TARDO AUTUNNO

 
Titolo Originale: Akibiyori
Paese: Giappone
Anno: 1960
Regia: Yasujiro Ozu
Sceneggiatura: Yasujiro Ozu, Kōgo Noda, Mariko Okada
Produzione: Shochiku
Durata: 128
Interpreti: Setsuko Hara, Yôko Tsukasa,

Tre uomini si riuniscono per commemorare la morte del comune amico Miwa nel suo ottavo anniversario, assieme alla vedova  Akiko. Dopo la cerimonia, rimasti soli, ricordano che da giovani avevano spasimato per la bella Akiko e pensano che sia loro dovere trovare un giusto pretendente per sua figlia Ayako. La soluzione sembra a portata di mano perché conoscono Goto, un giovane impiegato modello della loro azienda ma Ayako rifiuta per principio la proposta, perché non se la sente di lasciare sola sua madre. A questo punto per i tre compari il problema risulta chiaro: bisogna prima riuscire a far risposare la vedova, così anche la figlia Ayako si sentirà libera di accettare Goto. Ma i tre non hanno fatto i conti con le due donne…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Nel film assistiamo alla nobile contesa fra una madre vedova e una figlia, preoccupate, prima che di se stesse, della felicità dell’altra
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Attraverso una composizione accuratissima dell’immagine e un dialogo essenziale, il regista e sceneggiatore Yasujiro Ozu trova la sua perfetta forma stilistica per cogliere la finezza d’animo dei protagonisti

Nel vedere un film di Yasujiro Ozu ogni spirito critico si acquieta, perché sappiamo già che non cercherà di colpirti con qualche forte emozione,  con una scena impressionante ma si presenta da subito come un manufatto  orientale cesellato con cura, che invita alla calma e alla riflessione Non siamo più abituati alla sensibilità d’animo che traspare dai protagonisti, perché ormai travolti e condizionati dall’espressionismo dei prodotti statunitensi, che mirano a colpire con dosi massicce di violenza, sesso, dove uomini e donne perdono facilmente il controllo in preda all’ira  o si lanciano nei nuovi straniamenti indotti dall’indifferenza sessuale (si veda il recente serial Transgender). Nel racconto della nobile contesa fra una madre vedova e una figlia, preoccupate, prima che di se stesse, della felicità dell’altra, Ozu non sviluppa un racconto individuale ma sociale. Nel microcosmo che ci rappresenta nessuno è mai lasciato da solo ma è la comunità dei parenti e degli amici che ha a cuore la felicità del singolo. Nel racconto di questo terz’ultimo film di Ozu, sono tre amici che si preoccupano che Ayako, che non ha più il padre, faccia un buon matrimonio. Con modalità che non possono che stupire noi occidentali, i pretendenti non si presentano mai da soli ma debbono venir introdotti da qualcun altro (meglio un parente della ragazza) che garantisca dell’onestà e della sincerità del giovane. Riaffiora in questo film un altro tema che sta a cuore a Ozu, quello del confronto generazionale: fra chi è nato prima della guerra, ancorato a tradizioni millenarie e le giovani generazioni ormai inserite in un processo di occidentalizzazione. In una sequenza esemplare, un’amica di Ayako, affronta risoluta i tre amici, molto più anziani di lei (situazione ancora inconcepibile in questo Giappone degli anni ’60), sgridandoli per aver dato per scontate delle decisioni che Ayako non aveva ancora prese. Alla fine però tutto si risolve “a la Ozu”: i quattro personaggi si seggono, iniziano a parlare con calma e alla fine un pranzo in comune suggella l’intesa raggiunta.

Ozu resta coerente, anche in questo film al suo linguaggio narrativo, articolato su pochi elementi. Riprese di campi lunghi vuoti e silenziosi, in interni o all’esterno, perfetti nella loro geometria, quasi a invitare lo spettatore, fra un dialogo e l’altro, a fermarsi a riflettere su ciò che sta accadendo. Incontri più intimi a due o allargati fra tre o quattro amici ma sempre in tono confidenziale, innestati In un meccanismo di rimbalzo: in un primo incontro vengono prese certe decisioni dai tre amici; in un secondo incontro queste vengono commentate, a mo’ di pettegolezzo, dalle loro mogli; nel terzo Ayako e Akiko discutono animatamente per i malintesi che si sono creati. Si sviluppa in questo modo un gioco lieve, con i toni della commedia, a cui non mancano momenti spiritosi, secondo uno stile che ricorda Ernst Lubitsch,

In un finale che non riveliamo prevale la malinconia, ma si tratta di una decisione adulta, di chi riconosce che il bello è ormai passato e che è inutile affannarsi per costruirsi un nuovo futuro. Si può intravvedere in questo qualche elemento autobiografico del regista, che decise di non sposarsi per stare vicino a sua madre.

In una delle sequenze iniziali, uno dei tre amici torna a casa dal lavoro. Si toglie la giacca e la butta per terra. Estrae dalla tasca il fazzoletto ormai usato che va a raggiungere la giacca mentre l’uomo si allontana. La moglie arriva con una stampella e diligentemente raccoglie giacca e fazzoletto. Forse inserita con tono polemico dal regista, questa sequenza non rappresenta il tipo di Giappone che dovemmo  imitare.

 

Autore: Franco Olearo


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