VIAGGIO A TOKIO

 
Titolo Originale: Tokio monogatari
Paese: GIAPPONE
Anno: 1953
Regia: Yasujiro Ozu
Sceneggiatura: Kōgo Noda, Yasujiro Ozu
Produzione: Takeshi Yamamoto
Durata: 136
Interpreti: Chishū Ryū, Chieko Higashiyama, Setsuko Hara, Haruko Sugimura, Sō Yamamura

Giappone, inizio anni ’50. Molte famiglie stanno ancora cercando di superare i lutti che la guerra ha loro arrecato ma al contempo è ripresa tumultuosa l’industrializzazione del paese, soprattutto nelle grandi città. Shūkichi e Tomi Hirayama sono una coppia di settantenni che ha sempre modestamente vissuto in un piccolo centro nel Sud del Giappone e ora ha deciso di andare a Tokio, dove i loro figli si sono trasferiti, hanno messo su famiglia e hanno trovato un certo benessere. Trovano ospitalità prima da Koichi che è un pediatra e poi nella casa della primogenita Shige, che gestisce un salone di parrucchiere per donne. I rapporti sono formalmente corretti ma i figli sono troppo concentrati nei loro affari per potersi dedicare ai due anziani. Solo Noriko, vedova del secondogenito Shōji, morto in guerra, prende un giorno di permesso dal lavoro per accompagnarli in un giro turistico per Tokio. I figli pensano bene di mandare a loro spese i genitori a un centro di cure termali (evitando in questo modo di impegnarsi direttamente) ma l’albergo è frequentato soprattutto da giovani chiassosi e Shūkichi e Tomi decidono di tornare al loro paese. Resta nel loro cuore soprattutto l’affetto che ha loro dimostrato Noriko, anche se fra loro non c’è alcun legame di sangue. Il lungo viaggio di ritorno risulterà fatale per l’anziana signora..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Dietro il confronto fra due generazioni, appare evidente che i valori familiari vanno posti al di sopra dell’inevitabile passaggio dalla tradizione alla modernità
Pubblico 
Tutti
Giudizio Tecnico 
 
Il regista Ozu trova lo stile narrativo più idoneo per raccontare una storia di sentimenti e di valori umani eterni

Viaggio a Tokio (Tokio monogatari), il capolavoro di Yasujiro Ozu, è al contempo molto giapponese, molto personale nello sviluppo narrativo ma anche assolutamente universale nei valori che esprime.

Valori universali che risultano tanto più veri quanto non dichiarati in astratto ma presentati in una realtà ordinaria, in questo caso quella giapponese e risultano evidenti e chiari proprio grazie al particolare stile narrativo adottato dal regista, uno stile contemplativo che pone lo spettatore nelle migliori condizioni per riflettere.

Lo spettatore occidentale può restare sorpreso nel vedere paesaggi e città del Giappone del primo dopoguerra: tante piccole case addossate una all’altra, strette fra le montagne e la costa ma anche ciminiere fumanti, simbolo delle nascenti periferie industriali; possono incuriosirci anche tanti particolari delle loro consuetudini, come quella di vivere senza sedie, accovacciandosi su di un tappeto per poter conversare oppure  il fatto che i figli non abbraccino i genitori quando li rivedono dopo tanti anni ma si limitino a un sorriso e a un inchino.

Sorprende anche la cerimonia nel tempio buddista per il funerale della madre: il silenzio del tempio è rotto da una nenia monotona e l’imperturbabilità degli astanti sembra richiamare quell’assorbimento nel nulla a cui tutti sono destinati; lo commenta anche il figlio Keizo, che ascoltando quella nenia “è come se la mamma si facesse più piccola, poco alla volta ”.

Ozu gestisce il racconto senza fretta, le parole di tutti sono pronunciate con calma, in modo che si abbia il modo di superare la gentilezza formale in cui sono avvolte, per cogliere le sfumature d’animo che restano sottese.. Le inquadrature, quasi sempre fisse, alternano le geometrie ordinate degli interni, con i campi lunghi delle riprese all’aperto, a volte per riprendere la ciminiera di una fabbrica, a volte per voler come annullare l’esistenza umana, mostrando a distanza piccoli uomini contro un cielo bruciato dal sole estivo.

Il contrasto fra i vecchi genitori e i figli che, lasciato il  paese natio, hanno trovato una buona sistemazione nella grande città, non tarda a rivelarsi. Shūkichi e Tomi si muovono all’interno di una tradizione millenaria e si aspettano che  i figli si prendano cura degli anziani genitori ma quando si accorgono che i figli li trascurano, non si lamentano, non ne fanno un fatto personale, ma sono  come rassegnati di fronte  ai tempi e ai costumi che cambiano.Loro hanno fatto questo viaggio quando si sentivano ancora in forze, prima dell’arrivo dell’oscurità, ma i figli non hanno questa proiezione sui ritmi lunghi della vita: si sono rinchiusi nel presente e si occupano dei genitori nella misura in cui questo non alteri il ritmo ormai consolidato dei loro impegni.

Diverso è l’atteggiamento di Noriko, la vedova del figlio morto in guerra, che dedica loro del tempo, mostra di occuparsi realmente delle loro necessità, senza secondi fini, guidata solo da una grande sensibilità umana. Anche i coniugi Hirayama finiscono per interessarsi soprattutto a lei, la invitano a risposarsi dopo otto anni di vedovanza, e quando Shukichi le regala, prima di partire, il suo orologio, questo diventa il simbolo del passaggio di testimone verso chi, anche fra le nuove generazioni, saprà preservare quei valori assoluti che lei ancora percepisce.

Autore: Franco Olearo


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