Documentario

ALAMAR

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/29/2017 - 09:04
 
Titolo Originale: Alamar
Paese: Messico
Anno: 2009
Regia: Pedro Gonzalez-Rubio
Sceneggiatura: Pedro Gonzalez-Rubio
Produzione: Matarraya e Xcalakarma
Durata: 73
Interpreti: Jorge Machado, Roberta Palombini, Natan Machado Palombini, Néstor Marìn “Matraca”

Un giorno Jorge e il suo piccolo figlio Natan raggiungono il nonno Matraca, che è un anziano pescatore del Banco Chinchorro nel mar dei Caraibi. Insieme trascorrono alcuni giorni nella palafitta di Matraca dedicandosi con lui alla pesca.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il docufilm racconta il tenero rapporto tra un padre e suo figlio alla scoperta di una natura incantevole e incontaminata. L’affetto, tenero e semplice, che lega i due fa tornare alla riscoperta dell’essenziale relazione che unisce l’uomo alla natura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
E’ pregevole la fotografia, incantevole e poetica, e l’interpretazione sorprendentemente naturale e spontanea dei protagonisti specialmente del bambino
Testo Breve:

Una docufiction ambientata in una riserva naturale nel mar dei Caraibi. Un padre insegna a suo figlio la bellezza di una vita essenziale dove la natura diventa maestra e fonte di vita

Nel mezzo del mar dei Caraibi c’è un atollo incantato e selvatico circondato da acque cristalline e fatto di sabbia dorata, una fitta vegetazione incontaminata e una fauna variegata e vitale.  Qui, nella riserva naturale del Banco Chinchorro, si svolge la storia di Alamar, in uno scenario identico a quello della saga dei Pirati dei Caraibi. E Jorge, il protagonista di questa docufiction realizzata dal regista di origine messicana Pedro González-Rubio, ha proprio l’aspetto che potrebbe avere Jack Sparrow qualora quest’ultimo, cambiata vocazione, passasse da pirata a pescatore dei caraibi, in una versione più selvaggia, naif, paterna e amante della natura.

Alamar è un film che sfugge ad ogni definizione, in esso realtà e finzione si fondono e si compenetrano a vicenda. Quello che in origine doveva essere l’oggetto di un documentario, il paesaggio naturale di una riserva naturale nel Golfo del Messico, si trasforma nello sfondo suggestivo che ospita la rappresentazione di una storia in parte vera in parte costruita. In questo ambiente spettacolare infatti è stato generato Natan, il piccolo protagonista del film, un bambino speciale, nato in un luogo molto particolare. I suoi genitori, tanto nella realtà quanto nella finzione, sono Jorge, un nativo messicano, e Roberta, un’italiana capitata per lavoro nei Caraibi.

Natan è figlio di due mondi inconciliabili tra loro che non consentono ai suoi genitori di vivere insieme, eppure questo bambino particolare riesce a muoversi con la stessa spontanea disinvoltura tra le due opposte realtà: da un lato quella urbana quando è con la madre, dall’altro quella più selvaggia e naturale quando vive con suo padre. “Io a volte penso che Dio ci ha fatto incontrare esplicitamente per fare Natan” dice infatti Roberta per sintetizzare la sua storia con Jorge.

Il mare, la natura e l’anziano pescatore Matraca sono gli elementi ancestrali su cui si basano la fotografia e il racconto di quest’opera deliziosa. In Alamar Natan rappresenta la sintesi vivente di tutta la poesia, il fascino e la spettacolare vitalità di una natura selvaggia, ricca e incontaminata. Attraverso i suoi occhi, mentre accompagna il padre e il nonno Matraca a pescare nelle acque limpide del Banco Chinchorro, si rivela tutto lo splendore e l’armonia di un paesaggio stupefacente.

Jorge accompagna con amorevole dedizione suo figlio a compiere un’esperienza avvincente in simbiosi con la natura anche quando questa appare più ostile e selvaggia. Il padre insegna a suo figlio come adattarsi ad uno stile di vita più semplice, ridotto ai bisogni essenziali, ma che al tempo stesso regala emozioni uniche, come l’incredibile amicizia di un airone, l’emozionante caccia alle aragoste o la faticosa pesca del barracuda a mani nude.

Banco Chinchorro è stato dichiarato Riserva Naturale della Biosfera nel 1996 dall’UNESCO e costituisce la più grande barriera corallina del paese. Alamar rappresenta l’occasione per osservare questo ambiente naturale senza porsi con un approccio troppo intellettuale e distante. La storia basata sulla relazione padre-figlio e lo stile di riprese molto ravvicinate conferiscono ad ogni paesaggio un aspetto anche personale, intimo e assai tenero. Tutto il film racconta il fascino di una relazione tra l’uomo e una natura imponente e dura ma anche accogliete, una relazione fondata sulla base degli stessi sentimenti di rispetto e amore, dedizione e gioia su cui si fonda il rapporto tra padre e figlio.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RISVEGLIO DI UN GIGANTE- LA VITA DI SANTA VERONICA GIULIANI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/21/2017 - 07:37
 
Titolo Originale: Il risveglio di un gigante - La vita di santa Veronica Giuliani
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna
Sceneggiatura: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna, Fra Emanuele
Produzione: Sine Sole Cinema s.r.l.
Durata: 99
Interpreti: Diana Hobel, Abigail Pintar, Stella Blasizza, Diego Ziberna, Mandy Marzari, Enrico Bergamasco

Orsola nacque a Mercatello, nel Ducato di Urbino, il 27 dicembre 1660, ultima figlia di Francesco Giuliani e Benedetta Mancini. La coppia aveva avuto sette figlie femmine, due delle quali avevano intrapreso la vita monastica. La madre morì quando lei aveva solo sette anni e quando sentì anche lei la vocazione monastica, incontrò il rifiuto del padre. Alla fine anche il genitore riconobbe la genuina vocazione di Orsola e la ragazza entrò nell'ordine delle Clarisse cappuccine nel 1677 a 17 anni, nel monastero di Città di Castello, cambiando il nome da Orsola a Veronica. Si impegnò da subito nel perfezionamento delle virù religiose, si abituò all’obbedienza esercitando tutti i servizi del monastero ma mostrò soprattutto una grande spiritualità, dedicando le sue ore di orazione a meditare Cristo sofferente sulla croce e dedicando le sue preghiere e le sue mortificazioni alla conversione dei peccatori e alle anime del Purgatorio. Veronica esprimeva in questo modo una genuina vocazione personale che era anche un segno del periodo barocco in cui visse, incentrato sulla meditazione della passione di Cristo e su grandi mortificazioni. Quando la santa ricevette la stigmate si crearono intorno a lei sospetti risentiti da parte delle consorelle che finirono per causarle una condanna del Sant’Uffizio. La sentenza venne presto revocata e Veronica fu nominata badessa del convento dimostrando di essere, oltre che una grande mistica, dotata di senso pratico e di grande umanità nel trattare le consorelle. Il suo confessore e poi il suo vescovo, le imposero di redigere un diario giornaliero delle sue esperienze mistiche, cosa che lei compì diligentemente per 35 anni ed oggi disponiamo di un documento unico, un diario di 22.000 pagine. Morì nel 1727; le sue stigmate erano state riconosciute già nel 1697; fu beatificata nel 1804 e canonizzata nel 1839. Nel 1980 i vescovi dell'Umbria e delle Marche hanno inoltrato alla Congregazione per la dottrina della fede la richiesta del riconoscimento a santa Veronica Giuliani del titolo di dottore della Chiesa.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La vita spirituale, la mistica di una grande santa del ‘600
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna sono riusciti nel difficile compito di raccontarci, attraverso delle immagini, le esperienze mistiche di una santa. . Efficace accompagnamento della colonna sonora
Testo Breve:

Veronica Giuliani, vissuta alla fine del ‘600, clarissa cappuccina del convento di Città di castello, è stata dichiarata santa per le sue intense preghiere in favore di tutti i peccatori e delle anime del purgatorio, un viaggio nelle esperienze mistiche della santa reso possibile dall’abbondanza di informazioni che scaturiscono dal suo diario intimo di 22.000 pagine

La prima caratteristica che salta agli occhi nel vedere questa docu-fiction sulla storia umana e spirituale di santa Veronica Giuliani è il coraggio. I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna non hanno esitato a portare lo spettatore nel cuore delle meditazioni e delle  orazioni della santa ricostruendo cineatograficamente gli incontri che lei ha avuto con Gesù, con Maria ma anche con il diavolo. Si tratta di una vera immersione nella vita mistica di questa santa della fine del ‘600 incuranti del fatto che oggi, non solo chi è lontano dalla fede ma anche tanti laici cristiani, si sentono lontani dalla spiritualità di chi vive in clausura. Per trovare un tipo di “immersione” simile, dobbiamo risalire probabilmente a Il grande silenzio (2004), incentrato su una giornata di clausura nella Grande Chartreuse, il più antico monastero dei certosiniIn effetti, come ha sottolineato mons Renzo Lavatori, in uno dei suoi commenti registrati per il documentario: “santa Veronica è da ammirare ma non da imitare”, perché i carismi che lei ha ricevuto sono da ritenersi eccezionali. 

Durante l’ora e mezza del film, oltre a una rievocazione dei fatti salienti della sua vita, a riferimenti alla devozione popolare (si dice che da neonata rifiutasse il latte materno nel giorno di venerdì)  e ai commenti degli esperti, si ha modo di “partecipare” alle visioni mistiche che la santa ha avuto, ricostruite grazie alla messe di informazioni che scaturiscono dal suo diario. L’inesausta tensione spirituale della santa era protesa a “patire per amore”, in espiazione vicaria per i peccatori e le anime del purgatorio. “Io do il mio sangue per risparmiare il vostro”, ha lasciato scritto nel suo diario, rivolta al Cristo sofferente in croce. La santa ha avuto anche terribili visioni delle sofferenze dell’inferno e del purgatorio ma anche tanti colloqui consolanti con la Madonna. Appena insignita della massima responsabilità del suo monastero, corse subito a inginocchiarsi alla statua della Madonna supplicando che fosse lei la badessa. Lo stesso diario da lei compilato ha un’insolita caratteristica: è scritto in seconda persona, come se scrivesse sotto diretta dettatura della Santa Vergine, fino alla frase finale del diario: ““Di tutte queste cose tu non conoscesti niente eppure desti il consentimento a tutto secondo il volere di Dio.  Fa' punto”.

Il racconto del percorso spirituale della santa porta alla ribalta il tema dell’espiazione vicaria, cioè del procurarsi volontariamente mortificazioni dolorose, non per purificarsi dalle proprie debolezze ma per “esser con Cristo strumento di riparazione dei peccati degli uomini”. La passione e morte del Redentore è certo un mistero e si tratta di un argomento delicato, che esula dagli impegni di queste pagine.

Già l’allora cardinale Ratzinger, nel suo magnifico Introduzione al cristianesimo aveva criticato la posizione di Anselmo di Canterbury secondo cui “la giustizia di Dio, infinitamente lesa, verrebbe nuovamente placata da un’infinita espiazione”.  Sottolineava infatti che “non è il dolore in quanto tale che conta bensì la vastità dell’amore che dilata l’esistenza al punto dal riunire il lontano col vicino, dal ricollegare l’uomo abbandonato dal Signore, con Dio”

E’ indubbio che per Veronica il dolore le scaturiva, non certo dalle sue mortificazioni, ma dal percepire l’infinita distanza fra il Cristo Redentore, al quale si sentiva misticamente vicina e i tanti peccati e debolezze degli uomini.

La santità di Veronica resta indiscussa al di là di questi dibattiti. Come commenta una suora intervistata per il documentario: “nel processo di canonizzazione, la santità di Veronica e non è stata verificata sui fenomeni che ha avuto e sulle stigmate, ma come lei ha vissuto le sue virtù cardinali e teologali”.

Spesso, quando vengono realizzati film o documentari che raccontano la vita di un santo, è opportuno concentrarsi sulla bellezza del messaggio trasmesso, sorvolando sulle qualità tecniche dell’opera, spesso modeste. Non è il caso di questo film, dove il regista Giovanni Ziberna (che ha fatto la gavetta come montatore di Ermanno Olmi) assieme a Valeria Baldan hanno mostrato grande padronanza dei mezzi tecnici. A dire il vero la professionalità non è mai sufficiente se non è accompagnata da una forte adesione a ciò che si vuole trasmettere. Il fatto che Giovanni, cresciuto in una famiglia atea, colpito dalla figura di santa Veronica, sia stato battezzato solo da adulto, sembra proprio un altro miracolo compiuto da chi nel lontano ‘600, ha pregato intensamente per la conversione di tutti.

Il fim uscità in DVD per l'autunno 2017 e per richiedere delle proiezioni in sala si può contattare qui:  http://www.sinesolecinema.com/santaveronica/prenota.html

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FOOTPRINTS - IL CAMMINO DELLA VITA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/04/2017 - 19:33
 
Titolo Originale: Footprints - El Camino de Tu Vida
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martinez
Produzione: Infinitomasuno
Durata: 89

Phoenix, Arizona. Padre Sergio, un parroco cattolico di origine spagnola, pubblicò, qualche anno fa, un annuncio. Un invito a percorrere il Cammino di Santiago di Compostela a piedi: 1000 Km in 40 giorni. Stava cercando in questo modo di realizzare un sogno che aveva coltivato fin da piccolo ma che poi non aveva potuto realizzare quando si era trasferito in America. Inaspettatamente, nonostante il grande impegno che comportava un’impresa del genere, risposero positivamente altri 10 giovani o quasi giovani.…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il cammino di Santiago è visto attraverso gli occhi di dieci pellegrini in un genuino e profondo atteggiamento di ricerca spirituale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il regista ha saputo scavare nell’animo di dieci pellegrini in cammino verso Santiago, non trascurando di rendere, con una magnifica fotografia, la bellezza della natura di quelle zone. E’ è stato il documentario più visto in Spagna nel 2016
Testo Breve:

Dieci americani decidono di percorrere a piedi i mille chilometri del Cammino di Santiago. Il regista ha saputo narrarci molto bene il percorso spiritale di questi pellegrini, colpiti dalla ricchezza delle vestigia religiose del percorso e dall’incanto  della natura

 

Perché viene compiuto il Cammino di Santiago? Più in generale, perché una persona decide di lasciare tutto per un certo periodo della propria esistenza e si presta al duro impegno di camminare per miglia e miglia per raggiungere una meta lontana? Vari film hanno cercato di dare risposta a questa domanda. Fra i più recenti possiamo ricordare Wild:  una giovane donna che tenta in solitaria di  percorrere a piedi le mille miglia del Pacific Crest National Scenic Trial, un trekking lungo la costa del Pacifico. In quel caso si trattava di una sfida che una donna faceva con se stessa, per lasciare alle spalle un periodo vissuto da tossicodipendente e con tanti uomini diversi fino al divorzio dal marito. Si trattava di una forma di rigenerazione (su basi esclusivamente umane), un porsi a distanza da una realtà che portava solo infelicità, avviare una sfida che risvegliasse le proprie energie fisiche e spirituali, che le dessero il coraggio di ripartire su nuove basi.

Qualcosa di diverso è mostrato dal film Into the wild: un giovane si avventura per i sentieri dell’Alaska per rimuovere da sè una situazione di rapporti familiari difficili ma in questo caso il suo, a differenza di quello presentato in Wild, è un cammino di ascesi (si spoglia progressivamente di tutto ciò che non è vitale per la sopravvivenza). Il suo rapporto con la natura, anche se il regista, Sean Penn, non lo presenta in modo esplicito, ha un riferimento soprannaturale, è una ricerca di Assoluto. Non si tratta più di scappare per poi ritrovarsi, ma di muoversi per cercare.

Ancora totalmente laico ma non privo di connotazioni spirituali, è stato Il cammino per Santiago. Un padre, chiuso nel dolore della morte del figlio, decide di percorre il cammino per onorare la sua memoria e portare a termine un desiderio che il ragazzo gli  aveva espresso. Durante il cammino il padre incontra e conosce altri pellegrini come lui: vengono in questo modo alla luce le tante possibili motivazioni per questo viaggio: come riscoperta di se stessi, come “voto” fatto a qualcuno, come ringraziamento o come purificazione.

Al contrario, Footprints – Il cammino della vita si connota quasi subito come un cammino squisitamente spirituale.

Il film inizia presentandoci gli undici personaggi che si preparano al cammino, le cui motivazioni sono le più diverse. Se John sta cercando di chiudere un passato fatto di alcool e droga, Kevin vuole definitivamente comprendere se il sacerdozio è la sua vera vocazione; se Tiny deve rimuovere dal suo animo recenti, troppi, lutti familiari, Pedro, introverso, ha bisogno di crescere e di uscire da un suo mondo dove vive chiuso in se stesso. Tutti, accettano la guida di padre Sergio, il promotore dell’iniziativa, spagnolo di origine ma che da anni vive in Arizona e che vuole realizzare un sogno che ha concepito fin da bambino. Tutti sono attratti dalla fama del Cammino di Compostela, il luogo dov’è stato sepolto san Giacomo e dove da secoli migliaia di pellegrini hanno dato testimonianza dei sicuri benefici raggiunti, umani e spirituali.

Dopo un inizio dove è ancora intatto l’entusiasmo iniziale, confortati dai bellissimi panorami del golfo di Santander, iniziano le prime serie difficoltà. E’ ormai terminata la baldanza iniziale, l’impresa diventa reale e si fa sentire sulle loro carni. Di fronte a percorsi anche di 40km al giorno, manca il fiato per l’altitudine, gli zaini sono pesanti, iniziano i dolori alle ginocchia, si è persa la voglia di scherzare e ridere ma soprattutto, arriva il pericolo più temuto: le dolorose vesciche ai piedi. “Soffrendo, si inizia subito a concentrarsi su se stessi a compatirsi, ma una persona chiusa nel proprio dolore soffre incredibilmente di più -  commenta Ignacio Munilla, il vescovo di S. Sebastian, che ha visto passare tanti pellegrini - deve concentrarsi invece sull’ideale che lo fa camminare“. “La sofferenza aiuta a maturare - dice don Sergio ai suoi compagni - non dobbiamo vincere i momenti difficili, dobbiamo superarli. E come si superano? Con la speranza”. Quel cammino, iniziato dai dieci pellegrini per soddisfare se stessi, inizia a trovare una ragione diversa, più profonda, proprio uscendo da se stessi.

Dagli zaini si inizia a togliere quello che non è strettamente indispensabile: un altro fondamentale esercizio per vivere del poco. I più deboli fanno rallentare tutto il gruppo, qualcuno ha anche la febbre. I dieci sono arrivati a porsi la domanda fondamentale: “questo cammino è solo una prova per scoprire chi è il più forte?” Il gruppo supera felicemente anche questa prova: i più lenti si afferreranno allo zaino dei più veloci e ci si alternerà in testa alla colonna. I componenti stanno imparando a vivere come fratelli.

Il cammino non è solo fatica ma è ricco di conforti e stimoli spirituali: la messa ogni giorno, il rosario da recitare camminando, i momenti di riposo impiegati con un lettura spirituale, la visita a Loyola, la città natale di S. Ignazio; il conforto di scoprire, davanti alla sua statua, che anche San Francesco compì il pellegrinaggio fino alla tomba di San Giacomo, per impetrare una intercessione a favore dell’ordine che stava per costituire; l’arrivo al Santo Toribio de Liebana dov’è conservata una reliquia della Santa Croce; il sudario di Cristo nella cattedrale di Oviedo. Da quel momento in poi, ogni prova psicologica è stata superata e una gioia contagiosa anima tutto il gruppo: l’obiettivo è stato raggiunto ancor prima di arrivare a Compostela: tutte le prove sono state superate ed è come se da quel momento tutto il pellegrinaggio fosse in discesa fino alla meta.

Juan Manuel Cotelo è riuscito, con questa docu-fiction, a raggiungere un obiettivo arduo ma entusiasmante: raccontare la storia di un viaggio spirituale e ha realizzato, fra i tanti film e documentari sullo stesso tema, forse l’opera più approfondita sul Cammino di Santiago de Compostela, che ha attirato da secoli santi e comuni peccatori.

Un’ottima fotografia fa onore ai magnifici paesaggi che si incontrano lungo il percorso e, nella sua produzione più recente, è forse il lavoro più compiuto e armonioso realizzato da Cotelo. Footprints è stato il documentario più visto in Spagna nel 2016 e sarà disponibile nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 28 Febbraio 2017. Per sapere quando e dove verrà proiettato nella propria città bisogna consultare il sito italiano: www.footprintsilfilm.com oppure la pagina Facebook INFINITO+1 ITALIA. Condizione indispensabile perché il film si diffonda, è la richiesta della proiezione attraverso la sezione “CHIEDILO” del sito sopracitato. Maggiori saranno le richieste, meno arduo per la distribuzione italiana convincere i gestori a proiettarlo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/16/2016 - 06:07
 
Titolo Originale: Le grand jour
Paese: FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Pascal Plisson
Sceneggiatura: Olivier Dazat e Pascal Plisson
Produzione: WINDS, YMAGIS, HERODIADE CON LA PARTECIPAZIONE DI OCS E FRANCE 5
Durata: 88
Interpreti: Nidhi Jha, Albert Gonzalez Monteagudo, Deegii Batjargal, Tom Ssekabira

Quattro storie. L’undicenne cubano Albert è un piccolo talento della boxe ma sua madre gli ha posto la condizione di andare bene a scuola per riprendere gli allenamenti e meritarsi di entrare nella prestigiosa Sport-Study Academy dell’Avana. La coetanea mongola Deegii, sostenuta dalla famiglia, si produce quotidianamente in durissimi esercizi per diventare contorsionista circense. Il diciannovenne ugandese Tom studia presso l’Autorità per la salvaguardia della fauna nel Parco Nazionale Queen Elizabeth, di cui intende diventare ranger. La quindicenne indiana Nidhi ha il bernoccolo della matematica e coltiva il sogno di studiare al Politecnico per diventare ingegnere. Ce la faranno? Chi la dura la vince…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L’impegno di quattro ragazzi, decisi a far fiorire una loro passione, vincendo condizioni di vita difficili. L’appoggio di adulti che li motivano, li incoraggiano, li correggono, quando è necessario
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Un documentario che si mantiene agile soprattutto grazie al montaggio, che alterna in maniera accattivante i segmenti delle quattro storie, ritardando la conclusione di ognuno al momento giusto. Più debole l’episodio ambientato in India
Testo Breve:

Dopo il successo del primo Vado a scuola, un documentario su quattro ragazzi delle zone povere del mondo che lottano, aiutati dai loro genitori, per realizzare i loro sogni 

Nel precedente Vado a scuola il documentarista francese Pascal Plisson aveva raccontato pericoli e avventure che quattro bambini, abitanti di altrettanti poverissimi angoli della terra, dovevano affrontare semplicemente per raggiungere i banchi della loro classe. Il film ottenne un rispettabile successo di pubblico (facendo in patria meglio di kolossal come Oblivion e Lincoln) e il premio César (l’equivalente transalpino dei nostri David di Donatello) per il miglior documentario.

Il grande giorno è di quel film un seguito ideale e, anche se stavolta non si parla di scuola, i temi della storia restano gli stessi: l’impegno e l’abnegazione nello studio da parte di quattro ragazzi decisi a far fiorire una loro passione, vincendo condizioni di vita apparentemente scoraggianti. Ad appoggiare i giovani protagonisti, inoltre, ci sono adulti che li motivano, li incoraggiano, li correggono, ne accolgono gli sbagli e – dove necessario – li aiutano ad accettare e giudicare con serenità le sconfitte.

Come per il precedente documentario, anche stavolta l’ispirazione per Plisson è nata da un episodio accadutogli per caso: “Sei anni fa” – racconta il regista – “ho incontrato un bambino di dieci anni in un treno in Russia. Veniva da un piccolo villaggio della Siberia ed era seduto vicino a me. Mi ricordo che indossava un cappello chapka rovinato e aveva un violino sulle ginocchia. Leggeva uno spartito. Gli ho chiesto cosa stesse facendo lì da solo. In realtà i suoi genitori e il suo villaggio avevano fatto una colletta per permettergli di partecipare a un’audizione in una grande scuola di musica a San Pietroburgo. Ho trovato questa cosa incredibile. È riuscito a convincere la giuria e la sua vita si è trasformata. Ha ottenuto una borsa di studio e ha reso fiero il suo villaggio. Da quest’esperienza mi è venuta l’idea di realizzare un film sui bambini che lottano per realizzare i propri sogni”.

Da un punto di vista tecnico, il film si mantiene agile soprattutto grazie al montaggio, che alterna in maniera accattivante i segmenti delle quattro storie, ritardando la conclusione di ognuno al momento giusto. Rispetto agli altri tre, è un po’ debole la vicenda della ragazza indiana, che non può contare né su uno scenario spettacolare (come avviene per l’episodio ambientato nella sontuosa natura ugandese), né sull’attrattiva di discipline, di per sé belle da guardare, come la boxe e le attività circensi (in cui sono coinvolti il ragazzino cubano e la bambina mongola).

Il grande giorno è un film utile da mostrare ai ragazzi, non tanto per convincerli a mettersi di buzzo buono a studiare (l’uso moralistico di questi prodotti solitamente sortisce l’effetto opposto) quanto per educarli a guardare culture diverse e a scoprire coetanei, che abitano in posti lontanissimi, animati dallo stesso anelito che orienta le loro scelte e il loro cammino. Un percorso – il loro – di crescita ed emancipazione sociale in cui, in tempi di omologazione obbligatoria e globalizzazione sfrenata, fa piacere veder emergere la specificità di ogni diverso Paese, come una risorsa da preservare e di cui essere giustamente orgogliosi. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WHERE TO INVADE NEXT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/10/2016 - 15:26
Titolo Originale: Where to invade next
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Michael Moore
Sceneggiatura: Michael Moore
Produzione: Dog Eat Dog Films, IMG Films
Durata: 119

Michael Moore simbolicamente invade una serie di nazioni per prenderne spunto e migliorare le prospettive degli USA e scopre che le soluzioni ai problemi più radicati in America esistono già in altri paesi del mondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
l film parte dal principio apprezzabile del rispetto della dignità dell’uomo e del suo diritto alla felicità ma propone spesso idee e soluzioni forzate, a volte semplicistiche, non universalmente applicabili, sebbene ne abbia la pretesa, e soprattutto non sempre veramente rispettose della persona e della vita, come quella di ritenere che le leggi a favore dell'aborto favoriscono l'emancipazione della donna
Pubblico 
Adolescenti
Per la maturità necessaria per giudicare le tematiche affrontate
Giudizio Tecnico 
 
Michael Moore si conferma un ottimo comunicatore, riesce a trasmettere concetti a volte elaborati con semplicità sconcertante e con un ritmo brioso e accattivante che non annoia mai
Testo Breve:

Michael Moore in giro per l'Europa alla ricerca di buone idee per il suo paese. Un documentario ironico e divertente ma alquanto semplicistico su temi che meriterebbero un maggiore approfondimento

 

“Ho invaso il vostro grande paese per rubare le vostre idee migliori”: così il regista Michael Moore torna sul grande schermo dopo sei anni di assenza con una delle sue nuove inchieste scomode e divertenti. Questa volta però, dice il documentarista, la sua intenzione è quella di visitare una serie di nazioni europee per “raccogliere i fiori e non le erbacce”; in altre parole Moore intende prendere spunto dalle eccellenze degli altri paesi per migliorare gli USA.

La sfida era quella di fare un film sull’America senza girare un solo fotogramma in America. Così, provocatorio ed esilarante come sempre, Michael Moore, nella veste di “invasore” pacifico che gira il mondo in cerca di esempi virtuosi da importare nel proprio paese, è riuscito a conquistare il pubblico nelle sale americane.

Where to invade next è un film decisamente demagogico ma simpatico, attraverso il quale il famoso documentarista intende mostrare, non solo ai propri concittadini, che in realtà le soluzioni ai più comuni e radicati problemi politici e sociali, come l’occupazione, l’istruzione, le tasse, la sanità, il sistema carcerario e bancario, esistono già nei diversi paesi del mondo e, cosa ancor più sorprendente, nella maggior parte dei casi sono state concepite proprio ispirandosi ai principi e agli studi nati negli USA.

Moore parte per il suo viaggio di conquista dell’Europa proprio dall’Italia, dove apprezza il trattamento lavorativo offerto dalle grandi aziende che garantiscono ferie e maternità ai propri dipendenti. Passa poi in Francia, Finlandia, Slovenia, Germania, Portogallo, Norvegia, Islanda e arriva persino in Tunisia.

La sua ricerca parte da un principio lodevole e fortemente condivisibile, Moore sembra cercare soluzioni politiche che essenzialmente siano incentrate sul valore e sul rispetto della persona umana e sul suo diritto ad una esistenza dignitosa e felice. L’idea di sottolineare e raccogliere quanto di positivo le varie politiche dei diversi Paesi d’Europa offrono è originale e meritevole. Il film inoltre ha il ritmo brioso, allegro, semplice e ironico proprio di Moore.

Tutto ciò è apprezzabile però a patto di tener presente che, per quanto sia un abilissimo comunicatore, il regista di questo lavoro resta pur sempre un uomo di spettacolo, non una guida politica e ancor meno morale.

Con Where to invade next infatti Michael Moore arriva a dimostrare quasi che il sogno americano è vivo un po’ ovunque tranne che in America. Eppure sembra non tenere conto delle circostanze particolari in cui ciascun Paese vive, come l’estensione del territorio, il clima, il numero di abitanti, la storia e la cultura di ogni popolo, che favoriscono lo sviluppo di alcune idee politiche invece che altre. Ma, cosa ancor più importante, in più di un passaggio Moore propone al pubblico un salto logico non dimostrabile e decisamente forzato. Come quando afferma che in Tunisia la legge in favore della libertà di scelta sull’aborto avrebbe favorito l’emancipazione della donna e di conseguenza anche lo sviluppo della democrazia.

Nel trattare altri temi il film ha inoltre il difetto di non presentare in modo del tutto oggettivo i vari aspetti e le diverse conseguenze di alcune soluzioni presentate come eccellenti. Quando Moore ad esempio sostiene che l’educazione sessuale nelle scuole in Francia ha significativamente ridotto il numero delle gravidanze in età adolescenziale, non tiene in considerazione le ricadute che questo genere di educazione porta nello sviluppo delle capacità affettive e relazionali dei giovani.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SAN PIETRO E LE BASILICHE PAPALI 3D

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/14/2016 - 13:52
 
Titolo Originale: San Pietro e le Basiliche Papali di Roma 3D
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Luca Lucini
Produzione: SKY 3D, CENTRO TELEVISIVO VATICANO, IN COLLABORAZIONE CON NEXO DIGITAL, MAGNITUDO FILM E SKY ARTE HD
Durata: 80
Interpreti: Adriano Giannini - Narratore, Antonio Paolucci, Paolo Portoghesi, Claudio Strinati, Micol Forti

In occasione del Giubileo della Misericordia questo documentario esplora in 3D e con l’uso di droni, la maestosità di San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo Fuori le Mura. Una produzione cinematografica firmata Sky 3D assieme al Centro Televisivo Vaticano e in collaborazione con Nexo Digital, Magnitudo Film e Sky Arte HD. Fanno da guida alle quattro basiliche, rispettivamente Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, Paolo Portoghesi, architetto di fama internazionale, Claudio Strinati, storico dell’arte, Micol Forti, direttrice della collezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani. Adriano Giannini legge alcuni brani di Passeggiate Romane di Stendhal che nel primo Ottocento visitò le quattro chiese durante il suo Grand Tour in Italia

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le quattro basiliche sono analizzate nella loro bellezza architettonica ma anche esplorate nel loro significato di fede
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il documentario beneficia delle ultime tecnologie (riprese in 3D, uso di droni) e delle sensibili descrizioni del direttore dei Musei Vaticani
Testo Breve:

In occasione del Giubileo della Misericordia, è possibile esplorare la bellezza delle quattro basiliche papali attraverso le più moderne tecnologie

Incredibile a dirsi, questo documentario, proposto in  soli tre giorni, dall’11 al 13 aprile, è risultato, in questo periodo, il secondo film più visto nelle sale cinematografiche italiane. Un’ottima risposta di pubblico a questo nuovo filone del cinema (erano già usciti Musei Vaticani 3D e Firenze e gli Uffizi 3D) che ha dimostrato ancora una volta quanto sia diffuso l’amore per il bello. E’ inoltre un’altra nobile iniziativa che valorizza le sale cinematografiche che si affianca all’altra (ancora poco impiegata in Italia) di proiettare, in diretta da teatri famosi a livello internazionale, importanti opere musicali, grazie alla potenza di banda dei canali satellitari.

Il film, presentato nell’anno del Giubileo Straordinario della Misericordia, non poteva non iniziare con il riprendere l’affresco di Giotto presente in san Giovanni in Laterano, dove si vede Bonifacio VIII che indice nel 1300 il primo giubileo. All’epoca la porta santa era solo quella di San Pietro ma in seguito, spiega il commentatore, i papi successivi estesero il beneficio alle altre basiliche che sono presentate nel documentario.

Si inizia con San Pietro e anche se le altre guide scelte per presentare questi capolavori sono tutte brave e competenti, vorremmo dare la palma ad Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, non solo per la sua capacità di sottolineare gli aspetti artistici ma anche per esser riuscito a trasmettere i messaggi di fede che sottendono quelle opere. Lo studioso in particolare ha sottolineato il messaggio universale (cattolico) che intende esprimere quest’opera. Nel parlare del porticato ellittico realizzato da Giovan Lorenzo Bernini, Paolucci ha ricordato come questo fosse stato concepito da papa Alessandro VIII Chigi come un abbraccio che accogliesse tutti, anche gli eretici e i credenti di altre confessioni. Le 162 statue di santi poste sopra il colonnato rappresentano la chiesa celeste che vigila su tutto il popolo cristiano. Nel parlare dell’altare della basilica, Paolucci ha notato spiritosamente che oggi il Bernini sarebbe un ottimo regista degli effetti speciali: l’altare della confessione papale, sormontato dal maestoso baldacchino in bronzo, è stato posto sopra la tomba di s Pietro, per sottolineare la continuità apostolica e sulla stessa linea d’orizzonte, in alto, è stata posta la gloria della cattedra e infine, ancora più in alto, questo ideale percorso ascendente viene completato sull’abside con una corona di angeli intorno alla colomba che rappresenta lo Spirito Santo.

La visita prosegue nell’ arcibasilica papale di San Giovanni in Laterano, la prima chiesa cristiana. Nel raccontare la lunga storia della sua progressiva ricostruzione dopo un prolungato stato di abbandono lungo tutto il medioevo, Claudio Strinati ha sottolineato come la sua ricostruzione seguì criteri diversi da quelli adottati per la basilica di San Pietro, (l’edificio precedente fu totalmente abbattuto): il nuovo S. Giovanni in Laterano cercò di adattarsi, come un “vestito” a quello precedente.

Riguardo a Santa Maria Maggiore la basilica che meglio delle altre ha conservato l’originaria struttura paleocristiana, mosaico della regalità. Claudio Strinati, nel presentarci le sue bellezze, ci ha sottolineato un particolare poco noto. Nella cupola della Cappella Paolina il pittore toscano Cigoli, rappresenta una Immacolata Concezione che si erge su una luna del tutto insolita. Guardando in dettaglio, si vede una luna con i suoi crateri. Questo dettaglio è frutto della lettura  Sidereus Nuncius pubblicato appena da Galileo come frutto delle sue prime osservazioni del cielo con un cannocchiale.  L’affresco in Santa Maria Maggiore fu realizzato con il consenso del papa Paolo V , a dimostrazione che non si percepiva all’epoca alcuna frattura fra scienza e fede, purché queste restassero nei loro rispettivi ambiti di competenza.

La basilica di San Paolo Fuori delle mura subì nel luglio 1823 un gravoso incendio e anche se è stata ricostruita in modo aderente all’originale, ed è stata conservata la consuetudine di proseguire, nella fascia sopra le navate, la serie di tondi con i ritratti di tutti i Pontefici, è indubbio che il visitatore percepisce di trovarsi davanti a una costruzione recente. Per questo motivo la direttrice Micol Forti ha sottolineato la porta rimasta intatta dopo l’incendio, realizzata da artigiani di Costantinopoli e il chiostro, rimasto nelle sue forme medioevali.

Il film beneficia del respiro lento e armonioso delle carrellate realizzate con dei droni appositamente attrezzati che sorvolano le quattro basiliche e, fra loro, l’immagine del lento fluire del Tevere. Restano sicuramente impresse, nello spettatore, le immagini riprese della cupola di San Pietro vista dall’esterno ma soprattutto la Pietà di Michelangelo.

Gli operatori hanno potuto riprendere questo capolavoro da diverse angolazioni, senza la protezione in vetro a cui siamo abituati. Il dolce volto della Madonna, la mano delicata e semiaperta di Lei, le mani abbandonate del Cristo possono venir contemplate in tutti i loro dettagli.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTO SARA' BENE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/02/2015 - 18:17
 
Titolo Originale: Tutto sarà bene
Paese: ITALIA
Anno: 2015
Regia: SARA BINELLI
Sceneggiatura: SARA BINELLI
Produzione: CRISTIANA Video, EWTN
Durata: 52
Interpreti: Beatrice Fazi, Alexia Murray, Elisabeth Saragnese

Inghilterra, 1373. Una donna di circa trent'anni decide di vivere la sua vita reclusa dentro le quattro mura di una cella, adiacente ad una chiesa. Oggi questo ci può apparire assurdo, ma molte erano le donne che in quel periodo in Europa sceglievano questa forma di vita religiosa “alternativa” al monastero, che paradossalmente garantiva loro una grande libertà interiore: di pregare, di studiare, di essere guide spirituali. Ma Giuliana di Norwich non è una reclusa qualsiasi. Compie questa scelta infatti dopo aver ricevuto 16 “Rivelazioni”, al culmine di una grave malattia da cui sembrava non dovesse uscire viva. Il contenuto di queste rivelazioni fu messo per iscritto da lei stessa in vent'anni di meditazione in un libro, il primo testo scritto in lingua inglese da una donna: “Le Rivelazioni dell'Amore Divino”.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una mistica medioevale, ora beata, che ha ricevuto delle rivelazioni private, si dedica a trasmettere la gioia della sua fede a tutte le persone che vengono a trovarla
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
La ricostruzione degli ambienti è rigorosa, i dialoghi sono fedeli a quanto ci è pervenuto dagli scritti a disposizione, e la beata è resa con una recitazione convincente
Testo Breve:

La beata Giuliana di Norwich, una mistica medioevale, ricordata in un’udienza anche da papa Benedetto XVI, rivive in questa docufiction con realismo e con fedeltà al suo messaggio di fede

Bene ha fatto la casa di produzione CRISTIANA Video a pubblicare questa docufiction sulla vita e le meditazioni della beata Guliana di Norwich alla vigilia dell’inizio del Giubileo della Misericordia: Giuliana è una mistica che ha sempre cercato di trasmettere, con gioia, la certezza che siamo tutti amati da Dio e protetti dalla sua Provvidenza. Vissuta dal 1342 al 1430 a Norwich, all’epoca la seconda città dell’Inghilterra per importanza dopo Londra, scelse di condurre una vita da anacoreta, reclusa dentro una cella, adiacente alla chiesa di san Giuliano. Ai nostri occhi appare una soluzione assurda e crudele, ma come spiega, in un’intervista, suor Elisabeth Ruth Obbard, autrice di diversi saggi su Giuliana, quel tipo di soluzione non era affatto insolita a quel tempo: i conventi femminili erano pochi ed era inoltre necessario portare una cospicua dote; con questa, per noi insolita, soluzione, le donne che sentivano una forte vocazione, potevano, in modo libero e indipendente, dedicarsi alla meditazione, alla preghiera e al sostegno spirituale delle tante persone che si recavano da loro per chiedere consiglio.

La docufinction mostra bene come la giornata della beata fosse tutt’altro che noiosa: oltre ai momenti di preghiera e di scrittura (mise su carta il racconto delle rivelazioni ricevute e la loro interpretazione), riceveva continuamente visite di donne e uomini che cercavano da lei, così vicina a Dio, un soluzione per i loro dubbi o il significato delle loro sventure.  Giuliana riceveva sempre tutti con il sorriso sulle labbra, espressione tangibile della certezza che di essere amati e conservati in vita da Dio. La sceneggiatura ha compiuto ben pochi lavori di fantasia: i dialoghi e le meditazioni di Giuliana sono ricavati da “Le rivelazioni dell’amor divino”, il libro da lei scritto, e dai colloqui riportati nella biografia scritta da Margery Kempe, una donna che ebbe modo i frequentarla.

Benedetto XVI, nell’udienza del 1° dicembre 2010, ha sintetizzato alcuni punti significativi della visione teologica della mistica e ripresi dalla docufiction. Sicuramente originale è stato il paragonare l’amore divino all’amore di una madre (come più tardi evidenzierà anche Giovanni Paolo I, anche se si tratta di una riflessione non più ripresa dai papi successivi) perché è proprio di una madre generare e prendersi cura del suo neonato, fragile come possiamo noi apparire agli occhi di Dio. Altro tema chiave è il mistero del male che colpisce degli innocenti. Giuliana risponde, come hanno fatto tanti altri santi, che nei misteriosi disegni della Provvidenza, anche dal male Dio sa trarre un bene più grande. Ne Il  libro delle rivelazioni Giuliana scrisse: “Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene…” . In effetti, Tutto sarà bene, è il titolo del film.

Resta insolita per noi, la proposta fatta da Giuliana a una donna già sposata, di vivere in assoluta castità, d’accordo con il marito. Anche nella biografia di San Bernardo di Chiaravalle troviamo proposte simili, fatte ai suoi parenti. Sarà solo ai nostri tempi, che maturerà pienamente la convinzione che il matrimonio è un vero cammino di santità, al pari della vita contemplativa.

La docufction si fa seguire molto bene e al buon risultato contribuiscono anche i verdeggianti paesaggi della campagna inglese e le riprese all’interno delle chiese medioevali di Norfolk.

Il DVD può essere acquistato tramite il sito www.romacaputfidei.it

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DIO ESCE ALLO SCOPERTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/14/2015 - 20:24
 
Titolo Originale: Te puede pasar a ti. Capitulo 2
Paese: Spagna, Messico
Anno: 2012
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo
Produzione: Infinito mas Uno
Durata: 79

Rubén, fin da ragazzo, preferiva giocare con le sue amiche bambine; i giochi dei suoi compagni maschi erano per lui troppo violenti e subiva continue umiliazioni per i suoi atteggiamenti effeminati, finché ormai giovane-adulto, trasferitosi a Guadalajara e poi a Los Angeles, praticò attivamente l’omosessualità travestendosi da donna. Da ragazzo aveva sentito il richiamo della fede ma poi l’aveva abbandonata: era troppo arrabbiato con Dio per avergli reso la vita difficile a causa delle sue inclinazioni. Poi, finalmente, grazie anche a un’organizzazione cattolica, comprese la misericordia di Dio, la felicità di sentirsi amato da Lui: iniziò una nuova vita in castità, impegnato a trasmettere il suo credo ad altre persone nelle sue stesse condizioni.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo con inclinazioni omosessuali cerca prima di vivere secondo il suo istinto ma poi abbraccia la fede cattolica, avendo pienamente compreso la misericordia e l’amore divino.
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni riferimenti ad ambienti di prostituzione potrebbero non essere indicati per i più piccoli. La produzione sconsiglia la visione ai minori di 16 anni
Giudizio Tecnico 
 
Particolarmente coinvolgente la prima parte, che descrive l’esperienza di Rubén, più frammentata la seconda, con varie interviste e dibattiti
Testo Breve:

Anche chi ha inclinazioni omosessuali, è amato e atteso da Dio per essere accolto nella sua Chiesa. È la tesi sviluppata dal regista Cotelo, sostenuto da interviste a persone che hanno vissuto l’esperienza della conversione

La storia di Rubén è la storia di un lungo colloquio. Un colloquio tormentato, continuamente lasciato e poi ripreso ma mai chiuso. Un dialogo fra due persone eccezionali: fra Dio stesso e Rubén, unico agli occhi di Dio, un figlio bisognoso di amorevoli cure come tutti i figli. Tutto questo traspare nella lunga intervista che Rubén concede al regista Juan Manuel Cotelo e che impegna più della metà del film. La prima interruzione rabbiosa di questo colloquio si ebbe quando Rubén seppe di essere un bambino adottato e per questo smise di pregare e di partecipare alla messa. Diventato giovane-adulto, prese a frequentare luoghi dove poteva prostituirsi ma nonostante questo il colloquio continuava, anche se aveva assunto strane forme superstiziose e utilitaristiche: partecipare alla messa delle ceneri come auspicio di protezione divina nonostante la vita che faceva oppure, più tardi, frequentare un gruppo di preghiera per poter trovare, come contraccambio, un lavoro. Era sempre presente in lui la tentazione per una “ribellione definitiva”, quella prometeica di rinnegare il corpo ricevuto per trasformarlo, tramite ormoni, in ciò che voleva essere. Ma Rubén non compì quell’atto perché, nonostante tutto, quel colloquio, così tenue, così a lungo deformato, era la cosa più vera che riusciva a esprimere. Alla fine, dopo la partecipazione a un ritiro, dopo una lunga confessione, Rubén comprese di essere anche lui amato da Dio e oggetto della sua misericordia.

Questo bel racconto di conversione intorno a una problematica, oggetto oggi di dibattiti senza fine, si situa molto bene nella linea espressiva del regista spagnolo Juan Manuel Cotelo (è questo il suo terzo film distribuito in Italia) e negli obiettivi che si è prefissato tramite la casa di produzione Infinito Mas Uno: raccontare in modo facilmente comprensibile che Dio ama tutti, anche quelli che vivono in situazioni difficili e che attende la nostra conversione.

Nel 2010 uscì nelle sale cinematografiche il suo primo documentario, L’ultima cima. In un anno fu visto in 15 paesi da parte di milioni di spettatori, senza che fossero fatti investimenti in pubblicità. Il successo del documentario fece comprendere a Cotelo che era viva l’attesa, nel pubblico, di ascoltare chi potesse parlare di Dio in modo accessibile, anche nei difficili contesti odierni. Terra di Maria è stato il secondo film distribuito in Italia.

Pur affrontando temi diversi, questi film mantengono una certa omogeneità, costituita dalla presenza del regista come narratore. E’ lui che dà l’imprinting al lavoro con il suo tono calmo e tranquillizzante, con la sua capacità di usare parole semplici per esprimere concetti complessi. Nella seconda parte del film diventa lui il protagonista perché inizia a mostrare il filmato dell’intervista a Rubén ad altre persone con inclinazione omosessuale chiedendo loro cosa ne pensano. Si tratta di una fase più didascalica ma importante del film perché traspaiono, dalle risposte che Cotelo riceve, visioni contrastanti. In opposizione alla proposta di Rubén che ha sofferto perché sempre discriminato ma che poi ha trovato conforto nella religione, è possibile l’altra soluzione: che sia la società a “convertirsi” e accetti pienamente che chi ha questa inclinazione possa liberamente esternare i suoi amori, senza complessi di colpa. Allora non ci sarà bisogno di un Dio che non si vede, né di una Chiesa che condanna. In questi frangenti Cotelo è molto bravo perché ricorda che spesso noi abbiamo l’idea di un Dio che agisce come giudice severo, mentre Lui è misericordioso verso tutti e la Chiesa è un ospedale da campo che accoglie ognuno nell’abbraccio del Padre. (sarebbe interessante scoprire se è stato prima Papa Francesco o Cotelo a usare questa espressione).

La terza parte del film è più frammentata, si spezzetta in tante interviste di persone con inclinazione omosessuale che hanno abbracciato la fede e perseguono la virtù della castità, vivendo con il sostegno dell’organizzazione Courage.

Si tratta di una parte altrettanto significativa perché la conversione può essere l’evento di un attimo ma il conservarla e il rafforzarla dura tutta la vita. E’ importante non restare soli ma vivere una vita associativa dove si manifesti la solidarietà fra i partecipanti e ci sia modo di coltivare la propria spiritualità. E’ quello che fa l’associazione cattolica Courage, che è ormai presente in venti paesi nel mondo e che cerca di rendere tangibile la cura della Chiesa per questi figli di Dio..

Dio Esce allo scoperto, sarà disponibile nelle sale Italiane dal 4 novembre 2015 secondo un piano di proiezioni che sarà disponibile su: www.infinitomasuno.it. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DESIRE OF THE EVERLASTING HILLS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 01/08/2015 - 13:53
 
Titolo Originale: Desire of the Everlasting Hills
Paese: USA
Anno: 2014
Produzione: Courage International
Durata: 60

Tre persone con inclinazioni omosessuali raccontano la loro storia

Rilene, vissuta in una famiglia di fede cattolica, laureatasi con successo, non aveva mai avuto storie con dei ragazzi pur desiderandolo e aveva finito per dire sì a una proposta  di vita in comune con un’altra donna. Dopo 25 anni di serena convivenza arrivò per entrambe un tracollo delle loro finanze e al contempo un raffreddamento della loro relazione. Rilene  è ora tornata a   frequentare la chiesa cattolica ed ha  accudito fino alla fine la sua ex compagna, a cui era stato diagnosticato un cancro.

Paul  scoprì la sua omosessualità fin dall’adolescenza. Si recò quindi a New York , dove era molto richiesto come modello, per vivere la vita dei locali gay, senza negarsi alcuna esperienza sessuale. Iniziò poi una lunga convivenza e recentemente ha scoperto  con sollievo di essere  scampato all’AIDS che aveva falciato tanti suoi vecchi amici di New York. Un giorno per caso ascoltò alla TV un discorso di Madre Angelica. Le sue parole lo fecero riflettere e decise di andare a confessarsi dopo 35 anni. Adesso vive in castità con il suo compagno.

Dan non aveva mai smesso di credere nell’esistenza di Dio ma aveva provato rabbia nei suoi confronti quando aveva scoperto le sue inclinazioni omosessuali: le considerava una forma di ingiustizia. Da quel momento aveva deciso di non negarsi niente anche se gli restava sempre nell’anima un senso di vergogna per ciò che faceva.  A un certo punto della  vita sentì il desiderio di metter su famiglia e  aveva trovato una ragazza con cui poteva iniziare una relazione. Il compagno di quel momento aveva compreso le sue esigenze e aveva accettato la separazione. Dan scoprì in seguito che la ragazza non desiderava avere figli e dopo un anno si trovò completamente solo. Grazie alla lettura  di testi di patristica si è riavvicinato alla fede  ed ora ha finalmente trovato la pace e la serenità che cercava. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tre persone, dopo una vita passata a cercare se stessi, si ritrovano la pace solo quando accettano di sentirsi figli di Dio
Pubblico 
Adolescenti
Qualche parte del racconto potrebbe risultare scabrosa per i più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
Sono stati bravi i realizzatori delle interviste nel portare a galla un ritratto vero, anche se crudo, dei tre protagonisti
Testo Breve:

Documentario/intervista di tre persone con inclinazione omosessuale che avevano inizialmente ritenuto giusto seguire i propri istinti ma che poi, con la maturità, hanno riflettuto sui veri valori da perseguire ed hanno trovato la loro felicità all’interno della Chiesa Cattolica

Questo documentario/intervista, prodotto da Courage International, è un inno al sacramento della confessione.

Tre persone, due uomini e una donna fra i quaranta e i cinquant’anni, con molte esperienze disordinate sulle spalle, sentono  il bisogno di ritrovasi in pace con Dio (tutti e tre, in modi diversi, avevano da ragazzi conosciuto la fede). Sentono il forte desiderio di accedere di nuovo all’eucarestia e capiscono, non certo per obbligo, ma per un moto spontaneo della loro anima, che ciò non può accadere se prima non si liberano del peso che si portano dentro.  Paul non sa neanche da dove incominciare e il sacerdote lo guida lungo la lettura dei dieci comandamenti. Anche a Rilene accade qualcosa di simile: non si confessava da almeno 35 anni e inizia a rivisitare con il sacerdote i comandamenti uno ad uno. La loro voce si incrina nel ricordare quei momenti: la commozione sale perché quella confessione fu fondamentale per trovare quella pace e quella serenità che cercavano da tempo.
Questo lavoro è sostanzialmente diverso dal precedente The Third way: anche in quel caso c’erano uomini e donne con inclinazione omosessuale che dichiaravano di aver trovato nella fede cattolica la verità, l’amore e il rispetto che stavano cercando, ma gli interventi aggiunti di sacerdoti e teologi tradivano la voglia di dimostrare, di sostenere una tesi.  In questo nuovo documentario ci si attiene ai fatti nudi e crudi che scaturiscono dal racconto dei tre testimoni (una voce in sottofondo pone loro delle domande) e il fatto che per più di due terzi dell’intervista, con brutale onestà,  raccontino la loro vita da omosessuali attivi, contribuisce a farceli conoscere in modo più intimo e alla fine, quando il riavvicinamento alla fede arriva per tutti e tre, risultano  più convincenti e persuasivi  di qualsiasi argomentazione parlata e non vissuta.

Anche se più volte i protagonisti ribadiscono che il loro caso è squisitamente personale, molte sono le riflessioni che scaturiscono da queste tre storie.

Tutti e tre avevano abbracciato all’inizio un’ideologia affermativa (il disagio che percepivano nella loro condizionecome frutto dell’interiorizzazione dell’omofobia esistente nella società) e Dan in particolare era arrivato ad odiare Dio che per lui era solo un burattinaio crudele che tirava i fili della sua esistenza,  ma qualcosa di incompiuto restava nel fondo delle loro anime durante il periodo in cui furono omosessuali attivi.   Dan aveva sempre desiderato, in cuor suo, metter su famiglia; Rilene, raggiunti i 50 anni , aveva sentito un certo rammarico per non esser potuta diventare madre; solo Paul si sentiva pienamente appagato nel vivere la vita scintillante e alla moda della New York gay degli anni ’80.

Poi, qualcosa accadde nella loro vita e dobbiamo riconoscere che tante storie di conversione iniziano con un evento scioccante che innesca un periodo di riflessine: Rilene e la sua compagna ebbero un tracollo finanziario; Dan si trovò solo dopo il tentativo fallito di trovare una donna con la quale potesse costruirsi una famiglia. Paul ebbe invece una notizia positiva che fu ugualmente rivelatrice: a differenza di tanti suoi amici che aveva visto morire, lui non era stato infettato dall’AIDS. Fu per loro l’occasione per fare un bilancio della loro vita e discernere ciò che di buono e di brutto c’era stato.

All’inizio abbiamo detto che il documentario appare un inno al sacramento della confessione ma c’è un secondo tema dominante che percorre tutti e tre i racconti: il bisogno umanissimo, non conta se si è omosessuali o eterosessuali, di amare e di essere amati, il desiderio di conoscere e venir conosciuti in intimità da un’altra persona. Nelle testimonianze che ci vengono fornite, nel momento della conversione c’è la voglia di perseguire l’obiettivo della castità ma al contempo nulla di ciò che di umano c’èra stato nelle relazioni  precedenti viene rifiutato.

Rilene, quando scopre che la donna che era stata sua compagna di vita per 25 anni, è affetta da cancro, torna da lei e l’accudisce fino alla fine; Paul non vuole abbandonare il suo compagno con cui convive da 24 anni e gli propone di restare nella stessa casa in castità. Dan ricorda la generosità e il vero affetto espresso dal suo precedente compagno che di fronte alla sua dichiarazione di volerlo lasciare per costruirsi una famiglia con una donna, accetta la situazione perché questo sarebbe stato per lui un vero bene.

Questo atteggiamento positivo che scaturisce dalle loro storie è risultato determinante: la castità non è stata vista come costrizione negativa ma affermazione positiva per continuare ad accedere a quell’altra variante dell’amore che è l’amicizia, con la quale tutti e tre possono continuare a conservare ed accrescere, inserendoli in modo armonico nel credo della fede cattolica, quei valori umani che avevano già scoperto.

Resta un senso di incompiutezza alla fine del documentario (come era accaduto anche nel precedente The Third Way) perché manca un terzo elemento: la comunità. Il documentario ci ha raccontato tre belle conversioni ma poi? I nostri tre, come riusciranno ad alimentare la loro vita spirituale e di carità? Che tipo di supporto stanno ricevendo?  Il documentario è stato promosso da Courage International  ma non viene fatto alcun cenno ai suoi programmi di catechesi e alle tavole rotonde che organizzano fra persone che manifestano problemi comuni.

In una sequenza si vede Rilene che mette in ordine dei vasi sacri. Si arguisce che svolge la funzione di accolita della sua parrocchia ma nient’altro di più. Si intuisce che i tre testimoni hanno parlato della loro esperienza in un convegno Courage ma ogni sequenza è stata controllata in modo che non si veda nessuna persona del pubblico per conservare la loro privacy, secondo lo spirito del movimento.

Chi si pone l’obiettivo di una vita casta ha bisogno, nel mondo d’oggi, di un grande sostegno spirituale e di sentirsi vivo all’interno di una comunità, dove il suo impegno possa venir riconosciuto e apprezzato. Non resta che auspicare che nei prossimi documentari ci possa essere più trasparenza e in particolare che iniziative del genere diventino una realtà anche in Italia.

Rilene conclude il bel racconto del suo rientro nella Chiesa Cattolica con un:

“I'm safe, I'm home!”

Il documentario è disponibile gratuitamente in Internet in lingua inglese. Al momento  sono disponibili solo sottotitoli in spagnolo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TERRA DI MARIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/03/2014 - 22:31
 
Titolo Originale: Mary's Land
Paese: Spagna
Anno: 2013
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martínez
Produzione: Simona Puscas
Durata: 111
Interpreti: Juan Manuel Cotelo, Carmen Losa, Emilio Ruiz, Luis Roig, Lucía Ros, Elena Sánchez, Cristina Ruíz, Rubén Fraile, Clara Cotelo.

Un agente spagnolo viene incaricato da un’organizzazione segreta di indagare sul fenomeno incredibile del cristianesimo. Cosa spinge milioni di persone – si chiede turbato il capo della Spectre iberica che gli commissiona l’inchiesta – a credere che esista un Dio creatore, che la vita dell’uomo abbia un senso e che, addirittura, ci sia una vita dopo la morte? Carico di queste domande, l’agente segreto attraversa i continenti alla ricerca di persone che affermano di aver avuto esperienze di conversione. Sono matti? Sono dei visionari? Sono tutti complici di un gigantesco complotto? Se ci fosse invece qualcosa di vero – questa è la domanda cui non si può non rispondere – come cambierebbe la storia dell’umanità?

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Terra di Maria è un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo
Pubblico 
Pre-adolescenti
Nel film si parla in maniera diretta di argomenti come satanismo, aborto, prostituzione… per cui, anche senza immagini sconvenienti e impressionanti, è sconsigliabile la visione ai bambini.
Giudizio Tecnico 
 
La forza del film sta nelle parti in cui il regista Cotelo abbandona la fiction per il documentario. Poco riuscite invece le sequenze cosmogoniche e le sacre rappresentazioni illustrate per immagini
Testo Breve:

Un ipotetico agente segreto raccoglie testimonianze per comprendere perché tanta gente crede in Dio. Un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo.

“Tutti siamo coscienti della dimensione pagana della cultura in cui viviamo, una cosmovisione che indebolisce le nostre certezze e la nostra fede. Quotidianamente siamo testimoni del tentativo dei poteri   di questo mondo per esiliare il Dio vivo e supplirlo con gli idoli alla moda. Vediamo come l’abbondanza di vita che il Padre ci offre nella redenzione è soppiantata dalla giustamente chiamata ‘cultura della morte’. Costatiamo anche come l’immagine della Chiesa sia deformata e manipolata dalla disinformazione, dalla diffamazione e dalla calunnia, e come i peccati e le mancanze dei suoi figli vengano sbandierati nei mezzi di comunicazione come prova che Essa non può offrire nulla di buono. Per i mezzi di comunicazione la santità non fa notizia, sì invece lo scandalo e il peccato. Chi può lottare da pari a pari in questa situazione? Qualcuno di noi può illudersi di poter fare qualcosa che con mezzi meramente umani, con l’armatura di Saul? (cfr. 1 Sam 17, 38-39)”. Questa lunga citazione di una lettera dell’allora cardinale Jorge Maria Bergoglio – datata 29 luglio 2007 e rivolta ai sacerdoti e ai consacrati dell’arcidiocesi di Buenos Aires – serve a capire il film di cui andiamo a parlare e tutto il cinema di Juan Manuel Cotelo. 

C’è il cinema e ci sono i film. Terra di Maria non ha molte possibilità di entrare nella storia della settima arte ma, dato che il suo autore non nutre alcuna ambizione in questo senso, potremmo anche smettere di parlarne in questo istante. Il dovere professionale, però, ci impone senz’altro di fare dei distinguo e in questa sede – per dare a Cesare ciò che è di Cesare – li facciamo pure, consci che, se un film come questo ha bisogno di essere contestualizzato, non significa che allo stesso tempo non meriti comunque di essere visto e soprattutto consigliato. C’è il cinema, dicevamo, quello dei Fellini, dei Kubrick, dei Tarkovskij, e ci sono film come questo: un oggetto strano, che spiazza i critici perché è difficile da recensire (e forse basterebbe questo a fargli meritare un’occhiata): di fronte a Terra di Maria, infatti, si è tentati – forti di mille visioni, mille libri, mille studi – di obiettare qualcosa: “sì,ok, ma il cinema è un’altra cosa… l’arte è un’altra cosa”. L’obiezione più sensata, forse, sarebbe quella di ammettere che la fede al cinema può trovare forme anche migliori di questa; che cioè la possibilità che un film faccia sentire lo spettatore abbracciato dall’amore di Dio non esclude l’arte cinematografica, al suo grado più alto di eccellenza, come mezzo di comunicazione. Senza andare troppo indietro nel tempo, e senza neanche scomodare i “mostri sacri” del cinema, film recenti come The Tree of Life e Uomini di Dio – realizzati, tra l’altro, da autori non cattolici – hanno saputo parlare al cuore e alla ragione dell’uomo di fede tanto quanto a quelli esteta e del cinefilo.

Juan Manuel Cotelo – che con L’ultima cima aveva conquistato gli schermi spagnoli e italiani con la storia di un sacerdote “eroe del quotidiano” – non è un regista da Oscar ma i suoi meriti vanno ben oltre le glorie terrene dei premi e delle gratificazioni. Terra di Maria è un film forte perché affronta di petto questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte degli esseri umani senza intellettualismi, senza perifrasi, ma con la semplicità del Vangelo. Lo vedano i sacerdoti, i catechisti e i responsabili dei cineforum cattolici, e valutino se non è questa visione più appagante di quella di tanti film anti-cristiani o anti-religiosi che compaiono in molte nostre rassegne parrocchiali perché magari “hanno a che fare con il cristianesimo” (di volta in volta bisognerebbe chiedersi quale sia il vero messaggio promulgato dai vari Ermanno Olmi, Nanni Moretti, Marco Bellocchio…). Alla luce di questo, abbiamo un unico consiglio da dare al regista (proprio per non fargli perdere il confronto, sul terreno dell’arte cinematografica, con gli autori di cui sopra, che non saranno ortodossi ma restano grandi cineasti): si fidi fino in fondo del suo coraggio, degli incontri che ha fatto, della profondità teologica di cui è capace e della bellezza che salverà il mondo. Lasci perdere, invece, le sequenze cosmogoniche e le sacre rappresentazioni (illustrare per immagini la creazione dell’universo subito dopo The Tree of Life e Noah costringe a fare impietosi paragoni; dare un volto a Gesù è una sfida complessa e grandiosa che non si può risolvere con un attore qualunque…). Le critiche finiscono qui. La cornice narrativa, in cui l’agente segreto viene spedito ai quattro angoli della terra a investigare sul cristianesimo, gioca su una trovata simpatica e provocatoria. La forza del film, però, sta nelle parti in cui Cotelo abbandona la fiction per il documentario. Sarebbero bastate queste sequenze, quelle in cui i “testimoni” si raccontano, a fare di Terra di Maria un film imperdibile.

A Londra Cotelo incontra l’imprenditore newyorchese John Rick Miller, per 25 anni consigliere del governo degli Stati Uniti, un presente da apologeta a contraddire un passato da ateo militante. Da giovane aveva l’orticaria solo a sentir parlare di Chiesa Cattolica. Oggi Miller, fondatore della For the Love of God World Wide (Missione per l’Amore di Dio nel Mondo, diffusa in 350 città di 21 diversi Stati), incontra i leader mondiali a propone loro di consacrare i loro Paesi a Gesù e alla Madonna. A Bogotà, invece, il regista-agente segreto si fa raccontare dalla modella Amada Rosa Pérez il suo incredibile percorso di conversione: Amada è una donna attraente che, divenuta da giovanissima una modella di successo, ricorse tre volte all’aborto per non permettere alla novità di un figlio di cambiarle una vita che sembrava perfetta. “Mi dissero – racconta – che avere dei figli avrebbe rovinato la mia carriera, ma non mi parlarono delle terribili conseguenze che derivano dall’ucciderli”. Amada cerca in tanti modi di vincere la disperazione che dal fondo del suo cuore stava iniziando a dominarla finché un giorno, dopo anni che non succedeva, entrò in una chiesa. Da quel giorno inizia tutta un’altra storia, un’altra vita.

A Guadalajara (Messico) l’infermiere geriatrico Salvador Íñiguez passa le notti frequentando i bordelli, mettendo prostitute e travestiti di fronte a una domanda: “Quanto prendi, sorellina? Così poco? Nessuno ti ha mai detto che vali tutto il sangue di Cristo?”. Salvador ha con sé copie della Bibbia e corone del Rosario che elargisce con generosità, insieme a parole appassionate. Non giudica quelle persone sentendosene superiore ma non retrocede di un passo per annunciare loro la Verità del Vangelo. “Dio non ha figli preferiti – spiega a Cotelo – né speciali. Gesù non viene a giudicarci ma ci mostra un amore incondizionato. Non voglio che queste persone muoiano senza saperlo”. Francisco Verar – per restare in Sudamerica – è un sacerdote “nato per miracolo” (sua madre, che dopo dodici anni di matrimonio non aveva ancora avuto la gioia di un figlio, fu dichiarata sterile dai medici. Una preghiera alla Madonna fu la migliore cura per la fertilità). Don Francisco fu chiamato da Dio a costruire una missione in un angolo della giungla di Panama, dove dedicarsi ai poveri, alle donne e ai bambini che avevano subito abusi di ogni genere. Migliaia di persone beneficiano del suo aiuto e riescono, partendo da quest’angolo sperduto del pianeta, a ricominciare una vita. Qual è il segreto di don Francisco? “La Cristo-terapia”: sia don Francisco sia i suoi protetti trascorrono ore davanti al Tabernacolo in adorazione dell’Ostia consacrata. “Io non faccio niente, la colpevole di tutto è Maria”. Altro che piani pastorali e convegni…

Dalle periferie al centro dell’Impero, Cotelo va a Washington e accoglie la terribile testimonianza del dr. John Bruchalski, un medico che ha speso anni praticando aborti, nella convinzione di aiutare le persone. “Eppure aumentavano le infezioni, le depressioni, le famiglie distrutte… Mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato, perché i farmaci più prescritti al mondo sono gli antidepressivi”. John vive due esperienze mistiche fortissime – “mi si presentò una donna dicendo di essere la Madre di tutti gli uomini e mi chiese: perché mi stai ferendo, John?” – dopo le quali smise immediatamente di praticare aborti per offrire la sua esperienza e la sua professionalità a servizio della vita. Da Washington a Las Vegas, Cotelo incontra Lola Falana, attrice e ballerina costretta da anni per una malattia su una sedia a rotelle: la fine della sua carriera come ballerina ma l’inizio di una vita completamente nuova. Lola spalanca una porta che aveva sempre tenuto serrata e Dio entra nella sua quotidianità. “Se potessi parlare al mondo per un attimo, direi solo: sveglia! Gesù ti guarda ogni secondo della tua vita e aspetta solo che tu Gli dica una cosa: grazie per amarmi così tanto”.

Seguendo le tracce fornitegli dagli incontri con queste persone, lo 007 della fede arriva a Mostar, dove incontra Filka Mihalj, un’altra donna che ha sperimentato ogni tipo di piacere fine a se stesso fino alla rivoluzione della fede che le ha cambiato l’esistenza. Decisivo l’incontro, in un villaggio della ex Jugoslavia, con alcuni bambini che sostenevano di parlare con la Vergine Maria. “Dicevano di conoscere un modo infallibile per ritrovare la pace. Sembrava una pazzia ma invece…”. Che non fosse una pazzia lo conferma l’italiana Silvia Buso, una ragazza di Padova che a Medjugorje ha ritrovato l’uso delle gambe ma solo dopo aver chiesto il “vero miracolo”, quello di ritrovare il sorriso dopo che una malattia ne aveva costretto il fisico atletico sulla sedia a rotelle e piagato da feroci crisi epilettiche. L’indagine di Cotelo termina a Medjugorje – “Il centro spirituale del mondo”, secondo una confidenza di Giovanni Paolo II – ma da lì riparte per allargare la ricerca al mondo intero. La Chiesa non si è ancora espressa sull’autenticità delle apparizioni (di fatto non può finché esse sono in corso e per il responso bisogna attendere che terminino) ma i passaggi di Terra di Maria che più colpiscono, emozionano e provocano sono proprio quelli in cui parlano i fatti.

Un film per alcuni o per tutti? Juan Manuel Cotelo non ha dubbi: Terra di Maria è un film per tutti. Qualcuno potrà disprezzarlo o non prenderlo sul serio ma potrebbero essere proprio questi destinatari inconsapevoli i primi a beneficiare della sfrontatezza (anche estetica) di questo regista spagnolo che non ha paura di essere preso per matto. Ricordate il personaggio di Johannes in Ordet di Carl Theodor Dreyer? È quello a cui nessuno dà retta ma è anche colui che alla fine permette il compiersi di un miracolo. Un capovolgimento narrativo spiazzante, oltre che per i personaggi di quel film, anche per lo spettatore, chiamato forse con un certo salutare disagio a misurarsi con ciò che sa o che crede di sapere sulla vita e sull’uomo. Alla fine il destino di un film, di qualunque film, si costruisce nel cuore e nella vita del suo spettatore. Forse dopo aver visto questo, al prossimo soffio che ci accarezzerà sulla via, anche noi sapremo riconoscere i segni di Gesù che passa.

Il piano delle presentazioni del film nelle varie città italiane è disponibile sul sito:

www.terradimaria.it

 

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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