RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI

Titolo Originale: Rimetti a noi i nostri debiti
Paese: Italia, Polonia, Svizzera
Anno: 2018
Regia: Antonio Morabito
Sceneggiatura: Antonio Morabito, Amedeo Pagani
Produzione: LOTUS PRODUCTION
Durata: 1,32 su NETFLIX
Interpreti: Marco Giallini, Claudio Santamaria, Jerzy Stuhr, Flonja Kodheli

Guido è un tecnico informatico che ha perduto il lavoro per il fallimento della sua azienda. Prova a proporsi come magazziniere ma anche questa esperienza fallisce. Carico di debiti, non gli resta che presentarsi negli uffici della società di recupero crediti che non gli sta dando un attimo di pace, offrendosi di lavorare per loro finché non avrà saldato il suo debito. Inizia il suo tirocinio affiancandosi a Franco, esperto in quel tipo di lavoro sgradevole, ma la sua esperienza sarà drammatica. Unico suo conforto è andare la sera a bere del whiskey in un bar dove può fare due chiacchiere con la barista, Rina, una ragazza dell’Est che aspetta solo il momento giusto per tornare in patria e un amico, che lui chiama “professore” con il quale fa due chiacchiere e una partita di biliardo…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film denuncia con forza il modo, spesso illegale, con cui viene compiuto il recupero dei crediti. Semplicistica attribuzione di un atteggiamento ipocrita a chi pratica la fede.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Azioni di violenza su persone inermi
Giudizio Artistico 
 
Buona regia e bravi i due protagonisti; la sceneggiatura risente di un eccetto di polemica rabbiosa

Il primo personaggio che ci viene presentato è quello di Franco (Marco Giallini): la mattina esce di buonora dalla sua bella casa, bacia la moglie e porta i due figli piccoli in una scuola cattolica. Affida i figli alla suora che trova all’ingresso e si avvia al lavoro. Un incipit di questo genere non può certo far pensare a un film di ispirazione religiosa ma all’opposto, c’è subito odore di ipocrisia. In seguito vediamo Franco inginocchiato davanti a un confessionale: che si limita a sciorinare qualche peccato veniale ma trascura di citare le sue prodezze notturne: pedinare  i debitori per farli poi gambizzare a suon di manganellate. E’ sicuramente questo un punto debole del film: una denuncia forte e giusta su certi modi sbrigativi con cui è affrontato il tema del recupero dei debiti (un impegno civile uguale a quello mostrato nel precedente lavoro di Antonio Morabito, Un venditore di medicine, sul fenomeno del comparaggio) ma fatta con rabbia, con spirito manicheo. Franco, il cattivo della situazione, sembra all’inizio venir, se non giustificato, almeno compreso: non dà tregua soprattutto ai grossi debitori, che hanno sicuramente i soldi necessari a saldare i loro debiti, si dimostra leale con Guido che con il suo aiuto riesce a chiudere il suo debito e preserva la serenità della sua vita privata con una regola ferrea: “a casa non si parla di lavoro”. In seguito però mostra il suo ingiustificabile cinismo vessando anche chi ha solo i soldi necessari per portare avanti una vita di stenti.  Morabito finisce così per distruggere quella costruzione di un personaggio negativo ma dai risvolti umani che aveva portato avanti fino a quel momento.
Più coerente la figura di Guido (Claudio Santamaria) che accetta per necessità il nuovo lavoro, inclusi i risvolti più sgradevoli, ma il suo disincanto e il suo pessimismo nei confronti del mondo vengono attenuati dalla vicinanza di un vero amico (il “professore”) che sa  distrarlo facendogli una divertente lezione di economia sui poteri che non si possono toccare  e la barista Rina, l’unica con cui riesce a confidarsi pienamente.
E’ proprio nei periodici incontri fra Guido e Rina la parte più esteticamente fascinosa del film, perché Morabito, con l’aiuto della fotografia di Duccio Cimatti e della scenografia di Marcello di Carlo, realizza delle vere e proprie “sequenze Hopper”. Guido è ritratto frontalmente al bancone, ripreso da lontano, a testa bassa, con un bicchiere in mano; dietro di lui una grande vetrata fa intravedere un esterno serale, con macchie blu. In primo piano Rina è intenta a pulire dei bicchieri colorati.

Sono queste inquadrature e la bravura dei protagonisti la parte più riuscita del film inclusa una certa melanconia e fatalità di fondo che pervade tutti i personaggi, ritratti molto spesso di notte. Peccato che l’efficacia della denuncia venga attenuata da una schematizzazione troppo semplicistica fra i cattivi da una parte e i poveri diavoli.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix ed è il primo film della casa realizzato in Italia

Autore: Franco Olearo


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