MILLION DOLLAR BABY

Titolo Originale: Million Dollar Baby
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Paul Haggis da un racconto di F.X.Toole
Produzione: Clint Eastwood per Malpaso Productions,Albert S.Ruddy Productions, Lakeshore Entertainment, Warner Bros. Pictures
Durata: 137'
Interpreti: Clint Eastwood, Hilary Swak, Morgan Freeman

Frankie Dunn, prima pugile e poi allenatore di boxe, gestisce una palestra di pugilato a Los Angeles con Scrap, anche lui ex pugile. Nella sua vita ad un certo punto compare Maggie, una ragazza decisa a salire sul ring. Frankie prima la respinge, poi accetta di allenarla e tra i due nasce un rapporto destinato a rompere la solitudine del vecchio allenatore.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ciò che conta nella vita è "avere l'occasione"; quando è passato il tempo del ring e degli applausi ed arriva il momento del dolore e dell'infermità, la scelta della protagonista per un testardo rifiuto della speranza di vivere sembra una forzatura del regista che gioca sporco con lo spettatore in un contesto altamente emotivo e tanto più delicato perché la pellicola è così ben fatta.
Pubblico 
Adolescenti
Per la violenza dei combattimenti di pugilato e alcune scene di forte tensione emotiva
Giudizio Artistico 
 
Architettura perfetta di una sceneggiatura rigorosa ed emozionante. Eccelllenti i tre protagonisti: Clint Eastwood, Hilary Swak, Morgan Freeman

Clint Eastwood torna davanti e dietro la macchina da presa per cogliere lo spirito di un’America che cerca il rispetto nei pugni sferrati al sacco o a un avversario, ma che alla fine ama rifugiarsi nell’effimera luce di un affetto tra esseri umani bastonati dalla vita e dai propri simili.

Million Dollar Babyè un film sulla boxe che usa la boxe come metafora esistenziale, un film che pone grandi domande attraverso l’architettura perfetta di una sceneggiatura rigorosa ed emozionante, perfino quando, arrivando al suo tragico esito, non manca di suscitare obiezioni e dibattiti.

Non c’è spettatore che non senta il desiderio di “adottare” la povera Maggie Fitzgerald, una donna non più giovanissima, cameriera dall’età di 13 anni e abituata a mangiare gli avanzi dei tavoli che serve pur di mettere da parte i soldi per pagarsi la palestra e i guantoni (ma questa scena riesce a non essere facilmente patetica grazie alla dignità che Hilary Swank conferisce al suo personaggio). Ammiriamo il suo coraggio, il suo cuore, anche se veniamo avvertiti che il cuore non basta a fare il grande campione sul ring. Bisognerebbe avere un cuore di pietra, del resto, per non leggere in quegli occhi, che nonostante tutto non hanno perso la speranza di un futuro diverso, il desiderio di ritrovare la tenerezza di un padre perduto troppo presto e la tenacia di cercarlo in un uomo che per vivere fa picchiare i suoi pupilli.

E Frankie Dunn, nonostante abbia vissuto ai bordi di un ring dove la vittoria dipende dall’annientamento dell’avversario (niente di più lontano dalla nobile arte di ottocentesca memoria), è tutto meno che un cuore duro. Lo sa bene il suo amico Scrap, legato a lui da una relazione a cui non sono estranei senso di colpa e rimpianto. E lo sanno i disperati che frequentano la sua palestra, il cattivo affare che avrebbe dovuto assicurare una pensione dorata al vecchio Clint e invece lo costringe a fare i conti con la candeggina di seconda qualità. Lo stesso Dunn non nasconde i segni del tempo: la pancia, le rughe, la fatica necessaria ad inginocchiarsi per la preghiera della sera (anche se quest’ultima ha forse più a che fare con un’ultima volontà di autosufficienza piuttosto che con l’artrite).

Eppure c’è tutta la forza ineluttabile del destino nell’incontro di questi due esseri così tragicamente complementari: una ragazza che dice di volere il successo tra le corde, ma forse cerca solo il padre perduto, e un allenatore non più giovane, abbandonato dal pugile che doveva portare al titolo, ma ancor di più segnato dall’aver rotto con una figlia a cui continua a scrivere senza mai ottenere risposta.

Una volta accettato il rischio del contatto, grazie anche all’insistenza di Scrap, il rapporto che si crea tra i due è immediatamente forte e conflittuale come solo quando c’è davvero di mezzo l’amore. In questa relazione piena di pudore, infatti, si proietta sì un sogno americano di riscatto sociale basato sulla forza di volontà, ma la perfetta architettura della sceneggiatura semina da subito l’urgenza di arrivare al cuore di una vicenda che ha una dimensione esistenziale più che sociologica.

Il tempo della carriera di Maggie e del suo legame con Frankie, infatti, sarà breve, in lotta contro la giovinezza che fugge insieme ai sogni di gloria, in lotta contro un mondo per cui la vita di questi due “ruderi” sembra non valere più nulla.

Così, mentre la carriera di Maggie, contro ogni previsione, decolla nel giro di poco più di un anno, questo “trionfo della volontà” non cancella il senso di abbandono legato ad una famiglia naturale incapace di capire e amare. Proprio il ritratto di questa umanità rapace e imbrogliona è la spia di un’inesorabile parabola destinata a imboccare il suo lato discendente. Non a caso, proprio nel viaggio di ritorno dalla visita al campo di roulotte dove vivono i Fitzgerald si consuma un dialogo che è l’esatta prefigurazione del finale del film.

L’appuntamento con il destino, a cui la voice over di Scrap introduce con consumata perizia di narratore, però, non è, come forse alcuni si sarebbero aspettati, la chiusura di un percorso da atleta in stile Rocky, ma l’inizio di una vicenda di nuovo dolorosa il cui esito, reso quasi necessario dal disegno accurato degli snodi del racconto, ha suscitato commenti contrastanti al di là dell’oceano.

E se è vero, come più volte dichiarato dallo stesso Eastwood, che il terribile gesto finale in qualche modo discende quasi naturalmente dalla strutturazione dei personaggi e dal concetto di ruvida dignità tipico di tante pellicole del regista, si potrebbe notare che l’idea di lotta associata alla richiesta di morte di Maggie, per sempre invalida in un letto d’ospedale, è in netto contrasto proprio con quegli insegnamenti che avevano cementato il suo rapporto con Frankie.

Indietreggiare per avanzare, ma senza farsi mai mettere all’angolo, ci dice chi spiega la logica capovolta della boxe. E continuare a respirare per poter sostenere lo sforzo dello scontro… L’idea che la lotta consista piuttosto nel lasciarsi venire meno quando è passato il tempo del ring e degli applausi e la decisione di staccare il respiratore che pompa aria e vita nei polmoni, invece, sembra dipendere da un testardo rifiuto della speranza quando essa è posta nella difficoltà del dolore e della dipendenza assoluta.

Non è estranea a questa prospettiva, a parere di chi scrive, la mancanza di una reale apertura trascendente; se Frankie è il fedele quanto esasperante frequentatore della messa mattutina, non sembra affatto che questa sua fede fatta di domande fin troppo astratte abbia una vera rilevanza sulla vita.

O forse dobbiamo pensare che la caratterizzazione di Frankie come cristiano e cattolico sia volutamente fuorviante? La sacralità della vita, dal concepimento al suo naturale spegnersi (per quanto doloroso e “ingiusto”), è un punto fermo che dovrebbe essere chiaro e caro al cuore di chi crede; rappresentare invece un credente che poi, più o meno forzato dalle circostanze esterne, acconsente a togliere la vita ad una persona è una forzatura che gioca sporco con lo spettatore in un contesto altamente emotivo e tanto più delicato perché la pellicola di cui parliamo è così ben fatta.

In questa situazione, per altro, l’altro personaggio coinvolto è un sacerdote incapace di dialogare davvero e di presentare le sue convinzioni, confortando un fedele in una decisione forse dolorosa ma decisiva; così Frankie è lasciato a se stesso in una scelta che, anche in una prospettiva unicamente umana (questo almeno è ribadito a voce e chiarito dal finale) non può che scavare un abisso nell’animo di chi la compie.

La tenerezza dei gesti di quest’uomo rude e pieno di rimorsi, per altro, ancora prima della richiesta di “eutanasia” da parte di Maggie non sa esprimere a parole un’alternativa all’annientamento, visto quindi come una soluzione pietosa, o addirittura come il più grande gesto d’amore.

Non si tratta nemmeno di fare in astratto un discorso sulla dignità e sul valore dell’essere umano anche nella sua condizione più disperata (un discorso già affrontato qualche tempo fa da Mare dentro, meno bello e più ideologico); ma che una donna, pur duramente segnata e decisa a morire, sia in realtà ben diversa da un cane paralizzato dovrebbe essere chiaro a tutti, ma in particolar modo a chi crede.

Dispiace di più pensare che per questo grande vecchio che sa dipingere con tanta bravura le vertigini del cuore umano, diviso tra il desiderio dell’indipendenza assoluta e quello dell’appartenenza - pur breve, pur effimera - al rapporto con un altro, i giochi sembrino chiudersi nell’alternativa tra morte e disperazione; in questo modo come il peso della colpa faceva affondare nel Mystic River non solo i cadaveri di assassini e presunti tali, ma anche la moralità di chi decideva di uccidere, l’esilio per nulla dorato (forse vero, forse solo pietosamente immaginato) di Frankie Dunn, è un crepuscolo in cui al coraggio, per alcuni folle, della lotta per la vita e la vittoria (anche quando è vittoria sulla propria umana disperazione) si è preferita la resa in un match dagli esiti forse troppo incerti per accettare scommesse.

Elementi Problematici per la visione: qualche scena di violenza nei limiti del genere; alcune scene di forte tensione emotiva.

 

La recensione sarà inserita  nel libro di prossima pubblicazione:
Scegliere un film 2005

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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