FLAGS OF OUR FATHERS

Titolo Originale: "FLAGS OF OUR FATHERS"
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Paul Haggis, Wiliam Broyles Jr
Durata: 130'
Interpreti: Ryan Philippe, Jesse Bradford, Adam Beach

1945. Se in Europa , dopo lo sbarco in Normandia, si inizia ad intravedere la fine della guerra, quella in Estremo Oriente è ancora tutta da fare. La prima vera invasione del territorio giapponese fu la conquista in quell' anno dell'isola di Iwo Jima, che costò agli americani 2000 morti solo nel primo giorno. In modo del tutto occasionale un fotografo dell'Associated Press riprese sei soldati che  innalzavano la bandiera USA sulla colle dell'isola e che fu vista da subito come simbolo  dell'inizio della vittoria....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film ha il pregio di stimolare il tema non banale delle vere ragioni della solidarietà e dell'eroismo in guerra, anche se propende verso una forma di umanesimo a corto raggio, che manca di apertura verso l'impegno sociale
Pubblico 
Adolescenti
Alcune immagini impressionanti di mutilazioni causate dai combattimenti
Giudizio Tecnico 
 
Il film, nelle scene di guerra, non regge il confronto con Salvate il soldato Ryan (che sottolinea meglio i drammi personali) e i tre protagonisti sono visti dall'esterno, senza che ne vengano approfonditi i caratteri

Il film è rivolto sopratutto a un pubblico americano. Chi è stato giovane nel 1945  avrà rivissuto quei momenti di incertezza sull'esito della guerra sul Pacifico e l'effetto catalizzatore che ebbe l'immagine di sei soldati intenti a issare con fatica la bandiera statunitense sulla collina dell'isola di  Iwo Jima, il primo pezzo di territorio giapponese conquistato. La foto piacque non solo per la pittoricità della composizione (riprodotta nella statua-monumento ai marines nel cimitero di Arlington) ma proprio perché l'anonimato di quei sei soldati (nessuno rivolge lo sguardo verso l'obiettivo) consentiva, per tutti i familiari rimasti a casa, di vedere in essi l'immagine dei loro figli . Giusta scelta, anzi inevitabile, è stata l'aver lasciato il titolo del film in inglese: anche se questo enfatizza  ulteriormente il diverso sentire fra noi europei ed americani: "le bandiere dei nostri padri" sarebbe diventato per noi urtante retorica, mentre per il regista Clint Eastwood è stato il punto di partenza per affrontare il tema dell'eroismo, visto nel suo doppio volto  di cruda realtà di esseri  umani   votati al sacrificio più o meno consapevole e di mito in grado di smuovere, esaltare un'intera nazione.

Ma è anche  una riflessione sulle guerre moderne, che già allora ma più chiaramente adesso si combattono per immagini, si combattono alla televisione. "Una foto può far vincere o perdere una guerra" commenta la voce di sottofondo, che paragona l'immagine dei sei marines che issano la bandiera, simbolo del  risveglio dell' orgoglio nazionale, a quella del sud vietnamita che fa saltare le cervella con un colpo di pistola ravvicinato a un presunto Vietcong, cupa avvisaglia  della fine della presenza americana  nel sud- est asiatico.  Non importa disporre dell'esercito più forte del mondo se si perde la battaglia sul fronte interno, se la gente non è più convinta che valga la pena  combattere.

Clint alterna le immagini della battaglia combattuta, metro per metro sulle spiagge di Iwo Jima con perdite elevatissime (7.000 americani e 21.000 giapponesi) alla tournee dei tre sopravvissuti per le principali città americane per ripetere all'infinito il gesto di issare quella bandiera e poi invitare la folla a sottoscrivere i buoni di guerra. Gesti e discorsi visti con un crescente disagio da parte loro, semplici porta-ordini che si erano preoccupati solo di salvare la loro pelle e che ora vengono messi in mostra per dare testimonianza degli eroi veri, quelli che erano morti per essersi esposti più degli altri.

La voce di sottofondo, il figlio di uno dei tre sopravvissuti (autore del libro da cui è stato tratto il film) alla fine conclude: "Gli eroi sono una cosa che creiamo noi, una cosa di cui abbiamo bisogno....se mio padre e i suoi amici corsero quei rischi   e riportarono quelle ferite, lo fecero unicamente per i compagni. Avranno anche combattuto per la patria, certo, ma morirono per i loro amici, per l'uomo davanti a loro, per l'uomo al loro fianco".
Clint Eastwood, un'altro paladino, fra i tanti, di teorie individualiste,  continua in questo modo la tematica già chiaramente espressa in Million Dollar Baby: ciò che conta per ogni uomo è essere solidale, aiutare chi ci sta accanto senza altri ideali che non sia la realtà contingente, quella del "tu e io" in questo momento. Se in Million  Dollar Baby, che si era concluso con un gesto di eutanasia per eliminare le pene di una  ragazza rimasta paralizzata,  "l'antagonista" era la fede che condanna tale atteggiamento, ora in Flags of Our Fathers "l'avversario" è  la doverosa ma un po' cinica ragion di stato di chi ci governa, impegnata a raccoglier fondi per la guerra..

Clint si muove comunque sul filo di una mal celata ambiguità: se sembra smitizzare la figura dell'eroe, non mostra un atteggiamento pacifista: non rinuncia alla spettacolarità dei combattimenti e partecipa all'emozione di quei soldati all'arrivo sull'isola dei primi bombardieri  americani (la ragione di tanto sangue era stato appunto quella di disporre di una base aerea da cui iniziare  i bombardamenti su Tokio).
Se sembra invitarci  a una visione pragmatica e contingente della vita, la voce fuori campo ci ricorda  che il mito dell'eroe "è un modo per capire ciò che è quasi incomprensibile: come alcune persone possono sacrificarsi tanto per noi".  Lo stesso regista sembra qui come arrestarsi  di fronte a una realtà che sfugge allo  schema che ha così accuratamente imbastito: quel mistero che c'è dentro  ogni uomo, quella sua capacità di andare al di là di se stesso, a volte anche contro se stesso, per gli altri.

Autore: Franco Olearo


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