli l’intento ideologico con cui il film è stato concepito
Testo Breve:

Questo teen movie affronta in modo sereno il tema del coming out di un adolescente che sente di avere inclinazioni omosessuali. Un film interessante che però tradisce la sua impostazione ideologica

Sono ormai decenni che vengono distribuiti, con elevata frequenza, film sul tema dell’omosessualità ma lo stile si è modificato: superati i tempi eroici dove occorreva shockare lo spettatore evidenziando le crudeltà di chi prendeva in giro o addirittura infieriva su chi aveva questa inclinazione (una pietra miliare sono stati i tre oscar nel 2005 assegnati a I segreti di Brokeback Mountain), ora che le leggi hanno sancito in molti paesi, in particolare negli U,S,A,  l’equivalenza fra matrimoni etero e omosessuali (quindi si può dire che tutti ii livelli rappresentati dalle finestre di Overton sono stati raggiunti), si è passati alla fase successiva, quella dell’educazione capillare che serva a consolidare una nuova cultura e aiuti a rimuovere i pregiudizi che ancora permangono. Il romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (Simon vs. the Homo Sapiens Agenda) di Becky Albertalli. si prestava molto bene a questo obiettivo, cioè a realizzare il primo teen romantic movie che affrontasse il tema dell’omosessualità ad uso degli adolescenti. In effetti gli ingredienti di un  film di genere teen ci sono tutti:le chiacchierate/pettegolezzi fra ragazzi e ragazze davanti agli armadietti nei corridoi d’ingresso oppure ai tavoli della mensa aziendale; gli interventi dei professori che cercano di stabilire un rapporto di maggiore confidenza con i ragazzi ma vengono sistematicamente respinti; le feste a casa del ragazzo a cui i genitori hanno lasciato la casa libera per un’intera serata, che si svolgono con grandi ubriacature al pian terreno mentre le coppiette che si sono formate si dirigono verso le camere da letto del piano superiore. Il personaggio più riuscito in questo film è forse quello di Martin, il classico ragazzo che si trova in ogni classe,  che cerca di fare lo spiritoso ma nessuno ride, si intromette nelle conversazioni con la delicatezza di un panzer e alla fine resta isolato da tutti. Il racconto avanza in modo gradevole e pulito, cosa che non è dispiaciuta ad alcune asociazioni LGBT perchè si aspettavano espressioni di passioni omo più dirette ed espilicite, mentre al massimo compare un bacio fra due ragazzi verso la fine del film. Un’impostazione diversa sarebbe stata contraddittoria con gli obiettivi del film, che erano proprio quelli di rassicurare lo spettatore sul fatto che la coscienza collettiva ha ormai raggiunto un buon grado di maturazione. Ecco quindi che se Simon ha indugiato a lungo a fare coming out per timore del giudizio degli altri, trova piena comprensione e conferma di affetto da parte dei genitori, gli insegnanti non esitano a redarguire con veemenza due alunni che avevano iniziato a deridere Simon e quando finalmente questi dà il suo primo bacio a un altro ragazzo, ciò avviene mentre si trovano circondati da tutti i suoi compagni di scuola che applaudono felici.

La US Bishop Movie Review (la critica cinematografica dei vescovi statunitensi) ha giustamente apprezzato la comprensione che Simon  riceve da tutti (genitori, insegnanti, compagni) ma proprio la scena finale, quella dell’applauso dei compagni di Simon al suo primo bacio, tradisce l’impostazione ideologica voluta dal film sulll’assoluta equivalenza fra amori etero ed omosessuali e per questo ha qualificato il lavoro con una “O” (morally offensive). Sul fonte opposto si sono mossi molti attori simpatizzanti del movimento LGBT in U.S.A. che hanno affittato per giornate intere delle sale cinematografiche per essere sicuri che il maggior numero possibile di ragazzi lo potesse vedere gratuitamente.

Si tratta di una contrapposizione fra fronti opposti che pone in evidenza, in modo quasi drammatico, il fatto che non esiste ancora, nell’ambito della Chiesa Cattolica, una pastorale (la dottrina, di per sè, è chiara e fuori discussione) solida e convalidata dall’esperienza verso le persone con inclinazione omosessuale che possa conciliare la giusta premura verso di loro con il senso corretto da attribuire alla sessualità umana. Limitandoci al caso italiano, sono state poste sul tavolo dell’esperienza concreta varie proposte fortemente differenziate come approccio: si va dal movimento Courage, che dispone dell’investitura ufficiale della Santa Sede e che offre un accompagnamento spirituale alle persone con attrazione per lo stesso sesso attraverso incontri e percorsi spirituali disegnati specificatamente per loro, fino alla posizione più aperta, espressa dal gesuita americano James Martin. Il suo saggio Un ponte da costruire, che è stato da poco pubblicato  in Italia con la prefazione dell’arcivescovo Matteo Zuppi, invita a prendere contatto direttamente con le organizzazioni LGBT, perché a suo avviso il primo atto da compiere è quello di riconoscere e rispettare il modo con cui le stesse persone che si definiscono gay si sono volute organizzare e propone la riformulazione della frase, presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che definisce l’inclinazione omosessuale come “oggettivamente disordinata” .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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A QUIET PASSION

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/22/2018 - 16:58
Titolo Originale: A Quiet Passion
Paese: Gran Bretagna, Belgio
Anno: 2016
Regia: Terence Davies
Sceneggiatura: Terence Davies
Produzione: HURRICANE FILMS, POTEMKINO
Durata: 125
Interpreti: Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Emma Bell, Duncan Duff

Emily Dickinson termina anticipatamente i suoi studi a diciassette anni al Mount Holyoke College perché poco desiderosa (secondo l’interpretazione del film, ma probabilmente per motivi di salute) di seguire la rigida impostazione puritana data all’educazione impartita nell’istituto. Torna quindi nella casa del padre Edward, un noto avvocato di Amherst, nel Massachusetts dove ci resta per il resto della sua vita, senza sposarsi, assieme alla madre, al fratello Austin e alla sorella Vinnie. Uniche sue amicizie esterne che contano per lei, sono il reverendo Charles Wadsworth, sposato, verso il quale viene ipotizzato un interesse sentimentale da parte della poetessa e la giovane amica Vryling, con la quale si intrattiene in brillanti conversazioni finché questa non si sposa e si trasferisce in un'altra città. Non più giovane e ammalata di nefrite, Emily finisce per condurre una vita sempre più riservata, soprattutto dopo la morte del padre e della madre, intenta solo a comporre poesie e a scrivere lettere.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il regista e sceneggiatore Terence Davies ha portato felicemente a compimento un onesto e molto professionale sforzo per mettere in scena Emily Dickinson, donna e poetessa. Risalta su tutte la figura della sorella Vinnie, sempre pronta ad aiutare tutti, ad attutire ogni dissidio, senza mai pensare a se stessa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena prolungata di sofferenza nell’infermità potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Terence Davies ricostruisce in modo eccezionale la vita e il pensiero della poetessa americana, grazie in particolare a dialoghi molto curati, aiutato dall’ottima recitazione di tutti a iniziare dalla protagonista, Cynthia Nixon.
Testo Breve:

La storia di Emily Dickinson, poetessa e donna. L’obiettivo di riversare in pellicola l’animo e il pensiero della grande poetessa americana è stato compiutamente raggiunto dal regista  Terence Davies

Nella sequenza iniziale, che si svolge in un collegio per signorine della buona società del Massachusetts, assistiamo a una scena poco concepibile per noi uomini del terzo millennio. Da una parte un’insegnante che invita un’allieva (Emily) a pentirsi dei propri peccati, pena la certezza di una dannazione eterna e dall’altra la ragazza che dichiara semplicemente di non sentirsi colpevole di alcunché e di percepire solo sentimenti indefiniti. Lo spettatore ha subito il timore di essere incappato in uno di quei film manichei dove ci sono i cattivi da una parte (coloro che professano una religione) e i buoni dall’altra, che si dichiarano atei.

Il timore svanisce ben presto: il regista e sceneggiatore Terence Davies è stato al contrario molto rigoroso nel definire l’ambientazione e la psicologia di una delle più importanti poetesse americane, usando le pochissime informazioni in nostro possesso sulla sua vita privata.

Il Massachusetts della metà dell’Ottocento si considerava l’espressione più pura della Nuova Inghilterra puritana e certi atteggiamenti di rigorosa mortificazione da parte di persone devote vengo presentati più volte nel corso del film.

Emily, di sensibilità e gusto eccezionali, non si accontenta di risposte preconfezionate, ma vuole cercare da sola il senso del nostro vivere. “La poesia mi è di conforto per quell’eternità che ci circonda” è uno dei suoi versi che periodicamente vengono declamati, con una voce di sottofondo, durante lo sviluppo del film e il tema dell’eternità che non consola ma che spaventa, è uno dei più correnti.

Ma Emily non si presenta affatto come una ribelle insofferente alle regole del vivere del tempo. Ancora giovane, chiede rispettosamente al padre il permesso di scrivere le sue poesie di notte per avere la giusta concentrazione e quando scopre, ormai adulta, che il fratello Austin tradisce sua moglie con una cantante, lo accusa con veemenza di ipocrisia: se per lui è accettabile che un’artista non sia legata alle convenzioni sociali, lei lo pone di fronte alla profonda ingiustizia che ha commesso nei confronti della moglie.

Il film affronta anche il tema degli amori della poetessa, su cui si è tanto chiacchierato senza mai pervenire a risposte conclusive. Il film allude a una sua armonia di pensiero con il reverendo Charles Wadsworth ma lui è sposato e Emily, coerentemente con i suoi principi, non procede oltre il lecito e sublima la sua sofferenza con la poesia. Il suo affetto si riversa interamente verso i suoi famigliari. Ama il padre, con il quale condivide idee antischiaviste, ha tenerezza verso la madre, in perenne stato depressivo e ha il conforto della completa intesa con la sorella Vinnie, vero angelo custode della casa, sempre pronta ad aiutare gli altri con un sorriso e a conciliare qualsiasi incomprensione. Muore prima il padre e poi la madre e ogni volta, per Emily, è come se si fosse staccato un pezzo di se stessa senza più speranza di ricomposizione. Da quel momento  Emily si  rinchiude, vestita sempre di bianco, nella sua camera.  Proprio lei che ha costantemente polemizzato con la religione ufficiale, diventa austera sacerdotessa di clausura di una fede tutta sua o meglio di una fede che probabilmente ha onestamente cercato ma non ha mai avuto il coraggio di approdare a una scelta definitiva. E’ convinta che non il decidere ma il sentire, il soffrire,. il percepire il senso dell’infinito e il riuscire a esprimere tutto questo in versi, sia ciò che ha più valore. . Il film fa declamare per intero, dalla stessa Dickinson, quei suoi versi che pongono la poesia al di sopra di tutto: del sole, dell'estate ma anche di Dio, perché la grazia che ci è concessa per pervenire al Cielo Finale, è troppo ardua da conseguire.

Io Reputo – Se mi metto a contare
Primi – i Poeti – Poi il Sole
Poi l’Estate – Poi il Cielo di Dio
E poi – la Lista è fatta
Ma, ripensandoci – i Primi sembrano proprio
Comprendere il Tutto
Gli Altri appaiono un’inutile Esibizione
Così scrivo – Poeti – E basta.
La loro Estate – dura un Anno Intero
Possono permettersi un Sole
Che l’Oriente – riterrebbe esagerato
E ammesso che il Cielo finale
Sia Bello come quello che Dischiudono
A Coloro che Li venerano
Esso è una Grazia troppo ardua

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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LA STANZA DELLE MERAVIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/20/2018 - 09:59
Titolo Originale: Wonderstruck
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Todd Haynes
Sceneggiatura: Brian Selznick
Produzione: MAZON STUDIOS, CINETIC MEDIA, KILLER FILMS, FILMNATION ENTERTAINMENT,PICROW
Durata: 117
Interpreti: Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael

Ben è un ragazzo del Minnesota che nel 1977 ha 12 anni. Più volte aveva chiesto a sua madre più informazioni sul padre che non aveva mai conosciuto ma lei era stata sempre evasiva. Ora che sua madre è morta e che lui, colpito da un fulmine è diventato sordo, decide di partire per raggiungere New York alla ricerca di suo padre, utilizzando i pochi indizi che è riuscito a raccogliere. Anche Rose ha 12 anni, è non udente, ma vive nel 1927. Decide di lasciare la ricca casa paterna dove viene presa in scarsa considerazione a causa della sua infermità per raggiungere New York, alla ricerca di sua madre che ritiene sia una star del cinema muto. Le due storie risulteranno in qualche modo collegate....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre ragazzi soli finiscono per trovare le consolazioni e la verità che stavano cercando
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista Tod Haynes è molto bravo nel creare ambienti e circostanze calati in tempi passati ma la sceneggiatura non trova la giusta misura nel caricare le condizioni di tristezza e solitudine di tre dodicenni
Testo Breve:

Un ragazzo e una ragazza di dodici anni arrivano a New York alla ricerca del genitore che non hanno mai conosciuto. Un racconto esteticamente bello ma con una nostalgia melanconica più consona a un adulto che a un ragazzo

Il film è tratto dall’omonima graphic novel di Brian  Selznick (che firma anche la sceneggiatura). Un suo precedente lavoro, Hugo Cabret (il nome di un altro ragazzo dodicenne) era stato già trasferito in pellicola da Martin Scosese.

Le due opere grafico-letterarie hanno delle innegabili analogie: ci sono adolescenti soli, perché orfani o perché con genitori divorziati, che si mettono alla ricerca del genitore che non hanno mai conosciuto, escono dal piccolo ambito in cui sono cresciuti per affacciarsi in una grande metropoli (New York o Parigi) che non è esente da pericoli ma che è anche dispensatrice di meraviglie e misteri da scoprire.

Forme espressive vecchie e nuove che consentono di ricostruire mondi affascinanti, reali o immaginari, sono l’altra componente di questi racconti di Selznick. In Hugo Cabret traspare la fascinazione del primo cinematografo come il Viaggio sulla luna di Melier (ma anche in quest’ultimo film c’è un omaggio al cinema muto) mentre in La stanza delle meraviglie le principali fonti di attrazione e curiosità sono i diorami del Museo di storia Naturale di New York e la ricostruzione in scala di tutta la città conservata al Queen Museum of arts.  Tutti i racconti sono impostati al passato, venati dalla nostalgia di un tempo nel quale ci si stupiva con poco, un espediente che consente anche di attenuare i passaggi drammatici della storia e lo spettatore si può limitare a contemplarli più che a viverli.

Si tratta quindi di una prospettiva artistica complessa che ha finito per trovare nel regista Tod Haynes colui che poteva essere in grado di trasferirla validamente dal disegno alla pellicola. Si è fatto conoscere al grande pubblico attraverso opere come Lontano dal Paradiso e Carol dove ha manifestato tutto i suo talento nel ricostruire atmosfere di epoche passate, non solo con una definizione accurata delle ambientazione, con la scelta maniacale dei costumi ma anche ricostruendo le tonalità cromatiche delle pellicole usate a quei tempi. Se le vicende di Rose sono narrate in bianco e nero e sono rigorosamente mute, quelle di Ben hanno i colori accesi degli anni ’70.Un espediente che facilita la lettura del continuo passaggio, dal 1927 al 1977 con cui avanzano le due storie parallele.

Così come avevamo già fatto per il precedente Hugo Cabret, occorre ora domandarsi se questo film possa essere di gradimento ai ragazzi oppure no.

L’impressione è che questo film possa piacere a chi, come adulto, riesca a  percepire il la malinconia per ciò che è stato e che ora non è più, l’amore per il vintage, da cui i ragazzi, che vivono nel presente, restano rigorosamente esclusi. Il film è inoltre carico di significati nascosti e simboli che si rivelano a poco a poco con lo sviluppo della storia, come l’epigramma di Oscar Wilde che compare all’inizio del film: “siamo tutti nati nel fango, ma solo alcuni di noi guardano le stelle”, che sembra essere un po’ troppo per una mente semplice come quella di un bambino. Resta comunque lo sguardo aperto alla meraviglia di Rose, soprattutto quando guarda le mille luci di una New York notturna e la bella amicizia che si instaura fra Ben e il suo coetaneo Jamie, un altro ragazzo condannato alla solitudine: senza un amico, come lui stesso dichiara e coi i genitori divorziati.

Questa voglia di creare tanto spleen attraverso storie di dodicenni infelici, finisce per costare ai questi ragazzi fin troppo cara: basti pensare a Ben che non ha mai conosciuto il padre, la madre è morta in un incidente stradale ed è diventato sordo perché è arrivato un fulmine proprio quando stava parlando al telefono.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OGNI GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/13/2018 - 21:16
Titolo Originale: Every Day
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Michael Sucsy
Sceneggiatura: Jesse Andrews
Produzione: FILMWAVE, LIKELY STORY, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), SILVER REEL
Durata: 91
Interpreti: Angurie Rice, Justice Smith, Owen Teague, Maria Bello

Rhiannon è una ragazza di 16 anni, brava a scuola, amorevole con i genitori e ha un ragazzo che si chiama Justin. Ogni mattina la sorella maggiore Jolene l’accompagna a scuola e con l’occasione finiscono di mangiare la colazione che il papà ha preparato per loro. Il padre infatti è stato colpito da una forte depressione, resta tutto il giorno in casa e si impegna in piccoli lavori domestici. A scuola Rhiannon incontra il suo Justin, in genere poco comunicativo e sempre impegnato con i suoi allenamenti ma questa volta lo trova particolarmente affettuoso e premuroso. Decidono quindi di saltare la scuola e passare una giornata sulla costa. Nei giorni successivi Rhiannon incontra altre persone, tutte gentili con lei. Alla fine una di queste le rivela cosa sta succedendo: il Jimmy di quel fantastico pomeriggio e tutti gli altri che ha incontrato nei giorni successivi, non sono proprio loro ma un’unica persona che si fa chiamare “A”. Da quando lui ha memoria, “A” si incarna ogni giorno, per 24 ore, in una nuova persona della stessa età ma ora ha scoperto, pur continuando a passare da un corpo all’altro, che si è innamorato di Rhiannon….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film sviluppa molti buoni sentimenti, incluso il sacrificio per amore, ma rapporti intimi fra adolescenti vengono considerati nella norma
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono scene esplicite
Giudizio Artistico 
 
La giovane attrice Angurie Rice regge bene il ruolo di protagonista assoluta ma lo sviluppo manifesta pochi guizzi di originalità, è ripetitivo e manca d'ironia.
Testo Breve:

La sedicenne Rhiannon scopre che c’è un ragazzo che ogni giorno si incarna in una persona diversa e che si è innamorata di lei. Un racconto paradossale su ciò che veramente conta per amare, romantico ma un po’ ripetitivo

Ecco un altro caso di what if comedy, in questo caso applicata al mondo degli adolescenti. Un modo per creare uno shock vitale che ci faccia vedere la realtà con occhi diversi e ci aiuti a comprendere ciò che è importante e ciò che non lo è.

L’ultimo film adolescenziale interessante con una impostazione “what if” è stato Prima di domani: il tempo si è fermato per la giovane Samantha che si risveglia sempre nello stesso giorno  ed è questa l’occasione per correggere certe disattenzioni, insensibilità nei confronti delle sue amiche e dei suoi amici, un modo per comprendere sempre meglio le esigenze dell’altro. In questo Ogni giorno l’assunto è molto più audace: Rhiannon si ritrova ogni giorno a parlare con la stessa persona che però ha assunto il corpo ora di un uomo, ora di una donna, prima di un bianco, poi di un afroamericano, poi di un asiatico e nonostante questa esperienza così insolita, conversazione dopo conversazione, finisce per innamorarsi anche lei di “A”.

Rhiannon è interpretata dalla diciasettenne Angurie Rice che abbiamo già conosciuto in Spider-Man: Homecoming e costruisce un personaggio sereno, sempre sorridente con tutti, impeccabile nei suoi abiti casual, sensibile alla dedicata situazione in cui versa la famiglia, socievole e simpatica con i compagni di scuola; sembra il ritratto perfetto della brava ragazza che desidera solo innamorarsi del ragazzo giusto. Anche l’evento straordinario nel quale si trova coinvolta non riesce a turbare il suo atteggiamento positivo nei confronti degli altri e della vita.

Che lezione ci può dare un what if concepito in questo modo? Il primo messaggio che chiaramente vuole trasmettere il film è il valore di una persona sta in ciò che è realmente dentro, quando si è riusciti a conoscerla in profondità, più che nell’aspetto esteriore. Si tratta di un messaggio nobile ma che presta il fianco a molte critiche. Non si sta parlando di amicizia ma di amore. Gli stessi autori hanno capito che il gioco che avevano imbastito prestava il financo ad altre interpretazioni, prima fra tutte all’ideologia gender e se è vero che Rhiannon finisce per baciare tutti i ragazzi nei quali “A” si incarna, si astiene nelle giornate nelle quali lui si presenta come donna.

Altro limite fondamentale è il tema dell’aspetto fisico: un amore uomo donna fa riferimento a una unità indissolubile di corpo e anima e il fatto che Rhiannon decida di unirsi fisicamente ad “A” proprio la volta che lui ha assunto il corpo di un ragazzo grassottello e poco attraente non dà nessun messaggio positivo, anzi è ingannevole. Non si tratta di sottolineare, giustamente, che l’amore non guarda alle razze, né di recuperare la favola della bella e la bestia, ma uno sviluppo di questo genere finisce per negare la verità fondamentale che l’amore che unisce un uomo e una donna non è una romantica astrazione ma un progetto di vita che si concretizza giorno per giorno, nel quale è inclusa anche l’attrazione dei corpi. Per fortuna, nel finale, viene corretta questa posizione estrema e il buon senso torna a trionfare.

Alla fine si tratta di un film grazioso, un po’ zuccheroso, che si mantiene lontano da qualsiasi eccesso a cui ci hanno abitato i film e i serial sugli adolescenti e si conclude con una morale positiva.  Resta l’inconveniente di un racconto che manca di ironia o del coraggio di imbastire situazioni anche comiche, come sarebbe stato possibile con le premesse fatte, mentre lo sviluppo appare prosaico e quasi didascalico.

Resta in piedi un’ultima curiosità che riguarda alcune consuetudini presso le famiglie americane. Rhiannon, ha sedici anni,  non è certo una ragazza ribelle e con il consenso (o indifferenza?) dei suoi genitori riesce a gestire la propria vita con estrema libertà: può partire e assentarsi per  un intero weekend con il proprio ragazzo, la sera può fare tardi quanto vuole. Anche se il film è discreto e non ci sono scene esplicite, si comprende che Rhiannon ha la consuetudine di avere rapporti intimi con il  ragazzo a cui vuol bene. Il tutto è presentato come un costume normalmente accettato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LAZZARO FELICE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 06/03/2018 - 17:38
Titolo Originale: Lazaro Felice
Paese: Italia/Francia/Svizzera/Germania
Anno: 2018
Regia: Alice Rohrwacher
Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Produzione: TEMPESTA, POLA PANDORA, AD VITAM PRODUCTION, AMKA FILMS PRODUCTIONS CON RAI CINEMA
Durata: 130'
Interpreti: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Sergi López, Natalino Balasso, Nicoletta Braschi

In una comunità di contadini isolati dal mondo al punto da non sapere che la mezzadria è stata abolita e che quindi la marchesa De Luna li sfrutta senza vergogna, Lazzaro è un giovane di una bontà talmente disarmante da vincere il cinismo del giovane marchesino Tancredi, che con la madre si reca in visita alla proprietà. L’amicizia che nasce tra i due è però bruscamente interrotta dalla scoperta del Grande Inganno della marchesa e da un misterioso incidente da cui Lazzaro si “risveglia” quando tutto è cambiato. Per ritrovare Tancredi e i suoi amici di un tempo il giovane deve compiere un lungo viaggio verso la città, che si rivelerà un mondo più duro e un inganno ancora più grande di quello della marchesa…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film esprime il valore disarmante della bontà del protagonista e la storia si pone sempre dalla parte degli umili e dei buoni, destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati. La religione è dipinta come un ennesimo strumento di oppressione
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Palma d'oro per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018 ma le forzature non mancano e certi meccanismi del racconto sono un po’ troppo prevedibili: fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film
Testo Breve:

Il giovane Lazzaro è di una bontà disarmante e riesce a restare sereno in un mondo diviso fra sfruttati e sfruttatori. Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2018. Un fiaba sofisticata non facile da seguire

Il nuovo film di Alice Rohrwacher (che a Cannes ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura) è un racconto sospeso tra realismo nel ritrarre un mondo rurale fuori dal tempo e la dimensione della fiaba, incarnata dal suo protagonista, Lazzaro (molto convincente Adriano Tardiolo nell’interpretarne la disarmante bontà), che, come dice la stessa regista, “chiede allo spettatore di tornare innocente”.

Lo chiede forse perché in questa storia dalla parte degli umili e dei buoni destinati ad essere perennemente ingannati e sfruttati (un po’ scontato il parallelo tra i contadini di inizio film e gli immigrati della seconda parte della storia) le forzature non mancano e certi meccanismi di racconto un po’ troppo prevedibili fanno sentire ancora di più la fatica di oltre due ore di film.

La sensibilità della Rohrwacher nel ritrarre la piccola comunità dei mezzadri è indubbia, così come la capacità di costruire una narrazione fatta di volti e piccoli gesti, mettendo in scena relazioni solo apparentemente semplici (in un certo senso ha ragione la cattiva marchesa a dire che i contadini sfruttati a loro volta sfruttano il povero e sempre disponibile Lazzaro). La forzatura di un isolamento inverosimile, però, chiede una sospensione dell’incredulità non sempre facile da mantenere tanto che in un certo senso è benvenuto il forzoso svelamento.

Da un certo punto in avanti, poi, con il salto temporale dopo cui Lazzaro “risorge” e comincia ad esplorare un mondo cambiato (nell’apparenza ma non nella sostanza, come vedremo), l’intento di costruire una parabola laica (la religione, infatti, è invece dipinta come un ennesimo strumento di oppressione) è esibito. Lazzaro, un po’ san Francesco e un po’ Gesù che piange su una città indifferente e cerca invano di rimettere a posto le cose, è l’eroe di un racconto che procede solo a patto di accettare varie incongruenze.

La critica sociale trasparente (i contadini “salvati” e trasferiti in città restano comunque degli emarginati costretti a vivere di espedienti e ovviamente non mancano le banche cattive) però rende più scontata la seconda parte del racconto, che si regge sullo sguardo innocente e positivo del suo protagonista, destinato però a subire continue delusioni, fino al drammatico epilogo.

             

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEADPOOL 2

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/23/2018 - 14:21
Titolo Originale: deadpool 2
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: David Leitch
Sceneggiatura: Rhell Reese, Paul Wernick; Ryan Reyndols
Produzione: THE DONNERS' COMPANY, KINBERG GENRE, MARVEL ENTERPRISES, MARVEL ENTERTAINMENT, TWENTIETH CENTURY FOX
Durata: 120'
Interpreti: Ryan Reynolds, Josh Brolin, Morena Baccarin, Zazie Beez, Eddie Marsan

Il mercenario mutante sboccato e logorroico Wade Wilson, aka Deadpool, sembra aver trovato una strada grazie all’amore della sua Vanessa e alla sua capacità di eliminare cattivi a suon di proiettili e battutacce. Ma poi Vanessa muore e Wade non ha più un motivo per vivere. Almeno finché quelli che si ostinano a considerarsi suoi amici decidono di dargli una nuova missione…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
C’è una certa derisione della fede, come quando un sadico giustifica il suo comportamento usando una fraseologia biblica o quando Deadpool reclama a se attributi divini
Pubblico 
Adolescenti
Violenza, linguaggio volgare
Giudizio Artistico 
 
Un pervicace tentativo di non prendere nulla sul serio e trasformare qualunque personaggio nello spunto per battute e situazioni volgari e boccaccesche.
Testo Breve:

Deadpool, scaricato momentaneamente dagli X-Men ufficiali, decide di fondare con esiti disastrosi una squadra sua. L’operazione è riuscitissima dal punto di vista degli incassi, ma faticosa da digerire per chi si aspettasse qualcosa di più che un collage survoltato di elementi di varia provenienza

La seconda avventura di Deadpool arriva un paio d’anni dopo che la prima aveva a sorpresa conquistato il pubblico e buona parte della critica trasformandosi in un successo planetario vietato ai minori.

Rispetto alla prima uscita questo Deadpool guadagna una trama un po’ più articolata (i buchi ci sono, ma anche quelli diventano oggetto di umorismo) che va a sostenere il susseguirsi di gag più o meno riuscite per una durata di due ore, alla fine delle quali lo spettatore non amante del genere farebbe di tutto per far tacere Reynolds. 

La storia in sé stessa è semplice e per certi versi molto classica: è il protagonista stesso che, come nel primo capitolo si rivolge allo spettatore parlando in macchina, a dire che si parla di famiglia e appartenenza. Famiglia in senso lato, ovviamente, perché se da un lato la maturità acquisita di Wade convince la fidanzata Vanessa a fare finalmente un figlio con lui, dall’altro il percorso del supereroe prevede l’assunzione degli obblighi paterni (sacrificio compreso) nei confronti di un giovane mutante obeso e problematico che rischia di finire sulla cattiva strada.

Il percorso prevedibile è camuffato da mille deviazioni verbali e da un pervicace tentativo di non prendere nulla sul serio e trasformare qualunque personaggio nello spunto per battute e situazioni volgari e boccaccesche. L’unica cosa che rimane “sacra” in questo panorama è proprio l’amore di Wade per Vanessa, il motore, nel bene e nel male, di ogni sua scelta. 

Per arrivare in fondo alla missione il protagonista, scaricato momentaneamente dagli X-Men ufficiali (tra cui non ha superato il livello di stagista), decide di fondare con esiti disastrosi una squadra sua, che, in omaggio al politically correct progressista, oltre che a prevedere la presenza di donne e minoranze, ottiene un nome neutro per non discriminare nessuno. Del resto, e l’elemento è stato strombazzato dai media americani, il film è il primo a mettere in scena una coppia di supereroine mutanti lesbiche (ma c’è da credere che anche qui, vista la nazionalità giapponese della fidanzatina di Testata Megasonica, ci sia dietro un rimando ai manga).

La formula comunque rimane la stessa del primo film, con la combinazione di linguaggio sboccato, citazioni e violenza fatta apposta per mandare in solluchero gli adolescenti che in teoria non dovrebbero vederlo. Deadpool è un prodotto derivativo, che vive in modo parassitario della fortuna mondiale del mondo superomistico della Marvel, un genere che nel bene o nel male è diventato il punto di riferimento della cinematografia americana.

Le citazioni e camei per altro spaziano dai personaggi e situazioni della rivale DC Comics (c’è anche uno sberleffo a Batman contro Superman) a tutta la filmografia degli scorsi decenni (da Forrest Gump a Robocop, James Bond e Terminator, ma anche Frozen e Yentl) .

A completare il quadro si aggiungono la musica e le scelte di cast, a partire da Josh Brolin, nei panni dell’antagonista Cable, che a un certo punto Deadpool apostrofa come Thanos, il nome del personaggio che Brolin interpreta nella saga degli Avengers.

L’operazione è riuscitissima dal punto di vista degli incassi, ma faticosa da digerire per chi si aspettasse qualcosa di più che un collage survoltato di elementi di varia provenienza, sparati a ritmo sostenutissimo, come a non dare il tempo di pensare a quale ne debba essere il senso.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOGMAN

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/21/2018 - 18:04
Titolo Originale: Dogman
Paese: Italia, Francia
Anno: 2018
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Produzione: RCHIMEDE FILM, LE PACTE, CON RAI CINEMA
Durata: 102
Interpreti: Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Adamo Dionisi

In uno squallido quartiere periferico posto davanti al mare, vive una piccola comunità che si raccoglie intorno all’unico bar, nei fine settimana si sfida in una partita di calcio e non disdegna arrotondare i propri guadagni con lavoretti sporchi. . Fra loro c’è Marcello, un uomo minuto e gentile che sa farsi amare da tutti e che vive di due passioni: i cani che accudisce nel suo negozio di toelettatura e sua figlia Sofia, con la quale riesce a trascorrere alcuni weekend (Marcello è separato) condividendo con lei la passione per le immersioni subacquee. L’unico elemento di disturbo di questa comunità è Simone, un ex pugile, che sfrutta la sua forza fisica per imporre a tutti continui prestiti, che non restituirà mai, per continuare ad alimentare la sua dipendenza dalla droga. Marcello ha nei suoi confronti un atteggiamento prudente. Cerca di non contrarialo acconsentendo alle sue richieste e quando l’energumeno sta per arrabbiarsi, l’unica soluzione è distrarlo dandogli un po’ di polverina bianca.....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
E’ quasi difficile inquadrare il film in categorie morali perché si tratta di un racconto di lotta per la pura sopravvivenza dove vige solo la legge del taglione. Il perdono, la convivenza pacifica sono fuori contesto.
Pubblico 
Maggiorenni
Numerose scene di violenza. Uso frequente di droga. In Italia: VM14
Giudizio Artistico 
 
Matteo Garrone realizza un opera potente e compatta che racconta ciò che l’autore vuole esprimere: una storia cupa di forza bruta e di istinti primordiali. Premio a Marcello Fonte come miglior attore protagonista al 71mo Festival di Cannes.
Testo Breve:

Il minuto e pacifico Marcello, un toelettatore di cani, deve fronteggiare i soprusi dell’ex pugile, violento Simone. Una storia primordiale di lotta per la sopravvivenza molto ben raccontata

Matteo Garrone delimita da subito lo spazio del dramma: il mare, un gruppo di negozi che si susseguono lungo la stessa strada: il negozio per cani, il compro-oro, il bar, il locale notturno. Anche i principali protagonisti del racconto ci vengono presentati tutti subito, riuniti a chicchierare intorno ai tavoli del bar. Da quel momento la storia si sviluppa intorno ai questi pochi elementi, conferendo al racconto una solida, prodigiosa compattezza. A questo occorre aggiungere i colori ferrosi della stupenda fotografia di Nicolaj Bruel che sottolineano il degrado urbano in cui si svolge la storia. 
La costruzione di un mondo chiuso in se stesso (ad eccezione di alcune brevi sequenze in un carcere) lascia spazio a interpretare ciò che accade secondo molteplici prospettive: ciò che viene narrato potrebbe esssere assimilabile a un racconto di fantascienza e quel paesino potrebbe esser localizzato anche in un altro pianeta. E’ vero che il regista si è ispirato a un fatto di cronaca nera realmente accaduto alla Magliana trent’anni fa, ma ciò ha ben poche conseguenze, perché Garrone trascende completamente il materiale originario costruendo categorie generali e conflitti universali. Come si può classificare ad esempio Simone, l’antagonista di Marcello, così brutale nell’imporre agli altri sempre ciò che vuole e sempre pronto, quando non viene ascoltato, a imporsi con la potenza dei suoi pugni? Non ha mai dubbi, non cambia mai idea e più che un essere umano può esser meglio assimilato a una cieca forza della natura.  E’ questo il problema che Marcello si trova a fronteggiare: non un antagonista ma un elemento che irrompe come un tempesta a distruggere i suoi piccoli angoli di paradiso (il rapporto con suoi i cani, con la figlia, con il resto di quella piccola comunità) fino a imporgli, con le minacce e la forza, di violare la fiducia che gli altri hanno sempre riposto in lui. Marcello sa che per compensare la sua fragilità fisica ed emotiva deve vivere di compromessi e noi assistiamo, all’inizio del film, a uno strano rapporto fra il piccolo e il grosso, un forma  di vita in simbiosi parassitaria come succede spesso fra le specie animali. E quando Marcello deciderà di ribellarsi usando l’unica arma di cui dispone, la furbizia, per portare a compimento l’atroce omicidio del gigante, ecco che anche lui diventa espressione di un’altra forza bruta, magari più sottile, ma che non mostra alcuna pietà che possa consentirci di assimilarlo a un comportamento umano. 
E’ questo l’universo che Garrone ha costruito, un pianeta dove non possiamo dire che esistono degli esseri umami, ma quasi delle forse naturali oppure animali, simboleggiate dal primo piano del ringhio minaccioso di un molossoide rivolto allo spettatore, all’inizio del film.

Gli attori sono tutti bravi ma in particolare è giusto citare, oltre a Marcello Forte, vincitore al 71mo Festival di Cannes come migliore protagonista, anche Edoardo Pesce (pesantemente modificato nel fisico) che riesce a trasmetterci il timore della sua prepotente forza fisica.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/07/2018 - 17:20
Titolo Originale: Rimetti a noi i nostri debiti
Paese: Italia, Polonia, Svizzera
Anno: 2018
Regia: Antonio Morabito
Sceneggiatura: Antonio Morabito, Amedeo Pagani
Produzione: LOTUS PRODUCTION
Durata: 1,32 su NETFLIX
Interpreti: Marco Giallini, Claudio Santamaria, Jerzy Stuhr, Flonja Kodheli

Guido è un tecnico informatico che ha perduto il lavoro per il fallimento della sua azienda. Prova a proporsi come magazziniere ma anche questa esperienza fallisce. Carico di debiti, non gli resta che presentarsi negli uffici della società di recupero crediti che non gli sta dando un attimo di pace, offrendosi di lavorare per loro finché non avrà saldato il suo debito. Inizia il suo tirocinio affiancandosi a Franco, esperto in quel tipo di lavoro sgradevole, ma la sua esperienza sarà drammatica. Unico suo conforto è andare la sera a bere del whiskey in un bar dove può fare due chiacchiere con la barista, Rina, una ragazza dell’Est che aspetta solo il momento giusto per tornare in patria e un amico, che lui chiama “professore” con il quale fa due chiacchiere e una partita di biliardo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia con forza il modo, spesso illegale, con cui viene compiuto il recupero dei crediti. Semplicistica attribuzione di un atteggiamento ipocrita a chi pratica la fede.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Azioni di violenza su persone inermi
Giudizio Artistico 
 
Buona regia e bravi i due protagonisti; la sceneggiatura risente di un eccetto di polemica rabbiosa
Testo Breve:

Guido, carico di debiti, accetta di lavorare senza salario per una società di recupero crediti dai metodi sbrigativi. Un film di denuncia ben realizzato ma eccessivamente manicheo

Il primo personaggio che ci viene presentato è quello di Franco (Marco Giallini): la mattina esce di buonora dalla sua bella casa, bacia la moglie e porta i due figli piccoli in una scuola cattolica. Affida i figli alla suora che trova all’ingresso e si avvia al lavoro. Un incipit di questo genere non può certo far pensare a un film di ispirazione religiosa ma all’opposto, c’è subito odore di ipocrisia. In seguito vediamo Franco inginocchiato davanti a un confessionale: che si limita a sciorinare qualche peccato veniale ma trascura di citare le sue prodezze notturne: pedinare  i debitori per farli poi gambizzare a suon di manganellate. E’ sicuramente questo un punto debole del film: una denuncia forte e giusta su certi modi sbrigativi con cui è affrontato il tema del recupero dei debiti (un impegno civile uguale a quello mostrato nel precedente lavoro di Antonio Morabito, Un venditore di medicine, sul fenomeno del comparaggio) ma fatta con rabbia, con spirito manicheo. Franco, il cattivo della situazione, sembra all’inizio venir, se non giustificato, almeno compreso: non dà tregua soprattutto ai grossi debitori, che hanno sicuramente i soldi necessari a saldare i loro debiti, si dimostra leale con Guido che con il suo aiuto riesce a chiudere il suo debito e preserva la serenità della sua vita privata con una regola ferrea: “a casa non si parla di lavoro”. In seguito però mostra il suo ingiustificabile cinismo vessando anche chi ha solo i soldi necessari per portare avanti una vita di stenti.  Morabito finisce così per distruggere quella costruzione di un personaggio negativo ma dai risvolti umani che aveva portato avanti fino a quel momento.
Più coerente la figura di Guido (Claudio Santamaria) che accetta per necessità il nuovo lavoro, inclusi i risvolti più sgradevoli, ma il suo disincanto e il suo pessimismo nei confronti del mondo vengono attenuati dalla vicinanza di un vero amico (il “professore”) che sa  distrarlo facendogli una divertente lezione di economia sui poteri che non si possono toccare  e la barista Rina, l’unica con cui riesce a confidarsi pienamente.
E’ proprio nei periodici incontri fra Guido e Rina la parte più esteticamente fascinosa del film, perché Morabito, con l’aiuto della fotografia di Duccio Cimatti e della scenografia di Marcello di Carlo, realizza delle vere e proprie “sequenze Hopper”. Guido è ritratto frontalmente al bancone, ripreso da lontano, a testa bassa, con un bicchiere in mano; dietro di lui una grande vetrata fa intravedere un esterno serale, con macchie blu. In primo piano Rina è intenta a pulire dei bicchieri colorati.

Sono queste inquadrature e la bravura dei protagonisti la parte più riuscita del film inclusa una certa melanconia e fatalità di fondo che pervade tutti i personaggi, ritratti molto spesso di notte. Peccato che l’efficacia della denuncia venga attenuata da una schematizzazione troppo semplicistica fra i cattivi da una parte e i poveri diavoli.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix ed è il primo film della casa realizzato in Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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