L'ULTIMO LUPO

 
Titolo Originale: Wolf Totem
Paese: CINA
Anno: 2014
Regia: Jean-Jacques Annaud
Sceneggiatura: Alain Godard Jean-Jacques Annaud Lu Wei (III) John Collee
Produzione: LA PEIKANG, XAVIER CASTANO, JEAN-JACQUES ANNAUD PER CHINA FILM CO. LTD., REPÉRAGE, BEIJING FORIDDEN CITY CO. LTD., MARS FILM, WILD BUNCH, CHINA MOVIE CHANNELL, BEIJING PHOENIX ENTERTAIMENT CO. LTD., CHINA VISION MEDIA GROUP LIMITED, GROUPE HERODIADE, LOULL PRODUZIONT
Durata: 118
Interpreti: Feng Shao Feng, Shawn Dou, Ankhnyam Ragchaa

Siamo in Cina nel 1969, nel pieno della rivoluzione culturale. Mao vuole che tutti sappiano parlare cinese e lo studente universitario Chen Zhen, assieme a un suo amico, accetta di esser mandato in Mongolia per due anni. Insegnerà cinese ai ragazzi del villaggio e dovrà lavorare e vivere assieme ai pastori nomadi della Mongolia. Chen resta affascinato da questo tipo di vita, per lui nuovo, in stretto contatto con la natura. Le steppe sono il regno incontrastato dei lupi, temuti e rispettati al contempo dalle popolazioni nomadi. Il responsabile della provincia è però poco propenso a commuoversi e ordina l’uccisione di tutti i lupi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un ragazzo resta affascinato dalla vita nomade dei mongoli e ne condivide il rispetto per la natura anche se non potrà evitare l’avanzata distruttrice dell’uomo.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune battaglie cruente fra animali e le sequenze dove degli uomini uccidono i cuccioli di lupo (anche se non si vedono dettagli) possono impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La qualità cinematografica del film è di altissimo livello: grande cura nel ricostruire la vita in branco dei lupi e nel mostrare i maestosi paesaggi della steppa mongola. Poco approfonditi i personaggi e il contesto sociale

Il film Il mio amico Nanuk, ambientato al Polo Nord, è stata l’occasione per raccontare le tradizioni del popolo degli Inuit che da secoli vive in simbiosi con l’ambiente, cacciando solo ciò che è necessario per vivere, senza devastare l’ecosistema. Qualcosa di molto simile ci viene presentato per questi mongoli del Nord, che rispettano i lupi, lasciano che caccino le gazzelle perché in questo modo non hanno necessità di assalire le loro pecore. I branchi di lupi che si muovono liberi nella steppa sono ammirati perché simbolo di uno spirito indipendente e guerriero, né possono venir decimati perché ciò vorrebbe dire lasciare scoiattoli e  marmotte liberi di riprodursi e impoverire la preziosa erba della steppa. Queste leggi della natura sono rivestite, dai saggi del villaggio, di suggestioni che scaturiscono da ancestrali credenze animiste.

Ricavato dal libro Il totem del lupo di Jiang Rong che in Cina è stato venduto in 20 milioni di esemplari, Il tema del delicato rapporto fra natura incontaminata (com’era la Mongolia negli anni ’60) e l’iniziativa dell’uomo che avanza inesorabile  distruggendo in poco tempo un equiibrio durato secoli, è uno dei temi dominanti di questo film del regista francese  Jean-Jacques  Annaud, esperto in film dove la natura e gli animali sono protagonisti (L'orso, Due fratelli). La produzione è però cinese e ciò rende il film alquanto diverso dai film ecologisti a cui siamo abituati, come il citato Il mio amico Nanuk , 8 amici da salvare o Belle e Sebastien.

Secondo l’approccio occidentale questo tipo di film è decisamente per famiglie, organizzato per far scappare qualche lacrima, costruiti per il diletto dei più piccoli, sempre amanti degli animali. Qui l’approccio è più realistico: i lupi, sono visti per quel che sono, in tutta la loro natura selvaggia e quindi anche violenti predatori. Allo stesso modo sono descritte le reazioni degli uomini, pronti a preparare per loro trappole con esplosivi o a uccidere i loro cuccioli lanciandoli in aria. Non ci sono immagini esplicite ma i più piccoli ne possono sicuramente restare impressionati.

Sul fronte degli uomini, il cittadino Chen resta affascinato dalla saggezza del capo villaggio (ma anche dalla bellezza di una giovane vedova) ma le tensioni con le autorità del governo, impegnati a “cinesizzare” anche i Mongoli, in quegli anni caldi della rivoluzione culturale, sono alquanto smussate. Il capo della provincia emette ordini e non si cura di calpestare le tradizioni mongole ma poi la sceneggiatura si occupa di umanizzare anche lui ed arriva puntuale la fase assolutoria: “comandare non vuol dire essere amati. A volte si è costretti a fare cose che non si vorrebbe fare”. Sembra quasi che la sceneggiatura sia stata “addomesticata” durante la stesura finale.

Se il film pecca nell' approfondire le relazioni fra i personaggi (ma in questo modo i veri protagonisti diventano i lupi) e il contesto sociale in cui la storia si svolge, la qualità delle immagini è semplicemente impeccabile: la maestosità delle steppe mongole (grazie a un ampio uso di droni) o lo sguardo gelido  dei lupi, ripresi da soli o in branco (sono stati necessari 40 addestratori). L’attacco dei lupi a una mandria di cavalli nel mezzo di una tempesta di neve è una sequenza indimenticabile.

L’autore del libro, Lu Jiamin, che ha firmato con lo pseudonimo di Jiang Rong, era stato allontanato dall’università di Pechino dove insegnava, durante la rivoluzione culturale ed ha passato effettivamente 11 anni presso i nomadi mongoli. Tornato all’università ma con il divieto di pubblicare testi professionali, si era messo a scrivere Il totem del lupo, che è diventato il libro più letto in Cina dopo il libretto rosso di Mao.

Autore: Franco Olearo


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