THE HURT LOCKER

Titolo Originale: The Hurt Locker
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Produzione: Kathryn Bigelow, Mark Boal, Nicolas Chartier, Greg Shapiro, Donall Maccusker per First Light Production / Kingsgate Films
Durata: 131'
Interpreti: Guy Pearce, Ralph Fiennes, Jeremy Renner, Anthony Mackie

Dopo la morte del loro superiore in azione, ai soldati Sanborn e Eldridge, specializzati nel disinnesco di bombe sulle strade di Baghdad, viene assegnato come caposquadra l’artificiere Will James, che, come scopriranno presto i suoi compagni, vive il suo lavoro con una sorta di esaltazione che si fa beffe della morte sua e degli altri. Dapprima impauriti e respinti dalla sua follia, i due ne vengono a poco a poco a poco conquistati, ma la dipendenza dal rischio potrebbe essere la loro rovina…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
L'autrice porta alla luce una realtà ostica ai più: la guerra, purtroppo, non è solo il frutto di perversi meccanismi economico sociali, ma è anche un “gusto” iscritto nella natura umana, che è pericoloso risvegliare.
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Molte scene di violenza ed estrema tensione, turpiloquio.
Giudizio Tecnico 
 
Il film della Bigelow è, come al suo solito, un concentrato di adrenalina ma propone anche un’acuta analisi della psicologia di uomini esposti ogni giorno a rischi altissimi

Firmato dalla penna dello stesso giornalista autore dell’articolo che ha ispirato l’ultimo bel film di Paul Haggis, La valle di Elah, l’ultimo adrenalinico film di Kathryn Bigelow è un ennesimo studio sulla dipendenza (dopo il suo capolavoro Strange Days). Se tredici anni fa Ralph Fiennes si ubriacava di ricordi, per l’artificiere super specializzato James (tra Afghanistan e Iraq ha già disinnescato più di ottocento bombe) la droga è il rischio mortale che affronta ogni volta che, sotto la mira potenziale di cecchini e attentatori, mette le mani tra intrichi sempre più complicati di fili ed esplosivo.

Una sfida che James affronta senza apparente ansia (se non quando l’ordigno in questione si trova nel ventre di un bambino che scambia per il piccolo venditore di DVD con cui aveva fatto amicizia) e con una testardaggine quasi fanciullesca che desta giustificate paure nei suoi compagni, uno dei quali già traumatizzato dalla morte del precedente caposquadra (Guy Pearce in cinque intensissimi minuti di performance).

Il film della Bigelow è, come al suo solito, un concentrato di adrenalina (le missioni sono sempre ad alto rischio, sia per i congegni da disinnescare, sia per il continuo pericolo dell’ambiente circostante, di cui si percepisce sempre l’ostilità) ma propone anche un’acuta analisi della psicologia di uomini esposti ogni giorno a rischi altissimi, che devono prendere decisioni cruciali per la vita propria e di altri in pochi secondi.

Una situazione che, come acutamente nota la Bigelow, lungi dall’essere vissuta come una dolorosa corvè, genera in misura diversa un’esaltazione e uno straniamento della realtà paragonabile alla droga e che, come la droga, una volta eliminata, lascia dietro di sé un vuoto interiore difficile da colmare anche con la dolcezza degli affetti.

Quello che dà la cifra della “dipendenza” di James dalla guerra, in effetti, è il suo ritorno a casa dalla moglie (che è la bellissima Kate di Lost, nell’unico ruolo femminile della pellicola) e dal figlio piccolo (i due in teoria sono divorziati, ma la donna continua a vivere a casa sua). Lo vediamo al supermercato, un uomo che in meno di un minuto disinnescava una bomba con un paio di pinze, totalmente smarrito davanti ad una parete piena di scatole di cereali differenti tra cui non sa scegliere, e più tardi confessare al figlio di aver perso il gusto di tutte le cose, tranne una. Inevitabile la conclusione con il ritorno sul campo. Dei suoi due compagni uno rimane ferito e viene rimandato a casa, l’altro si rende conto di fronte all’orrore della guerra del proprio desiderio di diventare padre, forse ormai irrimediabilmente corrotto da quanto ha visto.

Oltre a Pearce, ci sono cammei di Ralph Fiennes (un mercenario che muore dopo cinque minuti in un’azione nel deserto) e David Morse, mentre i tre interpreti principali (in particolare l’allucinato Jeremy Renner) non sono volti noti ma bravissimi.

La vera forza del film è proprio l’assenza di un approccio apertamente ideologico alla questione della guerra in Iraq (anche se tra loro i soldati magari ne parlano e si intuisce che non hanno le idee ben chiare su che facciano lì), la voluta mancanza di proclami, che forse avrebbero guadagnato alla regista il plauso della critica liberal.

Al contrario, la Bigelow è abile a far vivere al pubblico la progressiva esaltazione, la comunione maschia e cameratesca dei suoi “uomini” (e per questo, naturalmente è stata accusata di machismo), per poi precipitarlo nell’abisso della crisi del “dopo”, spinta da un’intuizione semplice quanto ostica ai più: la guerra, purtroppo, non è solo il frutto di perversi meccanismi economico sociali, ma è anche un “gusto” iscritto nella natura umana, che è pericoloso risvegliare.

Così facendo ci conduce senza sconti di fronte alla drammatica constatazione del prezzo terribile che la guerra (qualsiasi guerra, giusta o sbagliata che sia) richiede in termini di “anime” ancor più che di vite. E proprio per questo motivo, anziché per un ottuso e generico pacifismo, bisognerebbe ben valutare il motivo per cui si imbraccia un’arma.

Autore: Franco Olearo


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