UN UOMO PER TUTTE LE STAGIONI

 
Titolo Originale: A Man for All Seasons
Paese: GRAN BRETAGNA
Anno: 1966
Regia: Fred Zinnemann
Sceneggiatura: Robert Bolt
Produzione: Highland Films
Durata: 120
Interpreti: Paul Scofield, Wendy Hiller, Leo McKern, Robert Shaw, Orson Welles, Susannah York

Inghilterra, 1529. Il cardinale Thomas Wolsey, Lord Cancelliere d'Inghilterra, convoca Thomas More, allora consigliere della corona, ad Hampton Court: lo vuole al suo fianco per ottenere dal Papa l’annullamento del matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona che non ha potuto dargli un erede. Wolsey vuole usare nei confronti della Chiesa metodi intimidatori ma More rifiuta la proposta. Ritiene che seguire la propria coscienza sia il modo più corretto per occuparsi della cosa pubblica. Nominato Cancelliere, in un incontro amichevole con il re, More continua a sconsigliare il sovrano dal chiedere l’annullamento del matrimonio e non comprende perché il re sia tanto interessato alla sua opinione, visto che tutti gli altri consiglieri sono disposti ad assecondare il suo volere. Il re risponde che gli altri lo fanno per interesse personale, mentre lui è l’unica persona onesta. Quando il re si fa nominare dal Parlamento capo della Chiesa Anglicana, Moro dà le dimissioni da Cancelliere. Spera ancora che con il suo silenzio possa venir dimenticato e possa aver salva la vita. Nel 1534 viene approvato dalla Camera dei Lord l’Atto di Successione con il quale viene assicurato il trono al figlio che potrà nascere dal matrimonio fra Enrico e Anna Bolena. L’atto stabilisce anche che verrà considerato traditore chiunque non firmi l'adesione a tale Atto. Moro non firma e viene condotto alla Torre nel 1935. Subìsce vari interrogatori ma lui si rifiuta sempre di esplicitare i motivi del suo rifiuto. Viene condannato alla pena capitale solo perché un testimone, Richard Rich, dichiara il falso contro di lui. Solo allora, a sentenza già decisa, Tommaso esplicita il suo vero pensiero...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La vita di Thomas More è stata un magnifico esempio di sapienza, prudenza e fortezza, ispirate dalla fede
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il film, mirabilmente diretto e recitato, ha vinto sei Oscar nel 1967: miglior film, migliore regia, miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale, migliore fotografia e migliori costumi

Nella prima sequenza lo stesso Enrico VIII si reca, ospite non atteso, a Chelsea, nella casa del suo Cancelliere Sir Thomas More. Visite di questo genere, come ci raccontano gli storici, si svolsero realmente, segno della grande confidenza con cui il re si intratteneva con uno dei suoi più validi ministri. Una stima meritata: distintosi già per la sua abilità, come rappresentante inglese, ai tempi della pace di Cambrai, in seguito consigliere insostituibile del re anche su tematiche religiose proprio nei momenti più caldi della riforma Luterana (aiutò il re nella stesura di un libello contro i protestanti che valse a quest’ultimo il titolo di defensor fidei assegnatoli dal Papa), fu anche un solerte e inflessibile magistrato. In questo incontro, di fronte a un chiaro rifiuto di Thomas, il re, proprio per la stima che ancora ripone in lui, gli promette di tenerlo fuori dalle sue iniziative per sposare Anna Bolena. Che cosa rende determinato More nella sua rischiosa decisione? Senza dubbio una fede profonda. In una delle sequenze iniziali  vediamo la famiglia More riunita per recitare le preghiere della sera e nei momenti più caldi della sua dolorosa vicenda, prima di uno dei tanti interrogatori, lo vediamo inginocchiato a implorare Dio perché lo sostenga nella prova e la vergine Maria perché possa arrecare conforto ai suoi cari.

Da questa solida base di fede, Thomas, mostra, nel film, di avere acquisito una chiara visione su come la propria coscienza debba essere guidata dalle leggi divine ma debba anche rispettare le leggi del re, dando sempre priorità alle prime. Confermerà la sua posizione poco prima di morire e il film riproduce fedelmente ciò che disse realmente: “io muoio convinto di aver servito bene sua maestà  ma Dio prima di lui”. Con questa prospettiva di fede, Thomas ha la ferma convinzione che  il Papa sia il legittimo e unico successore di Pietro e che nessuna legge umana, quindi anche quelle promulgate dal parlamento inglese sotto la pressione del re, possa modificare questa verità. La sua visione sapienziale non si ferma alle sole cose di Dio e alla fedeltà alla Chiesa (posizione tanto meritoria quanto discutibile fu il valore umano dei Papi del suo tempo): è cosciente dell’importanza del rispetto dovuto alle leggi umane. E’ una posizione che traspare chiaramente nel film, quando Thomas redarguisce il cognato William Roper per le sue parole irrispettose nei confronti del re e quando dichiara che darebbe anche al diavolo il diritto di esser trattato con giustizia secondo la legge. Se le virtù dianoetiche conferirono a Thomas una visione limpida dell’interpretazione delle cose del cielo e del mondo, le virtù della prudenza e della fortezza ebbero in lui un fulgido campione. La sua fu una lunga battaglia (almeno tre anni) per riuscire a restare coerente ai dettami della sua coscienza di fronte a innumerevoli prove e alla tentazione di abbandonare questa battaglia di “soli” principi che aveva coinvolto l'intera sua famiglia.

“La naturale vocazione dell’uomo è salvarsi: se potrò giurare giurerò” dice Thomas alla figlia, quando viene informato che  tutti gli inglesi dovranno firmare l’Atto di Successione. La sua strategia è quella del silenzio ma  ben presto si accorge quanto la sua resistenza morale venga messa alla prova, non solo per i molteplici interrogatori  e i 15 mesi passati in prigione ma sopratutto per il tormento di doversi confrontare con i suoi familiari che stanno subendo le conseguenze del suo comportamento. E' questa la sua prova maggiore e in una sequenza che diviene il baricentro di tutto il film, Thomas riceve nella sua cella la visita di dei suoi familiari.  Ha senso costringere i propri cari a fare una vita di stenti e rischiare anche l’arresto? Margaret cerca di scardinare le sue convinzioni:  se è vero che Dio bada più ai sentimenti del cuore che alle parole della bocca, basterebbe prestare il giuramento ma pensare il contrario di ciò che si giura. Si tratta di una infelice proposta che rimanda inevitabilmente a un altro flm: Silence di Martin Scorsese, dove due gesuiti scelsero proprio la strada dell’ipocrisia: rinnegarono ufficilalmente la loro fede, salvo poi professarla in segreto. Thomas finisce per troncare i pericolosi sillogismi della figlia: il giuramento è fatto di  parole che diciamo direttamente a Dio ed è inutile appellarsi tanto alla ragione perché si tratta sopratutto di amore. L’incontro con la moglie gli comporta maggiore sofferenza perché lei si rifiuta di capire tanta ostinazione: alla fine il riavvicinamento fra i due avviene solo per l’amore reciproco che provano l'uno per l'altra.

Il film, ricavato dal dramma omonimo di Robert Bolt (il protagonista recitò la parte di Thomas More anche a teatro e lo stesso Bolt curò la sceneggiatura del film) riproduce bene lo spirito che animò il santo ma anche risulta aderente, nei paesaggi originali, a ciò che è realmente accaduto, In particolare, dopo che la sentenza di morte era stata decisa, Thomas promuncia le sue famose parole, ripetute anche nel film: “io sono un suddito fedele del re e prego per lui e per tutto il reame; io non faccio il male, io non dico il male io non penso il male e se tutto questo non basta a garantirmi la vita, allora io non desidero vivere”

Dispiace solo che nel film non si faccia alcuna menzione del vescovo Fischer che, come Thomas, non firmò l’Atto di successione e per questo venne condannato a morte.

Autore: Franco Olearo


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