COCO

 
Titolo Originale: Coco
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Lee Unkrich
Sceneggiatura: di Lee Unkrich, Jason Katz, Matthew Aldrich, Adrian Molina
Produzione: PIXAR ANIMATION STUDIOS
Durata: 109

Il piccolo Miguel ama suonare e cantare. Peccato che i suoi siano calzolai e non sopportino la musica: tutta colpa del trisnonno, che abbandonò la famiglia per fare carriera come chitarrista. Ma è proprio vero che una scelta esclude l’altra? Scoprirlo sarà compito di Miguel, quando per realizzare il suo sogno dovrà guadagnarsi la benedizione dei suoi avi in un rocambolesco viaggio nell’Aldilà…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film riesce a parlare al cuore degli spettatori, usando il linguaggio delle emozioni per comunicare la gioia di invecchiare assieme e di mantenere viva, oltre il tempo e lo spazio, la memoria di chi ci ha amato.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Sul piano grafico, come sempre la Pixar confeziona un microcosmo impeccabile, tra ponti di petali e architetture fluorescenti, ma dà il meglio di sé quando cerca di ricostruire il mondo reale, avvicinandosi alla sensibilità del cinema dal vero. Il tutto corredato da una colonna sonora coinvolgente, orecchiabile e perfettamente integrata nei ritmi del racconto.

Coco, ultima fatica della Pixar, è un film d’animazione che ha alle spalle una gestazione complessa. Già nel 2010 Lee Unkrich, regista di Toy Story 3, aveva lanciato l’idea di realizzare un lungometraggio che parlasse di crescita ed elaborazione del lutto, nella cornice della cultura messicana. Tuttavia, negli anni successivi, sarebbero fioccate le critiche da parte delle comunità latine, e persino le accuse di plagio nei confronti di un altro cartoon, Il Libro della Vita di Jorge Guitérrez (2014), storia d’amore e morte di un torero alle prese con le sue peggiori paure. Alla base delle polemiche c’era il riferimento, evidente nel film, alla festa dei defunti (Día de los muertos), che la Disney, distributrice della pellicola, venne incolpata di sfruttare a scopo commerciale. Nonostante ciò, le somiglianze con l’opera di Guitérrez si fermano in superficie, mentre il nucleo del film è un inno alla vitalità delle tradizioni messicane, ma soprattutto alla vita in generale, che cattura lo spettatore fin dal principio, trascinandolo in una girandola di avventure, in bilico tra fiaba e racconto di formazione.  
Coco è un musical, per cui non stupisce che sia una chitarra a dare il la alla trama: quella che Miguel ruba dalla cappella di Ernesto de La Cruz, leggendario cantante sepolto nel cimitero del paese. A dire il vero Miguel lo considera un prestito, convinto com’è di essere il pronipote del suo beniamino. Invece il furto provoca una maledizione che lo trasforma in fantasma, catapultandolo in un Oltretomba spumeggiante, popolato di scheletri animati (inclusa una spassosa Frida Kahlo) e coloratissimi alebrijes, spiriti erranti del folclore messicano. Le regole di questo mondo sono tante, e il film si prende tutto il tempo che gli serve per tradurle in azione, costruendo un intreccio lineare, ma non privo di colpi di scena. In particolare, il punto di svolta è sancito da una doppia rivelazione: Hector, la guida scavezzacollo di Miguel nel regno dei morti, è infatti il suo vero trisavolo, talentuoso musicista ucciso da De La Cruz per appropriarsi delle sue canzoni. Così, quello che sembrava il funny guy della situazione, e poi il mentore del protagonista, a sorpresa diventa il perno del dramma. 

Ma la vera forza del film sta nello spessore degli argomenti che affronta e nella sua grande intensità emotiva. La fatica di vivere secondo le proprie inclinazioni, il senso di essere una famiglia, il vuoto lasciato da una persona cara, sono temi che Coco riesce a toccare non tanto e non solo grazie all’efficacia della narrazione (a volte fin troppo abbondante), quanto alla vivacità di un cast corale. Un realismo umanissimo, ironico e allo stesso tempo struggente, caratterizza tutti i personaggi, a partire dalla bisnonna di Miguel—la Coco del titolo—a cui papà Hector aveva dedicato la sua canzone più dolce: Ripensa a me. Ecco allora che, di fronte al mistero del tempo che passa, Coco eleva il potere dei ricordi, come forma d’amore che unisce per sempre (evidente nella metafora delle foto, sorta di ‘passaporto’ per i trapassati in viaggio sulla Terra). 
Sul piano grafico, come sempre la Pixar confeziona un microcosmo impeccabile, tra ponti di petali e architetture fluorescenti, ma dà il meglio di sé quando cerca di ricostruire il mondo reale, avvicinandosi alla sensibilità del cinema dal vero. Il tutto corredato da una colonna sonora coinvolgente, orecchiabile e perfettamente integrata nei ritmi del racconto. 
Forse a Coco manca il tocco geniale di film come Up o Inside Out, ma ciò che lo rende un classico  moderno è la sua capacità di parlare al cuore degli spettatori, usando il linguaggio delle emozioni per comunicare, in un’epoca ossessionata dal mito dell’eterna giovinezza, la gioia di invecchiare assieme e di mantenere viva, oltre il tempo e lo spazio, la memoria di chi ci ha amato. 

 

Autore: Maria Chiara Oltolini


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