CUORE SACRO

Titolo Originale: " CUORE SACRO"
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli
Produzione: R&C Produzioni
Durata: 117'
Interpreti: Barbora Bobulova, Andrea Di Stefano, Lisa Gastoni, Massimo Poggio, Erica Blanc, Camille Dugay Comencini

Irene è una donna in carriera. Spalleggiata da una inflessibile zia, conduce al successo l'azienda paterna con decisione e spregiudicatezza. Tornata fra le mura del  palazzo dove ha trascorso l'infanzia  con l'intento di farlo diventare un complesso di minialloggi, percepisce nella stanza dove è vissuta come reclusa sua madre fino alla morte, una presenza misteriosa. Ora Irene sente, come già accadde a sua madre,  il desiderio di dedicare  tutta se stessa ed i suoi beni a portare sollievo ai tanti emarginati  e indigenti di un vecchio quartiere di Roma.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La protagonista decide di prendersi cura dei poveri e degli emarginati ma le motivazioni appaiono oscillanti fra un generico senso di colpa per la propria ricchezza e la risposta ai richiami dello spirito della madre morta
Pubblico 
Adolescenti
Un caso isolato di colloquio osceno. Una rapida immagine di nudità vista come spogliazione di tutti i propri beni
Giudizio Artistico 
 
Il film risente della pesantezza di una costruzione intellettuale che non rende credibili le più profonde motivazioni dei protagonisti

Ferzan Ozpetek si è da tempo rivelato come un autore sensibile e di talento.
Fatta eccezione per due escursioni nel suo paese di origine,  la Turchia (Il bagno turco - 1997 e Harem Suare - 1999) , negli altri  tre film (fra cui appunto Cuore Sacro) di cui è stato regista e sceneggiatore  ( Le fate ignoranti - 2000 e La finestra di fronte -2003) ha scelto sempre di ambientare le sue storie in colorati quartieri popolari  di Roma, ancora non intaccati dalla speculazione edilizia.

Da quando ha deposto l'abito dell'attore ed ha iniziato a realizzare  film scritti da lui stesso, ha mostrato di avere a cuore due cose in particolare: dimostrare l'equivalenza da un punto di vista affettivo fra l'amore uomo-donna e quello omosessuale e manifestare un'attenzione specifica per gli emarginati  ed i più poveri.

In Cuore Sacro ha distolto la sua attenzione sul primo tema per concentrarsi interamente sul secondo: Irene (Barbora Bobulova) è una donna-manager che scopre la vocazione  di porsi al servizio, di "prendersi cura" degli altri,  fino al "non voler più niente per sè" e alla spogliazione, anche fisica, da tutti i suoi beni (la sequenza  di  Irene che dona uno ad uno i suoi abiti nella stazione metropolitana è una evidente citazione del finale di "Teorema" (1968) di Pasolini, quando l'imprenditore interpretato da Massimo Girotti si  denuda nella stazione di Milano).

"Ognuno di noi ha due cuori: uno eclissa l'altro, ma se potesse vederlo, capirebbe che è un cuore sacro e non potrebbe più fare a meno della sua luce" spiega un vecchio domestico a Irene, sempre più incerta nel pieno della sua dolorosa metamorfosi.

Ozpetek ha voluto trasmetterci questo sua preferenza per gli  ultimi e polemizzare con il mondo consumistico che tende ad avvolgerci e soffocarci  ("se le persone non sanno di desiderare una borsetta, noi dobbiamo creargli quel desiderio"- dice l'Irene ancora manager) attraverso  una forma altamente  simbolica e complessa, dove la costruzione intellettuale prevale su una più immediata percezione del calore umano dei protagonisti.
Il  difetto di questo film è proprio quello di  presentarci personaggi che non ci appaiono veri (farei eccezione per Padre Carras -Massimo Poggio- nel suo pragmatismo di sacerdote che cerca di fare tutto ciò che può e la piccola Benny - Camille Dubay Comencini - debole ladruncola del quartiere che si difende con mille bugie).

La pur brava Lisa Gastoni, nell'interpretare il personaggio di zia Eleonora , appare rinserrata nello stereotipo di donna inflessibile e determinata ad accrescere il suo potere economico; il popolo sbandato  degli indigenti e barboni del quartiere è visto come una totalità indistinta dagli occhi inteneriti di Irene, privi di una personalità autonoma. La figura del giovane barbone demente appare introdotta al solo scopo di  pervenire ad una estetica della pietas  (Irene accoglie tra le sue braccia un giovane che ha perso il senno per il rimorso di un delitto commesso, quasi una rappresentazione vivente della Pietà di Michelangelo)..

Infine la stessa Barbora,  che nella sua fissità espressiva non è stata aiutata dalla difficile sceneggiatura, non riesce a darci il senso pieno della sua trasformazione. Un'altra Irene, quella interpretata da Ingrid Bergman in Europa 51 (1952) di Roberto Rossellini, che  decide anch'essa dedicarsi alla cura dei malati e dei sofferenti dopo il suicidio del figlio che si considerava trascurato, aveva un ben diversa profondità.

Sono  evidenti nel film  suggestioni derivate dalla spiritualità francescana, ma in questo film tutta l'attenzione è rivolta  verso l'uomo, senza che vengano chiamate in causa nessuna delle due grandi fedi (quella cristiana e quella musulmana) con  cui il regista è venuto in contatto ("Dio non è né nelle Chiese né nelle Moschee: è in mezzo alle strade, fra coloro che hanno bisogno" esclama Irene quando viene invitata da don Carras a incontrare il vescovo).
Dario Argento, intervistato dopo aver visto il film, ha esclamato con soddisfazione  che anche per i  "laici" si può parlare di dedizione di sé verso gli altri.

Mia personalissima opinione è che la posizione del regista sia differente: Ozpetek è troppo intelligente per non capire che da un punto di vista squisitamente umano si può amare il prossimo come se stessi ma per amare gli altri fino all'annullamento di sé stessi ci vuole qualcos'altro. Il film in effetti denuncia in più momenti una tensione verso il soprannaturale, anche se questa scivola verso un sincretismo indifferenziato ed un astio verso le religioni istituzionalizzate ("le religioni sono come tanti vascelli che portano tutti alla verità, a Dio , ma spesso ci concentriamo troppo sul vascello e perdiamo di vista la meta"- fa dire a un protagonista).
Oppure devia verso un misterioso ed inquietante rapporto fra i vivi e i morti : questi ultimi ci vengono a visitare per risvegliare il nostro io più sepolto, come fa la madre verso Irene. La sequenza finale sembra perfino alludere a una forma di reincarnazione della madre nella bambina Betty.

In conclusione si è tratto di una scivolata del regista (speriamo di breve durata) dopo le belle prove precedenti, essendo venuto meno uno dei suoi pregi (il tratteggiare l'umanità  dei protagonisti con insolita sensibilità) e per non aver conferito  maggior profondità e coerenza alle sue riflessioni sulla necessità  di ribellarsi alla logica del denaro per ritrovare la nostra  umanità smarrita nell'attenzione verso i più bisognosi.

Autore: Franco Olearo


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