NEBBIA IN AGOSTO

 
Titolo Originale: Nebel im August
Paese: Germania
Anno: 2016
Regia: Kai Wessel
Sceneggiatura: Holger Karsten Schmidt
Produzione: COLLINA FILMPRODUKTION, IN CO-PRODUZIONE CON DOR FILM, STUDIOCANAL FILM, ARRI MEDIA, B.A. PRODUKTION, ERNST EBERLEIN FILMPRODUKTION, CON LA COOPERAZIONE DI ZDF E ORF
Durata: 126
Interpreti: Ivo Pietzcker, Sebastian Koch, Fritzi Haberlandt, Henriette Confurius

Germania, 1940. Ernst Lossa è un ragazzo di 13 anni; è uno jenisch , una popolazione nomade di stanza in Germania, orfano di madre e con un padre venditore ambulante senza fissa dimora. Ernst si trova ora nell’ufficio del.  dottor Veithausen, direttore del sanatorio Irsee nei pressi di Kaufbeuren, un ex monastero benedettino. Anche se espulso da vari riformatori perché ribelle, ladro e asociale, il dottor Veithausen si mostra gentile con lui: è convinto che in questa nuova sede si troverà bene. “Qui nessun ragazzo viene picchiato” lo rassicura il dottore né andrà a scuola ma lavorerà nei campi. Ernest si inserisce senza troppe difficoltà nella nuova realtà ma un giorno alcuni ragazzi e persone anziane vengono fatte salire su un pullman. Alcuni si oppongono con tutte le forze ma inutilmente: sanno che stanno per ad andare a Hadamar, dove viene attuato il progetto T4: l’uccisione di disabili e di asociali…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Questo film, ambientato nell’epoca nazista, è particolarmente adatto per chi ancora ritiene che in certe situazioni è lecito decidere per la vita o della morte degli altri (o di se stesso).
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene impressionanti ma il tema trattato non è adatto ai più sensibili
Giudizio Tecnico 
 
Molto bravo il piccolo Ernst ma anche il dottore, nella sua lucida razionalità sviluppa bene il tema della banalità del male

Il dottor Veithausen è una persona gentile con i pazienti e i suoi collaboratori, non alza mai la voce e cerca sempre di convincere il suo interlocutore attraverso un calmo ragionamento.

Il comportamento del dottore esprime bene lo stile che è stato adottato per raccontare questa terribile storia. Non ci sono scene violente o sanguinose, non ci sono  cattivi molto cattivi e buoni molto buoni. Tante cose possono esser realizzate con la calma che deriva dalla convinzione di un ragionamento che si crede giusto e con la determinazione che scaturisce dalla sicurezza di avere alle spalle uno stato che incoraggia il tuo operato. Ecco quindi che il dottore è cosciente del fatto che lui, impegnato in un servizio pubblico, deve fare del suo meglio per assolvere il compito di liberare il popolo tedesco da individui malati di mente o deformati fisicamente, che non hanno nessuna speranza di essere utili a se stessi e alla nazione. Visita con coscienza i reparti, è affabile e simpatico con tutti per cercare di comprendere chi può migliorare e chi no; la sera si attarda nel suo ufficio per aggiornare la lista di chi è destinato al progetto T4.

Il progetto nazista di eugenetica Aktion T4 venne posto in atto dal 1933 al 1941. L’opinione pubblica venne meticolosamente preparata ad accogliere la novità attraverso un’accurata propaganda, costituita da volantini, film, documentari e lezioni da impartire nelle scuole. Nonostante questi accorgimenti, ci fu una forte reazione popolare (inclusa la lettera pastorale preparata dai vescovi cattolici e letta in tutte le chiese) e il programma fu ufficialmente sospeso.

Ciò che forse è poco noto ai più è che il programma continuò con più discrezione su iniziativa degli operatori sanitari dei singoli sanatori. Il racconto sviluppato dal film si colloca proprio in quel momento storico, quando il solerte dottor Veithausen si sente chiamato direttamente in causa per inventare un modo per por fine alla vita dei malati incurabili lasciando credere che si tratti di cause naturali.

“Quando ero una bambina trovai nel bosco un cerbiatto con le zampe posteriori rotte. Piangeva per il dolore Volevo portarmelo a casa, volevo nutrirlo e curarlo finché non fosse guarito. Ma sarebbe stato impossibile; avrei solo prolungato le sofferenze di quella povera bestia. E poi mio padre lo ha ucciso. Pensi che abbia sbagliato?” E’ questo il discorsetto che ha preparato l’infermiera Edith, degna seguace del dottore, per cercar di convincere il piccolo che non riesce ad alzarsi dal suo letto, a bere una tazza dal gusto di lampone, che in realtà contiene del veleno. Il successivo referto medico diagnosticherà: “morte per polmonite”.

A questi due professionisti della morte discreta, si contrappongono il piccolo Ernst e l’infermiera suor Sophia. Il primo usa la furbizia e le abilità di chi è abituato da sempre a cavarsela da solo (riesce a rubare delle chiavi che gli possono consentire di organizzare una fuga, finge di aver sbadatamente rovesciato la tazza che conteneva il veleno destinato a un piccolo paziente) mentre la suora, che ha compreso che le morti non sono accidentali, cerca di trovare il modo giusto di reagire. L’incontro con il vescovo locale, che si conclude con un deludente: “invieremo una nota al Santo Padre”, pone in evidenza il problema di sempre: di fronte al male è giusto allontanarsi e denunciarlo con forza oppure restare e cercare, discretamente, di fare del proprio meglio per ridurne gli effetti? Suor Sophia sceglie la seconda strada e accetta il rischio di nascondere una bambina sordomuta destinata all’eutanasia, fino a un evento imprevedibile che sconvolgerà i suoi piani.

Anche Ernst non sempre riesce a occultare i suoi sentimenti e ha il coraggio di gridare “assassino!” al dottor Veithausen.

“L’essere umano è una creatura di Dio e nessuno di noi può ergersi a padrone della vita e della morte” aveva detto Sophia al dottore. In effetti, quando si viene meno a questo principio, il muro di separazione fra l’obbedire a regole scritte e l’arbitrio personale è sottilissimo e il dottore agirà, nei confronti di Ernst, per il solo obiettivo personale di togliere di mezzo una seccatura. Di Ernst ci resta solo una foto sbiadita e poche notizie ma sulla sua breve esistenza è stato scritto un libro e poi questo film.

Sarebbe ingenuo consolarci dicendo che questi famigerati progetti sono morti con il nazismo. L’eugenetica non è stata certo inventata da Hitler ma era un tema all’epoca ampiamente dibattuto in molti altri paesi come deriva del darwinismo sociale. Il passo dall’eugenetica all’eutanasia è brevissimo e il desiderio di tornare a gestire in proprio la vita e la morte è pienamente attivo anche ai nostri giorni.  Un esempio su tutti: il film francese con un titolo altamente ingannevole di Amour (2012), ha raccontato la storia di un uomo e una donna, felicemente sposati, che ormai giunti alla vecchiaia, non ritengono di loro gradimento le tante difficoltà di una età avanzata e decidono, semplicemente, di uccidersi. 

Autore: Franco Olearo


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