STEVE JOBS

Titolo Originale: STEVE JOBS
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produzione: SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, ENTERTAINMENT 360, MARK GORDON COMPANY, DECIBEL FILMS, CLOUD EIGHT FILMS
Durata: 122
Interpreti: Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels

La vita di Steve Jobs descritta intorno a tre eventi promozionali: il lancio del Macintosh a Cupertino nel 1984; a San Francisco nel 1989 per presentare NeXT, il primo prodotto realizzato da Steve dopo la sua uscita da Apple; infine, la presentazione dell’ iMac, il primo prodotto realizzato dopo il ritorno di Steve alla Apple. Pochi minuti prima dell’inizio di ogni evento, Steve finisce per incontrare le persone che sono state più importanti nella sua vita: la figlia Lisa , che riconobbe solo più tardi e sua madre Cris; Joanna, la Marketing Manager della Apple e sua coscienza critica; Steve Wozniak, il compagno della prima ora che progettò l’Apple I e II; John Sculley, assunto dallo stesso Steve come Amministratore Delegato della Apple ma che ebbe il coraggio di allontanare dalla società il suo stesso fondatore dopo il fallimento delle vendite del Macintosh..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La caparbia ricerca del successo rende il protagonista egocentrico, incapace d riconoscere il valore del lavoro degli altri.
Pubblico 
Adolescenti
Linguaggio scurrile
Giudizio Artistico 
 
Ottima regia, convincente la recitazione degli attori. Lo sceneggiatore Aaron Sorkin, molto bravo nel sviluppare dialoghi di conflitto, tende a strafare e a compiacersi con alcuni passaggi troppo elaborati

Ancora un altro film su Steve Jobs? Su di lui sono stati realizzati finora tre documentari e due film (I pirati di Silicon Valley, Jobs): cosa c’è ancora da dire? Indubbiamente la sua vita, così ricca di risvolti drammatici, si presta molto bene per imbastire un racconto appassionante. Nella vita pubblica: il successo, il conflitto con Bill Gates della Microsoft, la caduta e il ritorno; nella vita privata: il suo essere un orfano abbandonato dai genitori, il suo spirito ribelle e la fama di uomo insopportabile che per tanto tempo non ha voluto riconoscere la figlia Lisa. Si tratta di ingredienti drammaturgici che sono stati ampiamente sfruttati nei film precedenti. Questo nuovo Steve Jobs, parte infatti da dove erano arrivati gli altri: dà per conosciute le linee essenziali della sua biografia e si concentra sullo Steve, uomo e mito al contempo, per cercare di dare quelle risposte che ancora oggi il pubblico si pone: la percezione che lui ha avuto del mondo che sarà, quando ci ha fornito i mezzi per un’informatica popolare (una forma di potenziamento del nostro cervello, come dice in una sequenza del film) è valida ancora adesso? Il suo successo, il suo cadere e la sua capacità di risorgere, è espressione di un segreto professionale che è importante ammirare ed emulare? Ci ha forse dimostrato che la conquista del successo e la durezza di cuore, anche verso gli amici di più lunga data, costituiscono un binomio doloroso ma necessario?

Per rispondere a queste domande è stato costituito un team artistico di tutto rispetto: il regista è l’inglese Danny Boyle, autore di The Millionaire (8 Oscar nel 2009); i protagonisti sono Michael Fassbender (Coppa Volpi nel 2011) e Kate Winslet (Oscar 2009). Ma soprattutto c’è lo sceneggiatore Aaron Sorkin (Oscar 2010 per The social Network) che impone a tutto il film il suo stile molto particolare.

Il film si svolge tutto nel backstage di tre teatri dove si stanno per svolgere i lanci commerciali di altrettanti prodotti promossi da Steve. Nonostante questo insolito impianto, in nulla il film può essere assimilato alla staticità di un’opera teatrale: si tratta di una serie di incontri che ha Steve, pochi minuti prima che sia chiamato sul palco con le persone che più hanno contato nella sua vita. Si svolgono fra loro dialoghi tesi, concitati ma sempre molto intelligenti, “alla Sorkin”, dove  Steve e i suoi interlocutori si mettono a nudo reciprocamente, alla ricerca delle ragioni più intime  dei loro comportamenti. Il regista aggiunge ulteriore instabilità con una gestione mobile e nervosa della macchina da presa e ponendo i dialoganti in continuo movimento.

Sono riusciti gli autori a restituirci l’uomo e il mito?

Dal un punto di vista dell’uomo-manager di talento, possiamo dire di si: i momenti più rivelatori provengono dalle sequenze che ci mostrano sale gremite di un pubblico, in tutti e tre gli eventi narrati, che osanna colui che ormai considerano il profeta del computer: un rapporto magico di simpatia e fiducia che Steve  era riuscito a instaurare intorno a se. Al contempo il film rivela la posizione di dittatore assoluto che Steve si era assunto in questo rapporto: lo mostrano i dialoghi molto tesi con Wozniak, suo partner fin dalla prima ora, che lo accusa di aver concentrato su di se tutti i meriti del successo e di aver voluto realizzare prodotti “chiusi” in modo da potersi garantire un controllo assoluto su di loro. Al contrario confronti serrati con John Sculley ne manifestano la statura di genio del mercato e di audace innovatore: se John era capace di fare solo tattica di mantenimento, Steve era sempre pronto ad abbandonare ciò che rapidamente stava diventando obsoleto per lanciarsi in avventure sempre più innovative.

Molto più difficile e complesso il ritratto umano: nel film Steve intrattiene frequenti colloqui con la figlia Lisa ma anche con il suo Marketing Executive Joanna Hoffman, sua coscienza critica, specchio lucido e critico dell’incandescente mente di Steve. Secondo lo sviluppo narrativo impostato da Sorkin, la ferita dell’abbandono da parte dei suoi genitori aveva reso anaffettivo il fondatore dell’Apple e veniva sopravanzato in generosità dai suoi stessi colleghi di lavoro: se Joanna poteva esser considerata la sua paziente “moglie sul lavoro”, Sculley, con i suoi inviti alla saggezza sembra svolgere le vesti del padre naturale che non ha conosciuto, mentre Wozniak, che finisce  per pagare  l’iscrizione all’università di Lisa, che Steve si era rifiutato di fare, può venir assimilato a un fratello. Questa insolita “famiglia sul lavoro” finisce per confermare quello che già da tempo, traspare dal cinema americano: la descrizione di una Single Society, una società di singoli che ha non più interesse a veder sugli schermi storie d’amore (fatta eccezione per i racconti d’amore omosessuale, come i recenti Carol,  Freeheld o Io e Lei ) ma racconti di come il singolo riesce realizzare se stesso con il successo  nel proprio lavoro (il film Joy, in uscita il 28 gennaio costituisce la versione femminile di questa ricerca di se stessi).

Autore: Franco Olearo


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