IL MESSIA

Titolo Originale: Il messia
Paese: Italia
Anno: 1975
Regia: Roberto Rossellini
Sceneggiatura: Silvia D'Amico Bendicò, Roberto Rossellini
Produzione: ORIZZONTE 2000 (ROMA), PROCINEX, FRANCE 3, TELEFILM PRODUCTIONS (PARIGI)
Durata: 145
Interpreti: Tina Aumont, Anita Bertolucci, Pier Maria Rossi, Mita Ungaro

Il film esordisce mostrando la nascita dell’istituzione della monarchia presso il popolo eletto e la narrazione, in rapida sequenza, della decadenza di questa istituzione fino alla divisione in due regni, alla dominazione romana e alla salita al trono di un re di inaudita crudeltà: Erode il grande. In questo contesto si colloca la figura di Gesù, presentato dal Battista come il messia, il nuovo re tanto atteso, che predica le beatitudini, la misericordia e il perdono ma continua a lavorare come tutti gli altri apostoli. Mite e pacifico, si sottopone inerme alla crocefissione. L’immagine finale del sepolcro vuoto può alludere a una resurrezione

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film manifesta grande ammirazione per un uomo. Gesù, che è stato maestro di virtù e che ci ha lasciato l’esempio di una vita vissuta eroicamente. La prospettiva soprannaturale è lasciata all’interpretazione dello spettatore
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Rossellini resta coerente, com’era già accaduto nelle sue opere televisive, al suo stile emotivamente distaccato e antispettacolare che dovrebbe garantire, secondo le sue intenzioni, una prospettiva obiettiva ai fatti narrati

Il ritratto di Gesù come un grande uomo ma solo uomo, che alla fine era stato evitato nel film di Pasolini nel ’64, grazie forse all’influenza gentile ma convincente di don Francesco Angelicchio, viene invece proposto, undici anni dopo, da Roberto Rossellini. Sono presenti nel film tutti i più importanti discorsi di Gesù ma l’annunciazione a Maria è assente, i miracoli sono solo raccontati, non rappresentati; durante il battesimo di Gesù non si ode la voce del Padre e alla fine, sulla croce (una sequenza brevissima), muore senza pronunciare nulla.  Lo stile scarno delle ultime opere di Rossellini (per la maggior parte televisive) dove affronta, con urgenza didattica, i grandi snodi della storia, si ripropone in questo suo ultimo film ma ritroviamo anche un approccio alla fede che si era già manifestato in Francesco Giullare di Dio. Se Francesco era stato rappresentato come un uomo dalla sincerità totale, anticonformista e disponibile verso gli altri, a maggior ragione, in questo Il Messia, Rossellini apprezza le straordinarie virtù umane di Gesù e il suo messaggio di rivoluzione nella pace.

La semplicità e la disponibilità di Gesù viene rappresentata nel suo non stare mai con le mani in mano: ora rammenda le reti vicino al mare, ora affila un coltello per la mietitura oppure ripara un gioco fatto di legno per i bambini. Il suo anticonformismo in contrasto con i farisei, è presentato più volte: il raccogliere le spighe di sabato, accettare la Maddalena che piange ai suoi piedi o l’adultera che viene perdonata; il non digiunare perché lo sposo è con loro. Anche l’invito a una vita al servizio degli altri è molto chiaro: il perdonare settanta volte sette, la lavanda dei piedi, il discorso delle beatitudini. Gli stessi colloqui fra il re Erode e san Giovanni Battista (ce ne sono ben due nel film, assolutamente originali) servono al regista per riflettere su cosa sia per un uomo la vera libertà e la vera ricchezza.

Si tratta di un’attenzione particolare verso le virtù umane da parte di Rossellini che ci viene confermata indirettamente da don Angelicchio in un’intervista che compare su Youtube. Ai tempi in cui Rossellini stava preparando Gli atti degli apostoli, don Angelicchio era riuscito a organizzargli un incontro con Paolo VI. “Viviamo in un mondo in cui si è perduto il senso della dignità dell’uomo, della dimensione eroica, dell’impegno di essere testimoni di valori”: aveva detto il regista al papa. Paolo VI gli aveva risposto con una domanda: “lo sa Rossellini come si dice con una sola parola, propriamente cristiana, questo senso eroico della vita?” Al silenzio del regista fu il papa a dare la risposta: “ Si chiama la santità”.

L’importanza di partire sempre con una prospettiva storica, già manifestato da Rossellini nelle sue opere televisive, si percepisce fin dall’inizio del film: il suo racconto parte da lontano, da quando, conquistata la terra promessa, gli anziani del popolo d’Israele si interrogano, raccolti intorno a Samuele, sull’opportunità di eleggere un re. Si tratta di un veloce excursus lungo la storia del popolo eletto che Rosselini compie, per spiegare la genesi della figura del messia, così determinante per spiegare le vicende di Gesù. Anche i rituali che si svolgono intorno al tempio sono riprodotti con particolare attenzione filologica. Il film avanza per quadri successivi e ce ne sono alcuni di indubbia efficacaia come lo smarrimento di Gesù fancilullo e il suo ritrovamento nel tempio; l’incontro con la samaritana al pozzo, il perdono della donna adultera, le prime, impacciate, predicazioni degli apostoli e Gesù morto fra le braccia della madre, nella forma della pietà michelangiolesca.  Tutto il film viene però realizzato con lo stile tipico dell’autore, che si pone a distanza da ciò che narra (il campo lungo è l’inquadratura preferita); si tratta di un approccio antispettacolare, svuotato di ogni drammaticità (non vengono rappresentate nè la fustigazione nè la crocifissione). Sono tutti modi che esprimono la volontà dell’autore di raccontare la storia limitandosi alla fenomenologia degli eventi più attendibili, secondo il suo giudizio, lasciando allo spettatore ogni ulteriore interpretazione.

Alla fine, il film finisce per non entusiasmare i cristiani perché è privo di qualsiasi rifermento alla natura divina del Cristo e al significato redentivo della croce. Mancando anche della spettacolarità necessaria per attirare un vasto pubblico, dovrebbe interessare solo  a coloro che condividono il suo approccio alla storia, ma quanti saranno?

Autore: Franco Olearo


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