MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO

Titolo Originale: The Death of Stalin
Paese: FRANCIA, GRAN BRETAGNA
Anno: 2017
Regia: Armando Iannucci
Sceneggiatura: Armando Iannucci, David Schneider, Ian Martin (II)
Produzione: QUAD PRODUCTIONS, MAIN JOURNEY, FREE RANGE FILMS, GAUMONT
Durata: 107
Interpreti: Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Jason Isaacs, Michael Palin, Andrea Riseborough,Olga Kurylenko

Mosca, 1953. Joseph Stalin si trova nella sua dacia ad ascoltare un disco che ha espressamente richiesto a Radio Mosca dell’ultimo concerto di Mozart, quando cade a terra colpito da emorragia celebrale. Il primo ad accorrere è Beria, capo della polizia segreta, che evita di chiamare subito un dottore nella speranza che finisca di morire. Dopo che sono arrivati anche Kruskev e gli altri membri del Politburo, viene organizzata una riunione improvvisata per decidere quale dottore chiamare al capezzale del dittatore. Il problema non è di facile soluzione perché quelli più validi sono stati tutti giustiziati e non resta che radunare una equipe improvvisata, costituita da dottori in pensione o troppo giovani. Accertato definitivamente che Stalin è morto, iniziano gli intrighi e gli accordi segreti per stabilire chi dovrà essere il successore del dittatore…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film può avere un valore nella misura in cui vengono descritte realisticamente le atrocità a cui può pervenire una dittatura
Pubblico 
Adolescenti
L’atmosfera di violenza e sopraffazione in cui si svolge il racconto non è adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film eccelle per la ricostruzione di una Mosca anni ’50 e per la bravura degli attori. Discutibile la scelta di fare una satira (ovviamente amara) intorno a quei fatti terribili realmente accaduti

Il regista scozzese Armando Iannucci ama parlare del potere e prenderlo in giro con quell’ironia dissacrante e libera che abbiamo conosciuto da altri importanti autori inglesi: i Monty Python. Con la serie televisiva trasmessa dalla BBC The Thick of it , Iannucci metteva in primo piano un fantomatico e inetto ministro di gabinetto totalmente inadatto a quella carica mentre nella serie Veep , trasmessa dalla rete via cavo americana HBO e poi in Italia da Sky Atlantic, abbiamo conosciuto una vice presidente incompetente  che si sentiva sempre molto vicina al potere senza poterlo mai assaporare realmente.
Con questo portafoglio di successi (con il serial americano ha collezionato numerosi Emmy Awards) Iannucci ha guardato con interesse alla graphic novel: La morte di Stalin dei francesi Fabien Nury e Thierry Robin. Si è trattato di un ottimo connubio artistico perché Iannucci è stato capace di riproporre sullo schermo gli effetti cromatici dell’opera cartacea (il rosso delle bandiere in contrasto con il grigio scuro delle divise, i poderosi palazzi bianchi degli anni trenta di Mosca) e la scenografia è forse una delle parti più curate e meglio riuscite del film.

La narrazione mette a fuoco il comportamento di quel manipolo di uomini che si erano conquistati il privilegio di sedersi allo stesso tavolo del potere di Stalin, in quel momento cruciale del 1953, quando il dittatore muore e il regime di terrore messo in piedi rischia di saltare mentre la lotta alla successione  inizia immediatamente senza esclusione di colpi.

Il tema è estremamente serio ed è legittimo domandarsi se sia stato giusto utilizzare lo stile gelido e sarcastico che abbiamo conosciuto con i Monthy Python. Il punto è che i dittatori sono sempre troppo seri e quel genio di Chaplin aveva già capito qual è il miglior modo per prenderli in giro: smontarli nella loro presunzione, rappresentando un dittatore che gioca con il mondo come se fosse una palla. Si tratta in realtà di un confronto non pertinente. Chaplin, stava sviluppando una satira nei confronti di un uomo a lui contemporaneo, come se qualcuno facesse oggi (come accade di fatto) una satira su Trump; le satire in questo modo sono sempre in qualche modo costruttive, perché fanno comprendere, alla persona a cui è destinata, come certi comportamenti non siano apprezzati dai più.  In secondo luogo Chaplin, a quel tempo, aveva del nazismo una conoscenza superficiale. Lui stesso, finita la guerra, dichiarò: "se avessi saputo com'era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti".

Ecco perché questo film, alla fine, finisce per disturbare: stiamo parlando non di attualità ma di storia, di terribili fatti realmente accaduti, dove non è corretto stabilire quella distanza che si ottiene facendo della satira. Nel film Beria distribuisce continuamente nuove liste di sospettati da fucilare o mandare nei gulag; basta che una persona irriti anche superficialmente Stalin per considerarsi già morto. Il terrore è l’unico movente che spinge le persone ad ubbidire, a subire, a mentire. Non vengono trascurati alcuni fatti realmente accaduti, come la decimazione dei dottori a Mosca e perfino il particolare dell’installazione, sotto il tavolo della sala del Politburo, di un pulsante rosso che venne utilizzato per consentire al generale Georgy Zhukov di fare irruzione, portar via Beria e farlo giustiziare all’istante.

Il film resta comunque di ottima fattura, grazie soprattutto all’ interpretazione tragica e comica al contempo dei protagonisti e alla raffinata scenografia.

Ciò che resta impressa, mirabilmente ricostruita nel film (probabilmente in Computer Grafica) è la folla immensa che avanza silenziosa per rendere omaggio alla salma del loro “padre”. Si tratta di una di quelle immagini che superano il contingente e che ci fanno immergere nei complessi misteri della storia.

Di come un popolo, sicuramente oppresso, abbia saputo riconoscere in lui il salvatore della patria dall’invasione nazista e il traghettamento a un’economia socialista, verso la quale continuava a riporre, a quei tempi, grandi speranze.

Autore: Franco Olearo


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