LA TUNICA

 
Titolo Originale: The Robe
Paese: USA
Anno: 1953
Regia: Henry Koster
Sceneggiatura: Gina Kaus, Albert Maltz, Philip Dunne
Produzione: TWENTIETH CENTURY-FOX
Durata: 135
Interpreti: Richard Burton, Jean Simmons, Victor Mature, Jay Robinson

Il tribuno Marcello Gallio ama godersi la vita, con il vino e le belle donne. Il suo atteggiamento sfrontato finisce per metterlo in contrasto con Caligola, il figlio dell’imperatore Tiberio e per punizione viene spedito in Giudea. Qui riceve l’incarico di crocifiggere sul Golgota tre malfattori, fra cui anche un certo Gesù, proclamato il Messia. Marcello gioca tranquillamente a dati mentre i tre sono in agonia e vince la tunica di Gesù. Gli basta però mettersela sulle spalle per sentirsi come folgorato. Da quel momento non ha pace anche quando ormai è tornato a Roma. Su consiglio dello stesso imperatore Tiberio, si reca di nuovo in Giudea per ricercare la tunica e distruggerla e annullare così il suo influsso malefico. Nella ricerca incontra Pietro e altri cristiani che hanno conosciuto Gesù fra cui Miriam, che gli parla della bellezza del Suo messaggio. Marcello, ormai guarito, si converte alla nuova religione ma, tornato a Roma, viene a sapere che il nuovo imperatore, Caligola, è sulle sue tracce perché, come cristiano, lo considera un traditore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un tribuno romano, convertitosi al cristianesimo, sa coraggiosamente affrontare le conseguenze della sua scelta
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Grosso impegno tecnologico per l’epoca, primo film in Cinemascope ma la recitazione di quasi tutti i protagonisti è modesta

“Chi sei tu?” -domanda Marcello a un uomo che gli ha raccontato che Gesù è stato tradito proprio da uno dei suoi discepoli,“perché gli uomini inseguono la verità e quando la trovano la ripudiano... e dubitano, dubitano..”. L’uomo risponde: “Sono Giuda!” e subito dopo un forte rombo di tuono si fa sentire, mentre i lampi squarciano il cielo. Questa e altre situazioni un po’ teatrali si susseguono in questo film del 1953, il primo realizzato in Cinemascope, l’arma segreta inventata dagli Studios di Hollywood per contrastare l’avanzata della televisione, un anno dopo che era stato lanciato anche il Cinerama, senza molto successo. In effetti lo slogan per la promozione del film fu singolare: “il miracolo moderno che puoi vedere senza occhiali” ma in fondo fa piacere pensare che appena si sviluppa una nuova tecnologia (com’era accaduto ai primi tempi del cinema muto) gli autori pensano subito che possa essere utile per raccontare la storia di Gesù.

A dire il vero a quell’epoca le sale attrezzate per il Cinemascope erano veramente poche e le riprese vennero fatte anche nel formato standard; lo si nota dal fatto che l’evento principale di ogni sequenza é stato posto sempre al centro dell’inquadratura, per consentire il taglio dei bordi laterali.

Il film ebbe comunque quell’anno un enorme successo e arrivò secondo negli incassi solo a Peter Pan.

Il racconto è diviso nettamente in due parti: la prima serve a farci conoscere il Tribuno Marcello, la sua ragazza Diana, conosciuta fin dall’infanzia, il suo schiavo Demetrio, suo padre di nobile famiglia, che auspica che metta finalmente la testa a posto e il primo soggiorno in Giudea, dove non sembra abbia cambiato le sue abitudini dissolute. In questa prima parte il rapporto con la nuova fede è semplicisticamente miracolistico: Demetrio incrocia lo sguardo di Cristo mentre sta salendo il Calvario ed è quanto basta per decidere di seguirlo; Marcello, al solo toccare la tunica, ne resta come folgorato.
La seconda parte è meglio costruita: Marcello si trova a Cana e inizia progressivamente a conoscere la comunità cristiana, il loro reciproco volersi bene, il loro essere generosi con gli altri, inizia la sua presa di coscienza e la sua progressiva conversione. Determinante è la conversazione fra Marcello e Miriam: si contrappongono due visioni della vita: lei gli prospetta l’invito di Gesù, a costruire un novo mondo con l’amore mentre lui ribatte che un nuovo mondo si può costruire solo con la forza. Nel film non c’è alcun cenno a una eventuale responsabilità per la morte di Gesù da parte degli ebrei del tempo (forse i produttori avevano fatto tesoro ci quanto era accaduto al film  Il re dei re  di Cecil De Mille, che fu boicottato dalla comunità ebraica) ma viene imputata interamente ai romani e in più di un dialogo si stabilisce la contrapposizione fra un impero basato sulla forza e la schiavitù dei popoli vinti e il nuovo messaggio di amore del Messia, a cui si aggiunge una istanza, forse troppo moderna e molto americana, di libertà.  Sono significative le parole dell’Imperatore Tiberio, quando viene informato della diffusione del cristianesimo, che viene considerato opera di un gruppo di maghi: “Magia? Stolto, che magia?! È un pericolo più grave di qualsiasi magia possa concepire la vostra superstizione! È un desiderio di libertà dell'uomo. È la più grande di tutte le follie!”.

Il protagonista è Richard Burton in una delle performance, per sua stessa dichiarazione, fra le più infelici.

Sia quando deve fare la parte dell’ubriacone gaudente che quando ormai si è convertito, mantiene un’espressione sempre triste e poco convinta. Migliore quella di Victor Mature nella parte dello schiavo Demetrio e della sempre melanconica Jean Simmons. Segno dei tempi è la recitazione di Jay Robinson che deve recitare la parte del cattivo Caligola. La corporatura è mingherlina, la postura è sempre contorta, una pessima caricatura (a quell’epoca, purtroppo, succedeva anche questo) di una persona omosessuale.

La ricostruzione dei munifici palazzi imperiali è sontuosa e accurata anche se, con lo sguardo maliziato dello spettatore moderno, ci accorgiamo che anche gli esterni sono realizzati negli studios, dove il fondale è sempre disegnato.

Autore: Franco Olearo


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