LA CORTE

Titolo Originale: L'hermine
Paese: FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Christian Vincent
Sceneggiatura: Christian Vincent
Produzione: GAUMONT, CINÉFRANCE 1888, FRANCE 2 CINÉMA, IN ASSOCIAZIONE CON ENFIN SEUL(S) PRODUCTION
Durata: 98
Interpreti: Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen

Michel Racine è il presidente di una corte di assise. Michel è un giudice molto temuto perché assai severo nelle sue pene, ma in realtà conduce una vita piuttosto mediocre che si divide tra il tribunale e l’albergo in cui alloggia temporaneamente. Durante un processo per l’omicidio di un neonato però ricompare nella sua vita Ditte Lorensen – Coteret. Ditte è chiamata a far parte della giuria, ma sei anni prima Racine si era innamorato di lei. 

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La corte racconta due storie che percorrono binari paralleli. La prima narra lo sbocciare della relazione tra Michel e Ditta che, sebbene sia fondata sulle macerie di due matrimoni falliti, resta comunque il racconto di un sentimento vissuto in età matura in modo discreto e garbato che dà la forza al protagonista di uscire da una sorta di immobilismo interiore. La vicenda sullo sfondo dell’omicidio del neonato è trattata con altrettanto pudore e, nonostante non vengano risparmiate descrizioni piuttosto dure sugli eventi, tutto è affrontato con molto equilibrio partendo dall’idea che la giustizia umana non può essere infallibile ma ha il dovere di avvicinarsi più possibile alla verità
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il film non presenta alcuna scena problematica per la visione ma la problematica potrebbe essere non adatta ai più piccoli
Giudizio Tecnico 
 
La sceneggiatura è ben costruita e tutta fondata sulla riuscita metafora del teatro. Anche l’interpretazione, non solo del protagonista, è ottima. Scenografie e fotografia si fondono con armonia e offrono un’ambientazione gradevole e adatta ai toni della narrazione. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Fabrice Luchini e premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Venezia 2015

Alla settantunesima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia La Corte ha vinto due premi davvero meritati. Il primo è andato a Christian Vincent, regista e autore del film, per la miglior sceneggiatura, il secondo, il Premio Volpi al miglior attore, è andato a Fabrice Luchini per la sua interpretazione nel ruolo del protagonista, il giudice Michel Racine. Secondo l’attore francese il segreto e il merito della riuscita del film vanno alla capacità del regista di scegliere il proprio cast artistico: “Credo in quello che ha affermato Hitchcock –ha detto Luchini-: se la scelta degli attori è effettuata bene di fatto i ruoli sono già interpretati”.

Dalla sceneggiatura all’interpretazione si può dire che La corte riafferma la validità e il peso della drammaturgia anche nel cinema: nel film quasi ogni elemento richiama infatti il contesto teatrale.

Non a caso il giudice protagonista della storia si chiama Racine, come il noto drammaturgo francese del diciassettesimo secolo. Michel Racine si muove nello spazio del tribunale come se fosse un vero e proprio palcoscenico in cui egli è il re, monarca assoluto di una corte di fronte alla quale si svolge il dramma della vita. La tragedia che fa da sfondo ricalca il genere dei romanzi di Simenon e riguarda l’omicidio di un neonato e i suoi due giovani genitori, disperati e sbandati, impreparati e incapaci di gestire se stessi e il proprio bambino.

Nel racconto emergono con semplicità tante e diverse figure umane, come se si trattasse di una sorta di rassegna di personaggi da interpretare, delineati, quasi dipinti, proprio come fa l’artista che nel film siede in tribunale, tra gli uditori, e si diverte a ritrarre nei suoi schizzi i vari attori che calcano il palcoscenico della corte. Sembra che lo sforzo principale dell’autore sia stato in effetti più che altro quello di presentare le loro figure nel modo più realistico e completo possibile, quello più umanamente comprensibile. In questo Vincent riesce a offrire un quadro umano variegato, teso soprattutto a cercare la verità sui personaggi senza attribuire loro false etichette, che nel bene e nel male, comunque mortificano la complessa realtà della persona. 

Così Racine, se da un lato è considerato un giudice severo, dall’altro, dietro le quinte della sua vita privata, si mostra come una persona piuttosto debole dal punto di vista delle relazioni umane, e infatti, dopo essere stato probabilmente cacciato di casa dalla moglie, vive solo in un piccolo albergo. Eppure, sorprendentemente, per amore di una donna riesce ad uscire da se stesso, manifesta una sensibilità umana assai acuta anche nella gestione del processo e trova il modo di farsi apprezzare così com’è.

Nel film è molto interessante anche la semplicità lineare con cui viene trattato il tema della giustizia umana e della sua legittimità nonostante l’estrema fallibilità di coloro che la esercitano

Autore: Vania Amitrano


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