IL PONTE DELLE SPIE

 
Titolo Originale: Bridge of Spies
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Matt Charman, Ethan Coen, Joel Coen
Produzione: AMBLIN ENTERTAINMENT, MARC PLATT PRODUCTIONS
Durata: 140
Interpreti: Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan

Il 1° maggio 1960 un aereo-spia degli Usa viene abbattuto da un missile russo - o precipita accidentalmente, non è stato mai chiarito bene - vicino a Sverdlovsk, in Unione Sovietica. Il pilota, Francis Gary Powers, gettatosi col paracadute, si salva ed è catturato dai militari sovietici, che lo accusano di essere una spia americana e di aver sorvolato illecitamente il territorio dell’Urss fotografando il suolo. Accuse che si riveleranno fondate, in quanto l’ufficiale americano era stato arruolato dalla Cia proprio a tale scopo. Sottoposto a regime carcerario e interrogatorio entrambi durissimi, Powers è processato e condannato a 10 anni: 3 di reclusione e 7 di lavori forzati. La Cia reagisce reclutando James Donovan, avvocato di Brooklyn, incaricandolo di negoziare con i sovietici lo scambio fra Powers e Rudolf Ivanovich Abel, ufficiale dell’intelligence sovietica di origine britannica (il suo vero nome era Willie Genrikhovich Fisher), arrestato dall’Fbi e condannato per cospirazione a favore dell’Urss nel 1957. Lo storico scambio avvenne nel 1962 al confine tra le due Berlino, sul Ponte di Glienicke, soprannominato il Ponte delle Spie non solo per l’episodio narrato nel film ma perché teatro di altri eventi simili durante la guerra fredda. La pellicola di Spielberg racconta la vicenda in tutto il suo sviluppo: dagli antefatti su Abel-Fisher e Powers all’ingaggio di Donovan da parte della Cia, dall’affannosa tessitura diplomatica al viaggio dell’avvocato newyorkese a Berlino Ovest e poi Est, dal memorabile scambio sul Ponte al colpo di scena finale, anch’esso rigorosamente storico ma che non riveliamo qui, e che rese il bilancio americano dell’evento doppiamente positivo rispetto a quello sovietico. Epilogo antieroico, il ritorno a casa di Donovan-Hanks, così stanco e strapazzato da buttarsi nelle braccia di Morfeo tutto vestito, inclusi cappotto e cappello.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un film di chiaro impegno civile rivolto ai connazionali di Spielberg e non solo, per risaltare i valori alti e fondanti della costituzione americana attraverso la storia vera di un tranquillo eroe borghese
Pubblico 
Adolescenti
Alcune sequenze violente ma non prolungate
Giudizio Tecnico 
 
Ricostruzione perfetta del clima psicologico-culturale anni ’50 e ’60. Tom Hanks incarna magnificamente l'ideale di un popolo che ama la pace, la verità, la giustizia, e una volta che può lottare in prima linea per raggiungerle, lo fa con tutte le sue capacità

Si sa che i film di Steven Spielberg, indiscutibilmente tra i maestri del cinema d’oggi, si dividono in due categorie. Quelli ben fatti, con mestiere sopraffino (il suo, appunto), ineccepibili da quasi tutti i punti di vista, ma più commerciali, “di cassetta”, fatti da un grande che non ama tanto i soldi – li ama, certo, come ogni americano e forse ogni essere umano – ma vuole soprattutto il successo, anzi il “successone”, le file al botteghino, gli “oooooohhh” del pubblico nella sala buia durante la proiezione e via dicendo. Esempi? Sono tanti (un buon 60-65 per cento della produzione spielbergiana) che forse non occorre neanche farne: per chi insiste citiamo E.T. - L'estra-terrestre e Lo squalo, rispettivamente al sesto e al nono posta fra i film di maggiore incasso), e chiuso il discorso. L’altra categoria sono i capolavori, come Shindler’s list (1994), genere storico-politico-drammatico, oppure a mio avviso Prova a prendermi (2002), modello di commedia cinematografica geniale, squisitissima, semplicemente perfetta. Bridge of spies appartiene sicuramente a questa seconda e più nobile categoria. Forse non è un capolavoro del livello di Shindler’s list, pure perché la guerra fredda non scalda, appunto (!), il sangue e il cuore come i temi del razzismo, dell’olocausto, della lotta al nazismo ecc. ecc. Ma è comunque un film alto e importante sul piano tematico, e direi irreprensibile, esente da difetti, sbavature o cadute di gusto (comunque rarissime in Spielberg) sul piano artistico-estetico-cinematografico. Cominciamo dai contenuti, dai significati. Il film è una grande rappresentazione della guerra fredda, dell’equilibrio del terrore fra il 1945 e il ’90, del mondo diviso fra le due superpotenze: un mondo che, per un insieme di fattori culturali, morali, storici ecc., un ultrasessantenne come Spielberg (e come tanti di noi!) non può in fondo che rimpiangere, ricordare con una certa tenerezza, con nostalgia. Un mondo di certezze, di cose definite, dove non si parlava del “nemico che non c’è” perché gli avversari, i concorrenti, le persone, i popoli e le ideologie divise dalle rispettive posizioni tuttavia si riconoscevano e tutto sommato il più delle volte si rispettavano. Questo sfondo ideologico-politico, questo clima psicologico-culturale anni ’50 e ’60 è reso magnificamente da Spielberg, anche perché come al solito nel cinema hollywoodiano (e il Nostro si può definire secondo me “il genio di Hollywood”) il “materiale plastico” come si dice tecnicamente è tutto ricostruito alla perfezione, con eccezionale perizia-professionalità-gusto: palazzi, strade, automobili, autobus, abiti, locali, insegne pubblicitarie ecc. ecc., tutto rigorosamente fifty sixty.
Su questo sfondo morale e figurativo si sviluppa la vicenda e si muovono i personaggi, 
in primis l’avvocato Donovan, interpretato da un gigantesco Tom Hanks (ormai quando è di scena il binomio supercollaudato Spielberg-Hanks, danno ambedue il meglio di sé). Avvocato newyorkese come tanti altri, non immorale ma borderline coi suoi giochetti più o meno disinvolti per vincere le cause e un certo cinismo nei suoi slalom tra le leggi, sempre però fondamentalmente rispettate e messe al primo posto, da buon americano. Ma la sua vita viene terremotata. Prima dall’incarico da parte del suo studio di difendere in tribunale la spia russa Abel, poi addirittura dal compito affidatogli dalla Cia di condurre in porto lo scambio fra l’agente sovietico e un pilota americano rinchiuso da un anno nelle prigioni sovietiche. Una (doppia) missione impossibile, la difesa di una spia comunista in piena epoca maccartista e il primo scambio di prigionieri tra i due colossi Usa e Urss al culmine della guerra fredda! Missione che si risolve per il protagonista in una straordinaria esperienza di educazione morale, di crescita e di maturazione umana e politica. Un uomo comune, un americano tranquillo, positivo ma con zone d’ombra e aspetti di mediocrità come tutti, si trova proiettato in qualcosa di più grande di lui, lo gestisce decorosamente e con buona volontà, lo porta a buon fine e diventa al termine una persona umanamente più ricca e più adulta. Questa dimensione del protagonista è importante ed è giustamente curata dal regista perché lo spettatore vi si identifica, secondo una regola classica del cinema. Lo studio legale di Donovan, gli avvocati più navigati di lui, i giudici, specialmente la politica e il mondo diplomatico non fanno una bella figura rispetto al “candore” del protagonista, sono il luogo dell’intrigo e dell’impotenza, dell’ipocrisia e in fondo della mancanza di ideali e progetti alti. Donovan è migliore di tutto questo, ma senza ombra di retorica, perché lui incarna il popolo che ama la pace, la verità, la giustizia, e una volta che può lottare in prima linea per raggiungerle lo fa con tutte le sue capacità. Diventando perfino “amico del nemico”, come si vede nello spunto, quasi certamente romanzato, sul feeling, la simpatia e la comprensione che nascono alla fine fra il negoziatore e la “sua” spia. Due uomini, due persone, al di là dei ruoli e delle frontiere. Messaggio non da poco, in questo momento. Che dire infine sull’”americanismo” di Spielberg, che fa storcere la bocca a qualcuno? Rispondo: c’è, anche qui, ma è intelligente e misurato, non da repubblicano stars and stripes e tanto meno alla Trump, ma direi da liberal di centro. Del resto Spielberg, anche se come uomo pensasse radical, come regista non lo mostrerebbe mai, perché lui punta a esprimere e difendere valori alti (vedi Shindler’s list, o Amistad) ma rimanendo nello spettacolo, e quindi mirando a soddisfare il maggior numero possibile di spettatori. Qualcuno lo chiamerebbe “la maggioranza silenziosa”.

Autore: Mario Spinelli


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