SENZA LASCIARE TRACCIA

 
Titolo Originale: Leave No Trace
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Debra Granik
Sceneggiatura: Debra Granik, Anne Rosellini
Produzione: BRON CREATIVE, TOPIC STUDIOS, HARRISON PRODUCTIONS, REISMAN PRODUCTIONS, STILL ROLLING PRODUCTIONS FILMS
Durata: 107
Interpreti: Ben Foster, Thomasin Harcourt McKenzie (Thomasin McKenzie)

Fra i boschi del Parco Nazionale dell’Oregon vivono Will, un veterano di guerra che è rimasto traumatizzato da ciò che ha vissuto e Tom, sua figlia quindicenne, che ha cresciuto addestrandola a sopravvivere nella foresta. Scendono in città solo per comperare ciò che non possono ricavare dalla natura e Will ottiene i soldi di cui ha bisogno vendendo le ricette che gli vengono prescritte come veterano affetto da disordine post traumatico. Un giorno la polizia li scopre e li porta in città. Gli assistenti sociali riescono a trovare per loro una casa, un lavoro e Tom inizia a frequentare la scuola, con un crescente interesse verso questa nuova vita di relazioni. Ma il padre non riesce ad adattarsi e convince la figlia a prendere i bagagli e a salire clandestinamente su di un treno merci in cerca di nuovi boschi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nessuno è cattivo in questo film: tutti esprimono una sollecita premura nel prestare aiuto a chi ne ha bisogno.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista è molto brava nel rappresentare il suo ideale fondato sulla sinergia fra una natura generosa e una umanità solidale. Ottima interpretazione dell’emergente Thomasin McKenzie-Harcourt

Verso metà del film, quando padre e figlia sono stati accolti in una comunità che vive in roulotte ai margini di un bosco, Tom fa amicizia con una signora che periodicamente appende un sacco a un chiodo conficcato in un albero della foresta. Il sacco è pieno di generi alimentari e attrezzi utili per la sopravvivenza. Quel sacco è destinato alle tante persone che vivono nascoste fra gli alberi e in effetti, dopo pochi giorni, il sacco viene trovato vuoto. Come era già accaduto nel suo precedente film, Un gelido inverno, la regista indie Debra Granik è interessata ai tanti luoghi che ancora esistono nel grande continente americano che sono lontani dai grandi agglomerati urbani e che si prestano ad essere luoghi ideali per chi, per scelta o per necessità, desidera allontanarsi dalla complessità del mondo moderno. Se Un gelido inverno ci parlava di una piccola comunità che viveva di espedienti e traffici illeciti ai margini di una riserva indiana, in quest’ultimo lavoro troviamo un gruppo di persone che ha scelto come proprio mondo un campo di roulotte e uno spiazzo centrale dove mangiare e cantare assieme 

Che cosa ci vuole trasmettere la regista e sceneggiatrice Debra Granik? Il rifiuto della complessità e della falsità del mondo moderno? E’ un’idea che viene in mente quando vediamo padre e figlia camminare a piedi in mezzo al traffico assordante di una metropoli, dopo che li abbiamo appena visti, nel silenzio dei boschi, bere dall’acqua piovana e accendere il fuoco con una pietra focaia. Anche le riprese sono significative: la regista privilegia in città i campi lunghi e i due ci appaiono come due punti sperduti fra i grattacieli, rispetto ai primi piani fra i boschi.

E’ sicuramente questo l’atteggiamento di Will, che fugge dal mondo, per una ferita che non riesce a rimarginare ma lo sguardo della regista non è polemico (siamo agli antipodi di un film come Captain Fantastic, dove un padre di sei figli vive nello stesso parco dell’Oregon, in disprezzo del mondo dei consumi e del capitale) ma piuttosto propositivo di un mondo dove la natura e l’umanità sono in stretta simbiosi.

Ecco il ragno che tesse con meticolosa precisione la sua tela (scena che apre e chiude ilfilm) simbolo della paziente costruzione della natura.  Tom scopre che può senza timore, accogliere le api fra le sue mani nude. Perfino l’amicizia con un cane è vista come la miglior soluzione per far trovare al padre Will un po’ di serenità.

Anche l’umanità che ruota intorno ai due è del tutto particolare: le persone che incontrano, sia quelli accampati nei boschi che gli assistenti sociali della città, si mostrano premurosi nei loro confronti e attenti alle loro esigenze. Sembra che la regista stia cercando di proporci un mondo irreale ma è così abile nel presentarcelo, grazie alla grande cura nei dettagli, da renderlo una proposta accettabile.

Anche i rapporti umani sembrano perdere, nella sua visione, lo strumento principe che li caratterizza: la parola. Padre e figlia, abituati a vivere in simbiosi per anni, si esprimono per monosillabi e in una delle scene conclusive, bellissima, quando Will e Tom si guardano a lungo senza parlare, uno di fronte all’altra, si stanno dicendo tutto quello che hanno da dirsi. Ci sono buone probabilità che la regista sia riuscita, come aveva già fatto nei confronti di Jennifer Lawrence in Un gelido inverno, di lanciare una nuova diva. Bravissima è infatti Thomasin McKenzie-Harcourt nella parte della figlia: il suo sguardo riesce a esprimere con pochi tratti, curiosità, affetto, premura.

Autore: Franco Olearo


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